Forse mi era sfuggita. Questa notizia. Cercandola, la trovo solo nelle pagine locali di alcune testate on line. Forse frugando troppo in fretta. Forse già parlando troppo a bassa voce. Comunque ricevo, e rigiro, insieme all’appello del gruppo EveryOne.
Milano, Stelian Covaciu, Rom e missionario cristiano evangelico, subisce un violentissimo pestaggio, con insulti razzisti e minacce, da parte di due poliziotti in divisa. E’ ricoverato in ospedale. L’appello di EveryOne: “Che non passi sotto silenzio l’ennesimo atto di aggressione incivile”.
“L’odio razziale ha ormai contagiato Istituzioni e autorità. E’ necessario che le componenti antirazziste e antifasciste italiane e dell’Unione europea si impegnino insieme per fermare l’imbarbarimento della nostra società. Dopo l’aggressione avvenuta la mattina del 17 giugno nei confronti di Rebecca Covaciu – la bambina che si è aggiudicata il Premio Unicef 2008 per le sue doti artistiche – e dei suoi familiari, ieri sera, 19 giugno 2008, un altro pestaggio, ancora più violento e inquietante, ha colpito il papà di lei, Stelian Covaciu, missionario della Chiesa Cristiana Evangelica Pentecostale. E’ in prognosi riservata”…
L’agenzia è scarna. Recita: “Un pensionato milanese settantenne e’ stato fermato due giorni fa mentre tentava di rubare una bici nei pressi di piazza Cordusio, a Milano. Prima indagato a piede libero, e’ stato nuovamente sorpreso ieri notte mentre tagliava la catena di una bici all’angolo tra via Gravina e via Sanzio. Questa volta l’uomo, residente in un dormitorio cittadino, e’ stato arrestato con l’accusa di tentato furto aggravato”. Notizia inghiottita in qualche sito, per lo più in pagine locali. Le stesse poche righe replicate, qua e là. E nulla più. Con buona pace di tutti. Come dopo aver segnato, e con una certa soddisfazione, un punto. Nella guerra che abbiamo dichiarato alla criminalità che minaccia il nostro vivere tranquillo. Eppure, almeno un pensiero. Ad un uomo chiuso in carcere a settant’anni. Per aver tentato, senza neanche riuscirvi, di rubare una bicicletta. E pensare a quella che potrebbe essere la sua vita. Ma ragionando con calma, e senza cedere a facili buonismi… 
“Si chiamava / Moammed Sceab /// Discendente /di emiri di nomadi / suicida / perché non aveva più / Patria /// Amò la Francia / e mutò nome /// Fu Marcel / ma non era Francese / e non sapeva più / vivere / nella tenda dei suoi / dove si ascolta la cantilena / del Corano / gustando un caffè /// E non sapeva / sciogliere / il canto / del suo abbandono /// L’ho accompagnato / insieme alla padrona dell’albergo / dove abitavamo / a Parigi / dal numero 5 della rue del Carmes / appassito vicolo in discesa /// Riposa / nel camposanto d’Ivry / sobborgo che pare / sempre / in una giornata / di una / decomposta fiera /// E forse io solo / so ancora / che visse”.
Partecipando, quindi, alla manifestazione di domenica. Insieme agli zingari. Se in una sola parola volessi esprimere la sensazione più forte, quella parola sarebbe “vitalità”. Proprio così. Vitalità. Che è la gioia disegnata nei passi, incontenibili, di danza delle donne in corteo. Dell’ininterrotto ballo delle ragazze, alcune appena bambine, fasciate dei loro abiti che “fanno rumore”. Eccole lì, le Chejà Celen, quasi in trionfo, madonnine di un corteo profano, quasi minuscole dive, sul “carro” della musica, che parte chiudendo il corteo, e a poco a poco conquista terreno, avanza, o sono tutti gli altri che si fanno indietro, e diventa il cuore pulsante della marcia. Vitalità. Sì, per i colori degli abiti della festa che molti indossano. Che non sono solo quelli delle donne, ma anche di uomini e di bambinetti, composti e lustri lustri come per una prima comunione. Perché per loro è stato credo davvero partecipare a una grande festa, camminare giusto al centro delle strade del centro della città, la domenica pomeriggio, senza stare, per una volta, ai margini di quelle strade, senza restare, questa domenica, rintanati nei campi.
Un suggerimento. In tempo di vertice sulla crisi alimentare. Mentre un folto gruppo di signori mediamente ben nutriti discuteranno di fame e di alimentazione. Della fame degli altri, naturalmente. Leggere “India spezzata”, di Vandana Shiva. Per saper qualcosa dell’altra faccia della globalizzazione e della liberalizzazione del commercio. Quella che in India, ad esempio ci spiega Shiva, scienziata, ambientalista, nobel per la pace, “crea 10 milioni di nuovi disoccupati ogni anno, impoverisce i contadini e toglie diritti a chi è già emarginato”. Ci aiuta a mettere da parte per un po’ l’immagine dell’India splendente, superpotenza proiettata verso il futuro e a ricordare che la grande massa degli indiani è quella esclusa dai benefici della crescita economica, quella che nelle elezioni legislative del 2004 si era messa pazientemente in fila per dire con fermezza che la verità era un’altra, per dire “no” alla “shining India” degli spot elettronici, e sancire la sconfitta del partito nazionalista di Vajpayee.