Quando la durata vi impone le mani
si chiude la ferita
di cui mi accorgo
solo quando si sta rimarginando.
Il pungolo della durata è ciò
che mi è mancato.
Chi non ha mai provato la durata
non ha vissuto.
dal Canto alla durata, di Peter Handke.
Ritrovando, inaspettata, la durata, nel respiro di un istante.
Canto alla durata
Céline, naturalmente…
“Non vale la pena sbattersi per gli uomini. Basta dargli da bere la morte. Vi parlano di politica. C’hanno il singhiozzo. Non ne creperanno mai abbastanza. Come bolle che puzzano, perdute in una merda che non serve a niente”.
Céline, naturalmente… parole incandescenti, una prosa quasi insopportabile, da “Londra”, scritto negli anni Trenta, pubblicato ora postumo. Mai come oggi da leggere. Guardandosi intorno, guardandosi dentro…
Miserere
Fuoco, fiamma, notte, sguardi, dolore… fissati da Alessandro in immagini che tessono il racconto della Processione dei Misteri, il Venerdì Santo, lungo le strade di Sessa Aurunca. Comune del casertano di origine antichissima, che conserva tradizioni lontane come i riti della Settimana Santa, che qui si vanta non essere mai stati interrotti neanche nei periodi più difficili della Storia. Perché sì, la processione del Venerdì Santo, con i suoi preziosi gruppi scultorei, si tenne anche durante la Seconda Guerra Mondiale, nonostante il coprifuoco, nonostante le sirene d’allarme. Misteri Barocchi …
Fuoco, fiamma, notte, sguardi, dolore… Dettagli pungenti colti nello scatto, ritagliati dal movimento dondolante dei corpi affollati intorno ai sette gruppi scultorei che sono stazioni della sofferenza del Cristo.
Il fuoco. Delle candele che illuminano profili, di persone, di statue, di cose… Dei falò che punteggiano il percorso. E sono lingue di fiamme, “la migliore immagine di Dio, la meno imperfetta…”, è stato detto.
Gli sguardi. Di un bimbo impaurito, di un ragazzo felice, di incappucciati birbanti, di donne alluttate che sembrano guardare a una vita di dolore, il proprio, che in quello di Cristo, questa sera accompagnandolo, dissolvono…
La notte. Che è quella di tenebre che cade sul mondo quel venerdì di duemilaventisei anni fa. Quella che oggi avanza tremenda sui nostri tempi malati.
E riesce a fotografare il dolore, Alessandro. Quello di ieri e questo di oggi, che tutto sembra rappreso in quel Cristo che muore. Colto in un momento, una curva, un sobbalzo, un cedimento… come se ancora più si stesse curvando sul dolore di sé e del mondo.
Queste foto ci regalano così la scenografia di una Passione che non ha tempo. Che a Sessa nella bellezza anche dolente dei suoi segni si rinnova, col suo andare dondolante, al ritmo delle marce funebri e dei miserere. Ritmo, mi piace laicamente pensare( e non prendetela per blasfemia), apotropaico. Che cupi minacce allontani…
dal sito Micro43
Qui vivono per sempre
Qui
Vivono per sempre
Gli occhi che furono chiusi alla luce
Perché tutti
Li avessero aperti
Per sempre
Alla luce
Giuseppe Ungaretti, Per i morti della Resistenza
e buon 25 aprile a tutti
Un giorno di ordinario disservizio
Martedì mattina. Napoli Centrale. Naturalmente, ansiosa come sono, arrivo in stazione un’ora e mezza prima dell’orario di partenza del mio treno. Freccia Napoli-Roma delle 10,55.
Sono le 9,30. D’altra parte l’idea, mi autogiustifico, era di fare tranquillamente colazione a un tavolino di Scaturchio e prendere due sfogliatelle da portare a casa. Ma si capisce subito che c’è qualcosa che non va. La folla? Ma no, è quella di sempre. La confusione? Anche quella…
Alzo lo sguardo sui tabelloni di arrivi e partenze. Noto grafiche strane. Metto a fuoco meglio, ma sospetto che sia il cervello a non voler davvero mettere a fuoco bene. Impiego qualche secondo per realizzare che domina la parola “cancellato”. Ma non mi prende il panico. Continuo ad avere una fiducia sconfinata nei mezzi pubblici, sebbene negli anni sia stata messa, tanta fiducia, a dura prova. E potete immaginare dato che sono quasi vent’anni che non guido più. E poi, visto?, mentre gli altoparlanti snocciolano l’elenco dei treni sospesi, compare sul tabellone il Freccia che aspetto e tutto sembra regolare. Neanche mi insospettisco del fatto che la parola “cancellato” continui a srotolarsi sul tabellone ingoiando treno dopo treno… e non parliamo dei ritardi…
Tranquilla, dunque. Ho più di un’ora di tempo. Vado a prendere il mio cappuccino di soia (sì, fra le tante sono anche vegana, che detta così sembra una malattia), e mi faccio impacchettare quattro sfogliatelle, due ricce e due frolle, da portare agli onnivori di casa.
Torno verso i binari. Folla sempre più stupefatta. Nessuno sa perché i treni non partano. Adocchio due poliziotti. Ma cosa è successo? “Un furto di rame”, mi rispondono. Ah! Ne parlo con qualcuno che… “eh, gli zingari.. loro rubano il rame, si sa”. Va beh!
Mancherebbero 50 minuti alla partenza del mio treno. In un momento di lucidità, mi chiedo se non è meglio partire comunque, provando a salire su quei pochi treni di cui si annuncia la partenza.
Chiedo all’ingresso ai binari. “Non so, ci provi”, mi dice un addetto al varco, “ma qui non parte nulla”.
Corro al binario di un treno che, a sentire l’annuncio, sta per partire. Forse ho sentito male, ma il binario è deserto.
Torno indietro, e nel frattempo hanno cancellato anche il mio treno. E ora che posso fare? chiedo a un addetto. “Ah non so, non sappiamo cosa succede ora”, mi dice. “Si rivolga a quelle persone con pettorina rossa, daranno loro indicazioni”.
Individuo una donna con pettorina rossa al centro di un assembramento di persone con un’unica domanda (“come faccio a partire, il mio treno è stato soppresso”), e un’infinità di motivi (“ma avevo una visita medica a Roma”, “è un’ora che aspettiamo, devo andare al lavoro”… e quanto potete immaginare di un mondo di pendolari della vita).
La signora in pettorina rossa, gentilissima ma più smarrita di noi, spiega che non si sa ancora nulla, che è tutto bloccato. Intanto si viene a sapere che il treno che era appena partito è stato fermato ad Afragola e i passeggeri fatti tornare indietro. Sgomento… “Forse parte il treno delle 10,30, per Roma, e intanto dovrebbe partire un regionale”, ci dà una speranza la signora con pettorina rossa. “Ma in questo momento non siamo sicuri di nulla…”. Disarmante, le vogliamo quasi bene. “Restate vicino a me”, dice. “Così appena mi dicono vi dico…”
Grazie signora, ma se le stiamo tutti addosso le viene l’esaurimento…
Sguardo terrorizzato sul tabellone. Sono le 10,15. Il regionale, già in ritardo di un’ora, sembra proprio in partenza. Il Freccia delle 10,30 sembra ancora possa partire. Ma ci fidiamo? Non ci fidiamo.
Così un drappello di noi salta sul regionale che infine parte… Peccato che arriverà a Tiburtina e non a Roma Termini. E le due donne che da Termini devono prendere il treno per Torino? E quelle insegnanti che devono poi andare a Ostia (sì sono tanti i pendolari giornalieri fra Napoli e la Capitale e dintorni) e quel ragazzo che deve correre all’Ergife per un concorso?
E però nessuno si irrita. Il vagone è pervaso da una ansietà tranquilla, quasi serena, come di chi sa che la vita…
“E perché siete partite?” chiedo alle insegnanti. “Ormai la mattinata è persa”. “Ma abbiamo i colloqui con i genitori nel pomeriggio, così quelli non saltano…”. “Però mica male questo regionale…”, “eh sì”.
E il profilo delle terre, degli alberi, delle case sparse … scorrono con dolcezza, fra una stazione e l’altra. Le fa proprio tutte il nostro trenino, ma a ognuna si ferma il tempo di un sospiro, sembra quasi una gita… Ripenso con nostalgia agli anni del correre lento, che dava il tempo di acclimatarsi alle nuove latitudini. E al trauma, giuro trauma, che è stato per me il primo Roma- Napoli ad alta velocità. Ché la testa è ancora a Roma, e già ti ritrovi con i piedi per Napoli. Ridete pure di me, ma trovai la cosa molto innaturale e per niente entusiasmante… Poi, col tempo, si sa, ci si adegua a tutto…
Intanto le insegnanti chiacchierano. Del tempo, dei loro ragazzi, del costo dell’abbonamento, che facendo due conti si mangia quasi un quarto dello stipendio, e… “Arriveremo, arriveremo, in fondo non ci sta andando male”. E detto da persone che ogni giorno passano quattro ore in treno fra andata e ritorno…
“Certo che però arriviamo a Roma Tiburtina e poi, per Termini?”
Il ragazzo che va a Roma per il concorso si fa portavoce di tutti. Percorre il treno alla ricerca del capo treno che possa dare indicazioni. Si può fare un cambio, spiega al ritorno.
A un tratto arriva l’annuncio. “I passeggeri che devono andare a Roma Termini, possono fare il cambio e prendere un treno che parte alle 12.50”.
Va bene, ma da dove, da Formia? È già passata! Dalla prossima? Da quale? Un attimo di panico…
Il nostro portavoce ripercorre il treno per il chiarimento…
E un istante dopo l’annuncio corretto. “I passeggeri diretti a Roma Termini, possono scendere a Campoleone e prendere il treno delle 12.50”.
Va beh scendiamo a Campoleone. Va beh, fra un po’ ci prepariamo, è la prossima.
Poi qualcuno fa due calcoli. E io, da esperta di mezzi pubblici, mi intrometto.
“Scusate, a Campoleone scendiamo e dobbiamo aspettare fin quasi all’una.
Questo regionale alle 12,40 dovrebbe arrivare a Tiburtina. In un quarto d’ora in metro si arriva a Termini. Si fa comunque prima”.
Vero. Mi credono… e io tremo. Tanta responsabilità, le donne devono andare a scuola, il concorso del ragazzo inizia alle 14,30… Ma ormai è fatta.
E così è. Il regionale arriva puntuale sulle previsioni. Scendo seguita dal drappello di persone che la stazione di Tiburtina non conoscono. E non vi dico le giravolte, anche se io passo e spasso anche da lì. Ma sfido chiunque a capirci qualcosa in questo posto!
Alla fine, la metro è raggiunta e ognuno prende la sua strada.
E, mi vergogno a dirlo, di nuovo, io che sono diretta a san Giovanni, mi perdo, e non è la prima volta, nello snodo di Colosseo. Meravigliosa, avveniristica stazione, che però se alcune indicazioni fossero più chiare…
Chiedo aiuto a un signore che mi dà gentilmente indicazioni. “Grazie ma preferisco seguirla”. Lui sembra di casa, va avanti deciso fin quasi alla fine. Poi si stoppa: qui ancora mi confondo anch’io, si scusa…
Infine, arrivo a casa. Ed è andata benissimo. Prima delle due sono persino a tavola.
Ah, ascolto dopo il telegiornale. Il problema, si spiega, dovuto a un guasto nel sistema di comunicazione, affidato, si chiarisce, a un appalto.
Lo riporto per la cronaca. A Napoli centrale mi avevano parlato del furto di rame sulla linea. Già mi aspettavo, da parte di chi ci governa, minacciosi annunci roboanti con previsione di aumento di pene per categorie varie… teppisti, zingari, anarchici, magari anche, che va sempre bene…
I rom, o chi per loro, dunque non c’entrano proprio nulla. Ma intanto, una pietruzza in più, sul sentiero delle nostre paure alimentate di rancore, qualcuno l’ha portata…
Cronache arbitrarie
Oggi, Giornata mondiale del popolo Rom. Ritrovando, a proposito del popolo rom, un intervento scritto per la rivista A, cui ho avuto il piacere di collaborare … E’ stato forse il mio primo contributo per quella bellissima rivista, scomparsa, infine, con la tragica morte del suo direttore, Paolo Finzi, che della rivista fu anche fra i fondatori…
Rivista anarchica
anno 43 n. 382
estate 2013
” Facendo il pendolare sul trenino che dal centro di Roma porta verso la periferia, c’è un punto sul quale sempre mi soffemo con lo sguardo. Un attimo prima di arrivare al ponte sul fiume, lì dove, sulla destra, una enorme baraccopoli confina con uno sfusciacarrozze e non si capisce dove finisce l’una e dove comincia l’altro, quello che è chiaro è che tutto quel mare di lamiere sembra pronto ogni momento ad affogare nel fiume. E sulla sinistra, dietro una rete di quelle modello pollaio (o forse è l’illusione di un intreccio di rovi trasmutati in recinto), c’è un campo di casupole e container, o qualcosa del genere, più o meno disordinato, più o meno confuso a seconda dei tempi e delle stagioni, comunque con la sua sbilenca fila azzurrina di gabinetti chimici… insomma una specie di campo attrezzato, come si dice. Magari tollerato, come si dice, innnaginavo, se una delle prime volte che l’avevo notato, qualche anno fu, davanti ad una delle baracche una rosa era fiorita su una pianta composta di un unico stelo. E ho pensato alla mano che aveva avuto cura di piantarla accanto alla porta di casa. I fiori si piantano quando si sa di poterne attendere lo sviluppo, la crescita, le stagioni del suo fiorire. O almeno lo si spera. E prima e dopo quel tratto di strada, piccoli assembramenti di illusioni di case compaiono e scompaiono tra i rovi. A seconda dei tempi e delle stagioni.
Una mattina, che l’inverno non era ancora passato, un’intera fila di quelle case era
completamente rasa al suolo. Le pareti squarciate, lamiere e legni e cartoni squassati tetti schiacciati, insomma, proprio come succede dopo il passaggio di una ruspa, e qualcuno, qualche adulto, qualche bambino, ancora vi si aggirava a rimestare…
Pensando alla semantica dei gesti e al Piano nomadi di Roma che va avanti. Con episodi di grande violenza. Ricordo solo quello denunciato dall’Associazione 21 luglio: lo sgombero dei genitori della bambina di 14 mesi che nel febbraio scorso era caduta nel Tevere ed è morta due giorni dopo in un ospedale. E quei genitori rom, ricorda l’associazione, ”nei giorni successivi al decesso della bambina non hanno ricevuto alcuna assistenza e alcun sostegno dal comune di Roma e solo con l’aiuto di alcuni volontari dell’associazione stavano provvedendo alle pratiche per il funerale e il rimpatrio della salma”. Florin e Liliana, come in un copione che sempre si ripete, senza preavviso hanno visto la loro casa abbattuta e sono stati costretti ad allontanarsi in fretta con le loro cose, e i pochi ricordi della bambina morta. Loro che pure, raccontano le cronache, avevano donato gli organi della piccola, e per questo erano stati proprio dal comune elogiati. E così ci ricorda l’Associazione 21 luglio, si è consumato il 510° sgombero del Piano nomadi.
Un gesto di una violenza inaudita. Il cui significato, il cui insegnamento, va ben oltre il momento di quell’atto.
Abbattere una casa, davanti agli occhi di chi vi abita. è gesto che “educa” alla paura. Che educa a violenza e inumanità del sentire, instillate nell’animo di noi spettatori altri che queste scene abbiamo imparato a guardare con indifferenza, quando non con compiacimento.
Essendo noi abitanti di quest’altra riva, tutti buoni e puliti…
Non so se o a quale numero di sgombero risponda il risultato dello spianare di ruspe che ho visto quella mattina… Comunque, quella stessa mattina, sullo stesso tragitto, una ragazza è salita sul vagone chiedendo soldi. Come accade da qualche tempo. Ultimamente saliva un ragazzo… Senza parlare ti lascia accanto, sul seggiolino, sul bordo del finestrino, un biglietto con su scritto: sono povero, ho due figli ecc … Distribuendone un po’ percorre tutto il vagone e poi ritorna e, sempre senza parlare, raccoglie ciascun biglietto e, a volte, qualche soldo d’elemosina.
In genere si ha tutti l’aria stanca e un po’ indifferente, fin dal viaggio d’andata, su quel trenino di pendolari, ma quella mattina il passaggio della ragazza (non importa chi fosse, se rom, se rumena, se di altra terra dalle parti dell’Est…) ha scatenato la polemica spietata e infastidita di due donne che, si poteva ben immaginare, dividono con zingari e quant’altri le paure e le miserie delle stesse periferie. Non la riporto. Non era più inarticolata dell’argomentare di tanta nostra gente che ci amministra. Né di tante persone, che pure ho sentito, asserragliate in belle case che proprio di periferia non sono.
Certo rubano. Riascoltando le parole di De André, nel cd “Ed avevamo gli occhi troppo belli…”, De André che dice, introducendo un suo concerto, “anche a me hanno rubato”. E ci ricorda che gli zingari rubano solo oro e non l’argento ad esempio, che lascia macchie scure, non porta bene…
Ma, sempre ci ricorda De André, c’è chi ci ruba l’aria, riempendola di veleni, chi ci ruba il lavoro. C’è, anche, chi ci ruba la vita sottraendo spazio che dovrebbe essere pubblico, e negando lo spazio privato che serve ad accudirla, la propria vita.
Certo la storia e le storie non sono per niente semplici. All’interno delle varie comunità, in rapporti e dinamiche che non ci appartengono, si consumano anche violenze. Ma questo non sembra mai interessarci.
Eppure, eppure, sempre torna l’eco delle parole di De André: “…dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior…”. E a proposito di fiori nati fra il fungo delle periferie romane, dunque, sempre a proposito di rom, lessi un libro un po’ di tempo fa, che varrebbe la pena di andare a ritrovare. Chejà chelen, ragazze che ballano, libro edito da Sensibili alle foglie.
Scritto da Vania Vancini, che zingara non è, ma al mondo rom dedica la vita. E, fra parentesi, mi piace ricordare che in qualche modo, a guardarla bene, qualcosa della luce selvaggia dei figli del vento è trasmigrata sul suo viso, gli occhi dawero troppo belli.., come capita succeda, fra persone che si sono amate e accompagnate a lungo. Vania Vancini si era occupata del progetto di scolarizzazione dei minori rom con l’Area solidarietà Lazio, e in questo libro parla del loro mondo, come non è fucile parlarne. Senza ipocrisie e senza nasconderne le asperità, ma pure con quella vera curiosità e quella passione dell’uomo con cui si capisce ha inseguito e costruito il suo progetto di vita. Convinta com’è che ‘la verità non è mai da una parte sola’.
Vania con le ragazze rom ha messo in piedi un corpo di ballo, le Chejà chelen del titolo del libro. E di loro, soprattutto, ne ha affollato le pagine. Rimangono nel cuore i racconti che, nelle interviste, piccole e grandi donne rom fanno di sé. Una frase, di AH, che fu parte del gruppo di ballo e che ‘non è mai stata da nessun’altra parte’: “Ci piace ballare con le amiche, sentiamo la musica, ci mettiamo i vestiti adatti… sono colorati, me li ha fatti mamma, ha comprato la stoffa a piazza Vittorio, luminosa, colorata, e li ha cuciti. Ci vogliono vestiti eleganti, che si vedano di notte e che facciano rumore”. Vestiti. Che si vedano di notte, e che facciano rumore… Chejà Celen, rimane, ancora oggi, una bella guida per addentrarsi nella periferia di Roma.
Ho accennato alle asperità di quel mondo che il libro non nasconde. Ma, a fare un po’ di attenzione, si tratta di asperità e violenze che sono in qualche modo intrecciate alle nostre. Viene in mente una delle tante pagine di brutta cronaca. Fu sventata qualche anno fu sempre nella periferia romana un’organizzazione che ”forniva” bambini rom a pedofili. Peccato, che i clienti eravamo noi… Fiori nel fango, ancora, il nome dell’operazione di polizia.
Ancora un’immagine e una riflessione sulla semantica dei gesti.
Sempre sullo stesso trenino che porta fuori Roma. Un pomeriggio sale sul vagone una giovane donna. Forse trent’anni. Forse molti di meno. Perché la vita, si sa, sul volto delle zingare, lascia presto i suoi segni più profondi. Accanto ha il suo bambino. Vivacissimo, con dei grandi occhi neri. Sconfinati, mi sembrano, mentre mi guarda con aria monella. Ha una brutta tosse. Ma si muove e saltella e si alza e si risiede con l’energia curiosa dei bambini della sua età. Tre anni, mi dice la madre. Che lo afferra, lo lascia, lo riacciufa, lo bacia. Ancora gli sfugge, lui mi sfiora. E, “non disturbare” lo sgrida lei. Il bambino mi fissa. Un’ombra di paura, e poi guardando la madre punta il dito verso di me: ”Polizia?” chiede. Tre anni e, mi chiedo, quali e quanti gli orchi delle sue fiabe… ”Polizia?” insiste. Quanti e quali gesti lo hanno già educato alla paura.
Ancora.
Ripensando a un viaggio fin nel cuore della Camargue, fino a Saintes Maries de la Mer, per il grande raduno della Festa degli zingari. Un giorno di fine maggio di un anno che non ricordo più. Tempo anche di furti e quant’altro, lessi in seguito in un tuonante articolo su un giornale della zona, diventata anche ben “attraente” con il suo turbinare di curiosi e più o meno ricchi turisti. Ma molto più forte è rimasto il ricordo dell’affollatissima festa delle tre Marie degli zingari: Sara, Maria di Betania, Maria Salomè. Che si narra fuggite dalla Terrasanta su una piccola barca, che è poi approdata sulla spiaggia della Camargue dopo un volo sul mare. Due Marie bianche e una, Sara, dalla pelle nera. Tutte e tre veneratissime. Ma è Sara che portano in processione ogni anno, a fine maggio, quando la primavera già sfoca nell’estate, fino alla spiaggia, per bagnarla con l’acqua del mare che a quella terra e agli zingari, insieme alle altre, l’ha donata. Una cerimonia bellissima, come la leggenda di quel volo sul mare (e chi non desidera volare in barca sul mondo?). Difficile dimenticarne gli echi, di preghiere, balli e canti. Da quella riva. Lontanissima. Che ritorna qualche volta alla mente, quando, al capolinea del sopracitato trenino che mi porta al lavoro, assisto ad una scena che si ripete ogni mattina.
Ecco.
Arrivano con le prime corse. In gruppi di dieci, dodici, e anche di più. Scendono dai vagoni lanciandosi fra loro poche parole, che sembrano d’intesa. Più spesso in silenzio. Gli occhi che frugano lontano. Magari, il sospetto è forte, anche nel tempo. Ma chissà se sia il passato o il futuro, quello che vedono. Gli uomini, vecchi e giovani, quasi tutti dotati di stampella. Le loro donne, in genere sono molte di più, tutte, vecchie e giovani, con i bambini spinti in carrozzelle, tirati per mano, avvolti in pezze annodate, a sacca, al collo. Ti aspetti che scompaiano subito nel fiume dell’altra gente. Invece prima di puntare all’uscita della stazione le donne si fermano. Come a un comando dell’anima, in un movimento che è, vi assicuro, coreografia di passo di danza, tutte insieme ruotano verso il muro, sul fondo della stazione, dove c’è un’edicola della Madonna. Quella dei ferrovieri. Mezzo giro di gonne, un inchino, il segno della croce e un bacio mandato alla Madonna.
Con una preghiera, che si legge nell’aria. Per un istante sospese nell’aria anche loro, quelle donne, con le gonne a un soffio da terra, come ai tempi in cui avevano le ali. Sì, gli zingari, l’ho letto da qualche parte, avevano le ali e per vivere non dovevano mendicare e rubacchiare.
Volavano, con gli altri uccelli, e quel che mangiavano gli uccelli mangiavano anche loro. Ma questo, oggi, non lo ricorda più nessuno. E comunque l’idea di troppa hbertà, sempre darebbe un po’ fàstidio…
Più di una volta ho visto inchinarsi e segnarsi anche qualche uomo. Prima di avviarsi al lavoro. Sì perché penso proprio di lavoro, e ben faticoso, si tratti. Provando a immedesimarsi un po’: dopo essersi svegliati all’alba per raggiungere dal fango delle periferie l’asfalto del centro, stare ore e ore su marciapiede, al caldo o al freddo, immobili o tremolando su stampelle. E se pure quello zoppicare fosse finzione, proviamo a inmedesimarci un po’, nella fatica di tenere per ore e ore una posizione innaturale e torta. E chiedere la carità che è sempre un mortifìcarsi ancora più terribile quando non c’è la risposta nemmeno di uno sguardo. Ed è fatica, questo umiliarsi anche quando la vita indurisce al punto da non saperlo più… A volte, penso, meriterebbero uno stipendio.
Ecco, solo alcune immagini di cronache, lo ammetto, assolutamente arbitrarie. Ma rimane, vero, il significato dei gesti. E ce ne è uno che in particolare penso sempre vada fatto. Il gesto dell’elemosina, per quanto (mi si passi la contraddizione) vi sia “ideologicamente” contraria, perché ritengo che la società che si fa Stato debba creare le condizioni perché nessuno, per vivere, sia ridotto ad affidarsi alla generosità dei singoli. Ma è un gesto che ancora compio, perché è gesto che apre alla relazione. E forse lo faccio anche per me. Perché è la capacità di relazione, il mondo complesso e pur contraddittorio che ne nasce, quello che ci fa umani.
IL Sutra del pallone di cuoio
Non amo il calcio. Anzi, ad essere sincera quasi lo detesto. Tanto per cominciare perché mi ricorda le domeniche pomeriggio da piccola, quando prima di uscire tutti insieme bisognava aspettare che mio padre e gli zii terminassero di seguire le partite. E sorvolando sui tanti altri perché, ricordo con grande piacere la sera in cui un mio vecchio direttore (una serata davanti a un televisore ché qualcuno del gruppo non poteva rinunciare ad assistere a non ricordo più quale fondamentale partita) sussurrò: “l’Italia non diventerà mai un paese civile finché il suo sport nazionale non sarà il cricket”. Ne esultai.
Ma nella vita, non si sa mai… e già qualche anno fa ero stata catturata da quella sorta di partita lunga una vita che è il primo libro di Carlo Miccio, “La trappola del fuorigioco”, che tutta la realtà decifra attraverso il gioco del calcio (ne scrissi a suo tempo https://www.remocontro.it/2017/06/11/comunismo-johan-cruyff-la-trappola-del-fuorigioco/ https://www.laltrariva.net/una-partita-lungauna-vita/).
Quindi, già ben disposta mi sono messa a leggere l’ultimo suo libro, “Il Sutra del pallone di cuoio”. Per niente scoraggiata dall’inquietante definizione del sottotitolo, “affabulazione sentimentale intorno a novanta partite, sessanta libri e altre piccole cose senza importanza”. Inquietante per me per via delle novanta partite…
E ora che sono arrivata all’ultima pagina… bello! sì, mi sono detta. Un libro che consiglierei a chi il calcio lo ama, ma anche a chi lo detesta. Anzi soprattutto a questi ultimi. Perché, anche se questa volta non di romanzo si tratta, è sempre della vita che Miccio parla, della sua, intanto, di irriducibile tifoso, che ci accompagna a scovare quella rintanata, per lui e per tutti noi, nelle “altre piccole cose senza importanza”. E persino io, che ripeto il calcio calciato detesto, mi sono da subito incuriosita persino alle cronache delle novanta partite annunciate, per me una minaccia, nel sottotitolo.
Sarà questione di penna. Che non è solo dato formale. Che ogni parola, ogni frase, svela un intero mondo che c’è dietro. E qui sono parole sommesse, anche ironiche a volte, mai superficiali o urlate. Neanche davanti al più esaltante dei gol... E qui mi ritrovo pienamente. Per capirci… una sola volta in vita mia ho seguito con attenzione, e alla fine anche con una certa passione, una partita di calcio alla tv. Per la prima volta mi sono accorta di sentire con piacere l’onda della folla sugli spalti che accompagnava da un lato all’altro del campo la palla e il gioco tutt’intorno… e mi sono sorpresa parteciparvi, seguire il gioco minuto per minuto, fino alla fine. Fino a quando una voce annunciava: ci scusiamo con i telespettatori per l’assenza del telecronista, a causa di uno sciopero dei giornalisti.
Svelato il mistero. Senza offesa per nessuno, ho realizzato intanto che mi hanno sempre infastidita le telecronache, urlanti, sovrapposte, con linguaggio da adepti… mentre mi sono sempre portata nel cuore l’unica partita (ma forse era un allenamento?) vista da piccola, dagli spalti di un campo di provincia, insieme a mio padre, che il gioco in campo, insieme a tanto altro, mi sussurrava…
Ecco, il linguaggio, il tono. La capacità di accompagnare. In ciò che c’è di bello, e in ciò che di meno bello c’è nel gioco del calcio… partendo dai riti della pura passione sportiva, arrivando alla società dello spettacolo e del consumo, alla “gabbia di dolore capitalista che regna sovrana nell’universo, e di cui il calcio è un’estensione…”. Un racconto, quello di Miccio, che attraversa la storia dei nostri anni, con uno sguardo attento anche alle implicazioni geopolitiche di gol fatti o mancati… per ricordarci come “il calcio può essere usato anche come veicolo di prestigio politico, sia da parte di dittature, come quelle di Ceausescu, Mussolini e Videla, che da parte di singoli attori della politica parlamentare – Berlusconi …”.
Un racconto, ancora, che si intreccia con l’eco di un’infinità di testi sul calcio (e con i loro autori), e ognuno ti viene la voglia di andare a leggere (o rileggere).
Da Pasolini che “il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo”, passando per Desmond Morris che “è nell’avere un nemico, e non nel controllo di un pallone, che per molti risiede l’essenza del gioco, perché attraverso il nemico comune individuiamo la nostra tribù…”…per arrivare a Camus. E lascio a voi scoprire gli altri.
Insomma, sono tanti i livelli di lettura de “Il Sutra del pallone di cuoio”. Di mezzo c’è anche l’amore, e non solo quello per il pallone.
Quattro i Sutra, le Nobili Verità che guidano il libro. Tutte girano intorno al dolore. E qui non posso non citare ancora Camus, che in una mirabile pagina diventa Angelo sceso in terra a spiegare all’autore, un Carlo turbato e “impermanente”, che… “L’innocenza perduta devi cercare, mon ami. Perché sarà lei a condurti sulla strada della cessazione del dolore…”.
Tutto alla fine è ricerca del modo migliore di agire nelle relazioni fra le persone.
Come? La conclusione cui Miccio arriva: “Evitare le parole inutili è la norma che più di tutte dovrebbe orientare una condotta mirata alla gestione del cambiamento nelle relazioni”.
Cominciare dunque con l’evitare le parole inutili. E chissà che non si riesca a liberarci di tanto chiacchiericcio frastornante che abbiamo intorno.
Carlo Miccio “Il Sutra del pallone di cuoio”, ed Rogas
Le fiabe di Buccio
“Le fiabe di Buccio” sono planate sulla mia scrivania qualche giorno fa. Con gli occhi dolci e sorridenti di un delizioso bambino, dall’aria curiosa e sognante insieme, come a inseguire ispirazione lontana. E quegli occhi devono averla proprio catturata, mia madre. Che dopo un po’ me la ritrovo immersa nella lettura, sorridente anche lei… “Ti piace? Belline le fiabe?”, le ho chiesto. “Molto”, mi ha risposto senza sollevare lo sguardo dalla pagina. E quasi sul momento mi sono inquietata, che tardava a venire a tavola…
Complimento non da poco, ho poi subito pensato. Perché mia madre, dovete sapere, è stata insegnante, maestra elementare, ha novantadue anni, e dire che legge ancora molto è dir poco… lo scorso anno, per dire, ha riletto “Guerra e Pace”, l’anno precedente, “La montagna incantata”. E quando le ho regalato uno degli ultimi premi Strega (non faccio nomi che qualcuno potrebbe adombrarsene) ha mormorato: “Certo che oggi è facile vincere lo Strega…”.
Beh, non riesco a immaginare complimento migliore per Gaetano Antonino Marino, autore di questa raccolta, “Le fiabe di Buccio”, liberamente ispirate ai Canti di Giacomo Leopardi.
Già, perché cosa s’è inventato questa volta il nostro Gaetano, infaticabile narratore di storie… Fiabe, come pensate dal poeta bambino. Buccio, che così Giacomo Leopardi era affettuosamente chiamato dai fratelli. Un bambino curioso e pieno di domande…
Una domanda viene inevitabile, e proprio Gaetano Marino se l’è posta per primo: non è osare troppo? Non può essere questa una “profanazione” del grande poeta?
La risposta se la dà da solo: “è piuttosto forse questo un altro modo per conoscere il poeta di Recanati attraverso il gioco dell’immaginazione fiabesca nel cuore dei bambini”. E siamo d’accordo con lui. Se proprio per Leopardi l’immaginazione è lo spazio del piacere infinito, come ben spiega in un passo dello Zibaldone. E allora, “spazio all’immaginazione”!
Così “Il canto notturno di un pastore errante dell’Asia” diventa “Buccio e la luna che ascolta”. Un’amorevole luna che… “ogni volta che alzerai lo sguardo mi troverai qui ad ascoltarti”.
Così “L’infinito” ispira “Buccio e il grande campo senza fine”. “A Silvia” ispira “Buccio e la cavallina puledrina”… Ancora, “Il passero solitario” fa nascere “Buccio e il passerotto della torre”, dove… “a volte parlava, a volte rideva, ma molto spesso restava semplicemente seduto accanto al passerotto ad ascoltare il suo canto, mentre il giorno diventava sera”. Dolcissimo Buccio, che tante domande si fa e fa sulla vita e sul mondo, cogliendone a tratti magie…
Diciassette fiabe per diciassette Canti, e chissà che ne direbbe il poeta. Mi piace pensare che potrebbe intenerirsi anche lui per questo piccolo Buccio che subito ha capito che “la felicità umana non possa consistere se non nella fantasia e nelle illusioni”.
Una raccolta di fiabe per bambini, dunque, per avvicinarsi alla conoscenza del poeta di Recanati. Per bambini e “ovviamente per tutti coloro che hanno ancora desiderio di sognare tra i viaggi di parole e le tante domande di un bimbo instancabilmente curioso”, invita l’autore.
E devo dire la verità, oltre ad aver letto le fiabe con grande piacere (che volete è un vizio, quello di leggere fiabe, che non ho mai perso…), questa lettura mi ha fatto venire una gran voglia di andare a rileggere anche i Canti di Leopardi, eco del tempo del liceo… Anzi, a leggerli, che più d’uno sinceramente non conoscevo. Non si finisce mai d’imparare. E grazie al piccolo Buccio e alla fantasia del suo creatore…
Ah! Naturalmente tutte le fiabe sono anche lette e messe in voce da Gaetano Marino https://paroledistorie.net/le-fiabe-di-buccio-dai-canti-di-giacomo-leopardi/
Che aggiunge ancora pagine al ricchissimo prezioso sito di Parole di storie. net
Storia di noi ragazze di famiglia
Inizio di primavera, questa domenica, nel giardino segreto… cuore del condominio in cui abbiamo la fortuna di vivere. E qui, anche, si presentano libri…
Oggi, ancora un incontro intorno a un libro di Ginevra, Ginevra Diletta Tonini Masella, dopo il racconto che nel nostro giardino segreto è ambientato (Il segreto del giardino), dopo la storia di Heidi, la cagnolina che qui scorazza, incubo del mio gatto (Storia di una cagnolina senza collare)… ogni volta storie che sono tracce per scavare in altro, nel profondo del mondo che pure ci circonda. A dire la verità, mi aspettavo qualcosa che ancora gravitasse qui intorno, ma questa volta Ginevra sfonda i cancelli del tempo, e racconta una storia che inizia nel primo dopoguerra e poi attraversa la Seconda guerra mondiale, il tempo della Repubblica e via via fino ai nostri giorni, attraverso le vicende della sua famiglia, che hanno il volto di cinque generazioni di donne. “Storia di noi ragazze di famiglia” (edito da AG Book Publishing). Le sue donne… che tutte hanno un carattere comune: la determinazione a farsi artefice del proprio destino. Storie insomma di libertà conquistate.
I temi, potete immaginare sono tanti… Ne voglio sottolineare solo alcuni per me portanti.
Quello della memoria, intanto. Tema caro all’autrice, se nel finale del primo suo libro il nostro giardino diventa luogo d’incontro dei più giovani con i vecchi, che raccontano e trasmettono memorie… Qui è Ginevra che ci tramanda memorie, avvertendo urgente il bisogno di conservarle e farne regalo alle generazioni che verranno. Ribadendo quanto importante sia ricordare, e mi è sembrato invito, finché è possibile, a non perdere la voglia di chiedere, di farsi raccontare, di farsi incantare da chi, in famiglia, ha tanto vissuto e tanto ha da trasmettere. Bellissimo l’esempio delle sue donne, il loro coraggio, la loro voglia di costruirsi il proprio destino, in anni in cui nulla era per una donna scontato… e nulla le ferma.
Ben irrequiete, come Clara che… “è un cavallo imbizzarrito, ha fatto tutto da sola, decide senza chiedere il permesso a nessuno”… “E’ libera, semplicemente. E’ nata così, non si può cambiare”.
E viaggiano tanto le donne di Ginevra. Dal Friuli, dove tutto nasce, alla Sicilia, e poi ritorno al nord, la Lombardia, e poi Roma… Andare via, uno stacco che può segnare un momento di tristezza, può essere costrizione dei tempi, ma andare via dal luogo in cui si nasce (anche se non per sempre) è sempre un affacciarsi al mondo che è rispondere a desideri e curiosità. E’ crescita. E’ allargare lo sguardo sul mondo per imparare a dominarlo e non farsene dominare… Trovare infine la propria casa che è luogo dell’anima. Luogo nel quale ci si riconosce…
Lucia, Linda, Clara, Agata ed Elena… Nomi, due reali gli altri “d’adozione”, tutti, mi aveva fatto notare Ginevra, che rimandano alla luce. E ho pensato, tanto per cominciare, alla luce dei suoi capelli biondi e dei suoi immensi occhi azzurri… che mi piace pensare assolutamente identici a quelli di tutte le “ragazze di famiglia”…
Il libro è dedicato dall’autrice alle sue donne, a quelle che l’hanno preceduta, a chi già arriva e il lascito di tutte queste storie prende in consegna. Storie che insegnano l’importanza dei legami, della solidarietà, dell’amore, del desiderio di libertà e di vita.
Discretissima protagonista della mattinata nel nostro giardino, a parlare della “Storia di noi ragazze di famiglia”, Clara. In qualche modo fulcro della narrazione, venuta, nel susseguirsi delle generazioni, dopo Lucia e Linda, prima di Agata ed Elena… e quanto immagino abbia contribuito a trasmettere tante memorie…
Sempre i libri di Ginevra sono tessuti dei suoi affascinanti disegni, che sono come la cifra della sua scrittura. Chiara, netta, come sequenza di scatti fotografici a comporre la narrazione di storie, che sono anche la Storia. Questa la forza del suo narrare, che ha da subito ben convinto l’editore, che è editrice, Angela Cristofaro, ad accoglierli e così accuratamente accompagnarli nel loro cammino.
Mi fermo qui, in attesa del prossimo. Il giardino segreto aspetta…
Cucinare in Massima Sicurezza
Per me è stato un tuffo al cuore, sfogliare le pagine di “Cucinare in massima sicurezza”, libro curato da Matteo Guidi, artista visivo con una formazione in etno-antropologia (abbiamo conosciuto un suo lavoro nello scorso numero della rivista), edito da Meltemi. Elegante ristampa del testo edito nel 2013 da Stampa Alternativa, che fu per me, allora, curandone l’editing, un primo importante, insospettabile viatico per il mondo del carcere.
Si tratta di un ricettario nato da un bel lavoro, ideato nell’autunno del 2009 in un’aula della sezione di Alta sicurezza del carcere di Spoleto. E, avrete capito, gli autori sono quelli “cattivi”, che più cattivi non si può. Persone condannate all’ergastolo…
Come sottolinea Matteo Giudi, mentre si leggono ricette non si immagina la pietanza che ne nascerà, si prova piuttosto a immaginare chi le ha ideate, “il suo ingegnarsi, all’interno della cella, e poi subito dopo si prova a ricostruire la persona, chi è, l’ambiente nel quale si trova recluso, cosa avrà mai fatto per essere lì”.
Alcuni di questi “cattivissimi” nel tempo li ho conosciuti, frequentati, con alcuni, addirittura, siamo diventati amici. E scorrono volti, ritornano storie, per me impossibili da dimenticare…
Un tuffo al cuore nel rivedere i disegni degli “strumenti di lavoro” necessari per realizzare ogni ricetta. Nel riconoscere la grafia delle annotazioni che li accompagnano. Disegni di Mario Trudu, morto infine malato e mal curato, dopo più di quarant’anni di detenzione, di una morte crudele e ingiusta, senza essere riuscito a vedere, neanche per poco, la sua casa…
Guardo i disegni e vedo Mario, l’eterno ergastolano, la sua infinita capacità di resistenza. La sua pazienza. La sua capacità di disegnare la vita a matita, con tratti che sono come incidere nella pietra…
In carcere nulla è banale. Provate voi a cucinare in un forno costruito con quello che, in carcere, si può. Provate a costruirvelo quel forno…
“Liberare lo stipetto a parete, lavare, disinfettare bene, bucare il piano che lo divide in due livelli con un chiodo reso incandescente sul fornello, fare due fori del diametro utile per avvitare e svitare comodamente i fornellini, prendere quattro lattine di birra vuote e sistemare in modo che si possa poggiare la teglia su cui si andrà a cucinare. Se si preferisce un forno più efficace, raccogliere la carta argentata dei pacchetti delle sigarette e tappezzare l’interno dello stipetto”.
Pensate a quanti ritagli di carta argentata nel tempo raccolti…
Insomma, quando ebbi per la prima volta fra le mani le bozze del ricettario, mi sembrò quasi rimando a un manuale da giovani marmotte, o campeggiatori persi nel bosco… e che bosco… una selva oscura, piuttosto!
Così, si spiega come realizzare un mattarello con un manico di scopa, come ricavare una grattugia da una bomboletta del gas vuota, trasformare in un coltellino, che faccia davvero il suo lavoro di coltello, la posata di plastica che è in dotazione. Eh sì, perché in carcere le posate sono solo di plastica, come piatti e bicchieri. E non dimenticherò mai lo stupore di persona che, ottenuto il primo permesso, dopo decenni di carcere, accompagnato in un bar, annota: “non bevevo quel nero liquido caldo dentro una vera tazzina da venticinque anni. Quello che mi è sembrato strano è il peso del cucchiaino e anche della tazzina”. Riuscite a immaginare 25 anni di plastica…
Tutti i libri di cucina hanno sempre un grande fascino, perché il richiamo inconscio è in fondo all’alchimia di formule, magari magiche, magari giochi di streghe… Queste ricette, scritte da persone che sul certificato penale hanno per fine pena un data che ha dell’assurdo, 99/99/9999, mi sembrano formule invocate per dare corpo all’illusione di una normalità possibile, e questo è uno degli aspetti forse anche toccanti del ricettario nato in carcere.
“Servire preferibilmente in piatti di legno…. preferibilmente con vino bianco…servire in fretta e ben fumante…”, e quel preferibilmente che sa già d’illusione…
Perché nello stesso tempo le ricette sono dichiarazioni dell’impossibilità di una vita normale. Leggete le note a margine di ogni ricetta. Spesso ricordano quanto la normalità sia impossibile, riportando sommessamente, ma continuamente, alla realtà del carcere. Ascoltate: “ci si consolerà gustando”, “per svuotare le melanzane col coltello di plastica è necessaria molta pazienza”, sembrano sussurri in un posto che immagini di “urla a bassa voce”…
Tutto qui ci ricorda che fra noi e gli autori s’innalza un muro. Tutto racconta in qualche modo “tecniche di sopravvivenza”. Anche la leggerezza, la sottile ironia, con la quale spesso ci si esprime, che è modo di sopravvivere anche questo. Un modo per dire: non ci avete ancora definitivamente sepolti.
Le ricette poi… E’ vero forse, come si spiega nell’introduzione, che qui non si vuole insegnare a cucinare a nessuno, perché ricette semplici, che in tutte le famiglie si conoscono e per questo il libro penso anche possa essere proposto come manuale per riscoprire ricette casalinghe. Che sono profumo di casa…
E il ricordo di casa qui può arrivare anche solo sulla scia di una nuvola di caffè…
“Aspettando l’uscita lenta del caffè, la cella si riempie dappertutto di buon aroma e ti fa sentire per un attimo in un luogo diverso dal carcere”. Affogando a tratti nella nostalgia. Pensando che solo persona condannata all’ergastolo possa ideare lo “spaghetto infinito” e suggerire di “condire con un sughetto piccante all’infinito”. Possa avere un attimo di comprensione e di pietà per “il povero animale” da cucinare, vittima sacrificale della nostra mensa.
Ma c’è una cosa in più che qui si insegna, attraverso il tempo e i ritmi del cucinare: il tempo della pazienza. In carcere un tempo tutto particolare: quella della pazienza “obbligata”, e “necessaria” per sopravvivere.
Insomma, parlare del carcere, dell’ergastolo per di più, passando per la cucina. Dove la condizione carceraria “viene tradotta in una forma letteraria tipica e unica”, come scrive nell’introduzione Marco Tortoioli Ricci, dove “la possibilità e la volontà di rappresentare la forza a volte dissacrante della verità, grazie alla potenza della rappresentazione visiva, rappresentano ancora oggi una straordinaria forma di libertà”.
E ancora penso a Mario Trudu, cui Matteo Guidi dedica quest’edizione di “Cucinare in massima sicurezza”. Alla vita libera che, nella sua prigione, riusciva a vivere ritornando col pensiero alla sua terra, ai suoi animali, agli odori della vecchia dispensa di casa, tutto restituendo in fantastici disegni…
C’è tanta cura, tanta attenzione, nei disegni come nelle ricette. Proprio vero che, come sottolinea Massimo Montanari, se nessun altro essere vivente cucina oltre all’uomo, la cucina “può diventare il segno dell’identità umana, di una appartenenza che ci inorgoglisce e che teniamo sempre a confermare, a consolidare anche nelle condizioni più difficili”.
Questo ricettario ci ricorda quanto il cucinare sia importante in un luogo, nel sistema-carcere, dove tutto tende ad annichilire, spersonalizzare, cosificare.
E se il cibo è comunicazione, questo è il tentativo di aprire una porta attraverso un canale inaspettato, credo per molti insospettabile.
Ma non posso non pensare a chi è in regime di quella forma di tortura che è il 41-bis. Ebbene, nella formulazione introdotta nel 2009, si prevedeva il divieto assoluto per i detenuti 41-bis di cuocere cibi. Una norma che infine è stata dichiarata parzialmente incostituzionale dalla Corte Costituzionale. Storica sentenza del 2018. Che riconosce come residuo incomprimibile di libertà individuale, la possibilità di “piccoli gesti di normalità quotidiana”, come cucinare, appunto. Un diritto, comunque, che può essere disciplinato, limitato, definito di volta in volta negli orari. Ma cucinare, mangiare, è anche condividere. E al 41bis è negato. Chiusa la parentesi.
Il ricettario, dunque. Invito a leggerlo e magari provare queste ricette. Con un pensiero ai suoi autori, al cui ricordo ancora mi commuovo. Ché qualcuno è riuscito a tornare libero, qualcun altro è ancora lì dentro, qualcuno, e ripenso a Mario Trudu, Marietto come lo ha sempre chiamato con affetto Matteo, che da sei anni non c’è più.
scritto per Voci di Dentro









