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    Cavalli, desideri, e un po’ d’umanità…

    A proposito dei desideri imbucati nella pancia di Marco Cavallo… Ascoltate quante belle storie, e quanta storia, ci ricorda Paolo Rausa…

    “Il grande cavallo con una pancia enorme può contenere tutto, oggetti d’ogni tipo: libri, vestiario, cibo e soprattutto sogni. Sì, i sogni che sono incontenibili… Eppure trovano posto nella pancia di Marco. Sono importanti i nomi, delle persone, degli animali non umani e dei vegetali. Anche se vengono affibbiati. Lo sapevano bene gli uomini primitivi, quando accadeva che per una necessità dovessero abbattere un albero o un animale grande, un orso, un mammut, ne indossavano la pelle o richiamavano alla memoria quella esistenza interrotta, il tabù. A volte la pancia del cavallo nasconde insidie, architettate da Ulisse a danno di Troia, ma non sempre è così. Un cavallo si ammira per la bellezza o imponenza come quello di Leonardo e specialmente quando è cavalcato da armigeri che incutono paura per la loro baldanza come gli spagnoli che arrivano nel nuovo continente con le navi e su cavalli bianchi. Sembrano degli dei, sterminatori. I greci erano arrivati sui lidi dell’Ellesponto sulle navi per affermare il loro diritto al libero commercio e avevano dichiarato guerra. Erano triremi portentose, su cui viaggiavano re ed eroi. Sui nostri navigli viaggiano uomini, donne e bambini che scappano dalla guerra, dalla carestia, dalla fame, non tramano insidie, non sono corruschi d’arme ferree, non c’è da aver paura. Chiedono ospitalità che era sacra al tempo di Ulisse e anche dopo nel Mediterraneo. Ne chiede il rispetto l’astuto eroe di Itaca a Polifemo e quello si fa una risata. Si pone fuori dal consesso umano. Noi non sappiamo più guardare negli occhi di un profugo, di una donna che porta con sé dei bambini per mano e in pancia. Non ci facciamo delle domande e lesiniamo le risposte. E’ come nelle favole… Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno ricordate? Dalla pancia del cavallo si estrae ogni ben di dio, salsicce senza fine, dolci, oggetti vari, che non hanno senso se non a soddisfare quello che ci manca come l’amore. Figlio di povertà e bisogno, suggerisce Diotima a Socrate nel Convivio di Platone. La nave dei folli o la zattera della medusa, tutti verso l’ignoto, neppure accolti perché insidiano, pensiamo, le nostre certezze. Siamo presi dalla paura anziché essere attratti dalla curiosità. Dalle storie che Sherazade si inventava per far trascorrere la notte e impedire all’emiro di ucciderla. Quella trama ci interessa perché fino a quando c’è una storia da raccontare prosegue la vicenda umana, che è varia come sono varie le culture e le sensibilità, umane e non umane. Se solo sapessimo prestare orecchio e ascoltare il fruscio del vento o lo sciabordio delle onde o le incredibili storie di uomini e donne costrette alla fame, alla violenza o attratte dal desiderio di migliorare, dalle opportunità che suggeriscono le occasioni. Ascoltate! C’era una volta.” Paolo Rausa

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