La voce d’Irlanda. E’ un violino impazzito, e una coppia di cigni che scivola muta lungo il canale, nella luce della sera. Cenni convulsi di danza e ancora cigni, che tornano, sull’acqua. La voce d’Irlanda e’ il suono di un’arpa. E’ un incanto che sa come far nascere la gioia e il dolore, e come donare la quiete. E’ un’onda che ti avvolge e fonde con attimi d’aria, d’acqua, di fuoco. Di terra. Un ponte, qualcuno mi spiega, fra l’uomo e il mondo intorno a lui, e oltre ancora. L’arpa. Strumento magico e potente. Strumento di liberta’, pure, e al suo suono i bardi hanno raccontato le gesta degli eroi. Adesso, che forse di eroi, si spera, non c’e’ piu’ bisogno, ancora l’arpa suona per accompagnare i momenti del passaggio della vita. Matrimoni e funerali. E rallegra e strazia. Un matrimonio come un funerale e’ il gigantesco quadro che occupa l’intera parete della piu’ grande sala del piano rialzato della National Gallery of Ireland. “Il matrimonio di Strongbow e Aoife“, di Daniel Maclise. Le nozze dello “straniero” con la principessa irlandese, allegoria dell’inizio della fine dell’indipendenza del paese. Mai scena di matrimonio fu piu’ mesta. Volti di pianto e corpi abbandonati. Colori cupi che minacciano tempesta. E, al centro, la figura della sposa sembra svanire nel pallore della veste. Su tutto, incombe il silenzio dell’arpa. Abbandonata in un angolo in terra, li’ in basso sulla sinistra.
… – 4
Il mare d’Irlanda. E’ una canzone ubriaca. E’ un sentiero di vento. Graffi di rovi e aghi di pino. Soffi d’erica, rododendri, abbracci d’edera e gonfie ginestre. Colori di corolle che ancora non riconosco, e un cucciolo di porcospino che ha perso la strada e ora non e’. E’ cielo d’incanto e rocce bianche di luce, grida d’uccelli e un’onda sottile. E’ rullo di navi e un silenzio lontano. Che e’ voce di mantra. Che e’ soffio di vita.
… – 3
Oscar Wilde, invece, bisogna proprio andare a cercarlo. In un angolo di giardino dietro le cancellate di Merrion Square. La luce di maggio ha affollato gli alberi di foglie, e lui sta nascosto fra ombre di rami e alti cespugli. E’ seduto sopra una roccia e vestito della giacca da camera, dai colori accesi di smalto. E’ seduto, anzi quasi disteso. Quasi temi stia li’ li’ per scivolare sul piano inclinato di quella rupe. Ma resta fermo. Inchiodato al suo letto di pietra. Lo sguardo oltre l’inferriata, al di la’ della strada, alle finestre della casa di fronte, che lo vide bambino. Pensi ne sia stato appena cacciato. E fa uno strano sorriso. Una smorfia, piuttosto. “Quando le persone sono d’accordo con me, ho l’impressione di avere torto”. Una delle sue “storiche” frasi scritte su una stele piu’ in basso. Forse e’ di questa che ride amaro. O forse ritorna, cupo, un pensiero. Dal de profundis. Di quando si subisce un giudizio e tutta la vita viene giudicata. Di come tutte le sentenze sono sentenze di morte. Pensiero dal profondo del suo dolore…
Dublino – 2
Ed eccolo li’, incontrato per caso di prima mattina senza ancora averlo cercato. Affacciato su O’Connell Street, all’angolo con North Earl St.. James Joyce. Sembra essersi fermato solo per una breve sosta, cosi’, distrattamente camminando. Leggermente inclinato sulla destra, la mano sul bastone da passeggio, il piede sinistro poggiato un po’ in avanti, incerto se riprendere il cammino. E chissa’ per dove. Il volto, nel bronzo della statua, appare un po’ piu’ pieno, meno asciutto dei ritratti che ricordo. Ma lo sguardo e’ quello di sempre. Dietro la montatura rotonda degli occhiali. Un po’ stupefatto, quasi si fosse da poco affacciato dalla cornice di una foto rubata al tempo. Per incontrare la “grande guglia”. The Spire, i 120 metri d’acciaio di un gigantesco ago che punta verso il cielo. Perplesso anche lui, forse, per quell’ “eyefull tower”, quello “schianto di torre”. La statua di Joyce e’ poggiata su di un breve basamento, a breve altezza dal lastricato, tornato, pensi, a piedi dal passato, per ancora osservare i suoi Dubliners.
Poco distanti, su alti, altissimi piedistalli, stanno gli eroi che hanno fatto la storia del paese. Monumentali, come quello del Grande Liberatore. Daniel O’Connell svetta imponente sul ponte piu’ avanti. Ma piu’ in alto ancora, planato sulla sua testa, stamane un gabbiano sta di vedetta sulla citta’.
Da Dublino- 1
Volando verso Dublino. Dopo un viaggio nel segno dei bambini. Un nugolo vociante che affolla l’aereo. Biondi, azzurri, rossi, bellissimi. Odore di futuro. Eppure la prima suggestione, a terra, arriva dal passato. Dai 200.000 antichi manoscritti della Long Room, nella Old Library del Trinity College. Dalle mani inguantate d’azzurro di tre giovani donne che, come senza neppure sfiorarli, poggiano preziosi testi lassu’ in alto. E chissa’ come, ritorna una pagina dell’Autodafe’ di Canetti, e l’immmagine di altre mani di donna coperte da guanti per non offendere i libri… Piu’ avanti il legno di salice della piu’ antica arpa irlandese. E “volgendo l’oscurita’ in luce”, le incredibili miniature del Libro di Kells. Manoscritto del nono secolo. Copia dei quattro vangeli straordinariamente decorata.
Alcuni versi, di un monaco irlandese. “I and Pangur Ban my cat/ ‘Tis a like task we were at:/ hunting mice is his delight,/ hunting words I sit all night…”
“Io e il mio gatto Pangur Ban/ lo stesso compito eseguiamo:/ lui a caccia di topi lieto corre intorno/ Io a caccia di parole sto seduto notte e giorno…”
Ujjayi
A lezione di yoga. Prove di respirazione. Ujjayi pranayama, che tradizionalmente, leggo, si traduce con “respiro vittorioso”. C’è chi ritiene si riferisca invece alla forma non silenziosa di questa tecnica. Che, semplificando, consiste nel contrarre i muscoli del collo, ostruendo in parte la glottide. Cosicché il passaggio dell’aria provoca un suono sordo. Che, mantenuto continuo e regolare, diventa un suono simile al flusso di un’onda del mare sulla spiaggia. Il suono nasce timido, quasi rappreso. Ma poi cresce e si unisce al suono del respiro di ognuno, e moltiplicato per il suono di ciascun fiato, diventa come rumore del respiro di un mare. Mantra, che è voce d’oceano. Ampio, tranquillo. Potente. Si osserva il respiro e si pensa di poter arrivare infine a possederlo, quel mare. Per un attimo persino sereni. Chi possiede il mare, si dice, può possedere anche il mondo. Tranquillità d’un attimo. Se si affaccia, a disturbare la quiete della mente, un pensiero agitato, che sussurra: “Il mare… complice… dell’irrequietezza… dell’uomo”, parola di Conrad. E magari ci si ricorda di non saper nuotare…
In autobus …
Osservando in autobus una giovane suora, dalla pelle di un bellissimo colore ambrato, dai tratti somali, e gli occhi brillanti di cerbiatta. Se ne incontrano spesso, di suore, qui sulle strade che incrociano le piazze delle basiliche. A coppie, a gruppi, in file che sono quasi prove di processioni. Se ne incontrano spesso, e di tutti i paesi. A volte mettono serenità, a volte allegria persino. A volte mestizia. Non so quanto proiettando su di loro momenti sfasati di umori che a loro pure non appartengono. Ma c’è un pensiero difficile da mandar via, ogni volta che vedo vestita da suora una giovane africana. Pensiero triste. Perché ho sempre trovato i vestiti delle monache quanto di più mesto e mortificante per un corpo di donna. Che è pensiero che immagino lontano, a loro, forse, in tutt’altre dimensioni proiettate. Ma proprio non riesco a non pensarla, oggi, quasi una cattiveria.
A proposito di scrittori
Fra le carte gli appunti da un articolo di David Grossman. Conservati fra i più preziosi. Perché si scrive? La domanda che forse uno scrittore sente rivolgersi con più frequenza. E’ fulminante la risposta di chi, come lui, ricorda, scrive vivendo in una realtà di tragedia che, chiudendo in una gabbia, impoverisce il linguaggio. Si scrive, dice, per spezzare gabbie. Peccato adesso non ritrovare l’intero articolo che ricordo bellissimo. Ma un ritaglio da un’altra riflessione dello scrittore israeliano, pubblicata la primavera scorsa su La Repubblica, non è da meno. Ecco.
“Io scrivo, dice Grossman, e mi rendo conto di come un uso appropriato e preciso delle parole sia talvolta una sorta di medicina che cura una malattia. Uno strumento per purificare l’aria che respiro dalle prevaricazioni e dalle manipolazioni dei malfatttori della lingua, dai suoi vari stupratori.
Insonnia
Grida nella notte. Dal cielo urla lacerate. D’animale. Che nel buio che svela paure, pensi come squartato. Poi soffi e graffi, versi e lamenti quasi di bambino, e il furore di corse impazzite da un giardino all’altro. Rispondono latrati. Di cani prigionieri, immagini d’appartamenti o di balconi. Abbaiano, i cani, a tutto ciò che si muove, libero, nella notte. Alle baruffe dei gatti nel tempo degli amori alla luce della luna. Invidiosi, immagini, persino dei loro gemiti di dolore. Continuano, e si gonfiano, verso l’alba, le grida nel cielo. Ora più vicine, sempre più vicine, e sembra sia la notte a straziarsi fuggendo. Il chiarore svela urla affamate di gabbiani. Che arrivano a rimestare fra i rifiuti urbani, ai bordi delle strade, fin sotto casa. Che lontani d’ogni riva, pensi, hanno dimenticato, il rumore del mare.
Un amore
Ritrovando le parole di una passione di qualche tempo fa…
“Questa è la mia dichiarazione d’amore per Lisalda. Ma ad essere onesta dovrei definirla una resa. Visto che ancora una volta ha vinto lei. Pensate, ero riuscita a fuggire lontano, non solo dal fascino delle sue moine, dal ricatto dei suoi occhi languidi e sdegnosi ogni volta che mi sono allontanata da casa per più di ventiquattr’ore, dal bruciante bisogno di affondare le mani nel suo corpo per potermi addormentare. Ero fuggita da tutto e da tutti. Felice di riassaporare la gioia di altre piazze e l’abbraccio di venti senza orario e senza confini. Ero finalmente seduta sull’orlo del basamento di non ricordo più quale fontana, non ricordo più su quale crocevia, al centro di non so più quale città quale paese quale universo. Ma è bastato un raggio freddo per riconoscere il brivido della luna. La stessa che si incanta ogni notte nei suoi occhi verdi. E mi ha nuovamente catturato il suo richiamo.