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    Terremoti

    Ascoltando di ricostruzioni e new town. Di città nuove da far nascere un pò più in là. E chissà se con le spalle rivolte al luogo del passato. Vengono in mente le immagini di Gibellina. Il ricordo di Gibellina antica. E la bianca colata di cemento, che pare gesso, che pare un sudario, che pietrifica nel perimetro del paese che fu, il tracciato delle sue strette strade. Un’idea di Burri, che in paese qualcuno, con ironia, con simpatia chissà… ho sentito chiamava “burrata”. Ma stringeva il cuore vedere uomini e donne, che al lontano terremoto del 1968 erano sopravvissuti, aggirarsi fra quelle stradine. Sussurrando, qualcuno, ai bambini, di quello che c’era una volta e adesso quasi leggevano attraverso la trama di quel velo di gesso,…qui era la casa di uno, là s’affacciava la finestra dell’altro… Ma forse ancora più surreale mi apparvero le immagini di quegli uomini, di quelle donne, dei vecchi, seduti sulle panchine del paese ricostruito, qualche decina di chilometri più in là, nella piana. Nelle piazzette sfarinate dal sole. A fissare le geometrie squadrate delle case, le superfici specchiate di alcuni palazzi, i segni arditi delle opere che altri artisti contemporanei avevano donato a quel nuovo paese… così lontano dal paese del loro ricordo. E ancora di più stringeva il cuore, a verderli, silenziosi, quasi persi, definitivamente spaesati…

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