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    Il buio e altri colori

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    Appena finito di leggere “Il buio e altri colori”.

    l buio è quello che piomba intorno a Michele, che a 46 anni perde la vista. Gli altri colori sono tutte le sfumature del mondo che Michele riesce a percepire attraverso l’udito, il tatto, l’olfatto, la memoria, anche, del tempo passato, ma soprattutto col suo sensibilissimo sentire…
    E l’ho letto, giuro, tutto d’un fiato, questo romanzo di Alessandro Forlani, che è giornalista, affabilissimo collega dei tempi della radio. Come il protagonista del suo romanzo, che non è Alessandro, ma è Alessandro. Perché solo chi conosce l’esperienza del buio, può restituirla in maniera così mirabile e stordente, per chi non riesce a immaginare…

    Mi perdonerà Alessandro se non riesco a separare l’immagine del protagonista del suo romanzo, Michele, da quella del collega che incontravo sul trenino che porta a Saxa Rubra, nei viali del Centro Rai, nei corridoi della palazzina della radio. Con sempre al fianco il suo bellissimo attentissimo cane. “Asia, allez, au pied!” che i comandi da cane guida li ha imparati in francese…

    Michele si muove, a Roma, fra il Centro Rai e il quartiere Prati, dove pure io un tempo ho abitato. E la prima cosa che mi ha colpito e stupefatta è quanti dettagli di percorsi, che pure ho tante volte visto ma senza vedere, Michele riesce a vedere, descrivere e restituirci.
    E cosa pensi… Pensi a quanto poco, pur vedendo, percepiamo di tutto quello che ci scorre veloce davanti agli occhi, ed è sempre distrazione. Mentre Michele insegna a mettersi in ascolto, che il mondo intorno a noi è talmente affollato di dettagli che, nel bene e nel male, vale sempre la pena di non perdere. Dettagli che riempiono la vita di tutte le sfumature della luce e del buio.

    Gli episodi sono tanti, attraversano quattro stagioni di un anno nel tempo della pandemia, che tutto ha complicato per ognuno di noi, immaginate per chi non vede. Storie d’inverno, di primavera, d’estate, d’autunno… I quattro tempi di una sinfonia fatta di serenità e rabbie, frustrazioni e gioie, meschinità e cattiverie (degli altri), indifferenze e tenerezze. “Sabbie mobili” e “notti magiche”, “ombre del passato” e “cuore di tenebra”, “un thé al ciclamino” e strade e strade e strade… che cammina tanto Michele.

    Gli episodi sono infiniti, irriassumibili. Raccontati spesso anche con molta ironia, che è dote di non poco conto, soprattutto se devi difenderti, oltre che dalle meschinità (cosa che non viene risparmiata a nessuno), anche dallo sguardo pietistico degli altri. E ci sono tre odori, tre sentori… che attraversano tutto il racconto e tirano le fila di una possibile trama: di sigaro, di ciclamino, di gel. Traccia di tre presenze misteriose che sembrano inseguire il protagonista. Alla fine, si sveleranno… ma la tensione del racconto non è lì. Forse anche, certo. Ma quello che fa andare avanti pagina dopo pagina, è lo svelamento di come si può non rinunciare alla propria autonomia. Come si può nonostante tutto non rinunciare al mondo. Tra pagine chiare e pagine scure… che …“Asia , allez!”

    Alessandro Forlani, “IL buio e altri colori”, ed Manni

    Stupori

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    E chissà quali pensieri ha attraversato la mente di Papa Francesco mentre il cardinale Matteo Zuppi si è chinato su di lui per sussurrargli la storia di Marco Cavallo.
    Che era lì ad aspettarlo proprio all’ingresso del Convention center, dove il Papa è arrivato a chiudere a Trieste la 50ª Settimana sociale dei cattolici in Italia.
    Ha lo sguardo un po’ stupefatto Papa Francesco… E stupefatto, in fondo in fondo anche il Cavallo. Che pure tante ne ha viste e passate…
    Avevamo pur pensato, sperato, di portarlo un giorno in piazza san Pietro, fin sotto la finestra delle benedizioni… Ce lo aveva chiesto proprio lui, Marco Cavallo, ma ha fatto prima Papa Francesco, ed eccolo qui, nella Trieste dove il Cavallo azzurro è nato.
    Ha l’aria un po’ stupita Papa Francesco, e sarà sembrato anche a lui un personaggio da fiaba, quell’enorme giocattolo di legno e cartapesta, nato ormai mezzo secolo fa, nel laboratorio dei “matti” di Trieste così magistralmente guidato da Giuliano Scabia… la sua pancia ancora piena di tutti i desideri che gli erano stati affidati. L’avrà affascinato, immaginiamo, col suo carico di significati, il colore del suo manto, che è il colore più profondo, che dona gravità solenne a chi se ne riveste, che è anche il colore dell’uccello della felicità, per qualcuno il colore della verità…
    Stupito anche il nostro Cavallo di tanto incontro, ci ha poi confidato… ma non ha avuto esitazioni, ancora una volta ha lanciato il suo nitrito, una voce grave con tutti i desideri che da mezzo secolo si porta nella pancia… insieme alla denuncia di quanto ancora accade intorno… E nello spazio di un saluto ha rinnovato quell’esplosione di parole, di storie, di allusioni alla libertà prima di tutto, e poi alla casa, ai diritti, all’uguaglianza, all’amore, all’amicizia, che tanto avevano da subito disorientato, sconvolgendo le geometrie istituzionali, che tante prigioni hanno prodotto e ancora vogliono riprodurre… Costringendo ogni volta a una scelta di campo.
    E si sono subito riconosciuti, ne siamo certi, il nostro Marco e Papa Francesco, intorno a quanto di fondamentale è anche nella dottrina sociale della Chiesa, convinti entrambi della dignità delle persone, di ogni persona, della necessità del rispetto dei diritti dell’uomo, “dell’assunzione del ‘bene comune’ come fine e criterio regolativo della vita politica… fondamento della democrazia”. E riusciamo a immaginarli, i pensieri dell’uno che hanno incontrato quelli dell’altro, ritrovandosi nel comune desiderio e impegno intorno all’arte di restare umani…
    Riguardando la foto con Papa Francesco e Marco Cavallo… come non vederli due icone a un tempo lievi e imponenti…
    E siamo fieri, e commossi, di questo incontro, di questo legame che si consolida, delle promesse che si sono scambiati, salutandosi, mentre, sospinti dallo stesso vento, scivola sulla sua sedia a rotelle Papa Francesco, scivola sulle sue zampe a rotelle il nostro Marco… che mai, ci ha detto, si è sentito così libero e fiducioso…

    scritto per il Forum Salute mentale



    I fiori di carciofo

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    Luogo più simbolico, a fare da sfondo alla presentazione ufficiale della campagna #180benecomune, non si poteva trovare. La Fattoria di Vigheffio, a due passi da Parma, uno dei luoghi dove si è dimostrata possibile la costruzione di alternative al manicomio, l’abbattimento di sbarre e muri, l’incontro dei “matti” col territorio e la sua gente intorno. Con dietro l’idea di un mondo che fosse per tutti senza muri e sbarre. Che il pensiero di Mario Tomassini e Franco Basaglia, che pure lì si incontrarono e collaborarono, riguarda tutte le prigioni che ingabbiano il nostro vivere, fisiche e non solo.

    Bel pensiero, ben controcorrente, in un momento difficile, in cui tutto sembra andare in senso opposto, nel campo della salute mentale e non solo, se la tendenza è a risolvere ogni problema sociale “chiudendo” sempre più al mondo, nei luoghi di cura, o presunta tale, come in quell’inferno che sono le nostre carceri o i centri dove pretendiamo di soffocare la spinta dell’uomo a migrare. Respingendo lontano dalla nostra vista tutto quello che pretendiamo essere a noi estraneo.

    Parte da qui, nel luogo di una meravigliosa rivoluzione gentile, una campagna che vuole innovare radicalmente il sistema della cura, ridando vita alla 180 e a tutto quello che rappresenta. Non negando le difficoltà del momento, ma ribadendo la necessità di spiegare a tutti, ma proprio a tutti, che la 180 è un bene comune perché riguarda tutti. Perché insegna che la separatezza è un errore, che porta orrori (vedi quel che sono stati i manicomi, quel che sono, scusate se insisto, i luoghi di prigionia, dove il confine fra rei e folli, che pure vi sono ben rinserrati dentro, sembra essere sempre più labile).

    Una campagna che vuole urlare per la vita, contro la morte. Lo ha detto chiaramente Carla Ferrari Aggradi, presidente del Forum salute mentale, se l’altra faccia del sottofinanziamento della salute mentale, oltre che della sanità tutta, sono tutti i soldi “dirottati verso la morte, verso le guerre”. Un invito a combattere per la vita… attraverso il recupero della dimensione etica del rispetto degli altri.

    Una campagna che, muovendo dai disegni di legge presentati per dare attuazione in tutta Italia i principi della 180 pensa a una “deistituzionalizzazione in campo largo contro chi pensa a segregare”, come ben spiega Daniele Piccione, che fra le tante cose elenca le virtù del ddl per l’attuazione della 180, contro i luoghi comuni dell’inguaribilità e della pericolosità, ad esempio…

    Gli interventi varrebbe la pena di ascoltarli tutti, che ognuno colpisce a fondo…

    Voglio solo sottolineare le voci di chi i problemi di salute mentale li ha vissuti e vive in prima persona o accanto a un familiare … di questi ultimi leggerete nell’intervento su questa pagina di Tiziana Tommasoni, membro dell’Afasop, mentre colpiscono sempre al cuore, e alla mente, le parole di Silva Bon, che è storica e ha voluto portare la sua testimonianza di persona che vive il disturbo mentale per poi poter dire, commuovendosi, e tutti commuovendo… “dichiaro di essere guarita”. E “Guarire si può” è il titolo del bellissimo libro attraverso le cui pagine l’ho conosciuta, che sempre suggerisco di leggere, dove con forza e molto coraggio tutto questo è raccontato.

    Ecco, coraggio: mi sembra altra parola chiave che esca da questo incontro. Perché ci vuole coraggio per andare contro corrente, per non cedere, non arretrare… e tutte le persone che guidano e portano avanti questa battaglia questo hanno fatto tutta la vita. E sono qui a testimoniarlo.

    Molte persone, rappresentanti anche di associazioni, alla Fattoria di Vigheffio. Sono arrivati da tutta Italia. Non ero presente, ma, seguendo la diretta streaming, è stato bellissimo sentirne l’eco affollata, che come un’onda sussurra, applaude, riempie l’aria di tanta presenza. Insomma, in molti hanno risposto alla chiamata. Per dire ci siamo. A costruire una rete di comunità… E già fioccano le email delle persone e delle associazioni che vorrebbero partecipare attivamente alla campagna.

    Un primo esempio parte dal sud, questo sud che “l’autonomia regionale già esiste… drammatica”, come sottolinea Roberto Mezzina, che è stato direttore del dipartimento di Salute mentale di Trieste, e molto ha lavorato anche al disegno di legge per l’attuazione della 180. L’Associazione “180amici Puglia” e del Coordinamento delle Associazioni pugliesi “Oltre il Silenzio” già propone di organizzare una tappa pugliese della Campagna, magari a Bari all’Università.
    Saluti resistenti, chiudono l’email. E altre già seguono.

    Insomma, è stato ben accolto l’invito del Forum, e di Peppe dell’Acqua (che non è potuto essere alla Fattoria, ma che il cammino verso questa giornata ha guidato) che … “dobbiamo assumerci il compito non solo di denunciare la carenza e la miseria delle organizzazioni e la drammatica mancanza di risorse, ma soprattutto promuovere ovunque la consapevolezza dell’umano. Ritrovare la dimensione etica, battersi per luoghi accoglienti, addestrarsi ossessivamente a incontrare l’altro”.

    Una nota personale. Una giornata rincuorante, in questi giorni che sto leggendo una tremenda storia: “Socialmente pericoloso, la triste ma vera storia di un ergastolo bianco”. La vicenda, qualcuno ricorderà, di Luigi Gallini, che era ricercatore universitario, insegnante, e poi un giorno, con l’acutizzarsi di una patologia psichiatrica tenta di rapire un bambino. Nel suo intento voleva sottrarre il piccolo a minacciosi figuri che immaginava si stessero avventando addosso al piccolo. “Pregiudicato tenta di rapire un bambino”, titolano le agenzie e poi i giornali. Vi risparmio il percorso e dettagli da film dell’orrore (è passato anche nella sezione Sestante nel carcere di Torino, ora chiusa dopo la denuncia di Antigone): giudicato “pericolosissimo” ora si trova in una comunità forense, e mai sa se ne uscirà fuori. Parla di una non vita che “gli avvizzisce il cuore”, e della falsa libertà di cui gode ogni cittadino… Perché questo oggi è. E anche questo, una società che accolga e non respinga, può aiutare a superare.

    E una nota a margine, vi sembrerà bizzarra, ma… sul tavolo dei relatori durante la conferenza stampa c’era un bel mazzo di fiori di carciofo. Sì. Li avete mai visti? Sono splendide corone color viola. Cynara cardunculus, il nome scientifico. Forse molti di noi, che pure carciofi mangiamo con piacere, non li hanno mai visti. E certo, perché il fiore è la parte interna di quello che solitamente mangiamo, quella che chiamiamo barba e che in genere portiamo via, perché ci disturba il gusto. Ecco, proviamo qualche volta a mettere da parte la nostra ingordigia, a lasciarla crescere, quella barba… sarà un’esplosione di colore, quasi viola… quasi colore della lavanda… e farne anche di questo un simbolo, come un fiore all’occhiello sull’abito azzurro di Marco Cavallo…

    scritto per Forum della salute mentale

    Chi ce lo fa fare…

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    Ma chi ce lo fa fare? Ci siamo dette io e Sandra una sera al termine di una giornata conclusa ai margini di una piazza, accanto al nostro banchetto di libri “sul e dal carcere”, richiudendo le sedie messe lì per l’esigua platea di persone venute ad ascoltare…
    Già. Chi ce lo fa fare? A occuparci, per come possibile, di argomento scivoloso e per i più disturbante: la tutela dei diritti di chi la legge ha punito con il carcere. Che pure qualche reato ha commesso (ma pure capita che non sia così), e qualcuno anche gravissimo. A occuparci di diritti addirittura (!?!) quando si tratta di persone che sono state legate a organizzazioni criminali, e non di poco conto. Che l’accusa che ti tiri addosso è minimo minimo che “difendi la mafia”. Anzi, la Mafia, con una bella M maiuscola…
    La risposta in questo Bianciardino, fresco fresco di stampa… grazie a Strade Bianche di Stampa Alternativa..


    Con la bella prefazione di Stefano Anastasia, garante delle persone private della libertà del lazio, che, facendosi la stessa domanda… dà due risposte: ” La prima, la più banale, dice che a ognuno di noi tocca la nostra parte nella trasmissione di un sapere, di una memoria, di un modo di vedere le cose e se quest’ergastolo dei diritti è servito a motivare altri a proseguire dopo di me, è stata una condanna ben spesa. La seconda, quella più importante, è la compensazione che una sola conquista, per una sola persona, riesce a fare di tutto quel cumulo di frustrazioni di cui è pieno il nostro impegno: perché poi, alla fine, ci sono le persone in carne e ossa, quelle che sono lì, che soffrono con noi e di fronte a noi, a cui non gli si può raccontare del migliore dei mondi possibili senza rispondergli qui e ora ai loro bisogni di giustizia. E quando uno su mille ce la fa, ecco allora chi ce lo ha fatto fare”.

    ps: la copertina è del nipote Leonardo (de Carolis)



    Olympe, e le Donne del Muro Alto

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    “Davanti al primo cancello non riuscivo a entrare. Mi ha preso come una paralisi. Certo, sapevo che sarebbe stato emozionante, ma non mi aspettavo quel blocco! Ero proprio paralizzata…”.
    E mentre racconta sembra ancora riviverla tutta quella emozione, Bianca, giovane attrice della compagnia teatrale “Le Donne del Muro Alto”, che alla vigilia dell’8 marzo ha varcato i cancelli del carcere di Latina.
    “Le Donne del Muro Alto”… compagnia messa in piedi dieci anni fa, a Rebibbia, dalla regista Francesca Tricarico, con attrici ex detenute e ammesse alle misure alternative. E per festeggiare questo decennio sono “tornate in carcere” per la prima volta come persone libere per presentare il loro nuovo spettacolo. Olympe. Tratto dal romanzo di Maria Rosa Cutrufelli, La donna che visse per un sogno racconta gli ultimi mesi di vita di Olympe de Gouges, intellettuale, drammaturga e attivista impegnata nella difesa dei diritti civili nell’epoca della Rivoluzione francese, che pagherà il suo impegno politico con il carcere e, infine, con la vita.

    Bianca, Bruna, Betti, Daniela, e Chiara, che (sorpresa!) è giovane studentessa di scienza dell’educazione, che ha scelto di far parte del gruppo come “percorso di formazione umana profonda. Per avere la possibilità di riflettere e vivere cose che non accadono tutti i giorni sotto gli occhi di tutti…”. E guardandola, e ascoltandola, mentre spiega quanto sente di dover regalare parole d’autenticità, penso che se ci fossero più persone col bel suo sentire… forse un po’ più umano sarebbe anche il mondo…
    Incontro Bianca, Bruna e Chiara, con la loro regista, durante una pausa per le prove per il prossimo appuntamento… e ancora tutte palpitano d’emozione. Non deve essere stato facile, mi chiedo e chiedo, ritornare, anche se in nuova veste, in un luogo che è stato dolore di prigionia. Ne era ben consapevole anche Francesca che, confida, per la prima volta ha detto loro: “Se è troppo forte per voi non la facciamo, questa rappresentazione. Ma l’abbiamo fatta”.
    E sono ben forti le Donne del Muro Alto.
    “Ritornare in carcere da libera? È stato un effetto surreale”, spiega Bruna. Come vivere un flash back. Il cancello, la porta d’ingresso, l’aria che manca quando sono rimasta chiusa fra due cancelli. Ogni piccola cosa ti ricorda tutto, tutto quello che, da detenuta, hai visto e vissuto. Ho avuto bisogno di tre giorni poi per riprendermi, ma forse ne avevo bisogno. Avevo una grande curiosità di provare a ritornare. Sono stata male, ma dovevo farlo e lo rifarò. Il coinvolgimento emotivo è enorme, per noi che abbiamo vissuto l’esperienza del carcere…ma non vedo l’ora di ritornare”.
    Nella Casa circondariale di Latina ci sono stati due spettacoli. La mattina per i detenuti della sezione maschile, il pomeriggio per le donne dell’Alta sicurezza, dove un altro tuffo al cuore per Bruna, quando ha visto entrare due donne mano nella mano, e… “ho pensato a Medea, lo spettacolo dove entravo accompagnata per mano da una compagna… io l’ho vissuta questa scena…”
    Già. Momenti di grande struggimento, forse difficile da capire per chi non ha avuto l’esperienza del carcere. Così gli uomini della sezione maschile, pubblico del primo spettacolo, sono nelle parole di Bianca “quei ragazzi” che… “li avrei voluti abbracciare uno ad uno, metterli tutti in tasca e portarli a casa”. E quanto grandi avrebbe voluto fossero le sue tasche, per accoglierli tutti. Ancora: “E il pomeriggio, l’emozione di recitare per le donne in Alta Sicurezza, proprio la vigilia dell’8 marzo, leggere il dolore sulla loro pelle…”. Dolore, che pensi sia stato anche il suo.
    Bianca, col suo italiano bello e garbato che, brasiliana, assicura “mi ci sono messa d’impegno ad impararlo”. E c’è da credere a tutto l’impegno che ha messo nelle cose. Pensate che, entrata nella compagnia quando era detenuta a Rebibbia, cinque anni fa, dopo gli anni bui, ora ha un buon lavoro (in un bar di piazza Navona e ha appena preso diploma da sommelier!), ma continua a far parte della compagnia, lei che l’attrice avrebbe davvero voluto fare, spiega, per dare e prendere emozione. E ancora sembra voler avvolgere di tenerezza le persone che ha incontrato là dentro, quasi a proteggerle con quel suo carezzevole “ragazzi”, che solo chi sa della condizione di chi è dentro sa così pronunciare. Ancora commossa per l’attenzione di quei “ragazzi”, anche loro rapiti e coinvolti, immagino bene, nel sogno di libertà di Olympe.

    Lo spettacolo era già stato messo in scena una prima volta a Rebibbia cinque anni fa. “Uno spettacolo ricco di riflessioni anche sulla nostra Costituzione, sui nostri doveri e diritti, oggi come ieri…”. Questa, spiega Francesca Tricarico, è l’ennesima versione. “Perché ogni volta si rielabora, si cambia, si va avanti, anche se questo è il testo in cui abbiamo avuto meno bisogno di inserire altro, un testo attualissimo, con quel carcere così tristemente attuale… Solo abbiamo trasformato i monologhi del testo in dialoghi, e introdotto il tema della relazione delle donne in carcere, cosa che nel libro non c’è”. Cosa, la relazione delle donne in carcere, cui da sempre Francesca rivolge il suo sguardo attento, pensando all’universo femminile, relativamente piccolo in carcere, che “paga” il dover vivere in un sistema tutto pensato al maschile. Soprattutto dopo aver compreso come queste donne subiscano uno stigma maggiore rispetto agli uomini. “Perché ancora oggi in Italia essere una donna che ha commesso un reato è una colpa più grande di quella di un uomo che sbaglia”.
    “La gente ha rallentato l’andatura per non perdersi lo spettacolo di una signora arrestata per strada…”, Bruna ricorda una battuta di Olympe. Oggi come allora, quanto peggiore, quanto più riprovevole una donna che sbaglia…

    Pensando a Olympe de Gouges, che prima approva la rivoluzione, poi decide di opporsi perché, accusa, “avete scritto una costituzione così giusta da non avere il coraggio di applicarla, le donne ad esempio le avete dimenticate!”.
    Un testo, quello sulla storia di Olympe, nel quale le attrici ben si riconoscono. “Ritrovo – dice Bianca, che interpreta una teatrante – la mia rabbia contro le ingiustizie. Anche se a me non appartiene forse l’ironia con la quale le ingiustizie vengono affrontate nel testo, mi ritrovo tantissimo nella rabbia… per l’abuso degli uomini su di te… e questo testo mi ha permesso di liberare tante cose che avevo chiuso dentro di me…”
    E Bruna, che Olympe interpreta, in lei davvero si ritrova tanto: “Come lei non tollero le ingiustizie, ne ho viste tante anche se non ne ho subite… Molto si approfitta delle debolezze gli altri. La mia Olympe è un’anticipatrice di tutto, attualissima purtroppo, attualissimo il suo grido che dal 1790 arriva fino ad oggi”.
    E ancora cita brani: “Non serve essere colpevoli per provare vergogna… La libertà d’opinione è un’utopia”. Guardandosi intorno…
    E mi consegna, Bruna, con sguardo fiammante, copia della famosa Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, firmata da Olympe de Gouges. Inizia con una domanda: Uomo, sei capace di essere giusto?

    Le Donne del Muro Alto. Tanta strada fatta in dieci anni. Una realtà che continua a crescere sia all’interno che all’esterno del carcere. Realizzata dall’associazione “Per Ananke”, che fin dalla sua costituzione nel 2007 si occupa di arte e di cultura, soprattutto di teatro, in particolare teatro sociale, lavorando nelle carceri, oltre che nei centri per la salute mentale, scuole di ogni ordine e grado, università. Il teatro, in particolar modo, diventa strumento di integrazione, educazione e riabilitazione.
    Mi piace ricordare quanto mi disse Francesca Tricarico la prima volta che ci siamo incontrate, a proposito del mestiere del teatro. Ascoltate:
    “Fare teatro è un modo per interrogarsi anche sulla nostra società… il teatro in carcere è un importante strumento di riflessione per il “fuori” quanto per il “dentro”. Con il teatro le attrici detenute hanno la possibilità di dedicarsi ad un’attività che permette di far arrivare la loro voce all’esterno, e di avere uno spazio d’espressione anche emotivo nel luogo per eccellenza del contenimento. In carcere può essere pericoloso lasciarsi andare alle emozioni così come contenerle sempre, cosa che può avere serie conseguenze psicologiche e fisiche. Il teatro offre questa libertà senza rischi, protette dalla storia da raccontare, dalla forma da utilizzare, con i tempi e il ritmo del racconto. E permettere di sfogliare quelle verità che proteggi con cura anche da te stessa…
    Il teatro per ascoltare ed essere ascoltata, dare voce a chi non ne ha, combattere lo stigma sociale, fare politica… E tutto assume un senso più profondo quando riusciamo a farci ascoltare fuori da quelle mura…”
    Ananke, nella Grecia antica, è la dea del destino. Un destino, qui, tutto da riprendere in mano. E oggi, ci tiene a sottolineare la regista, che dell’associazione è centro motore, il progetto rappresenta una concreta possibilità di formazione legata ai mestieri del teatro, oltre che un’occasione lavorativa retribuita, un prezioso strumento di inclusione sociale.
    Bello, bellissimo, ma non immaginate quanta fatica negli anni anche nella ricerca di fondi. Per far riconoscere l’impegno delle attrici come vero e proprio lavoro, giustamente retribuito. Non è semplice, perché difficile trovare chi alle belle parole di encomio faccia seguire un aiuto finanziario. Anche solo l’offerta di un luogo stabile dove lavorare. “Cosa ci manca? Soldi e spazio, eppure il progetto d’inclusione può funzionare, e bene. A tante belle parole, non sempre seguono fatti”.
    E quanto è alto ancora questo Muro, se Le donne del Muro Alto, questa volta le ho incontrate in un locale dello Spin Time, il palazzo occupato alle spalle di Santa Croce in Gerusalemme, che momentaneamente le accoglie. Ma qualche segnale arriva…
    E si va avanti. La tourné va avanti, fra istituti penitenziari e università. Mentre mi chiedo chissà quali altri progetti stia macinando Francesca. E certo ancora ci sorprenderà…

    Tornando all’incontro di Latina. Ancora rubo impressioni. Al termine degli spettacoli, i saluti, e poi i cancelli del carcere si sono richiusi alle loro spalle, immagino con quanto tremore, di donne ora libere. Portando con sé il ricordo della bella accoglienza avuta, come l’incontro con l’agente, gentilissimo, che, ricorda Bianca, “avrebbe voluto chiedere a ciascuna di noi: che visione avevate di noi, e ora che pensate di noi…”, e anche per lui Bianca sa avere pensiero di tenerezza, per la guardia che infine resta lì, mentre loro vanno via. Pensando alle persone che fanno la differenza in un sistema pur tutto da rivedere…
    E parlando degli ultimi momenti di quella giornata, c’è un aggettivo che tutte pronunciano: straziante. Sì, le Donne del Muro Alto non trovano altre parole per descrivere quando, infine, sono uscite dal perimetro del carcere, per andare incontro alla loro ora normale vita quotidiana, lasciando “quegli altri” dentro. Nelle celle.
    Ché è davvero terribile, e ve lo assicuro anch’io, salutare e staccarsi dalle persone lì dentro, quando sai dove le lasci…


    E così lunedì mattina ho assistito allo spettacolo. Olympe. Lo avevamo annunciato (http://www.laltrariva.net/le-donne-del-muro-alto-4/ ) , il nuovo spettacolo de Le Donne del Muro Alto, la compagnia teatrale messa in piedi da Francesca Tricarico con le attrici ex detenute e ammesse alle misure alternative alla detenzione. Il mese scorso tornate in carcere, per presentare anche lì, da persone libere, il loro spettacolo.
    Ora davanti a una platea di cinquecento ragazzi, studenti delle scuole romane. Al termine di un percorso fatto di incontri e confronti proprio con loro…
    Solo pochi appunti, per registrare intanto l’entusiasmo di un’inconsueta platea di giovani, che ha saputo ben seguire e abbracciare d’attenzione le attrici, lì sul palco a parlare di prigionia, diritti e libertà… A far rivivere il sogno di Olympe, Olympe de Gouges, intellettuale, drammaturga e attivista impegnata nella difesa dei diritti civili nell’epoca della Rivoluzione francese che ha pagato con la vita il suo impegno politico.
    Sarebbe da riascoltare e leggere tutto il testo dello spettacolo, tratto dal romanzo La donna che visse per un sogno di Maria Rosa Cutrufelli, così ricco di verità e d’emozioni, che le attrici hanno fatto palpitare della loro vita vera, come solo chi il carcere l’ha davvero vissuto credo possa fare. E c’è voluto molto coraggio a rientrare, sia pure solo nella finzione dello spettacolo, nel tempo della prigionia.
    Ma voglio sottolineare brevemente almeno due passaggi.
    Il racconto quanto mai ficcante del tempo morto del carcere, che è, oggi, come allora, ancora lo stesso. Un tempo circolare chiuso su se stesso, un tempo buio… sullo sfondo nero di una scena vuota di cose, che è anche la solitudine di chi è, isolata, nella cella accanto…
    “Ho fame”… ripete a tratti una delle donne prigioniere. La fame.. qui metafora di fame di vita… Una fame immensa, che è bocca spalancata ad ingoiare il vuoto…
    Perché il carcere questo è.
    E poi il momento in cui, in un sussulto, una delle prigioniere rivendica il suo diritto a immaginare la libertà. Di non voler perdere questa capacità d’immaginazione, che è vita. Nel carcere più che mai.
    E ho pensato a Mario Trudu, l’eterno ergastolano che ho inseguito per qualche lustro di carcere in carcere: Quarant’anni di prigionia ininterrotta e poi una morte cattiva e ingiusta… Quando gli chiedevo come si fa a resistere tanto tempo in un carcere, mi spiegava che lui era come scisso in due persone: quella che viveva la vita morta del carcere, e quella che costantemente immaginava di vivere fuori, ricordando e rivivendo, fin nei più piccoli dettagli, la vita libera sulle sue montagne. Lui che era pastore…
    Sì, sarebbe da riascoltare e leggere tutto il testo dello spettacolo, con quello struggente, bellissimo inno alla libertà di pensiero, che Olympe fa rivendicando le lotte di tutta la sua vita, prima di essere portata a morire.
    E guardare e seguire l’onda dei ragazzi, i loro applausi spontanei, il loro “tifo” sussultante, vi assicuro, è stato uno spettacolo nello spettacolo..
    Riprendo un post di Francesca di fine marzo: “Il teatro è lo strumento politico più potente che io conosca, politico poiché al servizio della polis, della comunità, di tutti noi! E Mai come in questo momento ho sentito la responsabilità verso i più giovani, che ereditano un presente davvero complesso, ed è per questo che oggi nella giornata mondiale del teatro, e nazionale del teatro in carcere, voglio dire grazie a chi ci sta permettendo di portare questo prezioso strumento ai ragazzi di età, luoghi e contesti differenti! grazie a chi con noi dietro le quinte lavora affinché sia possibile”.
    Ed è stato ben possibile.

    scritto per il numero di maggio di Voci di Dentro




    Sfondare i recinti della nostra indifferenza

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    Il 13 maggio di 46 anni fa. Fu nei convulsi giorni dopo l’omicidio di Aldo Moro, che venne approvata la legge 180. Un accordo fra presidenti di Camera e Senato, il democristiano Fanfani e il comunista Ingrao, ne accelerò l’iter parlamentare per evitare il vuoto normativo che avrebbe provocato il referendum promosso dai radicali per la chiusura dei manicomi. E quanto avrebbe approvato Aldo Moro quell’intesa fra “opposti” per cui pure, a ben più alto livello aveva lavorato, e che gli costò la vita. Questi giorni di ricorrenze e ricordi sembrano evocare il suo sorriso in filigrana…
    E si parva licet componere magnis… siamo ben contenti che il cammino della campagna #180benecomune, nata per rilanciare il diritto alla salute per tutti richiamando i contenuti della Legge 180, si metta in cammino proprio il 13 maggio.
    Partendo da Brescia, con la giornata di incontri intorno a “La legge 180. Conoscere il passato per costruire il futuro”. Per partire dall’unica vera riforma che l’Italia ha avuto dal dopoguerra (parola di Bobbio), e individuare le strade su cui camminare oggi per proiettarsi in avanti. A cominciare dal disegno di legge per l’attuazione della 180, promossa dal Forum Salute mentale, che ha iniziato il mese scorso il suo cammino parlamentare.
    Nell’aula magna della Facoltà di Medicina dell’Università di Brescia, sarà anche proiettato il film di Maurizio Sciarra “E tu slegalo” con il racconto dei protagonisti di quegli anni, che molto trasmette del clima di allora. Ma suggerisco, mi permetto, di andare a cercare anche una pellicola degli anni Settanta, il documentario Matti da slegare, girato nel manicomio di Colorno da Silvano Agosti, Marco Bellocchio, Sandro Petraglia e Stefano Rulli. Che molto contribuì a mettere lo scandalo dei manicomi al centro dell’acceso dibattito che ci fu in quei tempi… A margine, quel documentario nel 1976 vinse il Gran premio della giuria al festival del cinema di Berlino. Andrebbe rivisto… per non dimenticare… (un assaggio: https://www.youtube.com/watch?v=EsLQWb7j_vE ).
    Ecco, un ampio dibattito. E’ quello che, a partire dalla giornata di Brescia, si vuole riaccendere con la campagna #180benecomune (che verrà ufficialmente presentata in una conferenza stampa all’inizio di giugno). Pensando ai tempi della rivoluzione basagliana, che è stata possibile anche per tutto quello che si muoveva e maturava tutt’intorno. La narrazione che è seguita di quegli anni, ponendo l’accento quasi esclusivamente sui momenti bui e di lutti che purtroppo pure ci sono stati, fa spesso dimenticare quanto di vivo, di generoso è stato… Tempi in cui di tutto, e in tanti, davvero si discuteva, a cominciare dalle scuole, dove, per programma, si leggevano i giornali, come insegnò don Milani, con la sua scuola di Barbiana. Cosa che non poca importanza ha avuto nei primi passi del nostro ragionare, che era già partecipare alla vita pubblica del paese. Che è fondamento della democrazia.
    Si è parlato e si parla dei gravissimi passi indietro, in termini di attenzione, strutture, impegno, nel campo della salute mentale, come nel “pianeta” sanità tutto. Ma tanti pure sono stati i traguardi, punti fermi dai quali è impossibile tornare indietro. Se l’abbiamo dimenticato, la campagna #180benecomune vuole ricordarcelo. E invita tutti a tessere parole e pensieri, e attenzione intorno al tema della salute mentale che, nell’ambito più generale della sanità pubblica, è bene di tutti.
    Carla Ferrari Aggradi, che del Forum salute mentale è presidente, e anima di ciò che si muove nella giornata bresciana e non solo…, nel suo intervento in commissione al Senato, a proposito del disegno di legge per l’attuazione della 180, ha parlato del “senso poetico del nostro agire”…
    “Penso- spiega- che le leggi, le disposizioni ministeriali, regionali, comunali siano le fondamenta del vivere insieme, ma non bastano! Vanno riempite, dobbiamo riempirle di anima e di cuore per renderle “umane”, per portarle nella nostra comunità e renderle vivibili, utili per tutte e tutti. Perché il nostro essere “umani” è composto di ragione (le leggi) ma di amicizia, di amore, di vicinanza, di egoismi e di generosità…
    Quando pensiamo ai servizi per la Salute mentale, alla nostra vita, mettiamoci un po’ di commozione, ci darà la forza di pretendere “buoni servizi” per chiunque passi sul nostro territorio, così come dice la nostra Costituzione… che, nella sua idealità, ha la forza della poesia!”
    Nella convinzione, dunque, che la poesia sia l’espressione più profonda dell’animo umano.
    Cosa che ho capito davvero anch’io incontrando il linguaggio della poesia in luoghi di contenzione, fisici e mentali.
    “La psichiatria si è presa per sempre l’anima mia, / lo dico con il mio cuore un po’ malinconico e malato (…).// Quando all’orizzonte appare l’auto della psichiatria/ non vedo l’ora che essa se ne vada via. / Per sempre davanti agli occhi miei/ prima che distrugga i sogni miei”, recita Gianluca Mambrini, incontrato, oggi un po’ più libero, dice, sul sentiero del Festival della Letteratura Resistente di Pitigliano…
    E interrogandomi sulla poesia che ci pervade anche quando non ce ne accorgiamo, la risposta in un pensiero di Forster (Passaggio in India): “Gli uomini anelano alla poesia… vogliono che la gioia sia aggraziata e il dolore augusto, che l’infinito abbia una forma”.
    Dare una “forma” all’infinito che vogliamo. Partendo dunque ancora una volta al seguito di Marco Cavallo, anche lui il 13 a Brescia, con tutta la poesia che quando è nato gli è stata affidata e che ancora si porta dentro. Il Cavallo azzurro che fu ariete a sfondare i cancelli del manicomio di san Giovanni a Trieste. Oggi ci chiama tutti a sfondare i recinti della nostra indifferenza.


    #180benecomune

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    Il Forum Salute Mentale lancia una campagna per rimettere in campo parole, azioni e valori della riforma della salute mentale. #180benecomune

    Martedì 9 aprile si è tenuta in Senato, alla commissione Welfare, la prima audizione sui disegni di legge “Disposizioni in materia di salute mentale”, a firma di Filippo Sensi e Deborah Serracchiani e “Disposizioni in materia di tutela della Sanità Mentale”, a firma dei senatori Magni, De Cristofaro e Cucchi.

    Carla Ferrari Aggradi e Roberto Mezzina sono intervenuti per il Forum Salute Mentale.

    Dalle riflessioni e dai confronti intorno a questa questione e dagli esiti delle audizioni che sembrano confortanti… confortanti nel senso che per ora nessuno ha accennato a una volontà di rimettere in discussione la legge 180, sta prendendo forma la convinzione di promuovere la campagna #180benecomune.

    Nel mentre nel Forum Salute Mentale se ne discute, comincia a prendere forma il significato più esteso che questa iniziativa potrebbe avere. Non solo chiedere l’approvazione di questa legge ma riprendere confidenza e fiducia con quelle parole che hanno costruito il cambiamento e che ci permettono di resistere. In realtà non di resistere si tratta ma di proporre con convinzione la potenza di una storia che ci parla di futuro e cercare di prendere spazio in un campo totalmente occupato da culture e pratiche che sono il segno del forte rischio di arretramento che stiamo vivendo.

    Il Forum Salute Mentale, assumendo i disegni di legge, al di là della loro approvazione, come un manifesto, vuole lanciare una campagna di sensibilizzazione che possa coinvolgere in tutta Italia operatori/trici, associazioni di familiari, volontari/e, istituzioni, forze politiche e sindacali e cittadini/e per rilanciare il diritto alla salute per tutti e tutte, utilizzando i contenuti della Legge 180, perché questa norma diventi davvero patrimonio di tutti e di tutte e perché i servizi di salute mentale siano servizi di buona cura, accessibili a ogni cittadino e a ogni cittadina.

    Nel nostro Paese i servizi per la Salute Mentale vivono una condizione di crisi ingravescente: a fronte di un aumento significativo della richiesta d’aiuto per motivi psicologici, che ha causato, fra l’altro, un incremento degli accessi al pronto soccorso del 13% tra il 2021 e il 2022, la presa in carico da parte dei servizi è calata del 7%. Nell’ultimo anno la domanda di aiuto delle persone che vivono l’esperienza del disturbo mentale, specie nelle fasce più fragili della popolazione, è inequivocabilmente cresciuta, eppure meno del 3% della spesa sanitaria nazionale è destinato alla salute mentale.

    Siamo lo stesso Paese in cui è avvenuta – secondo Norberto Bobbio – l’unica vera riforma del dopoguerra: la Legge 180, dopo 46 anni, rimane un unicum in tutto il mondo tanto che L’OMS, da anni ormai, l’ha adottata come modello da indicare. Eppure è stata fin dall’inizio oggetto di malintesi, manomissioni, strumentalizzata a fini revisionistici.

    Oggi, a fronte di un diffuso riconoscimento, degli innegabili cambiamenti di assetti istituzionali, la realizzazione di politiche regionali e di servizi diffusi in tutto il Paese continua ad avere colpevoli disattenzioni dalle Regioni, dai Comuni, dalle Università e dalle psichiatrie e spesso si respirano segnali di negazione dei suoi principi ispiratori: di rispetto dei diritti civili e di cittadinanza, della dignità, della cura, delle buone cure.

    Per questo motivo, la calendarizzazione della discussione dei due disegni di legge, che, è bene sottolineare, partono dallo stesso testo base, è un passo molto importante. Erano già stati presentati altre due volte, seppelliti nel deposito dei ddl che non hanno fatto strada. Ma questa terza volta il salto è stato fatto: siamo alle prime audizioni di un disegno di legge che riesce a guardare avanti, rispondendo alla necessità di dare al paese uno strumento legislativo che possa portare a piena realizzazione i principi stabiliti nella riforma sanitaria del 1978 per la parte che riguarda la salute mentale.

    Il Ddl, infatti, intende conferire maggiore efficacia alla Legge 180, rafforzandone i la cura effettiva nel territorio, sviluppandola, estendendola e confermandone la portata, guardando alle persone che di cure hanno bisogno, ma anche a tutto ciò che vi gira intorno, a cominciare dalla condizione degli operatori. Le persone stanno bene quando gli operatori stanno bene.

    L’unica modifica apportata rispetto alla 180/1978, infatti, è la previsione di un’ulteriore garanzia sostanziale e processuale contro la disumana pratica della contenzione meccanica nei servizi psichiatrici.

    Certi come siamo che la questione “salute mentale” non sia un’isola, un mondo a sé, ma parte essenziale del tema salute nel suo insieme, “non c’è salute senza salute mentale”, ma anche parte di una società tutta che voglia riprendere un lavoro di tessitura e valorizzazione dei diritti e delle relazioni fra le persone, di intervento nelle crescenti diseguaglianze sociali, di proposta di azioni, strategie e politiche di salute mentale, insomma un “bene comune” da custodire, lanciamo con tutta la nostra convinzione la campagna #180benecomune.

    “ci si potrebbe immaginare che la salute mentale stia laddove un soggetto può esistere con altri, attraverso il linguaggio comunicare di sé,
    poter di sé parlare per differenze accettabili,
    costituirsi per singolarità parziale e parziale comunanza.
    Costituirsi ed essere costituito laddove inclusione/esclusione si tendono e rischiano tra loro, sul limite sul quale altri possono trattenerti, tu possa trattenerti e insieme possa trovarsi un comune sentire, una prassi comune, un progetto interrelato.”

    diceva Franco Rotelli, tra gli estensori del disegno di legge

    Link alle audizioni dei rappresentanti degli enti e delle associazioni:

    https://webtv.senato.it/4621?video_evento=245375

    Info stampa: forumsalutementale@gmail.com – Veronica Rossi 3483262288

    Olympe, dunque…

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    E così lunedì mattina, al Teatro Vittoria, nel quartiere romano di Testaccio, ho assistito allo spettacolo. Olympe. Lo avevamo annunciato (http://www.laltrariva.net/le-donne-del-muro-alto-4/ ) , il nuovo spettacolo de Le Donne del Muro Alto, la compagnia teatrale messa in piedi da Francesca Tricarico con le attrici ex detenute e ammesse alle misure alternative alla detenzione. Il mese scorso tornate in carcere, per presentare anche lì, da persone libere, il loro spettacolo.
    Ora davanti a una platea di cinquecento ragazzi, studenti delle scuole romane. Al termine di un percorso fatto di incontri e confronti proprio con loro…

    Solo pochi appunti, per registrare intanto l’entusiasmo di un’inconsueta platea di giovani, che ha saputo ben seguire e abbracciare d’attenzione le attrici, lì sul palco a parlare di prigionia, diritti e libertà… A far rivivere il sogno di Olympe, Olympe de Gouges, intellettuale, drammaturga e attivista impegnata nella difesa dei diritti civili nell’epoca della Rivoluzione francese che ha pagato con la vita il suo impegno politico.

    Sarebbe da riascoltare e leggere tutto il testo dello spettacolo, tratto dal romanzo La donna che visse per un sogno di Maria Rosa Cutrufelli, così ricco di verità e d’emozioni, che le attrici hanno fatto palpitare della loro vita vera, come solo chi il carcere l’ha davvero vissuto credo possa fare. E c’è voluto molto coraggio a rientrare, sia pure solo nella finzione dello spettacolo, nel tempo della prigionia.

    Ma voglio sottolineare brevemente almeno due passaggi.
    Il racconto quanto mai ficcante del tempo morto del carcere, che è, oggi, come allora, ancora lo stesso. Un tempo circolare chiuso su se stesso, un tempo buio… sullo sfondo nero di una scena vuota di cose, che è anche la solitudine di chi è, isolata, nella cella accanto…
    “Ho fame”… ripete a tratti una delle donne prigioniere. La fame.. qui metafora di fame di vita… Una fame immensa, che è bocca spalancata ad ingoiare il vuoto…
    Perché il carcere questo è.
    E poi il momento in cui, in un sussulto, una delle prigioniere rivendica il suo diritto a immaginare la libertà. Di non voler perdere questa capacità d’immaginazione, che è vita. Nel carcere più che mai.
    E ho pensato a Mario Trudu, l’eterno ergastolano che ho inseguito per qualche lustro di carcere in carcere: quarant’anni di prigionia ininterrotta e poi una morte cattiva e ingiusta… Quando gli chiedevo come si fa a resistere tanto tempo in un carcere, mi spiegava che lui era come scisso in due persone: quella che viveva la vita morta del carcere, e quella che costantemente immaginava di vivere fuori, ricordando e rivivendo, fin nei più piccoli dettagli, la vita libera sulle sue montagne. Lui che era pastore…

    Sì, sarebbe da riascoltare e leggere tutto il testo dello spettacolo, con quello struggente, bellissimo inno alla libertà di pensiero, che Olympe fa rivendicando le lotte di tutta la sua vita, prima di essere portata a morire.
    E guardare e seguire l’onda dei ragazzi, i loro applausi spontanei, il loro “tifo” sussultante, vi assicuro, è stato uno spettacolo nello spettacolo..

    Riprendo un post di Francesca di fine marzo: “Il teatro è lo strumento politico più potente che io conosca, politico poiché al servizio della polis, della comunità, di tutti noi! E Mai come in questo momento ho sentito la responsabilità verso i più giovani, che ereditano un presente davvero complesso, ed è per questo che oggi nella giornata mondiale del teatro, e nazionale del teatro in carcere, voglio dire grazie a chi ci sta permettendo di portare questo prezioso strumento ai ragazzi di età, luoghi e contesti differenti! grazie a chi con noi dietro le quinte lavora affinché sia possibile”.
    Ed è stato ben possibile.
    Ne riparleremo…

    Censure…

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    Il testo integrale del monologo di Antonio Scurati sul 25 aprile. Lo scrittore avrebbe dovuto portarlo a “Che sarà”, ma è stato censurato dalla rai. Stasera sarà accolto da La 7, ma intanto…Eccolo...


    Giacomo Matteotti fu assassinato da sicari fascisti il 10 di giugno del 1924. Lo attesero sottocasa in cinque, tutti squadristi venuti da Milano, professionisti della violenza assoldati dai più stretti collaboratori di Benito Mussolini. L’onorevole Matteotti, il segretario del Partito Socialista Unitario, l’ultimo che in Parlamento ancora si opponeva a viso aperto alla dittatura fascista, fu sequestrato in pieno centro di Roma, in pieno giorno, alla luce del sole. Si batté fino all’ultimo, come lottato aveva per tutta la vita. Lo pugnalarono a morte, poi ne scempiarono il cadavere. Lo piegarono su se stesso per poterlo ficcare dentro una fossa scavata malamente con una lima da fabbro.
    Mussolini fu immediatamente informato. Oltre che del delitto, si macchiò dell’infamia di giurare alla vedova che avrebbe fatto tutto il possibile per riportarle il marito. Mentre giurava, il Duce del fascismo teneva i documenti insanguinati della vittima nel cassetto della sua scrivania.
    In questa nostra falsa primavera, però, non si commemora soltanto l’omicidio politico di Matteotti; si commemorano anche le stragi nazifasciste perpetrate dalle SS tedesche, con la complicità e la collaborazione dei fascisti italiani, nel 1944.
    Fosse Ardeatine, Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto. Sono soltanto alcuni dei luoghi nei quali i demoniaci alleati di Mussolini massacrarono a sangue freddo migliaia di inermi civili italiani. Tra di essi centinaia di bambini e perfino di infanti. Molti furono addirittura arsi vivi, alcuni decapitati”.
    Queste due concomitanti ricorrenze luttuose – primavera del ’24, primavera del ’44 – proclamano che il fascismo è stato lungo tutta la sua esistenza storica – non soltanto alla fine o occasionalmente – un irredimibile fenomeno di sistematica violenza politica omicida e stragista. Lo riconosceranno, una buona volta, gli eredi di quella storia? Tutto, purtroppo, lascia pensare che non sarà così. Il gruppo dirigente post-fascista, vinte le elezioni nell’ottobre del 2022, aveva davanti a sé due strade: ripudiare il suo passato neo-fascista oppure cercare di riscrivere la storia. Ha indubbiamente imboccato la seconda via.

    Dopo aver evitato l’argomento in campagna elettorale – continua lo scrittore – la Presidente del Consiglio, quando costretta ad affrontarlo dagli anniversari storici, si è pervicacemente attenuta alla linea ideologica della sua cultura neofascista di provenienza: ha preso le distanze dalle efferatezze indifendibili perpetrate dal regime (la persecuzione degli ebrei) senza mai ripudiare nel suo insieme l’esperienza fascista, ha scaricato sui soli nazisti le stragi compiute con la complicità dei fascisti repubblichini, infine ha disconosciuto il ruolo fondamentale della Resistenza nella rinascita italiana (fino al punto di non nominare mai la parola “antifascismo” in occasione del 25 aprile 2023).

    Mentre vi parlo, siamo di nuovo alla vigilia dell’anniversario della Liberazione dal nazifascismo. La parola che la Presidente del Consiglio si rifiutò di pronunciare palpiterà ancora sulle labbra riconoscenti di tutti i sinceri democratici, siano essi di sinistra, di centro o di destra. Finché quella parola – antifascismo – non sarà pronunciata da chi ci governa, lo spettro del fascismo continuerà a infestare la casa della democrazia italiana”.

    Antonio Scurati

    Il carcere, una casa morta…

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    Senza una sua propria particolare occupazione a cui dedicarsi con tutta la sua intelligenza con tutto il suo spirito calcolatore l’uomo nel carcere non potrebbe vivere . E in che modo tutta quella gente, gente sveglia, che intensamente era vissuta e desiderava vivere, raccolta colà con la forza in un sol mucchio, strappata a forza alla società e alla vita normale, avrebbe potuto acclimatarsi lì in modo normale e regolare di sua propria volontà e inclinazione? Già solo a causa dell’ozio si sarebbero lì sviluppate in lei delle qualità criminali di cui prima non aveva nemmeno l’idea. Senza il lavoro e senza una legittima normale proprietà l’uomo non può vivere, si deprava, si trasforma in un bruto“.

    Fedor Dostoevskij- Memorie di una casa morta-BUR- p.28

    Andrebbe fatto leggere nelle scuole, per spiegare cos’è il carcere. Oggi nella sostanza nulla di diverso da quello descritto dallo scrittore russo. Una casa morta. Dove si muore, nel corpo e nello spirito..