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    Un incontro

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    Lui è un ragazzone alto. Alto alto e nero nero. Seduto un po’ traverso sul sedile dell’autobus difronte a me… Africa profonda, penso… Ha in mano un panino e una bottiglia … e dà morsi voraci a quel pezzo di pane farcito di salame… l’odore è forte, pungente… Mi guarda e: “tu sei una brava persona”. Sono spiazzata. Riesco solo a sorridere un grazie, e poi “e perché?”. Lui ripete” sei una brava persona”.
    Poi realizzo che forse è perché ho uno scialle avvolto intorno al capo (l’avevo messo per via di uno spiffero di freddo), e poi indosso una gonna ben composta, lunga lunga, che appena si intuisce un tratto di caviglia, ma le calze sono ben nere…
    E infatti: “Sei musulmana?” mi chiede?”
    “No, e tu?”
    “Sì”.
    “E allora perché mangi il panino col salame?” dico sfrontata.
    “Perché ho fame”.
    Riesco appena a mormorare: “fai bene a mangiarlo, se hai fame”… affondando nella vergogna
    Pensando a quanta lacerazione dell’anima ad ogni morso… a quanto amaro ogni boccone… ed è per sopportarlo, capisco, che affoga quello strazio in lunghe sorsate di birra.
    Già. E che ne sappiamo noi? Di quanto amaro… Mi viene in mente quel che disse un giorno a Daniela un ragazzo della Mauritania. “Sai cosa vuol dire stare tre giorni in mare, avere sete e bere l’acqua salata?”.
    “No- gli ha risposto Daniela- non lo so”
    E quante cose non so neanch’io… Non faccio in tempo a chiedermelo che arriva la mia fermata… devo scendere… saluto … appena un ciao… e ancora mi sorprende, il ragazzo musulmano… che … “buon Natale”…


    Appuntamento in piazza

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    In piazza per dire NO al più grande attacco alla libertà di protesta della storia repubblicana.
    No al Decreto “sicurezza”. Appuntamento sabato 14 in piazzale del Verano, alle ore 14. Manifestazione nazionale…

    Mamas e fillas

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    E’ sempre con gran piacere che scorro le opere di Pietro Basoccu. Medico pediatra, fotografo, nato in terra d’Ogliastra, sempre ci regala straordinari racconti d’immagini. Immagini che, attraverso volti della sua terra, compongono racconti di vite, di pensieri, di gesti ogni volta restituiti alla bellezza, ogni volta di universale verità.

    E adesso mi arriva la sorpresa di quest’ultimo lavoro, Mamas e fillas. Che sono ritratti di mamme e di figlie … accompagnate da tessiture di versi, di Anna Cristina Serra. Ritratti, rigorosamente, come sempre, in bianco e nero…

    E sono soprattutto avventura di sguardi. Se lo sguardo sempre svela chi si ha di fronte… luogo dove scivolano i ricordi… e per quanto lontani, li vedi tutti, quei ricordi, che si fanno strada, fra passato e proiezioni di futuro… passando per l’istante del presente che Pietro Basoccu cattura. Rinnovando qui, fra mamme e figlie, un patto antico.

    Scorrendo questi volti di donne, ho pensato, forse anche suggerita dal ritmo dei versi che li accompagnano, a una danza… e mi viene in mente “la danza delle grandi madri”… ricordate? … le donne che corrono coi lupi di Clarissa Pinkola Estés entrate nell’età matura, pronte a dar prova della loro ricchezza spirituale…

    E mannaggia che nella confusione della mia libreria non trovo il libro! Avrei voluto regalarvene brani, immagini dettagliate… ma ben ho in mente l’immagine di un matrimonio, dove, tradizione di non ricordo quali genti, la scena viene occupata proprio dalle madri e dalla pienezza di una loro danza, con la quale quasi rapiscono e “testano” lo sposo, la sua energia, le sue capacità, prima di consegnarlo alla sposa… Che è ancora dono di vita, che la figlia accoglie… E quanto sono grandi le madri… Solo un episodio di una danza che dura tutta la vita… anche quando è danza intorno alla morte… 

    E non posso che pensarlo con il cuore che si stringe (scusate ma da più di tre lustri non mi nutro di animali…) guardando la foto dell’anziana donna e della figlia ai lati del tavolo del sacrificio di un capretto… Ca movit sèmpiri in tundu /sa retza  de custu mundu…   Inizia a girare sempre in tondo /il labirinto di questo questo mondo /metà per ciascuna / si condivide il viaggio./ L’agnello trattiene/numeri e vento /nella brezza del crepuscolo… il canto di Anna Cristina Serra…

    Ancora una breve riflessione sugli sguardi che le foto di Basoccu sempre ci fanno incontrare, che sono ricchezza che stiamo perdendo. Eh sì! ci avete fatto caso? Come sono sfuggenti e lontani e sguscianti gli sguardi, nella vita tutt’intorno, spesso rubati dall’altrove di marchingegni elettronici…  Allora fermiamoci su questi sguardi altri che ancora Pietro Basoccu ci regala, che sono offerta di sé, ma anche invito a offrirsi … e accogliamolo questo invito, prima di perdere del tutto quella ricchezza

    Mamas e fillas” foto di Pietro Basoccu, poesie di Anna Cristina Serra. Soter editrice

    Aspettando gli Avi

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    Anna Rita Persechino, ideatrice e autrice di “Aspettando gli avi”, un viaggio attraverso leggende, miti e poesie della tradizione aurunca che da anni si rinnova nella notte di Ognissanti nella sua terra, ci manda il racconto dell’edizione “straordinaria” di quest’anno. Ascoltate…

    Quest’anno Aspettando gli Avi è approdato nel Plesso della Scuola Primaria di Castellone.
    Protagonisti i bambini di tutta la Scuola di Castellone,.

    Ed è stata subito “magia”, con l’ingresso dei bambini a disegnare una spirale, accompagnati dal sottofondo di musiche che hanno richiamato le vecchie colonne sonore dei grandi film per bambini. Particolarmente suggestivo il gioco di luci delle lanterne colorate nelle loro mani, accompagnati da voli di farfalle e falene…
    A dare ancora luce al tutto, i doni che alcuni hanno portato: frutti autunnali fra ghirlande e cesti colorati…
    E poi i racconti, le leggende e le poesie, che hanno richiamato la nostra tradizione aurunca.
    Forte come un grido è risuonato l’invito alla Pace, a difendere i popoli martoriati insieme alle loro terre. Un messaggio pieno di Luce e di Pace per condurci fuori dal buio di questi tempi.
    La narrazione tutta attraversata dalla figura di Enea, straniero, eroe migrante e naufrago approdato nelle nostre terre.

    E come non commuoversi all’esclamazione di un bambino che, ascoltata la storia di Enea, del suo approdare sulle nostre terre a fondare città… “Ma noi oggi li rimandiamo sulle navi, gli stranieri… non potranno più fondare città!”

    Parole di verità che molto hanno da insegnare a noi adulti…

    Una giornata che non sarà dimenticata, e grazie a tutti gli alunni, le docenti tutte e il Dirigente scolastico Adriana Roma che tutto questo hanno permesso con la loro davvero sentita collaborazione”.

    Malarazza

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    E l’ho dovuta leggere due volte, questa raccolta di racconti di Emilio Nigro, “Malarazza”. La prima volta per la curiosità vorace di scoprire le storie, di annusare sentori, di sfogliare panorami e indovinarne il tempo. La seconda, ché, come potevo immaginare, è un libro da centellinare, dove ogni parola è un macigno. Come potevo immaginare dopo essere stata catturata dai suoi versi, anche qui Emilio ci regala parole di verità, d’accusa, sferzanti…
    Per parlarci di malarazza, che sono “carne cattiva, non di razza, lo scarto. Storie di identità segnate”.
    Segnate, come è la storia dell’amicizia di Gaetano, calzoni corti, scarpe bucate, camicetta ristretta, con il figlio dei “signori”, o la storia di Alcerti, e la sua famiglia/prigione alla quale infine sfugge solo con gesto definitivo, che è anche il destino di Cataldo, il figlio del sagrestano… sullo sfondo di panorami arsi dove “la speranza è cibo molesto. Ci si nutre senza saziarsene mai”…. e ci sono prigioni del cuore in cui si resta incastrati “come una catena, dall’amore che non muore”…


    Mi fermo qui, che non vuole essere questa una recensione… ma solo restituire emozioni… e il piacere profondo di una lettura e di una scrittura che non fa sconti e scava nelle radici della terra, nelle radici dell’anima…
    Per condividere anche un pensiero, che ritorna alle poesie di Emilio Nigro. A quell’uomo, ho pensato leggendo, dell’ “Edipo in fuga”. Che è uomo ovunque straniero, sì, ma mai straniero a se stesso…
    E soprattutto in questo ho trovato la bellezza di “Malarazza”. Ed è bellezza sotterranea… rubo le parole a Emilio, che di bellezza nascosta parla in una sua riflessione a proposito di Napoli, che mi sembra ben si addica anche a questi suoi racconti. “Una bellezza che non sia inganno… una bellezza sotterranea per lo svelarsi dell’invisibile in segni fuori, nell’aria che verseggia. Sì, forse sì, bisogna sapere cogliere…”
    Basta mettersi in ascolto, dice Emilio Nigro a proposito della bellezza di Napoli. Sentire cosa non ha voce. E ci riesce benissimo anche con questa sua gente di malarazza… come solo i poeti sanno fare. Leggendo, rimane la sensazione che neanche per un istante, neanche in questi racconti, Nigro dimentica di essere poeta… perché il tremore che qui regala, è lo stesso che arriva dalle sue poesie.

    Ed è bella sorpresa, per me che amo le fiabe e da sempre ne leggo, scoprire che l’ultimo racconto ha proprio il tono della fiaba. E’ fiaba, con quel paese di case tinte tutte di giallo, e una sola nera nera, con tanto di mangiafuoco e burattini, burattini in carne e ossa, e l’eroe buono e l’eroe cattivo, e l’eroe buono che diventa infine cattivo, e poi e poi… una fiaba che non poteva che avere personaggi che “si muovevano come fossero mossi da fili anche quando i fili più non li trattengono”… dove la tristezza e il dramma si consumano… mentre “attorno, continuava la vita di sempre, ignara, malandrina, di sotterfugio”. Che è quello che tanto spesso ci accade intorno, e i burattini, fingendo di non saperlo, siamo noi…

    “Malarazza”, Emilio Nigro. Qed Kòsmos/racconti

    Il tredicesimo apostolo

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    e a proposito di Pasolini e della sua tremenda vicenda giudiziaria, un ricordo e una riflessione di Vittorio Da Rios, che come sempre molto ringraziandolo accogliamno… Ascoltate

    “Francesca che sempre ringrazio con questo suo prezioso scritto che ci presenta questo “gioiello” dedicato a Pier Paolo Pasolini, mi ha fatto ricordare a riguardo di Pasolini due episodi che mi porto scalfiti profondamente nella mia memoria quanto nell’anima.

    Quando con un carissimo amico di ritorno dal disastro causato dal terremoto del Friuli: “Siamo stati tra i primi volontari a arrivare nei luoghi dove la distruzione e la morte che abbiamo visto era spaventosa”. Dopo una notte e un giorno ad operare sfiniti nel fisico e nella mente nonostante la nostra giovane età prendemmo la strada del ritorno. Non molti mesi primi era stato assassinato Pasolini e era stato sepolto a Casarza del Friuli, dove ora riposa assieme alla sua amatissima mamma. Andammo a renderli omaggio, ricordo che prendemmo da una bancarelle vicino al cimitero un mazzo di fiori prataioli e andammo a depositarli nel loculo cimiteriale dove era stato deposto il corpo martoriato del grande intellettuale. Anni dopo in una delle mie visite annuali a Pasolini era se non ricordo male il 2014 di una assolata tarda mattina di novembre, e in silenzio,riflettevo sulla sua straordinaria figura ai piedi della sua tomba, assai originale quanto ricca di simbologia. Mi venne spontaneo prendere il telefonino e chiamare a Napoli un grande Italiano Gerardo Marotta, che nel 1975 lo stesso anno dell’assassinio di Pier Paolo aveva fondato a Napoli quella che in pochi anni sarebbe diventata la più grande e prestigiosa Accademia al mondo nel creare alta cultura Filosofica-scientifica, L’Istituto Italiano per Gli Studi Filosofici, e che negli anni a venire Gerardo dedico al grande uomo di cultura quale è stato Pasolini diverse iniziative ad omaggiare la sua figura, e l’opera.

    Ricordo che gli dissi: Maestro sa dove mi trovo in questo preciso momento? Ai piedi della tomba di Pasolini. Rimase un attimo in silenzio un po sorpreso e poi mi disse: IL TREDICESIMO APOSTOLO! Ecco questa sua definizione è la sintesi di tutta l’esistenza e del suo essere poeta, narratore, romanziere saggista e polemista quanto cineasta, che profeticamente aveva intuito e denunciato la deriva, l’onda devastante causata dalle protesi tecnologiche: “Vedi la TV” nella trasformazione “Antropologica” causata nell’Ominide contemporaneo dalla messa in crisi se non totalmente cancellata della grande civiltà contadina dalla violenza e potenza devastante della cultura industriale e ora in piena era tecnologica quando della cultura artificiale.

    Stimolato da Francesca mi sono aggirato tra gli scaffali della biblioteca e ho ripreso in mano la prima edizione degli “scritti Corsari, “che conservo come una preziosa reliquia”, acquistato alla sua pubblicazione nel maggio del 1975 pochi mesi prima del suo assassinio. Come non riflettere su un suo scritto qui raccolto di straordinaria attualità, pubblicato il 14 novembre del 1974 sul Corriere della sera con il titolo ” Che cos’è questo golpe? ” Qui con il titolo: “ il romanzo delle stragi”… Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “Golpe” ( e che in realtà è una serie di “golpes” istituitesi a sistema di protezione del potere… Io so i nomi dei responsabili della stage di Milano del 12 dicembre del 1969… Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna del 1974… Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di ” golpes, sia i neofascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine , gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti… Io so i nomi che hanno gestito le differenti, anzi opposte fasi della tensione: una prima fase anticomunista” Milano 1969″, e una seconda fase antifascista “Brescia e Bologna 1974″… Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della CIA ” e i second’ordine dei colonnelli greci e della mafia” hanno prima creato ” del resto miseramente fallito”una crociata anticomunista, a tamponare il 1968, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della CIA si sono ricostruiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del referendum…Io so i nomi…

    E come non ricordare quel capolavoro a cui certamente molto hanno attinti gli autori del “libro bianco di Pasolini” Anche questo in prima edizione pubblicato nel 1977 sempre da Garzanti: Pasolini: “Cronaca Giudiziaria Persecuzione, Morte”… In un paese orribilmente sporco… Pier Paolo Pasolini. Con una bellissima apertura introduttiva di Laura Berti… Ricordo e so di un giorno molto lontano in cui, tra tanta gente di cui non ricordo e non so, entro nella mia casa un uomo pallido, tirato,chiuso in un dolore misterioso, antico, le labbra sottili sbarrate ad allontanare le parole, il sorriso; le mani pazienti d’artigiano. Sapeva di pane e di primula. Il pane era Il dolore la primula l’amore… Decisi di tuffarmi nella primula… Ricordo che e so che quell’uomo che era un uomo diventò il mio uomo…Come non considerare l’incontro sfociato in una Tavola rotonda che vi fu nel dicembre del 1969 tra Pasolini e Ernesto Balducci nella sede romana de “Il Giorno” promossa dal giornalista del quotidiano Giancarlo Zizola cui parteciparono oltre a Pasolini, Padre Ernesto Balducci e due sacerdoti: il sociologo don Silvano Burgalassi e don Salvatore Marsili oltre naturalmente a Zizola. Il testo integrale è stato pubblicato in seconda edizione nel 2020 la prima è del 2005 dalla fondazione Ernesto Balducci con sede a Fiesole Firenze.

    Anni fa su L’UNITA’ il 15 ottobre del 1985 a dieci anni dal suo assassinio riprendendo la conferenza con Pasolini del 1969 Balducci ne traccia un breve profilo dove ricorda impressioni quanto emozioni da lui provate negli incontri avuti con Pasolini. Narra Balducci come mai sia sia riuscito a “Ricomporre”in unità le impressioni che dai miei incontri avevo riportato di lui. Esse rimangono nella mia memoria l’una accanto all’altra, come segnali incoerenti di una sostanza umana che intuivo straordinariamente ricca, ma allo stesso tempo primordiale, nonostante la sua grande aderenza alla storia e il suo potente e spregiudicato uso della ragione. A volte era inerme, timido,spaesato come un seminarista e a volte scattava con fendenti razionali spropositati, troppo soddisfatti del proprio eccesso. E continua Balducci se lo abbiamo sentito vicino, è perchè nessuno come lui in realtà ha sofferto e goduto dello sfacelo della ragione, ne ha annusato, per cosi dire, i processi di decomposizione, perchè nessuno come lui sapeva abitare simultaneamente nel cuore della modernità e nel cuore dell’uomo preistorico… Quando Pasolini gli confidò l’intenzione di fare un fil su San Polo, Balducci a mo’ di battuta gli dissi che non ci sarebbe riuscito perchè il Vangelo era cristiano e Paolo era cattolico. E in quanto tale il Vangelo si muove nei grandi spazi dell’utopia e perciò sembra muoversi fuori dalla razionalità istituzionale.

    Ma il fuori del Vangelo è un “Oltre”, e il fuori di Pasolini è un “Prima”… Pasolini non era solo figlio di Medea , è anche un pronipote di Voltaire, e diremmo figlio di Marx e Gramsci. Come non ricordare le sue ceneri di Gramsci... La sua grandezza dal punto di vista morale è rileva Balducci il più adatto a comprenderne la sua arte, che vibrava come una lingua di fuoco, la coscienza. E anche questo è da mettere tra le cose straordinarie avute in eredità da Pasolini, in un tempo che avrebbe avuto bisogno di grandi e vigorose lezioni morali., ma non ha avuto maestri credibili. E per questo tutti noi li dobbiamo grande e infinita riconoscenza.”

    Vittorio Da Rios

    Il libro bianco di Pasolini

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    Il 2 novembre di 49 anni fa… l’omicidio di Pier Paolo Pasolini…

    Oggi, che ancora nel ricordo muore…, ho appena finito di leggere “Il libro bianco di Pasolini”, di Francesco Aliberti, Alessandro di Nuzzo, Enzo Lavagnini.
    E l’ho letto d’un fiato, che quasi il respiro si strozza… pagina dopo pagina, capitolo dopo capitolo… una lettura che è stato impossibile interrompere… Eppure, non è romanzo, non è biografia, o forse sì, un libro che parla con i documenti per raccontare i trentatré processi che il più importante intellettuale del Novecento dovette subire. Trentatré processi, centinaia di udienze, e poi le condanne, le assoluzioni… Una raccolta di documenti impressionante, quasi da non crederci, anche per chi quegli anni li ha pur attraversati, a vederli ora messi tutti in fila…

    “Il Libro Bianco delle sentenze / stilato contro di me dalla magistratura italiana / sarà il libro più comico / Per me è stato una tragedia”. Parole con cui proprio Pasolini sembra aver suggerito questo prezioso lavoro.
    378 pagine fitte fitte, che raccontano come tutte le opere, i romanzi, i film, come la vita pubblica e privata dello scrittore, furono passate al setaccio di un’Italia benpensante, piccolo-borghese, ipocrita… E sembra di precipitarvi dentro, nel vortice degli interrogatori, nelle requisitorie, fra le righe delle sentenze. Si è storditi dalle voci dei protagonisti… fra le accuse e le accorate difese di tanti intellettuali che come Pasolini hanno attraversato gli anni di quell’Italia… Certo, è forte l’impressione che, come scrisse Stefano Rodotà, contro Pasolini si sia celebrato “un processo solo” con una sola finalità: “Mettere in dubbio la legittimità di un’esistenza”, di quella coscienza scomoda e potenzialmente devastante che in tanti, nel Paese, temevano…

    Irriassumibile questo libro bianco…
    mi fermo su un esempio per tutti… la bufera che si scatenò su “La ricotta”, filmato accusato di vilipendio alla religione. Lavoro che a suo tempo non vidi, e sono andato a cercarmelo adesso… E certo si fa fatica a capire l’accusa… Mi viene in soccorso, a conforto, la lettera che a Pasolini scrisse allora il padre gesuita Domenico Grasso: “Tutti andiamo cercando nel nostro prossimo l’immagine di Dio, tanto difficile a vedersi (… ). Lei forse non condividerà questo punto di vista, ma indubbiamente, glielo dico con franchezza, è presente nei suoi libri e nel film che ieri mi ha fatto vedere, molto più di quanto pensa. (…) Per il suo film, non posso che ripetere quanto le dissi a voce. Mi ha fatto una grande impressione e mi ha fatto pensare. La purezza delle sue intenzioni non lascia dubbi”.
    Dove allora lo scandalo? “Forse lo scandalo non sta già nel solo mostrare la Passione per come potrebbe essere raccontata tra i contemporanei? Al tempo in cui la pietas è già morta, magari già travolta dalla società dei consumi o dall’indifferenza?”, la riflessione di Enzo Lavagnini, scrittore, che fra l’altro si occupa di storia del cinema, ed è autore di tutte le introduzioni (puntualissime) ai vari capitoli.

    Leggete “Il libro bianco di Pasolini”. Vi sconvolgerà, vi irriterà, vi farà appassionare… come in “un dramma teatrale”. Ma non è teatro, è storia d’Italia. E’ “un abbacinante ‘specchio’ del paese che ci rimanda un’immagine, precisa e insieme livida, della mentalità, degli usi e costumi della sua classe dirigente”, racconta nell’introduzione, a proposito del processo a La ricotta, Alessandro Di Nuzzo.
    Un’Italia che, pure, non ci siamo lasciati alle spalle, come ben spiega, nell’intervista di Francesco Aliberti, Furio Colombo, a proposito del “grande Paese moderno che non è arrivato. Il Paese persecutorio che circondava e tallonava Pasolini, sperando – anche irritato dalla sua genialità- di trovare un punto di caduta, era la stessa Italia nella quale purtroppo stiamo ancora vivendo”…

    Insomma, un libro tutto da leggere, per capire, guardando a quell’Italia, da dove veniamo, chi ancora siamo. Un libro da tenere in bella vista nelle nostre librerie… e riaprirne a tratti pagine… ancora guardandoci intorno, guardandoci dentro…

    Il libro bianco di Pasolini. La raccolta dei processi a Pier Paolo Pasolini
    Francesco Aliberti – Alessandro Di Nuzzo – Enzo Lavagnini
    pubblicato da Compagnia Editoriale Aliberti

    Dove le stelle pasticciano il cielo…

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    E meno male che c’è chi scrive fiabe. E meno male c’è ancora chi insegue sogni perduti…. Appena passate due serate in poltrona leggendo “Dove le stelle pasticciano il cielo. Alla ricerca dei sogni perduti”, di Gaetano Antonino Marino. E che volete, a me le fiabe sono sempre piaciute, e quanto più classiche sono…
    “Tante sono le storie fantastiche. Storie di cui nessuno sa quando siano cominciate né da dove siano arrivate, e questa è l’unica certezza”.. Inizia presentando così la sua ultima raccolta di fiabe, Gaetano Marino, l’affabulatore di Parole di Storie… E ancora, leggendo leggendo, sembra di sentirle pronunciare dalla sua voce, queste storie fantastiche che ora ci regala…
    Sette racconti, per sette sere mi viene da aggiungere, per addormentarsi rassicurati da un “e vissero felici e contenti”, ma anche col tremore (che male non fa) di quel mondo di mostri e malvagità che pure le attraversano
    Attingono al mondo classico i racconti fantastici di Gaetano Marino, con i suoi principi e principesse, fanciulle povere e maltrattate, matrigne crudeli, animali prodigiosi e cieli stellati… dove si affaccia un magico Coniglio grigio che ha una certa fretta, e come non pensare a Bianconiglio di Alice… e dove c’è chi provvede a crearselo da solo l’uomo dei suoi sogni, e come non pensare a Smalto splendente del Basile, che rimanda, diciamo la verità, a un sogno segreto di tutte noi… Perché le fiabe sono patrimonio di tutti, sempre sono e sempre saranno… E’ sempre un piacere lasciarsene avvolgere, e seguire i nuovi percorsi, i nuovi intrecci, come questi che narrando narrando Gaetano Marino crea… e sembra di sentire la sua voce birbante e ammiccante, se… “lo so, c’è sempre un’ampolla di cristallo in tutte le fiabe, ma non possiamo farne a meno…”…
    E’ un piacere lasciarsene ancora sorprendere e avvolgere anche quando attraversano il dolore della morte, e se i sogni si avverano oltre la vita “noi non potremo mai saperlo, a meno che non si creda ancora nelle fiabe..”

    Le fiabe, che sempre sono… Ancora dunque, nei racconti fantastici di Marino, si amano i principi, principi salvatori, ci si lascia maltrattare da sorellastre, si passa attraverso le fauci del lupo cattivo, si muore… e ci sono mostri e paura e anche crudeltà, c’è il male del mondo, di tutto il mondo… anche quando i nomi dei luoghi rimandano a panorami isolani… e c’è ben di che nascondersi tremanti sotto le coperte…

    Naturalmente scherzo… ma pure mi viene in mente una polemica (serissima, questa sì…) che ogni tanto riemerge per mettere sotto accusa le fiabe, gli stereotipi che inculcherebbero, i mostri che terrorizzerebbero i bambini, eccetera eccetera…
    La risposta, serissima anche questa, la ritrovo in un ritaglio di giornale (sempre ne conservo di argomenti che mi interessano, e sulla distanza riemergono preziosissimi) de Il sole 24 ore di domenica 11 aprile del 2010. In risposta dunque a tanta voglia di “politicamente corretto” e alla volontà di censura nei confronti di paura e crudeltà, ripropongo l’intervento di Antonio Faeti, fra l’altro scrittore, pedagogista, titolare della prima cattedra di Letteratura per l’infanzia in Italia: censurare le fiabe “… è una forma di delinquenza pedagogica, perché prosciuga la dimensione dell’alterità. Creare, invece, significa poter guardare il mostro in faccia, vedere la paura e riuscire ad affrontarla. (….) Semmai è il telegiornale che va vietato, perché è la più tetra e spaventosa narrazione che vada in onda a livello incontrollato. La brutalità della fiaba del telegiornale non ha alcuna attenuazione e fa male davvero. E questo non è proprio un paradosso”.
    Pienamente concordando… ritorno alla ricerca dei sogni perduti… lì, dove le stelle pasticciano il cielo…

    L’ultima poesia…

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    Me l’ha mandata dal carcere di Oristano Pasquale De Feo, mio amico di penna con cui da anni scambiamo parole… sempre ricche di riflessioni e suggerimenti di letture…
    Se dovessi morire fa che io sia un racconto”, è l’ultima poesia di Refaat Alrareer, poeta e intellettuale palestinese, che aveva fondato il progetto “We are not numbers”. Anche i poeti muoiono a Gaza. Alrareer è stato ucciso durante un bombardamento “mirato” nella striscia di Gaza…


    Se dovessi morire,
    tu devi vivere
    per raccontare
    la mia storia
    per vendere le mie cose
    per comprare un po’ di carta
    e qualche filo,
    per farne un aquilone
    (fallo bianco con una lunga coda)
    cosicché un bambino,
    da qualche parte a Gaza,
    guardando il cielo
    negli occhi
    in attesa di suo padre che
    se ne andò in una fiamma
    senza dare l’addio a nessuno
    nemmeno alla sua stessa carne
    nemmeno a se stesso
    veda l’aquilone, il mio
    aquilone che tu hai fatto,
    volare là sopra
    e pensi per un momento
    che un angelo sia lì
    a riportare amore.
    Se dovessi morire,
    fa che porti speranza
    fa che sia un racconto!

    Ringraziando Pasquale, che mi ha fatto conoscere questi versi… Pensando all’immenso racconto che Refaat Alrareer è diventato… guardando i suoi dolcissimi occhi.. che ancora dicono “non siamo numeri”…



    Socialmente pericoloso, l’incubo buio dell’ergastolo bianco

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    La vicenda di Luigi Gallini, nella trappola dell’ergastolo bianco. Una drammatica storia che Gallini racconta nel suo libro.

    “Li ricordo anch’io i titoli… e come dimenticare tanto “effetto”…
    “Professore di liceo tenta di rapire una bimba di 9 mesi, la polizia lo salva dal linciaggio”. Notizia che rimbalza da un giornale all’altro, da una tv all’altra, che aggiungono dettagli, su quell’uomo in cura per problemi psichiatrici, pregiudicato, per giunta… Se ne parla per alcuni giorni… poi il processo per direttissima che pure viene seguito con la morbosa attenzione di sempre.
    In realtà Luigi Gallini, il professore, in un momento in cui si è riacutizzata la sua patologia, aveva sentito l’urgenza di sottrarre la bambina a minacciosi figuri che immaginava le si stessero avventando addosso.
    “Giudicato incapace di intendere e di volere al momento dell’atto e socialmente pericoloso: mi sono aperte le porte dell’ergastolo bianco”. A raccontarcelo è proprio lui, Luigi Gallini, che ha voluto consegnarci la sua storia, di persona prigioniera di una pena detentiva di cui, grazie al dispositivo della pericolosità sociale, non si conosce la scadenza… Ed è trappola che in Italia condanna decine e decine di persone, prigioniere di un’incertezza devastante, se si sa quando si entra, non quando si esce.
    Gallini ci consegna la sua storia come un urlo, un grido, dal buco nero nel quale è precipitato, nel quale lo “abbiamo” precipitato per poi dimenticarcene. E in fondo, che ci importa. Un matto, pregiudicato per giunta, pericolosissimo… e tutto, per noi, può ben finire lì… perché mai dovrebbe essere rimesso in circolazione, a minare le nostre esistenze…
    Ma per lui, inizia quell’incubo buio che è l’ergastolo bianco. E il terrore è di essere dimenticato.
    Si fa grande fatica a leggere il libro in cui Gallini racconta la sua vita. Ma va letto: “Socialmente pericoloso, la triste ma vera storia di un ergastolo bianco”, edizione Contrabbadiera, per la collana L’evasione possibile, curata dal Collettivo Informacarcere del Centro sociale evangelico di Firenze, che ha il grande merito di dare ascolto a tante voci che non vorremmo ascoltare, e che invece bisogna ascoltare: “La mia diagnosi attuale è ‘schizofrenia paranoide con delirio di persecuzione, cronici’. Più che una diagnosi è una sepoltura. Una diagnosi che prelude un deserto sociale”.
    Dopo l’episodio del presunto rapimento, per un periodo il professore viene rinchiuso nel reparto di osservazione psichiatrica del “Sestante” del “Lo Russo e Cutugno” di Torino, in seguito, sapete, chiuso dopo le denunce delle vergognose condizioni in cui versavano i suoi ospiti.
    La bocca dell’inferno, definisce il reparto. La descrizione della cella in cui è rinchiuso fa definitivamente dubitare del nostro essere civili. Risparmio i dettagli del lettino in ferro fissato al pavimento, corroso “dall’acidità dei fluidi organici”, nella cella dove “i secondini per lo più, ma non tutti, mi trattano come una bestia feroce”. Disgusto e smarrimento simili li ho provati per la prima volta leggendo il libro denuncia di Aldo Ricci e Giulio Salierno “Il carcere in Italia”. Un testo degli inizi degli anni Settanta, che fece storia, e faceva fatica credere che gli uomini potessero riservare ad altri uomini trattamenti così penosi, degradanti, violenti. E farebbe piacere pesare che sia tutto relegato a quel tempo, al secolo scorso, ma evidentemente non è così. Certo, di denunce a tratti si sa… eppure sono cose che presto lasciamo scivolar via. Ma è difficile dimenticare le parole di Gallini. Solo un dettaglio: “Sui muri si allargano tante macchie rosse: è il sangue delle zanzare spiaccicate sul muro da generazioni di detenuti. Oltre che di zanzare la cella è piena di ragni e ragnatele. I ragni mangiano le zanzare e le zanzare divorano me: sono il piatto forte dell’ecosistema della cella”.
    Bisogna leggere, bisogna lasciarsi ferire dal racconto del professore (ex professore, ha poi subito perso il lavoro, è stato anche ricercatore universitario, astrobiologo che in breve tempo si convince che gli alieni frequentano la Terra da tempi immemori), bisogna lasciarsi scandalizzare. Di quello che è stato il Sestante, di quella che è adesso la sua “vita sedata” nella comunità psichiatrica forense dove ora si trova, dove sicuramente le condizioni non sono fisicamente quelle del carcere, ma dove “dormiamo tutti 14 ore al giorno o più!”. Il “sonno chimico”, forse la soluzione più economica per gestire un folle reo e… “mi sento avvizzire il cuore”.
    Stralci di vita non vita, dove si rischia di perdere, fa notare Nicola Valentino nella sua puntuale introduzione (dove ben si chiarisce chi è un “folle reo” e la trappola delle “misure di sicurezza” per chi è giudicato socialmente pericoloso), la relazione con il sé… che Luigi Gallini però non perde e tutto ci restituisce.
    A cominciare dal percorso difficile della sua vita. Fra “viaggi metafisici nell’universo dell’allucinazione corporea”, TSO, la breve fuga all’estero, il lavoro di ricerca fra i mondi, la salvezza ritrovata nel sognare.
    E non so se più sognanti, allucinanti o poetici sono i disegni che accompagnano la narrazione. Dai colori psichedelici, affogati di occhi, di bolle, di tentacoli e stelle, di buchi come crateri lunari, che ancora sono occhi e trappole dove precipitare…
    E poesie.
    Ci sono tante lune nelle poesie di Luigi Gallini, a illuminare di pallore il suo dolore rivestito di poesia.
    Guardo la Luna:
    lontana, remota, gelida,
    aliena.
    Ci trovo lo smarrimento
    di chi non conosce
    la fatica e il dolore.
    Un ululato leggero
    esce dalla mia gola
    dolente di vecchio;
    oggi
    è un cielo di cristallo,
    sulla fragilità umana.
    E c’è uno sguardo anche su tutti noi, se Gallini vede nella condizione del recluso una metafora della vita dell’uomo libero.
    “Non c’è soluzione di continuità- scrive- fra lo stato di autocontrollo e autosorveglianza operato continuamente dal cittadino ‘sano di mente’, con il trattamento del folle, del folle recalcitrante legato al letto di un repartino psichiatrico, o lo stato di reclusione nella Rems del ‘folle reo’ (…) La gradazione delle forme di privazione della libertà si sono fatte così opprimenti articolate e pervasive (…) quello che cambia l’asprezza della pena sofferta quando si infrange la regola”.
    Certo che l’asprezza della pena per chi infrange le regole arriva davvero ad annichilire se, nella Comunità forense, sotto l’effetto dagli psicofarmaci, ci si muove “come una dolente mandria di barcollanti e tremebondi ebeti sconfitti”.
    Una testimonianza che pone interrogativi, e chiede risposte urgenti, a proposito di quelle norme del codice penale che sono ancora lì, a creare tanta mostruosità, con il combinato disposto di “misure di sicurezza”, “pericolosità sociale”, “non imputabilità”…
    Il collettivo antipsichiatrico Antonin Artaud, che questa storia ha fatto conoscere al Collettivo Informacarcere che l’ha pubblicata, sottolinea il coraggio di Luigi Gallini, perché non poco ce ne è voluto per raccontare e denunciare, praticando di fatto, nonostante tutti i rischi che comporta, la parresia, “il parlar vero”. Il richiamo è a Foucault: “la parresia crea comunità. E’ essenziale per la democrazia. Dire la verità è un atto politico. La democrazia è viva finché si pratica la parresia. La democrazia ha bisogno di quelle persone che osano dire la verità nonostante tutto”..
    Osare dire la verità nonostante tutto. Questo è un invito rivolto a tutti. E ben venga l’urlo di Luigi, contro le terribili pratiche escludenti della nostra modernità… “

    Scritto per il numero di settembre di Voci di Dentro