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    Underground 2

    Mi piace. Non c’è che dire. E’ la parte del mio andare che mi piace di più.

    Comincia nel momento in cui la luce inquinata del giorno vira nel tranquillo pallore del primo tratto del sottopassaggio. Dopo la discesa di appena dodici gradini e la breve galleria a destra. Altri sette gradini e poi subito ti avvolge l’aria calda di terra e umido e fatica di corpi, a tratti trapunta di un lieve fetore di plastica appena bruciata. La respiro a pieni polmoni. Mi piace lasciarmi invadere da questo odore che stordisce un po’ e conduce, quasi in stato di lieve incoscienza, al rullo della scala mobile. Che si muove lenta, lunghissima e indifferente. Mentre oltre le teste e i corpi che all’unisono scivolano verso il basso, come in un lento zoomare si avvicina la piattaforma che porta ai treni. Ed è lì che finalmente si apre lo spazio del tempo che scorre certo e lento lungo il binario sotterraneo.

    Vuoi mettere con il disordine della strada, di sopra. L’aria fetida di gas, le zaffate che sfuggono a sorpresa dalla penombra dei locali. Il rombo sordo dei motori, squassato da urla improvvise. Trilli meccanici, voci scomposte e grida di uccelli smarriti. Cieli instabili che con l’umore cambiano di luce, all’alba chiari, al pomeriggio già velati e poi la pioggia che si alterna al sole, e la notte che soppianta il giorno.

    No, no per carità. Anche questa mattina, che l’azzurro si intravedeva nettamente fra due nuvole bianche e il cornicione grigio dell’ultimo palazzo sulla sinistra, ho imbucato il sottopassaggio senza un attimo di rimpianto. Non c’è che dire: sono un animale della terra.

    Anche questa mattina ai piedi della scala mobile era seduta, accovacciata sui talloni, quella donna con il suo bambino. Come sempre ho lasciato cadere nel bicchiere di carta cinquanta centesimi. Come sempre mi ha ringraziato. Oggi ha sorriso. Ho pensato che forse non era la stessa donna di ieri e neppure la stessa dei giorni precedenti ancora. Ma mi sembrano tutte talmente uguali, nel loro dolorante elemosinare. Comunque, l’importante è che io abbia assolto al mio dovere di buon cristiano e che lei, guardiana al passaggio fra il mondo di sopra e quello di sotto, abbia benedetto con un ‘vi accompagni la madonna’ il mio viaggio quotidiano.

    Ed eccomi giunto in galleria. Sul bordo del binario.

    Dove devo arrivare? Non ha nessuna importanza, dato che è poi sempre lo stesso posto, sette fermate più avanti.

    Sul muro opposto c’è sempre quel graffito. Due segni, due virgole contrapposte, che si guardano. Potrebbe trattarsi del confine di un cuore. E’ lì da sei mesi e ancora non è stato cancellato. Stamattina l’ho fissato fino quasi a cadere in una sorta di ipnosi. Dalla quale mi ha svegliato il fischio del treno in arrivo, e mi sono reso conto che nel frattempo la banchina si era affollata di tanta gente che adesso componeva una massa compatta e impenetrabile.

    Non sono riuscito a salire su quel treno. Subito inghiottito dalla folla. Ma sui vagoni di quello successivo c’è stato posto anche per me. Così, ancora una volta compiaciuto del miracolo della fisica che negli spazi sotterranei è possibile si compia, mi sono abbandonato all’impercettibile dondolio del movimento collettivo e al calore di tutti quei corpi che si accalcavano sul mio. Pronto a scegliere chi mi avrebbe accompagnato nel viaggio di questa mattina.

    Gli occhi mi si sono fissati sul doppio strato di rossetto colore magenta della donna che aderiva con la spalla alla mia spalla. Odorava di grasso di creme e di acqua di colonia. Sentore dolciastro. Che non era poi così male, se non fosse che si sovrapponeva all’odore di polvere secca della nuca dell’uomo che avevo esattamente all’altezza dell’orecchio destro. Le labbra della donna a tratti si serravano, in brevi mosse, come per un leggero tic. Come a trattenere qualcosa che borbottasse dentro e che premesse per uscire fuori. Magari in uno sputo. Pensai che la donna avesse fretta di arrivare. Chissà dove. Ma i suoi occhi, larghi, ben delineati da uno spesso tratto di eyeliner nero e velati da lunghe ciglia cariche di rimmel, avevano l’espressione assente e lontana di due specchi vuoti. E anche un po’ disperati. Viaggiavano in direzione contraria al treno, mi è sembrato, e questo non è bene.

    All’improvvisa decelerazione del treno per la prima fermata la testa della donna ha ondeggiato insieme a tutte le altre, come pure insieme alla mia. Tutti i nostri corpi si sono inclinati compatti verso destra e nell’attimo prima che riassumessimo tutti la posizione verticale ho sentito il suo corpo pesare sul mio braccio e sul mio fianco. Ho avvertito anche la curva di un pezzo del suo seno nel momento in cui un profondo respiro lo faceva lievitare, come un pane caldo.

    Ma l’espressione dei suoi occhi è rimasta immobile. Qualcun altro è salito, costringendo i nostri corpi ad un’ancora maggiore intimità. Il treno è ripartito e mi sono chiesto chissà come avrebbe reagito se all’improvviso l’avessi baciata, lasciandola poi nuda del denso strato di crema colorata. E chissà che non l’avessi fatto prima della fermata successiva. Ce ne era tutto il tempo. Nel riquadro del finestrino che riuscivo a sbirciare con appena una lieve torsione del collo, continuava a scorrere il buio della galleria, rotto a intervalli lunghi e regolari da brevi flash di luce. La stazione successiva era ancora lontana. Un minuto e dieci secondi la durata media del percorso fra l’una e l’altra fermata. Spazio breve, lo so, per la convenzione di chi viaggia in superficie. Ma qui sotto, qui dentro, il tempo si prende tutto il tempo che vuole. Credete a me, che ne sono esperto. Così, in quel minuto e dieci secondi ho avuto tutto l’agio di pensare di spostare il braccio sul suo fianco, poi stringerla in vita e fare in modo che il suo corpo aderisse ancor meglio al mio, miracolosamente allontanando quelli di tutti gli altri che avevamo intorno. Ho pensato dunque di baciarla e che al mio bacio lei sorridesse dicendomi, grazie, era proprio quello che stamattina desideravo avere, e ricambiando il bacio mi trasmettesse un breve pezzo del tempo della sua vita, che poi sarebbe stato il regalo di un momento infinto, come sempre succede quando due corpi, in qualche modo, si compenetrano.

    Non so quanto sia durato il mio pensiero. Fatto sta che per meglio gustarlo ho socchiuso gli occhi e quando ho avvertito il treno rallentare li ho riaperti e ho visto nel finestrino avvicinarsi le luci della stazione della seconda fermata. Facendo perno col ventre, che ho avvertito un po’ ruvido ma caldo, sul mio corpo, lei si è spostata, per permettere al ragazzo alle sue spalle di uscire. Senza voltare neppure per un attimo verso di me gli occhi, che ancora avevano l’aria assente e disperata di due specchi vuoti.

    Qualcuno è sceso, molti altri sono saliti e l’aria si è assottigliata in fretta. Qualcuno è svenuto. Un anziano signore, che ho aiutato anch’io a portare fuori del vagone adagiandolo nelle mani di qualcun altro là fuori. Un po’ frettolosamente, ma non potevo rischiare di perdere il mio treno. In poco tempo si è consumato il parapiglia che normalmente questi incidenti provocano e sono riuscito a rientrare appena prima che le porte del vagone si richiudessero. Alcuni ragazzi che mi avevano preceduto si sono spinti senza garbo nel vagone, un bambino ha iniziato a piangere, un uomo dall’aria disfatta ha imprecato. Tutti gli altri sono rimasti in silenzio, concentrati ciascuno sul proprio respiro. Che in fondo è la condizione necessaria anche se non sufficiente che ci tiene in vita, e questa è cosa a cui qui sotto si ha modo sovente di pensare.

    Il gruppo di corpi intorno me si è ricomposto, se possibile più compatto di prima e nell’aria sudata si è accentuata la traccia d’odore composito di fieno, lanugine acrilica e lana bagnata, e che qua sotto è tipico dei viaggi d’autunno. Il treno è ripartito e la breve ansia che mi aveva assalito è subito scivolata via: sempre addossata al mio fianco, questa volta il destro, c’è ancora lei.

    Sarà stata solo una mia impressione, ma il rossetto le si era un po’ consumato e appariva scomposto sul contorno del labbro superiore. Come per un morso frettoloso che qualcuno le avesse dato.

    A un movimento brusco della carrozza ho sentito il dorso della sua mano sfiorarmi la gamba. Forse cercava la mia mano, ed io ero pronto ad afferrare la sua. Sarebbe stato bello continuare il viaggio con le dita intrecciate alle sue.

    Poi qualcosa è successo, forse un riposizionamento dei corpi in fondo al vagone. Si è creato dello spazio e lei si è staccata da me. Ho sentito un breve soffio al cuore. Ma mi sono subito rassicurato quando ho capito che non se ne sarebbe andata. Approfittando del poco spazio che le si è creato davanti, lei ha aperto la borsa, ne ha tirato fuori uno stick colorato e con una maestria sorprendente, senza neanche l’aiuto di uno specchietto, si è ridisegnato il profilo superiore del labbro. La sua bocca mi è sembrata ancora più appetitosa. L’odore denso di acqua di colonia uscito dalla borsa mi ha stordito. Per fortuna subito una ventata di aria bruciata di muffa e miasmi della terra è entrata dallo spiraglio aperto di un finestrino.

    La voce dall’altoparlante ha gracchiato qualcosa. Forse l’annuncio dell’ingresso alla stazione successiva. Il gruppo intorno a me si è scomposto. Questa volta in una corsa precipitosa che non capisco. Si è ricomposto con altri volti. Uno ben rasato, qualche barba sfatta e sguardi già sconfitti. Non per tutti è leggero il viaggiare sotto terra. Gli occhi che ho intorno, adesso, sanno di pianto. E umido si aggiunge ad umido. Anche quello dei miei occhi, che per un attimo si appannano e non vedono più lei. Che invece è lì, in basso. Ha conquistato un posto e si è seduta. Allungando il collo al di sopra della spalla della persona che mi separa da lei vedo i suoi occhi vuoti. Ammetto di avere fatto un’eccessiva pressione con il gomito nel fianco dell’uomo per farmi avanti. E mettermi esattamente davanti a lei, che sta seduta composta, con la borsa sulle ginocchia e lo sguardo fisso davanti a sé, che adesso non può non vedere il desiderio che mi ha gonfiato il ventre. Così mi sono lasciato andare al dondolio del treno, assecondandolo e un po’ forzandolo, così che lei, con i suoi occhi vuoti fissi su di me, ne venisse travolta. Probabilmente ha percepito anche lei l’eco della musica che la ragazzina al mio fianco aveva in cuffia ad un volume piuttosto alto. Tanto che chiudendo gli occhi ho potuto pensare di afferrarla per un braccio e trascinarla nel vortice di una danza che è durata tutta la profonda lunghezza del minuto che il treno ha impiegato ad arrivare alla stazione successiva e alla successiva ancora. Era tanto che non mi abbandonavo così alla musica. E’ stato molto eccitante e ho potuto così compiere il mio piacere. Quando ho riaperto gli occhi, lei stava lentamente ricomponendo una ciocca di capelli che le era caduta sulla fronte, e per un attimo credo di aver visto le palpebre palpitare su quei suoi occhi di ghiaccio.

    Alla sesta fermata deve essere scesa più gente di quanta ne sia salita, perché la pressione alle mie spalle si è un po’ allentata, pur lasciando l’aria costantemente satura di odori e calda del traspirare dei corpi. Ho avuto la percezione di rivoli di sudore che mi scorrevano lungo la schiena, e ho sorpreso lei cancellare con un gesto meccanico delle dita, dalle unghie ora vedevo laccate di rosso, minuscole gocce che le erano spuntate sulle tempie e che colando e insinuandosi, come gocce di lacrime, nel taglio degli occhi rischiavano di guastarne il trucco.

    Le porte si sono richiuse e questa volta, tranquillo della sua presenza seduta sotto di me, ho lasciato che il mio sguardo si perdesse nel riquadro del finestrino che avevo davanti. Mi dà sempre una certa emozione vedere scorrere via i visi spaesati dei viaggiatori rimasti a terra, mentre le luci velocemente scompaiono, per lasciare il posto alle mura buie della galleria, con brevi saettanti segnali luminosi, e poi quel crescente chiarore che sempre a questo punto arriva, ad annunciare il tratto dove il treno risale in superficie per attraversare il ponte sul fiume. Dove la luce investe lo spazio del vagone. Luce forte e improbabile che propone la proiezione improvvisa del film di un altro mondo. Che scorre in fotogrammi, racchiusi nei riquadri di ferro della balaustra del ponte.

    Lei non si muove d’un soffio, ma sono sicuro che stia ascoltando il mio pensiero, che racconta la promessa di tutti i viaggi che potrebbe essere bello fare lungo il fiume, magari in primavera, quando i barconi riprendono a scorrere su e giù, su e giù fino al mare e poi di nuovo indietro. Prima che il treno si rituffi nella terra riesco a ricordare il nome della trattoria sulla foce dove è possibile fare un buon pasto, uno di quei posti che per quanto familiari e vicini, o forse proprio per questo, sembrano isolati dal mondo. Quasi fossero protetti da una palla di vetro, come i piccoli souvenir di neve. Che è quello che ci vuole ogni tanto per essere un po’ felici. I ricordi sotto la neve nelle palle di vetro, intendo.

    Per ora ritorna il buio della galleria e per ora va bene così. Il treno riprende a muoversi ed è così piacevole e rassicurante la sua corsa lungo il binario certo.

    Che in quel punto stamattina si è interrotta all’improvviso. Per due buoni minuti che hanno scosso dal torpore gli altri viaggiatori. Scatenando un’ondata d’ira collettiva, irrazionale e impropria, devo dire, che ha contribuito a elevare ulteriormente la temperatura e ridurre l’aria a disposizione di ciascuno, ma che come è scoppiata così si è riacquietata appena il movimento del treno ha ricomposto tutto e tutti nell’inerte attesa di sempre.

    In quei due minuti devo dire che anch’io ho provato un attimo d’ansia. Perché abbassando lo sguardo su di lei ho percepito un breve movimento degli occhi, quasi cercasse un appiglio a cui afferrarsi per alzarsi e andare via. Ma è stato solo il battito d’un istante. Il movimento del treno è ripreso e tutto quel che ho visto muoversi in lei è stato solo un fremere minuscolo all’estremità del labbro. Tremolio continuo e trattenuto, mi è sembrato, dal morso nascosto dei denti. Abbiamo fatto insieme tutto il resto del viaggio, senza che io pensassi che ci fosse qualcosa che fosse opportuno dirle, perché so bene quando le parole sono inutili. Soprattutto movendosi qua sotto. E’ stata invece lei a dirmi qualcosa, prima che il treno arrivasse all’ultima fermata, mentre con un gesto lento ha sistemato la collana di perle finte, il foulard sulle spalle e si è alzata urtando col ginocchio le mie ginocchia. Era tutto scritto nei suoi occhi di vetro. Compresa la preghiera che restasse un segreto fra di noi.

    Con la gioia di quell’avventura è stato un gioco da ragazzi attraversare il resto della giornata. Risalire in strada. Nel traffico. L’ufficio. La noia. Le beghe. Qualcuno che ha urlato, qualcun altro che se ne è risentito. Le pause. Gli affanni. Un panino. Ancora ufficio. La polvere. Sintetica. Carte. Sporche. Mani unte. Poi ancora traffico. Stridore di freni. Alberi, rami spezzati.

    Il giorno si è bruciato nell’isteria di un momento. Prima di poter riprendere finalmente il viaggio. Non importa che sia all’inverso.

    I vagoni sono più vuoti quando si avvicina l’ultima corsa. C’è posto per sedersi e l’aria è ancora odore di corpi e sudore misti a sentore di plastica bruciata. E’ solo più lieve, come rarefatta. C’è posto per sedersi e ricordare e pensare per tutto il tempo del caldo dondolio del treno. E guardare.

    I visi. Un po’ più stanchi. Alla mia destra c’è un uomo che dorme, con la testa chinata sul petto. Così concentrato nel suo sonno che neppure si muove alle oscillazioni della vettura. Ha le scarpe molto grosse e il pugno stretto sul manico di una vecchia borsa. Alla mia sinistra c’è una donna anziana che fissa con fare inerte due ragazzi che stanno avvinghiati in piedi appoggiati alla porta. E’ pericoloso, ma si vede che non gliene importa nulla. Lui la mordicchia sul collo e lei ride, ride, ride da fare invidia. Sul quarto posto della fila c’è un giovane uomo dall’aria quasi curata, in giacca nera e con i capelli legati in una lunga coda di cavallo. Ha gli occhi fissi su un cellulare e continua a digitare misteriosi alfabeti. Di fronte, seduti o in piedi aggrappati ai sostegni, tutti guardano nel vuoto. Sembrano tutti avere larghi occhi vuoti di vetro, e questo mi punge di nostalgia.

    Tutti restano immobili, per un tempo infinito. Poi a una fermata, la terza, la quarta, o forse già l’ultima, sale un ammasso di stracci. Anzi due. Sono un uomo e una donna. Lei trascina una grande busta, lui si appoggia a un bastone e ha una lunga barba fra il bianco e il grigio. Qualcuno è sceso, si è fatto posto e si siedono. Iniziano a parlottare fra di loro, guardandosi negli occhi. Come una vecchia coppia che il tempo non ha ferito. Che s’incontri al termine di una giornata di lavoro. Hanno un’aria familiare. Li osservo a lungo e alla fine ricordo dove ho visto lui. Certo più di una volta. All’angolo della via della stazione, chiedendo l’elemosina. Ricordo dove ho visto lei. Sempre fra i banchi del mercato e la piazza della basilica. Ricordo. Avevo avuto un po’ di pena per ciascuno di loro, notandoli lassù per strada. Adesso invece quasi mi fanno invidia. Questi due vecchi. E la loro tenerezza antica. Che prima o poi, ne sono certo, in uno di questi viaggi, incontrerò anch’io.

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