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    Storia di Maria…

    Storia di Maria, che da due giorni non vive più. Nel ricordo, triste e dolorante, di Gabriella La Rovere.

    Pavane for a dead princess è uno splendido brano composto da Maurice Ravel nel 1899. Da quando ero piccola, l’ho sempre associato ad uno stato malinconico e mi è capitato spesso di ascoltarlo seduta sul pavimento con le braccia a circondare le gambe. E’ la prima cosa che mi è venuta in mente quando ho saputo della morte di Maria. Una principessa, è vero! Ognuno di noi lo è, se con questo termine intendiamo affermare il diritto ad essere trattati con dignità, ad essere rispettati in quanto esseri umani! Sembra strano che nel terzo millennio, dopo una serie di battaglie ideologiche e sociali che hanno portato a un’umanizzazione degli ospedali psichiatrici, si debba ancora scoprire che per alcuni medici niente è cambiato. Sistemi di contenzione, abbandono del malato, terapie sconsiderate al solo scopo di mantenere buono il paziente, così non rompe le scatole; invece, seppur con ritardo mentale, il malato comunica il suo disagio, il dolore, la paura, la solitudine, la disperazione. Maria non ce l’ha fatta nonostante per 18 giorni sia stata circondata dall’amore e dal rispetto di tutti noi, anche di quelli che la società confina all’ultimo gradino: le persone con disabilità, quelle che un ministro della nostra Repubblica ha considerato come spesa improduttiva, zavorra sociale. Ieri ho avuto la fortuna di assistere a un esempio di vera com-passione. Mentre Maria veniva rimboccata per la cena, attorno a lei altri ragazzi con disabilità cantavano delle canzoni per rallegrarla e stimolarla a mangiare. Era tranquilla, ma il viso troppo scarno e i suoi occhi vuoti. Ascoltava, ma era sfinita, triste. Tra due settimane sarebbe finito questo paradiso. E dopo? Chissà…Forse sarebbe potuta tornare da dove era venuta, cioè dall’inferno. Maria lo sapeva, lo sentiva e non ha voluto più vivere. Il suo cuore ha smesso di battere subito dopo la cena festosa con Roberta, Marzio, Benedetta. Resta una grande tristezza per non essere riusciti a riportarla alla vita, a salvarla dall’indifferenza di chi si definisce normale. (…)

    Storia di Maria. Arrivata al Centro Speranza di Perugia il 1° maggio mandata dalla asl dopo che due anni prima la stessa asl l’aveva allontanata dalla famiglia per sbatterla in un ospedale psichiatrico del Nord. Maria ha passato due anni d’inferno. Nessuno si è preso l’ardire di capire e di comunicare con lei, che lo faceva con i mezzi a sua disposizione; è stata legata, sedata con dosi massicce di farmaci fino a renderla un vegetale… magrissima, senza più muscoli, sporca, con una pelle grigia, capelli come lana. Non mangiava, le funzioni fisiologiche ridotte al minimo. Agli educatori e volontari del Centro Speranza è stato chiesto di fare un miracolo, però entro il mese di maggio perchè poi non si sapeva che fine avrebbe fatto. Che vergogna!

    Per 18 giorni, al Centro Speranza, Maria è stata circondata solo d’amore. Educatori e volontari si sono alternati a gruppi di due, mattina e sera, sempre con il sorriso. Accanto a loro tutti i ragazzi del Centro, fino a vedere quella bellissima scena che ho descritto, due ore prima che Maria decidesse che era stanca e che fosse tempo di andarsene senza opporre nessuna resistenza. Non voleva più vivere. Mi sono commossa nel vedere mia figlia, Marzio e Roberta che con grande affetto le cantavano delle canzoni per rallegrarla.

    Non riesco ad accettare che sia stata persa una vita che aveva un suo significato e senso.

    Gabriella La Rovere

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