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    Cucinare in Massima Sicurezza

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    Per me è stato un tuffo al cuore, sfogliare le pagine di “Cucinare in massima sicurezza”, libro curato da Matteo Guidi, artista visivo con una formazione in etno-antropologia (abbiamo conosciuto un suo lavoro nello scorso numero della rivista), edito da Meltemi. Elegante ristampa del testo edito nel 2013 da Stampa Alternativa, che fu per me, allora, curandone l’editing, un primo importante, insospettabile viatico per il mondo del carcere.
    Si tratta di un ricettario nato da un bel lavoro, ideato nell’autunno del 2009 in un’aula della sezione di Alta sicurezza del carcere di Spoleto. E, avrete capito, gli autori sono quelli “cattivi”, che più cattivi non si può. Persone condannate all’ergastolo…
    Come sottolinea Matteo Giudi, mentre si leggono ricette non si immagina la pietanza che ne nascerà, si prova piuttosto a immaginare chi le ha ideate, “il suo ingegnarsi, all’interno della cella, e poi subito dopo si prova a ricostruire la persona, chi è, l’ambiente nel quale si trova recluso, cosa avrà mai fatto per essere lì”.
    Alcuni di questi “cattivissimi” nel tempo li ho conosciuti, frequentati, con alcuni, addirittura, siamo diventati amici. E scorrono volti, ritornano storie, per me impossibili da dimenticare…
    Un tuffo al cuore nel rivedere i disegni degli “strumenti di lavoro” necessari per realizzare ogni ricetta. Nel riconoscere la grafia delle annotazioni che li accompagnano. Disegni di Mario Trudu, morto infine malato e mal curato, dopo più di quarant’anni di detenzione, di una morte crudele e ingiusta, senza essere riuscito a vedere, neanche per poco, la sua casa…
    Guardo i disegni e vedo Mario, l’eterno ergastolano, la sua infinita capacità di resistenza. La sua pazienza. La sua capacità di disegnare la vita a matita, con tratti che sono come incidere nella pietra…

    In carcere nulla è banale. Provate voi a cucinare in un forno costruito con quello che, in carcere, si può. Provate a costruirvelo quel forno…
    “Liberare lo stipetto a parete, lavare, disinfettare bene, bucare il piano che lo divide in due livelli con un chiodo reso incandescente sul fornello, fare due fori del diametro utile per avvitare e svitare comodamente i fornellini, prendere quattro lattine di birra vuote e sistemare in modo che si possa poggiare la teglia su cui si andrà a cucinare. Se si preferisce un forno più efficace, raccogliere la carta argentata dei pacchetti delle sigarette e tappezzare l’interno dello stipetto”.
    Pensate a quanti ritagli di carta argentata nel tempo raccolti…
    Insomma, quando ebbi per la prima volta fra le mani le bozze del ricettario, mi sembrò quasi rimando a un manuale da giovani marmotte, o campeggiatori persi nel bosco… e che bosco… una selva oscura, piuttosto!
    Così, si spiega come realizzare un mattarello con un manico di scopa, come ricavare una grattugia da una bomboletta del gas vuota, trasformare in un coltellino, che faccia davvero il suo lavoro di coltello, la posata di plastica che è in dotazione. Eh sì, perché in carcere le posate sono solo di plastica, come piatti e bicchieri. E non dimenticherò mai lo stupore di persona che, ottenuto il primo permesso, dopo decenni di carcere, accompagnato in un bar, annota: “non bevevo quel nero liquido caldo dentro una vera tazzina da venticinque anni. Quello che mi è sembrato strano è il peso del cucchiaino e anche della tazzina”. Riuscite a immaginare 25 anni di plastica…

    Tutti i libri di cucina hanno sempre un grande fascino, perché il richiamo inconscio è in fondo all’alchimia di formule, magari magiche, magari giochi di streghe… Queste ricette, scritte da persone che sul certificato penale hanno per fine pena un data che ha dell’assurdo, 99/99/9999, mi sembrano formule invocate per dare corpo all’illusione di una normalità possibile, e questo è uno degli aspetti forse anche toccanti del ricettario nato in carcere.
    “Servire preferibilmente in piatti di legno…. preferibilmente con vino bianco…servire in fretta e ben fumante…”, e quel preferibilmente che sa già d’illusione…
    Perché nello stesso tempo le ricette sono dichiarazioni dell’impossibilità di una vita normale. Leggete le note a margine di ogni ricetta. Spesso ricordano quanto la normalità sia impossibile, riportando sommessamente, ma continuamente, alla realtà del carcere. Ascoltate: “ci si consolerà gustando”, “per svuotare le melanzane col coltello di plastica è necessaria molta pazienza”, sembrano sussurri in un posto che immagini di “urla a bassa voce”…
    Tutto qui ci ricorda che fra noi e gli autori s’innalza un muro. Tutto racconta in qualche modo “tecniche di sopravvivenza”. Anche la leggerezza, la sottile ironia, con la quale spesso ci si esprime, che è modo di sopravvivere anche questo. Un modo per dire: non ci avete ancora definitivamente sepolti.
    Le ricette poi… E’ vero forse, come si spiega nell’introduzione, che qui non si vuole insegnare a cucinare a nessuno, perché ricette semplici, che in tutte le famiglie si conoscono e per questo il libro penso anche possa essere proposto come manuale per riscoprire ricette casalinghe. Che sono profumo di casa…
    E il ricordo di casa qui può arrivare anche solo sulla scia di una nuvola di caffè
    “Aspettando l’uscita lenta del caffè, la cella si riempie dappertutto di buon aroma e ti fa sentire per un attimo in un luogo diverso dal carcere”. Affogando a tratti nella nostalgia. Pensando che solo persona condannata all’ergastolo possa ideare lo “spaghetto infinito” e suggerire di “condire con un sughetto piccante all’infinito”. Possa avere un attimo di comprensione e di pietà per “il povero animale” da cucinare, vittima sacrificale della nostra mensa.
    Ma c’è una cosa in più che qui si insegna, attraverso il tempo e i ritmi del cucinare: il tempo della pazienza. In carcere un tempo tutto particolare: quella della pazienza “obbligata”, e “necessaria” per sopravvivere.
    Insomma, parlare del carcere, dell’ergastolo per di più, passando per la cucina. Dove la condizione carceraria “viene tradotta in una forma letteraria tipica e unica”, come scrive nell’introduzione Marco Tortoioli Ricci, dove “la possibilità e la volontà di rappresentare la forza a volte dissacrante della verità, grazie alla potenza della rappresentazione visiva, rappresentano ancora oggi una straordinaria forma di libertà”.
    E ancora penso a Mario Trudu, cui Matteo Guidi dedica quest’edizione di “Cucinare in massima sicurezza”. Alla vita libera che, nella sua prigione, riusciva a vivere ritornando col pensiero alla sua terra, ai suoi animali, agli odori della vecchia dispensa di casa, tutto restituendo in fantastici disegni…
    C’è tanta cura, tanta attenzione, nei disegni come nelle ricette. Proprio vero che, come sottolinea Massimo Montanari, se nessun altro essere vivente cucina oltre all’uomo, la cucina “può diventare il segno dell’identità umana, di una appartenenza che ci inorgoglisce e che teniamo sempre a confermare, a consolidare anche nelle condizioni più difficili”.

    Questo ricettario ci ricorda quanto il cucinare sia importante in un luogo, nel sistema-carcere, dove tutto tende ad annichilire, spersonalizzare, cosificare.
    E se il cibo è comunicazione, questo è il tentativo di aprire una porta attraverso un canale inaspettato, credo per molti insospettabile.
    Ma non posso non pensare a chi è in regime di quella forma di tortura che è il 41-bis. Ebbene, nella formulazione introdotta nel 2009, si prevedeva il divieto assoluto per i detenuti 41-bis di cuocere cibi. Una norma che infine è stata dichiarata parzialmente incostituzionale dalla Corte Costituzionale. Storica sentenza del 2018. Che riconosce come residuo incomprimibile di libertà individuale, la possibilità di “piccoli gesti di normalità quotidiana”, come cucinare, appunto. Un diritto, comunque, che può essere disciplinato, limitato, definito di volta in volta negli orari. Ma cucinare, mangiare, è anche condividere. E al 41bis è negato. Chiusa la parentesi.

    Il ricettario, dunque. Invito a leggerlo e magari provare queste ricette. Con un pensiero ai suoi autori, al cui ricordo ancora mi commuovo. Ché qualcuno è riuscito a tornare libero, qualcun altro è ancora lì dentro, qualcuno, e ripenso a Mario Trudu, Marietto come lo ha sempre chiamato con affetto Matteo, che da sei anni non c’è più.

    scritto per Voci di Dentro




    Acque chete

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    A proposito del libro che verrà… Incontri ravvicinati del quinto tipo… a post fazione un “appunto” del nipote Alessandro che mi ha regalato i disegni che accompagnano i testi… inseguendo tracce oltre le barriere dello spazio…
    A proposito della sua fremente acqua cheta … come si potrebbe diversamente attraversare, con tranquillo tremore, esperienze come questa che racconta…
    Un giorno di giugno, sospetto come tanti, di un qualsiasi mese dell’anno…

    Le bellezze della circumvesuviana:
    Il treno si ferma, sotto una galleria, in un punto imprecisato a ridosso di Ercolano.
    La gente protesta, urla, sbraita.
    Controllori nel panico.
    Arriva un altro treno. I controllori invitano a fare il cambio treno causa guasto.
    Confusione generale.
    Fuja fuja delle persone, mani in faccia, mamme in mezzo.
    Un uomo urla come un pazzo, come se gli avessero ucciso la madre.
    “Siete la sfaccimma della gente!”
    Sua figlia piange, la madre pure.
    Dopo varie peripezie, salgo sull’altro treno e dico al controllore:
    “Senta ma questo ci va a Ercolano?”
    “Sisi”
    “Miglio d’oro?”
    “Sisi”
    “E sta partendo?”
    “A momenti.”
    Mi siedo, pericolo scampato.
    Attendo paziente. Entrambi i treni sono fermi.
    Infine, il colpo di scena: si riattiva il treno precedente.
    Parte, nello stupore di chi aveva fatto il cambio.
    Il treno fermo ora è il nostro.
    Buio.
    Sipario.

    E poi nascono i disegni che nascono… E’ chiaro?

    Storie di noi ragazze di famiglia…

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    Lucia, Linda, Clara, Agata ed Elena… cinque nomi che evocano la luce… riflessi preziosi di magie…
    Un augurio a tutti con i volti di donne che attraversano cinque generazioni, “legate l’una all’altra dal sangue e dalla voglia di essere libere”… che ho incontrato nel racconto di Ginevra Diletta Tonini Masella “Storia di noi ragazze di famiglia”… E che bel regalo, parlando di donne… affollato dei fantastici disegni dell’autrice, inconfondibili… Per ora la copertina… e ne parleremo presto…

    Abbecedario

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    Un racconto, che è memoria, di Daniela Morandini. Ascoltate…

    R come rana, i come isola, f come foglia, u come uccello, g come gatto, i come Italia, o come orso. Era scritto con la vernice su un muro di via Castiglione, sopra ad una freccia che ordinava di andare verso chissà dove. Era più o meno davanti al Galvani, il liceo che fu di Pasolini e dello zio Carlo. Poco prima del vicolo della Dame, dove suonava Guccini.
    Io, che sono nata undici anni dopo la guerra, un tempo biblico, e che da poco cominciavo a leggere e a scrivere, passavo spesso lì davanti, sempre accompagnata, naturalmente.
    A b c, i fondamentali.
    Un giorno, i come, le rane, le isole, le foglie, gli uccelli, i gatti, l’Italia e gli orsi scomparvero. Le lettere si abbracciarono e io lessi: rifugio.
    Ma perché nascondersi? Da chi, da che cosa si doveva scappare? Da un mostro, da un brutto sogno, da un assassino?
    Mi spiegarono che quando c’era la guerra, gli aeroplani sganciavano le bombe, che ammazzavano e distruggevano tutto. Una sirena preannunciava il loro arrivo e allora si scappava nei rifugi, una specie di cantina. Si stava lì, al buio, finché non se ne fossero andati.
    Ecco perché quando mia madre sentiva quel suono nei film alla televisione, si tappava le orecchie e andava in un’altra stanza.
    Mio padre invece mi raccontò di quando, dopo aver sentito la sirena, prese il fratellino piccolo, lo zio Carlo, lo caricò sul manubrio della bicicletta, per portarlo al rifugio, proprio in via Castiglione. Andarono a sbattere contro un fittone , che a Bologna è una specie di paracarro a forma fallica, per non far entrare le macchine sotto ai portici. Comunque non andò male: non furono sventrati dalle bombe, si sbucciarono le ginocchia e presero due sberle dalla loro madre, cioè mia nonna, per aver storto la ruota.

    R come rana, i come isola, f come foglia, u come uccello, g come gatto, i come Italia, o come orso. L’abc.
    Oggi quella scritta in via Castiglione è protetta da un vetro. Per non dimenticare, dicono coloro che l’abc hanno scordato.

    Daniela Morandini

    Incontri ravvicinati del quinto tipo

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    Premessa del libretto che presto verrà… personale, personalissimo, praticamente c.i.p (idealmente ciclostilato in proprio). Cronache da un maggio all’altro, guardandosi intorno, guardandosi dentro…

    “Così oggi inizio a scrivere, per dare l’addio a questo maggio… alla sua luce e al suo cielo schizzati, alle sue giornate ogni giorno di un passo più lunghe, già in attesa di ritrarsi verso il buio, al suo correre e rincorrere senza tregua il tempo delle parole arse, e neanche un attimo si è fermato ad ascoltare il tremore della terra…
    Il tremore di storie che diciamo minime, che si sono svelate immense, scovate rintanate negli anfratti, del tempo, dello spazio, a comporne la rete, fitta fitta, d’inascoltata voce. Incontri, sguardi. E ogni presenza, ogni sguardo, rubo a Giovanni Cioni, regista di impareggiabili racconti di visioni, “è un varco” e ogni incontro è ricordarsi che “ci sono gli altri” e che “con loro esploriamo i confini”.
    I piani e le dimensioni si intrecciano, e non c’è soluzione di continuità di qua e di là del tempo e dello spazio. E lo sguardo dell’altro è anche specchio di noi, da qualunque dimensione o lontananza arrivi, vi è riflesso il mondo nel quale siamo rinserrati, credendoci al sicuro.
    Sprigionando deliri, approfittando del gran caldo che tutto confonde… “

    e grazie al magico nipote Alessandro per i disegni che tutto costellano, e alla bravissima, deliziosa, Cécile Barailler @barteleboom.art che del testo ha curato l’impostazione grafica

    Un appello

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    Questo è un appello urgente. Lo scrive Giggetto, il gatto quasi randagio che frequenta la mia casa. Ma che soprattutto abita il giardino condominiale tre piani più giù… Mi ha chiesto la parola, e volentieri gli lascio la penna…

    Buongiorno,

    So che ci sono cose che possono sembrare più importanti…
    ma oggi chiedo la parola a nome del mio giardino. Del nostro giardino. La verità è che ogni pianta, ogni albero, ogni arbusto, avrebbe qualcosa da dire… troppe voci, forse, e poer questo hanno delegato me, al termine dell’assemblea di ieri notte. Sì, ci siamo ancora riuniti, dopo le ennessime scapitozzature e le ennesime ferite al nostro verde. E’ vero che è più o meno tempo di potature… ma a tutto c’è un limite…
    Ieri notte, dunque, abbiamo tenuto un’assemblea, io ho preso appunti, e sono stato delegato a mettere nero su bianco quello che tutti hanno approvato. Ecco.
    Praticamente uguale a quello approvato nell’assemblea di dicembre. Con qualche riflessione in più…

    “Cari tutti, chiunque ci voglia ascoltare (ma qualcuno ci vuole ascoltare?)
    Siamo stanchi di essere tagliuzzati, sagomati, potati a volte anche fuori tempo, anche quando non necessario…
    Per carità il colpo d’occhio qui rimanda comunque a un bel giardino. Ordinato, certo…
    Permetteteci di aggiungere: “troppo”!
    Nell’ordine c’è qualcosa di micidiale: nulla deve vivere dove non gli è consentito. C’è qualcosa di malato nel bisogno di ordine, pensiamo ogni mercoledì, guardandoci intorno… Esasperati forse un po’ dal rumore del tagliaerbe e di quell’altra diavoleria a motore di cui la tecnologia ha fornito i giardinieri per spazzare via le foglie morte, che ormai non vengono più lasciate sul terreno a divenirne, marcendo, nutrimento… Per carità, troppo sporco, troppo disordine… E poi via con seghe e falciasiepi, per irreggimentare arbusti e alberi in forme squadrate… Che nessuna foglia, per carità!, esca dal perimetro che alla pianta è stato assegnato…
    Nel furore del rigore geometrico, capita che cadano rami ancora in fiore. Sarà pure vero (ma secondo quale scuola di pensiero?) che ogni due anni vada potato, come ci ha obiettato una volta giardiniere, ma il cespuglio della Kerria, quella specie di gelsomino giallo, qualche anno fa era un’esplosione di gettiti luminosi. Si stringe il cuore a vederlo ora ridotto a un piccolo bozzolo giallo-verdolino. Passandovi accanto, la sua voce arriva esilissima, e sa di pianto…
    Sia chiaro, non ce l’abbiamo personalmente con i signori giardinieri che sarebbero pure persone simpatiche… ma qualche nozione di giardinaggio, che dite? Siamo disposti anche a fare una colletta per pagarglielo, un maestro giardiniere…

    Coraggio, un pò d’attenzione. Avvicinatevi ai pitosfori, con le loro foglie tagliuzzate, bruciate, appassite… non fanno in tempo a riprendersi che zac! D’estate e d’inverno, sempre la stessa storia… Diciamo la verità, sembrano bordare i viali di un cimitero…
    Spostatevi verso l’ingresso: vedete quegli steli mozzati? Tenetevi forte. Sarebbe quella la Kerria Japonica! Che se lasciata in pace sarebbe un’esplosione di rami e fiori a cascata… volete chiederlo voi ai nostri giardinieri perché sentono costantemente l’esigenza di mozzarne la crescita? E poi… vedete quel cespuglio-palloncino verde sul vialetto del giardino segreto. Sarebbe una bouganville !?… Sì, una bouganville!, che mai ha avuto il piacere di fiorire come una bouganville normalmente fiorisce… lasciata lì al bordo di un viale, poi, senza nulla cui arrampicarsi… ma l’hanno mai vista i nostri giardinieri una bouganville? E quell’ibisco? Un brivido solo a guardarlo…
    Ci fermiamo qui. Pensiamo possa bastare… Non vogliamo neanche parlare del resto…
    Diciamo la verità, non li abbiamo mai visti, i nostri giardinieri, curare una pianta malata, occuparsi di noi con attenzione, mai una carezza, mai una parola… Insomma, per noi è tutto molto triste. E quanto tremiamo di paura, all’alba di ogni mercoledì!…

    Potete per cortesia regalare ai nostri giardinieri un bel libro di botanica? O anche solo uno dei tanti bellissimi racconti di giardini… sapete, se lo facciamo noi potrebbero prenderla come polemica e…
    Ah, naturalmente all’assemblea di ieri sera con noi erano anche tutti gli uccelli che qui vivono, a volte traumatizzati anche loro… ricordo un nido, un grande nido, che chissà quanto impegbno c’era voluto a costruirlo… falciato via insieme ai rami… Uccelli stanziali o di passaggio. Erano con noi. Anzi, sono stati due di loro, due dolcissimi merli, a fare un giro nelle librerie per portare qualche idea a proposito di libri da regalare ai giardinieri… Suggeriscono ad esempio “Nel giardino della Bibbia”. Perché nella Bibbia, sapete, sono citate una novantina di specie vegetali, ed è la prima descrizione di giardino come luogo di armonia e di bellezza. Magari inizieranno a vederci anche loro, i giardinieri, in una nuova luce.

    Sentiamo già qualcuno sbuffare… con tutti i problemi che ci sono… anche nel mondo!
    Ci permettiamo… tutto si tiene… il vivere in armonia e giustizia nel mondo passa attraverso tutto, ma proprio tutto ciò che vive sulla Terra. Se si pensa che tutto sia nella nostra disponibilità, piante, animali, persone che riteniamo meno degne (si .. c’è un filo che lega tutto..)e se ne fa quel che si vuole, senza cura, senza rispetto e attenzione, senza amore… il mondo è destinato a scomparire… Ma nonostante tutto, ancora vogliamo credere che la buona cura di un giardino, possa essere buon esercizio per la cura del mondo.

    Vogliamo fare qualcosa?

    firmato

    Le piante, i cespugli, i (pochi) fiori del vostro giardino


    Ecco, esattamente questo, mi hanno chiesto di mettere per iscritto nell’assemblea di ieri sera. E sono d’accordo con loro. Io che passo quasi tutto il giorno fra i loro piedi… e vi assicuro, a volte, i cespugli, li ho sentiti piangere…
    Armonia e bellezza, chiedono… che ha poco a che fare con la mesta pulizia squadrata e bruciacchiata che imbriglia il nostro giardino…


    Gigetto (il gatto a righe, quello con la coda un po’ cicciotta)

    S’avota ‘o tiempo

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    “S’avota ‘o tiempo, s’arrevota ‘a terra, /non se capisce che sta succedenno; / nun ce sta pace, stammo sempe nguerra, / a ppoco a vota ‘o munno sta murenno. / Nun me riesco ancora a fa capace, / comm’è ca ll’ommo ha fatto ‘sti macielle; / ca pure quanno sta cu ll’ate mpace, / piglia ‘o fucile e spara a ll’aucielle.”

    Ringraziando Alessandro de Carolis, nipote che mi ha regalato la deliziosa, struggente raccolta di Claudio Pennino: “Villanelle, poesie d’amore, di rabbia, d’incantesimi”.

    Le pietre delle nostre prigioni

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    La pietra, gli artisti, le prigioni…


    C’è una pietra, in Palestina, chiamata pietra di Gerusalemme, Jerusalem Stone. Una pietra che è roccia, della roccia ha la bellezza e la forza, pietra di costruzioni storiche che nel tempo ancora vivono. Da sempre molto usata per la costruzione delle case, al cui calore rimanda…
    Perché ve ne parlo? Per via di un progetto che è insieme denuncia, arte, provocazione come solo l’arte sa fare… e mette insieme Europa, Palestina, il movimento e il vivere come pietrificati in un luogo dove la vita tutta delle persone è fortemente limitata. Cosa che da troppo tempo accade in terra di Palestina. E che risponde alle stesse dinamiche di ciò che accade in tutte le situazioni di forte controllo, come in un regime miliare, ad esempio, come in un carcere ad esempio…
    L’idea, di Matteo Guidi, artista visivo con una formazione in etno-antropologia, che da tempo vive a Barcellona, studioso di fenomeni di forte esclusione sociale e di alto controllo sulla persona, e di Giuliana Racco, artista canadese, che per anni ha lavorato fra l’altro sul movimento delle persone attraverso territori in situazioni di eccezionalità.
    E poi c’è Ibrahim Jawabreh, artista performer nato e vissuto nel campo rifugiati di Arroub, con cui Matteo Guidi, nel 2011 in Palestina, ha lavorato, e che avrebbe tanto voluto portare con sé in Spagna, affinché potesse portare avanti in Europa la sua pratica artistica e poter interagire con il lavoro degli amici europei.
    Aprire per lui le porte d’uscita dal suo paese. Una vera sfida… che è diventato un progetto, Elemental Movements, di cui “The artists and the stone” è il primo passo: fare arrivare Ibrahim a Barcellona, e nello stesso tempo spostare dalla cava vicina allo stesso campo di rifugiati dal quale Ibrahim proviene un blocco di pietre di circa dodici tonnellate. Provando insomma a far diventare la situazione di Ibrahim un caso, si è pensato di contrapporre il suo movimento a quello di una pietra di dodici tonnellate.
    Ebbene, preparati i documenti necessari per fare ottenere a Ibrahim un visto Schengen dall’ambasciata spagnola in Palestina, preparati i documenti per spostare la grande pietra… in una decina di giorni la pietra, nel settembre del 2015, è arrivata a Barcellona. Ibrahim è riuscito a mettere piede in Europa solo due mesi e mezzo dopo la pietra…

    E’ ritornato ora di nuovo, e neppure è stato semplice, ma ce l’ha fatta. Ed era a Roma, questo autunno, alla presentazione, all’ambasciata di Spagna, del progetto “The artists e the stone”. Ad assistere anche lui alla proiezione del video che documenta il viaggio della pietra…
    Quasi ipnotizza guardare il video.
    La telecamera spesso fissa sull’enorme pietra che sembra scivolare “leggera”, mentre senza intoppi attraversa check points e frontiere e solca il mare, e quasi allieta il cuore vederla approdare al porto di Barcellona, bella, potente, luminosa. Ma pesante, pesantissima e buia è l’assenza di Ibrahim…
    Nati nello stesso luogo, la pietra scorre libera sotto il cielo e a tratti sembra volare, mentre Ibrahim è rimasto prigioniero. E non puoi che pensare alla tristezza di chi non si è mosso, al tempo infinito dei permessi negati, alla frustrazione di un viaggio negato, del movimento negato.
    “Il soggetto occulto del film- spiega Benedetta Casini, curatrice della mostra a Roma- è ciò che accade oltre i margini dell’inquadratura, escluso dallo sguardo. Il blocco di pietra traccia un confine fra ciò che è visibile e libero di attraversare confini e chi non lo è”.
    E il pensiero, insieme a Ibrahim, va ai tanti cui la libertà è così arbitrariamente imprigionata… Con tanto più strazio per la grande violenza esercitata su un popolo intero, di fatto da decenni come incarcerato, oggi che il genocidio in corso in Palestina ce lo ricorda ogni giorno. Se prima avevamo preferito dimenticarlo.

    Con un’avvertenza. Che la questione non finisce qui, e il nodo del problema investe anche noi, anche se ce ne sentiamo al riparo.
    “Nei territori occupati, nei regimi, in un carcere…- spiega Matteo Guidi- queste condizioni sono portate all’estremo. Sono ancora più evidenti le politiche di controllo sopra la persona, come il suo spazio di movimento quotidiano può essere implicato solamente per scoraggiare a compiere determinate, semplici, azioni. In questi luoghi si creano forme di autocensura. Non faccio questo perché mi può accadere quest’altro… Meglio non andare lì, per evitare di trovarmi in questa o in quella situazione…”. Sotto un’occupazione, nei regimi, in carcere…
    Ma, mi aveva fatto notare Matteo quando incrociandoci sulla strada che in carcere porta ci siamo conosciuti, “in realtà ci sono tante misure intermedie dove, senza che ce ne rendiamo conto, questo avviene”. Pensando a tutte quelle forme di controllo che alla fine più o meno tranquillamente accettiamo per “questioni di sicurezza”. Pensandoci un po’ su… guardandoci intorno, guardandoci dentro…
    Per questo lo sguardo su territori occupati come la Palestina, come sul carcere, di cui Matteo Guidi pure si è molto occupato, “ci permettono di capire qualcosa di quello che avviene nella nostra vita quotidiana, in territori dove apparentemente ci sentiamo sicuri”.

    Oggi, guardando al viaggio della grande pietra di Gerusalemme, che senza intoppi in una decina di giorni scivola lungo frontiere, attraversa il mare, approda a Barcellona…
    “L’obiettivo per me- spiega ancora Matteo – è studiare i meccanismi del controllo dichiarato, istituzionalizzato, ma anche vedere come l’uomo è in grado di trovare degli espedienti, che io chiamo tattiche, soluzioni o scorciatoie per riadattare e rinegoziare la propria posizione altrimenti passiva.
    A dieci anni di distanza da questa opera, le cose non sono cambiate, anzi sono peggiorate. Il genocidio avvenuto a Gaza ci ha dimostrato che non solo ci sono persone che hanno difficoltà a superare le frontiere, partendo proprio da quelle dei propri paesi, ma che è addirittura possibile tenerle chiuse in un territorio e bombardarle. Quando ho realizzato questo progetto insieme a Giuliana Racco nessuno dei due poteva immaginare che saremmo potuti arrivare a questo livello di odio nei confronti di una popolazione, e come questa situazione sia la cartina tornasole dell’impunità che hanno certi stati rispetto ad altri. Sempre per tornare al solito discorso di passaporti di serie A e di serie B, C, D…”.

    A Roma dunque c’è, infine, anche l’amico Ibrahim… E strugge incrociare il suo sguardo profondo, che sembra racchiudere in sé tanta storia. Uno sguardo vicino e lontano, che racconta tutto il tempo impiegato per fare lo stesso percorso che la pietra della sua terra ha fatto in un soffio…
    E il suo pensiero ancora brucia, quasi si fa fatica a reggere: “Avrei voluto essere questa pietra, almeno nessuno ti chiederebbe cosa stai provando ora. Ti guarderebbero, poi sparirebbero… per sempre. Essere un essere umano in generale, e palestinese in particolare, significa che oggi sei immerso in una massa di dolore, in una palude di tristezza.
    Tutto intorno a te svanisce all’improvviso; la guerra, l’odio e la morte si innalzano come un grande muro che ti circonda.
    Tutto muore, e le rocce restano sole, senza nomi e senza indirizzi”.

    Scritto per Voci di Dentro

    “Guardami, dammi la mano, abbracciami, non mi lasciare…”,

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    Bello e tremendo. Esco dalla sala con queste due parole in testa e sensazioni fortissime, che lasciano muti, dopo aver visto il film di Pippo Delbono… Bobò, la voce del silenzio. Bobò, al secolo Vincenzo Cannavacciuolo, sordo, analfabeta e microcefalo vissuto quasi mezzo secolo nel manicomio d’Aversa, che Delbono incontra nel manicomio dove era andato a far conoscere il teatro ai “matti”… Colpito dalla forza espressiva di quel piccolo uomo che del mondo aveva conosciuto solo la sua prigione, riesce a portarlo fuori, ne fa attore della sua compagnia, figura centrale nei suoi lavori teatrali come nei suoi film.

    Narrato attraverso spezzoni di riprese dei loro spettacoli, dei giorni di Aversa, di quelli dei tanti palcoscenici attraversati… il film è il racconto di uno stupefacente sodalizio artistico, e non solo, durato due decenni. Perché il sentimento che unisce Bobò e l’uomo che l’ha accompagnato nella sua nuova vita, è tenerissimo e fortissimo, e sempre insieme calcano il palcoscenico del mondo.

    A teatro. Bobò non parla, ma non ha bisogno di parole. Sul palcoscenico diventa ogni volta, racconta Delbono che è voce narrante, l’abito che indossa. E come un re dei mimi, è artista del silenzio. Il suo silenzio diventa arte perché, viene da pensare vedendolo, è esplosione della vita che per quasi mezzo secolo ha tenuto chiusa in sé. Ed è artista vero. Più di una volta viene da applaudire, come si dice, a scena aperta. Ma lo spettacolo va avanti, ingabbia, ammutolisce. Un film sul segreto della magia del teatro. Dove, pure, nasce un linguaggio, un mondo, anche qui, dove vivere per difendersi dal mondo.

    Nella vita fuori. Vediamo Bobò correre libero nel vento, su una spiaggia, danzare a un crocevia di chissà che paese, dirigere una banda di paese… con un sorriso che strugge per quanto sapore di libertà. E ancora non c’è bisogno di parole.

    “Guardami, dammi la mano, abbracciami, non mi lasciare…”, motivo che torna e ritorna, pronunciato su una panchina che… come non riandare a quella dei due amanti di Peynet… su una panchina che è luogo per difendersi dal mondo, pur restando, e in modo che è prezioso, nel mondo (come si racconta in un delizioso libretto di Beppe Sebaste. Panchine, appunto…)

    Bello e tremendo. Se in ogni istante viene da pensare alla vita prigioniera che è stata. Alla vita negata che è stata quella di tante persone, che ritornano nel bianco e nero di immagini antiche. E pure viene da pensare a quanta strada da allora comunque è stata fatta.

    Nella nuova vita libera, dove tutto è scoperta e stupore, Bobò balla, balla molto, balla sempre. Sorridendo balla. E non sembra esserci differenza per lui… muoversi a passo di danza nel silenzio della vita vera o nella rappresentazione a teatro, guidata dalla musica di un’orchestra o da una voce di canto… ed è tanta l’armonia dei suoi gesti, dei suoi passi. Un po’ Marcel Marceau, un po’ Totò, un po’ Barrault… ma forse è semplicemente, straordinariamente Bobò.
    Mi sono chiesta. Ma Bobò è sordomuto… da dove viene la musica sulle cui note si muove, che sicuramente sente. Sicuro che la sente, non c’è dubbio, guardandolo muoversi con tempi perfetti, come pescandola, questa musica, dal più profondo profondo di sé… Mistero dell’uomo…

    Sì, un film sul mistero dell’uomo, sul segreto della magia del teatro, sulla magia di una grande amicizia, che è amore. E a un certo punto viene da chiedersi (dio mio quante domande!) se è Delbono che ha insegnato a Bobò a muoversi con tanta espressività, a perfezionare la sua innata espressività, o è Bobò che ha insegnato a Delbono quelle movenze leggere, quel rimando di gesti che raccontano la vita … perché alla fine le movenze dell’uno si sovrappongono a quelle dell’altro e viene da chiedersi quanto profondo è stato il loro legame e chi è l’uno e chi è l’altro…

    Se ti parlo, mi parlo

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    SE TI PARLO, MI PARLO”, Eduardo e Luca De Filippo lettere 1949-1979
    A cura di Maria Procino (Guida Editori)

    Un prezioso libro presentato giovedì scorso a Napoli. Ce ne parla Daniela Morandini, che ringraziamo…


    “Napoli. A dieci anni dalla morte, la Fondazione De Filippo ricorda Luca con la pubblicazione delle lettere tra padre e figlio. Un lavoro complesso, perché non è facile mettere le mani sulle vite degli altri, soprattutto quando il privato di chiunque viene esibito, manipolato, sbattuto in prima pagina e moltiplicato all’infinito in rete. Un lavoro ancora più delicato se questo privato si chiama De Filippo.
    Tommaso, figlio di Luca, in un primo momento era titubante:
    “Mi sembrava che gioie e specialmente certi dolori così profondi dovessero rimanere custoditi nel silenzio”.

    Ha poi ritenuto che quel legame così forte, nato anche dalle ferite, fosse da condividere. E’ forse quella filosofia che alla fine del ‘900 sosteneva che il personale è politico e, a volte, anche cultura.
    Così Maria Procino, archivista e storica, entra in punta di piedi nel rapporto tra i due protagonisti e, con rigore, sceglie:
    “Ho eliminato le parti più private. Non tutte le lettere sono in queste pagine – spiega – come quella che Luca scrisse a Luisella, la sorella che non c’era più. E’ conservata, ma non sarebbe stato corretto pubblicarla”.
    Francesco Somma, a nome della Fondazione, e Diego Guida, l’editore, ricordano l’impegno e la sensibilità di Luca, uomo, attore e regista. Claudio di Palma, che già aveva portato queste lettere al Campania libri Festival, ne legge alcune.
    Il primo scritto di Eduardo a Luca, che ha ancora pochi mesi, è un telegramma: “Durante la commedia Le voci di dentro ti ho portato con me in scena”. Il figlio è già il suo interlocutore interno e la poesia che Eduardo gli dedica è in apertura del libro:

    Si te veco mme veco
    Si te parlo mme parlo
    (…)


    Lo studio di Maria Procino organizza gli originali, che accorciano la distanza da un padre lontano:
    “Mio caro Luca, sto girando l’Italia in lungo e in largo da quasi tre settimane (…)”.
    “(…) ti voglio un sacco di bene (…) ti trovo talmente simpatico(…)”.
    “E’ ora di smontare l’idea che Eduardo fosse rigido, inflessibile”, sottolinea Carolina Rosi, vedova di Luca De Filippo e ora in teatro con Non ti pago, l’ultima regia del marito.
    “Se Eduardo fosse stato una persona fredda, non avrebbe scritto quello che ha scritto. Certo, era intransigente sul palcoscenico, ma era giusto così ed io di padri intransigenti ne so qualcosa…”
    E in sala l’applauso va anche a Francesco Rosi, l’autore, tra l’altro, di Le mani sulla città.
    Qui, nel palazzo che fu di Scarpetta, si intersecano le presenze di figli e di padri, di attori e di maestri della cultura italiana. Su uno schermo scorrono le immagini dei due De Filippo. Uno scatto in bianco e nero ritrae un bimbo con il vestito bianco e il cappello a pan di zucchero: il pensiero va a John, “Il figlio di Pulcinella”, scritto da Eduardo nel 1958.
    Il legame tra i due è sempre più forte e l’immediatezza è immutata, Procino non corregge le frasi scritte in modo sbagliato da Luca bambino:
    “Caro papà e cara mamma vi auguro in questo santo giorno tanta felicità. Vi prometto che l’anno nuovo saro più buono. Scusatemi se qualche volta vi ho fatto arrabiare, credo che voi mi abbiate perdonato, e scusatemi anche se scrivo questa lettera in un foglio di di carta, ma non mi sono ricordato di prenderne una con quelle cosettine che luccicano. Pero questa lettera io la ho scritta col cuore e credo che questo vi basti”.
    Torna alla mente la letterina infantile e provocatoria di Tommasino, in Natale in casa Cupiello:

    Cara madre(…)

    Ma l’infanzia di Luca non è semplice, a dodici anni perde la sorella Luisella, poi la mamma, Thea Prandi. Il giovane De Filippo decide di andare a studiare a Salerno, al Collegio Colaiuti:
    “Caro papà, dovresti dire a Isabella di mandarmi un pacco con generi alimentari di prima necessità: carne in scatola, ecc. Roba sostanziosa come del formaggio, ecc. Tutto abbondante (…)”.
    E il pensiero va ancora a Tommasino in Natale in casa Cupiello:

    Voglio ‘a zuppa ‘e latte.

    Ma se in chi legge realtà e finzione si intrecciano, il rapporto tra questo padre e questo figlio lascia righe d’affetto, di insofferenza, di teatro:
    “(…) Il successo è tuo! Il trionfo sarà tuo! La gioia sarà tua e mia. Un abbraccio e un bacione fraterno. Papà”.
    Eppure, da queste vite arrivano anche frasi di tutti e di tutti i giorni:
    “Caro papà, mi dovresti fare la giustificazione per domani mattina (…)”.
    Ora la parola spetta ancora a Tommaso De Filippo:
    Sono cresciuto comunicando con mio padre in modo diverso. Ci telefonavamo, ci raccontavamo a voce, la corrispondenza non era abituale, non esisteva nemmeno WhatsApp. Così, tutto ciò che ci siamo detti è rimasto affidato solo alla memoria. Forse anche per questo nutro una certa gelosia, sapendo che il nostro rapporto non è stato impresso nella scrittura come il loro, perché in queste lettere Eduardo e Luca si incontrano e si ritrovano nel luogo più intimo della loro relazione: la parola scritta”.

    Daniela Morandini