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    …credendo col morir fuggir disdegno, /ingiusto fece me contra me giusto…

    Prendetela pure come una provocazione, ma dopo aver letto ancora di un suicidio di persona detenuta, quello di lunedì, nel carcere di S. Maria Capua Vetere, il quindicesimo dall’inizio dell’anno, al quale è da aggiungere quello di un agente della polizia penitenziaria, sempre in Campania… pensando a cos’è il carcere, a quella che “continua a presentarsi come una vera e propria carneficina tanto da far pensare a una ‘pena di morte’ di fatto”, e sono parole non di un qualsiasi facinoroso libertario ma di Gennarino De Fazio, segretario generale della Uilpa Polizia Penitenziaria… viene da chiedersi, piuttosto, morte per morte, perché non si dovrebbe pensare almeno di poter sfuggire a quella ingiusta condanna non dichiarata a “morte di fatto” data da altri, e darsela da sé… e quale miracolo impedisce che siano più numerosi, i suicidi…
    Una nota, intanto. Spesso, a proposito di chi si toglie la vita in carcere, si parla di persone “fragili”. Quasi rovesciando i termini della questione. Dove la fragilità diventa quasi una colpa, un’incapacità ad affrontare quel che ci si merita. E quello che si merita, se si è per un motivo o per l’altro in carcere, non è cosa da tutti… non è da tutti resistere a ciò a cui si va incontro.
    Da quando un po’ di storie di persone recluse conosco, ho capito che per non essere annullati completamente dal sistema carcere bisogna essere persona che nella vita ha già messo in conto una buona quota di violenza, e aver imparato, dentro di sé, a schermarsi e difendersi, quando non contrattaccare…
    E basterebbe riflettere su una sola cosa. Per chi entra in carcere, i “nuovi giunti”, è previsto l’incontro con uno psicologo, momento pensato per evitare che si resti “schiacciati” dall’impatto col carcere, ed evitare il pericolo del suicidio, appunto.
    E cosa volete che significhi questa “attenzione”? Che si è ben coscienti che quello che riserva da subito il carcere, l’essere all’improvviso tagliati fuori dal mondo, l’impossibilità di parlare con i propri familiari, venire cosificati mentre si è privati di ogni cosa, documenti e oggetti, anche la fede, privati infine dell’identità e diventare un numero, … tutto quello che c’è e che non c’è intorno evidentemente non è affatto escluso che porti al suicidio… anzi, potrebbe sembrare un’istigazione, quasi…
    Con tutte le differenze del caso, mi viene in mente il commento di una giovane dottoranda a proposito delle tante parole a proposito degli ultimi episodi di suicidio di studenti, e della proposta di istituire un supporto psicologico: “Quello che io mi chiedo è perché dovrebbe servire un supporto psicologico in quella che dovrebbe essere un’esplorazione, una crescita in direzione della conoscenza… Non dovremmo avere bisogno di supporto psicologico. Se ne abbiamo bisogno è conseguenza diretta di un inquadramento di un certo tipo dell’università che è sbagliato. Sbaglia l’università e chi fa le leggi relative all’università”.
    Sostituite la parola “università”, con la parola “carcere”, e “conoscenza” con “recupero”, “rieducazione”, o quello che volete della tanta retorica che circola… ed è esattamente quello che viene in mente.
    Qualche dettaglio. Di un sistema che proprio non va…
    La prima cosa che si subisce, appena si mette piede in un carcere, è la perquisizione personale. Che si fa invitando la persona a spogliarsi degli indumenti. Di tutti gli indumenti. E non importa se sei giovane o vecchio uomo o donna.
    Io non lo sapevo e sono rimasta alquanto sconvolta leggendo, ad esempio, la testimonianza di Nicoletta Dosio che racconta la mortificazione di restare così, nuda, davanti alle guardie, una donna anziana…
    Pensate quanto possa essere stravolgente per chiunque, con quella nudità a simboleggiare la deprivazione di tutto, e sentirsi cosa in mano d’altri, che da quel momento in poi hanno potere totale su di te. E tu sei uno, solo, difronte a un intero sistema, di cui ancora non conosci le regole…
    Bisogna essere ben abituati alla violenza (a subirla e a darla) per passare indenni attraverso questo “battesimo”. Se pensate poi che un altissimo numero di nuovi ingressi riguardano persone ancora senza condanna, in attesa di giudizio, come si dice…
    Metteteci in mezzo tutto quello che da cronache e denunce qua e là pur si viene a sapere: l’affollamento, le condizioni di cella “provanti”, l’inattività, i trattamenti inumani e degradanti per cui l’Italia è stata più volte condannata dalle Corti europee… , un universo che col mondo fuori crea una tale frattura che spesso diventa abisso e che a un certo punto può ben fare paura riattraversare, perché il carcere tutto fa fuorché preparare a rientrare nella società. Non sarà un caso che a suicidarsi sono più spesso i “nuovi giunti” e le persone vicine al fine pena…
    Assassino dei sogni è stato definito il carcere. Assassino del senso della vita, anche… perché troppo il peso, troppa l’offesa… e anche se si è colpevoli, presto ci si sente, legittimamente, vittime. Come sfuggire a tutto questo se sei impotente e nullo e non hai strumenti, e il carcere non te ne dà, per vedere un barlume di luce?
    L’animo mio, per disdegnoso gusto, /credendo col morir fuggir disdegno, /ingiusto fece me contra me giusto.
    Pier delle Vigne, uno dei più famosi, forse, fra i suicidi, assolto da Dante dall’accusa che lo condannò a pena atroce. Il sommo poeta lo piazza comunque all’inferno perché “ingiusto con se stesso”, suicida appunto, e lo rinchiude in quella orrenda pianta che ne imprigiona l’anima, separata per sempre dal corpo, di cui ne riavrà solo l’ombra… ché immagine più terribilmente vicina all’idea della prigione che mi sono fatta non vedo…
    Noi, che Dante non siamo, gli avremmo piuttosto spianato, a lui che tanto “disdegno” ha subito nel suo carcere terreno, la via del paradiso. Ma siccome quello che ci interessa, per ora, è la vita su questa terra, vorremmo tanto che la pena fosse infine qualcosa di diverso da quella istigazione al suicidio che il carcere può diventare, continuando a lacerare dell’uomo lo spirito, come sia pur involontariamente fa Dante, spezzando della pianta/prigione del suo inferno un ramo, svelando il sangue bruno che ne esce e macchia il tronco…
    Pensando soprattutto alle tante persone “fragili” che affollano le nostre carceri e che, per un’infinità di motivi, dovrebbero pur stare da tutt’altra parte…

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