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    Un appello

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    Questo è un appello urgente. Lo scrive Giggetto, il gatto quasi randagio che frequenta la mia casa. Ma che soprattutto abita il giardino condominiale tre piani più giù… Mi ha chiesto la parola, e volentieri gli lascio la penna…

    Buongiorno,

    So che ci sono cose che possono sembrare più importanti…
    ma oggi chiedo la parola a nome del mio giardino. Del nostro giardino. La verità è che ogni pianta, ogni albero, ogni arbusto, avrebbe qualcosa da dire… troppe voci, forse, e poer questo hanno delegato me, al termine dell’assemblea di ieri notte. Sì, ci siamo ancora riuniti, dopo le ennessime scapitozzature e le ennesime ferite al nostro verde. E’ vero che è più o meno tempo di potature… ma a tutto c’è un limite…
    Ieri notte, dunque, abbiamo tenuto un’assemblea, io ho preso appunti, e sono stato delegato a mettere nero su bianco quello che tutti hanno approvato. Ecco.
    Praticamente uguale a quello approvato nell’assemblea di dicembre. Con qualche riflessione in più…

    “Cari tutti, chiunque ci voglia ascoltare (ma qualcuno ci vuole ascoltare?)
    Siamo stanchi di essere tagliuzzati, sagomati, potati a volte anche fuori tempo, anche quando non necessario…
    Per carità il colpo d’occhio qui rimanda comunque a un bel giardino. Ordinato, certo…
    Permetteteci di aggiungere: “troppo”!
    Nell’ordine c’è qualcosa di micidiale: nulla deve vivere dove non gli è consentito. C’è qualcosa di malato nel bisogno di ordine, pensiamo ogni mercoledì, guardandoci intorno… Esasperati forse un po’ dal rumore del tagliaerbe e di quell’altra diavoleria a motore di cui la tecnologia ha fornito i giardinieri per spazzare via le foglie morte, che ormai non vengono più lasciate sul terreno a divenirne, marcendo, nutrimento… Per carità, troppo sporco, troppo disordine… E poi via con seghe e falciasiepi, per irreggimentare arbusti e alberi in forme squadrate… Che nessuna foglia, per carità!, esca dal perimetro che alla pianta è stato assegnato…
    Nel furore del rigore geometrico, capita che cadano rami ancora in fiore. Sarà pure vero (ma secondo quale scuola di pensiero?) che ogni due anni vada potato, come ci ha obiettato una volta giardiniere, ma il cespuglio della Kerria, quella specie di gelsomino giallo, qualche anno fa era un’esplosione di gettiti luminosi. Si stringe il cuore a vederlo ora ridotto a un piccolo bozzolo giallo-verdolino. Passandovi accanto, la sua voce arriva esilissima, e sa di pianto…
    Sia chiaro, non ce l’abbiamo personalmente con i signori giardinieri che sarebbero pure persone simpatiche… ma qualche nozione di giardinaggio, che dite? Siamo disposti anche a fare una colletta per pagarglielo, un maestro giardiniere…

    Coraggio, un pò d’attenzione. Avvicinatevi ai pitosfori, con le loro foglie tagliuzzate, bruciate, appassite… non fanno in tempo a riprendersi che zac! D’estate e d’inverno, sempre la stessa storia… Diciamo la verità, sembrano bordare i viali di un cimitero…
    Spostatevi verso l’ingresso: vedete quegli steli mozzati? Tenetevi forte. Sarebbe quella la Kerria Japonica! Che se lasciata in pace sarebbe un’esplosione di rami e fiori a cascata… volete chiederlo voi ai nostri giardinieri perché sentono costantemente l’esigenza di mozzarne la crescita? E poi… vedete quel cespuglio-palloncino verde sul vialetto del giardino segreto. Sarebbe una bouganville !?… Sì, una bouganville!, che mai ha avuto il piacere di fiorire come una bouganville normalmente fiorisce… lasciata lì al bordo di un viale, poi, senza nulla cui arrampicarsi… ma l’hanno mai vista i nostri giardinieri una bouganville? E quell’ibisco? Un brivido solo a guardarlo…
    Ci fermiamo qui. Pensiamo possa bastare… Non vogliamo neanche parlare del resto…
    Diciamo la verità, non li abbiamo mai visti, i nostri giardinieri, curare una pianta malata, occuparsi di noi con attenzione, mai una carezza, mai una parola… Insomma, per noi è tutto molto triste. E quanto tremiamo di paura, all’alba di ogni mercoledì!…

    Potete per cortesia regalare ai nostri giardinieri un bel libro di botanica? O anche solo uno dei tanti bellissimi racconti di giardini… sapete, se lo facciamo noi potrebbero prenderla come polemica e…
    Ah, naturalmente all’assemblea di ieri sera con noi erano anche tutti gli uccelli che qui vivono, a volte traumatizzati anche loro… ricordo un nido, un grande nido, che chissà quanto impegbno c’era voluto a costruirlo… falciato via insieme ai rami… Uccelli stanziali o di passaggio. Erano con noi. Anzi, sono stati due di loro, due dolcissimi merli, a fare un giro nelle librerie per portare qualche idea a proposito di libri da regalare ai giardinieri… Suggeriscono ad esempio “Nel giardino della Bibbia”. Perché nella Bibbia, sapete, sono citate una novantina di specie vegetali, ed è la prima descrizione di giardino come luogo di armonia e di bellezza. Magari inizieranno a vederci anche loro, i giardinieri, in una nuova luce.

    Sentiamo già qualcuno sbuffare… con tutti i problemi che ci sono… anche nel mondo!
    Ci permettiamo… tutto si tiene… il vivere in armonia e giustizia nel mondo passa attraverso tutto, ma proprio tutto ciò che vive sulla Terra. Se si pensa che tutto sia nella nostra disponibilità, piante, animali, persone che riteniamo meno degne (si .. c’è un filo che lega tutto..)e se ne fa quel che si vuole, senza cura, senza rispetto e attenzione, senza amore… il mondo è destinato a scomparire… Ma nonostante tutto, ancora vogliamo credere che la buona cura di un giardino, possa essere buon esercizio per la cura del mondo.

    Vogliamo fare qualcosa?

    firmato

    Le piante, i cespugli, i (pochi) fiori del vostro giardino


    Ecco, esattamente questo, mi hanno chiesto di mettere per iscritto nell’assemblea di ieri sera. E sono d’accordo con loro. Io che passo quasi tutto il giorno fra i loro piedi… e vi assicuro, a volte, i cespugli, li ho sentiti piangere…
    Armonia e bellezza, chiedono… che ha poco a che fare con la mesta pulizia squadrata e bruciacchiata che imbriglia il nostro giardino…


    Gigetto (il gatto a righe, quello con la coda un po’ cicciotta)

    S’avota ‘o tiempo

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    “S’avota ‘o tiempo, s’arrevota ‘a terra, /non se capisce che sta succedenno; / nun ce sta pace, stammo sempe nguerra, / a ppoco a vota ‘o munno sta murenno. / Nun me riesco ancora a fa capace, / comm’è ca ll’ommo ha fatto ‘sti macielle; / ca pure quanno sta cu ll’ate mpace, / piglia ‘o fucile e spara a ll’aucielle.”

    Ringraziando Alessandro de Carolis, nipote che mi ha regalato la deliziosa, struggente raccolta di Claudio Pennino: “Villanelle, poesie d’amore, di rabbia, d’incantesimi”.

    Le pietre delle nostre prigioni

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    La pietra, gli artisti, le prigioni…


    C’è una pietra, in Palestina, chiamata pietra di Gerusalemme, Jerusalem Stone. Una pietra che è roccia, della roccia ha la bellezza e la forza, pietra di costruzioni storiche che nel tempo ancora vivono. Da sempre molto usata per la costruzione delle case, al cui calore rimanda…
    Perché ve ne parlo? Per via di un progetto che è insieme denuncia, arte, provocazione come solo l’arte sa fare… e mette insieme Europa, Palestina, il movimento e il vivere come pietrificati in un luogo dove la vita tutta delle persone è fortemente limitata. Cosa che da troppo tempo accade in terra di Palestina. E che risponde alle stesse dinamiche di ciò che accade in tutte le situazioni di forte controllo, come in un regime miliare, ad esempio, come in un carcere ad esempio…
    L’idea, di Matteo Guidi, artista visivo con una formazione in etno-antropologia, che da tempo vive a Barcellona, studioso di fenomeni di forte esclusione sociale e di alto controllo sulla persona, e di Giuliana Racco, artista canadese, che per anni ha lavorato fra l’altro sul movimento delle persone attraverso territori in situazioni di eccezionalità.
    E poi c’è Ibrahim Jawabreh, artista performer nato e vissuto nel campo rifugiati di Arroub, con cui Matteo Guidi, nel 2011 in Palestina, ha lavorato, e che avrebbe tanto voluto portare con sé in Spagna, affinché potesse portare avanti in Europa la sua pratica artistica e poter interagire con il lavoro degli amici europei.
    Aprire per lui le porte d’uscita dal suo paese. Una vera sfida… che è diventato un progetto, Elemental Movements, di cui “The artists and the stone” è il primo passo: fare arrivare Ibrahim a Barcellona, e nello stesso tempo spostare dalla cava vicina allo stesso campo di rifugiati dal quale Ibrahim proviene un blocco di pietre di circa dodici tonnellate. Provando insomma a far diventare la situazione di Ibrahim un caso, si è pensato di contrapporre il suo movimento a quello di una pietra di dodici tonnellate.
    Ebbene, preparati i documenti necessari per fare ottenere a Ibrahim un visto Schengen dall’ambasciata spagnola in Palestina, preparati i documenti per spostare la grande pietra… in una decina di giorni la pietra, nel settembre del 2015, è arrivata a Barcellona. Ibrahim è riuscito a mettere piede in Europa solo due mesi e mezzo dopo la pietra…

    E’ ritornato ora di nuovo, e neppure è stato semplice, ma ce l’ha fatta. Ed era a Roma, questo autunno, alla presentazione, all’ambasciata di Spagna, del progetto “The artists e the stone”. Ad assistere anche lui alla proiezione del video che documenta il viaggio della pietra…
    Quasi ipnotizza guardare il video.
    La telecamera spesso fissa sull’enorme pietra che sembra scivolare “leggera”, mentre senza intoppi attraversa check points e frontiere e solca il mare, e quasi allieta il cuore vederla approdare al porto di Barcellona, bella, potente, luminosa. Ma pesante, pesantissima e buia è l’assenza di Ibrahim…
    Nati nello stesso luogo, la pietra scorre libera sotto il cielo e a tratti sembra volare, mentre Ibrahim è rimasto prigioniero. E non puoi che pensare alla tristezza di chi non si è mosso, al tempo infinito dei permessi negati, alla frustrazione di un viaggio negato, del movimento negato.
    “Il soggetto occulto del film- spiega Benedetta Casini, curatrice della mostra a Roma- è ciò che accade oltre i margini dell’inquadratura, escluso dallo sguardo. Il blocco di pietra traccia un confine fra ciò che è visibile e libero di attraversare confini e chi non lo è”.
    E il pensiero, insieme a Ibrahim, va ai tanti cui la libertà è così arbitrariamente imprigionata… Con tanto più strazio per la grande violenza esercitata su un popolo intero, di fatto da decenni come incarcerato, oggi che il genocidio in corso in Palestina ce lo ricorda ogni giorno. Se prima avevamo preferito dimenticarlo.

    Con un’avvertenza. Che la questione non finisce qui, e il nodo del problema investe anche noi, anche se ce ne sentiamo al riparo.
    “Nei territori occupati, nei regimi, in un carcere…- spiega Matteo Guidi- queste condizioni sono portate all’estremo. Sono ancora più evidenti le politiche di controllo sopra la persona, come il suo spazio di movimento quotidiano può essere implicato solamente per scoraggiare a compiere determinate, semplici, azioni. In questi luoghi si creano forme di autocensura. Non faccio questo perché mi può accadere quest’altro… Meglio non andare lì, per evitare di trovarmi in questa o in quella situazione…”. Sotto un’occupazione, nei regimi, in carcere…
    Ma, mi aveva fatto notare Matteo quando incrociandoci sulla strada che in carcere porta ci siamo conosciuti, “in realtà ci sono tante misure intermedie dove, senza che ce ne rendiamo conto, questo avviene”. Pensando a tutte quelle forme di controllo che alla fine più o meno tranquillamente accettiamo per “questioni di sicurezza”. Pensandoci un po’ su… guardandoci intorno, guardandoci dentro…
    Per questo lo sguardo su territori occupati come la Palestina, come sul carcere, di cui Matteo Guidi pure si è molto occupato, “ci permettono di capire qualcosa di quello che avviene nella nostra vita quotidiana, in territori dove apparentemente ci sentiamo sicuri”.

    Oggi, guardando al viaggio della grande pietra di Gerusalemme, che senza intoppi in una decina di giorni scivola lungo frontiere, attraversa il mare, approda a Barcellona…
    “L’obiettivo per me- spiega ancora Matteo – è studiare i meccanismi del controllo dichiarato, istituzionalizzato, ma anche vedere come l’uomo è in grado di trovare degli espedienti, che io chiamo tattiche, soluzioni o scorciatoie per riadattare e rinegoziare la propria posizione altrimenti passiva.
    A dieci anni di distanza da questa opera, le cose non sono cambiate, anzi sono peggiorate. Il genocidio avvenuto a Gaza ci ha dimostrato che non solo ci sono persone che hanno difficoltà a superare le frontiere, partendo proprio da quelle dei propri paesi, ma che è addirittura possibile tenerle chiuse in un territorio e bombardarle. Quando ho realizzato questo progetto insieme a Giuliana Racco nessuno dei due poteva immaginare che saremmo potuti arrivare a questo livello di odio nei confronti di una popolazione, e come questa situazione sia la cartina tornasole dell’impunità che hanno certi stati rispetto ad altri. Sempre per tornare al solito discorso di passaporti di serie A e di serie B, C, D…”.

    A Roma dunque c’è, infine, anche l’amico Ibrahim… E strugge incrociare il suo sguardo profondo, che sembra racchiudere in sé tanta storia. Uno sguardo vicino e lontano, che racconta tutto il tempo impiegato per fare lo stesso percorso che la pietra della sua terra ha fatto in un soffio…
    E il suo pensiero ancora brucia, quasi si fa fatica a reggere: “Avrei voluto essere questa pietra, almeno nessuno ti chiederebbe cosa stai provando ora. Ti guarderebbero, poi sparirebbero… per sempre. Essere un essere umano in generale, e palestinese in particolare, significa che oggi sei immerso in una massa di dolore, in una palude di tristezza.
    Tutto intorno a te svanisce all’improvviso; la guerra, l’odio e la morte si innalzano come un grande muro che ti circonda.
    Tutto muore, e le rocce restano sole, senza nomi e senza indirizzi”.

    Scritto per Voci di Dentro

    “Guardami, dammi la mano, abbracciami, non mi lasciare…”,

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    Bello e tremendo. Esco dalla sala con queste due parole in testa e sensazioni fortissime, che lasciano muti, dopo aver visto il film di Pippo Delbono… Bobò, la voce del silenzio. Bobò, al secolo Vincenzo Cannavacciuolo, sordo, analfabeta e microcefalo vissuto quasi mezzo secolo nel manicomio d’Aversa, che Delbono incontra nel manicomio dove era andato a far conoscere il teatro ai “matti”… Colpito dalla forza espressiva di quel piccolo uomo che del mondo aveva conosciuto solo la sua prigione, riesce a portarlo fuori, ne fa attore della sua compagnia, figura centrale nei suoi lavori teatrali come nei suoi film.

    Narrato attraverso spezzoni di riprese dei loro spettacoli, dei giorni di Aversa, di quelli dei tanti palcoscenici attraversati… il film è il racconto di uno stupefacente sodalizio artistico, e non solo, durato due decenni. Perché il sentimento che unisce Bobò e l’uomo che l’ha accompagnato nella sua nuova vita, è tenerissimo e fortissimo, e sempre insieme calcano il palcoscenico del mondo.

    A teatro. Bobò non parla, ma non ha bisogno di parole. Sul palcoscenico diventa ogni volta, racconta Delbono che è voce narrante, l’abito che indossa. E come un re dei mimi, è artista del silenzio. Il suo silenzio diventa arte perché, viene da pensare vedendolo, è esplosione della vita che per quasi mezzo secolo ha tenuto chiusa in sé. Ed è artista vero. Più di una volta viene da applaudire, come si dice, a scena aperta. Ma lo spettacolo va avanti, ingabbia, ammutolisce. Un film sul segreto della magia del teatro. Dove, pure, nasce un linguaggio, un mondo, anche qui, dove vivere per difendersi dal mondo.

    Nella vita fuori. Vediamo Bobò correre libero nel vento, su una spiaggia, danzare a un crocevia di chissà che paese, dirigere una banda di paese… con un sorriso che strugge per quanto sapore di libertà. E ancora non c’è bisogno di parole.

    “Guardami, dammi la mano, abbracciami, non mi lasciare…”, motivo che torna e ritorna, pronunciato su una panchina che… come non riandare a quella dei due amanti di Peynet… su una panchina che è luogo per difendersi dal mondo, pur restando, e in modo che è prezioso, nel mondo (come si racconta in un delizioso libretto di Beppe Sebaste. Panchine, appunto…)

    Bello e tremendo. Se in ogni istante viene da pensare alla vita prigioniera che è stata. Alla vita negata che è stata quella di tante persone, che ritornano nel bianco e nero di immagini antiche. E pure viene da pensare a quanta strada da allora comunque è stata fatta.

    Nella nuova vita libera, dove tutto è scoperta e stupore, Bobò balla, balla molto, balla sempre. Sorridendo balla. E non sembra esserci differenza per lui… muoversi a passo di danza nel silenzio della vita vera o nella rappresentazione a teatro, guidata dalla musica di un’orchestra o da una voce di canto… ed è tanta l’armonia dei suoi gesti, dei suoi passi. Un po’ Marcel Marceau, un po’ Totò, un po’ Barrault… ma forse è semplicemente, straordinariamente Bobò.
    Mi sono chiesta. Ma Bobò è sordomuto… da dove viene la musica sulle cui note si muove, che sicuramente sente. Sicuro che la sente, non c’è dubbio, guardandolo muoversi con tempi perfetti, come pescandola, questa musica, dal più profondo profondo di sé… Mistero dell’uomo…

    Sì, un film sul mistero dell’uomo, sul segreto della magia del teatro, sulla magia di una grande amicizia, che è amore. E a un certo punto viene da chiedersi (dio mio quante domande!) se è Delbono che ha insegnato a Bobò a muoversi con tanta espressività, a perfezionare la sua innata espressività, o è Bobò che ha insegnato a Delbono quelle movenze leggere, quel rimando di gesti che raccontano la vita … perché alla fine le movenze dell’uno si sovrappongono a quelle dell’altro e viene da chiedersi quanto profondo è stato il loro legame e chi è l’uno e chi è l’altro…

    Se ti parlo, mi parlo

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    SE TI PARLO, MI PARLO”, Eduardo e Luca De Filippo lettere 1949-1979
    A cura di Maria Procino (Guida Editori)

    Un prezioso libro presentato giovedì scorso a Napoli. Ce ne parla Daniela Morandini, che ringraziamo…


    “Napoli. A dieci anni dalla morte, la Fondazione De Filippo ricorda Luca con la pubblicazione delle lettere tra padre e figlio. Un lavoro complesso, perché non è facile mettere le mani sulle vite degli altri, soprattutto quando il privato di chiunque viene esibito, manipolato, sbattuto in prima pagina e moltiplicato all’infinito in rete. Un lavoro ancora più delicato se questo privato si chiama De Filippo.
    Tommaso, figlio di Luca, in un primo momento era titubante:
    “Mi sembrava che gioie e specialmente certi dolori così profondi dovessero rimanere custoditi nel silenzio”.

    Ha poi ritenuto che quel legame così forte, nato anche dalle ferite, fosse da condividere. E’ forse quella filosofia che alla fine del ‘900 sosteneva che il personale è politico e, a volte, anche cultura.
    Così Maria Procino, archivista e storica, entra in punta di piedi nel rapporto tra i due protagonisti e, con rigore, sceglie:
    “Ho eliminato le parti più private. Non tutte le lettere sono in queste pagine – spiega – come quella che Luca scrisse a Luisella, la sorella che non c’era più. E’ conservata, ma non sarebbe stato corretto pubblicarla”.
    Francesco Somma, a nome della Fondazione, e Diego Guida, l’editore, ricordano l’impegno e la sensibilità di Luca, uomo, attore e regista. Claudio di Palma, che già aveva portato queste lettere al Campania libri Festival, ne legge alcune.
    Il primo scritto di Eduardo a Luca, che ha ancora pochi mesi, è un telegramma: “Durante la commedia Le voci di dentro ti ho portato con me in scena”. Il figlio è già il suo interlocutore interno e la poesia che Eduardo gli dedica è in apertura del libro:

    Si te veco mme veco
    Si te parlo mme parlo
    (…)


    Lo studio di Maria Procino organizza gli originali, che accorciano la distanza da un padre lontano:
    “Mio caro Luca, sto girando l’Italia in lungo e in largo da quasi tre settimane (…)”.
    “(…) ti voglio un sacco di bene (…) ti trovo talmente simpatico(…)”.
    “E’ ora di smontare l’idea che Eduardo fosse rigido, inflessibile”, sottolinea Carolina Rosi, vedova di Luca De Filippo e ora in teatro con Non ti pago, l’ultima regia del marito.
    “Se Eduardo fosse stato una persona fredda, non avrebbe scritto quello che ha scritto. Certo, era intransigente sul palcoscenico, ma era giusto così ed io di padri intransigenti ne so qualcosa…”
    E in sala l’applauso va anche a Francesco Rosi, l’autore, tra l’altro, di Le mani sulla città.
    Qui, nel palazzo che fu di Scarpetta, si intersecano le presenze di figli e di padri, di attori e di maestri della cultura italiana. Su uno schermo scorrono le immagini dei due De Filippo. Uno scatto in bianco e nero ritrae un bimbo con il vestito bianco e il cappello a pan di zucchero: il pensiero va a John, “Il figlio di Pulcinella”, scritto da Eduardo nel 1958.
    Il legame tra i due è sempre più forte e l’immediatezza è immutata, Procino non corregge le frasi scritte in modo sbagliato da Luca bambino:
    “Caro papà e cara mamma vi auguro in questo santo giorno tanta felicità. Vi prometto che l’anno nuovo saro più buono. Scusatemi se qualche volta vi ho fatto arrabiare, credo che voi mi abbiate perdonato, e scusatemi anche se scrivo questa lettera in un foglio di di carta, ma non mi sono ricordato di prenderne una con quelle cosettine che luccicano. Pero questa lettera io la ho scritta col cuore e credo che questo vi basti”.
    Torna alla mente la letterina infantile e provocatoria di Tommasino, in Natale in casa Cupiello:

    Cara madre(…)

    Ma l’infanzia di Luca non è semplice, a dodici anni perde la sorella Luisella, poi la mamma, Thea Prandi. Il giovane De Filippo decide di andare a studiare a Salerno, al Collegio Colaiuti:
    “Caro papà, dovresti dire a Isabella di mandarmi un pacco con generi alimentari di prima necessità: carne in scatola, ecc. Roba sostanziosa come del formaggio, ecc. Tutto abbondante (…)”.
    E il pensiero va ancora a Tommasino in Natale in casa Cupiello:

    Voglio ‘a zuppa ‘e latte.

    Ma se in chi legge realtà e finzione si intrecciano, il rapporto tra questo padre e questo figlio lascia righe d’affetto, di insofferenza, di teatro:
    “(…) Il successo è tuo! Il trionfo sarà tuo! La gioia sarà tua e mia. Un abbraccio e un bacione fraterno. Papà”.
    Eppure, da queste vite arrivano anche frasi di tutti e di tutti i giorni:
    “Caro papà, mi dovresti fare la giustificazione per domani mattina (…)”.
    Ora la parola spetta ancora a Tommaso De Filippo:
    Sono cresciuto comunicando con mio padre in modo diverso. Ci telefonavamo, ci raccontavamo a voce, la corrispondenza non era abituale, non esisteva nemmeno WhatsApp. Così, tutto ciò che ci siamo detti è rimasto affidato solo alla memoria. Forse anche per questo nutro una certa gelosia, sapendo che il nostro rapporto non è stato impresso nella scrittura come il loro, perché in queste lettere Eduardo e Luca si incontrano e si ritrovano nel luogo più intimo della loro relazione: la parola scritta”.

    Daniela Morandini

    Cercando un dio…

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    L’ho incontrato, un principio di divinità, nel gesto di pietà di quel gatto? Una gattina, ho pensato, che, incurante delle macchine che sfrecciavano intorno, cercava di riportare sul ciglio della strada il corpicino di altro gatto che qualcuno aveva investito. Era senza vita, quel corpo straziato che lei si ostinava a voler portare in salvo, via dall’asfalto, via dall’inferno di altre ruote che certo ne avrebbero fatto poltiglia. Era morto, il suo amico, o compagno, o figlio, ridotto a un inerte peloso straccio sanguinolento. Ma … poteva mai lasciare ad altro strazio il corpo di quell’altro suo simile, che forse aveva nutrito, con cui forse aveva corso, che forse aveva amato come solo sanno amare i gatti…
    L’ho vista in quella gattina la capacità di metamorfosi, cui si deve la pietà, che noi stiamo perdendo, smarrendo con essa quel principio di divinità che ci fa uomini…

    Che tornino, sane, le parole

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    “…sparito tutto quel tono loquent’eloquente, boccazzaro, linguto, col dente avvelenato, sparito tutto quel tono a rivincita, vendicativo, sparito tutto di tutto quel tono senza parole. E sparito quello, ricomparvero le parole sane, sanesane, che quel malarazza di tono si era mangiate, le parole col loro puro e semplice, giusto e naturale, connaturato tono di essere dette e sentite, le parole col loro tono fedele, specchiato, come la faccia delle donne oneste, le parole col tono della cosa, che dicevano, né più né meno, della cosa che dicevano, letteralmente quella, lapidariamente o metaforicamente quella: “Si fece lontana la barca, ‘Ndria”.

    Ancora da Horcynus Orca, di Stefano D’Arrigo.
    Che tornino, sane, le parole…

    Il villaggio che uccideva i sogni

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    “Nel piccolo villaggio di Lalpur nella provincia afghana di Nangarhar, dove le montagne toccano il cielo e il vento canta tra le rocce, vivevano due fratelli. Omar, di otto anni, e Sami, di sette…”
    Inizia così il nuovo libro di Walimohammad Atai. Wali per gli amici. Ricordate? Lo abbiamo conosciuto anni fa, appena fuggito dal suo Afghanistan ‘liberato’ dagli Usa e venuto a vivere in Italia. Ci aveva raccontato gli anni terribili dei bambini bomba, insieme alla sua storia di ragazzo che “ho rifiutato il paradiso per non uccidere”… (https://www.remocontro.it/2018/04/08/wali-e-lafghanistan-talebano-dove-ora-volano-i-bambini-bomba/)
    E ancora racconta, denuncia, scrive del suo paese oggi attraversato da una crisi umanitaria gravissima, per scuoterci dal nostro torpore, riportandoci storie e immagini che vogliamo dimenticare…
    Questa volta lo fa con un racconto, “Il villaggio che uccideva i sogni” (ed.Ass. Multimage), che ha il tono e il linguaggio delle favole. E come un bel libro di favole, arricchito dei disegni di una giovane artista, scrittrice, Homaira Ebad, anche lei nata in Afghanistan e fra le tante cose attivista dei diritti umani.

    Il racconto di un villaggio poverissimo dove regna la violenza, dove i bambini vengono sfruttati nei campi per la raccolta dell’oppio, dove è vietato imparare a leggere e scrivere perché i signori della guerra sanno bene che “chi sa leggere è libero”. Ma Omar e Sami hanno un sogno: imparare a leggere. In un paese dove “sognare è già una forma di coraggio”. Di grande coraggio.
    E Omar e Sami, grazie al taccuino ritrovato di uno straniero ucciso proprio perché venuto a insegnare parole, vi riescono. Stando svegli la notte, tracciando linee sulla terra, usando pietre, perché non hanno carta né penne… alla luce della luna perché non c’è olio per la lampada… insomma, leggete… pagine che molto hanno da insegnare.
    Riescono infine, nonostante le minacce e le violenze, a conquistare ai loro sogni anche la madre e le due sorelline…
    Pagine tutte da leggere, piene di verità che sanguinano… vi dico solo che alla fine vincono loro. Perché anche se Sami viene rapito torturato e ucciso da chi, “vissuto nel buio, è infastidito dalla luce” accesa dai due coraggiosi ragazzini, ormai la gente del villaggio è dalla parte loro, è nata una scuola, e Lalpur, “guidato da una penna, una madre, e da bambini con le mani sporche di sogni”, è diventato un simbolo…
    Una favola, piena di dolore, anche, come lo sono le favole che insegnano verità…
    E Wali ancora ci ricorda che dobbiamo guardalo in faccia tutto questo dolore, che nella sua terra, è anche dolore dell’oggi. Guardare a questo dolore e al coraggio di chi vi si oppone.
    “Quando un uomo muore per la verità non lo seppellisci. Lo pianti e cresce come albero, come scuola, come speranza…” parole che pronuncia Omar dopo la morte di Sami. Insomma, quel “ci hanno seppellito, ma eravamo semi” che tanto spesso ritorna nelle voci di lotte di popoli che hanno fatto la storia…
    Un racconto che ancora più stupisce e commuove alla fine… sapendo che è storia vera. Storia del villaggio di Wali. Che mai ha dimenticato l’insegnamento del padre, Atta Mohammad, che era psicologo, e diceva che i ragazzi devono studiare anziché farsi saltare in aria “perché non c’è nessun paradiso ad attenderli”, e per questo è stato ucciso…

    Un libro ch emeriterebbe di essere diffuso nelle scuole, tanto per cominciare…
    Sfogliando le pagine tessute con i dolcissimi disegni di Homaira Ebad, rileggendo le biografie dei due autori, delle loro storie, del loro impegno… sempre più mi convinco che il nostro futuro sarà con loro. Sarà con persone venute da altre terre, come Homaira e Wali. O non sarà.

    Walimohammad Atai, Homaira Hebad, “Il villaggio che uccideva i sogni”, ed Ass.MUltimage


    A briglie sciolte

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    E così il cavallo azzurro ha attraversato l’Italia, ha avuto per tappe quei tremendi luoghi della nostra indecenza che si chiamano Cpr. I cosiddetti centri per il rimpatrio. Dove vengono rinchiusi migranti, persone che, contrariamente a quel che si vuol far credere, non hanno commesso alcun reato, se non quello di avere attraversato un confine, non in regola con un permesso di soggiorno, colpevoli di aver cercato una via di fuga da vite impossibili, o anche solo di aver desiderato una vita migliore. Non finiremo mai di ripeterlo…
    Per ora sta solo tirando il fiato, il cavallo. Il suo cammino riprenderà presto. Terminerà solo quando tutti i Cpr saranno chiusi e quando sarà abrogata quella misura ripescata dal tempo del regime fascista che è la detenzione amministrativa.


    Non se la prenda il nostro cavallo, ma ho pensato che se c’è un’immagine che per me ancor più coglie il cuore, l’anima di questa iniziativa, e dà speranza di un cammino futuro, è quella di un cavallino candido dai profili azzurri e una coda che è quasi battito d’ala, confuso fra altri cavallini… dal manto bianco, o variopinto, o spruzzato di disegnini come carta da parato per stanza di bimbo… Cavallini di cartapesta, legno, stoffa… insomma una mandria “a briglie sciolte” che, nella tappa romana, ha fatto ala al cammino di Marco cavallo accompagnandolo fin davanti al Cpr di Ponte Galeria. I cavallini del Collettivo degli artisti di Monte Mario che con il linguaggio dell’arte esplorano sentieri del disagio psichiatrico, alla luce dei principi tracciati dalla legge 180.
    Una mandria di cavallini l’uno diverso dall’altro. Perché se un miracolo il cavallo ha già compiuto, è quello di aver riunito intorno a sé un’infinità di persone, gruppi, associazioni… insomma, è bastato lanciare un nitrito, un primo appello, e l’iniziativa del Forum è subito trasmutata in un movimento collettivo, che fatto incontrare tantissime realtà. A volte diverse, anche, nel linguaggio, nei modi, l’una dall’altra, ma tutti alla fine, come affluenti di un unico fiume, a scorrere nella stessa direzione…

    Ed è questa azione popolare sprigionata dal basso che la “mandria a briglie sciolte” sta a simboleggiare… forza di un valore aggiunto di cui Marco Cavallo, ne sono convinta, è stato ben lieto. Ne è stato rinvigorito, anche. Avete sentito? La sua voce è diventata coro. Un coro per rompere il silenzio, passo importante, preludio al rompere muri e tranciare fili spinati.
    Un coro che ha rotto il silenzio di narrazioni bugiarde, per narrare la verità di vite soffocate. Come questa di Wissem, che ancora una volta, a nome di tutte, vogliamo pronunciare.

    … guardate che posto è questo! ci hanno portato in carcere, ma noi non abbiamo fatto niente. Guardate dove siamo! stiamo protestando perché non è giusto, vogliamo la nostra libertà. Vogliamo un avvocato”.
    Queste sono le ultime parole di Wissem Ben Abdelatif, morto il 28 novembre del 2021 legato mani e piedi in un letto di contenzione del reparto psichiatrico del san Camillo. Era stato legato per 100 ore. Nel Cpr aveva ricevuto la diagnosi che è stata il suo timbro di morte: sindrome schizo-affettiva. Wissem era arrivato sano in Italia. Dopo poco più di un mese, è morto senza mai essere stato libero in questo paese, tra navi quarantena, Cpr e reparti psichiatrici.
    Storia di Wissem, per ribadire ancora una volta, come sempre ricorda Carla Ferrari Aggradi, che del viaggio di Marco Cavallo è stata coordinatrice, che per il Forum il punto centrale è che si respinga il ritorno a una psichiatria garante dell’ordine, psichiatria del controllo sui comportamenti delle persone detenute. Perché questo alla fine i Cpr sono.

    Nella manifestazione di chiusura del viaggio, martedì a Roma, al cinema Aquila, sono stati proiettati due filmati. Un corto sulla manifestazione di Ponte Galeria, dove ancora sono stati pronunciati nomi, storie che la narrazione ufficiale vuole seppellire… e un’anticipazione del film che narrerà l’intero viaggio. Anche questo un lavoro collettivo, ché Giovanni Cioni ha chiamato intorno a sé un bel gruppo di registi. E sarà, ancora una volta, intreccio di sguardi. Che idealmente guardano anche ad altre prigioni, ad altri confini, ad altri viaggi. Se unica bandiera ammessa nei nostri incontri, oltre il patchwork delle bandiere di scarti, è stata quella del popolo della terra di Palestina. In un gemellaggio ideale di Marco cavallo, insieme alla mandria di cavallini, con la Sumud Flotilla, già pensando ai sentieri lungo i quali ci ritroveremo, e presto ci ritroveremo, ancora marciando contro le frontiere, la violenza e le disuguaglianze. Per un mondo più giusto, per tutti.

    La foto è di Salvatore Lucente

    Appello per l’immediata messa al bando della “pistola Taser”

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    Al presidente della Repubblica
    A tutte le persone interessate
    Ai sindaci e alle sindache italiani/e nella loro veste di autorità sanitaria locale

    La pistola taser è strumento di tortura e crimine di pace.
    Per un programma di interventi di “ordine pubblico” a basso/nullo impatto sanitario e psicosociale.


    Benché già definita da fonti autorevoli “mezzo di tortura” la pistola taser si sta diffondendo nel territorio sponsorizzata anche da rappresentanti del governo pro tempore e proposta apertamente a singoli sindaci come dotazione pure per la polizia locale.
    Riteniamo che la pistola taser debba essere immediatamente bandita sulla base delle motivazioni che qui avanziamo:
    • Quella principale è che la pistola taser viene usata contro persone di cui l’utilizzatore non sa nulla circa la eventuale condizione di vulnerabilità; questo è del tutto inaccettabile sul piano etico e dal punto di vista sanitario; è come se il medico usasse un mezzo di contrasto senza essersi accertato che il paziente non è allergico; come è noto gli effetti avversi possono essere anche mortali.
    • Nonostante l’uso “al buio” che assomiglia ad una “roulette russa” piuttosto che ad una procedura di sicurezza , anche agli occhi chi non sia particolarmente esperto in materia di medicina, pare evidente che in definitiva la pistola taser sia stata usata proprio su o per la esattezza, contro una coorte di persone a più alto rischio rispetto alla popolazione generale di cosiddetta “sana e robusta costituzione” (definizione di vecchia memoria, giustamente oggi desueta); il rischio di morte secondo il produttore dell’arma, è 0.25% (un decesso su 400 persone colpite) ma si tratta di stime fatte da soggetto in conflitto di interessi (come chiedere all’Eternit se l’amianto è cancerogeno): stime che certamente non si riferiscono ad una popolazione selezionata/vulnerabile come quella che ha subìto fino ad oggi le scariche elettriche (55.000 volt) in tutto il mondo.
    • Gli effetti fisici e collaterali della pistola taser dunque, significativi per tutti, si impattano ed entrano in sinergia con fattori di rischio di cui le persone colpite sono quasi sempre portatrici (recente assunzione di psicofarmaci, di sostanze stupefacenti , cardiopatie ed altro a volte neppure diagnosticate ); la scarica elettrica della pistola taser può entrare in sinergia negativa anche con condizioni parafisiologiche come una tachicardia da sforzo; una tachicardia è peraltro spesso o sempre presente in certi frangenti di concitazione anche a prescindere da rilevanti condizioni di vulnerabilità individuali.

    • Negli ultimi mesi abbiamo purtroppo assistito in Italia al decesso di 4 persone dopo l’uso della pistola taser (Olbia, Genova, Reggio Emilia e Napoli); alcuni decessi si sono verificati anche nel 2024; inquietanti e drammatici sono poi i dati epidemiologici internazionali (dove e se sono stati raccolti…): fonti autorevoli riferiscono di più di mille persone morte negli USA dal 2000 ad oggi dopo l’utilizzo della pistola taser; è ovvio che una successione cronologica di eventi non deponga automaticamente o in ogni caso a favore di un nesso eziologico certo, ciononostante la evidenza epidemiologica pare lampante pur tenendo conto di eventuali fattori di confondimento ; anche per questo abbiamo costituito un “archivio/osservatorio” sugli effetti della pistola taser; a differenza di chi, non avendone le competenze professionali, ha commentato erroneamente referti autoptici di cui è venuto in possesso (non si sa a quale titolo). Noi stiamo raccogliendo, grazie alla collaborazione dei familiari e degli avvocati di difesa delle persone colpite, le relative documentazioni sanitarie e psicosociali; tuttavia dalle attuali “fughe di notizie” si intravedono chiare conferme alla nostra tesi cioè che la pistola taser può essere, per persone portatrici di pregresse vulnerabilità e in termini di ragionevole certezza. la concausa determinante del decesso oppure la causa unica della morte.
    • Se gli effetti fisici della pistola taser sono prevedibili (di questi come abbiamo detto non sono del tutto al riparo i soggetti di cosiddetta “sana e robusta costituzione”) la letteratura medica evidenzia anche effetti e postumi di tipo psicologico fino al disturbo post-traumatico da stress; ci siamo posti domande per esempio sulla morte del giovane minorenne immigrato detenuto a Treviso; a differenza di quel sindacato di carabinieri che ha “assolto” il taser dopo una lettura, a nostro avviso del tutto errata, di una perizia medico-legale, noi non facciamo affermazioni perentorie per il ragazzo morto a Treviso ma, anche in questa circostanza, facciamo appello a chi vorrà collaborare (ancora una volta familiari /avvocati/cittadini e associazioni) a contribuire alla implementazione dell’Archivio-osservatorio a cui abbiamo dato avvio.
    • Un ulteriore elemento depone a favore del bando dell’uso e della stessa produzione: la cosiddetta legge di mercato determina inevitabilmente la diffusione della pistola taser, per così dire, “ovunque”; si ha notizia infatti che sia stata usata (non stiamo parlando ovviamente delle forze di polizia) in risse tra bande giovanili, per effettuare rapine e persino per attaccare picchetti di operai in sciopero contro condizioni di lavoro schiavistico; la diffusione nel territorio della pistola taser (in ambito legale o illegale che sia) si trascina dietro inevitabilmente dinamiche di escalation degli scontri e delle violenze.

    OVVIAMENTE NON RITENIAMO CHE, MESSA AL BANDO, LA PISTOLA TASER SI GIUNGA AL “MIGLIORE DEI MONDI POSSIBILI” ma riteniamo che il bando della pistola taser debba essere inserito in una strategia sistemica complessiva, propiziata da solide “linee guida”, una strategia-progetto che possiamo definire “UN ALTRO ORDINE PUBBLICO E’ POSSIBILE”.
    • Questa strategia consiste nell’elaborare modalità organizzative e nell’adottare strumenti tecnici che consentano di realizzare interventi a basso o se possibile nullo impatto sanitario e psicologico; capacità di negoziazione, formazione del personale nel campo delle tecniche non violente, personale adeguato sia dal punto di vista numerico che dal punto di vista della dotazione di dispositivi di protezione individuale (specifici , ergonomici e diversi da quelli in dotazione ai lavoratori edili o metalmeccanici), uso della forza che non metta in campo un divario ingiustificato in quanto a capacità lesionistica. Come già detto: un altro ordine pubblico è possibile; meglio un livido che una aritmia ventricolare mortale; ma se possibile dobbiamo evitare anche il livido…
    • In questa strategia deve essere inclusa una efficace separazione tra tempo di lavoro e tempo di vita che eviti di portare le armi al proprio domicilio ; se l’arma è uno strumento di difesa per contrastare i rischi in ambito professionale (per gli appartenenti alle forze di polizia) questa a fine turno deve essere lasciata sul posto di lavoro; i recenti omicidi e suicidi con le “pistole di ordinanza” ripropongono una questione che si discute da decenni; non siamo così ingenui da ritenere che la misura che proponiamo sarebbe sufficiente a prevenire i tragici eventi di cui stiamo parlando ma la esperienza dimostra che la disponibilità dell’arma facilita il “passaggio all’atto” e/o ne amplifica gli effetti.
    Le “motivazioni” a favore dell’uso della pistola taser sono del tutto infondate ; è fuorviante e illogico presentare la pistola taser quasi come una politica di “riduzione del danno”, una sorta di “metadone metaforico” per competere con la eroina di strada (sempre in chiave metaforica); la propaganda dei “piazzisti” di taser ha insinuato o persino dichiarato apertamente che “meglio la scossa elettrica che le pallottole”; se pensiamo a eventi come quello di Villa Verucchio del 31 dicembre 2024 quando il giovane egiziano Mohammed Sitta è stato colpito con una arma da fuoco sorgono inevitabili alcuni interrogativi ed alcune riflessioni; un primo interrogativo è come mai – nonostante la (infondata) tattica della “riduzione del danno” a Villa Verucchio – sono stati sparati 13 proiettili; la pistola taser non era disponibile? così come non era disponibile in occasione di un tragico evento alla stazione di Verona solo qualche mese prima? la riflessione è che anche a Villa Verucchio sarebbe stato possibile intervenire altrimenti, senza taser e senza armi da fuoco; certamente la prevenzione dei comportamenti a rischio e dei comportamenti etero o auto-aggressivi deve cominciare il “giorno prima” dell’evento acuto, ma se la prevenzione ha fallito la gestione degli scompensi comportamentali deve essere affrontata, per quanto tecnicamente possibile, con metodi non cruenti.
    • C’è una circostanza (è solo uno dei tenti esempi che possiamo fare) che rivela definitivamente la infondatezza della tesi della riduzione del danno: l’uso che è stato fatto della pistola taser nell’aprile del 2024, bersaglio un giovane militante ecologista – impegnato nella resistenza contro la cementificazione del parco don Bosco – colpito con taser e spray al peperoncino: nessuno può ragionevolmente sostenere che, non avendo in dotazione la pistola taser, in quella circostanza le “forze dell’ordine” avrebbero potuto usare le armi da fuoco; la tesi della riduzione del danno è frutto di falsità o di ipocrisia.
    • Per essere ancora più chiari: ci sono territori per esempio in cui viene messo in campo un certo uso della forza per la esecuzione dei Tso psichiatrici (anche con arma da fuoco come è successo a Genova); in certi territori è accaduto che qualche piccolo sindacato di vigili urbani abbia rivendicato l’uso dello spray al peperoncino per l’attuazione dei trattamenti sanitari obbligatori; ma ci sono territori in cui il problema della forza non si pone neanche (non vi è cioè bisogno di discutere del quantum di forza da esercitare) perché non vengono effettuati TSO (ci riferiamo alle aree che più di tutte sono state influenzate dalla prassi del movimento basagliano).
    • Ovviamente i TSO sono solo una parte della problematica del cosiddetto “ordine pubblico” e non sono paragonabili a tante altre condizioni (rapine, condotte violente contro persone ed altro) che potrebbero costituire una “tentazione” all’uso del taser ma la “prevenzione primaria” è sempre, in generale, la strada maestra anche se praticabile secondo livelli di difficoltà differenti da caso a caso.

    In conclusione chiediamo la messa al bando della pistola taser non come “provvedimento isolato” ma nell’ambito di un approccio alla gestione del cosiddetto ”ordine pubblico” radicalmente diverso da quello attuale (esacerbato peraltro da recenti provvedimenti governativi) e gestito nell’ambito di pratiche a basso o nullo impatto sanitario e psicosociale; è evidente che la via maestra per gestire l’“ordine pubblico” è la PREVENZIONE DI TUTTE LE FORME DI DISAGIO PSICOSOCIALE CON LA CAPACITA’ DI INTERVENIRE “IL GIORNO PRIMA” DEGLI EVENTI E NON , IN MANIERA CRUENTA, IL ”GIORNO DOPO”.

    A partire da queste premesse facciamo appello:
    – al Presidente della Repubblica perché inviti il Parlamento e il governo a ridiscutere le procedure che hanno autorizzato l’uso della pistola tase, il che aprirebbe la prospettiva di un dibattito che includa la ipotesi della dismissione totale dell’uso e anche ovviamente del divieto di fabbricazione e di commercializzazione.
    – “Indagare” il singolo operatore che ha usato il taser con gravi effetti sulla persona colpita ha senso (nel caso di uso del tutto abusivo) ma ha senso se contestualmente viene indagato anche chi ha “sdoganato” e legittimato la dotazione (governi e ministeri).
    – in subordine (soprattutto come forma di attenzione per gli scettici ma in buona fede) chiediamo un provvedimento di moratoria totale, per tutti i corpi di polizia, per 5 anni che consenta un vero confronto sulla nocività dello strumento.


    Facciamo infine appello a cittadine/cittadini per costituire UN COMITATO NAZIONALE per la messa al bando del taser nell’ambito di un progetto che affermi la necessità dell’uso di tecniche e procedure organizzative a basso o nullo impatto sanitario e psicosociale (progetto che prevede l’avvio immediato di un archivio/osservatorio orientato anche allo studio di esperienze in Paesi diversi dall’Italia).

    Bologna , 15.10.202

    PRIMI FIRMATARI:
    Carmine Abate
    Daniele Barbieri
    Patrizia Beneventi
    Francesco Domenico Capizzi
    Francesco Cappuccio
    Luna Casarotti
    Alessandra Cecchi
    Francesca De Carolis
    Savio Galvani
    Ezio Gallori
    Maria Clara Labanca
    Davide Lifodi
    Francesco Masala
    Benigno Moi
    Giuseppina Pantaleo
    Franca Pisano (madre di Igor Squeo)
    Marcello Maria Pesarini
    Vincenzo Fabrizio Pomes
    Rossella Scarponi
    Enrico Semprini
    Vito Totire
    ASSOCIAZIONI:
    Centro per l’alternativa alla medicina e alla psichiatria Francesco Lorusso
    Circolo “Chico” Mendes
    Circolo Rete nazionale lavoro sicuro
    Forum nazionale salute mentale
    Yairaiha
    Scienza, Medicina, Istituzioni, Politica, Società OdV

    Ulteriori adesioni, comunicare a : vitototire@gmail.com
    Bologna , 15.10.202