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    La missione

    Leggendo, ancora di esplosioni e kamikaze. Sentendo, e usando, questa parola, kamikaze, come entrata nel lessico quotidiano, come fosse cosa come un’altra, esplodere nella carne… ripensando a una donna, la prima donna kamikaze, si disse allora, che nel gennaio del 2002 è esplosa in una via di Gerusalemme…Wafa Idris, universitaria, infermiera che prestava servizio volontario sulle ambulanze, divorziata, senza figli…   allora, frugando fra commenti, testimonianze che già serpeggiavano in rete, ascoltando sensazioni…  ne è nato questo testo… se è lecito cercare di pensare quello che lei ha pensato…

    “Era una mattina come le altre. Come erano state quelle precedenti. Come sarebbero state quelle future. Queste solo a poco a poco più calde, con l’avanzare verso la primavera che avrebbe rinverdito le chiome degli oliveti e dei giardini sulle colline. Ma come ogni giorno dell’autunno e dell’inverno non ancora terminato, già si addensava nell’aria la paura di minacce immobili. Come tutte le mattine sarebbe uscita di casa. Si sentiva appena più triste del giorno precedente. Ma le sembrò di percepire una sensazione nuova. Come se la tristezza, quel giorno, le desse un’energia mai avuta. Eppure già tanta ne aveva dovuta far crescere dentro di sé nei mesi passati, per assistere i feriti andati a raccogliere nelle strade e nelle case di quella guerra vigliacca. Tutta la forza necessaria per guardare negli occhi la fine degli ultimi suoi morti. E ne aveva visti abbastanza, e di ogni età.

    Si fermò qualche secondo davanti allo specchio. Il tempo di riavviare in fretta i capelli, lunghi e neri e lucenti. Mentre si chiese ancora una volta perché lui l’avesse lasciata. Per sostituirla poi con un’altra che, certo, gli aveva subito dato il figlio che lei non avrebbe potuto dargli, ma che non aveva capelli così neri e così lunghi e così belli.

    Preparò la borsa, e ancora una volta si chiese come avesse potuto un amore grande spegnersi solo perché non ne era nato un figlio. Invece di stringersi intorno a lei e abbracciare e riempire ogni cavità della sua anima e del suo corpo, abbandonarla al vuoto dell’assenza.

    Ma era una storia lontana, la sua vita guardava già da un’altra parte. Presto nessuno spazio sarebbe stato più  aperto al rimpianto. E poi c’era la guerra.

    Controllò la borsa. La sollevò, ne valutò il peso. Era pronta. Uscì. Era forse un po’ in anticipo, e Gerusalemme non era lontana. Ma avrebbe potuto incontrare qualche ostacolo. Come sempre, naturalmente. Ma quella mattina era importante che non vi fossero intoppi.

    Attraversò le strade fino al limite del campo con passo deciso. Pensò che era uscita di casa senza aver salutato la madre, e neppure le sorelle della madre e i nipoti né alcuno dei parenti che l’affollavano. Si sarebbe fatta perdonare la sera, al ritorno, naturalmente.

    L’autoambulanza l’aspettava al solito posto. Salutò i compagni e salì a bordo. Superare i posti di blocco non fu più complicato del solito. Presto comparvero le mura della città e lo splendore dell’oro della grande cupola.

    Una sensazione d’eterno s’impadronì di lei. Altre volte le era successo, alla vista di quelle mura che sembravano essere lì dalla notte dei tempi, un abbraccio di pietra morbida e calda intorno alla grande anima che dalla notte dei tempi lì sembrava dimorare.

    Ancora una volta pensò che le sarebbe piaciuto poter abitare fra quelle mura, vivere in una città che non fosse l’immensa disperazione del campo di profughi dove era costretta a vivere. Le sfuggì un sorriso, pensando che quando sarebbe giunto il tempo, anche se solo per un momento breve come un soffio, qualcosa di lei sarebbe appartenuta alla città. Sotto la Cupola della Roccia, anche la sua voce sarebbe caduta nell’eternità attraverso il pozzo delle anime. Prima di mescolarsi, insieme alle altre voci, al rumore delle cascate dei fiumi del Paradiso. Quando sarebbe giunto il tempo. Ma allora non avrebbe avuto più alcuna importanza quale fosse stato il luogo della sua vita terrena. Il sorriso le si spense sulle labbra. Un pensiero di morte le stava stringendo la gola. Lo cacciò via. L’autoambulanza rallentò la corsa e la lasciò all’ingresso di Porta Nuova.

    Si avviò a piedi, lungo il tratto che portava verso sud. Rallentò appena, passando vicino alla torre di Quasr Jalud. Si chiese quale potesse essere stata la distanza, misurata con un tiro d’arco, che bastò a Davide per colpire a morte il gigante nemico. Una domanda, quasi il gioco di un indovinello, che si era riproposto tante volte, da quando aveva sentito narrare, da qualcuno che non ricordava più, quella storia antica. E ancora una volta si chiese se davvero mai è possibile sconfiggere un gigante. Si rispose. Forse. Rise scuotendo la testa e la massa dei suoi capelli si mosse, piena, nell’aria. Un uomo vestito di nero, che venendo verso di lei dall’altro lato della strada la stava guardando, ne sorrise. Lei se ne accorse. Subito si richiuse in sé, e ridisegnò uno sguardo severo.

    Cominciava ad avvertire fatica, per il peso della borsa. Si affrettò. Giunse all’altezza dello slargo che portava alla strada principale della città nuova.

    Era in anticipo. Mancava ancora mezz’ora di tempo. Trenta minuti. Che si aprirono come un baratro davanti a lei. Inaspettatamente. Il panico la afferrò alle caviglie. Non aveva mai provato una paura così grande. Persino più grande del tremore che l’aveva presa di fronte agli occhi del primo ferito che le era morto fra le braccia. Ricordava la supplica di quello sguardo, che le stava puntato addosso. Che nel momento della fine sentì quasi aggrapparsi a lei, nel disperato tentativo di non venire trascinato via. Ricordava il tremito che allora aveva invaso l’intero suo corpo. Ne aveva disarticolata ogni forza. Annullata ogni capacità delle membra di rispondere al suo volere.

    Aveva provato in quel momento cosa significasse sentirsi vinti dal terrore. Come se la morte, che aveva visto passare negli occhi di un altro, avesse potuto allungare la mano e ghermire via anche lei. Ne avrebbe incontrati altri, in seguito, di sguardi morti. Ma nessuno l’avrebbe più spaventata come il primo. Aveva imparato ad essere una donna forte. Molto forte.

    Cacciò via quel ricordo. Rimase, appena attenuata, la paura. 

    Poggiò per alcuni secondi la borsa in terra. Contrasse il braccio che sentiva indolenzito. Si guardò intorno. Le persone le passavano accanto, qualcuna fin quasi a sfiorarla, ma nessuno sembrava accorgersi di lei e della sua paura. La strada era affollata come sempre. Con i bar, i negozi e tutte le cose che le sarebbe piaciuto fermarsi a guardare. Lo specchio di una vetrina sul lato opposto della strada le rimandò, intera, la sua immagine. Si osservò. Lo sguardo le scivolò sulla borsa, in terra, accostata alla gamba destra. La riafferrò.

    Si riavviò lungo la strada. Lentamente, come per una passeggiata svogliata.

    C’era gente nei bar. C’erano anche molte persone sedute ai tavolini all’esterno dei locali. Conversavano. Come in una qualsiasi città di un qualsiasi paese, dove non ci fosse la guerra. E comunque, nonostante la guerra, anche lì la primavera sarebbe presto esplosa.

    Attraverso i vetri del bar d’angolo il suo sguardo si fermò su un gruppo di giovani. Fra loro notò una ragazza, che parlava animatamente e rideva, con aria persino felice. Passò oltre.

    Si fermò davanti a un negozio di abiti per signora. Forse non c’era nulla che davvero le sarebbe piaciuto indossare, ma lasciò che la mente le venisse catturata dal rosso di una gonna sistemata al centro esatto della vetrina. Sentì il suono di una sirena. Riattraversò la strada. Si avvicinò al negozio di scarpe. Ne vide un paio di un colore molto chiaro, morbido, che non sapeva esattamente definire, forse piuttosto vicino all’avorio. Pensò che con quel colore ai piedi sarebbe stato lieve correre incontro alla primavera. Mentre sentiva il peso della borsa quasi strappargli il braccio.

    Aveva ancora una decina di minuti. Entrò nel negozio. Si guardò intorno. Poi si avvicinò alla commessa, indicò la vetrina e chiese il prezzo delle scarpe color avorio. Attese la risposta e ringraziò. Sarebbe ritornata in un altro momento. Fu di nuovo in strada.

    Sarebbe ritornata il giorno dopo, o anche più tardi, appena compiuta la sua missione. La sua prima importante missione. Forse gliene sarebbero state affidate altre.

    Ebbe ancora un tremito, ma subito si disse che piuttosto doveva essere ben fiera di quel compito. Aveva incontrato troppi morti. E gli occhi dei bambini. E la sua vita morta. Troppe speranze soffocate per sempre.

    Ancora qualche minuto e avrebbe consegnato la borsa. Ne avvertiva il peso moltiplicato almeno cento volte. Ebbe una gran fretta di liberarsene. Un gruppo di ragazzi le passò vicino. Un attimo di confusione, poi un anziano uomo quasi la urtò. Tutto le sembrava vorticare intorno.

    L’esplosione sembrò partire direttamente dal cuore. Lo strazio lacerò ogni cellula del suo corpo. Fu così immenso che nella sua enormità quasi si annullò.

    Un tratto di cielo capovolto, frantumi di vetri, lacrime di sangue, pietre, tratti di carne. Le ultime immagini che il suo cervello ancora registrò, mentre la nuvola di capelli neri cadeva in un angolo lontano.”

     

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