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    La mia avventura con Marcello Baraghini e Stampa Alternativa

    Per quanto mi riguarda tutto è cominciato quando, per il mio (secondo) matrimonio, una quindicina e più di anni fa, decisi che volevo delle bomboniere, e le volevo che fossero qualcosa di me. E cosa di meglio che distribuire confetti e libretti-Millelire. Dei tanti che avevo letto, avrei voluto l’Alcesti, nella traduzione nel nostro tempo di Amedeo Alliata, che ancora porto nel cuore. Ma il Millelire dell’Alcesti era esaurito, e ripiegai sulla storica Lettera sulla felicità. Che ci stava bene lo stesso.
    E fui tanto contenta del risultato, confetti di felicità … che quando, poco dopo, mi trovai a dover iniziare la ricerca di un editore per un libro che avevo appena finito di scrivere, pensai a loro, quelli di Stampa Alternativa, pensai a lui, al mitico Marcello Baraghini. E… perché non osare?
    Osai, e quasi subito non ci pensai più. Ma dopo pochi giorni, stavo naturalmente già per rivolgermi anche ad altri perché figuriamoci se…, mi arrivò una telefonata che ancora oggi mi emoziona: “E’ scritto con il sangue”, la voce di Marcello in persona, entusiasta come quando, ho imparato poi a conoscerlo, incontra un testo che davvero davvero tocca qualcosa delle sue corde. Io toccai il cielo con un dito.
    Facile, penserete, pensarne bene. Meno facile, dubitereste, se vi racconto che la mia ammirazione per Marcello e la mia fiducia in lui toccarono l’apice (e mai più ne sono discese, da quel vertice) quando, poco dopo, gli proposi un testo-romanzo, intorno al quale stavo girando da una decina d’anni e pensavo dovesse condensare tutto il mio pensiero e quel che di più importante ritenevo di aver capito della vita. Anni di scrittura e riscritture, rifacimenti e correzioni… che non ne potevo più. Glieli affidai. La risposta fu quasi immediata (Marcello legge sempre tutto e subito) e impietosa: “Buttalo, cassalo, impilalo nel cemento!”
    Ci credereste? Deglutii per un attimo, ma non me la presi affatto, seguii il suo consiglio e fu una liberazione.
    Molto da allora ho da lui imparato. Molto ragionando sulla scrittura necessaria, se necessaria, su cosa fosse, e in quali vene scorresse davvero, quel sangue letterario di cui Baraghini parlava, e che tanto sempre ancora lo entusiasma.
    Io ne ho trovato, e non poco, di sangue letterario, nelle parole di cattivissime persone, gli ergastolani che ho iniziato dopo poco a frequentare. Chi è in carcere, ho imparato, non scrive tanto per passare il tempo, anzi. Contrariamente a quanto si possa pensare, non ha affatto tempo da perdere. Gli ergastolani, poi… Le loro parole sono sempre parole di verità. E sono parole di sangue. Che un editore all’incontrario non poteva che riconoscere e accogliere.
    “Io voglio che il mio lettore riesca a camminare con i miei piedi, con le mie gambe, che respiri come respiro io, possibilmente che mentre legge riesca a pensare come penso io, e questo può accadere solo leggendo un racconto senza aggiustamenti, seguendo certe regole che lo renderebbero simile a quello e a quell’altro, e alla fine uno gusterebbe qualcosa senza sentirne il gusto, il sapore, se non quello dell’artificiale. Non me ne vogliano i veri scrittori…”.
    Questa sorta di manifesto letterario è di Mario Trudu, persona morta in carcere dopo quarant’anni di prigione, e di cui Marcello Baraghini ha pubblicato più di un lavoro. Un incontro a distanza, quello fra Mario e Marcello, che molto dice sui sentieri lungo i quali camminano le sue scelte editoriali.
    Perché si scrive? Per rompere prigioni… Così l’editore all’incontrario ha dato il suo bel contributo a rompere prigioni. Che non sono solo quelle feroci dell’insensatezza del nostro sistema carcerario, ma anche quelle dell’ipocrisia, dell’indifferenza, dell’ignoranza, del presunto essere “giusti” che è di tutti noi.
    E così di Marcello, e della sua bella redazione, sono diventata, come dice, “complice”.
    Ancora ogni tanto gli chiedo perché non ristampa quella benedetta Alcesti. La storia di donna che offre la vita per il marito e per quel sacro dovere dell’ospitalità in cui il marito crede, e con cui ritornano messaggi di Euripide quanto mai urgenti ancora oggi: “che la donna non è oggetto e che lo straniero è nostro fratello”. Il libretto è sì, scaricabile in rete, come tutti i lavori di un editore che sempre si ostina a fare della cultura un servizio libero per tutti, e non fonte di profitti.
    Ma io che appartengo al secolo scorso, caro Marcello, ancora aspetto copia di quel librettino che tanto profuma di buona carta…

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