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    Il tasto rosso, un racconto…

    Un racconto, ce lo regala Daniela Morandini, che di radio e di Bologna, sa qualcosa… Il tasto rosso, dunque.

    “Angelo Neri era  un uomo felice. Era la voce più importante della Radio e aveva un bel po’ di soldi in titoli. Non era né bello, né brutto, ma, considerata l’età, sapeva di piacere, e di poter puntare sul fascino del giusto. Viveva  con  Irina, un po’ abbondante,  con  i capelli lunghi e molto più  giovane di lui. Da quando tempo stavano insieme non lo ricordava con precisione. “Ciao tesoro, domani vengo con te “ gli sussurrò. Lui la baciò sulla guancia, di lato, come fanno le vecchie signore, e uscì. Come ogni mattina, andò in via Belmeloro, al sei, nella zona universitaria, proprio davanti alla facoltà di lettere. Un  palazzo signorile, con una grande scala e il portiere: Giovanni, uno dei pochi a Bologna rimasti a sorvegliare le case, a pulire i cortili , a lustrare le targhette di ottone  e, qualche volta, ad aiutare le filippine a portare la spesa. “Direttore buongiorno “ gli andò incontro Giovanni. Angelo Neri non dirigeva nulla, ma quel titolo era certo di esserselo conquistato  sulla notizia, sul campo, in battaglia, dal vivo. Neri rispose a Giovanni con un cenno –meglio non dare troppa confidenza-  e prese la busta.  La mise in tasca cercando di evitare il buco nella fodera della giacca. “Non importa, tanto non si vede” pensava. Si vedevano bene, invece,  quei ragazzi  -tanti,troppi-  che stavano andando verso piazza Maggiore. Avevano la faccia dipinta di bianco –pagliacci!- e protestavano in silenzio. “Ognuno ha diritto di esprimersi – commentava Angelo Neri – ma questi …”. Uno di loro lo guardò dritto negli occhi, come se gli avesse letto nel pensiero. Neri abbassò lo sguardo e allungò il passo verso la Radio. “Buongiorno direttore – si inchinò uno della cronaca, ma lui non rispose. “Ciao capo “ l’apostrofò una nuova, forse una stagista, e lui fece un cenno, quasi da ecclesiastico. Finalmente entrò in studio. Aprì la busta che gli aveva dato Giovanni. Prese il foglio  e lo lesse più volte. Di quelle missive  quotidiane non  aveva mai parlato con nessuno. Forse erano di una donna, forse di un figlio lontano, sicuramente erano qualcosa di molto, molto  caro. Era amore, non si capiva per chi, per cosa, ma non poteva che essere amore. “Direttore, facciamo una prova?” gli chiese il tecnico. “Ecco il solito idiota  che non sa lavorare “ pensò Neri, strappando la lettera in pizzini piccolissimi. “Benissimo direttore, andiamo, non soffi nel microfono, però..” “Imbecille – disse Neri tra sè – sono quarant’anni che faccio questo mestiere! “Sapeva tutto di quel quel microfono! E conosceva  molto bene quel tasto rosso, che con una leggera pressione del dito, come  un  pianista, gli permetteva  di  andare in diretta, di farsi sentire dalla gente. La sigla andò in onda. Ogni volta era come un crescendo  d’organo. Gli si illuminavano gli occhi. Gli si accendevano i colori della faccia mentre si preparava a rispondere alle domande dei suoi ascoltatori, con il solito tono, pacato, ma fermo. Si sentiva buono. Quella sera Angelo Neri iniziò a parlare della scuola e analizzò  i  risultati della nuova riforma. Sviscerò gli ultimi dati dello sviluppo economico. Spiegò quanto le città  fossero funzionali, sicure, i trasporti veloci, il traffico un problema d’altri tempi. A chi voleva saperne di più sullo smaltimento dei rifiuti, illustrò la mappa dei nuovi siti. A chi temeva per la ricostruzione di quel centro, fece l’elenco delle opere terminate. Rassicurò chi  era preoccupato per la sanità, e diede le  cifre dei nuovi investimenti per ospedali, medici, paramedici, apparecchiature specializzate. Ricordò, ancora una volta,”il duro colpo” che era stato inflitto alla criminalità. Era chiaro che il dissenso non aveva più alcuna ragione d’esistere. “A domani, quindi, buonanotte”. Il tecnico mandò in onda la sigla di chiusura.  Angelo Neri avrebbe potuto scommettere  che, nell’etere, viaggiava per lui un immenso applauso corale. Come un direttore d’orchestra prima di lasciare il podio,  aspettò qualche secondo, si tolse la cuffia, uscì dallo studio senza salutare nessuno e tornò a casa felice. “Bentornato tesoro!” Neri baciò Irina sulla bocca, ma non si fermò ad ascoltare  quello che lei gli stava per dire, e andò in camera.  Quella sera si addormentò riascoltando la registrazione dell’ ultima puntata. La mattina dopo, Angelo Neri e Irina uscirono insieme. Attraversarono piazza Maggiore e passarono proprio di fianco al Nettuno. “Guarda che   sguardo brutto  hanno oggi le sirene – gli disse Irina indicando le statue che sostenevano il dio del mare  – sembra un  auspicio cattivo ”. “Che sciocca!”-pensò Neri- superstizioni  da popolino!- ma non le disse niente. Arrivarono in via Belmeloro, al sei, ma Giovanni non c’era.  Neri  non ci fece caso, ma trovò  subito la solita  lettera per lui, appoggiata al vetro della guardiola. La prese senza dare spiegazioni ad Irina. Erano  fatti suoi, solo suoi, e Irina, che lo sapeva, non  fece commenti. Arrivarono alla Radio. Davanti all’ingresso c’erano altri  ragazzi con le facce bianche che protestavano in silenzio. “Anche qui!.. ” borbottò Neri. Ma fece finta  di niente ed entrò tenendo Irina sottobraccio. Solite riverenze, soliti cenni, soliti balletti, soliti silenzi. Finalmente andarono  in studio. Irina rimase dall’altra parte del vetro e lo fissava. Lui la studiava da sotto gli occhiali. Era sua. Lo considerava un mito. Per lui Irina aveva affrontato tutto, la differenza di età , la lontananza da casa, la mancanza di lavoro, la totale dipendenza da lui. Lo adorava  quando   leggeva,  e soprattutto quando  faceva le prove per i suoi interventi in pubblico. Certo, faceva le prove, perché  era uno serio, e non si presentava mai impreparato. Angelo Neri, invece , non credeva di amarla. Le piaceva Irina,  sì, ma la passione,quella vera,  era  un’altra cosa, era altrove. Smise di osservarla, mise la mano in tasca, prese la busta e  l’apri’. Era  vuota. Nessuna istruzione, nessun copione, nessun ordine, nessun premio, nessuna  onorificenza. Neanche un bonifico.  Niente, niente, niente. Era tutto finito. Il suo amore era morto. Il tecnico fece partire la sigla. Angelo Neri prese il microfono , se lo puntò alla tempia e  si  sparò. Crollò con la faccia sul tasto rosso e in ogni radio accesa in quel momento su quella frequenza, andò in onda  il suo ultimo rantolo. Sessanta secondi durante i quali nessuno telefonò per chiedere cosa stava accadendo. Il tecnico lasciò la consolle. Irina corse a casa a prendere il tesoro. Giovanni il portiere aprì un’edicola a Ferrara.”

    Daniela Morandini

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