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    Scimmie di mare

    Alberto Gozzi è drammaturgo e regista. Ha fatto parte del Gruppo 63. Ha lavorato con Carlo Quartucci, con diverse compagnie sperimentali degli anni 70 e con teatri pubblici. Ha diviso il suo lavoro tra il teatro e sceneggiature radiofoniche e televisive. Arriva un suo sorprendente, spiazzante, romanzo. Scimmie di mare (ed. Transeuropa). Ecco, nel racconto di Daniela Morandini:

    “E’ questa la storia senza trama di un futuro drammaturgo che vuole formare una compagnia. Ci vorrebbero le scimmie di mare, le artemie saline che un inventore burlone pensò di vendere per posta. Sarebbe bastato sciogliere le uova nell’acqua per dare vita a crostacei piccoli piccoli, o magari a sirene o a tritoni. Il drammaturgo bambino avrebbe comprato quella polverina magica, avrebbe visto nascere le sue attrici e le avrebbe plasmate sul palcoscenico. Prima, però, avrebbe dovuto intervenire in modo cruento, per via delle pinne…
    Che ruolo può sostenere un’attrice con la schiena pinnata come un pesce ragno?
    Chissà se andrà in scena…
    Illustri intrusioni mettono in guardia ad ogni capitolo:
    Naturalmente, i drammaturghi vanno messi nella valigia dei calzini” avverte Claus Peymann, direttore del Berliner Ensemble.
    Ma anche i piccoli drammaturghi crescono e il protagonista ragiona con Anceschi, il professore che portò in Italia la filosofia della Scuola di Francoforte. Parla di sperimentazione e di fenomenologia. Sembra viaggiare su un Camion che carica e scarica storie, materiali di scena, musica. Potrebbe entrare anche in Casa Mozart, dove al genio austriaco è proibito parlare. Aggredisce Ibsen, Lautréamont, Cyrano de Bergerac, Céline. Ma come inquadrarlo? Tra Leo e Perla…Ricci…Vasilicò…? Nella galassia dell’avanguardia, il giovane drammaturgo si sente estraneo come una lavatrice.
    Essere d’avanguardia è conoscere ciò che è morto; essere di retroguardia è amarlo ancora, pontifica Roland Barthes.
    Il giovane drammaturgo incontra la Storia, scesa a Bologna dal Piccolo di Milano. Osserva la Poesia che, nei circoli dei poeti, cerca di resistere, punta le zampe in avanti e conficca gli unghioni nel tappeto. Scorge la Madonna di San Luca che sfila in processione solo per senso del dovere. Ma anche questo è teatro, forse… Come probabilmente lo é l’Azienda dove il drammaturgo diventato grande si aggira tra la radio e i funzionari. Uno aveva cenato con Ronconi, un altro aveva sposato una Miss Italia…
    A volte il protagonista sembra sovrapporsi al suo autore, come per la messa a fuoco di macchine fotografiche che non esistono più. Ma questa non è una biografia, né una storia vera, non c’è trama e non ci sono porte tra realtà e finzione. E’ un romanzo, lo recita anche la copertina…
    Come in una wunderkammer senza meraviglie, “Le scimmie di mare” incontra attori, impresari, dirigenti di partito, figure marginali uscite di scena senza mai esserci entrate. Attraversa teatri stabili e cantine; scopre citazioni nascoste sotto le righe. Ma, per andare avanti, il drammaturgo ormai maturo dovrà tornare là-bas, laggiù, nel museo delle identità teatrali dimenticate. Il lettore faccia come crede, se vuole lo segua, altrimenti se ne può andare. Ma può?… Non e’ semplice divincolarsi. Il libro diventa sempre più una macchina di parole e di gesti. L’impianto rigoroso è quasi una trappola per accerchiare il lettore (spettatore? Complice? Controparte?). L’autore gli chiede di intervenire, anche se si era ripromesso di non farlo (mentiva?). Gli spiega che il narratore può fare qualcosa solo fino a un certo punto; anche qui, come nella vita, le cose accadono quando devono o possono accadere.
    E il pubblico non può che seguirlo, anche se è meglio non fidarsi.
    Il racconto non è come il teatro, non muore ogni sera sul palcoscenico. Il racconto, afferma Gozzi “lavora come una grande rete per la pesca a strascico gettata sui fondali della memoria, abissali o di pochi metri e draga tutto ciò che trova, i cefali plebei mischiati ai pregiati pagelli, alle vongole, alle bottiglie rotte, un po’ di tutto, quindi anche molti pesci velenosi”.
    E quelli avrebbe proprio voluto evitarli…
    Non si sa mai bene il libro che si sta scrivendo, ammonisce Philippe Forest, che si interroga sulla possibilità del romanzo di esistere ancora.
    “Quando un racconto finisce in un cul de sac , insiste l’autore,- ci si aspetta che il narratore risolva la situazione con un’ invenzione ingegnosa. Questo non sempre è possibile per svariate e a volte buone ragioni”.
    Non c’è via d’uscita e il drammaturgo si sta per congedare. Come salvarsi? Buttandosi nell’ asfittica rigenerazione del Nuovo? Sopportando le battute di un Felino? Reinventando le scimmie di mare che ancora si trovano in rete? E chi sono e chi erano veramente quelle creature?
    A questo punto è Diderot a interloquire:
    Da dove venivano? Dal posto più vicino. Dove andavano? Sappiamo forse dove stiamo andando?

    Daniela Morandini

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