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    appuntamento a Napoli

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    Appuntamento a Napoli, nella sede dell’Archivio centrale per la X edizione di Ricomincio dai libri.
    Ci saremo, io e il Gatto, il 27 con Storie randagie, il graffio del Gatto per restare umani e Chi ce lo fa fare, non possiamo fingere di non sapere, l’ultimo Bianciardino di Strade Bianche di Stampa Alternativa…
    La mostra dei libri sarà nell’atrio principale e nel pomeriggio alle 16,30 una tavola rotonda con altri autori, nello Spazio Boccaccio …

    e allora … Jamme, jamme, ‘ncoppa jamme jà…

    Aiutate il nostro Afghanistan

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    Ricordate la storia di Walimohammad Atai, Wali, (come lo chiamano gli amici italiani, “perché il nome intero sembra troppo difficile da pronunciare”) .. ne abbiamo parlato https://www.remocontro.it/2018/04/08/wali-e-lafghanistan-talebano-dove-ora-volano-i-bambini-bomba/, Wali che poi ha scritto anche un bel libro sulla sua storia, e sulla storia del suo paese, “Ho rifiutato il paradiso per non uccidere” https://www.remocontro.it/2018/12/30/wali-mancato-bambino-bomba-speranza-di-futuro-afghano/
    Wali continua il suo impegno in Italia. E ci manda oggi un’intervista a Khalid Ahmed Zekriya, Ambasciatore straordinario e plenipotenziario dell’Afghanistan in Italia. In Afghanistan, ricordiamo, col ritorno al potere dei Talebani, il governo è retto da un Emirato islamico, ma l’Italia, come la quasi totalità del mondo, riconosce la Repubblica islamica dell’Afghanistan di cui Khalid Ahmed Zekriya è ambasciatore.

    Tra eventi terribili, oscurantismo e la drammatica situazione dell’Afghanistan, Khalid Ahmed Zekriya, Ambasciatore straordinario e plenipotenziario dell’Afghanistan in Italia, non si arrende e continua il suo duro lavoro giorno e notte per salvare la storia e cultura afgana e servire lealmente il suo amato paese. Khaled A. Zekriya ha assunto l’incarico in Italia il 6 gennaio 2021. Rappresenta inoltre l’Afghanistan presso le Agenzie con sede a Roma (FAO, PAM, IFAD e IDLO) e sovrintende alle relazioni bilaterali con le Repubbliche di Bosnia ed Erzegovina, Kosovo, Malta e San Marino, presso le quali l’Ambasciata dell’Afghanistan a Roma è accreditata su base non residenziale.
    Khaled A. Zekriya, personalità di profonda fede, pace, mitezza, umanità e misericordia, nonostante i tumulti politici e sociali che hanno trasformato l’Afghanistan in questi anni in un inferno sul nostro pianeta, è fiducioso di quanto si potrà fare per il suo paese, ed è sempre al fianco degli attivisti, scrittori, giornalisti, professori e tutte le altre figure sia in Afghanistan che all’estero impegnati nel cambiamento e nello sviluppo socio-economico della sua tormentata terra. Khaled A. Zekriya ha sempre sostenuto e sostiene le donne afgane. Lo abbiamo incontrato.

    Ambasciatore, l’Italia è tra i Paesi che riconoscono il vostro governo: cosa pensa che il governo italiano potrebbe fare di più per far tornare l’Afghanistan un Paese democratico?
    Innanzitutto, voglio ricordare che l’Italia è stata la prima nazione occidentale a riconoscere l’indipendenza dell’Afghanistan nel 1919. L’Italia ha anche ospitato nel tempo i due Re in esilio dall’Afghanistan. E voglio anche ricordare i sacrifici dell’Italia sia in termini di sangue che di impegno economico: 54 militari italiani hanno perso la vita nella lotta al terrorismo e nella protezione della democrazia durante la Repubblica. I loro nomi sono scritti in maniera indelebile nella storia contemporanea dell’Afghanistan.
    In questo momento particolarmente critico, l’Italia deve continuare a sostenere l’Ambasciata e la Missione della Repubblica Islamica dell’Afghanistan a Roma, accreditata con procedure legittime, perché possiamo continuare a fornire servizi diplomatici e consolari che sono vitali per la diaspora afghana. E nello stesso tempo permettendoci di far leva sull’impegno bilaterale e multilaterale per difendere i diritti di tutti gli afghani, in particolare delle donne, delle ragazze e delle minoranze. L’Ambasciata e Missione della Repubblica Islamica dell’Afghanistan a Roma è l’incarnazione dello Stato della Repubblica diplomaticamente riconosciuto che può dare eco e sostegno alle voci delle ragazze, delle donne e delle minoranze in Afghanistan. Ma anche fornire modi e mezzi per stabilire un governo inclusivo e democratico in Afghanistan.

    Quali sono le principali attività dell’Ambasciata afghana in Italia?
    L’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’Afghanistan a Roma fornisce, a livello bilaterale, servizi diplomatici e consolari ai 40.000 afghani della diaspora presenti in Italia, nonché visti e altri documenti pertinenti a italiani e altri stranieri. Inoltre, l’Ambasciata e la missione perseguono la diplomazia dei diritti umani, la diplomazia della pace e la diplomazia culturale/pubblica. Sul fronte multilaterale, l’Ambasciata rappresenta l’Afghanistan presso la FAO, il PAM, l’IDLO e l’IFAD, dove si assicura che l’assistenza e la protezione vengano fornite direttamente alle popolazioni afghane svantaggiate.

    Quali sono le principali emergenze in Afghanistan, in cosa è urgente impegnarsi?
    La prima cosa da affrontare è la fame. In Afghanistan il 97% della popolazione soffre la fame e il tasso di mortalità infantile è in aumento.
    Dobbiamo poi sostenere il diritto delle ragazze e delle donne di frequentare la scuola secondaria e l’università, come era un tempo. Dobbiamo sostenere anche il diritto delle donne a cercare lavoro.
    Sono, ancora, da riabilitare i servizi statali per il nostro popolo. E dobbiamo affrontare il fatto che l’Afghanistan sotto i Talebani è diventato un rifugio sicuro per 24 organizzazioni terroristiche e che in qualsiasi momento è imminente un attacco ai Paesi regionali e occidentali.

    In questo momento, il Governo della Repubblica islamica dell’Afghanistan che lei rappresenta da quanti Paesi è riconosciuto?

    Lo Stato della Repubblica islamica dell’Afghanistan è riconosciuto dalla maggior parte dei Paesi. Non è riconosciuto dalla Cina, il cui ambasciatore ha presentato le proprie credenziali all’amministrazione talebana nel settembre dello scorso anno. Attualmente sono 17 le missioni che operano a Kabul. Ad eccezione della Cina, nessuna delle altre rappresentanze statali a Kabul ha riconosciuto diplomaticamente i Talebani.

    Ma dopo 20 anni di presenza della coalizione internazionale, secondo lei quali sono le cause principali che hanno favorito il ritorno al potere dei Talebani? Gli afghani si aspettavano il loro ritorno?
    Posso elencare intanto alcuni fattori esterni che hanno favorito il ritorno Talebani. Intanto la discontinuità nella politica estera degli Stati Uniti e la loro ingerenza negli affari interni dell’Afghanistan. Quindi il mantenimento della dipendenza dell’Afghanistan dal supporto aereo, dalla manutenzione, dalla logistica e dai trasporti degli Stati Uniti e della NATO.
    Ma anche l’avvio molto tardivo della costruzione dello Stato, soprattutto per quanto riguarda la riabilitazione e la creazione di un sistema giudiziario e di polizia nella parte meridionale dell’Afghanistan.
    Altra causa non secondaria, la firma dell’Accordo di Doha, il trattato di pace fra la fazione Afghana dei Talebani e gli Stati Uniti che ha messo da parte il legittimo Governo Afghano. Sostenendo invece i leader corrotti.

    Ma ci sono anche fattori interni che hanno avuto e hanno un grande peso.
    L’uso di una politica etnocentrica e indocentrica da parte dei leader per dividere gli afghani e mantenere il proprio potere.
    La perdita dell’orgoglio nazionale da parte di quei leader, che infine non hanno dimostrato di poter essere partner affidabile per gli Stati Uniti e la NATO, in alternativa al Pakistan.
    Un grave problema interno è poi l’alto livello di corruzione, per non parlare della piaga dei brogli elettorali.
    Altro problema, la tendenza a essere pakofobici e indocentrici in politica estera.

    La popolazione e la maggior parte dei leader afghani ritenevano che l’America e i suoi alleati non avrebbero mai lasciato l’Afghanistan. Si trattava di un calcolo sbagliato. Pertanto, non si aspettavano il ritorno dei Talebani. Tuttavia, già dal 2009 si poteva capire che i Talebani sarebbero tornati al potere a causa di questi fattori, sia esterni che interni. E qualcuno, pochi, l’aveva capito.

    C’è un messaggio che volete mandare al popolo italiano? Un messaggio speciale…
    Esercitate pressioni sul vostro governo locale e centrale affinché l’apartheid di genere contro le fasce femminili della popolazione afghana diventi parte del diritto internazionale. Il sostegno ai diritti delle ragazze e delle donne in Afghanistan dovrebbe essere la pietra miliare della politica estera italiana. Bisogna sostenere le audaci donne afgane che continuano a lottare per l’uguaglianza, dignità, libertà e la loro sopravvivenza pur vivendo rinchiuse tra le quattro mura di casa, dopo essere state private dai talebani di tutti i fondamentali diritti. Anche loro, nel totale silenzio del mondo, continuano a lottare per un Afghanistan libero e più umano. qui metterei la parte che ho sottolineato in rosso all’inizio.
    Assicuratevi che l’Ambasciata e la Missione della Repubblica Islamica dell’Afghanistan rimangano aperte e continuino a fornire servizi a 40.000 diaspore in Italia. E’ di fondamentale importanza, considerando le recenti dichiarazioni dei Talebani di dichiarare nulli gli affari consolari.
    Che l’Italia continui il suo impegno in Afghanistan ma non ceda alle richieste illegittime dei Talebani.
    Che il governo italiano sia consapevole dell’imminente minaccia dell’ideologia radicale transnazionale dei Talebani e dell’espansionismo attraverso l’uso del terrorismo per i Paesi della regione e per il mondo intero”.

    Intervista di Walimohammad Atai

    Morire di pena

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    E a proposito di Morire di pena, Vittorio da Rios ci manda questa riflessione che volentieri pubblichiamo…

    “Grazie a Francesca, Sandra, e gli altri autori e autrici di questo libro, che vedrò presto di leggere.

    Sempre quando il pensiero cade sul sistema attuale giudiziario e carcerario, mi sovviene alla memoria mia madre, non solo in quanto donna e madre, ma per quanto ha saputo trasmettermi lei, terza elementare avendo dovuto abbandonare le scuole durante la tragedia della Prima guerra mondiale, in fatto di diritto e di cosa si intende realmente per reato. La sua era l’espressione più alta della grande civiltà contadina.

    Se ci fosse sempre, mi rammentava, un reale Stato di diritto dovrebbe processare Post Mortem i criminali che mandarono al macello quasi 700,000 contadini e altrettanti ne rimasero vittima di irreversibili ferite al fisico e allo spirito. E ne elencava i nomi Il Re Vittorio Emanuele terzo un inietto. i generali tra i primi Cadorna un Macellaio criminale. Primi ministri, ministri, sistema bancario e industriale, molti intellettuali,ecc. Era rimasta orfana a 6 anni di mamma per effetto dello sfollamento dopo la catastrofe di Caporetto. Si ha una reale statistica di quante donne sono morte in quel periodo da violenze, di stenti e setticemia? Mia madre aveva intuito quale fosse il vero reato autentico criminale che ha condizionato e condiziona la vita di milioni di creature umane: Il reato Istituzionale. Mi diceva fin oltre la soglia dei ottant’anni che se fosse applicata la Costituzione in modo particolare l’articolo 3 non servirebbero eserciti di avvocati, educatori, e educatrici ,guardie carcerarie, tribunali, giudici., e soprattutto le “gabbie” come lei chiamava le carceri.

    E ora? Qualche settimana fa chiesi a un caro amico docente di filosofia e sociologia del diritto in una prestigiosa università, se alla fine della lezione, più o meno un’ora, informava i ragazzi che lo hanno ascoltato, che mentre lui discorreva dei maestri del diritto, erano morti per fame 300 bambini uno ogni 12 secondi, 7200 in 24 ore. Ma non basta: 900 milioni di esseri umani sono ridotti alla fame. oltre 3 miliardi di creature vivono con meno di due Euro al giorno, e il sistema ne assassina per fame 27-30 milioni ogni santissimo anno. Ma non basta ancora: 2 miliardi di donne bambini uomini vivono in baraccopoli. Vi sono oltre 100 milioni di sfollati da guerre e massacri; sono circa 40 i conflitti nel mondo con decine di milioni di morti: come con passione etica civile sempre denuncia Alex Zanotelli. Ma non basta ancora: a creare questa catastrofe sociale-umanitaria è il fatto che il 10-12% della popolazione del Pianeta, a maggioranza “tribù bianca” consuma e si pappa il 90% della ricchezza prodotta, che crea quello che un grande giurista Luigi Ferrajoli per primo ha definito I CRIMINI DI SISTEMA!

    Se non si investe in cultura autentica e formativa che vada a destrutturare radicalmente le cause per cui un essere umano varca la soglia di un carcere gli scenari attuali scandalosi ed inumani che oggi esprime, il sistema giudiziario-carcerario italiano sarà sempre più invivibile e degradato. Eppure abbiamo avuto grandi maestri, ne cito una forse il maggiore da quando si è andati a costruire la civiltà del diritto. Gaetano Filangieri autore della “Scienza della legislazione“. Il primo libro lo dedica alla formazione degli individui, alla loro cultura, al rispetto delle regole per una civiltà superiore oltre le barbarie fin qui perpetrate. Morì a 35 anni Filangieri e visse nel 1700. Il lavoro oggi è enorme con scenari drammaticamente inediti e il rafforzamento dei CRIMINI DI SISTEMA ISTITUZIONALIZZATI. Che determinano intollerabili sperequazioni sociali e riempiono le “GABBIE” di poveracci e i figli dei poveracci, che provengono dalle contrade italiane, e da Continenti che noi stessi abbiamo fino ad oggi rapinato derubato, violentato,impestato della nostra tecnologia.

    Vittorio da Rios

    Morire di pena

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    Appena ricevuto, fresco di stampa… “Morire di pena, per l’abolizione di ergastolo e 41 bis”, a cura del gruppo di ricerca della piattaforma abolizionista Morire di pena. Un contributo al dibattito per l’eliminazione di ergastolo e 41bis… , fiera del sia pur piccolo contributo che ho dato…
    ne parleremo, fra l’altro, a Pitigliano… al festival di letteratura Resistente ( 3-8 settembre) e ancora una volta grazie a Strade Bianche di Stampalternativa che ci ha accolto…

    Al Blues Festival di Accadia…

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    Con il premio dedicato a Matteo Salvatore e il concerto degli Almamegretta, si chiude oggi il Blues Festival di Accadia…
    Il racconto di Daniela Morandini…. ascoltate

    “Accadia. Per arrivare qui, in Puglia, tra i monti della Daunia, bisogna prendere l’autobus che da Napoli porta a Foggia, quello di tanti lavoratori africani. Qui, sulle porte di casa, svolazzano le tende sfilate nel pizzo per non fare entrare le mosche. Per strada si aggiungono le sedie per continuare a parlare. I vicoli portano al rione Fossi, la città distrutta dal terremoto del 1930. Case di pietra dove dormivano in troppi. Ora questo borgo rientra nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e accoglie uno dei Festival più singolari di questa estate.

    Nel rione antico mi accompagnano i direttori dell’Accadia Blues Festival, Rocco Pasquariello e Costantina Rampino, da sempre compagni di vita e di lavoro. Sono nati qui e sono due leggende della musica dietro le quinte. La ricerca della loro Marocco Music fa incontrare culture diverse: da Ignazio Buttitta a Billy Cobham, da Lina Sastri a Chick Corea, da Gabin Dabiré a Bill Evans. Pasquariello e Rampino sono tornati da poco dalla festa che hanno organizzato a Napoli per gli ottant’anni di Peppe Barra. Ne è uscito un disco: “Un’età certa”, dove Barra canta anche Pino Daniele, un’dea nata poco dopo la scomparsa del cantautore: “ cammina cammina vicino ‘o puorto e rirenno pensa a’ morte”. Barra interpreta persino Gaber, lo smonta, lo rimonta, lo traduce: “M’aggia fa’ ppe forza nu shampo”. E le culture si incontrano ancora. Così come quando gli studenti dell’Accademia di Belle Arti Foggia lavorano nella città fantasma. Anche le loro opere fanno parte del festival Blues: paesi rinati nell’intaglio di un tronco, fili di Arianna alle finestre, tesi verso la fuga; figure di creta appese a quel che resta della furia del terremoto.

    Sulla facciata di una casa sventrata, un murale con Matteo Salvatore: ”La luna aggira il mondo e voi dormite”.
    Affabulatore senza sosta, Pasquariello ricorda una discussione con Tullio de Piscopo, gli torna in mente l’incisione di brani che James Senese non volle mai pubblicare. Pino che non c’è più. Così come se ne è andata Miriam. A Costantina Rampino, rigorosa in ogni dettaglio, vengono gli occhi lucidi: era lì, a Castel Volturno il 9 novembre del 2008, quando la Makeba morì dopo un concerto contro la camorra che aveva ucciso sei africani. Sono frammenti di storia della musica che andrebbero ricomposti e scritti. Ma Pasquariello è restio: forse non tutto si può raccontare.
    In piazza vanno in scena i concerti: Banduardi canta i versi di Esenin con le sue ”Confessioni di un malandrino”. Ana Popovic, voce e chitarra di origine serba, esplode potente con un blues che mescola rock, jazz e soul. Bombino, chitarrista tuareg che viene dal Niger, fonde blues, rock e suoni del deserto.
    Gli Almamegretta, ribadiscono che in napoletano “Senghe”, il titolo di un loro LP, vuol dire fessure e che le crepe sono la possibilità di parlarsi.
    Al museo Civico c’é “Eduardo artefice magico”, la mostra delle foto di scena che ho scattato nella stagione 1979-80 e che ho digitalizzato quando il Covid ha imposto di chiudere i teatri. Due antiche statue di pietra, forse san Pietro e san Paolo, sembra che mi controllino per evitare autocompiacimenti. Tre immaginette della Madonna sporche di polvere sorvegliano l’ingresso. Forse è la Madonna d’ ‘e rrose di Filumena Marturano. Le fotografie si susseguono come in una pellicola in bianco e nero fino ad un verso composto con materiale di recupero: Io vulesse truvà pace, una poesia di Eduardo scritta nel ’48, che ancora oggi non trova risposta. A fianco, rami di ulivo e due sagome di Sik Sik, il prestigiatore troppo secco che diventerà la chiave degli altri protagonisti del drammaturgo partenopeo: Luca Cupiello, Gennaro Jovine, Pasquale Lojacono.

    Inaspettata, Rosalba Santoro, l’angelo della “Cantata dei pastori”, abbraccia una chitarra e suona “La ‘nferta”, la carità, una supplica che fu di Concetta Barra. La sua voce è dura, sa di terra e di fatica. Riporta alle visioni delle janare, streghe, incantatrici, donne che girano di notte e fanno paura a principi e re.
    Immagini e suoni si mescolano e il blues incontra la pucundria, quello stato d’animo partenopeo che non si può tradurre in italiano.
    Malinconia, riscatto e qualcosa che continua ad essere suonano insieme.


    Daniela Morandini

    Nella foto Rosalba Santoro

    Il buio e altri colori

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    Appena finito di leggere “Il buio e altri colori”.

    l buio è quello che piomba intorno a Michele, che a 46 anni perde la vista. Gli altri colori sono tutte le sfumature del mondo che Michele riesce a percepire attraverso l’udito, il tatto, l’olfatto, la memoria, anche, del tempo passato, ma soprattutto col suo sensibilissimo sentire…
    E l’ho letto, giuro, tutto d’un fiato, questo romanzo di Alessandro Forlani, che è giornalista, affabilissimo collega dei tempi della radio. Come il protagonista del suo romanzo, che non è Alessandro, ma è Alessandro. Perché solo chi conosce l’esperienza del buio, può restituirla in maniera così mirabile e stordente, per chi non riesce a immaginare…

    Mi perdonerà Alessandro se non riesco a separare l’immagine del protagonista del suo romanzo, Michele, da quella del collega che incontravo sul trenino che porta a Saxa Rubra, nei viali del Centro Rai, nei corridoi della palazzina della radio. Con sempre al fianco il suo bellissimo attentissimo cane. “Asia, allez, au pied!” che i comandi da cane guida li ha imparati in francese…

    Michele si muove, a Roma, fra il Centro Rai e il quartiere Prati, dove pure io un tempo ho abitato. E la prima cosa che mi ha colpito e stupefatta è quanti dettagli di percorsi, che pure ho tante volte visto ma senza vedere, Michele riesce a vedere, descrivere e restituirci.
    E cosa pensi… Pensi a quanto poco, pur vedendo, percepiamo di tutto quello che ci scorre veloce davanti agli occhi, ed è sempre distrazione. Mentre Michele insegna a mettersi in ascolto, che il mondo intorno a noi è talmente affollato di dettagli che, nel bene e nel male, vale sempre la pena di non perdere. Dettagli che riempiono la vita di tutte le sfumature della luce e del buio.

    Gli episodi sono tanti, attraversano quattro stagioni di un anno nel tempo della pandemia, che tutto ha complicato per ognuno di noi, immaginate per chi non vede. Storie d’inverno, di primavera, d’estate, d’autunno… I quattro tempi di una sinfonia fatta di serenità e rabbie, frustrazioni e gioie, meschinità e cattiverie (degli altri), indifferenze e tenerezze. “Sabbie mobili” e “notti magiche”, “ombre del passato” e “cuore di tenebra”, “un thé al ciclamino” e strade e strade e strade… che cammina tanto Michele.

    Gli episodi sono infiniti, irriassumibili. Raccontati spesso anche con molta ironia, che è dote di non poco conto, soprattutto se devi difenderti, oltre che dalle meschinità (cosa che non viene risparmiata a nessuno), anche dallo sguardo pietistico degli altri. E ci sono tre odori, tre sentori… che attraversano tutto il racconto e tirano le fila di una possibile trama: di sigaro, di ciclamino, di gel. Traccia di tre presenze misteriose che sembrano inseguire il protagonista. Alla fine, si sveleranno… ma la tensione del racconto non è lì. Forse anche, certo. Ma quello che fa andare avanti pagina dopo pagina, è lo svelamento di come si può non rinunciare alla propria autonomia. Come si può nonostante tutto non rinunciare al mondo. Tra pagine chiare e pagine scure… che …“Asia , allez!”

    Alessandro Forlani, “IL buio e altri colori”, ed Manni

    Stupori

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    E chissà quali pensieri ha attraversato la mente di Papa Francesco mentre il cardinale Matteo Zuppi si è chinato su di lui per sussurrargli la storia di Marco Cavallo.
    Che era lì ad aspettarlo proprio all’ingresso del Convention center, dove il Papa è arrivato a chiudere a Trieste la 50ª Settimana sociale dei cattolici in Italia.
    Ha lo sguardo un po’ stupefatto Papa Francesco… E stupefatto, in fondo in fondo anche il Cavallo. Che pure tante ne ha viste e passate…
    Avevamo pur pensato, sperato, di portarlo un giorno in piazza san Pietro, fin sotto la finestra delle benedizioni… Ce lo aveva chiesto proprio lui, Marco Cavallo, ma ha fatto prima Papa Francesco, ed eccolo qui, nella Trieste dove il Cavallo azzurro è nato.
    Ha l’aria un po’ stupita Papa Francesco, e sarà sembrato anche a lui un personaggio da fiaba, quell’enorme giocattolo di legno e cartapesta, nato ormai mezzo secolo fa, nel laboratorio dei “matti” di Trieste così magistralmente guidato da Giuliano Scabia… la sua pancia ancora piena di tutti i desideri che gli erano stati affidati. L’avrà affascinato, immaginiamo, col suo carico di significati, il colore del suo manto, che è il colore più profondo, che dona gravità solenne a chi se ne riveste, che è anche il colore dell’uccello della felicità, per qualcuno il colore della verità…
    Stupito anche il nostro Cavallo di tanto incontro, ci ha poi confidato… ma non ha avuto esitazioni, ancora una volta ha lanciato il suo nitrito, una voce grave con tutti i desideri che da mezzo secolo si porta nella pancia… insieme alla denuncia di quanto ancora accade intorno… E nello spazio di un saluto ha rinnovato quell’esplosione di parole, di storie, di allusioni alla libertà prima di tutto, e poi alla casa, ai diritti, all’uguaglianza, all’amore, all’amicizia, che tanto avevano da subito disorientato, sconvolgendo le geometrie istituzionali, che tante prigioni hanno prodotto e ancora vogliono riprodurre… Costringendo ogni volta a una scelta di campo.
    E si sono subito riconosciuti, ne siamo certi, il nostro Marco e Papa Francesco, intorno a quanto di fondamentale è anche nella dottrina sociale della Chiesa, convinti entrambi della dignità delle persone, di ogni persona, della necessità del rispetto dei diritti dell’uomo, “dell’assunzione del ‘bene comune’ come fine e criterio regolativo della vita politica… fondamento della democrazia”. E riusciamo a immaginarli, i pensieri dell’uno che hanno incontrato quelli dell’altro, ritrovandosi nel comune desiderio e impegno intorno all’arte di restare umani…
    Riguardando la foto con Papa Francesco e Marco Cavallo… come non vederli due icone a un tempo lievi e imponenti…
    E siamo fieri, e commossi, di questo incontro, di questo legame che si consolida, delle promesse che si sono scambiati, salutandosi, mentre, sospinti dallo stesso vento, scivola sulla sua sedia a rotelle Papa Francesco, scivola sulle sue zampe a rotelle il nostro Marco… che mai, ci ha detto, si è sentito così libero e fiducioso…

    scritto per il Forum Salute mentale



    I fiori di carciofo

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    Luogo più simbolico, a fare da sfondo alla presentazione ufficiale della campagna #180benecomune, non si poteva trovare. La Fattoria di Vigheffio, a due passi da Parma, uno dei luoghi dove si è dimostrata possibile la costruzione di alternative al manicomio, l’abbattimento di sbarre e muri, l’incontro dei “matti” col territorio e la sua gente intorno. Con dietro l’idea di un mondo che fosse per tutti senza muri e sbarre. Che il pensiero di Mario Tomassini e Franco Basaglia, che pure lì si incontrarono e collaborarono, riguarda tutte le prigioni che ingabbiano il nostro vivere, fisiche e non solo.

    Bel pensiero, ben controcorrente, in un momento difficile, in cui tutto sembra andare in senso opposto, nel campo della salute mentale e non solo, se la tendenza è a risolvere ogni problema sociale “chiudendo” sempre più al mondo, nei luoghi di cura, o presunta tale, come in quell’inferno che sono le nostre carceri o i centri dove pretendiamo di soffocare la spinta dell’uomo a migrare. Respingendo lontano dalla nostra vista tutto quello che pretendiamo essere a noi estraneo.

    Parte da qui, nel luogo di una meravigliosa rivoluzione gentile, una campagna che vuole innovare radicalmente il sistema della cura, ridando vita alla 180 e a tutto quello che rappresenta. Non negando le difficoltà del momento, ma ribadendo la necessità di spiegare a tutti, ma proprio a tutti, che la 180 è un bene comune perché riguarda tutti. Perché insegna che la separatezza è un errore, che porta orrori (vedi quel che sono stati i manicomi, quel che sono, scusate se insisto, i luoghi di prigionia, dove il confine fra rei e folli, che pure vi sono ben rinserrati dentro, sembra essere sempre più labile).

    Una campagna che vuole urlare per la vita, contro la morte. Lo ha detto chiaramente Carla Ferrari Aggradi, presidente del Forum salute mentale, se l’altra faccia del sottofinanziamento della salute mentale, oltre che della sanità tutta, sono tutti i soldi “dirottati verso la morte, verso le guerre”. Un invito a combattere per la vita… attraverso il recupero della dimensione etica del rispetto degli altri.

    Una campagna che, muovendo dai disegni di legge presentati per dare attuazione in tutta Italia i principi della 180 pensa a una “deistituzionalizzazione in campo largo contro chi pensa a segregare”, come ben spiega Daniele Piccione, che fra le tante cose elenca le virtù del ddl per l’attuazione della 180, contro i luoghi comuni dell’inguaribilità e della pericolosità, ad esempio…

    Gli interventi varrebbe la pena di ascoltarli tutti, che ognuno colpisce a fondo…

    Voglio solo sottolineare le voci di chi i problemi di salute mentale li ha vissuti e vive in prima persona o accanto a un familiare … di questi ultimi leggerete nell’intervento su questa pagina di Tiziana Tommasoni, membro dell’Afasop, mentre colpiscono sempre al cuore, e alla mente, le parole di Silva Bon, che è storica e ha voluto portare la sua testimonianza di persona che vive il disturbo mentale per poi poter dire, commuovendosi, e tutti commuovendo… “dichiaro di essere guarita”. E “Guarire si può” è il titolo del bellissimo libro attraverso le cui pagine l’ho conosciuta, che sempre suggerisco di leggere, dove con forza e molto coraggio tutto questo è raccontato.

    Ecco, coraggio: mi sembra altra parola chiave che esca da questo incontro. Perché ci vuole coraggio per andare contro corrente, per non cedere, non arretrare… e tutte le persone che guidano e portano avanti questa battaglia questo hanno fatto tutta la vita. E sono qui a testimoniarlo.

    Molte persone, rappresentanti anche di associazioni, alla Fattoria di Vigheffio. Sono arrivati da tutta Italia. Non ero presente, ma, seguendo la diretta streaming, è stato bellissimo sentirne l’eco affollata, che come un’onda sussurra, applaude, riempie l’aria di tanta presenza. Insomma, in molti hanno risposto alla chiamata. Per dire ci siamo. A costruire una rete di comunità… E già fioccano le email delle persone e delle associazioni che vorrebbero partecipare attivamente alla campagna.

    Un primo esempio parte dal sud, questo sud che “l’autonomia regionale già esiste… drammatica”, come sottolinea Roberto Mezzina, che è stato direttore del dipartimento di Salute mentale di Trieste, e molto ha lavorato anche al disegno di legge per l’attuazione della 180. L’Associazione “180amici Puglia” e del Coordinamento delle Associazioni pugliesi “Oltre il Silenzio” già propone di organizzare una tappa pugliese della Campagna, magari a Bari all’Università.
    Saluti resistenti, chiudono l’email. E altre già seguono.

    Insomma, è stato ben accolto l’invito del Forum, e di Peppe dell’Acqua (che non è potuto essere alla Fattoria, ma che il cammino verso questa giornata ha guidato) che … “dobbiamo assumerci il compito non solo di denunciare la carenza e la miseria delle organizzazioni e la drammatica mancanza di risorse, ma soprattutto promuovere ovunque la consapevolezza dell’umano. Ritrovare la dimensione etica, battersi per luoghi accoglienti, addestrarsi ossessivamente a incontrare l’altro”.

    Una nota personale. Una giornata rincuorante, in questi giorni che sto leggendo una tremenda storia: “Socialmente pericoloso, la triste ma vera storia di un ergastolo bianco”. La vicenda, qualcuno ricorderà, di Luigi Gallini, che era ricercatore universitario, insegnante, e poi un giorno, con l’acutizzarsi di una patologia psichiatrica tenta di rapire un bambino. Nel suo intento voleva sottrarre il piccolo a minacciosi figuri che immaginava si stessero avventando addosso al piccolo. “Pregiudicato tenta di rapire un bambino”, titolano le agenzie e poi i giornali. Vi risparmio il percorso e dettagli da film dell’orrore (è passato anche nella sezione Sestante nel carcere di Torino, ora chiusa dopo la denuncia di Antigone): giudicato “pericolosissimo” ora si trova in una comunità forense, e mai sa se ne uscirà fuori. Parla di una non vita che “gli avvizzisce il cuore”, e della falsa libertà di cui gode ogni cittadino… Perché questo oggi è. E anche questo, una società che accolga e non respinga, può aiutare a superare.

    E una nota a margine, vi sembrerà bizzarra, ma… sul tavolo dei relatori durante la conferenza stampa c’era un bel mazzo di fiori di carciofo. Sì. Li avete mai visti? Sono splendide corone color viola. Cynara cardunculus, il nome scientifico. Forse molti di noi, che pure carciofi mangiamo con piacere, non li hanno mai visti. E certo, perché il fiore è la parte interna di quello che solitamente mangiamo, quella che chiamiamo barba e che in genere portiamo via, perché ci disturba il gusto. Ecco, proviamo qualche volta a mettere da parte la nostra ingordigia, a lasciarla crescere, quella barba… sarà un’esplosione di colore, quasi viola… quasi colore della lavanda… e farne anche di questo un simbolo, come un fiore all’occhiello sull’abito azzurro di Marco Cavallo…

    scritto per Forum della salute mentale

    Chi ce lo fa fare…

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    Ma chi ce lo fa fare? Ci siamo dette io e Sandra una sera al termine di una giornata conclusa ai margini di una piazza, accanto al nostro banchetto di libri “sul e dal carcere”, richiudendo le sedie messe lì per l’esigua platea di persone venute ad ascoltare…
    Già. Chi ce lo fa fare? A occuparci, per come possibile, di argomento scivoloso e per i più disturbante: la tutela dei diritti di chi la legge ha punito con il carcere. Che pure qualche reato ha commesso (ma pure capita che non sia così), e qualcuno anche gravissimo. A occuparci di diritti addirittura (!?!) quando si tratta di persone che sono state legate a organizzazioni criminali, e non di poco conto. Che l’accusa che ti tiri addosso è minimo minimo che “difendi la mafia”. Anzi, la Mafia, con una bella M maiuscola…
    La risposta in questo Bianciardino, fresco fresco di stampa… grazie a Strade Bianche di Stampa Alternativa..


    Con la bella prefazione di Stefano Anastasia, garante delle persone private della libertà del lazio, che, facendosi la stessa domanda… dà due risposte: ” La prima, la più banale, dice che a ognuno di noi tocca la nostra parte nella trasmissione di un sapere, di una memoria, di un modo di vedere le cose e se quest’ergastolo dei diritti è servito a motivare altri a proseguire dopo di me, è stata una condanna ben spesa. La seconda, quella più importante, è la compensazione che una sola conquista, per una sola persona, riesce a fare di tutto quel cumulo di frustrazioni di cui è pieno il nostro impegno: perché poi, alla fine, ci sono le persone in carne e ossa, quelle che sono lì, che soffrono con noi e di fronte a noi, a cui non gli si può raccontare del migliore dei mondi possibili senza rispondergli qui e ora ai loro bisogni di giustizia. E quando uno su mille ce la fa, ecco allora chi ce lo ha fatto fare”.

    ps: la copertina è del nipote Leonardo (de Carolis)



    Olympe, e le Donne del Muro Alto

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    “Davanti al primo cancello non riuscivo a entrare. Mi ha preso come una paralisi. Certo, sapevo che sarebbe stato emozionante, ma non mi aspettavo quel blocco! Ero proprio paralizzata…”.
    E mentre racconta sembra ancora riviverla tutta quella emozione, Bianca, giovane attrice della compagnia teatrale “Le Donne del Muro Alto”, che alla vigilia dell’8 marzo ha varcato i cancelli del carcere di Latina.
    “Le Donne del Muro Alto”… compagnia messa in piedi dieci anni fa, a Rebibbia, dalla regista Francesca Tricarico, con attrici ex detenute e ammesse alle misure alternative. E per festeggiare questo decennio sono “tornate in carcere” per la prima volta come persone libere per presentare il loro nuovo spettacolo. Olympe. Tratto dal romanzo di Maria Rosa Cutrufelli, La donna che visse per un sogno racconta gli ultimi mesi di vita di Olympe de Gouges, intellettuale, drammaturga e attivista impegnata nella difesa dei diritti civili nell’epoca della Rivoluzione francese, che pagherà il suo impegno politico con il carcere e, infine, con la vita.

    Bianca, Bruna, Betti, Daniela, e Chiara, che (sorpresa!) è giovane studentessa di scienza dell’educazione, che ha scelto di far parte del gruppo come “percorso di formazione umana profonda. Per avere la possibilità di riflettere e vivere cose che non accadono tutti i giorni sotto gli occhi di tutti…”. E guardandola, e ascoltandola, mentre spiega quanto sente di dover regalare parole d’autenticità, penso che se ci fossero più persone col bel suo sentire… forse un po’ più umano sarebbe anche il mondo…
    Incontro Bianca, Bruna e Chiara, con la loro regista, durante una pausa per le prove per il prossimo appuntamento… e ancora tutte palpitano d’emozione. Non deve essere stato facile, mi chiedo e chiedo, ritornare, anche se in nuova veste, in un luogo che è stato dolore di prigionia. Ne era ben consapevole anche Francesca che, confida, per la prima volta ha detto loro: “Se è troppo forte per voi non la facciamo, questa rappresentazione. Ma l’abbiamo fatta”.
    E sono ben forti le Donne del Muro Alto.
    “Ritornare in carcere da libera? È stato un effetto surreale”, spiega Bruna. Come vivere un flash back. Il cancello, la porta d’ingresso, l’aria che manca quando sono rimasta chiusa fra due cancelli. Ogni piccola cosa ti ricorda tutto, tutto quello che, da detenuta, hai visto e vissuto. Ho avuto bisogno di tre giorni poi per riprendermi, ma forse ne avevo bisogno. Avevo una grande curiosità di provare a ritornare. Sono stata male, ma dovevo farlo e lo rifarò. Il coinvolgimento emotivo è enorme, per noi che abbiamo vissuto l’esperienza del carcere…ma non vedo l’ora di ritornare”.
    Nella Casa circondariale di Latina ci sono stati due spettacoli. La mattina per i detenuti della sezione maschile, il pomeriggio per le donne dell’Alta sicurezza, dove un altro tuffo al cuore per Bruna, quando ha visto entrare due donne mano nella mano, e… “ho pensato a Medea, lo spettacolo dove entravo accompagnata per mano da una compagna… io l’ho vissuta questa scena…”
    Già. Momenti di grande struggimento, forse difficile da capire per chi non ha avuto l’esperienza del carcere. Così gli uomini della sezione maschile, pubblico del primo spettacolo, sono nelle parole di Bianca “quei ragazzi” che… “li avrei voluti abbracciare uno ad uno, metterli tutti in tasca e portarli a casa”. E quanto grandi avrebbe voluto fossero le sue tasche, per accoglierli tutti. Ancora: “E il pomeriggio, l’emozione di recitare per le donne in Alta Sicurezza, proprio la vigilia dell’8 marzo, leggere il dolore sulla loro pelle…”. Dolore, che pensi sia stato anche il suo.
    Bianca, col suo italiano bello e garbato che, brasiliana, assicura “mi ci sono messa d’impegno ad impararlo”. E c’è da credere a tutto l’impegno che ha messo nelle cose. Pensate che, entrata nella compagnia quando era detenuta a Rebibbia, cinque anni fa, dopo gli anni bui, ora ha un buon lavoro (in un bar di piazza Navona e ha appena preso diploma da sommelier!), ma continua a far parte della compagnia, lei che l’attrice avrebbe davvero voluto fare, spiega, per dare e prendere emozione. E ancora sembra voler avvolgere di tenerezza le persone che ha incontrato là dentro, quasi a proteggerle con quel suo carezzevole “ragazzi”, che solo chi sa della condizione di chi è dentro sa così pronunciare. Ancora commossa per l’attenzione di quei “ragazzi”, anche loro rapiti e coinvolti, immagino bene, nel sogno di libertà di Olympe.

    Lo spettacolo era già stato messo in scena una prima volta a Rebibbia cinque anni fa. “Uno spettacolo ricco di riflessioni anche sulla nostra Costituzione, sui nostri doveri e diritti, oggi come ieri…”. Questa, spiega Francesca Tricarico, è l’ennesima versione. “Perché ogni volta si rielabora, si cambia, si va avanti, anche se questo è il testo in cui abbiamo avuto meno bisogno di inserire altro, un testo attualissimo, con quel carcere così tristemente attuale… Solo abbiamo trasformato i monologhi del testo in dialoghi, e introdotto il tema della relazione delle donne in carcere, cosa che nel libro non c’è”. Cosa, la relazione delle donne in carcere, cui da sempre Francesca rivolge il suo sguardo attento, pensando all’universo femminile, relativamente piccolo in carcere, che “paga” il dover vivere in un sistema tutto pensato al maschile. Soprattutto dopo aver compreso come queste donne subiscano uno stigma maggiore rispetto agli uomini. “Perché ancora oggi in Italia essere una donna che ha commesso un reato è una colpa più grande di quella di un uomo che sbaglia”.
    “La gente ha rallentato l’andatura per non perdersi lo spettacolo di una signora arrestata per strada…”, Bruna ricorda una battuta di Olympe. Oggi come allora, quanto peggiore, quanto più riprovevole una donna che sbaglia…

    Pensando a Olympe de Gouges, che prima approva la rivoluzione, poi decide di opporsi perché, accusa, “avete scritto una costituzione così giusta da non avere il coraggio di applicarla, le donne ad esempio le avete dimenticate!”.
    Un testo, quello sulla storia di Olympe, nel quale le attrici ben si riconoscono. “Ritrovo – dice Bianca, che interpreta una teatrante – la mia rabbia contro le ingiustizie. Anche se a me non appartiene forse l’ironia con la quale le ingiustizie vengono affrontate nel testo, mi ritrovo tantissimo nella rabbia… per l’abuso degli uomini su di te… e questo testo mi ha permesso di liberare tante cose che avevo chiuso dentro di me…”
    E Bruna, che Olympe interpreta, in lei davvero si ritrova tanto: “Come lei non tollero le ingiustizie, ne ho viste tante anche se non ne ho subite… Molto si approfitta delle debolezze gli altri. La mia Olympe è un’anticipatrice di tutto, attualissima purtroppo, attualissimo il suo grido che dal 1790 arriva fino ad oggi”.
    E ancora cita brani: “Non serve essere colpevoli per provare vergogna… La libertà d’opinione è un’utopia”. Guardandosi intorno…
    E mi consegna, Bruna, con sguardo fiammante, copia della famosa Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, firmata da Olympe de Gouges. Inizia con una domanda: Uomo, sei capace di essere giusto?

    Le Donne del Muro Alto. Tanta strada fatta in dieci anni. Una realtà che continua a crescere sia all’interno che all’esterno del carcere. Realizzata dall’associazione “Per Ananke”, che fin dalla sua costituzione nel 2007 si occupa di arte e di cultura, soprattutto di teatro, in particolare teatro sociale, lavorando nelle carceri, oltre che nei centri per la salute mentale, scuole di ogni ordine e grado, università. Il teatro, in particolar modo, diventa strumento di integrazione, educazione e riabilitazione.
    Mi piace ricordare quanto mi disse Francesca Tricarico la prima volta che ci siamo incontrate, a proposito del mestiere del teatro. Ascoltate:
    “Fare teatro è un modo per interrogarsi anche sulla nostra società… il teatro in carcere è un importante strumento di riflessione per il “fuori” quanto per il “dentro”. Con il teatro le attrici detenute hanno la possibilità di dedicarsi ad un’attività che permette di far arrivare la loro voce all’esterno, e di avere uno spazio d’espressione anche emotivo nel luogo per eccellenza del contenimento. In carcere può essere pericoloso lasciarsi andare alle emozioni così come contenerle sempre, cosa che può avere serie conseguenze psicologiche e fisiche. Il teatro offre questa libertà senza rischi, protette dalla storia da raccontare, dalla forma da utilizzare, con i tempi e il ritmo del racconto. E permettere di sfogliare quelle verità che proteggi con cura anche da te stessa…
    Il teatro per ascoltare ed essere ascoltata, dare voce a chi non ne ha, combattere lo stigma sociale, fare politica… E tutto assume un senso più profondo quando riusciamo a farci ascoltare fuori da quelle mura…”
    Ananke, nella Grecia antica, è la dea del destino. Un destino, qui, tutto da riprendere in mano. E oggi, ci tiene a sottolineare la regista, che dell’associazione è centro motore, il progetto rappresenta una concreta possibilità di formazione legata ai mestieri del teatro, oltre che un’occasione lavorativa retribuita, un prezioso strumento di inclusione sociale.
    Bello, bellissimo, ma non immaginate quanta fatica negli anni anche nella ricerca di fondi. Per far riconoscere l’impegno delle attrici come vero e proprio lavoro, giustamente retribuito. Non è semplice, perché difficile trovare chi alle belle parole di encomio faccia seguire un aiuto finanziario. Anche solo l’offerta di un luogo stabile dove lavorare. “Cosa ci manca? Soldi e spazio, eppure il progetto d’inclusione può funzionare, e bene. A tante belle parole, non sempre seguono fatti”.
    E quanto è alto ancora questo Muro, se Le donne del Muro Alto, questa volta le ho incontrate in un locale dello Spin Time, il palazzo occupato alle spalle di Santa Croce in Gerusalemme, che momentaneamente le accoglie. Ma qualche segnale arriva…
    E si va avanti. La tourné va avanti, fra istituti penitenziari e università. Mentre mi chiedo chissà quali altri progetti stia macinando Francesca. E certo ancora ci sorprenderà…

    Tornando all’incontro di Latina. Ancora rubo impressioni. Al termine degli spettacoli, i saluti, e poi i cancelli del carcere si sono richiusi alle loro spalle, immagino con quanto tremore, di donne ora libere. Portando con sé il ricordo della bella accoglienza avuta, come l’incontro con l’agente, gentilissimo, che, ricorda Bianca, “avrebbe voluto chiedere a ciascuna di noi: che visione avevate di noi, e ora che pensate di noi…”, e anche per lui Bianca sa avere pensiero di tenerezza, per la guardia che infine resta lì, mentre loro vanno via. Pensando alle persone che fanno la differenza in un sistema pur tutto da rivedere…
    E parlando degli ultimi momenti di quella giornata, c’è un aggettivo che tutte pronunciano: straziante. Sì, le Donne del Muro Alto non trovano altre parole per descrivere quando, infine, sono uscite dal perimetro del carcere, per andare incontro alla loro ora normale vita quotidiana, lasciando “quegli altri” dentro. Nelle celle.
    Ché è davvero terribile, e ve lo assicuro anch’io, salutare e staccarsi dalle persone lì dentro, quando sai dove le lasci…


    E così lunedì mattina ho assistito allo spettacolo. Olympe. Lo avevamo annunciato (http://www.laltrariva.net/le-donne-del-muro-alto-4/ ) , il nuovo spettacolo de Le Donne del Muro Alto, la compagnia teatrale messa in piedi da Francesca Tricarico con le attrici ex detenute e ammesse alle misure alternative alla detenzione. Il mese scorso tornate in carcere, per presentare anche lì, da persone libere, il loro spettacolo.
    Ora davanti a una platea di cinquecento ragazzi, studenti delle scuole romane. Al termine di un percorso fatto di incontri e confronti proprio con loro…
    Solo pochi appunti, per registrare intanto l’entusiasmo di un’inconsueta platea di giovani, che ha saputo ben seguire e abbracciare d’attenzione le attrici, lì sul palco a parlare di prigionia, diritti e libertà… A far rivivere il sogno di Olympe, Olympe de Gouges, intellettuale, drammaturga e attivista impegnata nella difesa dei diritti civili nell’epoca della Rivoluzione francese che ha pagato con la vita il suo impegno politico.
    Sarebbe da riascoltare e leggere tutto il testo dello spettacolo, tratto dal romanzo La donna che visse per un sogno di Maria Rosa Cutrufelli, così ricco di verità e d’emozioni, che le attrici hanno fatto palpitare della loro vita vera, come solo chi il carcere l’ha davvero vissuto credo possa fare. E c’è voluto molto coraggio a rientrare, sia pure solo nella finzione dello spettacolo, nel tempo della prigionia.
    Ma voglio sottolineare brevemente almeno due passaggi.
    Il racconto quanto mai ficcante del tempo morto del carcere, che è, oggi, come allora, ancora lo stesso. Un tempo circolare chiuso su se stesso, un tempo buio… sullo sfondo nero di una scena vuota di cose, che è anche la solitudine di chi è, isolata, nella cella accanto…
    “Ho fame”… ripete a tratti una delle donne prigioniere. La fame.. qui metafora di fame di vita… Una fame immensa, che è bocca spalancata ad ingoiare il vuoto…
    Perché il carcere questo è.
    E poi il momento in cui, in un sussulto, una delle prigioniere rivendica il suo diritto a immaginare la libertà. Di non voler perdere questa capacità d’immaginazione, che è vita. Nel carcere più che mai.
    E ho pensato a Mario Trudu, l’eterno ergastolano che ho inseguito per qualche lustro di carcere in carcere: Quarant’anni di prigionia ininterrotta e poi una morte cattiva e ingiusta… Quando gli chiedevo come si fa a resistere tanto tempo in un carcere, mi spiegava che lui era come scisso in due persone: quella che viveva la vita morta del carcere, e quella che costantemente immaginava di vivere fuori, ricordando e rivivendo, fin nei più piccoli dettagli, la vita libera sulle sue montagne. Lui che era pastore…
    Sì, sarebbe da riascoltare e leggere tutto il testo dello spettacolo, con quello struggente, bellissimo inno alla libertà di pensiero, che Olympe fa rivendicando le lotte di tutta la sua vita, prima di essere portata a morire.
    E guardare e seguire l’onda dei ragazzi, i loro applausi spontanei, il loro “tifo” sussultante, vi assicuro, è stato uno spettacolo nello spettacolo..
    Riprendo un post di Francesca di fine marzo: “Il teatro è lo strumento politico più potente che io conosca, politico poiché al servizio della polis, della comunità, di tutti noi! E Mai come in questo momento ho sentito la responsabilità verso i più giovani, che ereditano un presente davvero complesso, ed è per questo che oggi nella giornata mondiale del teatro, e nazionale del teatro in carcere, voglio dire grazie a chi ci sta permettendo di portare questo prezioso strumento ai ragazzi di età, luoghi e contesti differenti! grazie a chi con noi dietro le quinte lavora affinché sia possibile”.
    Ed è stato ben possibile.

    scritto per il numero di maggio di Voci di Dentro