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    Il papà di Carlo

    Ancora uno “schizzo” di Daniela Morandini, che di frammento in frammento, ci regala memorie di vita… Il papà di Carlo… Di Carlo leggeremo in seguito…

    “Il papà di Carlo era un distinto avvocato, si chiamava Peppino ed aveva una venatura comica non tanto nascosta. Carlo invece era molto serio, ma forse no, perché alla fine del secondo trimestre fece il verso all’insegnante di Italiano. Quando era il suo compleanno andavamo alla sua festa. Eravamo compagni di scuola e ci chiamavamo per nome e cognome, come quando facevano l’appello. L’avvocato ci apriva la porta e tornava in un salotto dove in qualsiasi momento sarebbe potuto andare in scena una dramma di Ibsen. Noi andavamo in camera di Carlo, dove c’era il suo cavalletto da pittore, perché lui sapeva già dipingere ad olio draghi e paesaggi campestri.  Si scartavano i regali: libri a colori di corsari e di filibustieri, storie di indiani e di orfanelli inglesi. Da un mangiadischi giallo, un quarantacinque giri ci rimproverava per non sapere niente di campi di grano, né di amori profani e un motivetto presagiva che ci avrebbero tirato pietre in faccia per tutta la vita. Puntuale alle cinque, arrivava la mamma di Carlo, signora gentile, un po’ demodé, ma mica tanto, perché guidava la macchina, ed era a capo di una tenuta agricola. Ci portava nella sala da pranzo, dove c’era un pianoforte, un lume sorretto da un moretto col turbante, i panini dolci, le pizzette e i pasticcini. Dopo la torta, venivano a prenderci e noi, che non volevamo andare via, ci chiudevamo nella camera di Carlo con le provviste, tanto dopo le feste non si cenava mai. Una sera all’improvviso il papà di Carlo entrò nella stanza con un archetto e un violino. Lo appoggiò al mento e cominciò a suonare, poi richiuse la porta e tornò in salotto. Era la prima volta che ascoltavo un violino dal vero. Più tardi seppi che era l’ouverture del Concerto in re maggiore op. 35 di Tchaikosky.

    Daniela Morandini

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