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    Un racconto… – 9

    La mattina seguente ci siamo ritrovati, tutti ancora carichi di emozione, intorno al tavolo della colazione.

    Boh ancora pesto, Jimmy decisamente esaltato, l’Assassino gonfio d’orgoglio, Geraldine affettuosa e premurosa con tutti. Ma non sono riuscito a lasciar vivere loro neanche un giorno d’illusione. Non fa proprio parte del mio carattere. Eliminare Oscar era stato certo un risultato importante, inaspettato. Ma il mondo fuori della nostra scatola di cartone era affollato di Oscar. Eliminarli tutti? Una follia. Bisognava ipotizzare un diverso percorso, magari invertendo i termini del problema. Ricominciando a lavorare, perché no, sulla materia prima, insomma sulla carta e sulle parole. Partendo, ho cominciato a ipotizzare, dal materiale di carta e di parole che avevamo già a disposizione.

    Non sono riuscito a elaborare un pensiero appena più compiuto che Jimmy, ancora euforico, ha preso in mano la situazione guadagnando con un salto lo sgabello della scrivania…

    Ha cominciato a sfogliare i ritagli di giornale che vi avevo accumulato. A tratti si fermava aggrottando le ciglia cispose, per lanciarci sguardi increduli.

    Boh, in fiduciosa attesa, gli si era seduto di fronte; l’assassino si affilava distrattamente le unghie; Geraldine, appoggiata al bracciolo della mia poltrona, era tutto un sorriso.

    Poi Jimmy, con gesto da consumato frequentatore di tavoli verdi, ha sparso note e articoli sul piano della scrivania e ha proclamato: “Adesso mischiamo le carte!”

    Titoli e occhielli si sono aperti a ventaglio per ricomporre una nuova arcuata lead di frammenti.

    “Sacrifici o saremo quattro morti in autostrada. Il miracolo dell’inchiesta giallo trucco inganno- vendesi box in via pergolese – moto fa il pascià: un dc dentro il tritarifiuti e non c’è trucco dalla prima segue in quarta: seconda col mutuo casa. Su Max di luglio il mito del rock. Informazione pubblicitaria: quel rap è uno schifo. In regalo diete e segreti. Ancora una strage. Due in manette per. La tragedia d’Algeria. Signor giudice mi lasci morire. Mi ero presentatocome fisarmonicista; nella società granata. Ferisce il marito e poi si impicca. La luna? Perché non averne due. 9 ettari di idee grandiose. Il mistero della tartaruga gigante. 12 febbraio. Petronille tre mesi in incubatrice. Terremoto a los Alamos. Con un clamoroso viaggio lampo il presidente ha portato il sì degli alleati”

     

    Basta, basta. Ho fermato quel gioco il cui significato francamente mi sfuggiva. E adesso? Adesso che avevamo scompaginato frasi rubate al rito pubblico della trasmissione?

    “Propongo di continuare a infierire. Non mi sembra ancora spezzata la catena della necessità. Di questa tale presunta necessità”, l’assassino sembrava eccitato al gioco.

    “Sono d’accordo. Leggo ancora troppa gravità nelle parole. Cosa ha a che vedere con la profondità e il merito?”, Boh è stato subito il suo migliore alleato.

    “Basta con la sottomissione incondizionata alle regole. Quali regole poi?”  è intervenuto Boh.

    “Propongo di sezionare e scomporre ogni unità. Non ci sarà molto spargimento di sangue. Solo quanto basta. Dopo, solo dopo potremo ricompitare il mondo” ancora l’assassino.

    “…magari ricollegando ogni evento all’illusione e alla fantasia” ancora Boh.

    Avrebbero continuato all’infinito. Mi sono sentito in dovere di porre un freno a tanto entusiasmo, soprattutto a quello che avvertivo troppo violento dell’assassino, rilevando che era prematuro alimentare sogni di ricomposizione del mondo, come pure di una sua totale rilettura attraverso una modifica delle regole del linguaggio. Sogno che certo condividevo, ma che ritenevo lontano dall’attuazione. Per il momento sarebbe stato più prudente limitarsi a individuare i termini di un passaggio che avrebbe magari permesso il ritorno al più vero e umano rito della comunicazione: insomma individuavo il primo obiettivo nel tentativo di ridare alla comunicazione la sua intimità.

    Ho ricordato il mio sogno, il sogno del punto e virgola, nel patetico tentativo di convincere i miei ospiti del fatto che poteva essere un buon punto di partenza, certamente meno estremo di quello proposto dall’assassino.

    Jimmy rimaneva in silenzio.

    Continuava a osservare il labirinto di parole che aveva davanti; di tanto in tanto spostava elementi di frasi, sillabe, accenti e segnava qualche appunto. I suoi gesti erano molto precisi e al tempo stesso discreti, come sapesse di avere fra le mani un delicato meccanismo, fatto di rotelle di trasmissione, bilancieri di precisione, pause lunghe istanti. Perfetto orologiaio delle parole, sotto lo sguardo d’amore e d’ammirazione di Geraldine.

    Quando ha ritenuto, Jimmy ha zittito tutti.

    “Non vedo soluzioni immediate per sanare la frattura fra il mondo e le strutture del linguaggio. Propongo per il momento l’individuazione di una scrittura evocativa. Riallineare le parole per compitare realtà virtuali”.

    Dove l’assassino avrebbe potuto scegliere se riacquistare dignità con una ridefinizione del suo ruolo o guizzare fra ipotesi, accuse, alibi, scegliendo di volta in volta un volto, un’arma, un movente finalmente a sua assoluta discrezione; dove a Boh sarebbero stati permessi lunghi viaggi senza bisogno di addormentarsi sulle rotaie; dove Geraldine avrebbe avuto tutte le panchine e tutte le lune desiderate; dove io avrei potuto sistemare tutti i punti e virgola che avessi voluto, ricreando le giuste pause che non fossero l’ansia di una virgola o la fine decretata da un punto.

    Jimmy aveva esposto la sua teoria con tale gravità che nessuno ha osato dissentire. Neppure io.

    Ma da dove cominciare?

    Abbiamo trascorso l’intera giornata a tentare di definire nuove regole. Ma non è stata cosa semplice.

    Ogni tentativo è sembrato tradursi nella costruzione di nuove prigioni, di nuovi lacci, ancora di catene di necessità: pericolosissimo. Ci siamo resi contro di trovarci troppo spesso a rinnegare le stesse premesse dalle quali eravamo partiti. In più di un momento l’unica soluzione accettabile è sembrata essere la confusa sequenza di cartone nella quale mi sono ritrovato a vivere e dove adesso erano finiti miei amici.

    Abbiamo cercato di nascondere la delusione sorseggiando bicchieri dell’ottimo gin che ho riserva per le grandi occasioni. Jimmy ha acquistato a poco a poco un’aria meno severa; Geraldine, fino ad allora timida e sorridente, ha cominciato ad emettere sonore risate; l’assassino si è dilatato sulla parete in una macchia meno gialla e più estesa; Boh ha tentato di intonare canti della sua terra ma è riuscito a produrre solo fischi di treno.

    Finché ancora Jimmy ha avuto un guizzo.

    “Ma certo!”

    “L’impossibilità delle regole! Perché continuare a negarlo!?”

    E tutti ci siamo sentiti finalmente liberi dalle catene della menzogna che, mentendo un po’ a noi stessi, anche noi avevamo contribuito a costruire.

    Certo, innegabile l’aiuto dell’alcool. Eravamo tutti ubriachi, finalmente, definitivamente lontani dal mondo. Levitanti in un universo che gravitava intorno al nulla. Grazie al gin, lontani anche dall’ipotesi di realtà che avevamo in mente di costruire; o eravamo già nell’ipotesi di irrealtà costruita in un mondo di cartone. Per qualche ora è stata questa la nostra meravigliosa certezza. Sarebbe scomparsa la mattina seguente insieme ai fumi dell’alcool, ma perché negarsi l’illusione di essere padroni del nostro destino, grazie alla lucidità donata da qualche centilitro di distillato? La lucidità di chi è fuori da se stesso, dalle cose, dal mondo e può finalmente ritrovarsi padrone del tutto.

    Così abbiamo compiuto l’unico atto possibile.

    Boh ha raccolto un buon numero di parole, le ha versate in un bicchiere da cocktail, le ha coperte con un piattino, le ha shekerate e poi versate con gesto da consunto barista al centro del tavolo.

    Ognuno di noi le ha rilette secondo ordini improvvisati: vestali confuse guidate da regole d’ebbrezza, abbiamo computato verbi che la mattina seguente nessuno di noi avrebbe più distinto, composto sillogi afasiche, parole tronche, frasi sincopate, articoli mutilati. Non abbiamo cercato nuovi significati per le parole uscite dalle loro forme.

    E loro, le parole, tutte le parole non dette, tagliate, ignorate, sono comparse in trasparenza tra le righe accumulate negli anni; hanno preso corpo spessore e forza e sono venute a galla sulle superfici delle copertine di riviste e giornali; si sono accomodate fra gli spazi rimasti vuoti delle pareti; si sono gonfiate fino a lacerare tutte le regole che non riconoscevano più; sono diventate tappeto di graffiti, rete di segni; sono andate in cucina e hanno danzato intorno al fuoco; sono rientrate dalla porta, invaso la stanza, affollato la scrivania; ognuna ha scelto un colore e se ne è rivestita; sono sfilate davanti a noi e hanno preteso ciascuna di essere pronunziata; sono diventate nuova realtà; hanno rioccupato tutti i nostri discorsi e ora stanno riscrivendo anche questa storia. ( 9- fine)

     

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