Il 13 maggio di 46 anni fa. Fu nei convulsi giorni dopo l’omicidio di Aldo Moro, che venne approvata la legge 180. Un accordo fra presidenti di Camera e Senato, il democristiano Fanfani e il comunista Ingrao, ne accelerò l’iter parlamentare per evitare il vuoto normativo che avrebbe provocato il referendum promosso dai radicali per la chiusura dei manicomi. E quanto avrebbe approvato Aldo Moro quell’intesa fra “opposti” per cui pure, a ben più alto livello aveva lavorato, e che gli costò la vita. Questi giorni di ricorrenze e ricordi sembrano evocare il suo sorriso in filigrana…
E si parva licet componere magnis… siamo ben contenti che il cammino della campagna #180benecomune, nata per rilanciare il diritto alla salute per tutti richiamando i contenuti della Legge 180, si metta in cammino proprio il 13 maggio.
Partendo da Brescia, con la giornata di incontri intorno a “La legge 180. Conoscere il passato per costruire il futuro”. Per partire dall’unica vera riforma che l’Italia ha avuto dal dopoguerra (parola di Bobbio), e individuare le strade su cui camminare oggi per proiettarsi in avanti. A cominciare dal disegno di legge per l’attuazione della 180, promossa dal Forum Salute mentale, che ha iniziato il mese scorso il suo cammino parlamentare.
Nell’aula magna della Facoltà di Medicina dell’Università di Brescia, sarà anche proiettato il film di Maurizio Sciarra “E tu slegalo” con il racconto dei protagonisti di quegli anni, che molto trasmette del clima di allora. Ma suggerisco, mi permetto, di andare a cercare anche una pellicola degli anni Settanta, il documentario Matti da slegare, girato nel manicomio di Colorno da Silvano Agosti, Marco Bellocchio, Sandro Petraglia e Stefano Rulli. Che molto contribuì a mettere lo scandalo dei manicomi al centro dell’acceso dibattito che ci fu in quei tempi… A margine, quel documentario nel 1976 vinse il Gran premio della giuria al festival del cinema di Berlino. Andrebbe rivisto… per non dimenticare… (un assaggio: https://www.youtube.com/watch?v=EsLQWb7j_vE ).
Ecco, un ampio dibattito. E’ quello che, a partire dalla giornata di Brescia, si vuole riaccendere con la campagna #180benecomune (che verrà ufficialmente presentata in una conferenza stampa all’inizio di giugno). Pensando ai tempi della rivoluzione basagliana, che è stata possibile anche per tutto quello che si muoveva e maturava tutt’intorno. La narrazione che è seguita di quegli anni, ponendo l’accento quasi esclusivamente sui momenti bui e di lutti che purtroppo pure ci sono stati, fa spesso dimenticare quanto di vivo, di generoso è stato… Tempi in cui di tutto, e in tanti, davvero si discuteva, a cominciare dalle scuole, dove, per programma, si leggevano i giornali, come insegnò don Milani, con la sua scuola di Barbiana. Cosa che non poca importanza ha avuto nei primi passi del nostro ragionare, che era già partecipare alla vita pubblica del paese. Che è fondamento della democrazia.
Si è parlato e si parla dei gravissimi passi indietro, in termini di attenzione, strutture, impegno, nel campo della salute mentale, come nel “pianeta” sanità tutto. Ma tanti pure sono stati i traguardi, punti fermi dai quali è impossibile tornare indietro. Se l’abbiamo dimenticato, la campagna #180benecomune vuole ricordarcelo. E invita tutti a tessere parole e pensieri, e attenzione intorno al tema della salute mentale che, nell’ambito più generale della sanità pubblica, è bene di tutti.
Carla Ferrari Aggradi, che del Forum salute mentale è presidente, e anima di ciò che si muove nella giornata bresciana e non solo…, nel suo intervento in commissione al Senato, a proposito del disegno di legge per l’attuazione della 180, ha parlato del “senso poetico del nostro agire”…
“Penso- spiega- che le leggi, le disposizioni ministeriali, regionali, comunali siano le fondamenta del vivere insieme, ma non bastano! Vanno riempite, dobbiamo riempirle di anima e di cuore per renderle “umane”, per portarle nella nostra comunità e renderle vivibili, utili per tutte e tutti. Perché il nostro essere “umani” è composto di ragione (le leggi) ma di amicizia, di amore, di vicinanza, di egoismi e di generosità…
Quando pensiamo ai servizi per la Salute mentale, alla nostra vita, mettiamoci un po’ di commozione, ci darà la forza di pretendere “buoni servizi” per chiunque passi sul nostro territorio, così come dice la nostra Costituzione… che, nella sua idealità, ha la forza della poesia!”
Nella convinzione, dunque, che la poesia sia l’espressione più profonda dell’animo umano.
Cosa che ho capito davvero anch’io incontrando il linguaggio della poesia in luoghi di contenzione, fisici e mentali.
“La psichiatria si è presa per sempre l’anima mia, / lo dico con il mio cuore un po’ malinconico e malato (…).// Quando all’orizzonte appare l’auto della psichiatria/ non vedo l’ora che essa se ne vada via. / Per sempre davanti agli occhi miei/ prima che distrugga i sogni miei”, recita Gianluca Mambrini, incontrato, oggi un po’ più libero, dice, sul sentiero del Festival della Letteratura Resistente di Pitigliano…
E interrogandomi sulla poesia che ci pervade anche quando non ce ne accorgiamo, la risposta in un pensiero di Forster (Passaggio in India): “Gli uomini anelano alla poesia… vogliono che la gioia sia aggraziata e il dolore augusto, che l’infinito abbia una forma”.
Dare una “forma” all’infinito che vogliamo. Partendo dunque ancora una volta al seguito di Marco Cavallo, anche lui il 13 a Brescia, con tutta la poesia che quando è nato gli è stata affidata e che ancora si porta dentro. Il Cavallo azzurro che fu ariete a sfondare i cancelli del manicomio di san Giovanni a Trieste. Oggi ci chiama tutti a sfondare i recinti della nostra indifferenza.
Sfondare i recinti della nostra indifferenza
#180benecomune
Il Forum Salute Mentale lancia una campagna per rimettere in campo parole, azioni e valori della riforma della salute mentale. #180benecomune
Martedì 9 aprile si è tenuta in Senato, alla commissione Welfare, la prima audizione sui disegni di legge “Disposizioni in materia di salute mentale”, a firma di Filippo Sensi e Deborah Serracchiani e “Disposizioni in materia di tutela della Sanità Mentale”, a firma dei senatori Magni, De Cristofaro e Cucchi.
Carla Ferrari Aggradi e Roberto Mezzina sono intervenuti per il Forum Salute Mentale.
Dalle riflessioni e dai confronti intorno a questa questione e dagli esiti delle audizioni che sembrano confortanti… confortanti nel senso che per ora nessuno ha accennato a una volontà di rimettere in discussione la legge 180, sta prendendo forma la convinzione di promuovere la campagna #180benecomune.
Nel mentre nel Forum Salute Mentale se ne discute, comincia a prendere forma il significato più esteso che questa iniziativa potrebbe avere. Non solo chiedere l’approvazione di questa legge ma riprendere confidenza e fiducia con quelle parole che hanno costruito il cambiamento e che ci permettono di resistere. In realtà non di resistere si tratta ma di proporre con convinzione la potenza di una storia che ci parla di futuro e cercare di prendere spazio in un campo totalmente occupato da culture e pratiche che sono il segno del forte rischio di arretramento che stiamo vivendo.
Il Forum Salute Mentale, assumendo i disegni di legge, al di là della loro approvazione, come un manifesto, vuole lanciare una campagna di sensibilizzazione che possa coinvolgere in tutta Italia operatori/trici, associazioni di familiari, volontari/e, istituzioni, forze politiche e sindacali e cittadini/e per rilanciare il diritto alla salute per tutti e tutte, utilizzando i contenuti della Legge 180, perché questa norma diventi davvero patrimonio di tutti e di tutte e perché i servizi di salute mentale siano servizi di buona cura, accessibili a ogni cittadino e a ogni cittadina.
Nel nostro Paese i servizi per la Salute Mentale vivono una condizione di crisi ingravescente: a fronte di un aumento significativo della richiesta d’aiuto per motivi psicologici, che ha causato, fra l’altro, un incremento degli accessi al pronto soccorso del 13% tra il 2021 e il 2022, la presa in carico da parte dei servizi è calata del 7%. Nell’ultimo anno la domanda di aiuto delle persone che vivono l’esperienza del disturbo mentale, specie nelle fasce più fragili della popolazione, è inequivocabilmente cresciuta, eppure meno del 3% della spesa sanitaria nazionale è destinato alla salute mentale.
Siamo lo stesso Paese in cui è avvenuta – secondo Norberto Bobbio – l’unica vera riforma del dopoguerra: la Legge 180, dopo 46 anni, rimane un unicum in tutto il mondo tanto che L’OMS, da anni ormai, l’ha adottata come modello da indicare. Eppure è stata fin dall’inizio oggetto di malintesi, manomissioni, strumentalizzata a fini revisionistici.
Oggi, a fronte di un diffuso riconoscimento, degli innegabili cambiamenti di assetti istituzionali, la realizzazione di politiche regionali e di servizi diffusi in tutto il Paese continua ad avere colpevoli disattenzioni dalle Regioni, dai Comuni, dalle Università e dalle psichiatrie e spesso si respirano segnali di negazione dei suoi principi ispiratori: di rispetto dei diritti civili e di cittadinanza, della dignità, della cura, delle buone cure.
Per questo motivo, la calendarizzazione della discussione dei due disegni di legge, che, è bene sottolineare, partono dallo stesso testo base, è un passo molto importante. Erano già stati presentati altre due volte, seppelliti nel deposito dei ddl che non hanno fatto strada. Ma questa terza volta il salto è stato fatto: siamo alle prime audizioni di un disegno di legge che riesce a guardare avanti, rispondendo alla necessità di dare al paese uno strumento legislativo che possa portare a piena realizzazione i principi stabiliti nella riforma sanitaria del 1978 per la parte che riguarda la salute mentale.
Il Ddl, infatti, intende conferire maggiore efficacia alla Legge 180, rafforzandone i la cura effettiva nel territorio, sviluppandola, estendendola e confermandone la portata, guardando alle persone che di cure hanno bisogno, ma anche a tutto ciò che vi gira intorno, a cominciare dalla condizione degli operatori. Le persone stanno bene quando gli operatori stanno bene.
L’unica modifica apportata rispetto alla 180/1978, infatti, è la previsione di un’ulteriore garanzia sostanziale e processuale contro la disumana pratica della contenzione meccanica nei servizi psichiatrici.
Certi come siamo che la questione “salute mentale” non sia un’isola, un mondo a sé, ma parte essenziale del tema salute nel suo insieme, “non c’è salute senza salute mentale”, ma anche parte di una società tutta che voglia riprendere un lavoro di tessitura e valorizzazione dei diritti e delle relazioni fra le persone, di intervento nelle crescenti diseguaglianze sociali, di proposta di azioni, strategie e politiche di salute mentale, insomma un “bene comune” da custodire, lanciamo con tutta la nostra convinzione la campagna #180benecomune.
“ci si potrebbe immaginare che la salute mentale stia laddove un soggetto può esistere con altri, attraverso il linguaggio comunicare di sé,
poter di sé parlare per differenze accettabili,
costituirsi per singolarità parziale e parziale comunanza.
Costituirsi ed essere costituito laddove inclusione/esclusione si tendono e rischiano tra loro, sul limite sul quale altri possono trattenerti, tu possa trattenerti e insieme possa trovarsi un comune sentire, una prassi comune, un progetto interrelato.”
diceva Franco Rotelli, tra gli estensori del disegno di legge
Link alle audizioni dei rappresentanti degli enti e delle associazioni:
https://webtv.senato.it/4621?video_evento=245375
Info stampa: forumsalutementale@gmail.com – Veronica Rossi 3483262288
Olympe, dunque…
E così lunedì mattina, al Teatro Vittoria, nel quartiere romano di Testaccio, ho assistito allo spettacolo. Olympe. Lo avevamo annunciato (http://www.laltrariva.net/le-donne-del-muro-alto-4/ ) , il nuovo spettacolo de Le Donne del Muro Alto, la compagnia teatrale messa in piedi da Francesca Tricarico con le attrici ex detenute e ammesse alle misure alternative alla detenzione. Il mese scorso tornate in carcere, per presentare anche lì, da persone libere, il loro spettacolo.
Ora davanti a una platea di cinquecento ragazzi, studenti delle scuole romane. Al termine di un percorso fatto di incontri e confronti proprio con loro…
Solo pochi appunti, per registrare intanto l’entusiasmo di un’inconsueta platea di giovani, che ha saputo ben seguire e abbracciare d’attenzione le attrici, lì sul palco a parlare di prigionia, diritti e libertà… A far rivivere il sogno di Olympe, Olympe de Gouges, intellettuale, drammaturga e attivista impegnata nella difesa dei diritti civili nell’epoca della Rivoluzione francese che ha pagato con la vita il suo impegno politico.
Sarebbe da riascoltare e leggere tutto il testo dello spettacolo, tratto dal romanzo La donna che visse per un sogno di Maria Rosa Cutrufelli, così ricco di verità e d’emozioni, che le attrici hanno fatto palpitare della loro vita vera, come solo chi il carcere l’ha davvero vissuto credo possa fare. E c’è voluto molto coraggio a rientrare, sia pure solo nella finzione dello spettacolo, nel tempo della prigionia.
Ma voglio sottolineare brevemente almeno due passaggi.
Il racconto quanto mai ficcante del tempo morto del carcere, che è, oggi, come allora, ancora lo stesso. Un tempo circolare chiuso su se stesso, un tempo buio… sullo sfondo nero di una scena vuota di cose, che è anche la solitudine di chi è, isolata, nella cella accanto…
“Ho fame”… ripete a tratti una delle donne prigioniere. La fame.. qui metafora di fame di vita… Una fame immensa, che è bocca spalancata ad ingoiare il vuoto…
Perché il carcere questo è.
E poi il momento in cui, in un sussulto, una delle prigioniere rivendica il suo diritto a immaginare la libertà. Di non voler perdere questa capacità d’immaginazione, che è vita. Nel carcere più che mai.
E ho pensato a Mario Trudu, l’eterno ergastolano che ho inseguito per qualche lustro di carcere in carcere: quarant’anni di prigionia ininterrotta e poi una morte cattiva e ingiusta… Quando gli chiedevo come si fa a resistere tanto tempo in un carcere, mi spiegava che lui era come scisso in due persone: quella che viveva la vita morta del carcere, e quella che costantemente immaginava di vivere fuori, ricordando e rivivendo, fin nei più piccoli dettagli, la vita libera sulle sue montagne. Lui che era pastore…
Sì, sarebbe da riascoltare e leggere tutto il testo dello spettacolo, con quello struggente, bellissimo inno alla libertà di pensiero, che Olympe fa rivendicando le lotte di tutta la sua vita, prima di essere portata a morire.
E guardare e seguire l’onda dei ragazzi, i loro applausi spontanei, il loro “tifo” sussultante, vi assicuro, è stato uno spettacolo nello spettacolo..
Riprendo un post di Francesca di fine marzo: “Il teatro è lo strumento politico più potente che io conosca, politico poiché al servizio della polis, della comunità, di tutti noi! E Mai come in questo momento ho sentito la responsabilità verso i più giovani, che ereditano un presente davvero complesso, ed è per questo che oggi nella giornata mondiale del teatro, e nazionale del teatro in carcere, voglio dire grazie a chi ci sta permettendo di portare questo prezioso strumento ai ragazzi di età, luoghi e contesti differenti! grazie a chi con noi dietro le quinte lavora affinché sia possibile”.
Ed è stato ben possibile.
Ne riparleremo…
Censure…
Il testo integrale del monologo di Antonio Scurati sul 25 aprile. Lo scrittore avrebbe dovuto portarlo a “Che sarà”, ma è stato censurato dalla rai. Stasera sarà accolto da La 7, ma intanto…Eccolo...
“Giacomo Matteotti fu assassinato da sicari fascisti il 10 di giugno del 1924. Lo attesero sottocasa in cinque, tutti squadristi venuti da Milano, professionisti della violenza assoldati dai più stretti collaboratori di Benito Mussolini. L’onorevole Matteotti, il segretario del Partito Socialista Unitario, l’ultimo che in Parlamento ancora si opponeva a viso aperto alla dittatura fascista, fu sequestrato in pieno centro di Roma, in pieno giorno, alla luce del sole. Si batté fino all’ultimo, come lottato aveva per tutta la vita. Lo pugnalarono a morte, poi ne scempiarono il cadavere. Lo piegarono su se stesso per poterlo ficcare dentro una fossa scavata malamente con una lima da fabbro.
Mussolini fu immediatamente informato. Oltre che del delitto, si macchiò dell’infamia di giurare alla vedova che avrebbe fatto tutto il possibile per riportarle il marito. Mentre giurava, il Duce del fascismo teneva i documenti insanguinati della vittima nel cassetto della sua scrivania.
In questa nostra falsa primavera, però, non si commemora soltanto l’omicidio politico di Matteotti; si commemorano anche le stragi nazifasciste perpetrate dalle SS tedesche, con la complicità e la collaborazione dei fascisti italiani, nel 1944.
Fosse Ardeatine, Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto. Sono soltanto alcuni dei luoghi nei quali i demoniaci alleati di Mussolini massacrarono a sangue freddo migliaia di inermi civili italiani. Tra di essi centinaia di bambini e perfino di infanti. Molti furono addirittura arsi vivi, alcuni decapitati”.
Queste due concomitanti ricorrenze luttuose – primavera del ’24, primavera del ’44 – proclamano che il fascismo è stato lungo tutta la sua esistenza storica – non soltanto alla fine o occasionalmente – un irredimibile fenomeno di sistematica violenza politica omicida e stragista. Lo riconosceranno, una buona volta, gli eredi di quella storia? Tutto, purtroppo, lascia pensare che non sarà così. Il gruppo dirigente post-fascista, vinte le elezioni nell’ottobre del 2022, aveva davanti a sé due strade: ripudiare il suo passato neo-fascista oppure cercare di riscrivere la storia. Ha indubbiamente imboccato la seconda via.
Dopo aver evitato l’argomento in campagna elettorale – continua lo scrittore – la Presidente del Consiglio, quando costretta ad affrontarlo dagli anniversari storici, si è pervicacemente attenuta alla linea ideologica della sua cultura neofascista di provenienza: ha preso le distanze dalle efferatezze indifendibili perpetrate dal regime (la persecuzione degli ebrei) senza mai ripudiare nel suo insieme l’esperienza fascista, ha scaricato sui soli nazisti le stragi compiute con la complicità dei fascisti repubblichini, infine ha disconosciuto il ruolo fondamentale della Resistenza nella rinascita italiana (fino al punto di non nominare mai la parola “antifascismo” in occasione del 25 aprile 2023).
Mentre vi parlo, siamo di nuovo alla vigilia dell’anniversario della Liberazione dal nazifascismo. La parola che la Presidente del Consiglio si rifiutò di pronunciare palpiterà ancora sulle labbra riconoscenti di tutti i sinceri democratici, siano essi di sinistra, di centro o di destra. Finché quella parola – antifascismo – non sarà pronunciata da chi ci governa, lo spettro del fascismo continuerà a infestare la casa della democrazia italiana”.
Antonio Scurati
Il carcere, una casa morta…
“Senza una sua propria particolare occupazione a cui dedicarsi con tutta la sua intelligenza con tutto il suo spirito calcolatore l’uomo nel carcere non potrebbe vivere . E in che modo tutta quella gente, gente sveglia, che intensamente era vissuta e desiderava vivere, raccolta colà con la forza in un sol mucchio, strappata a forza alla società e alla vita normale, avrebbe potuto acclimatarsi lì in modo normale e regolare di sua propria volontà e inclinazione? Già solo a causa dell’ozio si sarebbero lì sviluppate in lei delle qualità criminali di cui prima non aveva nemmeno l’idea. Senza il lavoro e senza una legittima normale proprietà l’uomo non può vivere, si deprava, si trasforma in un bruto“.
Fedor Dostoevskij- Memorie di una casa morta-BUR- p.28
Andrebbe fatto leggere nelle scuole, per spiegare cos’è il carcere. Oggi nella sostanza nulla di diverso da quello descritto dallo scrittore russo. Una casa morta. Dove si muore, nel corpo e nello spirito..
Il segreto del giardino
Non sono particolarmente esperta di letteratura per ragazzi, e se vado in giro qua e là a parlare anche di libri è perché, sapete, mi occupo di detenzioni e di tutto quello che vi gira intorno, anche e soprattutto di libri che dal carcere vengono. Ma anche confrontandomi col mondo del carcere ho capito quanto sia importante quel che si incontra, o non si incontra da ragazzi, come una buona lettura ad esempio, a cominciare dalla fiabe nelle quali c’è tutto, ma proprio tutto il bagaglio che ci serve per affrontare la vita… ne ho lette molte e continuo a leggerne nonostante l’età…
E molto mi è piaciuto leggere “Il segreto del giardino”, racconto di Ginevra Diletta Tonini Masella, che so ora candidato al Premio Strega Ragazze e Ragazzi 2024.
Ginevra… che con la sua deliziosa famiglia abita nella mia palazzina. Condominio prezioso, il nostro, come d’altri tempi, il cui cuore è un bel giardino. I bambini che vi giocano lo hanno un giorno battezzato “il giardino segreto”…
“Il segreto del giardino” è dunque il titolo del libro. Ginevra gioca con le parole, già così dichiarando che il racconto è ambientato in questo luogo, che non è esattamente questo luogo (il pensiero va alle fiabe della tradizione Armena, che iniziano con “c’era e non c’era una volta”…). Per i nomi dei personaggi ha scelto nomi delle persone che questo spazio hanno attraversato e ancora attraversano, ma non sono esattamente loro… Così il portiere del racconto non poteva che chiamarsi Pino, anche se nel libro è il vecchio burbero signore che il nostro Pino non è. E i ragazzini non potevano che avere i nomi dei ragazzini che qui abitano… E’ comunque, come mi ha detto Ginevra, un omaggio a tutti.
E si narra di una giovane famiglia, papà mamma e due ragazzini, si trasferisce in un condominio al cui centro c’è un giardino inaccessibile, i cui cancelli qualcuno tiene ben serrato… e figuriamoci se i ragazzini possono accettare che un cancello sbarri loro la strada…
Che non è la storia del nostro condominio, ma è la storia del nostro condominio… Perché dovete sapere che quando una ventina d’anni fa siamo venuti ad abitare qui, l’accesso al giardino centrale era sbarrato da un cancello, era solo un “vivaio”, si diceva, e noi già adulti, presi dal lavoro e impegni vari, non ce ne siamo molto occupati. Ma poi siamo stati ben contenti quando sono arrivate giovani coppie che l’hanno fatto riaprire per tutti, e ora in primavera risuona della voce, che è un vero piacere, di tanti bambini…
Molto riassumendo (ma i piani di lettura non sono pochi), ne “Il segreto del giardino” all’inizio si fronteggiano i giovanissimi e i vecchi. Vecchi con V maiuscola… vecchi chiusi in se stessi, gelosissimi di questo che era “il loro” giardino e vorrebbero inviolato, senza questi piccoli intrusi schiamazzanti. Ma poi, dopo una serie di intrighi che non vi dico, una nel cuore del giardino piccoli e grandi si incontrano e tutto si scioglie… Gli uni si incuriosiscono agli altri… Gli anziani raccontano il loro passato, che è Storia, storie del tempo della guerra (e anche qui non credo sia tanto lontano dal vero. Nel mio appartamento c’è una finestra murata, e ho sempre pensato fosse stato nascondiglio, perché no, di un partigiano). E i ragazzini ascoltano attenti e incantati…
E’ il miracolo della trasmissione del sapere… Cosa purtroppo rara in questa società in cui tutto sembra fratto, dove il sistema consumistico nel quale siamo intrappolati ci ha tutti divisi in categorie, soprattutto d’età, come vasi poco o nulla comunicanti. Certo c’è una legittima ricerca di spazi personali (ai miei tempi si inveiva contro i “matusa”…) ma mi riferisco a quella chiusura, quella frattura che impedisce la trasmissione di un sapere che non è solo un fatto di nozioni, ma trasmissione del senso della vita, nel senso più profondo, nel bene e nel male…
E questa mi è sembrata la cosa più bella che insegna il libro di Ginevra, l’importanza dell’incontro tra generazioni.
Insomma, un bel racconto, omaggio anche al nostro giardino che parla di libertà: libertà di giocare, di correre, di gridare… Che è cosa impagabile in un mondo sempre più ostile agli spazi di libertà, ai bambini, spesso, anche… E non è un caso che lo spirito guida che attraversa le pagine sia un bel gatto…
Ah! in questo libro si intrecciano più segreti. Oltre quello del giardino, anche il segreto che papà e mamma svelano alla fine: la prossima nascita di un fratellino, che è ancora sguardo e augurio per il futuro.
Ancora una suggestione. Lo scrivere vero nasce sempre da un’urgenza. Come questo racconto di Ginevra. L’avevo capito il giorno che mi ha detto quasi in un sussurro “sto scrivendo” e le si sono illuminati gli occhi… la stessa luce di alcuni giorni fa di quando mi ha detto che ne sta scrivendo un altro. E aspettiamo la sorpresa. Intanto infiniti auguri per i giorni dello Strega…
La giornata della Terra
30 marzo 1976. Una data che i Palestinesi ricordano bene. Il governo israeliano aveva appena annunciato un piano per espropriare centinaia di ettari della loro terra e furono organizzate manifestazioni: uno sciopero generale e marce nelle città arabe dalla Galilea ad al-Naqab. E il governo israeliano scatenò un feroce attacco contro la minoranza araba in Israele a Gerusalemme, nel Negev e nella Galilea. Furono uccisi sei cittadini palestinesi disarmati, circa un centinaio furono feriti e migliaia gli arresti. Da allora il 30 marzo si celebra la Giornata della terra. Per ricordare e denunciare gli espropri illegali che da oltre 75 anni continuano. Per rivendicare il diritto al ritorno, se la terra è identità fisica, culturale, storica…
Una storia che non ricordavo, scivolata via fra le tante di dolore che continuano ad arrivare dalla Palestina. Ed è stato commovente sentirla raccontare, venerdì pomeriggio, in una cerimonia che si è svolta nel giardino del VII Municipio , qui a Roma. Intorno a un giovane ulivo che, simbolo di pace, era stato piantato in quel giardino tredici anni fa. Arrivato direttamente da Gaza, raccontano, piccolissimo. Ma è cresciuto. E’ cresciuto e resiste… resiste… Per la fine dell’occupazione, per il riconoscimento dello Stato di Palestina…
Gli ulivi di Palestina... Ne avevo parlato… Da sempre sono vittime di un preciso disegno politico. Secondo l’OCHA, ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, solo nel 2012, 7.500 ulivi sono stati abbattuti o danneggiati da coloni israeliani. Secondo le statistiche del Jerusalem Land Centre, oltre 1 milione di ulivi è stato sradicato in Palestina, fra Cisgiordania e Gaza, dall’esercito israeliano e dai coloni tra il 2000 e il 2008. I numeri si inseguono… rimane l’immane scempio…
L’ulivo in Palestina è simbolo di pace, saggezza, prosperità, pazienza e perseveranza, e c’è chi, con pazienza, ripianta, e chissà che la non-violenza non abbia più forza della violenza…
Tutti gli alberi sono angeli feriti, ma pensando agli alberi di Palestina, viene da pensare che lo siano più degli altri. Più angeli e più feriti…
Un pensiero a loro… Guardando il giovane ulivo “accolto” in questa nostra piazza. Che resiste e resiste, rinnovando speranze…
Ancora Parole buone
Ricordate “Parole buone”… un percorso di parole, immagini e video a cura di Sergio Astori, nato durante la pandemia. Ne abbiamo parlato, di questa bella iniziativa, che ci è sembrata un fiorire di bucaneve nell’inverno della nostra crisi… ( https://www.remocontro.it/2020/12/13/parole-buone-come-bucaneve-nellinverno-della-nostra-crisi/ ) .
Oggi Parole buone festeggia quattro anni…. sembra ieri. Ma quanto ancora e più, guardandosi intorno, guardandosi dentro, abbiamo bisogno di iniziative come questa, “palestra di resilienza”, lanciata simbolicamente la vigilia di primavera. E in questi anni cresciuta in rete ( #ParoleBuone – sul sito www.parolebuone.org e sugli account Facebook e Instagram “Parole buone” ). Oggi, con un comunicato, che volentieri riprendo, festeggiamo dunque, con l’inizio di questa nuova primavera, augurandogliene tante ancora, un progetto editoriale nato “per lottare e reagire, condividere e provare ad attraversare insieme la crisi e l’emergenza della pandemia, con il contributo e il sostegno del Pio Istituto dei Sordi di Milano. E quanto può aiutarci ancora oggi, in questo momento , storditi come siamo da tanto orrore ch einvade il mondo.
Dunque.
“Le Parole Buone nascono, quindi, come “pillole di resilienza”, piccoli racconti da leggere e su cui riflettere, grazie ad un’intuizione del prof. Sergio Astori, medico e psicoterapeuta lombardo, docente all’Universita Cattolica del Sacro Cuore di Milano e autore di diversi saggi per San Paolo. Con il passare del tempo, il radicamento nei territori e l’incontro diretto con le persone hanno contribuito alla nascita dei “laboratori di resilienza”, luoghi dove incontrarsi, entrare in relazione con se stessi e gli altri, lasciarsi guidare e sperimentare nuove forme di resilienza individuale e collettiva a partire dalle Parole Buone.
Una crescita costante e condivisa in rete, in radio e in incontri di gruppo quella del progetto Parole Buone, che oggi conta all’attivo oltre novanta racconti, grazie al prezioso supporto di Natur& Onlus (Seveso). Uno dei principi ispiratori del progetto e quello dell’accessibilità: i contributi sono stati accompagnati da immagini e video, versioni del testo semplificato ETR e in simboli CAA, video in lingua dei segni italiana (LIS) per i non udenti. I contributi si focalizzano su elementi di speranza realistica e vogliono essere testi per tutti, non solo per gli specialisti, quindi di facile decodifica e intellegibilita .
«La pandemia ha lasciato molti e significativi strascichi emotivi e sociali. Una volta usciti dall’emergenza, l’attualita ci ha consegnato immediatamente altri eventi drammatici che hanno scosso tutti noi, come le guerre, prima in Ucraina e poi in Medio Oriente. La storia e la vita ci pongono davanti continuamente a fatti difficili da metabolizzare. Questo e il motivo che ci ha spinto a proseguire il lavoro di pubblicazione di Parole Buone, per continuare a sostenere, accompagnare e condividere la costruzione di anticorpi verbali, brevi contenuti di carattere positivo diffusi in rete» spiega Sergio Astori.
Per il quarto compleanno il giovane team che cura la diffusione del progetto lancia un appello ai lettori affezionati e a quanti hanno incrociato il percorso di Parole Buone: «Superiamo 100 insieme», arrivando al traguardo delle cento Parole Buone e superandolo insieme, nello spirito di condivisione che connota la sfida digitale nata nel 2020. «Quale parola ti piacerebbe suggerire? Hai un termine a cuore che pensi possa essere utile condividere con gli altri?». Oltre le cento parole, per continuare a scrivere pagine di speranza…
L’invito, dunque, a continuare a scrivere pagine di speranza da condividere…
Le Donne del Muro Alto
Le Donne del Muro Alto, ricordate? (https://www.laltrariva.net/le-donne-del-muro-alto/) , ne abbiamo parlato con Francesca Tricarico, che ha ideato questo bel progetto: creare una compagnia teatrale con le attrici ex detenute e ammesse alle misure alternative alla detenzione. Sono passati dieci anni dalla nascita della compagnia. E per festeggiare oggi “tornano in carcere” per la prima volta come donne libere per presentare il loro nuovo spettacolo. Olympe. Riprendo il comunicato che l’annuncia.
Il lavoro, tratto dal romanzo La donna che visse per un sogno di Maria Rosa Cutrufelli, nasce da un primo studio fatto nel 2015 nel carcere femminile di Rebibbia e racconta gli ultimi mesi di vita di Olympe de Gouges (1748 –1793), 1793), intellettuale, drammaturga e attivista impegnata nella difesa dei diritti civili nell’epoca della Rivoluzione francese che pagherà il suo impegno politico con la vita.
Le prime due tappe della tournée negli istituti penitenziari del Lazio, a Latina, giovedì 7 marzo (domani ndr) alle ore 11.00 e alle ore 14.00 e a Frosinone venerdì 10 maggio alle ore 14.00
Le attrici ex detenute e ammesse alle misure alternative incontreranno la popolazione detenuta degli istituti coinvolti per condividere il loro percorso, la loro esperienza di inclusione sociale e lavorativa attraverso il teatro.
Francesca Tricarico, regista e ideatrice del progetto commenta: «Sono passati più di dieci anni da quel primo ingresso nel carcere femminile di Rebibbia, dieci anni esatti dalla nascita de Le Donne del Muro Alto, un progetto che fin da subito ho capito non poteva e non doveva terminare lì, nonostante tutto sembrasse dire il contrario, dalla difficoltà del luogo alla continua estenuante ricerca dei fondi.
In questi dieci anni, Le Donne del Muro Alto è una realtà che continua a crescere sia all’interno che all’esterno delle mura carcerarie, divenendo percorso di accompagnamento al ritorno nella società civile. Oggi, per le donne coinvolte, il progetto rappresenta sempre più una concreta possibilità di formazione oltre che un’occasione lavorativa regolarmente retribuita, un prezioso strumento di inclusione sociale».
Il progetto è realizzato dall’associazione Per Ananke, nata nel 2007, che fin dalla sua costituzione si occupa di teatro, in particolare teatro sociale, lavorando nelle carceri, centri per la salute mentale, scuole di ogni ordine e grado, università. Dal 2013 l’attività teatrale all’interno degli istituti di pena diventa l’attività principale dell’associazione con la nascita del progetto Le Donne del Muro Alto, prima nella Casa Circondariale femminile di Rebibbia, portato in seguito nella Casa Circondariale femminile di Latina e la Casa Circondariale di Rebibbia Nuovo Complesso e oggi anche all’esterno con donne ammesse alle misure alternative alla detenzione ed ex detenute.
Auguri dunque a Francesca tricarico e alle sue Donne. Sperando di rincontrarle presto!!!
Violenza inaudita e ingiustificabile
I professori del liceo dove si sono verificate le scene di brutale repressione prendono posizione e denunciano la “violenza inaudita e ingiustificabile”. Pubblichiamo il testo di una lettera aperta inviata alle redazioni delle testate italiane….
“Siamo docenti del Liceo artistico Russoli di Pisa e oggi siamo rimasti sconcertati da quanto accaduto in via San Frediano, di fronte alla nostra scuola. Studenti per lo più minorenni sono stati manganellati senza motivo perché il corteo che chiedeva il cessate il fuoco in Palestina, assolutamente pacifico, chissà mai perché, non avrebbe dovuto sfilare in Piazza Cavalieri. Gli agenti in assetto antisommossa avevano chiuso la strada e attendevano i ragazzi con scudi e manganelli, mentre dalla parte opposta le forze dell’ordine chiudevano la via all’altezza di Piazza Dante. In via Tavoleria un’altra squadra con scudi e manganelli.
Proprio di fronte all’ingresso del nostro liceo, hanno fatto partire dapprima una carica e poi altre due contro quei giovani con le mani alzate. Non sappiamo se siano volate parole forti, anche fuori luogo, d’indignazione e sdegno, fatto sta che, senza neanche trattare con gli studenti o provare a dialogare, abbiamo assistito a scene di inaudita violenza. Ci siamo trovati ragazze e ragazzi delle nostre classi tremanti, scioccate, chi con un dito rotto, chi con un dolore alla spalla o alla schiena per manganellate gentilmente ricevute, mentre una quantità incredibile di volanti sfrecciava in Via Tavoleria. Come educatori siamo allibiti di fronte a quanto successo oggi. Riteniamo che qualcuno debba rispondere dello stato di inaudita e ingiustificabile violenza cui sono stati sottoposti cento/duecento studenti scesi in piazza pacificamente: perché si è deciso di chiuderli in un imbuto per poi riempirli di botte? Chi ha deciso questo schieramento di forze, che neanche per iniziative di maggior partecipazione e tensione hanno attraversato la nostra città?
Oggi è stata una giornata vergognosa per chi ha gestito l’ordine pubblico in città e qualcuno ne deve rispondere“.







