Non amo il calcio. Anzi, ad essere sincera quasi lo detesto. Tanto per cominciare perché mi ricorda le domeniche pomeriggio da piccola, quando prima di uscire tutti insieme bisognava aspettare che mio padre e gli zii terminassero di seguire le partite. E sorvolando sui tanti altri perché, ricordo con grande piacere la sera in cui un mio vecchio direttore (una serata davanti a un televisore ché qualcuno del gruppo non poteva rinunciare ad assistere a non ricordo più quale fondamentale partita) sussurrò: “l’Italia non diventerà mai un paese civile finché il suo sport nazionale non sarà il cricket”. Ne esultai.
Ma nella vita, non si sa mai… e già qualche anno fa ero stata catturata da quella sorta di partita lunga una vita che è il primo libro di Carlo Miccio, “La trappola del fuorigioco”, che tutta la realtà decifra attraverso il gioco del calcio (ne scrissi a suo tempo https://www.remocontro.it/2017/06/11/comunismo-johan-cruyff-la-trappola-del-fuorigioco/ https://www.laltrariva.net/una-partita-lungauna-vita/).
Quindi, già ben disposta mi sono messa a leggere l’ultimo suo libro, “Il Sutra del pallone di cuoio”. Per niente scoraggiata dall’inquietante definizione del sottotitolo, “affabulazione sentimentale intorno a novanta partite, sessanta libri e altre piccole cose senza importanza”. Inquietante per me per via delle novanta partite…
E ora che sono arrivata all’ultima pagina… bello! sì, mi sono detta. Un libro che consiglierei a chi il calcio lo ama, ma anche a chi lo detesta. Anzi soprattutto a questi ultimi. Perché, anche se questa volta non di romanzo si tratta, è sempre della vita che Miccio parla, della sua, intanto, di irriducibile tifoso, che ci accompagna a scovare quella rintanata, per lui e per tutti noi, nelle “altre piccole cose senza importanza”. E persino io, che ripeto il calcio calciato detesto, mi sono da subito incuriosita persino alle cronache delle novanta partite annunciate, per me una minaccia, nel sottotitolo.
Sarà questione di penna. Che non è solo dato formale. Che ogni parola, ogni frase, svela un intero mondo che c’è dietro. E qui sono parole sommesse, anche ironiche a volte, mai superficiali o urlate. Neanche davanti al più esaltante dei gol... E qui mi ritrovo pienamente. Per capirci… una sola volta in vita mia ho seguito con attenzione, e alla fine anche con una certa passione, una partita di calcio alla tv. Per la prima volta mi sono accorta di sentire con piacere l’onda della folla sugli spalti che accompagnava da un lato all’altro del campo la palla e il gioco tutt’intorno… e mi sono sorpresa parteciparvi, seguire il gioco minuto per minuto, fino alla fine. Fino a quando una voce annunciava: ci scusiamo con i telespettatori per l’assenza del telecronista, a causa di uno sciopero dei giornalisti.
Svelato il mistero. Senza offesa per nessuno, ho realizzato intanto che mi hanno sempre infastidita le telecronache, urlanti, sovrapposte, con linguaggio da adepti… mentre mi sono sempre portata nel cuore l’unica partita (ma forse era un allenamento?) vista da piccola, dagli spalti di un campo di provincia, insieme a mio padre, che il gioco in campo, insieme a tanto altro, mi sussurrava…
Ecco, il linguaggio, il tono. La capacità di accompagnare. In ciò che c’è di bello, e in ciò che di meno bello c’è nel gioco del calcio… partendo dai riti della pura passione sportiva, arrivando alla società dello spettacolo e del consumo, alla “gabbia di dolore capitalista che regna sovrana nell’universo, e di cui il calcio è un’estensione…”. Un racconto, quello di Miccio, che attraversa la storia dei nostri anni, con uno sguardo attento anche alle implicazioni geopolitiche di gol fatti o mancati… per ricordarci come “il calcio può essere usato anche come veicolo di prestigio politico, sia da parte di dittature, come quelle di Ceausescu, Mussolini e Videla, che da parte di singoli attori della politica parlamentare – Berlusconi …”.
Un racconto, ancora, che si intreccia con l’eco di un’infinità di testi sul calcio (e con i loro autori), e ognuno ti viene la voglia di andare a leggere (o rileggere).
Da Pasolini che “il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo”, passando per Desmond Morris che “è nell’avere un nemico, e non nel controllo di un pallone, che per molti risiede l’essenza del gioco, perché attraverso il nemico comune individuiamo la nostra tribù…”…per arrivare a Camus. E lascio a voi scoprire gli altri.
Insomma, sono tanti i livelli di lettura de “Il Sutra del pallone di cuoio”. Di mezzo c’è anche l’amore, e non solo quello per il pallone.
Quattro i Sutra, le Nobili Verità che guidano il libro. Tutte girano intorno al dolore. E qui non posso non citare ancora Camus, che in una mirabile pagina diventa Angelo sceso in terra a spiegare all’autore, un Carlo turbato e “impermanente”, che… “L’innocenza perduta devi cercare, mon ami. Perché sarà lei a condurti sulla strada della cessazione del dolore…”.
Tutto alla fine è ricerca del modo migliore di agire nelle relazioni fra le persone.
Come? La conclusione cui Miccio arriva: “Evitare le parole inutili è la norma che più di tutte dovrebbe orientare una condotta mirata alla gestione del cambiamento nelle relazioni”.
Cominciare dunque con l’evitare le parole inutili. E chissà che non si riesca a liberarci di tanto chiacchiericcio frastornante che abbiamo intorno.
Carlo Miccio “Il Sutra del pallone di cuoio”, ed Rogas