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    La prigione e la piazza

    scritto per Voci di dentro

    Si è concluso il viaggio de La Prigione e la Piazza, la mostra-mercato, di libri dal e sul carcere, promossa dalle associazioni Yairaiha Onlus e Napoli Monitor. Ultima tappa, per quest’anno, a fine ottobre, perché, anche se a guardare il cielo ancora sembra lontano, l’inverno si avvicina.
    Più che un viaggio, una scommessa iniziata lo scorso aprile a Napoli e che ci ha poi portato a Bari, Roma, Pitigliano, Cosenza e Rende. Ultimi appuntamenti a Catania, Lentini e Palermo.
    Siamo riusciti a portare nelle piazze la discussione su alcuni dei temi che attraversano il pianeta carcerario attraverso i libri e le narrazioni di tanti autori e testimoni che ben conoscono quella realtà, come la realtà delle “zone sociali carcerarie”, dove si nasce ai margini di una società sempre più indifferente agli ultimi e in particolar modo a chi si trova, a torto o a ragione, rinchiuso tra quattro mura. Restituendo così la parola agli esclusi, alle loro voci che troppo spesso si infrangono sulle mura di “un’istituzione totale che ha storicamente fallito la sua missione”.
    Le voci narranti hanno risuonato tra i vicoli dei quartieri che ci hanno ospitati intrecciandosi al vociare dei passanti e al rombo dei motori. E così familiari, ex detenuti, giuristi, giornalisti, studiosi, attivisti, hanno condotto chi si è fermato ad ascoltare in un lungo viaggio attraverso le fitte maglie del carcere mettendo a nudo le tante assurdità che l’istituzione totale contiene; i meccanismi perversi che ne regolano la presunta funzione rieducativa, dimostrando che il carcere non rieduca ma piuttosto peggiora le persone attraverso privazioni e umiliazioni che niente hanno a che fare con il recupero e il reinserimento del condannato.
    Un sistema feroce che non tutti sono in grado di sopportare. Oggi che scriviamo si conta il 74esimo suicidio. Un numero enorme. E le storie delle persone che si sono tolte la vita ci parlano, ancora, di povertà e marginalità. Fragilità sociali di cui dovrebbero farsi carico la società e lo Stato anziché la macchina giudiziaria e l’amministrazione penitenziaria. Mentre ancora si chiede verità sulle 14 persone morte durante le rivolte della primavera del covid in un clima che balbetta l’improbabile alibi dei “morti perlopiù di metadone”.
    Accanto alle storie scritte tra sbarre e cemento incrociamo quelle scritte tra i vicoli del sud. Storie di emarginazione e dolore dove sono tangibili i segni della presenza di uno Stato che sembra sia lì solo ed esclusivamente per intimidire e reprimere la miseria più che il crimine.
    Tra le tante incrociamo la storia di Ugo Russo, narrata a voce alta dal padre Enzo e dalla madre Sara. Ugo, ucciso a 15 anni dal proiettile di un carabiniere. Oggi, a quasi tre anni dalla sua morte, le conclusioni del pm: Ugo Russo, fu colpito alla testa dal carabiniere mentre scappava. E il suo volto è diventato il simbolo dello Stato che colpisce alle spalle e non tende una mano per uscire dalla miseria, culturale prima ancora che economica. Ugo, un ragazzino con tanti sogni come tutti a quell’età…
    E inerpicandoci tra i vicoli che da Banchi Nuovi portano ai Quartieri Spagnoli, accompagnati dal padre, Enzo, arriviamo alla piazzetta della Parrocchiella dove il comitato Verità e Giustizia ha realizzato un bellissimo murales con il volto sorridente del ragazzo e a fianco la scritta “Contro tutte le mafie”. Enzo e Sara non si stancano di raccontare quello è successo al proprio figlio; continuano a chiedere verità e giustizia assieme a tante altre persone solidali in tutto il paese. La loro vicenda ha toccato profondamente la comunità dei Quartieri spagnoli. Ugo non è più solo un ragazzo ammazzato volontariamente da un carabiniere, e diventato un simbolo per tutti i ragazzi, grandi e piccoli, del quartiere. Ugo è tutti loro: vita di strada tra motorette, pallone e poco altro. Enzo e Sara ci raccontano la voglia di riscatto e il desiderio di dare a quel quartiere qualche possibilità in più, soprattutto educativa. “Prima c’erano le suore che il pomeriggio facevano giocare i bambini, ora niente più!”. Assieme al comitato, forti del riconoscimento che hanno all’interno del quartiere, soprattutto con gli adolescenti, provano da anni ad avere un luogo per creare un centro di aggregazione giovanile, ma niente. Avevano anche individuato strutture abbandonate: verso la fine di Spaccanapoli c’è un ex ospedale militare abbandonato da molti anni. È stato dato alla polizia.
    Una storia emblematica di come lo Stato non punti a prevenire la cultura deviante ma spesso la favorisca attraverso la mancanza di servizi, di agenzie educative, di opportunità. E si prepara il terreno affinché la fabbrica penale e quella penitenziaria siano sempre gravide di “utenti”.
    E tante altre storie potremmo raccontare. Dinamiche che si ripetono tra le vie delle città del sud. E sono prevalentemente del sud le voci che affollano le prigioni italiane.

    La luna / questa notte / riempie il cielo / riversa sulla terra / la sua luce bianca / illumina / ogni angolo / penetra nelle grotte/ senza parlare / visita i luoghi / dove vivono le ombre/ col volto di uomini / che odorano di grotta / di muschio.
    Ad ogni appuntamento gli incontri si sono chiusi con la lettura di poesie dal carcere. Questa è Uomini che odorano di grotta, una poesia di Giovanni Farina, che ha subito quarant’anni di detenzione, che ci fa intuire qualcosa dell’odore del carcere, indimenticabile, per chi ne sia stato anche solo una volta sfiorato.
    Quell’odore… abbiamo provato a portarlo un po’ in giro, sulle strade della gente libera, che possa esserne toccata, per scuoterne l’indifferenza. Che non è cosa poi così impossibile. Anche perché le cose cominciamo a capirle davvero quando abbiamo dei nomi, conosciamo percorsi, immaginiamo dei volti di persone, perché quello che si dimentica, fuori, è che si tratta di persone esattamente come noi, per le quali però tolleriamo vengano calpestati diritti fondamentali.
    Il nostro viaggio si ferma sulle soglie dell’inverno, ma riprenderà a primavera, convinti come siamo dell’importanza di far conoscere la realtà vera del carcere, e le tremende storie di chi vi finisce dentro, per provare a scalfire almeno un po’ quel populismo penale che purtroppo nel nostro paese è atteggiamento trasversale, che tranne pochissime eccezioni riguarda tutti, da destra a sinistra. E i primi provvedimenti con i quali il nuovo governo inaugura la sua stagione non ne sono che l’ultimo portato, con l’inserimento nel codice penale della discussa e ambigua norma che inasprisce le pene per chi organizza i rave party, e con la modifica dell’attuale regime ostativo, dichiarato incostituzionale dalla Corte Costituzionale nel 2021. Non solo aggirando le indicazioni della Consulta ma andando a inasprire ulteriormente la norma. Costruendo ancora muri a soffocare le voci che si levano dalle nostre prigioni.
    Torneremo dunque nelle piazze, la prossima primavera, con chi vorrà unirsi a noi, come in questi mesi hanno fatto le associazioni Associazione Bianca Guidetti Serra, La Partita, Ex Caserma liberata – Bari, Comitato verità e giustizia per i morti del S. Anna di Modena, Economia Carceraria, Strade Bianche di Stampa Alternativa, Sensibili alle Foglie, Comitato verità e giustizia per Wissem Ben Abdel Latif, Antudo, Terra Lentini, Comitato territoriale Cipressi, Comitato Piazza Piccola, Casa di Quartiere, ASD Villaggio Europa, Malanova, Arci Porcorosso e il Comune di Rende, che tutti ringraziamo.


    Sandra Berardi
    Francesca de Carolis

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