Adesso che la primavera si allunga verso l’estate, tornerà più spesso a sedersi sul muretto fra l’ingresso del garage e il tabaccaio. A scaldarsi al sole, fumare qualche sigaretta e guardare le persone che passano, senza guardarle, forse. A volte sorridendo, chissà cosa pensando. Quasi sempre sta fermo lunghissime ore. A volte capita che inizi a camminare a passo svelto da un capo all’altro della strada. Avanti e indietro, avanti e indietro. E all’improvviso urla. Un unico grido acuto e secco. Che non sembra appartenere a lui, ma uscire dal suo corpo smunto sputato fuori da qualcuno che vi sia rimasto prigioniero dentro. Laggiù in fondo. La prima volta che quel grido mi ha sorpreso alle spalle mi sono spaventata, abitavo da poco nel quartiere. Qualcuno allora mi ha fatto un cenno, come dire: “Tranquilla, non c’è nulla di cui avere paura. Non fa del male a nessuno, lo conosciamo, è del posto”. Poi l’ho rivisto e ho capito. Ho udito altre, rare grida, e sono stata io, una mattina, a dire a una giovane donna che passava per la prima volta di lì: “Tranquilla, non c’è nulla di cui avere paura. Non fa del male a nessuno. Abita qui”. Penso spesso a lui adesso che si torna a parlare della legge 180 e si ridiscute di trattamenti sanitari obbligatori.
Fatti più in là… (e Milano calpesta i Rom)
Scorrendo le immagini diffuse in rete della cacciata dei Rom alle porte di Milano. Alcuni dettagli.
Portando via quel che si può, quel niente che si possiede, fuggono, le persone, spingendo carrelli dei supermercati. Oltre la tristezza e la vergogna, ne nasce il senso di un che di grottesco, di beffa. Costretti a fuggire, spingendo fra la polvere e il vuoto, il simbolo dell’abbondanza strabocchevole dei banconi dei nostri supermercati. Viene in mente ( i percorsi della mente sono a volte bizzarri, ma non troppo) una pubblicità di qualche tempo fa. Due giovani che in un supermercato si incontrano, si scelgono, mettono su famiglia e “vissero felici e contenti “… Per il resto della vita, suggeriva il messaggio, nel posto più confortevole e soddisfacente che si possa immaginare. Con le mani afferrate a un luccicante carrello. Ovviamente stracolmo di scatole colorate. Lo stesso carrello cromato, nelle foto dello sgombero, pieno di stracci. Oppure vuoto, come quello spinto da una ragazza che si allontana su una strada desolata. In primo piano, a guardarla andare via, due ali di poliziotti. Carichi di tutto quel che serve, scudi caschi, manganelli, per l’antisommossa.
Aprile
“Aprile è il più crudele dei mesi: genera / Lillà dalla morta terra, mescola / Ricordo e desiderio, stimola / Le sopite radici con la pioggia primaverile. / L’inverno ci tenne caldi, coprendo / La terra di neve obliosa, nutrendo / Grama vita con tuberi secchi. / L’estate ci sorprese piombando sullo Starnbergersee / Con uno scroscio di pioggia…”
T.S. Eliot “The Waste Land” .
Un pensiero d’inizio d’Aprile. Ai lillà e al desiderio.
Underground 2
Mi piace. Non c’è che dire. E’ la parte del mio andare che mi piace di più.
Comincia nel momento in cui la luce inquinata del giorno vira nel tranquillo pallore del primo tratto del sottopassaggio. Dopo la discesa di appena dodici gradini e la breve galleria a destra. Altri sette gradini e poi subito ti avvolge l’aria calda di terra e umido e fatica di corpi, a tratti trapunta di un lieve fetore di plastica appena bruciata. La respiro a pieni polmoni. Mi piace lasciarmi invadere da questo odore che stordisce un po’ e conduce, quasi in stato di lieve incoscienza, al rullo della scala mobile. Che si muove lenta, lunghissima e indifferente. Mentre oltre le teste e i corpi che all’unisono scivolano verso il basso, come in un lento zoomare si avvicina la piattaforma che porta ai treni. Ed è lì che finalmente si apre lo spazio del tempo che scorre certo e lento lungo il binario sotterraneo.
***Da non perdere
Proprio non riesco a capire perché la pagina dei film di Repubblica lo segnali con un sommesso ‘si può vedere’, e riservi ad altri stellette ‘da non perdere’. E peccato, che i criteri contemporanei della distribuzione cinematografica l’abbiano da subito confinato in un numero risibile di sale. C’è da scommetterci che fra breve scomparirà quasi del tutto. Ma in attesa che venga trasmesso sui canali Rai con i ritocchi programmati per il pubblico televisivo, suggerisco di armarsi di pazienza e determinazione e andarlo a cercare nelle ‘nicchie di resistenza’. Ne varrà davvero la pena. Per “Sonetàula”, di Salvatore Mereu, regista sardo (chi ha visto “Ballo a tre passi”?). 158 minuti di cinema a mio parere raro. Eccezionale nel panorama della filmografia italiana.
A proposito di anniversari
“Shock and awe”. Colpisci e terrorizza. ‘Titolava’ così l’operazione iniziata a Bagdad la notte fra il 19 e il 20 marzo del 2003. Per portare la democrazia. Democrazia a grappoli. Come le più micidiali fra le bombe. Se pure ha un senso stabilire una gerarchia della morte. Colpisci e terrorizza. Dando il via ad un altro capitolo della storia della distruzione. Che da quando la meccanica ci ha permesso di volare, e abbiamo cominciato anche a volare come falchi su cieli dichiarati nemici, si è arricchita di una nuova perversione. Lo squilibrato rapporto di forza fra chi è sopra e chi è sotto. Sopra, e sotto le bombe. Civili, soprattutto sempre, anche se sempre un po’ più tardi ci accorgiamo che le bombe non sono mai intelligenti. O lo sono fin troppo, perché fin troppo bene colpiscono e terrorizzano. Ma ci sono cose che non possiamo fingere di non sapere. Quando invochiamo guerre giuste e pulite.
“Vestiti che facciano rumore…”
Ragazze che ballano. In lingua Rom ‘chejà celen’, due parole che sono già l’avvio di un passo di danza. Il ‘brivido che vola via’, del verso della canzone di Vasco Rossi che appare in apertura del libro. “Chejà Celen”, appunto. Un titolo che aveva attirato la mia attenzione dal banco dello stand di ‘Sensibili alle foglie’, alla fiera romana della Piccola Editoria. Irresistibili le movenze delle danzatrici in copertina, nella foto di Tano D’amico. Ma quello che mi ha convinto a portare a casa quel volumetto, è stato lo sguardo della sua autrice. Occhi verdi e, ho pensato vedendola, un bellissimo volto da zingara. Per sapere dopo che Vania, Vania Mancini, zingara non è, ma al mondo Rom dedica la vita. E in qualche modo, forse, ho pensato, qualcosa della luce selvaggia dei figli del vento è trasmigrata sul suo viso. Come capita succeda, fra persone che si sono amate e accompagnate a lungo.
T’amo da morire
Non saranno pronunciate frasi d’indignazione, né improvvisate minacciose ronde, né annunciati ‘giri di vite’. Non ci saranno proclami da ‘tolleranza zero’, né fogli di via per tutti i possibili ‘soggetti pericolosi’ per tranquillizzare cittadini in ansia e assicurare sicurezza. Tutto è avvenuto al sicuro, al riparo delle mura di una casa. A Taranto. Dove un marito ha ucciso la moglie e le due figlie. A martellate. Un massacro. Strage familiare, si dice, anche. Con quell’aggettivo, familiare, pure richiamo a un luogo, a qualcosa di affettuoso e buono e accogliente… Quasi una beffa. Strage familiare, inquieto ossimoro.
In autostrada…
Tornando da Venezia. Ascoltando le informazioni sul traffico, in autostrada. Un annuncio invita a guidare con prudenza su un tratto della Roma-Aquila, nei pressi di Candela, o giù di lì. Attenzione, dice, presenza di animali sulla strada. Senza specificare quali, come e perché. Un secondo annuncio dello stesso tono, poco dopo. Attenzione, ripete, animali in strada nei pressi di Cattolica, questa volta. E fa quasi sorridere. Forse un errore, forse ho sentito male, ma la tentazione è forte. Immaginare animali che invadono le carreggiate.
Aborto: la pacata violenza di Ferrara
Solo una breve riflessione. A proposito di toni e di parole. Di garbi formali e di sostanziali violenze. Ascoltando l’intervento di Giuliano Ferrara in apertura della puntata dell’Infedele di mercoledì 13 febbraio. A proposito del suo manifesto ‘pro-life’ con il quale mette l’aborto fra i temi della campagna elettorale. Un tono molto pacato quello di Ferrara. Introduce, spiega, argomenta, con voce piana e calma, inanella frasi e parole modulando con garbo, sembra, finanche i respiri. Senza mai uscire dai binari di una condotta di gentilezza estrema. Anche quando gli tocca, come è normale che accada, di dover sovrastare il tentativo di qualcuno degli ospiti di intervenire. Tono pacato, certo, se per pacatezza si intende che l’accoratezza non si è trasformata in fervore, che poi non è trasceso in urla, crocefissi branditi, o intemperanze del genere…