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    A proposito della ricerca di dio…

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    A proposito della ricerca di dio, le parole di Vittorio da Rios che ancora ringraziamo…

    Mi permetto alcune riflessioni stimolato da quanto scritto dalla carissima Francesca. Dove cercare Dio?
    Mi sovviene alla memoria una sintetica considerazione a tale riguardo di Saramago straordinario narratore e premio Nobel per la letteratura.

    Saramago si è chiesto dove sta Dio? Il cielo non esiste, esiste l’universo infinito, numerose Galassie il cui conto è impossibile quantificarlo, sono miliardi, come miliardi sono i Pianeti presenti nell’infinito spazio, come miliardi sono gli anni luce che dividono le distanze le une dagli altri. E allora di quale Dio parliamo?

    Le tradizioni religiose tutte sono narrazioni di pochi minuti fa, rispetto allo spazio tempo del prima e del dopo. Ma da cosa è nata l’idea di Dio nostra totale costruzione? Migliaia di anni fa il morire non era percepito come ora da noi che abbiamo ben presente l’irreversibilità del morire l’impossibilità di comunicare con gli altri e a noi stessi e la decomposizione del corpo. da quel momento in cui si è compreso la tragedia del morire, e la precarietà della nostra condizione biologica e la brevità della fiammella di luce che è la vita, l’Ominide ha alzato gli occhi al cielo e si è costruito dei paradigmi post morte: il deismo con i vari dei prima, e poi il Dio delle tradizioni religiose monoteistiche con tutto quanto finora costruito di cui ben ne conosciamo le conseguenze, con indecenti degenerazioni etico-morali ed economiche basti citare “lo IOR” la Banca Vaticana.

    Ora altra cosa sono le limpide figure di grande valore profetico, espressione dei grandi valori espressi dal Cristianesimo compenetrato nei secoli da molte culture, mi riferisco a Ernesto Balducci, Giovanni Franzoni, Primo Mazzolari, Don Milani, Don Mazzi dell’Isolotto a Firenze, Alex Zanotelli, Don Ciotti… E come non ricordare i preti “operai” e i loro costi umani patiti per le loro coraggiose scelte di campo. Interrogato dal procuratore di Cremona perchè a Cicognara dove dal 1922 Don Primo Mazzolari era stato nominato Parroco, non vi erano iscritti al partito fascista, non vi erano massaie fasciste e perchè il suo antifascismo era giunto fino al gerarca Farinacci. Molti erano i capi d’accusa rivolti a Don Primo. Voi rivolgendosi a Don Primo non predicate il Vangelo come i vostri colleghi aggiunse il Procuratore. Non è colpa mia rispose Don primo signor Procuratore se il Vangelo è un libro “PERICOLOSO”. Per me potete andare in tutta coscienza Don Mazzolari, rispose il Procuratore: ma vi do un consiglio, non sempre è opportuno seguire la propria coscienza in questi tempi poi, si finisce in carcere o peggio al muro, e prese dal portafoglio due bigliettoni e li andò a posare vicino a Don Primo sapendo quanto era il suo impegno per aiutare chi era nel bisogno, e disse: e sia quel che sia anche per me!

    Francesca ci ricorda Mario Trudu pubblicando un suo disegno raffigurante un gatto a omaggio a Francesca al suo “Gatto Randagio”. Quante sofferenze umane indicibili: Mario, Carmelo, Claudio e molti altri… Questa organizzazione della economia che crea: “I CRIMINI DI SISTEMA”. E nelle carceri sono “accatastati” in modo inumano le vittime i poveracci e i figli dei poveracci dei “Crimini di Sistema”. Le cifre dei suicidi nel 2024 in carcere “molte giovani donne”, sono impressionanti quasi 100, oltre a diversi suicidi di guardie carcerarie. E diversi sono oramai i suicidi in questo inizio dell’anno 2025. Il quadro è drammatico dentro e fuori dal carcere, potremmo ben dire che viviamo in un “Carcere globale”, dove a pagare e soffrire è la povera gente, masse enormi di creature, gli onesti coloro che ancora credono nei valori fondamentali espressi nella Costituzione di solidarietà e di attenzione verso l’altro che come ci ricorda Ernesto Balducci nei suoi scritti” E’ te stesso! Una parte irrinunciabile di te.

    Ci sia di conforto questo scritto del 2005 di Angelo Del Bocca il nostro più grande storico e intellettuale del colonialismo italiano. “C’è anche un esercito, che non indossa divise, che non porta armi, che non ha caserme. Un esercito di milioni di giovani e di non giovani, che si va ingrossando ogni anno e che è tenuto insieme dall’amore verso il prossimo, da una grande, infinita, disponibilità a lenire i patimenti e le angoscie degli altri. E’ l’esercito dei quattro milioni di volontari, che ogni giorno, in silenzio, quasi in segreto, scende nelle strade dell’Italia e del mondo per combattere la sofferenza nei suoi mille aspetti. E’ un esercito composto da 38.000 organizzazioni, che opera nell’ambito della sanità, della protezione civile, del servizio ambulanze, dell’assistenza domiciliare ai malati e ai disabili, del doposcuola ai bambini e del sostegno agli immigrati. Un esercito senza generali, senza mostrine, senza medaglie, senza fanfare, che non percepisce salari e il cui solo compenso si esaurisce e si esalta NEL GESTO D’AMORE. Se ci sono italiani che meritano di essere ritenuti “BRAVA GENTE”, nell’accezione vera, non autoassolutoria, non mitizzata, questi sono proprio gli splendidi e umili operai del volontariato”.

    Ecco io credo dove cercare quello che noi chiamiamo per abitudine “catechistica Dio” tra la gente condividendo le umane tribolazioni del vivere, troviamo la grande forza morale dello spirito che è la nostra essenza di donne e uomini finalmente diventati tali in quanto donne e uomini. Immanuel Kant rileva che: Assicurare la propria felicità è un dovere, perlomeno indirettamente; infatti l’insoddisfazione per la propria condizione di esseri oppressi da molte ansie e bisogni insoddisfatti, può facilmente diventare una grande tentazione a trasgredire il dovere. Il dovere etico e morale che costruisce e forma lo stato di diritto, presente in tutte le pieghe della società.

    Un caro saluto Vittorio

    Alla ricerca di dio… 1

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    Ma ora, dove cercarlo un dio (Dio?), o anche solo appena un varco per intravedere il principio di divinità che nulla ha a che fare con quel dio crudele e furioso che benedice le guerre, e che pure so da qualche parte è…

    L’ho incontrato,forse, un principio di divinità, nel gesto di pietà di quel gatto? Una gattina, ho pensato… che, incurante delle macchine che sfrecciavano intorno, cercava di riportare sul ciglio della strada il corpicino di altro gatto che qualcuno aveva investito. Era senza vita, quel corpo straziato che lei si ostinava a voler portare in salvo, via dall’asfalto, via dall’inferno di altre ruote che certo ne avrebbero fatto poltiglia. Era morto, il suo amico, o compagno, o figlio, ridotto a un inerte peloso straccio sanguinolento… ma … poteva mai lasciare ad altro strazio il corpo di quell’altro suo simile, che forse aveva nutrito, con cui forse aveva corso, che forse aveva amato come solo sanno amare i gatti…
    L’ho vista in quella gattina la capacità di metamorfosi, cui si deve la pietà, che noi stiamo perdendo… smarrendo con essa quel principio di divinità che ci fa uomini…

    (il disegno del gatto, un regalo che mi ha fatto anni fa Mario, Mario Trudu, l’eterno ergastolano, cui fu negato anche solo un briciolo di pietà)

    Potete legarmi mani e piedi

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    Potete legarmi mani e piedi
    Togliermi il quaderno e le sigarette
    Riempirmi la bocca di terra:
    la poesia è sangue del mio cuore vivo
    sale del mio pane, luce dei miei occhi.
    Sarà scritta con le unghie, il sangue e il ferro.
    la canterò nella cella della mia prigione,
    al bagno.
    nella stalla, sotto la sferza,
    tra i ceppi
    nello spasimo delle catene.
    Ho dentro di me un milione d’usignoli
    per cantare la mia canzone di lotta.

    Mahmud Darvish

    Aprendo a caso le pagine di una vecchia Scarceranda, agenda del 2014, che dieci anni fa mi aveva regalato Mario, ancora lui, Mario Trudu, l’eterno ergastolano… quanti doni… quante immagini, quante suggestioni… e nulla accade per caso, se proprio oggi, l’orrore di quanto accade in Palestina… della sua gente trucidata… è l’assalto all’ultimo ospedale in funzione a Gaza…

    Come Cristo in croce

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    Certo lo sapevo, lo so anch’io che, anche se i manicomi non ci sono più, esiste ancora la contenzione. Che i “matti a volte vanno legati”, e che accade anche nelle case di cura, in quelle di riposo, che gli anziani, si sa, a volte “per il loro bene”, negli ospedali, anche… e sempre strugge, e sempre mi chiedo perché… Ma enormi sono stati lo stupore, la rabbia, la confusione che mi hanno assalito vedendo in un letto d’ospedale, con le braccia allargate, i polsi legati alle sponde del letto, che “se no si strappa il catetere”…, un’amica ricoverata per un improvviso malore, che aveva forse la sola “colpa” di essere anziana e di avere insistito per tornare a casa… e ti chiedi che fare, se le articolazioni del potere dell’uomo sull’uomo possono vestire anche un camice bianco che convince i parenti che “è per il suo bene” e ti spiega a mezza bocca: “se qualcuno (?!) rimane vicino a lei, la può anche slegare”. La mia amica… che quando mi sono avvicinata al suo viso mi sussurra “ma l’avresti mai detto che mi succedeva una cosa del genere? Non rimane che morire…”. Con sguardo che ti si aggrappa all’anima, e dentro di te una voce urla che proprio non va…


    Lo stesso urlo soffocato, contro questo sentore di morte, morte dell’uomo, ho sentito attraversare le pagine di “Come Cristo in croce. Storie, dialoghi, testimonianze sulla contenzione”, l’ultimo, densissimo lavoro di Antonio Esposito (ed. Sensibili alle foglie”). Attraversare tanto dolore non è facile, ma ci aiuta benissimo Antonio Esposito, che in tanto dolore anche per noi è entrato. Un racconto serrato fatto di incontri e confronti, con tutto l’universo che gira intorno alla contenzione: uomini, donne, medici, infermieri, avvocati, attivisti dei diritti umani, familiari…
    E subito ci fa capire cos’è, cosa sa essere la contenzione, con le storie di chi ne è morto. A partire dalla feroce vicenda di Wissem Ben Abdel Latif, il giovane tunisino morto, dopo un percorso di degradazione e reificazione che molto dice del nostro rapporto con chi viene di là dal mare, legato a un letto di contenzione nel Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura del san Camillo, a Roma. Come Francesco Mastrogiovanni, ucciso da un’assurda meccanica indifferenza, nel reparto di Diagnosi e Cura dell’ospedale di Vallo della Lucania, dopo una contenzione, seguita a un TSO, durata più di 87 (ottantasette) ore. E poi Elena Casetto, la diciannovenne bruciata viva nell’incendio da lei provocato, legata al suo letto dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. E poi ancora Bruno, affetto da picacismo, che significa mangiare cose, oggetti non commestibili, che morto non è, ma vive una terribile non vita con le mani legate e una grata di ferro sul volto…
    E poi ci sono le testimonianze di chi di contenzione proprio non è morto, ma porta nel fisico e nell’anima le cicatrici sempre aperte di ferite che mai guariranno. Perché la contenzione “è come uno stupro”, e provate a immedesimarvi nel racconto di Alice Banfi: “.. continuavo a rivedere immagini, a risentire questa pressione sul torace, a rivivere quella sensazione di essere bloccata nel letto. Con quei pensieri assurdi per cui una persona avrebbe bisogno di essere confortata, di poter parlare, di avere qualcuno che dice: guarda non sei stata rapita, sei qua, sei ricoverata. Invece sei sola, legata a un letto, che deliri”. Alice, che raccontando del suo percorso di ospedalizzazione e istituzionalizzazione… “quando entro in reparto, gran parte della mia umanità la lascio fuori per mia sopravvivenza”.

    Pagine dolorose, a tratti fa fatica andare avanti, ma pure non ci si può fermare. E d’altra parte se un libro non è quel “colpo d’ascia sul lago salato della nostra anima” che Kafka ci ha insegnato dover essere…
    Bisogna andare avanti, fare questo viaggio, e lasciamocelo assestare quel colpo, per svegliarci dal nostro torpore.
    Allora andiamo avanti. Scoprendo quali e quanti sono i luoghi dove ritroviamo pratiche che rimandano a quello che era un tempo il manicomio, quanto ci stiamo allontanando da tutto quello che Basaglia ci ha insegnato a proposito della cura che mette al centro l’individuo, persona che ha bisogni complessi, che punta sui servizi, che pensa a persone da curare in luoghi liberi, mentre prende piede la psichiatria clinica, del paradigma biomedico, la psichiatria, come si denuncia, “del posto letto”…
    Andiamo avanti, tenendo dunque ben presente che i nodi della contenzione, come si spiega, “non sono stretti solo in ambito psichiatrico” anche se “è proprio nella specificità della psichiatria, nella sua ambiguità irrisolta tra sapere medico e disciplina di normalizzazione con un mandato di custodia e controllo, che si evidenziano gli elementi costitutivi di questa pratica, a partire dalle retoriche giustificative”. E’ per il suo bene…

    Eppure, come da più parti pronunciato, la contenzione non è un atto terapeutico. Un provvedimento estremo e che dovrebbe essere limitato, nei tempi e nei modi, seguendo linee guida che pure esistono, ma che spesso sembrano giustificarla, la contenzione, anziché porvi un argine. Ed è contenzione meccanica, farmacologica e ambientale che tutte si sommano in grovigli di disumanità. E si moltiplicano le aree di diritti sospesi, in una sorta di manicomio diffuso, mentre pure si parla di “arte del legare”, che già il suono di queste tre paroline dà brividi…

    Come Cristo in croce. Un viaggio da fare, innanzitutto, perché parla di dolore che tutto ci appartiene, anche se lo vogliamo ben confinato in recinti altri, anzi anche proprio perché così vogliamo, non accogliendo quello che pure è in gran parte prodotto della nostra società, abbarbicati come siamo a una certa distorta idea di “sicurezza” che ci stanno da un po’ inculcando. Esattamente come avviene per le persone che chiudiamo nei Cpr, luoghi che producono malattia, o nelle nostre belle carceri… e i rimandi col mondo del carcere non sono pochi, dove se anche le persone “normali” diventano cose, dove l’uso di psicofarmaci è impressionante, pure si affollano i reparti destinati a chi ha problemi di salute mentale, e che sappiamo da tutt’altra parte dovrebbero stare.

    Molti i nodi, molte le tematiche che il lavoro di Esposito affronta. Scelgo, arbitrariamente come lo è qualsiasi scelta, alcune delle parole che ho appuntato, affondando nelle immagini che scorrono davanti agli occhi leggendo: ascolto, potere, tempo, pianto.
    Ascolto. Perché la mancanza d’ascolto sembra caratterizzare tutta la sanità. Lo sottolinea anche Yasmin Accardo, della campagna LasciateCIEntrare, parlando della vicenda di Wissem, che nel tempo della sua straziante vicenda, non ha avuto modo di esprimere il suo diritto di richiedente protezione internazionale, ed è morto legato a un letto senza saperne il perché.
    Eppure, innanzitutto d’ascolto e non di legacci avrebbe bisogno chiunque attraversi momenti bui. Di capacità di stare accanto, accoglienti, a tanto dolore…
    Potere. Perché è di potere su corpi che si tratta, quando parliamo di contenzione. Ma, si ricorda con Borgna, “non si parla mai della violenza della psichiatria, solo della violenza di chi sta male”. Perché è anche abuso di potere, quando ad esempio un TSO diventa, illegittimamente, misura di polizia, quando TSO diventa automaticamente contenzione, come la tragedia di Mastrogiovanni racconta. Dove, sottratte le parole della relazione “si definisce un campo di forze diseguali nel quale anche gli operatori finiscono con l’essere vittime di processi di spoliazione, perché le regole sono stabilite da un’economia di diritti sospesi”. Legare abbassa i costi del personale. E pure, di fronte a tanta violenza, c’è da chiedersi quali durezze, quale indifferenza bisogna maturare per non sentire, per non vedere, e quanto bruci l’anima il mestiere del legare corpi…
    Ci vuole meno tempo, è più semplice legare che assistere, legare e lasciare lì. Come racconta la storia di Mastrogiovanni. Come è storia di tante persone istituzionalizzate, persone con disabilità, minori anche, vecchi, persone detenute, tutti chiusi dentro luoghi che a tratti denunce svelano aver riprodotto l’atmosfera del manicomio. E allora ce ne scandalizziamo.
    Tempo, dunque. Perché se c’è il tempo azzerato ed eterno, buio e pauroso, di chi subisce la contenzione, c’è il tempo che richiede invece la cura, l’ascolto, il confronto. E c’è un luogo, nel quale Esposito ci porta, che compare a un tratto come lo scenario di una favola. Ma favola non è, perché non contenere è possibile, come nello SPDC di Ravenna. Dove da anni non si contiene, e dove lavora un’equipe che va tutta nella stessa direzione. Dove gli ambienti sono luminosi e aperti, dove c’è un giardino dove respirare aria aperta, dove le persone non vengono giudicate ma accolte… dove la cura è personalizzata e nasce dall’ascolto, dove tutto è relazione e tutto parla del tempo che c’è voluto per arrivare a questo, dell’impegno, del dolore da condividere anche, quando ogni volta è una scelta. Dove si dimostra che il non contenere, questo sì, è terapeutico. Qui nascono le altre due parole che ho appuntato.
    Carezza, che sa d’abbraccio, “che rende sopportabile le ferite”. E pianto. Ho quasi pianto anch’io leggendo del pianto degli operatori il giorno che, in un percorso particolarmente complesso, si sono resi conto che anche loro stavano legando… “Ma oggi sappiamo che il male era nel rendere quella persona un Cristo in croce”.

    Ci legavano come Cristo in croce”. Sono parole di Antonia Bernardini, la cui vicenda è stata ricostruita qualche anno fa da Antonio Esposito insieme a Stefano dell’Aquila in “Storia di Antonia, viaggio al termine del manicomio”, e ancora qui viene ricordata. Viaggio in un incubo, se da un piccolo diverbio davanti ad una biglietteria, per Antonia, dopo una denuncia per oltraggio a pubblico ufficiale, in un precipitare che si fa fatica a credere, si aprono le porte del carcere e poi del manicomio, e poi del manicomio criminale di Pozzuoli, dove, dopo violenze e torture, Antonia muore carbonizzata nel letto dove era contenuta. Storia degli anni Settanta. Oggi ad Antonia, è stata dedicata una piazza a Napoli. Per non dimenticare. Tanto se ne parlò allora, e anche se le condanne inflitte al direttore del manicomio, al suo vice, a una suora e a tre vigilatrici che lì lavoravano, verranno ribaltate in Appello e il ricorso in Cassazione considerato inammissibile, l’indignazione che la vicenda sollevò portò alla chiusura del manicomio criminale.

    Ecco, aggiungo un’altra parola al mio piccolo elenco. Indifferenza.
    L’atroce morte di Antonia sollevò allora un grande dibattito nazionale, politico ed etico. A fronte dell’indifferenza sostanziale di oggi… Certo. Degli episodi più gravi un po’ se ne è parlato, ci si è anche scandalizzati, un po’, ma poi? Le amare parole di Samuele Ciambriello, garante delle persone private della libertà della Campania: “Quante prigioni ci sono, ma la prigione più grande, purtroppo, per ognuno di noi, è l’indifferenza. L’indifferenza è un proiettile silenzioso che uccide lentamente”.

    Chiudo con le parole di Antonio Esposito: “Se però cerchiamo l’origine del potere di intervento sul corpo del folle attribuito ai medici psichiatrici, dobbiamo tornare a quel mandato affidato, a fine Settecento, alla psichiatria alienista chiedendoci al contempo, a fronte anche del permanere di un fascino sempre meno indiscreto del manicomio, e soprattutto di forme sempre più evidenti di internamento, quanto di quello stesso mandato sia ancora tacitamente conservato”.

    Guardandoci intorno, guardandoci dentro… pensando all’amica trovata legata a un letto d’ospedale. Ci siamo riviste, dopo, ancora scambiamo parole e pensieri, ma mai, proprio mai s’è accennato a quei suoi tremendi giorni. Che so rimangono impronunciabile ferita dentro di lei.

    scritto per il numero di dicembre di Voci di dentro ..”Il cielo sopra Gaza”

    Gabbiani…

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    Cara Francesca, grazie per il bellissimo libro “IL gabbiano Jonathan”, ti confido che se non fosse che sono iscritto all’anagrafe come essere umano potrei pensare di essere il fratello gemello di Jonathan, uguali in tutto e per tutto, tanto che mi ha portato a immedesimarmi, credevo addirittura di essere parte di quella famiglia di gabbiani , anche se non sono riuscito a sollevarmi in volo. In una cosa non potremmo mai essere uguali, lui è asceso al paradiso dei gabbiani, io credo che scenderò all’inferno di quei bastardi chiamati uomini….

    Ritrovando parole… dall’infinito carteggio con Mario, Mario Trudu… “l’eterno ergastolano”…

    Un incontro

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    Lui è un ragazzone alto. Alto alto e nero nero. Seduto un po’ traverso sul sedile dell’autobus difronte a me… Africa profonda, penso… Ha in mano un panino e una bottiglia … e dà morsi voraci a quel pezzo di pane farcito di salame… l’odore è forte, pungente… Mi guarda e: “tu sei una brava persona”. Sono spiazzata. Riesco solo a sorridere un grazie, e poi “e perché?”. Lui ripete” sei una brava persona”.
    Poi realizzo che forse è perché ho uno scialle avvolto intorno al capo (l’avevo messo per via di uno spiffero di freddo), e poi indosso una gonna ben composta, lunga lunga, che appena si intuisce un tratto di caviglia, ma le calze sono ben nere…
    E infatti: “Sei musulmana?” mi chiede?”
    “No, e tu?”
    “Sì”.
    “E allora perché mangi il panino col salame?” dico sfrontata.
    “Perché ho fame”.
    Riesco appena a mormorare: “fai bene a mangiarlo, se hai fame”… affondando nella vergogna
    Pensando a quanta lacerazione dell’anima ad ogni morso… a quanto amaro ogni boccone… ed è per sopportarlo, capisco, che affoga quello strazio in lunghe sorsate di birra.
    Già. E che ne sappiamo noi? Di quanto amaro… Mi viene in mente quel che disse un giorno a Daniela un ragazzo della Mauritania. “Sai cosa vuol dire stare tre giorni in mare, avere sete e bere l’acqua salata?”.
    “No- gli ha risposto Daniela- non lo so”
    E quante cose non so neanch’io… Non faccio in tempo a chiedermelo che arriva la mia fermata… devo scendere… saluto … appena un ciao… e ancora mi sorprende, il ragazzo musulmano… che … “buon Natale”…


    Appuntamento in piazza

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    In piazza per dire NO al più grande attacco alla libertà di protesta della storia repubblicana.
    No al Decreto “sicurezza”. Appuntamento sabato 14 in piazzale del Verano, alle ore 14. Manifestazione nazionale…

    Mamas e fillas

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    E’ sempre con gran piacere che scorro le opere di Pietro Basoccu. Medico pediatra, fotografo, nato in terra d’Ogliastra, sempre ci regala straordinari racconti d’immagini. Immagini che, attraverso volti della sua terra, compongono racconti di vite, di pensieri, di gesti ogni volta restituiti alla bellezza, ogni volta di universale verità.

    E adesso mi arriva la sorpresa di quest’ultimo lavoro, Mamas e fillas. Che sono ritratti di mamme e di figlie … accompagnate da tessiture di versi, di Anna Cristina Serra. Ritratti, rigorosamente, come sempre, in bianco e nero…

    E sono soprattutto avventura di sguardi. Se lo sguardo sempre svela chi si ha di fronte… luogo dove scivolano i ricordi… e per quanto lontani, li vedi tutti, quei ricordi, che si fanno strada, fra passato e proiezioni di futuro… passando per l’istante del presente che Pietro Basoccu cattura. Rinnovando qui, fra mamme e figlie, un patto antico.

    Scorrendo questi volti di donne, ho pensato, forse anche suggerita dal ritmo dei versi che li accompagnano, a una danza… e mi viene in mente “la danza delle grandi madri”… ricordate? … le donne che corrono coi lupi di Clarissa Pinkola Estés entrate nell’età matura, pronte a dar prova della loro ricchezza spirituale…

    E mannaggia che nella confusione della mia libreria non trovo il libro! Avrei voluto regalarvene brani, immagini dettagliate… ma ben ho in mente l’immagine di un matrimonio, dove, tradizione di non ricordo quali genti, la scena viene occupata proprio dalle madri e dalla pienezza di una loro danza, con la quale quasi rapiscono e “testano” lo sposo, la sua energia, le sue capacità, prima di consegnarlo alla sposa… Che è ancora dono di vita, che la figlia accoglie… E quanto sono grandi le madri… Solo un episodio di una danza che dura tutta la vita… anche quando è danza intorno alla morte… 

    E non posso che pensarlo con il cuore che si stringe (scusate ma da più di tre lustri non mi nutro di animali…) guardando la foto dell’anziana donna e della figlia ai lati del tavolo del sacrificio di un capretto… Ca movit sèmpiri in tundu /sa retza  de custu mundu…   Inizia a girare sempre in tondo /il labirinto di questo questo mondo /metà per ciascuna / si condivide il viaggio./ L’agnello trattiene/numeri e vento /nella brezza del crepuscolo… il canto di Anna Cristina Serra…

    Ancora una breve riflessione sugli sguardi che le foto di Basoccu sempre ci fanno incontrare, che sono ricchezza che stiamo perdendo. Eh sì! ci avete fatto caso? Come sono sfuggenti e lontani e sguscianti gli sguardi, nella vita tutt’intorno, spesso rubati dall’altrove di marchingegni elettronici…  Allora fermiamoci su questi sguardi altri che ancora Pietro Basoccu ci regala, che sono offerta di sé, ma anche invito a offrirsi … e accogliamolo questo invito, prima di perdere del tutto quella ricchezza

    Mamas e fillas” foto di Pietro Basoccu, poesie di Anna Cristina Serra. Soter editrice

    Aspettando gli Avi

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    Anna Rita Persechino, ideatrice e autrice di “Aspettando gli avi”, un viaggio attraverso leggende, miti e poesie della tradizione aurunca che da anni si rinnova nella notte di Ognissanti nella sua terra, ci manda il racconto dell’edizione “straordinaria” di quest’anno. Ascoltate…

    Quest’anno Aspettando gli Avi è approdato nel Plesso della Scuola Primaria di Castellone.
    Protagonisti i bambini di tutta la Scuola di Castellone,.

    Ed è stata subito “magia”, con l’ingresso dei bambini a disegnare una spirale, accompagnati dal sottofondo di musiche che hanno richiamato le vecchie colonne sonore dei grandi film per bambini. Particolarmente suggestivo il gioco di luci delle lanterne colorate nelle loro mani, accompagnati da voli di farfalle e falene…
    A dare ancora luce al tutto, i doni che alcuni hanno portato: frutti autunnali fra ghirlande e cesti colorati…
    E poi i racconti, le leggende e le poesie, che hanno richiamato la nostra tradizione aurunca.
    Forte come un grido è risuonato l’invito alla Pace, a difendere i popoli martoriati insieme alle loro terre. Un messaggio pieno di Luce e di Pace per condurci fuori dal buio di questi tempi.
    La narrazione tutta attraversata dalla figura di Enea, straniero, eroe migrante e naufrago approdato nelle nostre terre.

    E come non commuoversi all’esclamazione di un bambino che, ascoltata la storia di Enea, del suo approdare sulle nostre terre a fondare città… “Ma noi oggi li rimandiamo sulle navi, gli stranieri… non potranno più fondare città!”

    Parole di verità che molto hanno da insegnare a noi adulti…

    Una giornata che non sarà dimenticata, e grazie a tutti gli alunni, le docenti tutte e il Dirigente scolastico Adriana Roma che tutto questo hanno permesso con la loro davvero sentita collaborazione”.

    Malarazza

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    E l’ho dovuta leggere due volte, questa raccolta di racconti di Emilio Nigro, “Malarazza”. La prima volta per la curiosità vorace di scoprire le storie, di annusare sentori, di sfogliare panorami e indovinarne il tempo. La seconda, ché, come potevo immaginare, è un libro da centellinare, dove ogni parola è un macigno. Come potevo immaginare dopo essere stata catturata dai suoi versi, anche qui Emilio ci regala parole di verità, d’accusa, sferzanti…
    Per parlarci di malarazza, che sono “carne cattiva, non di razza, lo scarto. Storie di identità segnate”.
    Segnate, come è la storia dell’amicizia di Gaetano, calzoni corti, scarpe bucate, camicetta ristretta, con il figlio dei “signori”, o la storia di Alcerti, e la sua famiglia/prigione alla quale infine sfugge solo con gesto definitivo, che è anche il destino di Cataldo, il figlio del sagrestano… sullo sfondo di panorami arsi dove “la speranza è cibo molesto. Ci si nutre senza saziarsene mai”…. e ci sono prigioni del cuore in cui si resta incastrati “come una catena, dall’amore che non muore”…


    Mi fermo qui, che non vuole essere questa una recensione… ma solo restituire emozioni… e il piacere profondo di una lettura e di una scrittura che non fa sconti e scava nelle radici della terra, nelle radici dell’anima…
    Per condividere anche un pensiero, che ritorna alle poesie di Emilio Nigro. A quell’uomo, ho pensato leggendo, dell’ “Edipo in fuga”. Che è uomo ovunque straniero, sì, ma mai straniero a se stesso…
    E soprattutto in questo ho trovato la bellezza di “Malarazza”. Ed è bellezza sotterranea… rubo le parole a Emilio, che di bellezza nascosta parla in una sua riflessione a proposito di Napoli, che mi sembra ben si addica anche a questi suoi racconti. “Una bellezza che non sia inganno… una bellezza sotterranea per lo svelarsi dell’invisibile in segni fuori, nell’aria che verseggia. Sì, forse sì, bisogna sapere cogliere…”
    Basta mettersi in ascolto, dice Emilio Nigro a proposito della bellezza di Napoli. Sentire cosa non ha voce. E ci riesce benissimo anche con questa sua gente di malarazza… come solo i poeti sanno fare. Leggendo, rimane la sensazione che neanche per un istante, neanche in questi racconti, Nigro dimentica di essere poeta… perché il tremore che qui regala, è lo stesso che arriva dalle sue poesie.

    Ed è bella sorpresa, per me che amo le fiabe e da sempre ne leggo, scoprire che l’ultimo racconto ha proprio il tono della fiaba. E’ fiaba, con quel paese di case tinte tutte di giallo, e una sola nera nera, con tanto di mangiafuoco e burattini, burattini in carne e ossa, e l’eroe buono e l’eroe cattivo, e l’eroe buono che diventa infine cattivo, e poi e poi… una fiaba che non poteva che avere personaggi che “si muovevano come fossero mossi da fili anche quando i fili più non li trattengono”… dove la tristezza e il dramma si consumano… mentre “attorno, continuava la vita di sempre, ignara, malandrina, di sotterfugio”. Che è quello che tanto spesso ci accade intorno, e i burattini, fingendo di non saperlo, siamo noi…

    “Malarazza”, Emilio Nigro. Qed Kòsmos/racconti