Quanno nascette Ninno a Betlemme,
era notte e paréa miezojuorno…
Maie le stelle lustre e belle
se vedettero accussì,
e ‘a cchiù lucente,
jette a chiammà li Magge all’Uriente…
Nun c’erano nemice pe la terra
la pecora pasceva c”o lione.
C”o crapetto se vedette
‘o liupardo pazzià
l’urzo e ‘o vetiello
e cu lu lupo ‘mpace ‘o pecuriello…..
Sapete, in questi giorni sulle onde del Golfo rimbalzano le note della Cantata.. La Cantata dei Pastori, testo della tradizione del teatro barocco napoletano che narra del viaggio di Maria e Giuseppe verso Betlemme e delle insidie dei diavoli che tutto s’inventano per impedire la nascita di Gesù… Un canto che ancora è richiamo irresistibile e struggente…
Tanto irresistibile che, chi vive a Napoli e dintorni lo sa, anche gli esseri del mare, dopo il tramonto, si avvicinano alla costa e affiorano per ascoltare… Fra loro, vi assicuro, l’ho visto, ritorna anche Colapesce, essere in bilico fra la natura di uomo e quella di pesce… ché mai come in questi giorni la nostalgia della terra lo strugge. E il suo pianto, alla Cantata, è accorato controcanto…
Sapete come è andata la sua storia… Cola era un ragazzo di Messina che amava tanto l’acqua che se ne stava a bagno nel mare da mattina a sera, e a nulla servivano i richiami disperati della madre. Più forte il richiamo degli abissi…
Aspettando che Colapesce torni…
I miei due cuori….
Ho conosciuto la storia di Omar dalle parole di Francesca, Francesca Altieri, che un giorno mi ha parlato del nipote di un’amica di Genova, mezzo palestinese mezzo italiano… una storia sofferta che ancora gli gonfia il cuore… “Sente l’urgenza di scriverne… lo sta facendo… è una storia che parla di tante persone nella sua condizione… è importante che riesca a raccontarla, ma ancora ha dubbi…”. La sua è la storia di uno di primi bambini nati in Italia da matrimoni misti che, alla rottura del rapporto, diventano le vittime di una contesa fra due sponde… gli ultimi dati forniti dal ministero degli esteri, riferiti al 2013, parla di oltre 215 casi di sottrazione di minori, e riguardano l’Europa, dentro e fuori l’Unione europea, le Americhe, l’Africa, il Medio Oriente, l’Asia…
Così un giorno che, per altre vie, sono finita a Genova l’ho incontrato. Omar Rizq e i suoi grandi occhi pieni di inquiete lontananze… Un padre qui venuto dalla Palestina per studiare architettura, madre di origini siciliane, che a Genova ha incontrato… Il matrimonio, poi le cose che non vanno, lui che vuole ritornare nella sua terra d’origine e infine rapisce il figlio, quando aveva appena sei anni, per averlo tutto per sé ed educarlo alla sua cultura…
Omar infine è tornato in Italia, con la madre, ha proseguito gli studi, si è laureato nella facoltà di lingue e letterature straniere di Genova, dove poi ha insegnato per alcuni anni la lingua araba … ma gli anni dell’infanzia e poi della prima adolescenza sono un groviglio che pesa sulla sua anima, e tutto questo groviglio aveva provato a districare scrivendo. Cento pagine che mi aveva fatto leggere, confidandomi i suoi dubbi e le sue incertezze…
Ma la storia era già tutta lì. Un racconto istintivo, pieno di emozione, palpitante di vita. E ora è in questo bel libro “I miei due cuori nomadi” ( edito da Il Canneto). Un libro prezioso per capire quella che oggi è la storia anche di tanti altri ragazzi come lui…
Contro il finepenamai
Non so che programmi avete… fra il ponte dell’Immacolata e l’attesa della festa che verrà… forse già in molti, quelli che ne hanno possibilità e disponibilità, ad imbandire la tavola delle feste… fra fruscii di tovaglie, e tintinnar di piatti, di vetri e di posate…
Non per rovinarvi questo assaggio di Natale, ma vorrei invitarvi a sbirciare in alcuni luoghi dove si è digiunato.
Perché sono più di duemila trecento, per la precisione duemilatrecentotrentaquattro le persone che ieri non hanno toccato cibo, lì, al chiuso delle mura dei nostri istituti di pena. Da Trieste a Siracusa, da Oristano a Fossombrone, da Torino a Rossano… persone condannate all’ergastolo, ma non solo…
E con loro moltissimi altri che, fuori le mura, hanno aderito a questa giornata di digiuno voluta dall’Associazione Liberarsi, che da sempre ha un sogno: l’abolizione dell’ergastolo in Italia. E dato che “è meglio accendere una candela che maledire l’oscurità”… nel giorno dell’anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, 10 dicembre, invita ad astenersi dal cibo. e comunque a partecipare ognuno come può, “secondo le proprie energie e le proprie disponibilità”.
E siccome questo sogno lo ha anche Gatto Randagio, da sempre allergico ad ogni forma di contenzione, fisica e morale…
Il dono della voce…
In attesa, della fiera della piccola editoria, a Roma…
Gatto Randagio, che volete è la sua natura, è andato a cercare, a proposito di libri, qualcosa che lì non so se troverete… E’ andato a cercare le voci, particolarissime, dei “donatori di voci” per “libri parlati”…
“Fiaccola ai miei passi è la tua parola… luce al mio cammino”… questi salmi mi erano rimbombati nella testa quando ho sentito per la prima volta la bella voce di Marzio Bossi, “donatore di voce” e coordinatore per l’Emilia Romagna del Centro Internazionale del Libro Parlato “Adriano Sernagiotto” di Feltre, di cui vi voglio raccontare…
Oggi sono più di 500 i volontari del Centro, nato per aiutare chi non vede ad accostarsi alla lettura e allo studio, curando quelli che con nome tecnico, e piu’ “freddo”, chiamiamo ‘audiolibri’. Ma se le parole sono l’essenza di quel che pronunciano, “libro parlato” subito risuona di tutta l’umanità che c’è dietro…
Come il palpito che Marzio Bossi, che è ingegnere, aveva avuto circa una ventina di anni fa leggendo su una rivista delle difficoltà del Centro di Feltre a trovare voci per testi scientifici. E lui, che non ha mai dimenticato i due compagni di classe ciechi del tempo del liceo, ha sentito di dover rispondere subito, come a una “chiamata”…
Il Centro oggi dispone di oltre diecimila libri parlati, fa circa 15mila prestiti l’anno, e si registrano anche testi su richiesta individuale, spesso libri di studio, e tutto a titolo assolutamente gratuito.
Fra l’altro Bossi fa parte anche di un gruppo di lettori ad alta voce, per chi non vede ma anche per anziani, per malati… Ché il suono delle parole accarezza, sa anche cullare…
Sogni, tra mura di cemento..
L’ultimo libro di Giovanni Farina…” sogni lucenti tra mura bianche di cemento”.. una raccolta di scritti, pensieri e poesie che ho avuto il piacere di curare, insieme a Paola Ricciardi e Mario Bencivenni… Questa l’introduzione, che spero inviti a sfogliare il libro…
“Da qualche anno scambio con Giovanni Farina lettere. E a poco a poco ho conosciuto la sua storia. Ha iniziato, Giovanni, con qualche accenno alla sua condizione, le difficoltà, le durezze, le tappe di una vicenda giudiziaria, a tratti kafkiana, che toglie il respiro. Respiro che a singhiozzi torna, con le immagini di un mondo intimo che piano piano si svela. Piano piano, a partire da qualche cenno, da eco di ricordi, ansie di nostalgie, per poi tutto prorompere… Perché le lettere dal carcere molto presto escono dai binari della forma e della cortesia fra estranei. Si diventa in qualche modo subito intimi. Anche se mai c’è occasione d’incontrarsi. Chi scrive dal carcere non ha tempo e pensieri da perdere. I suoi, Giovanni Farina li appunta tutti. Tutti i pensieri e tutto il suo tempo, come nelle pagine di un diario lungo quanto i giorni della sua prigionia. Che corre parallelo a quello delle pagine fatte di udienze, di sentenze, di ricorsi, note, appelli, a affollare il percorso giudiziario che lo imbriglia.
Me li ha snocciolati nel tempo, Giovanni, i pensieri del suo diario. Pagine allegate alle lettere che mi ha inviato. Prima con cautela, un po’ alla volta, poi sempre un po’ più ‘osando’… e così mi sono trovata inondata da un mare di pagine, che alla fine mi ha chiesto in qualche modo di curare. E non è stato facile.
Non è facile per nessuno, credo, scegliere da una vita intera. Che è un po’ come affondare le mani nell’anima di persona altra…
La favola del lupo, la favola della giustizia…
Gatto Randagio è davvero irrecuperabile… ormai perso sulla cattiva strada. Quella dove puoi incontrare chi, come canta de André, “in una notte senza luna truccò le stelle ad un pilota…”. E così, sorvolato il mare, è finito nel bel mezzo di una notte sarda…
Vi voglio raccontare della “Notte Bianca della Legalità” che a cavallo fra sabato e domenica scorsi ha acceso di luci e di voci il tribunale di Nuoro, con aule affollate più che di giorno, fra seminari e incontri pensati intorno all’idea di legalità, fra bullismo, famiglie, mafie, sport, carcere…Un tribunale illuminato di notte, quasi anticipo di una festa di Natale. Quasi una favola, con tanto di fata madrina dalle idee travolgenti che questa notte s’è inventata… Monica Murru, avvocato, direttrice della Scuola forense…
E siccome Gatto Randagio nelle favole ci sguazza, pensate la sua gioia nel piombare, appena arrivato, in una sorta di sequel della favola di Cappuccetto Rosso. Perché tutto è iniziato, prima del calar del buio, con la rappresentazione di un processo con imputato quel mascalzone di Lupo Ezechiele. che ha mangiato nonna e nipotina…
Deliziosa introduzione alla serata, al cui spirito bene s’informa. Vale la pena di seguirne le fasi.
Storia di Antonia
Guardate gli occhi di questa donna. Nella foto sgranata dal tempo… è giovane, bella, sorride alla vita…
“Non può essere la stessa donna che era in manicomio, quella che conoscevamo era più brutta era più vecchia “, era stato il commento di due suore che in manicomio l’avevano incontrata. “Certo avrebbero potuto porsi una semplice domanda: come si diventa stando lì dentro, dopo tanto tempo, dopo tante sofferenze?” E’ l’amara riflessione di Gabriella Tucci, che della donna della foto è figlia. E lei è Antonia, Antonia Bernardini, che morì a 41 anni, bruciata viva sul letto di contenzione, nel manicomio giudiziario di Pozzuoli. Il giorno in cui moriva anche l’anno. Era il 1974.
Se ne parlò molto, allora… la storia del suo calvario occupò per giorni e giorni i principali quotidiani, e squarciò il velo su quanto di terribile accadeva dietro le mura dei manicomi, criminali e non.
Ritorna, oggi, questa vicenda in un libro scritto da Dario Stefano dell’Aquila e Antonio Esposito. “Storia di Antonia, Viaggio al termine di un manicomio”, edito da Sensibili alle foglie. Un libro quanto mai necessario, perché nelle pieghe della cronaca di quei giorni, l’indignazione, il dibattito sui manicomi che ne seguì, e quanto accadde nelle aule di tribunale, e quanto non accadde poi…, c’è molto che ancora ci riguarda. Perché “il passato non è morto; non è nemmeno passato”, come, a esergo del libro, il pensiero di Christa Wolf.
Toglie il fiato dalla prima pagina, questo “viaggio al termine di un manicomio”….
Vorrei essere una formica
Dal numero di ottobre della rivista “una città, la testimonianza di Carmela, dal carcere di Reggio Calabria… leggete…
Dal carcere di Reggio Calabria, sezione femminile, 17 maggio 2017
Mi chiamo Carmela e sono stata trasferita in questo carcere per motivi processuali. Vi mando una mia testimonianza del colloquio avuto con mio figlio Francesco nella sezione a 41 bis di Spoleto. Era il 22 aprile del 2013 ed io allora ero libera ed andai con i miei due nipotini.
Il 22 aprile 2013, alle sei del mattino ero a Spoleto per fare il primo colloquio con mio figlio. Portai con me i suoi due figli Carlo e Nino, due gemelli di appena 6 anni. L’attesa fu snervante, dopo una minuziosa perquisizione, ci fecero entrare in una piccola saletta per il colloquio, l’impatto è stato devastante per me e i bambini. C’erano un tavolino, degli sgabelli, un grosso vetro, dietro quel vetro vidi mio figlio. Non lo vedevo da mesi e come madre il mio primo desiderio era quello di poterlo abbracciare forte, forte, che strazio! Ammutolita mi aggrappai a quel vetro, grosse lacrime inondavano il mio viso. Mio figlio era lì, davanti a me e non potevo abbracciarlo, baciarlo, avevo tanto bisogno di stringerlo forte e fargli sentire come batteva il mio cuore, avevo tanto bisogno di trasmettergli le mie emozioni. Mio figlio mi guardava, non diceva nulla, non volevo farmi vedere piangere da lui, ma non ho potuto fare nulla per trattenere le lacrime, scorrevano da sole, irrefrenabili.

“Questa è la storia di Viola, piccolo fiore di campo a cui un bruto aveva strappato tutti i petali, e che invece di appassire prese a splendere e splendere senza fine”…