Dopo l’incontro di maggio al terzo Municipio, secondo appuntamento romano venerdì sera per parlare di Cpr, in vista del viaggio, voluto dal Forum salute mentale e a cui molte associazioni hanno aderito, che Marco Cavallo farà in autunno per chiederne la chiusura insieme all’abrogazione della detenzione amministrativa.
Una serata sentita e partecipata in piazza Nuccitelli al Pigneto, che si è incrociata con la conclusione del ciclo di incontri sull’abolizionismo, ideata da Yairaiha. Il razzismo che si fa istituzione. E meglio la vergognosa vicenda dei Cpr non poteva essere raccontata, con gli interventi di chi sa perché “ha visto”.
Introdotta dalla toccante lettura di brani tratti da “Dopo la bora” (di Francesca Miranda Rossi), coordinati da Zoe Ermini, si sono alternati gli interventi di Daniela De Robert, già dell’Ufficio garante delle persone private della libertà, Yasmine Accardo, di LasciateCientrare/MaiPiùCie(Cpr)/StopCpr Roma, Maria Brucale, dell’osservatorio carcere UCPI, l’avvocato Francesco Romeo, e Valentina Muglia, NonUnadiMeno/StopCpr Roma.
L’appuntamento per tutti, a Roma, il 27 settembre davanti al Cpr di Ponte Galeria.
Il viaggio continua
Il viaggio di Marco Cavallo nei Cpr
Il 6 settembre parte da Gradisca Il viaggio di Marco Cavallo nei Cpr….
Sentite quello scalpiccio di zoccoli? E’ Marco Cavallo, che freme inquieto. E sente urgente la necessità di riprendere il galoppo per arrivare davanti ai nostri Centri per il rimpatrio, e lanciare nitriti. Per denunciarne l’orrore.
E già, chi meglio di Marco Cavallo che è simbolo della chiusura dei manicomi, e più in generale della lotta alle istituzioni totali.
Per chi non ne conosce la storia, brevemente…
Marco Cavallo è un grande cavallo alto 4 metri, realizzato cartapesta e legno, ideato agli inizi degli anni Settanta nel laboratorio teatrale del manicomio di San Giovanni a Trieste, allora diretto da Franco Basaglia. Un’enorme struttura dipinta d’azzurro, con una grande pancia, nella quale gli ospiti del manicomio inserirono biglietti con i loro desideri. Immaginate… una sciarpa rossa, un burattino, del mangiare buono… la Rosina vestita da regina… Desideri, tutti, che parlavano di vita.
Il 21 gennaio 1973 fu portato fuori dal manicomio con al seguito le persone internate, i medici, tutto il personale…
Il corteo attraversò Trieste, per vessillo colorate bandiere fatte di stracci, e segnò la storia. Anche perché per poter fare uscire Marco Cavallo dal manicomio, alto com’era, raccontano che bisognò abbattere muri. Furono sfondate alcune porte e un architrave, tanto per cominciare. Ma furono soprattutto i muri simbolici che così iniziarono a crollare, muri che innalziamo nelle nostre menti e nei nostri cuori, per segnare divisioni fra il dentro e il fuori.
Da quando ne ho conosciuto la storia ho sempre pensato Marco Cavallo come una sorta di cavallo di Troia all’incontrario. Simbolo di libertà, contro tutti gli orrori di quei luoghi nei quali vogliamo rinchiuso chi, per un motivo o l’altro, “non ci piace” e vogliamo tenere lontano da noi. Come sono oggi i Cpr, acronimo per Centri per il Rimpatrio. Luoghi dove rinchiudiamo migranti.
Oggi in tutta Italia ci sono 10 Cpr. Nati nel 1998 con la legge Turco-Napolitano, che ha introdotto il concetto di detenzione amministrativa. Non accadeva dai tempi del fascismo… Si chiamavano allora CPT (Centri di Permanenza Temporanea), con la Bossi-Fini all’alba del 2000 divennero CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione), con la legge Minniti-Orlando hanno preso l’attuale denominazione. Nomi diversi, lo stesso orrore, con l’aggravante che con il tempo si sono allungati per suoi “ospiti” i tempi di permanenza. Che sono via via aumentati dai 30 giorni iniziali ai 180 giorni previsti oggi con il cosiddetto “decreto sicurezza”.
Cpr, centri per il rimpatrio, dunque. Nome che, a ben guardare quello che succede, è ipocrisia, è beffa… Delle persone che vi vengono rinchiuse, per mancanza di documenti e con procedimento di espulsione in corso, in realtà solo una piccola parte viene poi davvero allontanata dall’Italia…
E come poteva il Forum della Salute Mentale, che a suo tempo tanto si è battuto per la chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari e davanti agli OPG era andato a manifestare al seguito del Cavallo azzurro, essere indifferente allo scandalo dei Cpr? Strutture che, per tanti aspetti, ricordano gli OPG, ma che dal punto di vista umano sanno essere ancora più crudeli. Qui sono rinchiusi, in carceri che sono peggio delle carceri, persone il cui “reato” è stato varcare un confine, spinti da guerre, difficoltà economiche, dal desiderio, legittimo, di una vita migliore. Migranti colpevoli di “desiderio di vivere”.
Chi li ha visti, chi vi è potuto entrare, parla di Lager, di strutture pseudomanicominali. Vi ci si può essere imprigionati, in attesa di essere rimandati nel paese d’origine, anche solo per un permesso di soggiorno che non si è fatto in tempo a rinnovare…
E anche se vi si arriva “sani”, al netto per chi è appena arrivato in Italia dei traumi subiti nei viaggi affrontati per attraversare mari e deserti, difficile lì dentro mantenere un normale equilibrio psicofisico. Immaginate quanto devastanti gli effetti di questa reclusione: si arriva a crisi di autolesionismo, ci si ammala (anche nel fisico per via delle impensabili condizioni igieniche), c’è abuso di psicofarmaci, ci sono tentativi di suicidio, ci sono suicidi, pure si muore…
E non c’è bisogno di essere medici o psichiatri per capire. Basta un po’ di capacità di immaginazione, di immedesimazione, meglio… e chiedersi come si possa mantenere un equilibrio mentale trovandosi all’improvviso, senza capire il perché, senza aver commesso alcun reato, in un carcere, in luoghi di violenza, abbandono e arbitrio. Perché questo sono i Cpr. Luoghi che calpestano i diritti, persino più del carcere. Luoghi fuori dal diritto, oltretutto il primo caso in Italia di detenzione affidata a privati. Lo testimoniano le denunce, le inchieste, i procedimenti penali in corso…
Così al seguito di Marco Cavallo il Forum della Salute Mentale ha deciso di organizzare un viaggio di denuncia davanti a tutti i Cpr che si riuscirà a raggiungere.
Una sorta di anteprima del viaggio c’è già stata a Torino, dove a fine marzo, nonostante le polemiche, è stato riaperto il centro chiuso due anni fa dopo un incendio scoppiato in seguito a una rivolta.
Il viaggio “ufficiale” di Marco Cavallo partirà a settembre. Il 6 del mese la prima manifestazione a Gradisca d’Isonzo. E possa essere di buon auspicio la notizia arrivata proprio da Gradisca poco prima di Pasqua: è passata in consiglio comunale la richiesta di chiusura del Cpr locale (per la cronaca con voto a favore di tutta la maggioranza più due civici di opposizione!).
Il via il 6 settembre, dunque, dal centro friulano per poi proseguire per Milano, verso il centro di via Corelli, quindi a Ponte Galeria, a Roma. E si andrà oltre. Il progetto prevede l’arrivo a Palazzo San Gervasio, in Basilicata, poi in Puglia… e via via fin dove si riuscirà ad arrivare… Richieste stanno arrivando da altre parti d’Italia. Dalla Sardegna, anche, da Macomer, in provincia di Nuoro, dove il Centro per il rimpatrio è in quello che fino al 2014 era stato carcere di massima sicurezza, poi chiuso “per assenza di parametri legali minimi previsti per le istituzioni penitenziarie”, e in qualche modo rimodellato…
Insomma, Marco Cavallo attraverserà l’Italia toccando questi luoghi dell’orrore contemporaneo. Sfilerà in silenzio con chi lo vorrà accompagnare davanti ai centri, e si fermerà nelle strade e nelle piazze intorno per parlare a chi vorrà ascoltare.
E chiamiamo tutti a partecipare, a venire ad ascoltare. Anche perché fra gli obiettivi del viaggio c’è anche quello di cercare di cambiare la narrazione ufficiale che ci parla di luoghi nati per “la nostra sicurezza”, per l’allontanamento di persone presunte pericolose, e quant’altro… Ma è solo propaganda politica che nulla ha a che fare con la realtà. Nei Cpr non entrano persone che abbiano commesso reati (se non raramente o comunque in misura minima rispetto al numero delle persone recluse), uomini e donne che non hanno alcun profilo di pericolosità… a volte si entra per caso, mentre le narrazioni ufficiali legittimano indifferenza e violenze inaccettabili.
Marco Cavallo, con i tanti che hanno già aderito all’iniziativa (qui potete trovarne l’elenco, e volendo, aggiungervi, https://www.news-forumsalutementale.it/il-viaggio-di-marco-cavallo-nei-centri-di-permanenza-per-il-rimpatrio/), raccoglierà le storie delle persone rinchiuse, pronuncerà nomi… Ha un messaggio importante da portare nelle piazze anche per scuotere dall’indifferenza, perché la decenza, la civiltà, il rispetto dei diritti umani… sono responsabilità di tutti…
Da quando mi sono messa in ascolto di chi racconta e denuncia ciò che accade nei Cpr, le parole che più ritornano sono: psicofarmaci, violenza, abbandono.
Tre parole che sono tutte racchiuse nella terribile vicenda di Wissem Ben Abdel Latif, il ragazzo tunisino sbarcato a Lampedusa nell’ottobre del 2021 e morto meno di due mesi dopo, sedato e legato per cinque giorni consecutivi a un letto di contenzione nel reparto psichiatrico dell’ospedale San Camillo di Roma. Morto senza che nessuno gli facesse avere la notizia che era stata sospesa l’esecutività del provvedimento di respingimento e di trattenimento presso il Cpr di Ponte Galeria, e che quindi avrebbe dovuto essere rimesso in libertà. Sembra una storia estrema ma non lo è, e tutte le rappresenta. Crimini di pace…
Marco Cavallo guiderà le manifestazioni che si terranno a ridosso dei Centri per chiederne la chiusura, ma per chiedere anche il superamento della detenzione amministrativa, che tanti orrori sta producendo, con la sua “violenza normalizzata”, come è stato detto.
Ma cercherà, Marco Cavallo, anche di farsi ascoltare da chi è rinchiuso di là dai muri dei Centri. Sperando riesca a fare arrivare a chi vi è rinchiuso un messaggio di accoglienza e di umanità. Un messaggio di liberazione.
La libertà è terapeutica, si iniziò a dire negli anni Settanta… ed è vero anche oggi, ne siamo convinti. Per tutti. Anche per chi pensa di essere al sicuro al di qua dei muri nei quali chiudiamo chi la propaganda ufficiale vuol far credere sia altro da noi…
scritto per Voci di dentro
Storia di Wissem
Storia di Wissem
Si è tenuta il 9 aprile l’udienza preliminare del processo per la morte di Wissem Ben Abdel Latif. Giovane tunisino di 26 anni, sbarcato il 2 ottobre del 2021 a Lampedusa, passato per una nave quarantena, spedito al Cpr di Ponte Galeria, morto il 28 novembre di quell’anno, legato a un letto di contenzione del San Camillo di Roma, sedato e legato per 100 ore consecutive. Wissem, arrivato in Italia “sano”. Ne parliamo con Yasmine Accardo, che tutta la vicenda ha seguito e, con LasciateCientrare, fa parte del Comitato “Verità e giustizia per Wissem”.
Un racconto dettagliato che denuncia l’assurda violenza di una storia che tante ne rappresenta…
“Wissem arriva a Lampedusa nel periodo dell’emergenza covid, qunado erano state istituite le navi quarantena. Seguivamo tantissime persone provenienti da Tunisia ed Egitto che non riuscivano ad accedere alla richiesta di protezione e finivano in Cpr o con un foglio di via alla velocità della luce. Decine e decine di casi ci venivano segnalati prevalentemente dagli attivisti tunisini. Un periodo particolare, appunto… c’era l’emergenza covid, che vedeva l’utilizzo delle navi quarantena per isolare le persone in arrivo d’oltremare, bloccate in attesa di ricevere il risultato positivo o negativo del covid. Strumento, terribile, demoniaco… di fatto i migranti non venivano fatti arrivare a terra, e ci si prendeva tutto il tempo necessario sostanzialmente per sottrarre loro diritti, a cominciare da quello alla salute: ci sono studi che dimostrano come tutte le patologie si diffondono facilmente nelle navi. Un sistema fra l’altro strumentale al privato, cioè a tutti coloro che avevano le navi quarantena in gestione, grandi compagnie che non potevano più viaggiare e che hanno utilizzato questo periodo per continuare a fare soldi. Lo Stato ha dilapidato milioni e milioni di euro per l’impiego di queste navi, una sorta di esternalizzazione di frontiera sull’acqua.
Quello che mi ricordo di impressionante erano le azioni delle reti tunisine, delle famiglie che ci contattavano per segnalarci decine e decine di casi al giorno. Il problema principale, come sempre, era presentare la richiesta di protezione internazionale, che significa poter anche solo dire: “io devo fare richiesta di protezione internazionale” e fare in modo che ci sia traccia di questa domanda, perché se non ce ne è traccia il sistema considera che tu in realtà non hai fatto richiesta. E se la farai in seguito, verrà considerata una richiesta strumentale…
Strumentale a cosa?
Strumentale al fatto di non voler entrare in un Cpr, e questo valeva in particolare per i migranti provenienti da paesi considerati “sicuri”. Centinaia di tunisini non riuscivano a presentare richiesta di protezione, sulle navi e nell’hotspot di Lampedusa incontravano operatori che assicuravano che la richiesta l’avrebbero fatta una volta a terra, quindi salivano sulle navi tranquilli, ma non era esattamente così.
Noi abbiamo iniziato a seguire tutti i casi di persone tunisine ed egiziane che volevano presentare domanda di protezione, rivolgendosi sia alla Croce Rossa sia agli uffici d’immigrazione competente e alle prefetture di riferimento rispetto a dove si trovava la nave quarantena.
Facevamo un fiume di richieste. Erano talmente tante che a volte non riuscivamo neppure a ricordare i nomi delle persone, le loro storie scorrevano l’un l’altra come corpo unico, velocità che toglie non solo diritti, ma il senso della persona come individuo. Una macchina costruita ad hoc per cancellare la voce di chi arriva. Noi siamo convinti che il diritto alla protezione internazionale, che le norme e le procedure attuali hanno annichilito, nasce anche solo dal dire “io voglio farne richiesta”, come del resto ben delineato e ribadito nelle normative europee ed internazionali dai tempi della convenzione di Ginevra: basta dirlo! E non vogliamo conoscere le storie. E’ un diritto di ciascuno. Chi deciderà non sono gli attivisti né le questure, ma una commissione deputata alla valutazione della richiesta. Per noi vige un’unica norma: la libertà di movimento.
Wissem è dunque arrivato in quel periodo, pieno di difficoltà e ambiguità…
Sì, Wissem arriva il 2 ottobre, il giorno prima delle celebrazioni che si fanno di un’altra storia, la strage dell’ottobre del 2011, quando arrivano tutte le autorità sull’isola di Lampedusa. Era nell’hotspot di Lampedusa. Voleva fare la sua richiesta e anche a lui fu detto “lo farete dopo”. Ma Wissem è in mezzo al gruppo di tunisini, che già solo per la provenienza da un paese considerato “sicuro” non vengono considerati aventi diritto neanche di fare la richiesta, e questo è grave anche perché la richiesta di protezione internazionale è individuale, non certo di gruppo…e lasciamo perdere la dicitura “paese sicuro”che davvero è priva di senso. Non esistono paesi sicuri.
In quei giorni noi eravamo a Lampedusa. Paradossale che noi avevamo una certa libertà di movimento (era l’inizio del covid) mentre loro non potevano muoversi. Siamo arrivati sugli scogli dove arrivavano le navi quarantena a prendere le persone.
C’era un grande caldo nonostante fosse ottobre. Donne, madri, bambini, bambine, uomini con bottiglie d’acqua e le buste che ricevevano all’hotspot di Lampedusa, venivano messi in fila uno dietro l’altro, dieci alla volta in attesa delle navi. Aspettavano per ore senza poter aver contatto con nessuno, mentre nelle spiagge di fronte c’era chi faceva il bagno, c’era anche qualcuno che veniva a farsi il selfie!
Wissem era fra quelle persone e appena salito sulla nave comincia a denunciare, mandando video alla famiglia e ad alcuni siti tunisini. C’è un video che non dimenticherò mai, dove filma dall’oblò le luci a terra, e dice: “guardate, quelle sono le luci della terra ferma, di una città, noi non ci siamo mai arrivati, forse non ci torneremo più sulla terra ferma! Io qui non sono libero, ho bisogno di un avvocato, per far valere la mia volontà di chiedere la protezione internazionale”.
Fra il 12 e il 13 ottobre siamo stati contattati. Ci arrivano i nominativi con un codice che ricevevano sulle navi: codice di una stanza. Ho ancora in mente quella targhettina col codice e quel nome: Wissem Ben Abdel Latif. Impressionante. Era una fase di trasferimento, la più complicata, tutto sfugge, corre rapidamente, si perdono i contatti.
Wissem con i suoi compagni vengono portati al Cpr di Ponte Galeria e ne perdiamo completamente le tracce.
Il 3 dicembre mi chiama Majdi Kerbai. “E’ morto un uomo nel Cpr di Ponte Galeria”.
Questa è stata la prima notizia e come spesso accade le prime notizie sono estremamente confuse. Pronunciò il nome di Wissem, uno dei tanti che non aveva avuto accesso al sistema d’accoglienza ma soprattutto uno che non era riuscito ad essere libero, perché questo faceva la differenza. Fare o non fare in tempo la domanda di protezione internazionale significava essere libero o no, era tutto estremamente casuale, una casualità chirurgica…
Casualità chirurgica, quasi un ossimoro…
Già. E solo molto dopo veniamo a sapere che Wissem era morto non nel Cpr, ma nel reparto psichiatrico del san Camillo di Roma.
Veniamo contattati dalla famiglia, che cerca un avvocato, e piano piano siamo entrati in contatto con il padre, la madre, la sorella. Kamal, Rania, Heanda. Riusciamo a far nominare l’avvocato Francesco Romeo, che sta seguendo la vicenda.
Nel frattempo, chiediamo al senatore Gregorio De Falco di recarsi al Cpr insieme all’avvocato e a Majdi Karbai per sentire le voci di qualcuno, raccogliere testimonianze. Attenderanno 6 ore fuori il Cpr, di sera, senza poter entrare. Era un periodo in cui accadeva che non facessero accedere neanche a parlamentari, insistendo su questioni di sicurezza e lasciando ore al telefono in attesa di verifiche, nonostante il continuo richiamo a sentenze e normative. Succede ancora ma quello fu un periodo particolarmente aggressivo.
Poi scoppia il caso. Si viene a sapere che Wissem era già morto il 28 novembre e non nel Cpr…
Le testimonianze arrivano caotiche, arrivano video dove si dice che sia stato picchiato dalle forze dell’ordine, ma di questo non c’è nessuna evidenza. C’è la violenza pura e semplice del sistema. E sarebbe quanto basta per chiedere la chiusura dei Cpr.
Quello che veniamo anche a sapere è che Wissem aveva cominciato a stare molto male, perché non capiva perché non potesse chiedere la protezione internazionale, non sopportava le ingiustizie, venne anche fuori il nome di due avvocatesse, una delle quali l’aveva anche truffato perché anche dopo morto continuava a chiedere soldi alla famiglia. Storia agghiacciante.
Wissem era riuscito a usare un telefono, a sottrarlo ai controlli. La prima cosa che si fa nei Cpr è sottrarre i telefoni o romperne le videocamere, per evitare che escano notizie e limitando le possibilità di comunicazione, lasciate a semplici telefonini basici a modulo che vengono utilizzati da tutti. Attualmente i telefonini con possibilità di fare video sono presenti a Gradisca e Milano.
Wissem era riuscito a filmare il Cpr di Ponte Galeria mostrandone la situazione: il cibo che non andava, i letti in cemento, le coperte insufficienti, le reti d’acciaio, la perdita della libertà personale, la paura. Continuamente dichiarava il malessere: “io ho fatto richiesta di protezione, perché sono qui dentro?”.
E questo è quello che accade, nessuna delle persone che arrivano capisce perché ci si ritrova lì. Una pena sentita così ingiusta, perché dovuta al fatto che hai attraversato un confine. E per il nostro paese è un crimine, attraversare un confine deciso dall’Europa, che divide poveri e ricchi, completamente fittizio. Un confine che cambia continuamente. Oppure il tuo reato è non avere un permesso di soggiorno. Ma che significa? Significa che io Stato ti metto in tale situazione di difficoltà per averlo questo permesso di soggiorno (e le leggi sono inique e violente), ma è colpa tua se non riesci ad averlo, come dire colpevole di non riuscire a contrastare la violenza dello Stato, perché è violenza.
Noi ci chiediamo, e si chiedono i familiari, come deve essersi sentito un giovane di 26 anni, sano, che ha avuto difficoltà, al quale dopo essere stato visitato una volta è stata diagnosticata una “sindrome psicoaffettiva” (?!), cosa che ha giustificato una cospicua somministrazione di psicofarmaci.
Una storia assurda soprattutto se si pensa che mentre Wissem era legato a un letto di contenzione veniva sospesa l’esecutività del decreto di respingimento e del provvedimento di trattenimento presso il Cpr di Ponte Galeria. Insomma, doveva essere libero, e neppure l’ha mai saputo…
Sì, Wissem è morto il 28 novembre e il 26 il giudice di pace di Siracusa aveva disposto la liberazione, cosa che nessuno aveva comunicato al ragazzo, che si trovava sedato e legato ad un letto di contenzione del reparto psichiatrico del San Camillo.
L’avvocato ha provato a portare avanti la denuncia di sequestro di persona e, fatto ancora più grave, il giorno prima dell’udienza preliminare è venuto a sapere che c’era stata un’archiviazione, sia in merito all’accusa di sequestro di persona, che all’accusa relativa al direttore del reparto psichiatrico del san Camillo, il dottor Petrini (nel frattempo promosso a direttore dell’Asl Roma3). Ma siccome non ne era stata fatta notifica alla parte offesa, così come richiesto, l’avvocato ha presentato ricorso, richiedendo di aprire indagine di investigazione sull’intera Asl Roma3, che è l’Asl competente sul Cpr di Ponte Galeria.
Infatti, sembra un paradosso, ma ad oggi unico imputato al processo per la morte di Wissem è un infermiere accusato di “omicidio colposo nell’esercizio della professione sanitaria e falso in atto pubblico”. Come svanita la catena di responsabilità che ha portato a quella morte.
Il mese scorso è venuta in Italia la famiglia …
Li abbiamo incontrati adesso per la prima volta, per l’udienza preliminare del processo. Finora ci eravamo sentiti al telefono, in mediazioni e momenti informativi sullo stato dell’arte del procedimento. Vista da loro, questa situazione è assolutamente incomprensibile. La famiglia lo ripete continuamente. Kamal dice: “mio figlio faceva il calciatore, era un lavoratore, è venuto in Italia per aiutare la famiglia… un bravo ragazzo, si è trovato in una situazione di ingiustizia, ha provato a denunciare e per questo gli è successo quello che è successo. Perché Wissem è stato rinchiuso?” Insopportabile sapere poi che è stato “reso pazzo” solo perché protestava e chiedeva diritti, che si è trovato in condizione di sedazione continua, farmacologica e fisica. Wissem è stato legato per 100 ore (fra l’ospedale Grassi, il primo ospedale in cui è stato portato e poi il San Camillo, dove è stato trasferito per questioni di competenza territoriale), l’unico momento di respiro sull’ambulanza, slegato per il tempo del trasferimento. Non ha mai potuto parlare, non ha mai potuto esprimersi. Hanno sentito delle urla, ma non c’è stato mediatore e si sfida chiunque a stare 100 ore legato e non urlare!
La madre continua a chiedere: “come? mi dicono che mio figlio è stato male e deve esser curato, poi vengo a sapere che si è ritrovato legato in un corridoio dove invece di essere curato è stato ammazzato”.
C’è stato un momento molto forte quando sono arrivati in tribunale. Non si aspettavano di trovarvi l’imputato. Tra l’altro pensavano che avrebbero potuto avere la possibilità di parlare. E’ vero che si fanno le mediazioni, si discute dei passaggi necessari e dei tempi, ma non è immaginabile un sistema così farraginoso nei tempi e nelle procedure. “E’ così evidente che è stato ammazzato, perché dobbiamo aspettare tanto? Lui era sano quando è arrivato in Italia!” si chiedono i genitori di Wissem.
La famiglia di Wissem è stata in Italia una settimana…
Sì, nel percorso abbiamo avuto molti incontri, con le associazioni (a Roma Rete dei Numeri Pari, Baobab Experience e la comunità tunisina legata al locale Kif Kif al Pigneto) e con alcuni giornalisti (Annalisa Camilli e giornalisti di Repubblica), al festival di antropologia dell’Università di Bologna dove è intervenuta anche la senatrice Ilaria Cucchi, con un mare di ragazzi, l’associazione la Casa del Mondo, Bolognina Antirazzista, i ragazzi di Mediterranea Bologna, Mezz’ora d’aria, Contro confine. La famiglia di Wissem ha sentito il forte abbraccio di tutti, e questo li ha fatti stare un po’ meglio, sentire di non essere soli, che la storia di Wissem continua a parlare e pretendere giustizia. Non sarà una battaglia breve ma per ogni passo che si aggiunge Wissem resta vivo.
Ricordo fra l’altro che quando è stata fatta l’autopsia la famiglia non è stata avvisata, e questa è un’altra cosa che accade con frequenza inaudita ogni volta che ci sono “corpi dei migranti”. Come quando si trova una persona senza dimora, come si faceva nel medioevo… si fanno autopsie come fossero persone senza una storia, senza una famiglia che possa quantomeno reclamare un corpo. Considerati molto meno che corpi, oggetti, continuamente violentati e cancellati dalla memoria.
Kamal, il padre, continua a dire: ma mio figlio era sano! L’ho sentito quando è arrivato a Lampedusa…
Altra considerazione, sui tempi. Tutto si è consumato fra il 2 ottobre e il 28 novembre. Morire, e in quel modo e con quel percorso, in meno di due mesi, e morire nelle mani dello Stato.
Sembra una storia estrema, ma non lo è, e le rappresenta tutte…
Sì, fra l’altro, altra cosa emblematica per i tunisini e gli egiziani in particolare, è che quando si aprivano i portelloni per scendere dalle navi quarantena non sapevano se sarebbero finiti in Cpr o in accoglienza, non lo sapevano finché la polizia non li metteva sull’autobus o sui loro pulmanini, finché non si vedevano sottrare i telefoni. Un’ansia continua, una violenza che si aggiunge a violenza. “Ora che esco di qua, cosa succederà?”. Tutto questo era e continua a essere casuale (anche ora che non vi sono le navi quarantena e le persone attendono in hotspot), senza una ratio.
La discrezionalità delle forze dell’ordine, del sistema che decide chi mettere in libertà e chi no, la totale assenza di tutela delle persone che arrivano, l’impossibilità di comunicare. L’unica cosa che si comunica è nome e data di nascita, ma di quel nome non resta niente, alla fine hai un codice: la volontà di ciascuno come persona non viene considerata. Wissem non è mai stato persona in questo paese, solo un nome con un codice, come tutte le persone che arrivano…
C’è una cosa che mi ha impressionato. Quando, finita la parte iniziale delle investigazioni, la famiglia ha potuto chiedere di riavere i vestiti di Wissem, sono andata su loro delega al Cpr di Ponte Galeria e lì mi sono state date queste maglie, con i cappucci, le tute (il telefono ce lo hanno dato in un secondo momento perché sotto sequestro per le indagini), uno scatolone con dentro solo due cose di Wissem, la felpa rossa con cui è venuto e i pantaloni, e c’erano i vestiti della detenzione, nulla che si fosse scelto. In Italia ha indossato solo il vestito della detenzione. E’ il riflesso della libertà di parola che non ha avuto e ogni volta che ha tentato di parlare è stato imprigionato. Prima il Cpr, poi la sedazione, le sue proteste, poi la sedazione definitiva, la contenzione, la morte.
Per Wissem, sottolinei, è accaduto tutto in due mesi, ma è una trafila emblematica che in realtà normalmente prende anni delle persone.
Le persone che arrivano da noi in accoglienza, soprattutto ora, (se ne parla molto poco, ma l’accoglienza è così inqualificabile che a stento possiamo considerarla “dormitori” nella migliore delle ipotesi) con estrema facilità finiscono in strada. Non riescono ad avere permessi di soggiorno, le procedure sono negli anni diventate sempre più difficili, “strette”, impossibili, cadono facilmente nello sfruttamento, e le prassi del rinnovo dei permessi sono talmente folli che per molti si passa dal disagio di tipo psichico al disagio psichiatrico. Normalmente questa parabola di “regolarizzazione senza regolarizzazione” la si vive in 4/5 anni: il permesso diventa l’utopia irraggiungibile, l’unico pensiero, l’ossessione. Una sorta di demone di carta che ti succhia la vita dentro stanze, uffici, attese in file interminabili, avvocati. Sfido chiunque a trovarsi in un’accoglienza che non riconosce diritti, alle prese con un ufficio immigrazione che ti dà appuntamento a 8 mesi, una commissione che ti dà un diniego, che non ascolta la tua storia perché vieni da un “paese sicuro”, gli avvocati che non si trovano, quelli che si trovano che si fanno pagare, i tempi lunghissimi delle decisioni dei tribunali, gli uffici anagrafici che non ti danno la residenza, mentre senza un permesso di soggiorno non riesci ad avere un conto postale, non sai come iscriverti alla Asl… e molti finiscono nel degrado.
E’ un sistema che non cambia, per quanto si possa arginare qualcosa con denunce e proteste. Ne sono state fatte e ce ne sono tante, sono stati chiesti miglioramenti, alcuni centri sono stati chiusi, ma nulla è cambiato e tutto continua a peggiorare.
Mentre i Cpr continuano a esistere e oggi se ne preparano altri (sono 10 al momento, senza contare il Cpr albanese, una colonia penale veramente vergognosa contraria ad ogni norma) e le ultime norme hanno portato il trattenimento possibile a 18 mesi! Un tempo che è esso stesso assassinio.
Intanto i morti di Cpr sono ad oggi 48, quelli di cui abbiamo notizia. L’ultimo, un nigeriano di 35 anni, morto la notte fra il primo maggio e il 2 nel Cpr di Brindisi. Probabilmente non avremmo saputo nulla se alcuni suoi compagni trasferiti al Cpr di Torino non avessero iniziato una protesta, avvisandoci della sua morte. Che non è stata comunicata neanche al parlamentare che la mattina dopo era nel Cpr per un’ispezione. Pare sia morto a seguito di un malore, forse infarto, dopo aver inutilmente chiesto assistenza.
Quello di Wissem non è l’unico caso di psichiatrizzazione e morte. L’uso degli psicofarmaci è sempre stato denunciato, fin dagli inizi (ricordo le inchieste della rete siciliana risalenti al 2001 ad esempio e quelle succedutesi a più riprese negli anni successivi). Poi ce ne dimentichiamo e crediamo che si tratti di cose nuove. Non lo sono affatto. Proprio questo è il problema, se la memoria è lotta, l’oblio è complicità.
Come accade per il carcere…
Sì, come per il carcere. Ma Wissem non aveva commesso reati e doveva essere libero. Per i paesi del lato ricco è reato essere poveri, sognatori, combattenti, desiderare è reato. Wissem era un combattente di frontiera, per questo è stato punito e ucciso. In questi giorni di cammino della sua famiglia, la cosa più forte e potente è stata il loro trasformare la sofferenza in lotta e commuoversi di fronte a centinaia di ragazzi all’università di Bologna: “mio figlio era come voi, aveva la vostra stessa età, ma qui lui è morto, non ha potuto essere Wissem”.
Wissem è morto nel 2021. Siamo nel 2025 e siamo solo all’udienza preliminare. La prossima udienza ci sarà il 10 settembre.
Sarà difficile spiegare a Kamel, Heanda, a Rania che ci vorrà ancora tanto tempo.
Ed è un peso enorme per una famiglia che da questa vicenda è stata distrutta. Ma almeno sanno che non saranno soli, che in tanti, per avere verità e giustizia, saremo al loro fianco, che il passo delle genti in cammino insieme a loro segnerà il solco che si opporrà a muri e frontiere abbattendole per verità e giustizia.
scritto per Voci di dentro
Perché questa piazza non basta..
Condividendo parola per parola, pubblico il comunicato dell’unione Democratica Arabo Palestinese…
SULLA MOBILITAZIONE PER GAZA DEL CENTROSINISTRA
“Il Partito Democratico, il Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra hanno convocato una mobilitazione nazionale per Gaza il 7 giugno. Dopo oltre 20 mesi di genocidio, decine di migliaia di morti e una popolazione affamata dal blocco israeliano, questa iniziativa, oltre che tardiva, è segnata da forti contraddizioni. Chi oggi promuove la piazza ha sostenuto, in modo diretto o indiretto, le politiche di riarmo, l’invio di armi in Ucraina e la complicità europea con Israele. Senza una rottura netta da queste scelte, simili iniziative rischiano di ridursi a mere operazioni di facciata.
Queste forze politiche sono oggi costrette a prendere posizione grazie alla pressione dell’opinione pubblica, al sentimento popolare sempre più ostile al genocidio, ma soprattutto grazie a 20 mesi di mobilitazione coerente e determinata portata avanti dal movimento di solidarietà con la Palestina, da organizzazioni di classe, sindacati di base e associazioni palestinesi in Italia. È questo lavoro costante che ha costruito lo spazio politico e mediatico in cui oggi si trovano a dover intervenire.
COMPLICITA’ DEI GOVERNI PASSATI
Quando Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra erano al governo, non hanno mai adottato misure concrete per interrompere la cooperazione militare con Israele. Durante i governi Conte II (PD-M5S-LeU) e Draghi, le esportazioni di armamenti verso Israele sono proseguite senza interruzione, nonostante la legge 185/90 ne vieti la vendita a Paesi responsabili di gravi violazioni dei diritti umani.
L’Italia ha continuato a fornire tecnologie dual-use, componenti per radar e munizioni a Tel Aviv, senza mai sospendere i rapporti né assumere posizioni diplomatiche rilevanti: nessun richiamo dell’ambasciatore israeliano, nessuna rottura delle relazioni, nessuna condanna ufficiale dei bombardamenti contro ospedali o scuole gestite dall’UNRWA. Proprio sotto i governi Conte si è registrato un notevole aumento di esportazioni di armi verso Israele, ad oggi l’Italia si attesta come terzo fornitore al mondo dopo USA e Germania.
INDUSTRIA BELLICA E RESPONSABILITA’ DIRETTE
Il Partito Democratico mantiene legami strutturali con il complesso militare-industriale italiano, in particolare con Leonardo S.p.A., tra i primi dieci produttori di armi al mondo. Leonardo, controllata per circa il 30% dal Ministero dell’Economia, fornisce tecnologie militari avanzate a Israele – sistemi radar, difesa elettronica, sorveglianza e droni – impiegate direttamente nel genocidio in corso. Durante i suoi governi, il PD ha sistematicamente aumentato la spesa militare e mantenuto un ruolo diretto nella gestione politica della società.
Anche il M5S non è esente da responsabilità: han sostenuto l’invio di armi all’Ucraina, l’adesione alla strategia militare europea (PESCO), il Fondo Europeo per la Difesa e la prosecuzione degli accordi militari bilaterali. La legge 119/2022, approvata anche con i voti del M5S, ha prorogato l’invio di armi senza controllo parlamentare fino al 2023.
PERCHE’ QUESTA PIAZZA NON BASTA
Una mobilitazione per la Palestina può avere senso solo se si accompagna a una rottura politica netta con ogni forma di complicità italiana con il progetto sionista: occorre denunciare senza ambiguità il colonialismo israeliano, riconoscere la legittimità della resistenza palestinese e interrompere concretamente ogni forma di collaborazione economica, diplomatica e militare con Israele. Senza una simile chiarezza, ogni piazza rischia di ridursi a un gesto vuoto, utile solo a ripulire le coscienze di chi ha contribuito allo sterminio in corso.
PER UNA SOLIDARIETA’ REALE CON IL POPOLO PALESTINESE
Ci si augura che la mobilitazione del 7 giugno possa almeno contribuire ad aumentare la pressione sul governo Meloni contro la complicità con Israele e si impegni concretamente per il cessate il fuoco. Ma una solidarietà reale e concreta con il popolo palestinese non può prescindere da una chiara rottura con le politiche guerrafondaie dell’Italia, costruendo – lontano dalla finzione del centrosinistra – la più ampia mobilitazione popolare contro la guerra, contro l’economia di guerra e contro l’imperialismo, che riesca a coinvolgere gli strati popolari che pagano queste scelte con i tagli all’istruzione, alla sanità e al welfare”.
Unione Democratica Arabo-Palestinese (UDAP)
Ad ogni verso la tua voce
Volentieri segnalo questa iniziativa di Gaetano Marino, infaticabile affabulatore, e maestro di storie… e date un’occhiata a paroledistorie.net (facendo attenzione a non perdervi negli intricati sentieri che le abitano..😊😊)
AD OGNI VERSO LA TUA VOCE
Laboratorio di interpretazione, lettura espressiva e messa in voce
Parole di Storie organizza il primo laboratorio gratuito on line e in presenza condotto dall’attore Gaetano Antonino Marino.
Scoprire la propria voce senza dover impostare una dizione accademica, con la quale spesso si rischia di annoiare chi ascolta.
La tua voce è la tua voce, i suoni e i respiri sono l’anima della fonè, ciò che rende ciascuno di noi riconoscibile e inimitabile.
Durante il laboratorio si svilupperà il lavoro dell’interprete sul personaggio e su se stesso, insieme alla pratica di interpretazione e lettura ad alta voce. Si affronteranno novelle, fiabe/favole e racconti. Si potrà lavorare anche su testi proposti dai partecipanti.
Il laboratorio si terrà ogni sabato (dalle ore 17,30 alle ore 18,30) sulla piattaforma meet.google.com ed è aperto a chiunque. Per partecipare si richiede l’iscrizione tramite l’indirizzo email info@paroledistorie.net. Ai partecipanti verranno inviati i testi in pdf su cui lavorare e il codice meet-google necessario per il collegamento.
* Non è richiesta quota d’iscrizione
* Rivolto anche agli stranieri
* Una produzione paroledistorie.net
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Il Bene.. il Male…
Ancora su di un autobus…
Lui è alto e grosso, molto grosso… e un viso che ricorda, giuro, Shrek. Sì, il fantastico orco dal cuore tenero, cui tutto riesce fuorché far paura… E’ alla mia destra. Ci separa solo lo stretto corridoio fra le due file di sedili.
Il bus fa una brusca frenata. Tutti sobbalziamo. Lui più degli altri…
Inizia a guardarsi intorno agitato, e con voce che sembra persino più grossa di lui, chiede compulsivo: “.. che ci ho gli occhi a palla!? Ho gli occhi a palla!? Ditemi, ho gli occhi a pallaaa?”
E fissa negli occhi le persone intorno, e fissa anche me ripetendo come a chiedere di essere rincuorato: “Che ho gli occhi a palla? Come succede prima di un ictus?!!! Perché mi sono spaventato… ho gli occhi a palla? Quando mi spoavento mi si alza la pressione… Ditemi, ditemi… ho gli occhi a palla? ”
No, non ha gli occhi a palla, gli dico subito. Solo un po’ lucidi…
“ah, perché ho messo il collirio. Ma se mi agito… ho gli occhi a palla?”
No, no…
Si tranquillizza.
Sale una ragazza. Bellina, non c’è che dire.
E lui inizia a farle complimenti, con la sua vociona alta alta. Si alza in piedi e le canta anche una canzone d’amore composta lì per lì…
Lei è una ragazza intelligente. Sta al gioco e gli sorride garbata. Gli altri… qualcuno lo guarda timoroso, qualcun altro ridacchia, qualcuno fa finta di niente…
Lui continua a intonare canzoni. Da motivi d’amore passa alle tradizioni popolari. E fra un canto e l’altro, si risiede e pronuncia frasi che non saprei… Sempre con quella sua voce cavernosa e potente che a me che sono così vicina batte in testa. E un po’ batte anche il cuore…
Solo una persona se ne lamenta, ha la pelle ambrata ed è alle prese con telefonate, questioni di lavoro, mi sembra … “Così disturba tutti…!” inizia ad alzare la voce.
Calma, per carità, potrebbe agitarsi ancora di più… il passeggero stizzito capisce e si acquieta.
IL nostro Shrek continua a lanciare messaggi d’apprezzamento alla bella ragazza e a tratti canta con voce da rintronare la testa. E ancora si alza in piedi come per dare slancio e forza al suo messaggio… Qualcuno intorno inizia a ridere troppo… Il suo equilibrio sembra precario. Così grosso, dondola a tratti. E se mannaggia un’altra frenata, questo mi cade addosso…
Ma di dove siete? Gli chiedo, così per provare a distrarlo un po’… avete cantato un pezzo siciliano e un altro in napoletano… di dove siete?
La domanda fa il miracolo. Si risiede e voltandosi verso di me racconta di un padre di origine campano, una madre di origine siciliana. O viceversa, non ricordo…
Poi tira fuori da una tasca un santino. Sant’Antonio, e me lo offre.
Grazie, tenetelo voi… vi protegge. Io ho già il mio santo. Lui insiste, un po’ mortificato. “Mio padre e mia madre mi dicono sempre che nessuno ti dà nulla per nulla. E io volevo in cambuio soldi per un caffè…”
Mi viene da sorridere e gli offro quel che serve per un caffè…
Rassicurato da quel gesto gratuito, riprende a parlare… sempre col suo vocione che proprio non gli riusciva di regolare, e sotto lo sguardo esterrefatto di qualcuno, sorridente di qualcun altro, inizia la nostra conversazione… più che altro la sua, essendomi io attenuta a brevissimi cenni…
E mannaggia che non avevo un registratore… e neanche foglio e penna per prendere appunti… per riportarvi il filo di un ragionare serio e profondo sulle cose del mondo. E della vita, passando per il mistero di Cristo.
E già… il nostro Shrek conosce bene i vangeli…
“Avevo fame e mi avere sfamato, avevo freddo e mi avete vestito, mi hanno carcerato e mi siete venuti a trovare…
“Ma ditemi, ditemi… se era onnipotente perché è stato incarcerato? … perché?!!!” ha chiesto con sincera contrizione…
Beh, mi sono permessa, quello onnipotente sarebbe il Padre. Che se ne è fregato… (ops! Ma mi è proprio sfuggita così)…
“Eh, il Padre lo ha abbandonato. Sì, sì.. lui pure lo ha detto… perché mi hai abbandonato…”
E poi ha aggiunto qualcosa a proposito del bene e del male, arrivando a pronunciare i nomi di Falcone e Borsellino… “.. e perché il Bene è ucciso dal Male? Allora c’è il Bene e c’è pure il Male…”
E’ che bisogna riconoscerli, e che bisogna capire che ce li abbiamo dentro tutti e due… il Bene e il Male…
“E sta dappertutto il Bene e il Male?”
Dappertutto, dappertutto…
“Il Bene… il Male.. io scendo qui… buona Pasqua…”
Lettera aperta del Coordinamento dei giornali e delle altre realtà dell’informazione e della comunicazione sulle pene e sul carcere
Lettera aperta del Coordinamento dei giornali e delle altre realtà dell’informazione e della comunicazione sulle pene e sul carcere
Ristretti Orizzonti, 10 aprile 2025
Al Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, Lina Di Domenico
Al Direttore della Direzione Generale Detenuti e Trattamento, Ernesto Napolillo
Al Direttore Generale del personale, Massimo Parisi
All’amministrazione penitenziaria chiediamo rispetto della libertà di espressione, autorizzazione all’uso di tecnologie, tempi rapidi nelle risposte, adeguata considerazione dell’attività svolta dai volontari operatori della comunicazione.
L’articolo 18 dell’Ordinamento penitenziario, dando concreta applicazione all’art. 21 della Costituzione, così recita al comma 8: “Ogni detenuto ha diritto a una libera informazione e di esprimere le proprie opinioni, anche usando gli strumenti di comunicazione disponibili e previsti dal regolamento”. Ma le cose non sono così semplici, e questo diritto delle persone detenute a esprimere le proprie opinioni è tutt’altro che rispettato.
In questi anni di vita dei giornali e delle altre realtà dell’informazione e della comunicazione dalle carceri, noi che in numerose realtà lavoriamo da tempo, ci siamo presi l’impegno di raccontarle con onestà, e non abbiamo mai taciuto le difficoltà, le criticità, i percorsi finiti male, le ricadute, le sconfitte. Abbiamo cercato con senso di responsabilità e professionalità di fornire una informazione attenta, precisa, documentata sulla realtà carceraria, proprio perché la sfida è rispondere con precisione e sincerità a una informazione spesso imprecisa e menzognera che arriva dal mondo “libero”. Ma ci scontriamo ogni giorno con ostacoli e barriere che in vario modo condizionano pesantemente il nostro lavoro.
Chiediamo al DAP e al Ministero della Giustizia chiarimenti sui seguenti punti:
Se l’Ordinamento penitenziario riconosce alla persona detenuta il diritto a esprimere le proprie opinioni, è ammissibile che sulle pagine dei giornali di alcune carceri quella persona non possa firmare, se lo desidera, i suoi articoli con nome e cognome visto che il suo diritto alla privacy è già assicurato dalla direzione del giornale?
Se la persona detenuta ha diritto a esprimere le proprie opinioni, e i giornali realizzati in carcere hanno un direttore responsabile che ne risponde anche penalmente, come si spiega che in alcuni istituti sia d’obbligo una “pre-lettura” degli articoli da parte delle direzioni dell’istituto e delle eventuali “Istanze superiori”?
Se i volontari e gli operatori che, insieme a tanti redattori detenuti, si occupano di informazione e comunicazione dal carcere sono persone autorizzate in base all’art. 17 O.P. che consente l’ingresso in carcere a tutti coloro che “avendo concreto interesse per l’opera di risocializzazione dei detenuti dimostrino di poter utilmente promuovere lo sviluppo dei contatti tra la comunità carceraria e la società libera”, è possibile che queste stesse persone non siano considerate affidabili e responsabili di tutto il materiale informativo che i giornali e le altre realtà dell’informazione producono nelle carceri?
Com’è possibile effettuare il lavoro redazionale senza poter usare, almeno in presenza e sotto la responsabilità di operatori volontari, elementari strumenti tecnologici come registratore, macchina fotografica, connessione Internet? Si ricorda che la circolare del DAP del 2 novembre 2015 prevede espressamente la “possibilità di accesso ad Internet da parte dei detenuti”, e riconosce che “l’utilizzo degli strumenti informatici da parte dei detenuti ristretti negli Istituti penitenziari, appare oggi un indispensabile elemento di crescita personale ed un efficace strumento di sviluppo di percorsi trattamentali complessi. (…) L’esclusione dalla conoscenza e dall’utilizzo delle tecnologie informatiche potrebbe costituire un ulteriore elemento di marginalizzazione per i ristretti”. Queste parole così chiare e inequivocabili possono finalmente tradursi in concrete autorizzazioni ai nostri giornali e gruppi di lavoro a usare questi indispensabili strumenti tecnologici per dare valore e qualità alle nostre attività?
L’attività di redazione ha comunque necessità di tempi di risposta adeguati da parte dell’amministrazione penitenziaria. Articoli che parlano del caldo asfissiante nelle celle e vengono autorizzati alla pubblicazione a Natale, richieste di permessi di ingresso di ospiti significativi che arrivano a volte con lentezza esasperante, attese snervanti per introdurre materiali indispensabili per il nostro lavoro, sono tutte situazioni che oggettivamente finiscono per vanificare il lavoro delle nostre redazioni. Se l’attività giornalistica nei penitenziari è ritenuta una risorsa importante per il dialogo tra realtà detentiva e società esterna, perché le Istituzioni non semplificano le procedure e accorciano i tempi di tante estenuanti attese?
Giornali, podcast, trasmissioni radio-TV, laboratori di scrittura sono una ricchezza culturale che va salvaguardata e facilitata: per questo chiediamo che il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria ci riceva e affronti con noi i temi che abbiamo sottoposto alla sua attenzione.
SOTTOSCRIVONO:
Ristretti Orizzonti, periodico dalla Casa di reclusione di Padova, direttrice Ornella Favero, giornalista
Ristretti Parma, periodico dalla Casa di reclusione di Parma, responsabile Carla Chappini, giornalista
Cronisti in Opera, periodico della Casa di Reclusione di Milano-Opera, direttore Stefano Natoli, giornalista professionista
Voci di dentro, direttore Francesco Lo Piccolo, giornalista professionista
Non tutti sanno, periodico della Casa circondariale di Roma Rebibbia, responsabile Roberto Monteforte, giornalista professionista
Carte Bollate, periodico dalla Casa di reclusione di Milano Bollate, direttrice Susanna Ripamonti, giornalista professionista
Web radio http://www.caffeitaliaradio.com, responsabili Davide Pelanda e Dario Albertini,
Liberi dentro Eduradio&TV, responsabile Antonella Cortese, giornalista
Salute inGrata 2 CR Milano Bollate, responsabile Nicola Garofalo
Sito www.laltrariva.net, responsabile Francesca de Carolis, giornalista
Non solo Dentro, inserto dal carcere di Trento di Vita Trentina a cura di APAS, direttore Diego Andreatta, giornalista professionista
Mondo a quadretti, periodico dalla Casa di reclusione di Fossombrone (PU), responsabile Giorgio Magnanelli
Ristretti Marassi, responsabile Grazia Paletta coordinatrice con Arci Genova
Altre Storie, Inserto dalla Casa circondariale Lodi, pubblicato all’interno del giornale Il Cittadino di Lodi, referente Andrea Ferrari.
Astrolabio, periodico della Casa Circondariale di Ferrara, curatore Mauro Presini
Ponti, periodico dalla Casa circondariale maschile “Santa Maria Maggiore” di Venezia, supervisore Maria Voltolina Presidente de Il Granello di Senape OdV
Gazzetta dentro, periodico dalla Casa di reclusione di Quarto d’Asti, referente Domenico Massano
NeValeLaPena, periodico dalla Casa Circondariale Rocco D’Amato di Bologna, referente Federica Lombardi
Operanews, periodico dalla Casa di reclusione di Milano Opera, direttore responsabile Renzo Magosso, giornalista professionista
Itaca, periodico dalla Casa circondariale di Verona Montorio, referente Anna Corsini, volontaria
Ancora randagiando…
Ieri mattina. Il tempo di una fermata di bus… il tempo di incrociare la sagoma di una donna, capelli neri, maglia nera, calze nere, i fianchi larghi larghi vestiti di una gonna di tulle gialla come un enorme fiocco di mimosa, che non riesce a dare luce ai suoi occhi marcati di nero, tristi, dubbiosi e lontani…
Il tempo di essere sorpresa da una musica che pulsa come cuore d’Africa, e sorprendere in fondo al bus un ragazzo nero nero che a quel ritmo sembra fremere. E immagino che quella musica disegni per lui le sue terre lontane, e lo porti fin là… ma un grido che è sconforto e, forse, preghiera trafigge aria: “Dov’è Dio? Dov’è Allah! Qui non c’è Dio. Qui non c’è Allah!”
Previdenza in carcere. La Cassazione dice sì all’indennità per tutti…
Il diavolo, come si dice, si nasconde nei dettagli. Ed è un dettaglio di non poco conto, per chi è detenuto, il riconoscimento pieno del diritto al lavoro, con annessi e connessi, compresi dunque i diritti previdenziali.
Ne riparliamo, in occasione di una recentissima pronuncia della Corte di Cassazione (Cass. Sez. Lav. n. 4651/2024) che ha riconosciuto il diritto dei detenuti a percepire l’indennità di disoccupazione anche nei periodi di pausa fra una turnazione e l’altra dei lavori svolti alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria.
Dettaglio di non poco conto se, sapete come funziona, per la stragrande maggioranza si tratta di lavori di breve durata, prevalentemente “lavoro domestico”, pulizie, distribuzione dei pasti, piccoli interventi di manutenzione…, soggetti, dato il gran numero dei detenuti e la scarsissima offerta, a continua turnazione, con pause anche lunghe fra un impegno e l’altro e senza alcuna garanzia di riassunzione del lavoratore nella stessa mansione.
Torniamo a parlarne perché non tutti conoscono i propri diritti…
Certo, in generale non pochi hanno agito in giudizio per avere riconosciuta la Naspi ed altre prestazioni socio assistenziali, contro un INPS che troppo spesso nega il riconoscimento di questi diritti… Ma mentre il diritto alla Naspi era già pacificamente riconosciuto in capo ai detenuti che avevano svolto la loro attività lavorativa alle dipendenze di esterni (e sappiamo si tratta di un numero davvero esiguo di persone), questo era negato quando il lavoro veniva prestato alle dipendenze dell’Amministrazione carceraria, anche se il datore di lavoro (esterno o amministrazione penitenziaria che sia) provvedeva al versamento della relativa contribuzione.
Già nel gennaio dello scorso anno, la Cassazione aveva stabilito che lo stato di disoccupazione derivante dall’interruzione del rapporto di lavoro intramurario per fine pena, con la conseguente scarcerazione, è involontario, quindi è rilevante ai fini del riconoscimento della Naspi, ma con la pronuncia di cui stiamo parlando siamo a un passo avanti. Il Giudice di legittimità, infatti, preso atto dei principi costituzionali e comunitari che regolano la materia, ha esteso la tutela Naspi anche alle interruzioni che dipendono da quella che impropriamente viene definita “turnazione”, ma che tale non è, stante che il numero di posti di lavoro disponibili è di gran lunga inferiore a quello delle persone detenute nelle carceri.
Vale la pena di ripercorrere la questione, perché, nello sconquasso totale, di drammatica illegalità del sistema carcerario… anche questo è un tassello di quel grande puzzle dei diritti che compongono la dignità dell’uomo e del lavoratore, ancorché carcerato…
Ne parliamo con l’aiuto dell’avvocato Enrico Miroglio Remondino, del foro di Genova, che per anni ha seguito in prima persona la vicenda davanti ai giudici di merito e a breve affronterà la medesima questione davanti a quello di legittimità.
Avvocato, dopo anni di contrasto giurisprudenziale, la Cassazione si è finalmente pronunciata. Cosa comporta e quali risvolti avrà questa pronuncia?
In estrema sintesi, la Cassazione ha correttamente equiparato l’interruzione del rapporto di lavoro per “turnazione ed avvicendamento” al mancato rinnovo di un contratto a termine. Ipotesi, questa che, al pari delle dimissioni per giusta causa, dà pacificamente diritto alla Naspi. Nella prospettazione dell’INPS, i periodi di disoccupazione tra un periodo di lavoro e l’altro non costituirebbero un’interruzione ma una mera sospensione del rapporto di lavoro. Inoltre, sembra assurdo, ma stante la sua natura semi-obbligatoria e la funzione rieducativa del lavoro in carcere, verrebbe a mancare il pre requisito dell’involontarietà dello stato di disoccupazione e da lì il mancato riconoscimento della prestazione. La Corte, censurando le osservazioni dell’INPS, ha ribadito che i detenuti non hanno alcuna prerogativa né in fase genetica del rapporto (su tipologia e condizioni contrattuali, su modalità e durata delle prestazioni) né in fase conclusiva (si tratta di una scadenza già prevista in contratto); è chiaro pertanto che la perdita dell’occupazione dipende esclusivamente da scelte ed esigenze datoriali che nulla hanno a che fare con la volontà del lavoratore detenuto.
Pensa che a questo punto l’INPS farà marcia indietro?
Purtroppo credo che, almeno per ora, continuerà ad applicare la propria Circolare. Del resto i detenuti a conoscenza dei propri diritti sono un’esigua minoranza, ed ancor meno saranno quelli in grado di farli valere in giudizio nonostante gli Enti di Patronato, ed in particolare il Patronato INCA-CGIL, offrano i loro servizi gratuitamente. Per cui, sperando di essere smentito, credo che all’Istituto convenga perdere qualche causa, piuttosto che riconoscere il diritto alla Naspi ad oltre 50.000 persone.
Possibile si debba per forza ricorrere alle vie giudiziarie? E chi non può rivolgersi a un avvocato?
“Ai sensi dell’Ordinamento Penitenziario (art.25 ter o.p.) l’Amministrazione sarebbe tenuta a fornire ai detenuti un servizio di assistenza all’espletamento delle pratiche per il conseguimento di prestazioni assistenziali e previdenziali e ad erogare servizi e misure di politica attiva del lavoro.
Ciò che nella pratica spesso non avviene a causa della macchinosità delle procedure, dell’assenza di informazione e della scarsità di investimenti (nonostante i benefici fiscali previsti dalla legge Smuraglia).
La gestione di queste pratiche è spesso affidata ad enti del terzo settore e singoli volontari che per ovvie ragioni non possono garantire la continuità del servizio”.
Quindi, a prescindere dalla Cassazione, nulla è automatico, e non tutti conoscono i propri diritti… Come e dove ci si informa, l’accesso agli enti di patronato non è semplice…, i tempi sono lunghi per chiunque, immaginiamo per chi è in carcere…
“Come ha correttamente osservato, tutto dovrebbe partire da una maggiore informazione della popolazione carceraria. Va detto in tal senso che gli educatori e i garanti dei detenuti sono molto impegnati su questo fronte, ma il loro lavoro spesso è reso difficile dal cronico sovraffollamento delle carceri, dalla scarsità delle risorse a loro disposizione e dalla mancata collaborazione (se non dal vero e proprio ostruzionismo) di altre Istituzioni.
Pensi che l’attuale Giunta Comunale di Genova rifiuta di concedere la residenza ai detenuti senza permesso di soggiorno reclusi nel carcere di Marassi, impedendogli di accedere a qualsiasi tipo di prestazione”.
Il settore carceri della Cgil, ne abbiamo parlato con l’intervento di Denise Amerini, lo scorso numero, è impegnato in questo senso. Voi avete una stretta collaborazione…
“Il mio Studio collabora con il Patronato INCA-CGIL da oltre trent’anni ed insieme siamo in prima fila nella tutela dei diritti di tutti i lavoratori, ancorché detenuti. Con specifico riguardo al lavoro penitenziario va segnalato il particolare impegno del Direttore dell’INCA di Genova Marco Paini e del Direttore dell’INCA di Asti Mamadou Seck nella gestione di tutte le pratiche amministrative provenienti dal carcere.
Questa esperienza, iniziata quasi per caso, mi ha spinto a pensare all’opportunità di costituire un’associazione a tutela dei diritti sociali dei detenuti che faccia attività di sportello all’interno degli Istituti di pena, assicurando, con continuità, informazione e consulenza a chiunque ne faccia richiesta”.
Scritto per la rivista Voci di Dentro









