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    Gli uomini anelano alla poesia

    “Ha una voce gentile, strizza un po’ le s tra le labbra. La pupilla sembra essere collassata nell’iride, colata un po’ più giù rispetto alla sua sede normale, o forse è solo un effetto ottico degli occhiali che porta, o forse è un qualche effetto degli psicofarmaci che prende o di quelli che ha preso negli anni addietro, oppure è la pupilla che ha messo in atto una protesta kamikaze contro quanto è stata costretta a vedere, oppure niente di tutto questo…”
    Gianluca Mambrini… in questo scatto fulminante che, ne “La macchina della Psichiatria” (Millelirepersempre, Strade Bianche di Stampa Alternativa) ne fa Nicola Feninno,
    E il suo fare gentile, un po’ fra il timoroso e il sorpreso, lo incontro al Festival della Letteratura Resistente che si è svolto a Pitigliano, l’ultima settimana d’agosto. Dove Gianluca ha un posto, proprio sull’ingresso de “Le Macerie”, nello spazio espositivo di libri e dischi, con un mucchietto dei suoi, di libri, ma anche pronto a dare una mano a tutti… pronto e ben compreso nel compito che si è dato di indicare a chi arriva le tracce dell’area devastata dal bombardamento alleato del giugno del ’44, luogo delle pietre e della memoria: “Scendete le scale, qua sotto…”
    E quando è il suo turno, fra una presentazione e un concerto, si alza dallo sgabello, va verso il palco e legge versi delle sue poesie.
    “La psichiatria si è presa per sempre l’anima mia, / lo dico con il mio cuore un po’ malinconico e malato (…).// Quando all’orizzonte appare l’auto della psichiatria/ non vedo l’ora che essa se ne vada via. / Per sempre davanti agli occhi miei/ prima che distrugga i sogni miei”.
    E i suoi sogni, Gianluca, se li tiene ben stretti. Nonostante le tappe di una via Crucis che “mi fanno perdere la testa”. La morte del padre, la moglie che scappa via, la madre che perde la vita in un incidente stradale mentre è lui che guida, e qualcuno che lo accusa di essere stato lui ad ucciderla. E lui che cerca di impiccarsi, e il ricovero, racconta, per dieci anni in una RSA “praticamente una struttura per ammalati di Alzheimer, anche se io con l’Alzheimer non c’entravo niente”.
    Poi la vita da barbone, che potete immaginare. Poi le sue visioni, che quelle non le potete immaginare… e i suoi sogni antichi, che magari poteva diventare pianista, o archeologo.
    Scorro, mentre è sul palco a recitare le sue poesie, il Millelire curato da Feninno, che scopro essere fra l’altro bell’autore di reportage narrativi. E che qui lo accompagna nel suo parlare, fra i percorsi della sua vita e le pietre di Pitigliano, l’una e le altre piene di segni, che sono ferite, che sono dolori e rinascite, che sono anche, nonostante tutto, punti di fuga di bellezza…
    E chissà che archeologo sarebbe diventato, se le cose fossero andate diversamente. Gianluca che così bene fa da cicerone, fra la Chiesa più antica del paese, dedicata a Santa Maria e San Rocco, che… “le immagini della Madonna avevano il potere di scacciare il diavolo”, e i vicoli e le pietre e.. “ora seguimi che ti faccio vedere le mura etrusche”. La narrazione della storia del paese costruito nella magia del tufo non può non aprirsi sui drammi della sua vita, e sono questi a prendere il sopravvento.
    Così l’immagine di Padre Pio, che dice di aver visto una notte venirgli incontro fra i vicoli, si alterna all’immagine, ben più tremenda per lui che non quella di un fantasma, delle persone che… “venivano in piazza a rincorrermi con le loro medicine: devi prendere questa, devi prendere quest’altra”… e “mi giro e c’erano quattro carabinieri. Un medico, due infermieri, quattro carabinieri, tutti circondavano m. Io ero lì che piangevo a dirotto … a momenti mi strappano i pantaloni, e mi hanno fatto la puntura”. Il ricordo di cure e di TSO mal digerite, spesso vissute come violenza. Che pure diventano poesie.
    “Il punturone è come quello di un calabrone / con effetto immediato di esso mi sono proprio annoiato/ in quanto dalla mia persona / deve essere accettato con le buone/ o con le cattive sperando che / esso non mi faccia morire. / Un’altra cosa la penso e voglio dire / il punturone mi fa proprio soffrire / adesso finisco e non ho altro da dire”.
    Ora va meglio, è un po’ più libero, racconta.
    Un po’ più libero. Il suo curatore finanziario è il sindaco di Pitigliano, subentrato al fratello che sembra curasse più i suoi interessi che quelli di Gianluca.
    Ora va meglio, certo. E a guardare le persone che gli sono intorno, che intorno gli regalano gesti e respiri di normalità, che alla fine della sua lettura lo applaudono, penso all’idea della “città che cura”. Qui è un pezzetto di paese che in qualche modo si prende cura di lui. Come sta facendo anche quello straordinario mattarello che è Marcello Baraghini che ha avuto dalla asl il permesso perché Gianluca faccia il libraio presso la sua libreria e al suo banchetto di libri per la mostra.
    “Tutte le mattine mi alzavo presto e andavo a bar, le compravo le ciambelline o il cornetto al cioccolato… aprivo il pianoforte e intonavo Rose rosse per te. Poi la baciavo in bocca. Tutte le mattine così. Perché ci tenevo al romanticismo”.
    Sono arrivata all’ultima pagina di questa “Macchina della psichiatria”, quasi commossa. Alzo gli occhi e incontro quelli di Gianluca che, non mi ero accorta, era tornato al suo posto, e mi guardava come in attesa…
    “Bello, molto bello, il tuo librino…” e ne ho presi tre, che sempre regalo in giro libretti che mi sono piaciuti.
    Mi ha sorriso gentile, e come un po’ stupito, mentre mi sono sorpresa a frugare dietro i suoi occhiali spessi, a spiare, indiscreta, quella sua pupilla collassata nell’iride. E mi sono chiesta (non è la prima volta, mi è capitato anche curando testi dal carcere dove la narrazione viene puntellata qua e là da poesie) perché si sente il bisogno a tratti di scrivere in versi. La risposta l’ho trovata, tornando a casa, in un pensiero di Forster (Passaggio in India): “Gli uomini anelano alla poesia… vogliono che la gioia sia aggraziata e il dolore augusto, che l’infinito abbia una forma”.
    Gioia aggraziata, dolore augusto, ché la vita è ben più che la miseria nella quale qualcuno a volte la vuole imbrigliare…

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