Per me è stato un tuffo al cuore, sfogliare le pagine di “Cucinare in massima sicurezza”, libro curato da Matteo Guidi, artista visivo con una formazione in etno-antropologia (abbiamo conosciuto un suo lavoro nello scorso numero della rivista), edito da Meltemi. Elegante ristampa del testo edito nel 2013 da Stampa Alternativa, che fu per me, allora, curandone l’editing, un primo importante, insospettabile viatico per il mondo del carcere.
Si tratta di un ricettario nato da un bel lavoro, ideato nell’autunno del 2009 in un’aula della sezione di Alta sicurezza del carcere di Spoleto. E, avrete capito, gli autori sono quelli “cattivi”, che più cattivi non si può. Persone condannate all’ergastolo…
Come sottolinea Matteo Giudi, mentre si leggono ricette non si immagina la pietanza che ne nascerà, si prova piuttosto a immaginare chi le ha ideate, “il suo ingegnarsi, all’interno della cella, e poi subito dopo si prova a ricostruire la persona, chi è, l’ambiente nel quale si trova recluso, cosa avrà mai fatto per essere lì”.
Alcuni di questi “cattivissimi” nel tempo li ho conosciuti, frequentati, con alcuni, addirittura, siamo diventati amici. E scorrono volti, ritornano storie, per me impossibili da dimenticare…
Un tuffo al cuore nel rivedere i disegni degli “strumenti di lavoro” necessari per realizzare ogni ricetta. Nel riconoscere la grafia delle annotazioni che li accompagnano. Disegni di Mario Trudu, morto infine malato e mal curato, dopo più di quarant’anni di detenzione, di una morte crudele e ingiusta, senza essere riuscito a vedere, neanche per poco, la sua casa…
Guardo i disegni e vedo Mario, l’eterno ergastolano, la sua infinita capacità di resistenza. La sua pazienza. La sua capacità di disegnare la vita a matita, con tratti che sono come incidere nella pietra…
In carcere nulla è banale. Provate voi a cucinare in un forno costruito con quello che, in carcere, si può. Provate a costruirvelo quel forno…
“Liberare lo stipetto a parete, lavare, disinfettare bene, bucare il piano che lo divide in due livelli con un chiodo reso incandescente sul fornello, fare due fori del diametro utile per avvitare e svitare comodamente i fornellini, prendere quattro lattine di birra vuote e sistemare in modo che si possa poggiare la teglia su cui si andrà a cucinare. Se si preferisce un forno più efficace, raccogliere la carta argentata dei pacchetti delle sigarette e tappezzare l’interno dello stipetto”.
Pensate a quanti ritagli di carta argentata nel tempo raccolti…
Insomma, quando ebbi per la prima volta fra le mani le bozze del ricettario, mi sembrò quasi rimando a un manuale da giovani marmotte, o campeggiatori persi nel bosco… e che bosco… una selva oscura, piuttosto!
Così, si spiega come realizzare un mattarello con un manico di scopa, come ricavare una grattugia da una bomboletta del gas vuota, trasformare in un coltellino, che faccia davvero il suo lavoro di coltello, la posata di plastica che è in dotazione. Eh sì, perché in carcere le posate sono solo di plastica, come piatti e bicchieri. E non dimenticherò mai lo stupore di persona che, ottenuto il primo permesso, dopo decenni di carcere, accompagnato in un bar, annota: “non bevevo quel nero liquido caldo dentro una vera tazzina da venticinque anni. Quello che mi è sembrato strano è il peso del cucchiaino e anche della tazzina”. Riuscite a immaginare 25 anni di plastica…
Tutti i libri di cucina hanno sempre un grande fascino, perché il richiamo inconscio è in fondo all’alchimia di formule, magari magiche, magari giochi di streghe… Queste ricette, scritte da persone che sul certificato penale hanno per fine pena un data che ha dell’assurdo, 99/99/9999, mi sembrano formule invocate per dare corpo all’illusione di una normalità possibile, e questo è uno degli aspetti forse anche toccanti del ricettario nato in carcere.
“Servire preferibilmente in piatti di legno…. preferibilmente con vino bianco…servire in fretta e ben fumante…”, e quel preferibilmente che sa già d’illusione…
Perché nello stesso tempo le ricette sono dichiarazioni dell’impossibilità di una vita normale. Leggete le note a margine di ogni ricetta. Spesso ricordano quanto la normalità sia impossibile, riportando sommessamente, ma continuamente, alla realtà del carcere. Ascoltate: “ci si consolerà gustando”, “per svuotare le melanzane col coltello di plastica è necessaria molta pazienza”, sembrano sussurri in un posto che immagini di “urla a bassa voce”…
Tutto qui ci ricorda che fra noi e gli autori s’innalza un muro. Tutto racconta in qualche modo “tecniche di sopravvivenza”. Anche la leggerezza, la sottile ironia, con la quale spesso ci si esprime, che è modo di sopravvivere anche questo. Un modo per dire: non ci avete ancora definitivamente sepolti.
Le ricette poi… E’ vero forse, come si spiega nell’introduzione, che qui non si vuole insegnare a cucinare a nessuno, perché ricette semplici, che in tutte le famiglie si conoscono e per questo il libro penso anche possa essere proposto come manuale per riscoprire ricette casalinghe. Che sono profumo di casa…
E il ricordo di casa qui può arrivare anche solo sulla scia di una nuvola di caffè…
“Aspettando l’uscita lenta del caffè, la cella si riempie dappertutto di buon aroma e ti fa sentire per un attimo in un luogo diverso dal carcere”. Affogando a tratti nella nostalgia. Pensando che solo persona condannata all’ergastolo possa ideare lo “spaghetto infinito” e suggerire di “condire con un sughetto piccante all’infinito”. Possa avere un attimo di comprensione e di pietà per “il povero animale” da cucinare, vittima sacrificale della nostra mensa.
Ma c’è una cosa in più che qui si insegna, attraverso il tempo e i ritmi del cucinare: il tempo della pazienza. In carcere un tempo tutto particolare: quella della pazienza “obbligata”, e “necessaria” per sopravvivere.
Insomma, parlare del carcere, dell’ergastolo per di più, passando per la cucina. Dove la condizione carceraria “viene tradotta in una forma letteraria tipica e unica”, come scrive nell’introduzione Marco Tortoioli Ricci, dove “la possibilità e la volontà di rappresentare la forza a volte dissacrante della verità, grazie alla potenza della rappresentazione visiva, rappresentano ancora oggi una straordinaria forma di libertà”.
E ancora penso a Mario Trudu, cui Matteo Guidi dedica quest’edizione di “Cucinare in massima sicurezza”. Alla vita libera che, nella sua prigione, riusciva a vivere ritornando col pensiero alla sua terra, ai suoi animali, agli odori della vecchia dispensa di casa, tutto restituendo in fantastici disegni…
C’è tanta cura, tanta attenzione, nei disegni come nelle ricette. Proprio vero che, come sottolinea Massimo Montanari, se nessun altro essere vivente cucina oltre all’uomo, la cucina “può diventare il segno dell’identità umana, di una appartenenza che ci inorgoglisce e che teniamo sempre a confermare, a consolidare anche nelle condizioni più difficili”.
Questo ricettario ci ricorda quanto il cucinare sia importante in un luogo, nel sistema-carcere, dove tutto tende ad annichilire, spersonalizzare, cosificare.
E se il cibo è comunicazione, questo è il tentativo di aprire una porta attraverso un canale inaspettato, credo per molti insospettabile.
Ma non posso non pensare a chi è in regime di quella forma di tortura che è il 41-bis. Ebbene, nella formulazione introdotta nel 2009, si prevedeva il divieto assoluto per i detenuti 41-bis di cuocere cibi. Una norma che infine è stata dichiarata parzialmente incostituzionale dalla Corte Costituzionale. Storica sentenza del 2018. Che riconosce come residuo incomprimibile di libertà individuale, la possibilità di “piccoli gesti di normalità quotidiana”, come cucinare, appunto. Un diritto, comunque, che può essere disciplinato, limitato, definito di volta in volta negli orari. Ma cucinare, mangiare, è anche condividere. E al 41bis è negato. Chiusa la parentesi.
Il ricettario, dunque. Invito a leggerlo e magari provare queste ricette. Con un pensiero ai suoi autori, al cui ricordo ancora mi commuovo. Ché qualcuno è riuscito a tornare libero, qualcun altro è ancora lì dentro, qualcuno, e ripenso a Mario Trudu, Marietto come lo ha sempre chiamato con affetto Matteo, che da sei anni non c’è più.
scritto per Voci di Dentro