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    Una dannata suora…

    Forse aveva proprio ragione lui, l’ufficiale degli interrogatori, a chiamarla stizzito: “dannata suora!”.  Osservando il ritratto del suo viso mite, gli occhi rivolti all’obiettivo senza guardarlo, lo sguardo che rimanda ad un altrove al quale lei sembra sorridere con un appena accennato compiacimento. Come chi sa qual è la strada… Un viso cui il tempo non sembra aver tolto nulla della sfrontata, sorridente fermezza che faceva strillare al suo carceriere, esausto: “Via! in gabbia!” Sì, anche da giovane, è facile immaginarla, con quell’aria da “dannata suora”, e ancora, forse, aveva ragione lui, l’ufficiale  inquirente, che vedendola andare via, trasferita dopo la condanna nel carcere di Svaty Jan Pod Skalou (San Giovanni sotto la Roccia), le dice: “Sarà triste qui senza di lei.  Mi ero abituato a lei…” Jana. Il nome con il quale Antonie Hofmanova ha scelto di narrare la storia dei suoi anni di prigionia, nella Cecoslovacchia dell’era comunista... Antonie Hofmanová, Tonicka il suo carezzevole diminutivo, era un’infermiera e apparteneva all’Ordine Francescano Secolare, cattolica dissidente, e per la sua attività di proselitismo condannata a sei anni di prigione, che in questo libro vengono raccontati. Un piccolo tassello, forse, nella storia di un mondo dove gli anni ‘50, quando a neppure 30 anni Antonie Hofmanova venne arrestata, coincidono con la fase finale dello stalinismo, anni che videro l’irrigidimento burocratico e politico nei confronti dei paesi subalterni all’Unione Sovietica, dove in breve tempo venne ferocemente estirpato il relativo pluralismo dei partiti che pure si erano prima formati, ridimensionato e ridefinito il  ruolo delle organizzazione di massa, sociali e culturali, neutralizzate le istituzioni religiose. Ma questo “piccolo tassello” che è il diario di sei anni di vita della Hofmanova, apre a una riflessione davvero profonda, e quanto mai attuale, sul senso della prigionia e della libertà.

    Un racconto che è storia di prigioni, certo, nelle quali fin dalla prima pagina ci fa sentire chiusi dentro. Ricordandoci qual è la voce  del carcere: versi selvaggi che sono sferragliare di chiavi e chiavistelli e tonfi di grate.  L’unico rumore, a scandire il tempo nel tempo senza tempo delle prigioni di tutto il mondo e di tutti i tempi. Ed è rumore che, dalla prima pagina, già agghiaccia. Eppure, oltre la paura, il fetore e l’umido delle celle, il fraseggio rude e rozzo  degli interrogatori, gli abiti tristi, le inimmaginabili privazioni e l’orrore della vita primitiva a cui il carcere costringe, dove neppure è permesso leggere, questo libro ci regala, cogliendoci di sorpresa, un racconto di libertà. (…)

    Una testimonianza di fede, certo, ma anche e soprattutto, per chi fede  non ha, o ne ha di vacillante, un racconto sulla libertà dell’animo. A Jana, racconta l’autrice, piaceva l’isolamento. “L’aveva preso come un tipo particolare di vita monastica e apprezzava il silenzio religioso  perché la sua anima si purificava”. Ma l’esperienza del carcere, dirà poi, le ha permesso, mentre fuori predominavano terrore e assenza di libertà, di sperimentare qualcosa di bello e prezioso: la libertà interiore dell’individuo.

    C’è un bel libro di riflessione e riflessioni sulla reclusione, su ogni tipo di reclusione,  Il bosco di Bistorco ( edito anni fa da Sensibili alle foglie, autori Renato Curcio, Nicola Valentino e Stefano Petrelli), che parte dalla convinzione che la forza di vivere abbia bisogno della capacità del corpo di cavalcare nei territori degli stati modificati, e quindi si immagina il prigioniero come persona che, oltre che nel luogo di reclusione, abita anche posti dell’altrove dove il cuore lo porta. Fra l’altro vi si legge che nelle chiese e nei monasteri cristiani l’icona, posta sempre in alto, guida lo sguardo verso l’Altissimo. E’ una tecnica d’induzione di trance centrata sulla torsione in alto degli occhi. La preghiera contemplativa che così si effettua, si spiega, “consente ai mistici di evadere dalla prigione del corpo, dalla prigione del mondo entrando in comunione con Dio”…

     La comunione col Dio di Jana- Antonie, è comunione con l’anima del mondo, che riesce a fracassare le mura della prigione, per tornare a cavalcare dove il cuore la porta. Questa “dannata donnetta”, pure nello spazio angusto di una cella, costruisce una mappa di percorsi così ampia da ricomporre geografie di vita. E non sono solo percorsi interiori fatti di preghiere, ma anche momenti di cura e giochi creati col nulla per scandire il tempo della prigionia. Il tempo della prigione è tempo chiuso al mondo, che solo a tratti si affaccia: la notizia della morte del presidente Gottwald, la testata del “Rude Pravo” sulla scrivania dell’ufficiale-inquisitore, due arance arrivate da casa per Natale.

    Eppure è questo un libro che ci invita anche a riflettere sul mondo di noi liberi, o presunti tali, che scorre, nel racconto, in rapidi scorci, nelle immagini colte dalla prigioniera nei veloci trasferimenti verso i luoghi dei vari interrogatori, Pakrac, la prigione di Praga, Svaty Jan Pod Skalou, infine, che è carcere- ospedale, o ospedale –carcere, perché Jana-Antonie, è malata di TBC.

    Questo mondo a un tratto, attraversando le strade di una città, non le appare più come una favola: le sembra piuttosto che le persone siano ammalate, “ammalate di fretta”, e in realtà, pensa, è come se non vivessero. Nessuno, mentre passava, nota Jana-Antonie, si è accorto dei suoi abiti inusuali. Un’immagine, allora come oggi, che ci inchioda all’opaco mondo  della nostra fretta, fatta di distrazioni che ci condannano all’assenza, di una non vita che può essere prigione anch’essa. Quanto più viva, quanto più libera, ci appare la figura dell’eremita Ivan, rievocato in qualche anfratto nei sotterranei dell’ex convento, che è la prigione ospedale che ospita Jana-Antonie! L’eremita Ivan, che si racconta avesse con sé una cerva, e che sembra proprio in quei luoghi, undici secoli prima, avesse vissuto momenti davvero difficili, a causa di quel suo ostinarsi a infastidire il diavolo con il mormorio continuo delle preghiere. Ma un eremo, ce lo ha spiegato bene Adriana Zarri nell’ultima memoria che ci ha lasciato, non è un guscio di lumaca, in cui rinchiudersi per non infastidire il mondo. E restituite al mondo, che forse proprio per non essere infastidito con tanta distratta fretta non guarda e corre via, sono anche, con i loro volti e i loro nomi, tante altre donne condannate e imprigionate, e non solo politiche, che in quei sei anni di carcere Jana-Antonie  incontra. Si  alternano, si inseguono, scompaiono dietro una porta chiusa. Visioni fugaci di un’umanità ferita e, se non pronunciata, per sempre dimenticata.

    Zdena, Maruska, Alenka, Anica, Ruzenka…. E poi Pavlinka che intona canti tanto malinconici da far piangere, e Brezinova, che sempre chiede alle guardie: la prego, sa dirmi perché sono stata arrestata?  E la giovane guardia Alena che si è sparata… Anche loro, prigioniere, riescono a volte a intrecciare gesti e pensieri di libertà. Come Jela, che una notte sogna di danzare vestita del  costume tradizionale in piazza san Venceslao. Un sogno, assicurano le compagne, che significa che presto andrà a casa e, è certo, lascerà la cella danzando. E il sommesso cantare di tutte quelle donne sa essere, nonostante tutto, a tratti, più forte dello sferragliare delle chiavi.  Guardando, ancora, il sorriso del ritratto di questa mitissima dannata suora, sotto una nuvola distratta di capelli bianchi. Antonie Hofmanová. Tonicka, che riacquistata la libertà ha dedicato la sua vita a bambini, malati, anziani e, dentro e fuori dagli ospedali, a chiunque ne avesse bisogno. Sembra ancora sorridere al sogno che tanti anni prima le ha raccontato Jela. E assicurarci che anche lei da quel carcere, dove ha capito cosa significa essere davvero liberi, infine uscì danzando.

    Libertà nella non libertà , Antonie Hofmanova, ed Ali&no

     

     

     

     

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