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    Openresonance

    “E qui in questo libro, gli ultimi lavori. Nascono dall’accostamento di linee e colori, dall’intreccio di nastri e tagli, dal mettere e toglie, seguendo il caso e adattandomi al divenire stesso dell’opera, o sotto dettatura di processi inconsci…”
    Così si presenta e presenta il suo lavoro, fra l’altro, Eugenio Azzola, nel libro-catalogo Openresonance…
    Ed è stata per me una grande sorpresa, ché Azzola l’avevo conosciuto grazie a un prezioso libro nato dalla sua esperienza, durante il servizio civile, nell’ex Ospedale psichiatrico di Trieste, “La quinta felicità” (ne ho più di una volta parlato https://www.laltrariva.net/la-quinta-felicita-2/). Dieci mesi, scrive ricordando, che sono diventati sei anni, “in questo ambiente dolorosamente reale ma allo stesso tempo fantastico e gioioso, in cui ci si trova e ci si perde, senza fine”. Eugenio Azzola e la tenerezza dei suoi “matti”… E di quegli anni non poco deve essergli rimasto nell’animo se all’inizio del catalogo la citazione di Jack Kerouac a quel mondo rimanda: “Le uniche persone per me sono i matti, quelli che sono matti nel vivere, matti nel parlare, matti da essere salvati, desiderosi di tutto allo stesso tempo, quelli che non sbadigliano mai o dicono un luogo comune, ma bruciano, bruciano, bruciano come favolosi bengala gialli esplodendo come ragni da una parte e dall’altra delle stelle e nel mezzo vedi il centro di luce blu che scoppia e tutti fanno “Oooh!”.
    Scopro ora di Eugenio Azzola l’arte. Leggo, anche, del suo essere musicista, chitarrista… e tutto in queste immagini sento fondersi… in linee come pentagrammi dove risuonano voci che sono geometrie di campi, che sono profili di città, che sono pensieri, che sono pioggia, o recinti, o sono ombre o luci o colori…
    Ancora parlando di questi suoi lavori, Azzola, pensando che “mi possano liberare da ogni apparato concettuale, e sono il luogo dove il senso, per quanto possibile, non dovrebbe rimanere invischiato”, si chiede e ci chiede cosa siano allora: paesaggi dalle emozioni sottili? Ritratti di momenti rimacinati nel perenne divenire della vita? Quali risposte…
    Non sono critico o teorico di questioni d’arte, ma penso che mettersi davanti a un quadro sia un po’ come leggere una poesia, che la si ascolta e la si riconosce. Così, davanti a un’opera, bisogna guardarla lasciando che risuoni in noi, e in ciascuno soffi parole…
    Ancora sfogliando e risfogliando le pagine di questo Openresonance, riconosco griglie di paesaggi urbani, e dita di preghiere ostinate nella nebbia, e degli uni e delle altre sussurri come arpeggi…

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