lettere dal carcere…

1 10 2013

A proposito di scritture dal carcere. Un invito, a leggere la lettera di Giovanni Farina ( anche lui fra gli autori di “Urla a bassa voce”), inviata dal carcere di Catanzaro e pubblicata nella rubrica “lettere ostative” dell’ultimo numero della bella rivista “Una città” (n.205 pag.44)  Ancora un urlo, sussurrato, che ci ricorda quale atroce pena corporale sia la detenzione. Ascoltate…

“Ho letto il libro “Urla a bassa voce”, curato da Francesca de Carolis, e qualche altro articolo da lei scritto in qualche rivista. Non mi piace essere ripetitivo, sappiamo che l’ergastolo ostativo è una condanna a vita, che si esce di galera solo da morti. Ma sentiamo dire da molti “saggi”, che possono dare informazioni in televisione, che l’ergastolo in Italia non c’è. Il Codice Penale lo prevede, ma continuo a sentire dai “saggi” che vivono fuori dalle mura di un carcere, e lo dicono con convinzione, che nessun recluso condannato all’ergastolo sconta questa pena, ma che si esce dopo pochi anni di prigione. Il giornalista Bruno Vespa, al programma di Santoro, ha detto che la pena dell’ergastolo in Italia non c’è. Si vede che lui è più informato di chi l’ha subito e lo sta subendo da trenta, quarant’anni… La de Carolis cita spesso un argomento molto importante, sull’amore, sulla sessualità del carcerato. L’uomo in prigione non ne parla perché si è rassegnato a vivere la castrazione forzata che uno Stato retrogrado gli impone con le sue leggi. Il rapporto sessuale con la  propria moglie, con la propria donna, è una necessità naturale, che ogni uomo e ogni donna sente nelle sue giornate di vita. Negarlo è un delitto contro natura, è per un carcerato una tortura fisica e mentale. Quando si ha una donna che si ama, non è spiegabile, non ha logica, la privazione del sesso che viene applicata in Italia. Si è condannati due volte, ed è condannato sia il colpevole, sia l’innocente. E’ una questione di civiltà. Troveranno il sistema e qualche legge, che approveranno in 24 ore, con la possibilità per il carcerato di accoppiarsi con persona dello stesso sesso, così non avranno problemi di spazio, la convivenza nelle celle tra detenuti non sarà più condannata dalla Corte Europea, la promiscuità sarà legalizzata. Lo Stato Italiano, con le sue leggi contro natura, ha fatto di me un ibrido. Io spero che non mi obblighino a diventare quello che non è nella mia natura, un finocchio, e non mi riferisco agli ortaggi.

Quando sono entrato in carcere, avevo una compagna dalla quale ho avuto una figlia. Ci amavamo molto. Dopo il mio arresto venne a trovarmi in Italia, veniva dal Sud America. Ricordo ancora oggi la sua sorpresa, quando venne a sapere che non potevo avere rapporti sessuali con lei perché ero in prigione. Nel suo paese il sesso in carcere fra uomo e donna era consentito. Nel Sud America, considerato dallo Stato italiano moralista “terzo mondo”, alla coppia era consentito che la loro unione fosse garantita anche quando uno dei due fosse in carcere. Potevano fare sesso, amarsi, come esseri umani normali. Con la mia compagna desideravamo tanto avere un altro figlio, che fosse magari un maschio. Non fu possibile, perché ero in prigione in Italia. Quando venne a trovarmi in carcere, e venni a conoscere tutti i suoi progetti, il fatto che voleva continuare una vita con me… le dissi che doveva dimenticarmi, perché non avrei più potuto avere una vita normale come lei pensava. Per lo Stato Italiano non avrei avuto un’altra vita. La mia compagna allora mi disse che mi volevo liberare di lei, che avevo un’altra donna in Italia… Non avevo un’altra donna. E quando finirono i colloqui che ci erano stati autorizzati dal giudice ( uno a settimana per un mese) la salutai e le dissi di non tornare a trovarmi, che non volevo che venisse per me dal Sud America. Non volevo più pensare alle sue venute; la lontananza del suo amore non volevo più viverla ogni minuto delle mie giornate tra le mura di una prigione. Non avevamo più speranza come famiglia.

Ci siamo scritti per circa un anno, tutti i giorni. Col passare degli anni poi sempre di meno, fino a dimenticarci l’uno dell’altra. Non ho più visto mia figlia. Da piccolina mi ha scritto qualche letterina. Dopo si è dimenticata anche lei di me. Ero preparato alla sua lontananza, avevo abituato il mio cuore a quel dolore. Quando ricevevo le sue lettere scoppiava dentro di me un’angoscia struggente. Non avevo potuto abbracciarla durante la sua crescita, respirare giorno dopo giorno le sue ansie di adolescente. Nella mia mente vive il ricordo di quando aveva pochi giorni e la notte mi alzavo a dargli il biberon, quando sentivo che si svegliava. Non ricordo di averla mai sentita piangere. Dopo la poppata si riaddormentava subito., Sono passati più di 30 anni, ma ricordo ancora quei momenti, quando mi sentivo padre.

In Italia una legge repressiva che impedisce di avere rapporti sessuali con la propria donna impedisce la procreazione, ti allontana dall’amore dei figli. Sono sicuro che il mio corpo ha avuto qualche scompenso fisiologico, perché il desiderio di fare sesso è molto forte per un recluso. Dopo tante sofferenze, e dopo aver domato il io corpo, un giorno per non impazzire mi sono detto: da oggi mi devo dimenticare di tutti gli amori, la mia vita deve sentire solo la sopravvivenza del corpo e della mente. Quello che mi rappresenta il mondo esterno, oltre il muro di conta, non esiste più. Da quel giorno mi sento un morto che respira, non mi aspetto di resuscitare, perché conosco bene la razza umana di mia appartenenza. Non sono più vulnerabile. Quello che non posso avere dalla vita non lo desidero più.

Giovanni Farina


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Una risposta a “lettere dal carcere…”

14 04 2014
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