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    Spiragli

    E c’è un carcere a Milano, Bollate, che ha un progetto. Il recupero dell’identità di chi è recluso, offrendo, ad esempio, opportunità di lavoro e di formazione, che permettano, davvero, il rientro nella società. Un progetto nato dieci anni fa. Oggi Bollate ha una recidiva del 16 per cento. La media nazionale è del 70 per cento. A Bollate, dove al primo posto c’è la dignità. Lucia Castellano ne è il direttore. Questo, in qualche modo, il suo manifesto.

    “Al primo posto c’è la dignità. Perché Bollate è un carcere diverso dagli altri? Quando io ho cominciato a fare questo mestiere, pensavo che il mio lavoro era bello perché, nonostante sia bruttissimo tenere la gente chiusa dentro, io potevo farlo in un paese, l’Italia, che ha un apparato normativo che ci consente di concepire il carcere come un posto sì penoso, terribile, però comunque pieno di garanzie e di diritti. Perché la pena é data in qualche modo dal muro di cinta, e il fatto di non poterlo varcare è già una pena tremenda. Credo che, dopo la pena di morte, la pena più terribile sia la privazione della libertà. Ho cercato perciò di “costruire” un carcere che fosse conforme a questo principio: che all’interno di questa città ci deve essere la possibilità di vivere come se si fosse in una normale cittadina, da cui però è vietato uscire. Ora questa sembra una banalità, però io ho cominciato a immaginare un posto dove non ci fosse nessuna sofferenza aggiuntiva. Tanto per cominciare la persona detenuta a Bollate viene trattata come una persona a cui noi dobbiamo rendere un servizio, come un malato all’ospedale, o come qualunque altro cittadino che ha a che fare con l’istituzione pubblica.

    Mentre di solito in carcere c’è un potere assoluto esercitato sulla persona, non c’è una logica di servizio, c’è una logica di potere , quindi “tu sei debole perché sei dentro, io sono forte perché sono dall’altra arte delle sbarre”. Ma l’Ordinamento penitenziario  dice tutt’altro: chiama per esempio le celle “locali di pernottamento”, intendendo dire che ci si dorme e però si vive da un’altra parte, mentre invece nelle carceri oggi spesso si dorme e si vive nello stesso posto, venti ore su ventiquattro in cella. Il legislatore è anche attento a dire che l’amministrazione deve “migliorare, rafforzare e rinsaldare i legami famigliari dei detenuti con le loro famiglie”. Significa che i detenuti dovrebbero uscire dal carcere addirittura con dei legami familiari più forti di quelli con cui sono entrati, e come si può fare tutto ciò con sei ore di colloqui al mese, e con 4 telefonate da 10 minuti?

    Noi cerchiamo di allargare al massimo queste possibilità non perché siamo buoni, ma perché ci rendiamo conto che quello che ci chiede di fare lo Stato é costruire una città dove le persone possano mantenere il proprio ruolo e la propria dignità di cittadini, anche se privati della libertà personale. Com’é possibile infatti  tentare dei percorsi di rieducazione, togliendo a un detenuto qualunque possibilità di decisione? Come faccio a educare una persona, se quella persona non può decidere neanche se si vuole fare una doccia alle dieci di mattina e non alle otto? Come faccio io a testare le capacità di una persona di aderire alle regole, se poi le regole gliele impongo io e le muovo io? Secondo me non esiste educazione senza capacità di scegliere, e il carcere oggi non consente questa possibilità.

    Noi proviamo a immaginare di riconoscere alla persona detenuta un livello di libertà compatibile con il fatto che quella persona la libertà vera l’ha persa, e proviamo a reimpostare tutto da questa base: questo è Bollate, nel senso che le stanze si aprono alla mattina alle otto e si chiudono alle otto della sera, i cancelli tra un piano e l’altro del reparto sono aperti, per cui si può girare liberamente tutto il reparto. Quindi i detenuti alle otto timbrano il cartellino, se lavorano in un’azienda all’interno del carcere alle dodici finiscono, vanno in cella a mangiare, alle due hanno la scuola fino alle cinque, quindi il carcere è un posto dove tu detenuto impari, ma anche noi, anche il personale, impariamo che comunque c’è una responsabilità, ci sono i diritti e ci sono i doveri.

    Lucia Castellano, direttrice della casa di reclusione di Bollate

    ndr: a Bollate c’è anche un serra, curata da un gruppo di detenuti. Quest’anno una merla ha ritenuto fosse il luogo migliore dove far nascere i suoi figli. E ha deposto le uova in un vaso…

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