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    Storie di mare, di cose buone e fatiche

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    Aniello era bello come Mastroianni e forte come Poseidone.
    Sposò una donna bellissima venuta dal Nord. Costruì per lei e per i loro figli una grande in casa in cima alla montagna.
    Portò sulle spalle le travi, le piastrelle, le pietre. Da lì, se si guarda bene, si vedono ancora gli dei che passeggiano.
    Ma la sua vita era sul mare, proprio davanti all’isola delle sirene (c’è ancora in quei fondali, il relitto dell’ultima nave che non è riuscita a sfuggire all’incanto).
    Una spiaggia tra due torri antiche, per avvistare i pirati.
    I polpi, da lui, si lasciavano prendere con le mani. Le alalonghe lo guardavano negli occhi, senza sfida. Le meduse non lo ferivano. A volte il mare, prima di infuriarsi, lo avvisava. Il sole non lo bruciava.
    Alla sua tavola c’era sempre un posto per lo straniero.
    Era un giusto, a modo suo. E, se qualcuno violava le sue leggi, il suo furore tuonava tra gli scogli.
    Quando le forze lo lasciarono, Aniello si addormentò sulla spiaggia.
    Lo accompagnarono in barca. Prima lo portarono a fare un giro lunghissimo al largo, per asciugare il pianto delle sirene”.


    E come non iniziare ricordando questo bellissimo ritratto che Daniela Morandini aveva fatto di Aniello, Aniello Cappiello, anima di un pezzo della Costiera amalfitana, Positano. Un ritratto che me ne fece innamorare, di lui e della sua gente… che poi pure un giorno ho conosciuto. Ché a questo è volato il mio pensiero scorrendo le pagine di “La mia Marinella, storie di mare, di cose buone e di fatiche”, che Daniela ha scritto insieme ad Alessandra Cappiello, che di Aniello è la figlia.
    Un libro che Alessandra ha fortemente voluto come omaggio questo suo mitico padre che a Positano è già leggenda. E tanti suoi ricordi ha voluto regalarci.
    Un album di parole e di immagini, che scorrono con la storia iniziata nella prima metà del secolo scorso, per la precisione nel 1932 quando Aniello nacque. Storia di lui, della sua affollata famiglia e di tutto quel che si è mosso intorno a quel pezzo di mare “a Positano, a Fornillo, tra due torri antiche per avvistare i saraceni”.

    Ed è lì che Aniello, che ha fatto mille mestieri, infine, nel 1949 costruisce il primo stabilimento sulla spiaggia tra le due torri: La Marinella, appunto, “una serie di palafitte a forma di zampa di cavallo conficcate tra i sassi, una piattaforma, un piccolo bar, qualche cabina, poche sdraio, alcune pagliarelle, un tegame per le cozze e uno specchio per farsi la barba”.

    E poi arriva dal profondo nord Magdalena Koriczek, Lena. Aniello ne fa la regina della sua casa, … Lena, che … “I matrimoni sono tutti uguali, ma i panorami no!”, impara le tradizioni mediterranee, ed è ancora lì, oggi insieme ai figli, a organizzare la cucina nella roccia.

    Un racconto affollato di gente, di figli che nascono, di persone che arrivano e ogni estate ritornano, altre che definitivamente restano, catturate da quell’angolo di paradiso…, e sono amici, e sono personaggi più o meno noti, e sono artisti, che tutti in quel tratto di costa vengono accolti, “in quella stagione del Novecento dove pittori, scrittori, esuli della Rivoluzione d’Ottobre e scampati al nazismo ricercarono un Sud metafisico”.
    Storie di mare, di cose buone e di fatiche, se nulla è semplice, ma Aniello sa cosa fare, e ci insegna che si può, si deve, quando tutto sembra fermarsi, ricominciare… come quando una mareggiata, nell’87, distrusse lo stabilimento…
    “Chi tene ‘o mare cammina ca vocca salata e ogni volta Aniello ricomincia. Porta sulle spalle travi, piastrelle, pietre. Rassicura una figlia con gli occhi lucidi: “ Nun chiagnere, ‘o refacimm n’ata vota”. Ché lo spirito di Aniello è tutto qui.

    “La mia Marinella”, dunque, che con i suoi ricordi Sandra, con Daniela, ci regala… un racconto che è la storia di una famiglia, ma anche di un pezzo della nostra storia, che a tratti commuove.
    Col racconto scorrono foto… dagli archivi Cappiello e Morandini,… immagini in bianco e nero di quel passato, ma anche ricche dell’esplosione di colori dei ritratti che Martine Lefévre, artista che su quel tratto di mare da tempo si è fermata, qua e là ha posato…


    La mia Marinella, storie di mare, di cose buone e fatiche“, Alessandra Cappiello e Daniela Morandini

    In copertina, la Marinella anni ’60, di Michele Theile

    Ma cosa siamo diventati…

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    Brevi, brevissime cronache, per appunti presi tra un binario e l’altro.

    Domenica d’agosto. Mattina sul presto. Alla macchinetta per fare il biglietto del regionale per la tratta Roma-Avezzano. Ci sono quasi, che mi si avvicina, cortese, un giovane uomo, alto alto, grosso grosso, dalla pelle scura. L’avevo già notato all’uscita dalla metropolitana, col suo andare appena appena basculante, uno zainetto sulle spalle, lo sguardo lontano.
    Mi chiede, con un italiano un po’ stentato, se posso aiutarlo a fare il biglietto.
    E certo che posso…. Ma sa solo dirmi che deve andare in un centro dopo Latina e non ricorda esattamente dove. Abbiamo esitato un po’… io a cercare di mettere a fuoco un nome… lui a sforzarsi e ancora dirmi che non ricorda. E’ durata qualche minuto ma alla fine… va beh, dico, intanto facciamolo per Latina, questo biglietto. E mentre armeggio con la macchinetta, con la coda dell’occhio vedo che poco distanti da noi si sono fermati due militari, la stazione pullula di militari, lì per la nostra sicurezza. Mi volto appena, mi sono sembrati molto giovani e ho pensato, mi perdonino magari non è così, a quei fucili in mani ho immaginato poco esperte… Lì, d’altra parte, a fare il loro dovere… un uomo “nero”, e bello grosso, che si avvicina, a una donna, le rivolge la parola, e chissà che intenzioni ha… cerchiamo di avere tutto sotto controllo…
    Per fortuna che è difficile che le persone che incontro per strada mi intimoriscano, qualsiasi sia la stazza o il colore della pelle (molto più pericoloso e inquietante è stato attraversare tanti occidentalissimi salotti per bene)… e sarà stata anche la mia tranquillità a facilitare il compito dei due militari, che alla fine, quando hanno visto che quell’omone mi ha persino dato i soldi perché pagassi il biglietto, si sono allontanati…
    Ma mi sono agitata allora io, che ho dovuto richiamare quel signore che, andando via in fretta, il suo treno partiva di lì a poco…, aveva dimenticato di prendere il suo resto. E poi sono rimasta come un’imbecille a pensare a tutte le possibili stazioni dopo Latina, che al momento della sua richiesta non me ne veniva in mente nessuna… E ho pensato a quali problemi poteva andare ora incontro, con quel biglietto che non era la sua esatta destinazione… che stupida, che imbecille, che cervello intorpidito…

    Mi avvio soprappensiero verso i binari e qualcuno mi chiama: “Ciao!!!!”. Un ciao gioioso, di chi è piacevolmente sorpreso dell’incontro. E lo sono anch’io. E’ Alì… il signore pachistano che per due anni, il sabato e la domenica, ha soggiornato davanti a un supermercato della mia zona… e un incontro dopo l’altro ho saputo della sua vita, del lavoro che qui aveva trovato (“neanche gli animali…” un giorno mi aveva detto sconfortato)… Qualche mese fa, sapevo, doveva tornare per un po’ al suo paese dove era morta la madre, e poi non l’avevo più visto. Sarà rimasto nella sua terra…
    Eccolo invece qui… ma qualcosa non ha funzionato nel rientrare al lavoro, è in attesa di risposte, mi spiega, e poi nel mio quartiere di questi giorni, di queste arsure, c’è davvero poca gente, meglio gravitare intorno Termini…
    Ecco, ancora. Mentre mi raccontava ho percepito… altri militari, questa volta polizia… ma è durato un soffio, che la familiarità del nostro parlare deve averli subito tranquillizzati… Avrà pure avuto la pelle scura Alì (meno scura però dell’uomo di prima), ma sembrava tanto in confidenza con quella italiana, così pallida, che più pallida non si può…
    L’ho salutato, Alì, raccomandandogli di stare attento, cambiare zona, Termini non è un posto tranquillissimo…

    Metà settimana, verso metà mese, di questo agosto bruciato di sole fra una stazione e l’altra…
    A una fermata sale un uomo dalla pelle nera
    . Nulla di strano, naturalmente. Tutte le tratte che dalla Capitale si irradiano nelle province tutt’intorno sono per immaginabili motivi frequentate da gente d’ogni colore ed etnia…
    Nulla di strano. Eppure, una donna lo segue con sguardo indagatore. Non so cosa sia successo, qualche problema, o forse un biglietto che non c’è … alla stazione successiva salgono due poliziotti dallo sguardo accigliato. Puntano diritti a quell’uomo, che dopo un po’, non so cosa sia successo ero di spalle e non mi volto a frugare con gli occhi in attesa di “spettacoli”, non mi è mai sembrato cortese…, si alza e scende dal treno…
    Con evidente soddisfazione della signora che invece, senza distogliere lo sguardo e allungando, per vedere il più possibile, il collo sul corridoio che quasi rischiava di squilibrarsi… “lo sapevo… si capiva… non avrà fatto il biglietto… il biglietto no, ma il cappellino di Gucci sì!!!” ha detto astiosa.
    E’ vero, per queste cose sono un po’ fuori dal mondo, ma un cappellino di Gucci proprio non so come sia fatto. A me, quello che aveva in testa quell’uomo, era sembrato un qualsiasi banalissimo tristissimo cappelletto beige… da pescatore, và…
    Ma il tono astioso con cui quella donna ha ancora insistito sulla questione…
    I due poliziotti fanno ancora qualche controllo, sinceramente non posso dire chi abbiano “controllato”, non ho torto e allungato il collo per vedere… appunto, e non posso dire che si siano soffermati su qualcun altro dalla pelle ambrata.
    Quel che è certo è che la signora di cui sopra al passaggio dei poliziotti ha espresso tutta la sua soddisfazione… “grazie per quello che fate!”. Che come ringraziamento in sé, per carità, nulla da dire… ma quanto ancora grondava di astio per l’uomo fatto scendere dal treno…
    Ma cosa siamo diventati? Ma cosa siamo sempre stati…

    Le bugie non dette

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    Tutto nasce da lì… da una pagina di calendario, che scivola via da un vecchio libro aperto spolverando la libreria. Un foglietto con segnati un luogo e una data, che tutto iniziano a smuovere…
    E inizia, per Vittoria, il cammino sulle tracce di un “segreto” che tanto ha condizionato la vita della sua famiglia, troppo quella di sua madre, che ne è rimasta prigioniera.
    Per noi che leggiamo, una saga familiare che è un viaggio nel tempo e nello spazio.

    Viaggio nel tempo, che oscilla fra l’inizio di questo millennio e gli anni del secolo scorso, per attraversare la vita di tre generazioni. E forse all’inizio può spiazzare una narrazione non lineare, che riprende in continui flash back. Si parte dal 2003, poi il salto agli anni Quaranta, poi ancora il 2003, quindi il ritorno agli anni Cinquanta… Mi è venuta in mente una citazione da altro libro (anche quello il racconto di una vita…) che richiama il pensiero di Lina Bo Bardi “il tempo lineare è un’invenzione dell’Occidente. Il tempo è un meraviglioso groviglio”. Il tempo… che nel racconto va avanti e a tratti si riavvolge insieme alle vite che porta dentro… Il tempo che qui, parola di Ludovica De Nava, “è la sostanza del vivere”.

    Viaggio nello spazio, da percorrere fra il nord, la capitale e la Calabria, perché è un inquieto continuo spostarsi quello delle tante persone che affollano il racconto. Torino, Roma, la Calabria… e la terra di Aghiochorìo, luogo dove tutto si rapprende, esperienze di vita, riflessioni. Aghiochorìo, spiega l’autrice, dal greco Aghiòs Chorìo… luogo sacro.
    Già, luogo sacro, luogo infine dell’anima, da accudire, dove farsi accudire, luogo che è nido ma anche prigione a volte, col rischio di rimanervi imbrigliati… insieme a quel segreto, da qualcuno certo intuito, ma sempre tenuto ben serrato nell’anima.
    Segreto che naturalmente non svelerò. E non tanto per non togliere la sorpresa, ma perché quello che fa andare avanti nella lettura, pagina per pagina, è piuttosto il fascino di vite svelate, che si inseguono, si scelgono, si amano, si lasciano, l’una dall’altra si difendono, si ritrovano…
    Riflessioni sulla vita, sulle scelte, obbligate o volute, sulla psiche. Sulla verità, che qui… “era un’isola in disgregazione, ognuno di noi andava alla deriva sul suo lembo di terra non collegato con la terra degli altri…”.

    Ma Vittoria, che è voce narrante, è lì, a tutto ricucire…
    E consegnarci un messaggio, che è invito, che è esortazione, a non tenere nascosti nel cuore segreti, a non diventarne, consapevoli o no, complici. A imparare a sciogliere nodi. Almeno provarci, per quanto dolore pure possa costare.

    “Le bugie non dette”… una narrazione alla quale splendidamente mi è sembrato introduca la copertina. Perché tutto mi sembra rappreso nello sguardo del dipinto scelto per illustrarla. “La dama del canarino”, di Giovanni Grande. Uno sguardo imbrigliato da qualcosa di doloroso da cui pure la donna sembra voglia scostarsi, ma che il minuscolo canarino fra le sue mani, è lì pronto, col suo canto, a svelare…

    “Le bugie non dette” di Ludovica De Nava, ed Effigi

    Vik vide il futuro

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    Appena un pensiero, ora che ho appena finito di leggere “Vik vide il futuro“, una selezione di testi che Vittorio Arrigoni scrisse fra il 2003 e il 2011. Sottotitolo, “I pensieri di Vittorio Arrigoni sul mondo, Gaza e la Nakba globale”.
    Sono passati quindici anni dalla morte di Vittorio “Vik” Arrigoni, attivista e giornalista, ucciso nella Striscia di Gaza, dove si era trasferito nel 2008 per documentare le drammatiche condizioni di vita del popolo palestinese. E ancora martellano nella testa quelle sue parole “restiamo umani”, che erano un saluto, una firma, una parola d’ordine, un’esortazione… che mai si è spenta.

    Restiamo umani”, dicono ancora i suoi occhi dalla foto di copertina, appena virata seppia… e tutto il senso del libro, ho pensato arrivata all’ultima pagina e ritornando infine alla copertina, è ancora lì… in quello sguardo forte e dolce che guarda lontano.

    Perché è vero quello che dice Michele Giorgio, delle voci che il tempo non attenua. “Talvolta le rende più nitide, difficili da ignorare. Scritti che riletti a distanza di anni ci appaiono strumenti validi per comprendere il presente e guardare l futuro. L’eredità politica e morale di Vittorio resta un pilastro per chi vuole misurarsi con la realtà palestinese, e non solo, senza semplificazioni e compromessi”.
    Invito a leggere queste pagine, sempre appassionate e attente e grondanti di verità che non sempre vogliamo vedere. Pagine che trasmettono emozione e tremore, perché Vittorio Arrigoni non si pone mai come “osservatore”, ma tutto vive dal cuore delle cose, diventando voce della gente e della terra di Palestina che tanto ha amato, e non solo. Pagine di testimonianza diretta, che ci dicono cosa è davvero la “solidarietà concreta”, per quelli che Vik sentiva suoi compagni di viaggio preferiti, “i reietti, gli ultimi, i miserabili, i più umani”.

    Si sfogliano con tremore, queste pagine, pensando a Vik che era contro la guerra, e che voleva essere ricordato per i suoi sogni, che qui ora, intatti, ci vengono consegnati. “Per continuare a inseguire Utopia”.

    E un pensiero alla madre di Vik, Egidia Beretta Arrigoni, alla sua emozione nel “ritrovare sulla carta le parole lanciate in un tempo lontano dal suo Blog”. Parole che sente “preziose, profetiche, lungimiranti… spesso ironiche, spesso trasudando dolore e indignazione. Mai inutili e vane”. E noi siamo con lei.

    Vik vide il futuro, I pensieri di Vittorio Arrigoni sul mondo, Gaza e la Nakba globale”. ed. Pagine esteri




    Maddalena

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    Leggendo “Storia di Cristo”, di Giovanni Papini… Cercando scritture di sangue… A proposito dell’episodio in cui Maria Maddalena cosparge di olio profumato i piedi di Gesù, ospite in casa di un notabile fariseo, e li bagna con le sue lacrime, e li asciuga con i suoi capelli…

    “Ciascuno di noi ha davanti agli occhi il fatto. L’immagine della piangente con tutti i capelli disciolti sui piedi del camminante, è sopravvissuta in tutte le fantasie. Ma il senso vero del fatto a pochissimi è chiaro, tanto l’hanno sfigurato le interpretazioni volgari e letterarie. I decadenti dell’ultimo secolo, i niellatori delle preziosità lascive, che sono attirati dal puzzo della corruzione come le mosche dagli escrementi e i corvi dal carname, hanno cercato nell’Evangelo le donne che odoravano di peccato, e parevano somigliare di più alle femmine de’ loro sogni smaniosi d’impotenti. E si sono appropriate, abbigliandole in gala coi velluti degli aggettivi, colle sete dei verbi. Colle gioiellerie e le pietrerìe delle metafore, l’ignota pentita -col nome di Maria di Magdala- l’ignota adultera di Gerusalemme, la ballerina Salomè, la sinistra Erodiade.
    L’episodio dell’unzione è stato profondamente snaturato da queste mascherature sforzate. E’ più semplice ma intimamente più profondo…”

    Insomma, spiega Papini, l’elogio di Gesù alla donna che lo unse con l’olio di nardo e lo bagnò con le sue lacrime… non è elogio del peccato carnale… è piuttosto prefigurazione di quel che verrà… Maria Maddalena, che Gesù amò forse quanto nessuna, presente la morte, e presentendo compie il gesto che la morte prefigura… ungere e bagnare con le lacrime il corpo di chi muore…

    Tutta da leggere la “Storia di Cristo”, di Giovanni Papini. Consiglio di lettura, per chi rifugge da pensieri deboli, per chi cerca le parole forti, di scritture di sangue, con cui confrontarsi...

    Treni

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    Giusto per riderci un po’ su, che guardandosi intorno, guardandosi dentro, ben ci sarebbe da piangere…


    Dunque. Pendolando pendolando fra Roma e Tagliacozzo, per chi ama i borghi e la montagna, delizioso borgo abruzzese, dove ci si riversa a prendere, per quanto possibile, un po’ d’aria fresca…
    Circa 90 chilometri normalmente percorribili in circa un’ora d’auto. Un’ora e mezza più o meno in treno o in autobus… Tempi più che duplicati quest’anno, nel mese di luglio, per via di “lavori d’ammodernamento”. Nulla di tragico, peccato che lo stesso “disagio” lo si è vissuto lo scorso anno. Comunque, oggi finalmente, tutto dovrebbe tornare normale. E quindi, felicissimi, noi più o meno pendolari per motivi vari, ci ritroviamo questa domenica mattina in un bel gruppetto nella sala d’aspetto della stazione di Tagliacozzo in attesa del treno delle 9,30. Viene da Avezzano e promette l’arrivo a Tiburtina cinque minuti prima delle 11. Una vera pacchia, dopo settimane di attese e trasbordi tra binari e bus sostitutivi sotto il sole cocente…

    Tutti allegri e fiduciosi, dunque… Ma alle 9.28 già qualcosa inquieta.
    9.30, 9.35, 9.40, 9.45… del treno nessuna traccia, mentre il tabellone, indifferente alla realtà delle cose, si ostina a indicare la partenza del treno per Roma alle 9.30. Binario 2
    . Ci si guarda intorno, ci si guarda negli occhi. Ci sono anche due francesi che si guardano intorno smarriti. Da Tiburtina dovrebbero poi prendere qualcosa per Fiumicino…
    I minuti passano. Ed ecco che suona la campanella che dovrebbe annunciare l’arrivo del treno. Ci riversiamo tutti sulla banchina. Il tintinnio dura 5 minuti circa. Poi si ammutolisce. E del treno nessuna traccia. E nella stazione non c’è capostazione, non c’è biglietteria (ormai solo macchinette), nessuno con uno straccio di divisa o l’ombra di un berretto cui potersi rivolgere. Nessuno a cui chiedere. Rientriamo in sala d’aspetto. Il sole comincia a dare fastidio.
    Si sente gracchiare un altoparlante, voce flebilissima, non arriva in sala d’aspetto… tutti ci riprecipitiamo fuori nella speranza dell’annuncio che ci salverà. Sotto il sole è già un caldo difficile da sopportare. Comunque qualcosa si capisce, ma nulla che possa esserci d’aiuto. Si fa presente alla gentile clientela che “a bordo dei treni c’è un sistema di video sorveglianza, a garantire la sicurezza dei viaggiatori e del personale viaggiante”. Tutto assume un tono surreale…

    H. 9.50, sul nostro binario 2 vediamo arrivare lentamente un treno. Ci precipitiamo tutti. Ma le porte rimangono chiuse, e poi, a ben pensarci viene in direzione opposta da dove dovrebbe. Beh tornerà indietro verso Roma, sussurra un signore piuttosto ottimista. Aspettiamo qualche minuto, ma il treno non dà segni di vita. Le porte non si aprono, non si affaccia nessun capotreno o chi per lui… Il treno rimane fermo. Muto. Sigillato. Inquietante. Da dove viene? Dove va? Andrà? Sembra quasi presenza minacciosa. Pensando a Cassandra Crossing… In sala d’aspetto il tabellone continua ad annunciare la partenza delle 9.30.


    Ah, ecco qualcuno con un segno di riconoscimento. Sono due addetti alle pulizie. Una donna e un uomo, sembrano di casa. Ci rivolgiamo loro per chiedere lumi, o se almeno sanno a chi possiamo rivolgerci. Gentilissimi, e imbarazzatissimi, i due consultano i telefonini… dando per scontato che il treno delle 9.30 sia passato… il prossimo è alle.. no no, non è passato nulla, e quello fermo sul binario 2?
    Non si sa… Mentre l’aria continua a riempirsi di, flebili, annunci stravaganti: appena si percepisce che “si avvisa la gentile clientela che la tratta Napoli/Roma/ Milano…”

    Non date retta, guardate il binario, ci suggerisce la gentile signora addetta alle pulizie, tanto gli annunci non si sentono…
    Fissiamo il binario nel punto dove curva e scompare verso est. Per un attimo il riflesso dei raggi del sole crea il miraggio di un faro che si avvicina in lontananza! Ma no… nulla di nulla… si rientra in sala d’aspetto, almeno c’è ombra…
    Una ragazza fruga intanto sul cellulare. Sembra si sia bloccato un passaggio a livello, poco più indietro. Stanno aspettando i carabinieri che dovrebbero sbloccare. Non sarebbe la prima volta. Speriamo che la Benemerita arrivi presto. Sarà l’agitazione che prende, ma anche dentro comincia a fare caldo. Ma potranno operare subito? Non dovranno aspettare autorizzazione.. dalle FS, magari…
    Fermiamo un signore di passaggio, che da una battuta che fa a proposito di treni sembra aver un po’ di esperienza (pensionato FS?). Lo assaliamo di domande: ma non c’è un capostazione? Qualcuno cui chiedere… Con aria mesta dice che no, il capostazione lo hanno eliminato, ormai viene tutto diretto a distanza da Roma Termini… E la stazione di Tagliacozzo ci appare ancora più desolata, abbandonata al suo destino… e che ridicoli allora quei bagni nuovi nuovi, luccicanti, quasi avveniristici appena allestiti giusto lì, davanti alla tetra banchina, dove nessuno resiste più di qualche minuto, per ritornare nella ancora più desolata sala d’aspetto, dove il cartello, indifferente a tutto, continua ad assicurare che il treno per Roma partirà alle 9.30. Sono le 10.05.

    In tanta desolazione ci conforta la presenza della signora e del signore addetti alle pulizie, che si sentono in dovere di stare in qualche modo con noi, in qualche modo supportandoci, molto compresi della situazione.
    Finalmente qualcosa si muove. Rullano le luci, e il cartellone annuncia il ritardo del nostro treno. 45 minuti di ritardo, 50, 55, si corregge quasi subito.… E’ già qualcosa… anzi, molto. Ne sono già passati 50. Quindi entro poco si dovrebbe compiere il miracolo.
    E quasi non ci crede più nessuno quando il miracolo si compie…

    Alla fine non è andata così male. Ma che tristezza queste ferrovie…
    Allego foto di un autista di bus delle tratte sostitutive. La settimana scorsa, sì, quando per roma Tagliacozzo bisognava rassegnarsi alle tre ore di viaggio…
    Sì, sta reggendo un ombrello. E’ che si era rotto qualcosa nei circuiti dell’aria condizionata e gli pioveva in testa. Non sapevamo come aiutarlo. Io gli ho offerto un foulard, qualcuno ha provato a tamponare le fessure con fazzoletti di carta. Alla fine gli è stato dato un ombrello. Beh, onore a lui. Legittimamente avrebbe potuto fermarsi in attesa di risolvere… e invece è andato avanti, gentile, ostinato…

    Mi sono chiesta se le ferrovie se lo meritano un autista così…
    Mi sono chiesta se ce le meritiamo, tutti noi, queste ferrovie…



    “In carcere serve relazione non forza”

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    Intervista a Nicola d’Amore, Sovrintendente capo della Polizia Penitenziaria in servizio presso la Casa Circondariale di Bologna “Dozza” e rappresentante della CISL FNS, col il ruolo di vice-coordinatore regionale per l’Emilia-Romagna, è da sempre impegnato nel dibattito sulle condizioni carcerarie. Una voce controcorrente.

    Qualche volta me lo risparmio. Ché a scorrere le notizie che riguardano il carcere (il mio primo sguardo quotidiano su quel mondo e dintorni è la rassegna stampa di Ristretti orizzonti), c’è da chiedersi davvero in che paese viviamo, se ogni giorno sembra aggiunge un tassello in più all’indecenza, alla violenza, allo spregio per la persona di un quadro fatto di disumanità e degrado. Ai 27 suicidi di persone detenute dall’inizio dell’anno si è aggiunto, a fine aprile, il secondo suicidio di un agente di polizia penitenziaria. Numeri, che sono persone, che sono storie, che la dicono lunga su un sistema al collasso, un sistema che, scusate non riesco ad avere mezzi termini, consuma vite, produce morte. Mentre, di decreto in decreto, di circolare in circolare, in nome di una presunta sicurezza, il sistema delle pene si allontana sempre di più dai principi indicati dalla nostra Costituzione. E diventa solo afflizione.

    Nicola d’Amore, Sovrintendente capo della Polizia Penitenziaria in servizio presso la Casa Circondariale di Bologna “Dozza” e rappresentante della CISL FNS, col il ruolo di vice-coordinatore regionale per l’Emilia-Romagna, è da sempre impegnato nel dibattito sulle condizioni carcerarie. Una voce controcorrente. Che denuncia…

    Siamo tornati indietro di più di un quarto di secolo… Concordo con quanto mi disse in un incontro Mauro Palma, già Garante nazionale delle persone private della libertà. E’ in atto un pericoloso cambiamento culturale e quel poco che si è riuscito a fare è stato demolito. Negli ultimi tre anni questo cambiamento è stato velocissimo.
    E’ un momento buio. In trent’anni non avevo mai visto momenti come questo, pur essendo “figlio d’arte”, con un padre che ha vissuto le stagioni del terrorismo, della criminalità organizzata (in parte anch’io negli anni Novanta). Diverse erano allora le dinamiche sociali, oggi, in una società dove aumentano le differenze, si vuole nascondere la povertà, contrastarla con l’utilizzo della forza.
    E si è arrivati addirittura a un decreto legge che ha messo sotto attacco la libertà di dissenso e di protesta”.

    La parola “sicurezza” sbandierata per giustificare il superamento di ogni limite... a volte al limite del grottesco. Penso al recente divieto di utilizzare i frigoriferi, cosa su cui si è in parte fatta marcia indietro, ma molto dice del sistema.

    “Una decisione quantomeno discutibile e potenzialmente dannosa. La stagione estiva nelle carceri, già strutturalmente fragili, è il periodo più difficile dell’anno per tanti motivi. Quando si arriva a togliere anche i frigoriferi dalle celle (dove ci sono, qui a Bologna non ci sono) l’acqua corrente diventa spesso l’unico mezzo per cercare di refrigerare le bevande.
    C’è un evidente costo in termini di spreco d’acqua, e nello stesso tempo diventa quasi impossibile garantire una doccia regolare ai detenuti dei piani superiori dei padiglioni, dove la pressione dell’acqua è insufficiente se non assente.
    Le cose sono due: o non si conosce la realtà del carcere, oppure si adottano decisioni che finiscono per esasperare ulteriormente una situazione già critica…”

    Protestano, per questo e altro, anche i dirigenti penitenziari. Sembra ci sia proprio una volontà di esasperare gli animi, cosa che si può immaginare bene a cosa può portare…
    D’Amore, lei denuncia una situazione pesante di contrapposizione con i detenuti, e parliamo della Dozza, dove non c’è più l’Alta sicurezza, e dove, lei sottolinea, la popolazione carceraria è composta da persone povere, non criminali…

    Una parte della polizia penitenziaria non conosce il carcere, non ci lavora, soprattutto la dirigenza. Chi è ai vertici ha una visione che appartiene al passato remoto e, così calata nella situazione sociale attuale, è inefficace per una realtà fatta di povertà, dipendenze, problemi legati all’immigrazione… Il problema viene semplicemente nascosto, la società lo rimuove e sposta al carcere, il carcere chiude…

    Lei parla di persone viste come una pratica burocratica. E fa l’esempio, a proposito del dramma dei suicidi, del protocollo del rischio suicidario.

    “Il protocollo del rischio suicidario in carcere quasi sempre si traduce in “burocrazia”. Prevede che l’agente di sezione controlli ogni 15 minuti la persona a rischio, compili un modulo, e qualsiasi cosa accada ricade su di lui. Quando invece, per una condizione così complessa, servirebbero interventi di psicoperapia, attività ludiche, sport e molto più personale sanitario. A questo si lega anche il problema delle dipendenze: il carcere non è impermeabile allo smercio di droghe contrabbandate illecitamente, come la cronaca spesso ci ricorda. Mentre chi non ha potere d’acquisto cerca di spegnere la sofferenza con l’uso “ludico” dei farmaci, inalando il gas delle bombolette utilizzate per cucinare (e qui l’amministrazione ha delle responsabilità, perché dovrebbe installare piastre a induzione, naturalmente prima adeguando gli impianti elettrici e le strutture) oppure attraverso distillati alcolici autoprodotti in cella, come la famigerata “grappa”. La polizia penitenziaria, soprattutto quella di prossimità, povera di strumenti, lavora con la relazione. Ma la capacità di relazione non è attitudine di tutti. E qui emerge un ulteriore problema, quello culturale: c’è chi, tra i poliziotti, considera giusto un carcere meramente retributivo. Cosa che è inutile e dannoso nascondere”

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    Il mese scorso, in diversi penitenziari della Francia, dove l’affollamento delle carceri è altissimo, ci sono state manifestazioni di blocco delle guardie carcerari
    e nel quadro del movimento di protesta dei sindacati Ufap-Unsa. Si chiedono misure d’urgenza contro sovraffollamento e scarsità di personale. Da noi, nessuna presa di posizione così forte.
    La sua denuncia è chiara. Smettere di pensare e obbedire: è qui che nasce il rischio più serio.

    Non servono scenari estremi per capirlo. La “banalità del male” non è confinata solo nella Storia. Può entrare nelle cose di ogni giorno, nei meccanismi della vita e delle burocrazie, quando si smette di ragionare e si va avanti solo per pericolosi automatismi…
    Succede, ad esempio, quando una persona diventa una pratica. Quando una situazione diventa solo un numero, una procedura, un timbro da mettere. Quando resta l’obbedienza e sparisce la riflessione.
    È qui che bisogna stare attenti. Il rischio non è solo la rigidità delle decisioni, ma anche il fatto che dentro quelle decisioni non ci sia più consapevolezza.
    In questi contesti, dove la responsabilità si esercita con la forza, tenere viva la coscienza non è un dettaglio. È ciò che fa la differenza.
    La vera deriva non è la regola. È quando la regola non passa più dalla coscienza e diventa obbedienza cieca”.

    Per queste sue posizioni lei ha subito anche intimidazioni… ma è persona che non si ferma. Il suo pensiero è ai colleghi in difficoltà, alle prese con stress e burn out. Molti, per questioni psicologiche sono al CMO, l’ospedale militare, gli eventi critici sono tanti…

    C’è una violenza sottile, che investe tutti. Recentemente ho ricevuto segnalazioni da parte di poliziotti in convalescenza per infortuni sul lavoro, a volte riconducibili ad aggressioni subite in servizio, riguardo pressioni esercitate dall’amministrazione per un più veloce rientro in servizio, cosa che rischia di alimentare il clima di già forte tensione e disagio, oltre a pesare su persone che già si trovano in condizione di fragilità e che invece andrebbero tutelate. Ne ho informato naturalmente il Provveditorato, perché sono comportamenti inaccettabili.
    Come FNS Cisl abbiamo recentemente denunciato la situazione di grave difficoltà gestionale della Casa circondariale di Bologna, carenze d’organico, pressione lavorativa, il sovraffollamento aggravato dalle differenze culturali, linguistiche e religiose delle persone detenute, la mancanza di reali proposte educative, ludiche e sportive. E se la risposta è solo l’aumento del controllo e della pressione sul personale, tutto ricade su agenti sovrintendenti e ispettori, che rischiano di diventare capri espiatori dell’inefficienza della macchina organizzativa”.

    Non è facile contrastare tutto questo…

    A volte ci si sente soli… ma io vado avanti… C’è una rete costruita in tutto questo tempo sul territorio che mi tutela. Ma il problema è anche che dal mondo giuridico e politico, anche di certa sinistra, trovo poca attenzione sui temi del carcere, perché parlare del carcere spaventa e allontana anche l’elettorato di sinistra”.

    Cosa produce sicurezza? La sua risposta, confortata dalla sua lunga esperienza, è chiara: il lavoro produce sicurezza e riduce la recidiva. E se guardiamo ai tassi di recidiva non si può concludere che constatando il fallimento del carcere nel suo complesso.

    Guardiamo alla situazione dell’istituto nel quale lavoro. Qui a Bologna, ad esempio, la palestra è attualmente destinata esclusivamente alla squadra di rugby, nonostante la presenza di una significativa utenza giovane che potrebbe beneficiarne in modo più ampio. Non può essere sempre la chimica degli psicofarmaci a risolvere i problemi. Dopo molte sollecitazioni, sono stati finalmente introdotti i lettori MP3, un piccolo ma importante passo verso una gestione più attenta del quotidiano detentivo. Si potrebbe inoltre attivare un corso di formazione professionale in ambito alberghiero, con la creazione di una classe di istituto professionale, tenendo conto dell’offerta lavorativa presente sul territorio. Se ne parla da anni, ma la sua concreta realizzazione tarda ad arrivare. Io da tempo insisto sull’importanza del contributo del territorio. Senza questo il carcere è povero. Il territorio, in particolare a Bologna, supplisce alle mancanze dell’istituzione. Il territorio merita considerazione e rispetto, perché può soddisfare bisogni e quindi fare sicurezza.
    Ripeto, il carcere, nel suo complesso, ha bisogno di una profonda rivisitazione, perché la società è cambiata radicalmente e, con essa, anche la popolazione detenuta e i suoi bisogni. Anche per noi poliziotti penitenziari, la condizione di lavoro sarebbe meno gravosa”.

    Il carcere non deve essere solo un luogo di detenzione, ma anche di ricostruzione, e noi abbiamo sempre lavorato perché lo sia davvero”, sono parole del Sottosegretario Andrea Ostellari che ha partecipato ad aprile a un incontro presso il carcere romano di Rebibbia. L’incontro era dedicato al progetto “Laboratorio di poesia e arte in carcere e a scuola… belle parole…

    Fa riflettere che alcune di queste visite avvengano in istituti finiti sulle cronache per presunti episodi gravi. Dopo tanti anni di servizio, continuo a osservare con attenzione, ma anche con un forte e legittimo scetticismo.
    Iniziative come questa sembrano indicare la volontà di avviare un passaggio da un carcere ipersecuritario, a tratti persino persecutorio, a un modello più orientato al trattamento. Ma, per chi il carcere lo vive quotidianamente, la realtà appare ben diversa. I problemi di un sistema al collasso, fra sovraffollamento, carenze di organico, strutture inadeguate e una gestione spesso emergenziale (basti pensare al decreto Caivano), difficilmente possono essere superati con visite istituzionali o annunci”.

    Lei denuncia che alla prova dei fatti, si continua a premiare e valorizzare solo l’intervento ipersecuritario, il mito del “super poliziotto”…

    “E’ così. Mentre manca qualsiasi riconoscimento per chi lavora ogni giorno sulla prevenzione, sulla relazione, sulla gestione umana delle persone detenute. Personalmente, delle lodi non mi interessa nulla; ma il messaggio che passa è profondamente sbagliato.
    Non è stato bello vedere colleghi incappucciati, come a voler mostrare un’immagine esclusivamente muscolare del Corpo. Questa non è l’unica identità della Polizia Penitenziaria, e ridurla a questo rischia di impoverirne profondamente il ruolo. La nostra forza non sta solo nelle armi o nella disciplina, sta nella capacità di costruire sicurezza attraverso la relazione, la fiducia e la gestione attenta delle persone.
    A Bologna, città in cui si sviluppa anche il dibattito politico nazionale ( e ritorno sull’importanza del territorio), la Polizia Penitenziaria avrebbe l’opportunità di inserirsi in modo costruttivo nei confronti pubblici, nei dibattiti e nei luoghi di riflessione. Eppure, troppo spesso, questa voce rimane assente.
    Ed è proprio lì che si gioca una partita decisiva: far comprendere davvero cosa significa lavorare in carcere, al di là delle semplificazioni e delle narrazioni di comodo, mostrando che la vera sicurezza nasce dall’equilibrio tra rigore e umanità.

    (scritto per il numero di giugno di Voci di Dentro)


    Uno sguardo speciale

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    Il mio contributo a Un viaggio lungo vent’anni. Vent’anni d’impegno dell’associazione Yairaiha.


    Sandra Berardi, che di Yairahia è l’anima, l’ho fisicamente incontrata per la prima volta nel gennaio di dieci anni fa, nella grande e fredda palestra del Due Palazzi di Padova, dove eravamo per un incontro sul carcere, sull’ergastolo ostativo, in particolare. Naturalmente già sapevo della sua associazione, già più volte ci eravamo sentite al telefono, per via del comune interesse riguardo ai diritti delle persone detenute, dopo la pubblicazione di “Urla a bassa voce”, raccolta di testimonianze su ergastolo e dintorni, ma solo in quel momento ho capito davvero la passione, la dedizione, il senso di tanto impegno.

    Sandra era lì con alcuni parenti di persone che scontavano l’ergastolo. Sorelle, compagne… donne… e mi colpì molto il rapporto che le legava, fatto di attenzione dell’una verso le altre, di fiducia delle altre nei suoi confronti. Un legame che a tratti aveva il sapore della sorellanza… E spalancavano su di me grandi occhi interrogativi. E certo non devo aver fatto loro una buona impressione, io di così chiuse parole. Come poi Sandra mi confermò: “tutta sulle sue quella lì… tutta vestita di nero, modello famiglia Adams”. E ancora ci scherziamo su. Che da allora buona parte del nostro cammino sul confine di quel baratro che è il mondo del carcere lo abbiamo fatto insieme. Che quello che mi era subito piaciuto del suo impegno, e dell’impronta data all’associazione, è soprattutto il costante far da ponte fra le persone che scontano una pena, e le loro famiglie. Di qui e di là dal muro. Per raccogliere le testimonianze, avanzare denunce, supportare con consulenze. Esserci. Un compito non semplice, delicato, complesso. Perché anche lì è sempre un muoversi lungo confini fragili, scivolosi, a volte…

    Ho incrociato Yairahia, dunque, che si era nel pieno della battaglia contro l’ergastolo ostativo. E nei suoi passi, nel linguaggio, nell’ostinazione del suo impegno ho trovato una via. Un luogo dove potere anche riconoscermi. Un luogo che è la strada. Sì, per noi che non amiamo i salotti, preferiamo gli incontri da marciapiede, le strade e le piazze dove riconoscere persone, la loro vita nel bene e nel male, imparando passo passo ad aprire lo sguardo, imparando che è proprio vero, come ricorda Elvio Fassone nel suo bellissimo libro, “Fine pena ora”, che “per toccare il male basta allungare la mano; per toccare il bene serve uno sguardo speciale”.

    Per me Yairahia è soprattutto l’incontro in tante strade d’Italia, che abbiamo attraversato, a partire dall’autunno di cinque anni fa, per portare il carcere in piazza. “La prigione e la piazza”, è stata iniziativa nata da un pensiero, da un’esigenza nella quale anch’io mi riconosco: che se le persone davvero sapessero, se davvero vedessero, se potessero confrontarsi con la verità bruciante di storie altre, anche con i propri dubbi e paure, qualcosa in molti cambierebbe. Così, invece di andare a portare testimonianze e discuterne, come normalmente si fa, in contesti in cui si è, in linea di massima, già tutti d’accordo, si è provato a uscire dai dibattiti fra gli addetti ai lavori e portare il carcere in piazza, appunto.
    Portare la discussione sul carcere nelle strade, fra la gente, con i racconti, i libri, i dossier, le testimonianze dirette, andando nei luoghi aperti, dove le parole potessero raggiungere chiunque. Incontri da marciapiede, insomma, per provare a rompere l’indifferenza…
    Non sempre sono accorse folle (uso un eufemismo), e non c’è da stupirsene. In una piazza, e ancora ne sorrido, erano più le forze di polizia che noi “relatori”, e solo un pugno di pubblico “altro”. Forse perché con noi, a portare testimonianza, c’era persona da poco uscita dall’Alta sicurezza, forse perché si parlava di ostativi e di 41bis, forse, forse… E però, eravamo ben delusi e preoccupati per quell’assenza di pubblico, che non per la presenza di forze dell’ordine…

    Chi ce lo fa fare? Ci siamo chieste, io e Sandra, quella sera. Rispondo con le sue parole, che di Yairahia possono essere condivisibilissimo manifesto: “Ho visto centinaia di uomini anziani, ammalati, disabili senza alcuna assistenza; ho visto la disperazione di persone innocenti incarcerate per niente, strappate alle loro vite e ai loro affetti per anni prima di avere giustizia. Ho visto anche i colpevoli, quelli che ‘se sono lì qualcosa hanno fatto’. Ma anche per loro non sono riuscita a trovare un senso alla loro pena”.

    Per me Yairahia è, con Sandra, l’ostinazione a voler continuare, a raccontare, testimoniare, denunciare, tenere le fila delle storie che si vorrebbero dimenticare. Continuare nonostante tutto. Nonostante i momenti di stanchezza che, a occuparsi di carcere e di chi vi è dentro, sono tanti. Nonostante, soprattutto, le sconfitte.
    Si parlava con Sandra qualche giorno fa della questione dell’ergastolo ostativo. Di come sia andata a finire lo sappiamo. Una sconfitta per chi tanto si è battuto perché venisse cancellato. Ma la sconfitta, ne sono convinta, è della società tutta. Che, più in generale, sembra non vedere, non capire che la tremenda deriva securitaria di questi tempi è gravissima limitazione dei diritti e delle libertà di tutti noi. Quando ci si sveglierà dal torpore non sarà mai troppo presto. Sono sicura che Yairaiha continuerà, trovando nuove forze, e nella maniera giusta, a contrastare tutto questo e mi auguro di ritrovarmi ancora, in strada, in tante piazze, a continuare a portare voci che non si vogliono ascoltare. Voci che hanno la forza della verità. Vent’anni sono una bella età. Quella giusta per rinnovare il vigore necessario ad andare avanti nella lotta per la difesa dei diritti di qua e di là dai muri.


    Francesca de Carolis

    Riprendiamoci le parole

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    Introducendo il bianciardino di Maria Brucale, parole prigioniere…

    Le parole, le parole… penso sempre che vadano maneggiate con estrema cura. Le parole… che hanno in sé l’essenza della cosa che pronunciano. Per questo con grande interesse ho ascoltato l’incontro voluto, nel febbraio di quest’anno, dalla Commissione sulla linguistica Giudiziaria della Camera penale di Roma, a proposito di “Linguaggio dal carcere, sul carcere, nel carcere”. Per confrontarsi su un tema, quello delle parole, tanto più delicato se riferito a un mondo complesso e doloroso qual è il carcere, e tutto quello che vi gira intorno. Guardando insomma al carcere dall’angolo visuale della parola, quella scritta, quella orale e quella del corpo, per esplorarne il linguaggio, muovendosi su quel confine d’equilibrio tanto fragile, discusso e discutibile, “fra esercizio del potere restrittivo e il momento dei diritti… per arrivare anche al potere di liberazione culturale della parola”. (Se volete seguire l’intero incontro
    https://www.facebook.com/camerapenale.roma/videos/1604066954234882). Tutto estremamente interessante.
    E sono stata colpita come un pugno allo stomaco dall’intervento di Maria Brucale, che ha, semplicemente, ma con tutta la passione di cui è capace, sciorinato un elenco di parole: domandina, reo, battitura, ordine, sicurezza, blindo, branda… E insieme all’eco di quelle parole, mi sono scorse davanti agli occhi le persone che in carcere ho conosciuto, che quelle parole con me hanno condiviso, facendole diventare anche per me parole di un lessico familiare dal sapore amaro, che è stridore di ferro e sentore che soffoca…
    Domandina, battitura, ordine, sicurezza, blindo, branda. E poi ancora: traduzione squadretta, battitura camoscio… Parole come reo e lagnanza “che non vorrei più leggere nei documenti”, dice Maria Brucale.
    E tutte le altre, una trentina di parole, prigioniere e che imprigionano, svelate nella loro reale mortificante, violenta accezione, che sono afflizione e costrizione in sé. E denunciano una volontà del sistema carcere in aperta contraddizione con quanto detta la Costituzione, che ammette tanta limitazione della libertà personale, solo come avvio di un percorso di accompagnamento al rientro nella società.
    Carcere, è stato detto in apertura dell’incontro, è parola che ha un solo anagramma: cercare. L’inizio dunque di un percorso. E io, che sempre più sono convinta che si debba arrivare alla dissoluzione del carcere, che il carcere in un mondo civile non debba esistere, propongo di iniziare da qui. Dalle parole che leggerete, e che vorremmo scomparissero insieme a quel mondo che le pronuncia e a cui rimandano. Per lasciare spazio a parole nuove. Quali?
    Scusate, ma esco appena da una lettura che come poche nella vita mi ha coinvolto e sconvolto, e la risposta la trovo qui, in una frase di un libro del secolo scorso, Horcynus Orca, di Stefano D’arrigo…

    …sparito tutto quel tono loquent’eloquente, boccazzaro, linguto, col dente avvelenato, sparito tutto quel tono a rivincita, vendicativo, sparito tutto di tutto quel tono senza parole. E sparito quello, ricomparvero le parole sane, sanesane, che quel malarazza di tono si era mangiate, le parole col loro puro e semplice, giusto e naturale, connaturato tono di essere dette e sentite, le parole col loro tono fedele, specchiato, come la faccia delle donne oneste, le parole col tono della cosa, che dicevano, né più né meno, della cosa che dicevano, letteralmente quella, lapidariamente o metaforicamente quella: “Si fece lontana la barca, ‘Ndria”.

    Primavere…

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    “Strano, è un pò come le piante e le stagioni un uomo, anche quando le metti nello scantinato dove non dovrebbero cacciare manco una foglia, non c’è sole, soltanto insetti e lumache, si sviluppano lo stesso, respirano.
    Io non sono un fiore, non facciamo confusione, ma pure se ero bello suonato e inseguito dentro e fuori se possibile, senytivo lo stesso una specie di canzoncina magica in fondo alle budella, che procedeva nonostante la debolezza, l’angoscia [contrita], per via della stagione e dell’età malgrado tutto”.
    Primavere… ancora Céline. Ancora da “Londra”. Malgrado tutto…