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    Ho vissuto un periodo con molta rabbia

    fine-pena-maiNell’ultimo numero della rivista “Una città”. la lettera di Angelo Meneghetti, dal carcere di Padova. Ascoltate…

    “Ho raggiunto la soglia dei cinquant’anni, e la metà della mia vita l’ho trascorsa in diversi carceri d’Italia. Nei primi anni di carcere, proprio nel periodo della conclusione dei processi, avevo dentro di me “rabbia e rancore”.
    Ho trascorso diversi anni con rabbia e tanto rancore, contro quei conoscenti che mi avevano accusato ingiustamente. In quegli anni ho conosciuto anche “l’odio”, ho cominciato a odiare quelle persone e non solo loro. Quell’odio, mi ha portato anche a detestare i giudici che mi avevano condannato. Ho subito processi poco chiari, processi non trasparenti.
    Ormai, sono trascorsi molti anni da allora, sto scontando una pena interminabile, quella dell’ergastolo (fine pena 31.12.9999).
    Non so se sia l’età raggiunta, ma da diversi anni la mia filosofia è vivere “giorno dopo giorno”, con serenità e sempre con il sorriso sulle labbra. Sì, c’è qualche giorno che non ho neanche la voglia di (…)sorridere, capita in questi luoghi di sofferenza e miseria. Malgrado tutto quello che ho subito in questi anni, di rabbia e odio ne dovrei avere di più degli altri detenuti, ma non è così. Ho visto tanti ragazzi giovani, uomini e anziani, penare nei diversi carceri dove sono stato, la quotidianità era sempre la solita, essere umiliati e a volte essere anche istigati da parte delle autorità competenti. Vigilano senza quel minimo di umanità che ci dovrebbe essere, e non riesco a capire come mai chi ha fatto una scelta di vita per gestire questi luoghi di sofferenza e miseria non abbia sempre quell’equilibrio di coerenza e umanità nei confronti di chi è destinato per un periodo a rimanere in questi luoghi.
    A causa forse di poca educazione, di mancanza di rispetto nei confronti degli altri, ho visto diversi detenuti che, con il passare del tempo, in questi luoghi di “sofferenza e miseria”, si sfogavano fra di loro, malmenandosi, scaricando in questo modo la loro rabbia. Forse a rimanere in questi luoghi sono diventati schizofrenici, o si sentivano perseguitati.
    Fatto sta che viviamo in un paese dove c’è poca umanità, manca quella giusta educazione, non c’è il rispetto nei confronti delle persone e spesso si dimenticano che siamo esseri umani.
    A volte ci dimentichiamo dei vecchi insegnamenti: “Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”. Ma va detto e sottolineato che i detenuti sono e rimarranno solamente dei numeri, e sembra che tanti operatori delle istituzioni esigano che: “chi ha agito contro o al di fuori della legge venga privato non solo della libertà, ma anche della dignità. Che debba soffrire, patire”.
    Penare, appunto.
    Ho visto tanti detenuti che avevano un fine pena certo e, la maggior parte di questi, hanno scontato la loro condanna fino all’ultimo giorno dentro al carcere.
    Fra noi detenuti ci diciamo sempre che: “È il carcere che dovrebbe fare in modo che il processo di reinserimento abbia subito inizio al momento dell’arresto, i permessi premio non devono essere regali o ricompense, come vogliono farci pensare, ma solo una parte integrante del processo di reinserimento del detenuto. Senza permessi non può completarsi tutto il percorso di reinserimento del detenuto, cosa che spesso è sottovalutata dai tribunali di sorveglianza”.
    Va anche ricordato che così il carcere non si limita solo ad amputare gli aspetti sociali della vita dei detenuti, ma annulla completamente anche quelli più intimi: “gli affetti, i sentimenti, le relazioni, l’amore”. La tenerezza, appunto.
    E non bisogna dimenticare che la linea di confine tra il bene e il male è talmente sottile che chiunque può oltrepassarla.

    Angelo Meneghetti, ergastolano.

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