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    La verità, vi prego, sull’amore…

    San Valentino… difficile festeggiare, guardando le foto delle ultime vittime di quell’assurda “passione” omicida che continua a uccidere. Già otto vittime in un pugno di settimane, questo nuovo anno. E certo che non è amore, ma dall’illusione di un amore malato anche questo nasce.
    Difficile parlarne, in ogni caso, con la levità delle carte per cioccolatini, conoscendo di passioni e delusioni e gioie e mestizie e tragedie che la vita di tutti attraversano.
    Ma l’amore cos’è?

    Da tempo m’interrogo. Facendo mie le considerazioni e una domanda, tante domande che sono una supplica, accorata, stravagante, martellante… che dà il titolo a una raccolta di poesie di Auden. “La verità, vi prego, sull’amore”.
    Dunque, W.H. Auden: “I manuali di storia ce ne parlano/ in qualche noticina misteriosa,/ ma è un argomento assai comune / a bordo delle navi da crociera; / ho trovato che vi si accenna nelle / cronache dei suicidi, / e l’ho visto persino scribacchiato / sul retro degli orari ferroviari. // Ha il latrato di un alsaziano a dieta, / o il bum-bum di una banda militare? / Si può farne una buona imitazione / su una sega o uno Steinway da concerto? / Quando canta alle feste, è un finimondo? / Apprezzerà soltanto roba classica? / Smetterà se si vuole un pò di pace? / La verità, vi prego, sull’amore”.
    E allora, alla ricerca della verità, ho appuntato risposte che nel tempo ho incontrato.
    La prima è arrivata dalla natura. Che volete, è stato istintivo allontanare lo sguardo da noi, cercare di distrarsi da tanta poca pace, da tanto tormento che sembra proprio degli uomini, e pensare alla bellezza degli animali in amore…
    Così la verità sull’amore un giorno l’ho vista nella danza sull’acqua dei cigni, nella ruota vanitosa di un pavone, nell’avvitarsi di una coppia di delfini nell’acqua, nell’obliquo afferrarsi di chele di granchio, in un bacio di seppie, nel passo a due di fenicotteri rosa, nel placido ruggito del leone, nei richiami affidati al vento, in vortici di colori e ventagli di piume, in preghiere di morte che preparano nuova vita… e poi…e poi… in tutti i gesti della vita, che nasce sulla terra, e dalla terra, e dall’acqua e dal cielo. Vedere, per credere, uno splendido documentario, Animals in love…
    La seconda verità l’ho vista nella meraviglia di un fiore di cactus. Fiore che vive una sola notte. Miracolo che mai più, sul mio balcone, si è ripetuto…
    Ma c’è una terza verità che ho pensato potesse essere un tronco d’albero d’ulivo, grosso come una colonna e ricco di fronde. E s’immagina enorme, l’albero, per poterne troncare la chioma e squadrarne il fusto, e porvi sopra il letto, ornato d’oro e d’argento e d’avorio. Intorno al quale murare la stanza, con fitte pietre e robuste porte. Per talamo nuziale d’eroe. Che pure, partito per la guerra, e tornato dopo vent’anni, dopo un pugno di notti ancora una volta, e per sempre, ne fugge… preferendo, ancora una volta, “seguir virtute e canoscenza”.
    No, no…
    Allora meglio, giocando in un sussulto di leggerezza, le pagine di una vecchia raccolta di Topolino. Una deliziosa parodia dell’incontro di Nausicaa e Ulisse. E del loro addio. Dove papera-Nausicaa, rassegnata alla partenza del suo Papero-Ulisse, lo saluta, chiedendo fra le lacrime di non dimenticare, con il suo amore, la sua isola, il suo sole, il suo mare… di portare con sé il ricordo del suo popolo, della calda accoglienza ricevuta… “E soprattutto” conclude fissando negli occhi il suo Ulisse ora sì davvero sgomento, “ricordati di pagare il conto di tutto quello che ti sei sbafato!”. Sarà anche questa una verità sull’amore?
    Ma un giorno (i miei appunti risalgono all’agosto del 2008) nella ricerca della verità sull’amore trovo la foto di una donna buttata in terra. Chiusa nella cella di sicurezza del comando della polizia municipale di Parma. Non se ne vede il viso, con la testa schiacciata nell’angolo sul pavimento. Ha le braccia torte abbandonate sotto la parete. Indosso solo una canottiera rossa. E macchie di polvere sulle lunghe gambe, da gazzella abbattuta da bracconiere. Perché nigeriana, perché prostituta, perché pericolosissima. Colpevole, ogni giorno, di essere l’oggetto del gioco degli esuberanti maschi nostrani. Colpevole, e questo è davvero imperdonabile, di non essere ancora morta ammazzata, uccisa magari da uno qualsiasi dei presunti perbenissimi acquirenti di corpi che girano a piede libero.
    Via via…
    La verità, vi prego, sull’amore…
    Ecco. Aprendo le pagine di un libro che dal titolo sembrerebbe non entrarci nulla: “Il mostro marino”, di Gerhart Hauptmann, a pagina 35: “Il cambiamento del mio carattere doveva essere avvenuto in precedenza, ed era stato causato da un amore totalizzante, che non lasciava spazio a nient’altro. Tutti i mille disparati desideri della mia natura si erano come dissolti nella passione che provavo per la mia amante. Se lei non era mia, la vita non era più vita; se lei era mia, tutti gli altri beni perdevano il loro valore…”. Sarà questa la verità sull’amore? Scoprire, con l’allucinato protagonista del racconto, che l’essere amato non è cosa umana, ma stregato essere marino, o Chimaera, e con lei (o con lui) per sempre dannarsi. Forse.
    Tornando a noi umani, altro tratto di verità, chissà, nelle parole di un “grande” che tanto e in tanti modi ha amato. “Stupisco nel vedere formarsi di nuovo, nonostante un abbandono che tanto eguaglia quello della morte, un’umiltà che supera quella della sconfitta e della preghiera, quel complesso di dinieghi, di responsabilità, di promesse: povere confessioni, fragili menzogne, compromessi appassionati tra i nostri piaceri e quelli dell’altro, legami che sembra impossibile infrangere e che pure si sciolgono così rapidamente”. Stupori di Adriano, che Marguerite Yourcenar ha svelato per noi.
    E frugando più avanti: “… ma, al mattino, per caso mi avvenne di toccare un viso gelato di lacrime. Chiesi ad Antinoo con impazienza la ragione di quel pianto; rispose umilmente, scusandosi di essere stanco. Accettai quella menzogna. Mi riaddormentai. La sua vera agonia si svolse quella notte, in quel nostro letto, e al mio fianco…”. Morsi di vigliaccheria… Sarà anche questa, la verità, sull’amore?
    E ritorna una poesia. “May, sono infelice / Freddie, sono infelice / Oh, voi tutti, tutti voi casuali, in ritardo, / quante volte avete pensato di pensare a me, / senza che lo faceste, / oh, quanto poco io fui in ciò che siete, quanto poco, / quanto poco…”. Un morso di poesia, di Alvaro de Campos, di Fernando Pessoa. La verità, forse, quella affidata al più segreto, al più amato, al più feroce, di uno degli altri sé.
    La mia ricerca, che dalla poesia parte, sui versi di un poeta dunque si ferma. Versi che soppiantano ogni cosa. E il perché me l’ha spiegato Vincenzo Consolo, che… essendo caduta la fiducia nella comunicazione “non rimane che la ritrazione, non rimane che l’urlo o il pianto, o l’unica forza oppositiva, alla dura e sorda notte, la forza della poesia, della tragedia” (da Fuga dall’Etna).
    Dunque… L’ammore ched’è? Ancora non so. Ma oggi, lasciatevi cullare da questi versi. La dolcezza della poesia di Eduardo de Filippo, qui col contrappunto del doloroso stupore della voce di Monica Vitti… https://www.youtube.com/watch?v=lewDWp6Ziqk.
    E, in ogni modo, buon san Valentino a tutti.



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