Si chiama punteruolo rosso. Ha un coriaceo naso allungato. Con il quale scava gallerie nel legno morbido delle palme. La femmina vi depone le uova. Che diventano larve, che diventano crisalidi, che diventano insetti adulti. Che depongono altre uova. E nascono nuovi insetti. Che scavano ciascuno la propria galleria. Larve e insetti si moltiplicano a ritmo esponenziale, gallerie si accavallano, si intrecciano, si uniscono. Fino a diventare un’unica voragine nel cuore della pianta. Che priva di midollo muore. Tronco cavo, basta una folata di vento a buttarla giù. Punteruoli rossi. Non solo insetti. Come larve che minano la vita, rieccole spuntare, minacciose parole d’ordine. Sembra esattamente quel che adesso ci voleva. Una povera ragazza violentata da un rumeno.
Malinconie
C’è qualcuno in città, che si aggira salvando piccioni. Una donna armata di forbicine, piccolissime, per liberare gli uccelli dai fili di plastica che i volatili raccolgono per costruire nidi, ma nei quali spesso rimangono impigliati, ferendosi, mozzandosi a volte persino gli arti. Una specie di fatina urbana, che immagini comparire all’imbrunire, compiere paziente la sua missione e poi svanire nella notte, magari volando via. Lieve, come la scrittura che ce la svela, nelle pagine del libro di racconti di Piera Mattei. “Melanconia animale”. Racconti che dalle prime parole, quasi un fiato, “tradiscono” la sua autrice. Che, mi permetto, molto più che scrittrice è poeta.
Sorrisi e parole
Passando, per la strada, prima di andare al voto. Sfilano sui muri volti di cartone. Candidati, replicati ciascuno a decine. Tutti sorridono. Chissà perché nessuno abbia pensato di proporsi per i giorni della campagna elettorale con un’espressione diversa, più intensa, severa, intendo. Chissà perché non sia stato suggerito da alcuno dei “curatori” d’immagine. Magari anche solo per distinguersi un pochino di più l’uno dall’altro. No, sono tutti lì che sorridono lievi, leggeri, promesse di futuro, che sfuma nell’aria… appena un cenno furbetto nella piega del labbro. E tacciono. Sorrisi nel silenzio. Adesso che il momento del voto ci regala un pugno di giorni vuoti di parole. Godiamoceli. Non più travolti da girandole di buone intenzioni urlate. Liberi del brusio d’improbabili duelli. Dell’affastellarsi di frasi. Di intollerabili minacce. Molte da dimenticare. Qualcuna già dimenticata. Un pò di silenzio, finalmente. Per sciogliere pensieri.
“Ci sono, ci sei?”
Uscendo dal cinema ( fra parentesi dopo aver visto “La Banda”, di Eran Kolirin, film delizioso, a tratti persino divertente, a tratti struggente). Esplode, come sempre in quest’era, la snervante sinfonia di sonerie. Trilli, versi, jingle, cenni di sigle, canzoni mozze. Un isterico metallico schiamazzare. Neanche il tempo di lasciare sfumare il sogno. Di entrare nell’attimo del silenzio che segue lo spegnersi della voce del film. Come mancasse l’aria. E ci si attacca subito al respiratore. Quella sorta di cordone ombelicale che ci lega a tutti e al tutto che è diventato il cellulare. Come si avesse poco da dire agli amici, al compagno, alla compagna con cui si è condiviso il tempo della proiezione. Come fossero già troppi quei novanta minuti d’intimità. Pericolosi, forse.
Reliquie
Una sola volta ho visto un cuore conservato in un’urna. A Vienna. A dire il vero il cuore non l’ho visto affatto, sigillato dentro l’urna di pesante metallo. Ma la scritta alla base del contenitore era chiara. Vi era conservato il cuore di un Asburgo. E mi è importato poco sapere che la pratica dell’espianto del cuore, come delle viscere, era cosa necessaria per il processo d’imbalsamazione. Non ho potuto che immaginarlo con molta tristezza. Quel cuore smarrito, lontano dal corpo al quale era appartenuto e insieme al quale avrebbe forse preferito dissolversi nella terra. Ora era lì dentro, condannato a una solitudine eterna e buia. Nudo del corpo. E lo sguardo, anche di qua dall’urna, si fa impudico. Tristezza ancora maggiore ho provato quando ho saputo di Chopin e del suo cuore, custodito in Santa Croce a Varsavia, così lontano dalla tomba di Père Lachaise a Parigi, dove riposa.
A proposito della “180”
Adesso che la primavera si allunga verso l’estate, tornerà più spesso a sedersi sul muretto fra l’ingresso del garage e il tabaccaio. A scaldarsi al sole, fumare qualche sigaretta e guardare le persone che passano, senza guardarle, forse. A volte sorridendo, chissà cosa pensando. Quasi sempre sta fermo lunghissime ore. A volte capita che inizi a camminare a passo svelto da un capo all’altro della strada. Avanti e indietro, avanti e indietro. E all’improvviso urla. Un unico grido acuto e secco. Che non sembra appartenere a lui, ma uscire dal suo corpo smunto sputato fuori da qualcuno che vi sia rimasto prigioniero dentro. Laggiù in fondo. La prima volta che quel grido mi ha sorpreso alle spalle mi sono spaventata, abitavo da poco nel quartiere. Qualcuno allora mi ha fatto un cenno, come dire: “Tranquilla, non c’è nulla di cui avere paura. Non fa del male a nessuno, lo conosciamo, è del posto”. Poi l’ho rivisto e ho capito. Ho udito altre, rare grida, e sono stata io, una mattina, a dire a una giovane donna che passava per la prima volta di lì: “Tranquilla, non c’è nulla di cui avere paura. Non fa del male a nessuno. Abita qui”. Penso spesso a lui adesso che si torna a parlare della legge 180 e si ridiscute di trattamenti sanitari obbligatori.
Fatti più in là… (e Milano calpesta i Rom)
Scorrendo le immagini diffuse in rete della cacciata dei Rom alle porte di Milano. Alcuni dettagli.
Portando via quel che si può, quel niente che si possiede, fuggono, le persone, spingendo carrelli dei supermercati. Oltre la tristezza e la vergogna, ne nasce il senso di un che di grottesco, di beffa. Costretti a fuggire, spingendo fra la polvere e il vuoto, il simbolo dell’abbondanza strabocchevole dei banconi dei nostri supermercati. Viene in mente ( i percorsi della mente sono a volte bizzarri, ma non troppo) una pubblicità di qualche tempo fa. Due giovani che in un supermercato si incontrano, si scelgono, mettono su famiglia e “vissero felici e contenti “… Per il resto della vita, suggeriva il messaggio, nel posto più confortevole e soddisfacente che si possa immaginare. Con le mani afferrate a un luccicante carrello. Ovviamente stracolmo di scatole colorate. Lo stesso carrello cromato, nelle foto dello sgombero, pieno di stracci. Oppure vuoto, come quello spinto da una ragazza che si allontana su una strada desolata. In primo piano, a guardarla andare via, due ali di poliziotti. Carichi di tutto quel che serve, scudi caschi, manganelli, per l’antisommossa.
Aprile
“Aprile è il più crudele dei mesi: genera / Lillà dalla morta terra, mescola / Ricordo e desiderio, stimola / Le sopite radici con la pioggia primaverile. / L’inverno ci tenne caldi, coprendo / La terra di neve obliosa, nutrendo / Grama vita con tuberi secchi. / L’estate ci sorprese piombando sullo Starnbergersee / Con uno scroscio di pioggia…”
T.S. Eliot “The Waste Land” .
Un pensiero d’inizio d’Aprile. Ai lillà e al desiderio.
Underground 2
Mi piace. Non c’è che dire. E’ la parte del mio andare che mi piace di più.
Comincia nel momento in cui la luce inquinata del giorno vira nel tranquillo pallore del primo tratto del sottopassaggio. Dopo la discesa di appena dodici gradini e la breve galleria a destra. Altri sette gradini e poi subito ti avvolge l’aria calda di terra e umido e fatica di corpi, a tratti trapunta di un lieve fetore di plastica appena bruciata. La respiro a pieni polmoni. Mi piace lasciarmi invadere da questo odore che stordisce un po’ e conduce, quasi in stato di lieve incoscienza, al rullo della scala mobile. Che si muove lenta, lunghissima e indifferente. Mentre oltre le teste e i corpi che all’unisono scivolano verso il basso, come in un lento zoomare si avvicina la piattaforma che porta ai treni. Ed è lì che finalmente si apre lo spazio del tempo che scorre certo e lento lungo il binario sotterraneo.
***Da non perdere
Proprio non riesco a capire perché la pagina dei film di Repubblica lo segnali con un sommesso ‘si può vedere’, e riservi ad altri stellette ‘da non perdere’. E peccato, che i criteri contemporanei della distribuzione cinematografica l’abbiano da subito confinato in un numero risibile di sale. C’è da scommetterci che fra breve scomparirà quasi del tutto. Ma in attesa che venga trasmesso sui canali Rai con i ritocchi programmati per il pubblico televisivo, suggerisco di armarsi di pazienza e determinazione e andarlo a cercare nelle ‘nicchie di resistenza’. Ne varrà davvero la pena. Per “Sonetàula”, di Salvatore Mereu, regista sardo (chi ha visto “Ballo a tre passi”?). 158 minuti di cinema a mio parere raro. Eccezionale nel panorama della filmografia italiana.