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    Alfabeto dei piccoli armeni

    Sonya Orfalian l’avevo conosciuta imbattendomi in un libro di ricette della cucina armena. Ricette che sono in realtà pagine di storia e di letteratura… Come storia e letteratura è anche la sua bella raccolta di fiabe armene, “A cavallo del vento”, dove ho imparato che tutte quelle fiabe iniziano con “C’era e non c’era”… quasi un soffio di vento sospingesse ogni volta i suoi re e maghi e incantatori, e serpenti, zingari e demoni… in un mondo indefinito, come indefinita, pensai e appuntai allora, qualcuno ancora vorrebbe l’immane tragedia del popolo armeno.
    Ma Sonya Orfalian, che da sempre scava e testimonia e racconta del suo popolo, ancora una volta è qui a strappare brani di quella storia all’indefinito, e ce la riporta oggi nel corpo e nel sangue di chi l’ha vissuta. Con Alfabeto dei piccoli armeni, libro edito da Sellerio, composto con voci di giovanissimi armeni, piccoli o appena adolescenti, sopravvissuti allo sterminio.
    “Il fumo dei corpi bruciati dei nostri martiri sale in alto nel cielo. Signore onnipotente, ti è arrivato l’odore dei nostri morti?”
    E’ il grido, che è preghiera, di Armenuhì, una delle trentasei voci raccolte. Trentasei, come le lettere dell’alfabeto armeno…
    Delicatissima nel racconto di tanto orrore, Sonya Orfalian ci porge queste testimonianze come sussurri di bimbi. Perché è composto di sussurri “l’eco di voci lontane… che in seguito ho ritrovato nella cerchia più ampia della diaspora armena, nelle case dei tanti conoscenti e amici che, come me, discendevano dai sopravvissuti al genocidio”.
    Sussurri colti dal silenzio che avvolgeva il segreto di terribili ricordi.
    Con questi frammenti, ricordi e resoconti di momenti vissuti da bambini, e come con voce di bambino riportati, sono state ricomposte trentasei storie che ci portano sui sentieri dell’esodo, delle marce forzate, della fame e della sete, dei massacri, delle abissali violenze di quello che fu il primo genocidio del ‘900. “Metz Yeghern”, il Grande Male… un massacro perpetrato dall’impero ottomano fra il 1915 e il 1919. Oltre un milione e mezzo furono i morti, e la Turchia ancora minimizza…
    “Hanno preso due neonati, li strappano dalle braccia delle madri. Li inchiodano sui rami, li crocifiggono ai rami”, racconta Hovsèp… “Hanno preso un uomo, lo impalano davanti a tutti noi. Qualcuno ha gridato per l’orrore, forse era un fratello forse un figlio, lo hanno preso e decapitato sul posto. La testa è rimasta a terra con gli occhi aperti”, il sussurro di Sona.
    Lì legano mio nonno e mio zio insieme. Ne fanno un solo fascio. Li sollevano e li gettano nel burrone dove scorre il nostro fiume. Molte donne li seguono si gettano in acqua coi loro bimbi in braccio per scampare agli stupri dei turchi. Il fiume è pieno di cadaveri”, ricorda di Arshag.
    Hovsèp, Sona, Arshag… e poi Ovsannà, Mariam, Nvart e tutti gli altri, e il loro raccontare flebile… ci guardano dalle pagine di questo libro e sembra vederlo, nei loro occhi, il terrore, lo stupore del loro dolore…
    Questo libro, scrive Sonya Orfalian, non ha l’ambizione di essere un libro di storia. Forse. Ma sono sempre più convinta che è soprattutto il racconto delle singole vite, pronunciare nomi, provare a immaginare volti, ascoltare timbri per quanto esili di voci… a farci precipitare nell’essenza delle cose. A farci riconoscere la Storia, quella con la S maiuscola, come tutta nostra, della nostra tormentata umanità, e mai magari lontana parentesi appartenente ad altri da noi…
    Mi raccontò, quando la conobbi, Sonya, che agli Armeni fu vietato usare la propria lingua. Punizione, per chi avesse violato il divieto, il taglio della lingua. Gli adulti di un intero villaggio dell’Armenia antica subirono questa pena…
    Il peso delle parole non pronunciate, delle verità soffocate… diventano l’ingombro di fantasmi che ossessionano il presente, non solo nella vita individuale di persone “divise tra il rifiuto della memoria e il fatto evidente che tutta la propria vita è intessuta di quel ricordo”… ma sono anche macigni, assenze terribilmente presenti sul cammino della Storia…
    Il 24 aprile, è stata la Giornata del ricordo del genocidio armeno. Ben vengano i ricordi, ma la ricorrenza (riprendo quanto mi spiega il “cuntatore” Alessio di Modica) rischia di essere la morte della memoria, se tutto finisce quel giorno. Se dimentichiamo che c’è chi ricorda tutti i giorni. E grazie a Sonya Orfalian, che dando voce ai sussurri ancora restituisce memoria.

    E il suo invito ad ascoltare “le vocine esili di chi non ha voce e non l’ha mai avuta, di testimoniare l’ingiustizia, la sopraffazione, la negazione di umanità”, è invito anche a guardarci intorno, ad ascoltare le tante flebili, soffocate voci che anche oggi, tutt’intorno, testimoniano ingiustizie e disumanità…



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