Un viaggio per la giustizia, la dignità e i diritti
Marco Cavallo torna a viaggiare. Dopo aver attraversato gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari d’Italia per denunciare l’ingiustizia e l’inumanità di quei luoghi, oggi il suo cammino lo porta nei CPR (Centri di Permanenza per il Rimpatrio).
Strutture che, per molti versi, ricordano gli OPG, ma che forse sono ancor più crudeli dal punto di vista umano. Perché qui non ci sono persone che hanno commesso reati, ma uomini e donne il cui unico “errore” è stato cercare una via di fuga dalla fame, dalla guerra, da un destino segnato.
CPR: le nuove prigioni dell’ingiustizia sociale
Chi è rinchiuso nei CPR per legge è “un clandestino”. È un migrante, una persona che ha perso tutto e che ora perde anche la libertà e la dignità. I CPR sono l’emblema dell’ingiustizia sociale del nostro tempo: luoghi di detenzione senza colpe, di esclusione senza appello, di violenza istituzionale normalizzata.
Un viaggio per accendere i riflettori sui diritti negati
Tra settembre e ottobre di quest’anno, Marco Cavallo farà tappa a Milano, Roma e Gradisca. Ogni tappa sarà un’occasione per portare alla luce la realtà dei CPR, per raccontare storie dimenticate, per denunciare l’assenza di diritti e la disumanizzazione di chi vi è rinchiuso. Sarà un viaggio di denuncia, ma anche di speranza e partecipazione.
La campagna “180 Bene Comune” e la difesa dei diritti di tutti
Questo viaggio si intreccia con la campagna “180 Bene Comune”, promossa dal Forum Salute Mentale. La legge 180 non è solo una legge sulla salute mentale: è un presidio di civiltà, un principio di umanità che riguarda tutti. Parla di diritti, di riconoscimento dell’altro, della capacità di convivere con il diverso – dentro e fuori di noi. Oggi, mentre si tenta di smantellare questa legge, mentre i CPR diventano nuove istituzioni della segregazione e della violenza sociale, è più che mai necessario riaffermare un principio fondamentale: la dignità umana non ha confini.
Arte, musica e partecipazione per cambiare la narrazione
Ogni tappa del viaggio sarà preparata con il coinvolgimento dei gruppi locali e sarà accompagnata da performance artistiche, musica, incontri e dibattiti. Perché la cultura può rompere il silenzio, cambiare la narrazione e creare nuovi spazi di resistenza e solidarietà.
Unisciti al viaggio: sostieni Marco Cavallo
Per realizzare questo progetto abbiamo bisogno del tuo aiuto. Cerchiamo finanziamenti, adesioni, collaborazioni. Ogni contributo è fondamentale per dare voce a chi oggi è senza voce.
Sostieni il viaggio di Marco Cavallo nei CPR. Perché nessun essere umano dovrebbe essere dimenticato.
Per info:
Carla Ferrari Aggradi, presidente Forum salute mentale
tel: 348.0043379
mail: carlaferrariaggradi@gmail.com, forumsalutementale@gmail.com
A questo progetto hanno già aderito:
Società italiana Medicina delle Migrazioni – Mediterranea Saving Humans – Camera Penale di Roma – Stefano Anastasia, Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale per la Regione Lazio – LasciateCIEntrare Mai più CIE – Associazione Voci di dentro Odv- Radio32 – Rete Mai più lager – No ai CPR – Brigata Basaglia – Associazione Marco Cavallo FSM Brescia – Alleanza per la Salute Mentale -Teatro Dioniso – Valentina Calderone, Garante delle persone private della libertà per il comune di Roma – Redazione di Ristretti Orizzonti- Giovanni Cioni, regista
Il viaggio di Marco Cavallo per dire No ai Cpr
Alla ricerca di dio- 3
L’ho incontrato, un dio pietoso, forse, in quella non più bambina ritornata bambina, che mi indica la pianta che in casa le sfiora il soffitto e mi spiega quanto lontano affonda quella pianta le radici… le affonda, mi racconta, nel piano della cantina, giù giù, tanti piani giù giù, che è piano di terra che il portiere ha curato e seminato e coltivato… ora i rami sono saliti fino a lei, in quella sua casa al decimo piano, dove da mesi e mesi vive, che uscire è ormai solo un sogno non sogno lontano… e sorride di gioia per il regalo di quella pianta che ha bucato il pavimento per lei… ed è qui, ad allargare orizzonti di vita, sbeffeggiandosi di chi glieli vorrebbe ristretti intorno…
Informazione e libertà di pensiero. Appunti di un giornalista
Un pensiero bellissimo hanno avuto Francesca e Marta Paloscia: curare una raccolta degli appunti, articoli, brani di lezioni, dispense… di tanti anni di giornalismo del loro padre. Annibale Paloscia, giornalista dei tempi d’oro dell’Ansa, di quando nelle redazioni “l’ha detto l’Ansa” era una garanzia assoluta di chiarezza, correttezza, verità delle cose… e Paloscia ne è stato capo redattore della Cronaca per circa un decennio, dal 1979 al 1988, “complessa e tumultuosa stagione” della storia italiana.
Immagino il tremore di Francesca e Marta nel mettere le mani fra le carte del suo studio, farsi strada fra libri di storia, filosofia, arte…, nell’aprire l’affollata cartella con su scritto “giornalismo”… e immagino tutto quello che ne è saltato fuori. Non deve essere stato semplice selezionare, ordinare…
Ne è nato un prezioso lavoro: “Informazione e libertà di pensiero. Appunti di un giornalista”, che è lezione di giornalismo, ma anche fotografia di squarci di un’epoca, filosofia di un impegno… Dispense delle sue lezioni scritte fra gli anni Settanta e la fine degli Ottanta, ancora, leggerete, attualissime.
Solo alcune impressioni, appena arrivata all’ultima pagina. Subito catturata dall’esordio, pagine di storia del giornalismo, che sono soprattutto il racconto del bisogno e del desiderio degli uomini di comunicare notizie. E rimane abbagliante la luce dei falò che di monte in monte, racconta Paloscia rimandando a Eschilo, annunziarono la caduta di Troia. Quella luce, anche quando non più fuoco, attraversa il tempo, e attraverso poi il telefono, la radiotelescrivente, il video terminale… porta notizie. “La notizia viaggia con la luce”.
Tutta da leggere questa lezione di storia dell’informazione di Annibale Paloscia, che sempre sottolinea l’importanza della libertà di pensiero. L’importanza, ad esempio, dei fogli di opinione che furono, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento “anticorpi di libertà”, con uno sguardo particolare al tenace eroismo di Piero Gobetti, al suo “La rivoluzione liberale”, che né l’arresto, né le bastonature della ferocia fascista riuscirono a fermare. E, prendete appunto, “di giornali fabbricati con le idee e la forza della ragione, come ce ne ha dato esempio Gobetti, non cesserà mai il bisogno perché infonderanno sempre la certezza di poter contare sulle loro poche copie per stimolare in milioni di coscienze l’amore per la libertà, mentre i giornali che diffondono milioni di copie non sono custodi altrettanto sicuri della sovranità delle coscienze”.
Appunti, per il mestiere di giornalista. E quasi commuove quell’animo “comunistaccio” e pulito di Annibale Paloscia che ovunque traspare in filigrana, come quando, parlando delle fonti delle notizie, non dimentica di sottolineare che “fonti” sono anche “i gruppi spontanei, i cittadini che hanno qualcosa da raccontare, i muri delle città tappezzate di manifesti e di scritti”. Cosa che mi ha fatto pensare a una delle scritte rilevate sui muri di Roma da uno studioso dei linguaggi, Nicola Guerra: “muri puliti, popoli muti”. Che è invito a esprimersi, testimoniare, parlare, partecipare comunque alla formazione delle informazioni…
Come quando spiega che anche i carcerati non sono fonte da sottovalutare. E ricorda un giornale stampato a Regina Coeli, Lo scalino, che, denuncia, dopo poco dovette chiudere perché il Ministero di Grazia e Giustizia non voleva la diffusione di notizie realistiche sulla condizione di vita nelle carceri. Con un pensiero anche al direttore che lo aveva autorizzato, e che subì una forte censura.
Tanto altro ci sarebbe da dire… ma lascio a chi vorrà leggere il libro. Solo un accenno a quello che è diventato, fra gli addetti, “il metodo Paloscia”, fatto di attenzione, rigore, rete di contatti, conoscenza, presenza sul territorio, prontezza, … Un metodo che gli permise di essere il primo, come nel libro si ricorda, a dare la notizia del ritrovamento del corpo di Aldo Moro, quel 9 maggio 1978. Che chi c’era mai dimenticherà.
Un manuale e molto di più, per chi voglia fare giornalismo, e anche per chi lo fa… che spiega regole e pure mette in guardia, se ricorda che “non abbiamo mai la possibilità di conoscere le infinite facce del vero. In questo senso l’oggettività non è altro che la qualità di quanto scritto dal giornalista fedele all’impegno di essere un testimone veritiero”.
Arricchito, questo libro, di documenti e foto storiche di giornali di cui Annibale era un appassionato collezionista.
Una nota personale. Conoscevo Annibale… e non per vie professionali, questioni di parentela acquisita… per cui tante volte l’ho incontrato… e la prima parola che mi viene in mente pensando a quel tempo lontano, adesso che tutto il libro ho letto e tanto mi ha fatto venir voglia di approfondire…, è “umiltà”. Sì, l’umiltà delle persone che tanto sanno e tanto ancora cercano, e non hanno alcun bisogno di esporsi “tronfie”. Di Annibale ricordo la voce tranquilla, il rimando di sguardi, i consapevoli silenzi, la sommessa musica del suo ascolto attento…
Annibale Paloscia, “Informazione e libertà di pensiero. Appunti di un giornalista” Fondazione sul giornalismo “Paolo Murialdi” (All Around srl)
Alla ricerca di dio 2
L’ho incontrata, forse, una scintilla del divino, nella voce di quel bambino?
Lui si chiama… non so… forse Matteo, forse Marco, forse chissà… un ragazzino piccolino, con grandi occhi spalancati dietro lenti che ancora più ne allargano i confini…
Era seduto sul bordo del vialetto di un giardino, in mezzo a un gruppo di persone. Mi ha guardata, e si è subito staccato dal gruppo puntando verso di me deciso. Mi è venuto incontro porgendomi una boccettina d’acqua.
“E’ un filtro magico!” mi ha detto convinto e convincente.
“Grazie! E se lo bevo che succede? Divento una principessa?”.
Lui, come cogliendo il mio cruccio di quei giorni (sì, ero ulteriormente dimagrita…) … “Se lo bevi diventi cicciottella!” inchiodandomi al mio stupore.
Magia delle percezioni che una sensibilità estrema regala…
L’ho rivisto, quel bambino, seduto ancora al bordo del vialetto, accanto a due adulti. Parlava, parlava, come ammaestrandoli… Avvicinandomi gli ho sentito dire che… “c’è un ponte verso il cielo”. E guardando verso l’alto sembrava seguirne il percorso. Aveva l’aria assorta e sicura, mentre inseguiva il suo ragionare. Che è arrivato a un punto fermo. Ben chiaro nella sua mente, se con aria severa ha concluso: “Gesù ha il diritto di morire!”
E’ nello sguardo di quel bambino la strada che porta a un dio? Un dio buono, che sa sciogliere le catene della sofferenza… nell’unico modo che conosce, lui che la morte l’ha inventata… lui che della vita che ha creato è infine pentito… un dio pronto a offrire a chiunque incontri boccettine di filtro magico, per sciogliere il dolore…
L’immagine dell’angiolino è di Emanuela Bussolati (architetto dei sogni) disegnato anni fa sull’asfalto di non ricordo più quale città… Immagine simbolo, in difesa del diritto costituzionale alla cultura, alla scuola, all’arte
A proposito della ricerca di dio…
A proposito della ricerca di dio, le parole di Vittorio da Rios che ancora ringraziamo…
Mi permetto alcune riflessioni stimolato da quanto scritto dalla carissima Francesca. Dove cercare Dio?
Mi sovviene alla memoria una sintetica considerazione a tale riguardo di Saramago straordinario narratore e premio Nobel per la letteratura.
Saramago si è chiesto dove sta Dio? Il cielo non esiste, esiste l’universo infinito, numerose Galassie il cui conto è impossibile quantificarlo, sono miliardi, come miliardi sono i Pianeti presenti nell’infinito spazio, come miliardi sono gli anni luce che dividono le distanze le une dagli altri. E allora di quale Dio parliamo?
Le tradizioni religiose tutte sono narrazioni di pochi minuti fa, rispetto allo spazio tempo del prima e del dopo. Ma da cosa è nata l’idea di Dio nostra totale costruzione? Migliaia di anni fa il morire non era percepito come ora da noi che abbiamo ben presente l’irreversibilità del morire l’impossibilità di comunicare con gli altri e a noi stessi e la decomposizione del corpo. da quel momento in cui si è compreso la tragedia del morire, e la precarietà della nostra condizione biologica e la brevità della fiammella di luce che è la vita, l’Ominide ha alzato gli occhi al cielo e si è costruito dei paradigmi post morte: il deismo con i vari dei prima, e poi il Dio delle tradizioni religiose monoteistiche con tutto quanto finora costruito di cui ben ne conosciamo le conseguenze, con indecenti degenerazioni etico-morali ed economiche basti citare “lo IOR” la Banca Vaticana.
Ora altra cosa sono le limpide figure di grande valore profetico, espressione dei grandi valori espressi dal Cristianesimo compenetrato nei secoli da molte culture, mi riferisco a Ernesto Balducci, Giovanni Franzoni, Primo Mazzolari, Don Milani, Don Mazzi dell’Isolotto a Firenze, Alex Zanotelli, Don Ciotti… E come non ricordare i preti “operai” e i loro costi umani patiti per le loro coraggiose scelte di campo. Interrogato dal procuratore di Cremona perchè a Cicognara dove dal 1922 Don Primo Mazzolari era stato nominato Parroco, non vi erano iscritti al partito fascista, non vi erano massaie fasciste e perchè il suo antifascismo era giunto fino al gerarca Farinacci. Molti erano i capi d’accusa rivolti a Don Primo. Voi rivolgendosi a Don Primo non predicate il Vangelo come i vostri colleghi aggiunse il Procuratore. Non è colpa mia rispose Don primo signor Procuratore se il Vangelo è un libro “PERICOLOSO”. Per me potete andare in tutta coscienza Don Mazzolari, rispose il Procuratore: ma vi do un consiglio, non sempre è opportuno seguire la propria coscienza in questi tempi poi, si finisce in carcere o peggio al muro, e prese dal portafoglio due bigliettoni e li andò a posare vicino a Don Primo sapendo quanto era il suo impegno per aiutare chi era nel bisogno, e disse: e sia quel che sia anche per me!
Francesca ci ricorda Mario Trudu pubblicando un suo disegno raffigurante un gatto a omaggio a Francesca al suo “Gatto Randagio”. Quante sofferenze umane indicibili: Mario, Carmelo, Claudio e molti altri… Questa organizzazione della economia che crea: “I CRIMINI DI SISTEMA”. E nelle carceri sono “accatastati” in modo inumano le vittime i poveracci e i figli dei poveracci dei “Crimini di Sistema”. Le cifre dei suicidi nel 2024 in carcere “molte giovani donne”, sono impressionanti quasi 100, oltre a diversi suicidi di guardie carcerarie. E diversi sono oramai i suicidi in questo inizio dell’anno 2025. Il quadro è drammatico dentro e fuori dal carcere, potremmo ben dire che viviamo in un “Carcere globale”, dove a pagare e soffrire è la povera gente, masse enormi di creature, gli onesti coloro che ancora credono nei valori fondamentali espressi nella Costituzione di solidarietà e di attenzione verso l’altro che come ci ricorda Ernesto Balducci nei suoi scritti” E’ te stesso! Una parte irrinunciabile di te.
Ci sia di conforto questo scritto del 2005 di Angelo Del Bocca il nostro più grande storico e intellettuale del colonialismo italiano. “C’è anche un esercito, che non indossa divise, che non porta armi, che non ha caserme. Un esercito di milioni di giovani e di non giovani, che si va ingrossando ogni anno e che è tenuto insieme dall’amore verso il prossimo, da una grande, infinita, disponibilità a lenire i patimenti e le angoscie degli altri. E’ l’esercito dei quattro milioni di volontari, che ogni giorno, in silenzio, quasi in segreto, scende nelle strade dell’Italia e del mondo per combattere la sofferenza nei suoi mille aspetti. E’ un esercito composto da 38.000 organizzazioni, che opera nell’ambito della sanità, della protezione civile, del servizio ambulanze, dell’assistenza domiciliare ai malati e ai disabili, del doposcuola ai bambini e del sostegno agli immigrati. Un esercito senza generali, senza mostrine, senza medaglie, senza fanfare, che non percepisce salari e il cui solo compenso si esaurisce e si esalta NEL GESTO D’AMORE. Se ci sono italiani che meritano di essere ritenuti “BRAVA GENTE”, nell’accezione vera, non autoassolutoria, non mitizzata, questi sono proprio gli splendidi e umili operai del volontariato”.
Ecco io credo dove cercare quello che noi chiamiamo per abitudine “catechistica Dio” tra la gente condividendo le umane tribolazioni del vivere, troviamo la grande forza morale dello spirito che è la nostra essenza di donne e uomini finalmente diventati tali in quanto donne e uomini. Immanuel Kant rileva che: Assicurare la propria felicità è un dovere, perlomeno indirettamente; infatti l’insoddisfazione per la propria condizione di esseri oppressi da molte ansie e bisogni insoddisfatti, può facilmente diventare una grande tentazione a trasgredire il dovere. Il dovere etico e morale che costruisce e forma lo stato di diritto, presente in tutte le pieghe della società.
Un caro saluto Vittorio
Potete legarmi mani e piedi
Potete legarmi mani e piedi
Togliermi il quaderno e le sigarette
Riempirmi la bocca di terra:
la poesia è sangue del mio cuore vivo
sale del mio pane, luce dei miei occhi.
Sarà scritta con le unghie, il sangue e il ferro.
la canterò nella cella della mia prigione,
al bagno.
nella stalla, sotto la sferza,
tra i ceppi
nello spasimo delle catene.
Ho dentro di me un milione d’usignoli
per cantare la mia canzone di lotta.
Mahmud Darvish
Aprendo a caso le pagine di una vecchia Scarceranda, agenda del 2014, che dieci anni fa mi aveva regalato Mario, ancora lui, Mario Trudu, l’eterno ergastolano… quanti doni… quante immagini, quante suggestioni… e nulla accade per caso, se proprio oggi, l’orrore di quanto accade in Palestina… della sua gente trucidata… è l’assalto all’ultimo ospedale in funzione a Gaza…
Come Cristo in croce
Certo lo sapevo, lo so anch’io che, anche se i manicomi non ci sono più, esiste ancora la contenzione. Che i “matti a volte vanno legati”, e che accade anche nelle case di cura, in quelle di riposo, che gli anziani, si sa, a volte “per il loro bene”, negli ospedali, anche… e sempre strugge, e sempre mi chiedo perché… Ma enormi sono stati lo stupore, la rabbia, la confusione che mi hanno assalito vedendo in un letto d’ospedale, con le braccia allargate, i polsi legati alle sponde del letto, che “se no si strappa il catetere”…, un’amica ricoverata per un improvviso malore, che aveva forse la sola “colpa” di essere anziana e di avere insistito per tornare a casa… e ti chiedi che fare, se le articolazioni del potere dell’uomo sull’uomo possono vestire anche un camice bianco che convince i parenti che “è per il suo bene” e ti spiega a mezza bocca: “se qualcuno (?!) rimane vicino a lei, la può anche slegare”. La mia amica… che quando mi sono avvicinata al suo viso mi sussurra “ma l’avresti mai detto che mi succedeva una cosa del genere? Non rimane che morire…”. Con sguardo che ti si aggrappa all’anima, e dentro di te una voce urla che proprio non va…
Lo stesso urlo soffocato, contro questo sentore di morte, morte dell’uomo, ho sentito attraversare le pagine di “Come Cristo in croce. Storie, dialoghi, testimonianze sulla contenzione”, l’ultimo, densissimo lavoro di Antonio Esposito (ed. Sensibili alle foglie”). Attraversare tanto dolore non è facile, ma ci aiuta benissimo Antonio Esposito, che in tanto dolore anche per noi è entrato. Un racconto serrato fatto di incontri e confronti, con tutto l’universo che gira intorno alla contenzione: uomini, donne, medici, infermieri, avvocati, attivisti dei diritti umani, familiari…
E subito ci fa capire cos’è, cosa sa essere la contenzione, con le storie di chi ne è morto. A partire dalla feroce vicenda di Wissem Ben Abdel Latif, il giovane tunisino morto, dopo un percorso di degradazione e reificazione che molto dice del nostro rapporto con chi viene di là dal mare, legato a un letto di contenzione nel Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura del san Camillo, a Roma. Come Francesco Mastrogiovanni, ucciso da un’assurda meccanica indifferenza, nel reparto di Diagnosi e Cura dell’ospedale di Vallo della Lucania, dopo una contenzione, seguita a un TSO, durata più di 87 (ottantasette) ore. E poi Elena Casetto, la diciannovenne bruciata viva nell’incendio da lei provocato, legata al suo letto dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. E poi ancora Bruno, affetto da picacismo, che significa mangiare cose, oggetti non commestibili, che morto non è, ma vive una terribile non vita con le mani legate e una grata di ferro sul volto…
E poi ci sono le testimonianze di chi di contenzione proprio non è morto, ma porta nel fisico e nell’anima le cicatrici sempre aperte di ferite che mai guariranno. Perché la contenzione “è come uno stupro”, e provate a immedesimarvi nel racconto di Alice Banfi: “.. continuavo a rivedere immagini, a risentire questa pressione sul torace, a rivivere quella sensazione di essere bloccata nel letto. Con quei pensieri assurdi per cui una persona avrebbe bisogno di essere confortata, di poter parlare, di avere qualcuno che dice: guarda non sei stata rapita, sei qua, sei ricoverata. Invece sei sola, legata a un letto, che deliri”. Alice, che raccontando del suo percorso di ospedalizzazione e istituzionalizzazione… “quando entro in reparto, gran parte della mia umanità la lascio fuori per mia sopravvivenza”.
Pagine dolorose, a tratti fa fatica andare avanti, ma pure non ci si può fermare. E d’altra parte se un libro non è quel “colpo d’ascia sul lago salato della nostra anima” che Kafka ci ha insegnato dover essere…
Bisogna andare avanti, fare questo viaggio, e lasciamocelo assestare quel colpo, per svegliarci dal nostro torpore.
Allora andiamo avanti. Scoprendo quali e quanti sono i luoghi dove ritroviamo pratiche che rimandano a quello che era un tempo il manicomio, quanto ci stiamo allontanando da tutto quello che Basaglia ci ha insegnato a proposito della cura che mette al centro l’individuo, persona che ha bisogni complessi, che punta sui servizi, che pensa a persone da curare in luoghi liberi, mentre prende piede la psichiatria clinica, del paradigma biomedico, la psichiatria, come si denuncia, “del posto letto”…
Andiamo avanti, tenendo dunque ben presente che i nodi della contenzione, come si spiega, “non sono stretti solo in ambito psichiatrico” anche se “è proprio nella specificità della psichiatria, nella sua ambiguità irrisolta tra sapere medico e disciplina di normalizzazione con un mandato di custodia e controllo, che si evidenziano gli elementi costitutivi di questa pratica, a partire dalle retoriche giustificative”. E’ per il suo bene…
Eppure, come da più parti pronunciato, la contenzione non è un atto terapeutico. Un provvedimento estremo e che dovrebbe essere limitato, nei tempi e nei modi, seguendo linee guida che pure esistono, ma che spesso sembrano giustificarla, la contenzione, anziché porvi un argine. Ed è contenzione meccanica, farmacologica e ambientale che tutte si sommano in grovigli di disumanità. E si moltiplicano le aree di diritti sospesi, in una sorta di manicomio diffuso, mentre pure si parla di “arte del legare”, che già il suono di queste tre paroline dà brividi…
Come Cristo in croce. Un viaggio da fare, innanzitutto, perché parla di dolore che tutto ci appartiene, anche se lo vogliamo ben confinato in recinti altri, anzi anche proprio perché così vogliamo, non accogliendo quello che pure è in gran parte prodotto della nostra società, abbarbicati come siamo a una certa distorta idea di “sicurezza” che ci stanno da un po’ inculcando. Esattamente come avviene per le persone che chiudiamo nei Cpr, luoghi che producono malattia, o nelle nostre belle carceri… e i rimandi col mondo del carcere non sono pochi, dove se anche le persone “normali” diventano cose, dove l’uso di psicofarmaci è impressionante, pure si affollano i reparti destinati a chi ha problemi di salute mentale, e che sappiamo da tutt’altra parte dovrebbero stare.
Molti i nodi, molte le tematiche che il lavoro di Esposito affronta. Scelgo, arbitrariamente come lo è qualsiasi scelta, alcune delle parole che ho appuntato, affondando nelle immagini che scorrono davanti agli occhi leggendo: ascolto, potere, tempo, pianto.
Ascolto. Perché la mancanza d’ascolto sembra caratterizzare tutta la sanità. Lo sottolinea anche Yasmin Accardo, della campagna LasciateCIEntrare, parlando della vicenda di Wissem, che nel tempo della sua straziante vicenda, non ha avuto modo di esprimere il suo diritto di richiedente protezione internazionale, ed è morto legato a un letto senza saperne il perché.
Eppure, innanzitutto d’ascolto e non di legacci avrebbe bisogno chiunque attraversi momenti bui. Di capacità di stare accanto, accoglienti, a tanto dolore…
Potere. Perché è di potere su corpi che si tratta, quando parliamo di contenzione. Ma, si ricorda con Borgna, “non si parla mai della violenza della psichiatria, solo della violenza di chi sta male”. Perché è anche abuso di potere, quando ad esempio un TSO diventa, illegittimamente, misura di polizia, quando TSO diventa automaticamente contenzione, come la tragedia di Mastrogiovanni racconta. Dove, sottratte le parole della relazione “si definisce un campo di forze diseguali nel quale anche gli operatori finiscono con l’essere vittime di processi di spoliazione, perché le regole sono stabilite da un’economia di diritti sospesi”. Legare abbassa i costi del personale. E pure, di fronte a tanta violenza, c’è da chiedersi quali durezze, quale indifferenza bisogna maturare per non sentire, per non vedere, e quanto bruci l’anima il mestiere del legare corpi…
Ci vuole meno tempo, è più semplice legare che assistere, legare e lasciare lì. Come racconta la storia di Mastrogiovanni. Come è storia di tante persone istituzionalizzate, persone con disabilità, minori anche, vecchi, persone detenute, tutti chiusi dentro luoghi che a tratti denunce svelano aver riprodotto l’atmosfera del manicomio. E allora ce ne scandalizziamo.
Tempo, dunque. Perché se c’è il tempo azzerato ed eterno, buio e pauroso, di chi subisce la contenzione, c’è il tempo che richiede invece la cura, l’ascolto, il confronto. E c’è un luogo, nel quale Esposito ci porta, che compare a un tratto come lo scenario di una favola. Ma favola non è, perché non contenere è possibile, come nello SPDC di Ravenna. Dove da anni non si contiene, e dove lavora un’equipe che va tutta nella stessa direzione. Dove gli ambienti sono luminosi e aperti, dove c’è un giardino dove respirare aria aperta, dove le persone non vengono giudicate ma accolte… dove la cura è personalizzata e nasce dall’ascolto, dove tutto è relazione e tutto parla del tempo che c’è voluto per arrivare a questo, dell’impegno, del dolore da condividere anche, quando ogni volta è una scelta. Dove si dimostra che il non contenere, questo sì, è terapeutico. Qui nascono le altre due parole che ho appuntato.
Carezza, che sa d’abbraccio, “che rende sopportabile le ferite”. E pianto. Ho quasi pianto anch’io leggendo del pianto degli operatori il giorno che, in un percorso particolarmente complesso, si sono resi conto che anche loro stavano legando… “Ma oggi sappiamo che il male era nel rendere quella persona un Cristo in croce”.
“Ci legavano come Cristo in croce”. Sono parole di Antonia Bernardini, la cui vicenda è stata ricostruita qualche anno fa da Antonio Esposito insieme a Stefano dell’Aquila in “Storia di Antonia, viaggio al termine del manicomio”, e ancora qui viene ricordata. Viaggio in un incubo, se da un piccolo diverbio davanti ad una biglietteria, per Antonia, dopo una denuncia per oltraggio a pubblico ufficiale, in un precipitare che si fa fatica a credere, si aprono le porte del carcere e poi del manicomio, e poi del manicomio criminale di Pozzuoli, dove, dopo violenze e torture, Antonia muore carbonizzata nel letto dove era contenuta. Storia degli anni Settanta. Oggi ad Antonia, è stata dedicata una piazza a Napoli. Per non dimenticare. Tanto se ne parlò allora, e anche se le condanne inflitte al direttore del manicomio, al suo vice, a una suora e a tre vigilatrici che lì lavoravano, verranno ribaltate in Appello e il ricorso in Cassazione considerato inammissibile, l’indignazione che la vicenda sollevò portò alla chiusura del manicomio criminale.
Ecco, aggiungo un’altra parola al mio piccolo elenco. Indifferenza.
L’atroce morte di Antonia sollevò allora un grande dibattito nazionale, politico ed etico. A fronte dell’indifferenza sostanziale di oggi… Certo. Degli episodi più gravi un po’ se ne è parlato, ci si è anche scandalizzati, un po’, ma poi? Le amare parole di Samuele Ciambriello, garante delle persone private della libertà della Campania: “Quante prigioni ci sono, ma la prigione più grande, purtroppo, per ognuno di noi, è l’indifferenza. L’indifferenza è un proiettile silenzioso che uccide lentamente”.
Chiudo con le parole di Antonio Esposito: “Se però cerchiamo l’origine del potere di intervento sul corpo del folle attribuito ai medici psichiatrici, dobbiamo tornare a quel mandato affidato, a fine Settecento, alla psichiatria alienista chiedendoci al contempo, a fronte anche del permanere di un fascino sempre meno indiscreto del manicomio, e soprattutto di forme sempre più evidenti di internamento, quanto di quello stesso mandato sia ancora tacitamente conservato”.
Guardandoci intorno, guardandoci dentro… pensando all’amica trovata legata a un letto d’ospedale. Ci siamo riviste, dopo, ancora scambiamo parole e pensieri, ma mai, proprio mai s’è accennato a quei suoi tremendi giorni. Che so rimangono impronunciabile ferita dentro di lei.
scritto per il numero di dicembre di Voci di dentro ..”Il cielo sopra Gaza”
Gabbiani…
Cara Francesca, grazie per il bellissimo libro “IL gabbiano Jonathan”, ti confido che se non fosse che sono iscritto all’anagrafe come essere umano potrei pensare di essere il fratello gemello di Jonathan, uguali in tutto e per tutto, tanto che mi ha portato a immedesimarmi, credevo addirittura di essere parte di quella famiglia di gabbiani , anche se non sono riuscito a sollevarmi in volo. In una cosa non potremmo mai essere uguali, lui è asceso al paradiso dei gabbiani, io credo che scenderò all’inferno di quei bastardi chiamati uomini….
Ritrovando parole… dall’infinito carteggio con Mario, Mario Trudu… “l’eterno ergastolano”…








