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    Il segreto del giardino

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    Non sono particolarmente esperta di letteratura per ragazzi, e se vado in giro qua e là a parlare anche di libri è perché, sapete, mi occupo di detenzioni e di tutto quello che vi gira intorno, anche e soprattutto di libri che dal carcere vengono. Ma anche confrontandomi col mondo del carcere ho capito quanto sia importante quel che si incontra, o non si incontra da ragazzi, come una buona lettura ad esempio, a cominciare dalla fiabe nelle quali c’è tutto, ma proprio tutto il bagaglio che ci serve per affrontare la vita… ne ho lette molte e continuo a leggerne nonostante l’età…
    E molto mi è piaciuto leggere “Il segreto del giardino”, racconto di Ginevra Diletta Tonini Masella, che so ora candidato al Premio Strega Ragazze e Ragazzi 2024.
    Ginevra… che con la sua deliziosa famiglia abita nella mia palazzina. Condominio prezioso, il nostro, come d’altri tempi, il cui cuore è un bel giardino. I bambini che vi giocano lo hanno un giorno battezzato “il giardino segreto”…

    “Il segreto del giardino” è dunque il titolo del libro. Ginevra gioca con le parole, già così dichiarando che il racconto è ambientato in questo luogo, che non è esattamente questo luogo (il pensiero va alle fiabe della tradizione Armena, che iniziano con “c’era e non c’era una volta”…). Per i nomi dei personaggi ha scelto nomi delle persone che questo spazio hanno attraversato e ancora attraversano, ma non sono esattamente loro… Così il portiere del racconto non poteva che chiamarsi Pino, anche se nel libro è il vecchio burbero signore che il nostro Pino non è. E i ragazzini non potevano che avere i nomi dei ragazzini che qui abitano… E’ comunque, come mi ha detto Ginevra, un omaggio a tutti.

    E si narra di una giovane famiglia, papà mamma e due ragazzini, si trasferisce in un condominio al cui centro c’è un giardino inaccessibile, i cui cancelli qualcuno tiene ben serrato… e figuriamoci se i ragazzini possono accettare che un cancello sbarri loro la strada…
    Che non è la storia del nostro condominio, ma è la storia del nostro condominio… Perché dovete sapere che quando una ventina d’anni fa siamo venuti ad abitare qui, l’accesso al giardino centrale era sbarrato da un cancello, era solo un “vivaio”, si diceva, e noi già adulti, presi dal lavoro e impegni vari, non ce ne siamo molto occupati. Ma poi siamo stati ben contenti quando sono arrivate giovani coppie che l’hanno fatto riaprire per tutti, e ora in primavera risuona della voce, che è un vero piacere, di tanti bambini…
    Molto riassumendo (ma i piani di lettura non sono pochi), ne “Il segreto del giardino” all’inizio si fronteggiano i giovanissimi e i vecchi. Vecchi con V maiuscola… vecchi chiusi in se stessi, gelosissimi di questo che era “il loro” giardino e vorrebbero inviolato, senza questi piccoli intrusi schiamazzanti. Ma poi, dopo una serie di intrighi che non vi dico, una nel cuore del giardino piccoli e grandi si incontrano e tutto si scioglie… Gli uni si incuriosiscono agli altri… Gli anziani raccontano il loro passato, che è Storia, storie del tempo della guerra (e anche qui non credo sia tanto lontano dal vero. Nel mio appartamento c’è una finestra murata, e ho sempre pensato fosse stato nascondiglio, perché no, di un partigiano). E i ragazzini ascoltano attenti e incantati…
    E’ il miracolo della trasmissione del sapere… Cosa purtroppo rara in questa società in cui tutto sembra fratto, dove il sistema consumistico nel quale siamo intrappolati ci ha tutti divisi in categorie, soprattutto d’età, come vasi poco o nulla comunicanti. Certo c’è una legittima ricerca di spazi personali (ai miei tempi si inveiva contro i “matusa”…) ma mi riferisco a quella chiusura, quella frattura che impedisce la trasmissione di un sapere che non è solo un fatto di nozioni, ma trasmissione del senso della vita, nel senso più profondo, nel bene e nel male…
    E questa mi è sembrata la cosa più bella che insegna il libro di Ginevra, l’importanza dell’incontro tra generazioni.
    Insomma, un bel racconto, omaggio anche al nostro giardino che parla di libertà: libertà di giocare, di correre, di gridare… Che è cosa impagabile in un mondo sempre più ostile agli spazi di libertà, ai bambini, spesso, anche… E non è un caso che lo spirito guida che attraversa le pagine sia un bel gatto…
    Ah! in questo libro si intrecciano più segreti. Oltre quello del giardino, anche il segreto che papà e mamma svelano alla fine: la prossima nascita di un fratellino, che è ancora sguardo e augurio per il futuro.
    Ancora una suggestione. Lo scrivere vero nasce sempre da un’urgenza. Come questo racconto di Ginevra. L’avevo capito il giorno che mi ha detto quasi in un sussurro “sto scrivendo” e le si sono illuminati gli occhi… la stessa luce di alcuni giorni fa di quando mi ha detto che ne sta scrivendo un altro. E aspettiamo la sorpresa. Intanto infiniti auguri per i giorni dello Strega


    La giornata della Terra

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    30 marzo 1976. Una data che i Palestinesi ricordano bene. Il governo israeliano aveva appena annunciato un piano per espropriare centinaia di ettari della loro terra e furono organizzate manifestazioni: uno sciopero generale e marce nelle città arabe dalla Galilea ad al-Naqab. E il governo israeliano scatenò un feroce attacco contro la minoranza araba in Israele a Gerusalemme, nel Negev e nella Galilea. Furono uccisi sei cittadini palestinesi disarmati, circa un centinaio furono feriti e migliaia gli arresti. Da allora il 30 marzo si celebra la Giornata della terra. Per ricordare e denunciare gli espropri illegali che da oltre 75 anni continuano. Per rivendicare il diritto al ritorno, se la terra è identità fisica, culturale, storica…
    Una storia che non ricordavo, scivolata via fra le tante di dolore che continuano ad arrivare dalla Palestina. Ed è stato commovente sentirla raccontare, venerdì pomeriggio, in una cerimonia che si è svolta nel giardino del VII Municipio , qui a Roma. Intorno a un giovane ulivo che, simbolo di pace, era stato piantato in quel giardino tredici anni fa. Arrivato direttamente da Gaza, raccontano, piccolissimo. Ma è cresciuto. E’ cresciuto e resiste… resiste… Per la fine dell’occupazione, per il riconoscimento dello Stato di Palestina…

    Gli ulivi di Palestina... Ne avevo parlato… Da sempre sono vittime di un preciso disegno politico. Secondo l’OCHA, ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, solo nel 2012, 7.500 ulivi sono stati abbattuti o danneggiati da coloni israeliani. Secondo le statistiche del Jerusalem Land Centre, oltre 1 milione di ulivi è stato sradicato in Palestina, fra Cisgiordania e Gaza, dall’esercito israeliano e dai coloni tra il 2000 e il 2008. I numeri si inseguono… rimane l’immane scempio…
    L’ulivo in Palestina è simbolo di pace, saggezza, prosperità, pazienza e perseveranza, e c’è chi, con pazienza, ripianta, e chissà che la non-violenza non abbia più forza della violenza…
    Tutti gli alberi sono angeli feriti, ma pensando agli alberi di Palestina, viene da pensare che lo siano più degli altri. Più angeli e più feriti…

    Un pensiero a loro… Guardando il giovane ulivo “accolto” in questa nostra piazza. Che resiste e resiste, rinnovando speranze…

    Ancora Parole buone

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    Ricordate “Parole buone”… un percorso di parole, immagini e video a cura di Sergio Astori, nato durante la pandemia. Ne abbiamo parlato, di questa bella iniziativa, che ci è sembrata un fiorire di bucaneve nell’inverno della nostra crisi… ( https://www.remocontro.it/2020/12/13/parole-buone-come-bucaneve-nellinverno-della-nostra-crisi/ ) .

    Oggi Parole buone festeggia quattro anni…. sembra ieri. Ma quanto ancora e più, guardandosi intorno, guardandosi dentro, abbiamo bisogno di iniziative come questa, “palestra di resilienza”, lanciata simbolicamente la vigilia di primavera. E in questi anni cresciuta in rete ( #ParoleBuone – sul sito www.parolebuone.org e sugli account Facebook e Instagram “Parole buone” ). Oggi, con un comunicato, che volentieri riprendo, festeggiamo dunque, con l’inizio di questa nuova primavera, augurandogliene tante ancora, un progetto editoriale nato “per lottare e reagire, condividere e provare ad attraversare insieme la crisi e l’emergenza della pandemia, con il contributo e il sostegno del Pio Istituto dei Sordi di Milano. E quanto può aiutarci ancora oggi, in questo momento , storditi come siamo da tanto orrore ch einvade il mondo.
    Dunque.
    “Le Parole Buone nascono, quindi, come “pillole di resilienza”, piccoli racconti da leggere e su cui riflettere, grazie ad un’intuizione del prof. Sergio Astori, medico e psicoterapeuta lombardo, docente all’Universita Cattolica del Sacro Cuore di Milano e autore di diversi saggi per San Paolo. Con il passare del tempo, il radicamento nei territori e l’incontro diretto con le persone hanno contribuito alla nascita dei “laboratori di resilienza”, luoghi dove incontrarsi, entrare in relazione con se stessi e gli altri, lasciarsi guidare e sperimentare nuove forme di resilienza individuale e collettiva a partire dalle Parole Buone.

    Una crescita costante e condivisa in rete, in radio e in incontri di gruppo quella del progetto Parole Buone, che oggi conta all’attivo oltre novanta racconti, grazie al prezioso supporto di Natur& Onlus (Seveso). Uno dei principi ispiratori del progetto e quello dell’accessibilità: i contributi sono stati accompagnati da immagini e video, versioni del testo semplificato ETR e in simboli CAA, video in lingua dei segni italiana (LIS) per i non udenti. I contributi si focalizzano su elementi di speranza realistica e vogliono essere testi per tutti, non solo per gli specialisti, quindi di facile decodifica e intellegibilita .

    «La pandemia ha lasciato molti e significativi strascichi emotivi e sociali. Una volta usciti dall’emergenza, l’attualita ci ha consegnato immediatamente altri eventi drammatici che hanno scosso tutti noi, come le guerre, prima in Ucraina e poi in Medio Oriente. La storia e la vita ci pongono davanti continuamente a fatti difficili da metabolizzare. Questo e il motivo che ci ha spinto a proseguire il lavoro di pubblicazione di Parole Buone, per continuare a sostenere, accompagnare e condividere la costruzione di anticorpi verbali, brevi contenuti di carattere positivo diffusi in rete» spiega Sergio Astori.

    Per il quarto compleanno il giovane team che cura la diffusione del progetto lancia un appello ai lettori affezionati e a quanti hanno incrociato il percorso di Parole Buone: «Superiamo 100 insieme», arrivando al traguardo delle cento Parole Buone e superandolo insieme, nello spirito di condivisione che connota la sfida digitale nata nel 2020. «Quale parola ti piacerebbe suggerire? Hai un termine a cuore che pensi possa essere utile condividere con gli altri?». Oltre le cento parole, per continuare a scrivere pagine di speranza…

    L’invito, dunque, a continuare a scrivere pagine di speranza da condividere…

    Le Donne del Muro Alto

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    Le Donne del Muro Alto, ricordate? (https://www.laltrariva.net/le-donne-del-muro-alto/) , ne abbiamo parlato con Francesca Tricarico, che ha ideato questo bel progetto: creare una compagnia teatrale con le attrici ex detenute e ammesse alle misure alternative alla detenzione. Sono passati dieci anni dalla nascita della compagnia. E per festeggiare oggi “tornano in carcere” per la prima volta come donne libere per presentare il loro nuovo spettacolo. Olympe. Riprendo il comunicato che l’annuncia.

    Il lavoro, tratto dal romanzo La donna che visse per un sogno di Maria Rosa Cutrufelli, nasce da un primo studio fatto nel 2015 nel carcere femminile di Rebibbia e racconta gli ultimi mesi di vita di Olympe de Gouges (1748 –1793), 1793), intellettuale, drammaturga e attivista impegnata nella difesa dei diritti civili nell’epoca della Rivoluzione francese che pagherà il suo impegno politico con la vita.
    Le prime due tappe della tournée negli istituti penitenziari del Lazio, a Latina, giovedì 7 marzo (domani ndr) alle ore 11.00 e alle ore 14.00 e a Frosinone venerdì 10 maggio alle ore 14.00
    Le attrici ex detenute e ammesse alle misure alternative incontreranno la popolazione detenuta degli istituti coinvolti per condividere il loro percorso, la loro esperienza di inclusione sociale e lavorativa attraverso il teatro.
    Francesca Tricarico, regista e ideatrice del progetto commenta: «Sono passati più di dieci anni da quel primo ingresso nel carcere femminile di Rebibbia, dieci anni esatti dalla nascita de Le Donne del Muro Alto, un progetto che fin da subito ho capito non poteva e non doveva terminare lì, nonostante tutto sembrasse dire il contrario, dalla difficoltà del luogo alla continua estenuante ricerca dei fondi.
    In questi dieci anni, Le Donne del Muro Alto è una realtà che continua a crescere sia all’interno che all’esterno delle mura carcerarie, divenendo percorso di accompagnamento al ritorno nella società civile. Oggi, per le donne coinvolte, il progetto rappresenta sempre più una concreta possibilità di formazione oltre che un’occasione lavorativa regolarmente retribuita, un prezioso strumento di inclusione sociale».

    Il progetto è realizzato dall’associazione Per Ananke, nata nel 2007, che fin dalla sua costituzione si occupa di teatro, in particolare teatro sociale, lavorando nelle carceri, centri per la salute mentale, scuole di ogni ordine e grado, università. Dal 2013 l’attività teatrale all’interno degli istituti di pena diventa l’attività principale dell’associazione con la nascita del progetto Le Donne del Muro Alto, prima nella Casa Circondariale femminile di Rebibbia, portato in seguito nella Casa Circondariale femminile di Latina e la Casa Circondariale di Rebibbia Nuovo Complesso e oggi anche all’esterno con donne ammesse alle misure alternative alla detenzione ed ex detenute.

    Auguri dunque a Francesca tricarico e alle sue Donne. Sperando di rincontrarle presto!!!

    Violenza inaudita e ingiustificabile

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    I professori del liceo dove si sono verificate le scene di brutale repressione prendono posizione e denunciano la “violenza inaudita e ingiustificabile”. Pubblichiamo il testo di una lettera aperta inviata alle redazioni delle testate italiane….

    “Siamo docenti del Liceo artistico Russoli di Pisa e oggi siamo rimasti sconcertati da quanto accaduto in via San Frediano, di fronte alla nostra scuola. Studenti per lo più minorenni sono stati manganellati senza motivo perché il corteo che chiedeva il cessate il fuoco in Palestina, assolutamente pacifico, chissà mai perché, non avrebbe dovuto sfilare in Piazza Cavalieri. Gli agenti in assetto antisommossa avevano chiuso la strada e attendevano i ragazzi con scudi e manganelli, mentre dalla parte opposta le forze dell’ordine chiudevano la via all’altezza di Piazza Dante. In via Tavoleria un’altra squadra con scudi e manganelli.

    Proprio di fronte all’ingresso del nostro liceo, hanno fatto partire dapprima una carica e poi altre due contro quei giovani con le mani alzate. Non sappiamo se siano volate parole forti, anche fuori luogo, d’indignazione e sdegno, fatto sta che, senza neanche trattare con gli studenti o provare a dialogare, abbiamo assistito a scene di inaudita violenza. Ci siamo trovati ragazze e ragazzi delle nostre classi tremanti, scioccate, chi con un dito rotto, chi con un dolore alla spalla o alla schiena per manganellate gentilmente ricevute, mentre una quantità incredibile di volanti sfrecciava in Via Tavoleria. Come educatori siamo allibiti di fronte a quanto successo oggi. Riteniamo che qualcuno debba rispondere dello stato di inaudita e ingiustificabile violenza cui sono stati sottoposti cento/duecento studenti scesi in piazza pacificamente: perché si è deciso di chiuderli in un imbuto per poi riempirli di botte? Chi ha deciso questo schieramento di forze, che neanche per iniziative di maggior partecipazione e tensione hanno attraversato la nostra città?

    Oggi è stata una giornata vergognosa per chi ha gestito l’ordine pubblico in città e qualcuno ne deve rispondere“.

    Me ne sazierò: ciecamente

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    Una “annotazione” di Carlo Pucci. Le chiama così, semplicemente, come appunti distratti. Ma ancora sono parole fulminanti. Rimando a prigioni e vittime… Ascoltate

    “La nebbia rinchiude tutto; acceca e fa sparire. Sotto i portici guardiani, a quest’ora d’inverno non c’è più nessuno. Anche i piccioni sono scomparsi. Una luce fioca e fredda trapela da un ammezzato. Mi volto a guardare. Faccio domande. “Ci abitano gli sfollati di guerra” dice mia madre, che mi tiene per mano. Io non capisco. Non dice più altro.
    Via De’ Chiari. Il portico del mio dentista è buio, basso e stretto. Di fronte, di là dalla strada, c’è solo muro. I mattoni scrostati salgono in cima fino alla notte. Le finestre lassù hanno doppie inferiate. È tutto spento. Sento gridare. “Sono gli sfollati?” domando. “Sono carcerati” mi dice. “Perché, abitano là?”. “Quello è il carcere di San Giovanni in Monte”. “Chi sono i carcerati?”. Non dice nient’altro. Siamo arrivati e suona al portone.
    Il dentista è un giocherellone. I denti me li tira via bene. Non grido mai, io; da lui. Da lui non ho mai paura. A casa invece c’è l’Uomo Nero. Grande e grosso sotto il pastrano. La faccia nascosta da un largo cappello. La sera, se faccio i capricci, arriva dal buio per farmi sparire. All’improvviso fuori dal letto; rinchiuso nel fondo del suo pastrano. Nero più nero della notte nera.
    Così finiscono i bambini cattivi. Comportati bene e lui non arriva. Voglio sfollare in un ammezzato. Voglio sfuggire all’Uomo Nero. Portici indifferenti, accecati di nebbia. Nessuno grida dalle inferiate. Là per la strada soltanto un grigio silenzio. Anche i piccioni sono scappati in tempo. Corro in cucina. La luce al neon è forte e chiara. Mi nascondo e sparisco nel bianco: più bianco d’un giorno di nebbia.
    Con noi comportati bene e potrai restare. Comportati bene e ti porteremo a giocare. Domani: all’asilo.
    Unghie color rosso arancio. La signora del tavolo accanto mi sta pure simpatica. Non sono all’asilo. Non mi hanno portato a giocare. Ma me la passo bene ugualmente: a guardare.
    L’aragosta ha fatto i capricci: non poteva restare. Picchietta le antenne sul vetro dell’acquario. Appare e scompare. Sbiadisce in torbida acqua. Mediterraneo lugubre in grotta artificiale. Appeso al muro. Carcere di cristallo. Sospeso là in cima; sopra il carrello degli arrosti fumanti.
    In estate ad Alghero la tartaruga era enorme. I pescatori la sgrovigliano dalla rete zuppa di mare. La tengono forte sul molo. Si dimena. Me la fanno toccare. Io l’ho sentita gridare. Un colpo di pinne e se ne è scappata. Sfollata lontano; al riparo. Fino alle grotte del Bue Marino.
    Adesso qua siamo in inverno. Quant’è lunga l’attesa. Uffa, che noia. Dal cristallo sospeso, l’aragosta appare e scompare. Fisso le unghie color arancio. Picchiettano sulla tovaglia. Anche loro sono stufe d’aspettare. Dita bianche, ossute e ben levigate. Chele spezzate. Sbarre di legno arenate sul tavolo candido. L’anello vistoso riluccica tutto. Guscio incagliato che scintilla in un’onda. Gli scogli ad Alghero mi pungevano i piedi.
    Mi giro a guardare il Mediterraneo inchiodato al muro. La grotta è vuota. Dall’acqua torbida non compare più nulla. Il cameriere con grazia serve pesce fumante.
    “Non lo voglio”. “Non fare capricci” bisbiglia la nonna. “Non ho fame” mugugno. “Comportati bene. A casa facciamo i conti” sussurra mia madre. Il nero pastrano fa capolino dal guardaroba. Dal tavolo accanto: la signora aragosta mi sorride bonaria. Ma che mi sorridi? Pensa al tuo piatto! Mio padre ridacchia nel tovagliolo. Impossibile capire da che parte sta. Ho pochi anni, ma so già diffidare. Ma cosa ridacchi? Pensa al tuo piatto! Guardo sgomento l’aragosta squartata. Tutta fumante sotto i miei occhi. Preferirei un pezzetto d’arrosto: non si è mai mosso da sopra il carrello.
    Che la sofferenza sparisca dal mio sguardo e me ne sazierò: ciecamente.

    Carlo Pucci

    Colonne infami

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    Tutto è già stato scritto, mi capita di pensare. Non certo riferendomi al destino… piuttosto a parole e pensieri magari lontani nel tempo, che perfettamente si attagliano a condizioni, e ben cruciali, dell’oggi.
    Ed è cosa che ho ancora pensato leggendo la “Storia della colonna infame”, che Alessandro Manzoni in un primo tempo aveva scritto come parte di un capitolo dei “Promessi sposi”, ma poi diventata testo a sé. La storia del processo che durante l’epidemia di peste del 1630 condannò, a tortura e morte delle più atroci, due persone accusate di essere untori.
    Il titolo, la colonna infame, rimanda alla stele eretta a testimonianza di tanta colpa sulle macerie della casa di uno degli accusati, poi distrutta più di un secolo dopo, quando divenne piuttosto ricordo dell’immane ingiustizia di quel processo.
    Un pamphlet, quello del Manzoni, di lucida e appassionata denuncia, di un processo crudele e ingiusto che si apre con parole “già piene d’una deplorabile certezza, e passate senza correzione dalla bocca del popolo in quella de’ magistrati”.
    Eh già, perché c’era la peste e un colpevole andava trovato, e come non dar seguito agli umori, alle paure, alle impressioni che diventano certezze, della gente…

    E il sospetto e l’esasperazione, quando non sian frenati dalla ragione e dalla carità, hanno la trista virtù di far prendere per colpevoli degli sventurati, sui più vani indizi e sulle più avventate affermazioni. (…) E’ che non cercavano una verità, ma volevano una confessione. Avevan furia… “
    Sotto tortura gli imputati confessano quel che non hanno commesso, e pure accusano altri innocenti…
    “Così lo sciagurato cercava di supplir col numero delle vittime alla mancanza delle prove. (…) Ma coloro che l’avevano interrogato, potevano non accorgersi che quell’aggiungere era una prova in più che non aveva che rispondere? Quelle nuove denunzie in aria, o que’ tentativi di denunzie volevan dire apertamente: voi altri pretendete ch’io vi renda chiaro un fatto; come è possibile se il fatto non è? Ma, in ultimo, quel che vi preme è d’aver delle persone da condannare: persone ve ne do; a voi tocca cavarne quel che vi bisogna. Con qualcheduno vi riuscirà: v’è pur riuscito con me.
    V.S. veda quello che vole che dica, lo dirò…”


    Ho ripreso questi pochi brani, di un testo che pur andrebbe tutto letto e studiato (leggo che è pochissimo conosciuto), ché non posso non pensare all’oggi, pur con tutte le differenze del caso. E riprendo le parole di Leonardo Sciascia che, con la lucidità, la passione e la forza che gli sono proprie, ha scritto una nota a “La colonna infame” pubblicata da Sellerio all’inizio degli anni ‘80. Parole che potrebbero essere state scritte anche per l’oggi. E sono da leggere e rileggere (Sciascia e Manzoni), perché se pure tutto è già stato scritto e detto, ben poco è stato compreso. E quasi nulla si ricorda…

    Tornando ai brani citati sopra.
    Intanto: c’è la peste e un colpevole va trovato… A proposito di problemi da risolvere e colpevoli da trovare, Sciascia ricorda che, fra le varie cose, la peste fu attribuita anche a interessi della Francia, allora nemica della Spagna, dei cui domini lo stato di Milano era parte. “Poiché i cattivi governi, quando si trovano di fronte a situazioni che non sanno o non possono risolvere, e nemmeno si provano ad affrontare, hanno sempre avuto la risorsa del nemico esterno cui far carico di ogni disagio e ogni calamità…”.


    Altri tempi, altre condizioni, altri problemi oggi… ma sostituite alla parola “peste” la parola “crisi” magari economica (o quel che volete) e alla colpevole Francia i contemporanei colpevolissimi migranti, ad esempio, o quelli che volete della folla di piccoli reati che chiamarli “d’allarme sociale” già li gonfia come mostri… Ed ecco quest’Italia di galere strapiene, oggi che il numero degli omicidi è solo l’ombra di quelli di qualche decennio fa. Ma che volete “la gente ha paura”…
    Ancora. Sotto tortura gli imputati “confessano”. Ma per norma che risale al diritto romano, devono confermare la confessione a tortura diciamo finita. E ritorno alle parole del Manzoni che annota:
    “La confessione fatta nella tortura non valeva, se non era ratificata senza tortura, e in altro luogo e non lo stesso giorno… Ritrovati della scienza per rendere, se fosse stato possibile, spontanea una confessione forzata, e sodisfare insieme al buonsenso, il quale diceva troppo chiaro che la parola estorta dal dolore non può meritare fede, e alla legge romana che consacrava la tortura… cosa ben strana in una legge che mantiene comunque la tortura… ma bisogna rammentarsi che quella legge era fatta in origine per gli schiavi, i quali, nell’abiezione e nella perversità del gentilesimo, poterono essere considerati come cose e non persone, e sui quali si credeva quindi lecito qualunque esperimento, a segno che si tormentavano per iscoprire i delitti degli altri. De’ nuovi interessi di nuovi legislatori, la fecero poi applicare anche alle persone libere; e la forza dell’autorità la fece durar tanti secoli più del gentilesimo: esempio non raro, ma notabile, di quanto una legge, avviata che sia, possa estendersi al di là del suo principio e sopravvivervi”.

    E due frasi qui dovremmo stamparcele bene in testa: l’applicazione anche a persone libere di trattamenti pensati per chi libero non era. Dal dentro al fuori… come non pensare a quel grande laboratorio che sono le nostre carceri, dove ogni giorno si sperimenta la sospensione dei diritti, e quante sospensioni, che diventano soppressioni, già vediamo affacciarsi oltre le mura delle prigioni… Pensate anche solo alla “freschissima norma” che trasforma in reato per i detenuti anche la resistenza passiva, la non violenta manifestazione del dissenso. E quanta visibilissima traccia già c’è di questo nel mondo di noi “liberi”…

    Ancora. Anche allora in quel tremendo processo del 1630, i giudici pensarono, per sollecitare confessioni e denunce che nonostante le torture tardavano ad arrivare (e c’era fretta, e c’era “furia”), alla promessa di quasi impunità. E qui vi lascio alle parole di Sciascia, che meglio non si potrebbe:
    “E per finire nella più bruciante attualità- di fronte alle leggi sul terrorismo e alla semi-impunità che promettono ai terroristi che impropriamente definiscono pentiti- si rileggano le considerazioni che il Manzoni muove riguardo alla promessa di impunità del Piazza: -Ma la passione è pur troppo abile e coragiosa a trovar nuove strade. Avevan cominciato con la tortura dello spasimo, ricominciarono con una tortura d’un altro genere…- ed era quella dell’impunità promessa, che più della tortura poté convincere il Piazza ad accusare falsamente, ad associare altri, come lui innocenti, al suo atroce destino”.
    Continuava Alessandro Manzoni, con il suo scritto, la battaglia intrapresa da Pietro Verri in difesa dei diritti, di una giustizia che non fosse arbitrio…

    Una battaglia, conclude Sciascia la sua nota a “La colonna infame” …“che ancora oggi va combattuta: contro uomini come quelli, contro istituzioni come quelle. Poiché il passato, il suo errore, il suo male, non è mai passato: e dobbiamo continuamente viverlo e giudicarlo nel presente, se vogliamo davvero essere storicisti. Il passato che non c’è più- l’istituto della tortura abolito, il fascismo come leggera febbre di vaccinazione- s’appartiene a uno storicismo di profonda malafede, se non di profonda stupidità. La tortura c’è ancora e il fascismo c’è sempre”. Pensieri da tenere bene a mente, guardando all’oggi…

    Una nota. Ho conosciuto il testo de “La colonna infame”, grazie a un’interessante collana dell’editore Rubettino. “L’isola di Jura- Storie di dissidenti”, diretta da Andrea Frangioni, che è storico, e ha avuto la bellissima idea di questo progetto che si propone, spiega, di far conoscere storie e pensiero di dissidenti politici e religiosi dei nostri tempi. Ogni saggio è accompagnato da un “classico” della riflessione sui diritti umani, dignità dell’uomo e democrazia.
    Jura è l’isola scozzese dove George Orwell scrisse “1984”, romanzo distopico, come si dice, alla cui dimensione sembra ci stiamo precipitosamente avvicinando.
    Guardandoci dentro… guardandoci intorno… guardando ai regimi che avanzano…


    scritto per Voci di dentro

    Prendi due e paghi tre

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    Prendi due paghi tre“, le tragiche avventure del commesso Leopoldo Canapone.
    Enrico Mattioli, così presenta il suo libro, edito da Strade Bianche di Stampa Alternativa. Ascoltate.
    ..

    “Stavo leggendo il bel libro di Daniela Piretti, La vita Trema. Nel testo, lei cita la frase di Sofri, “I decenni passano in fretta, solo certi pomeriggi non passano mai”.
    Era la mia immagine perfetta. Annoiato in cassa, osservavo i clienti tra i corridoi del supermercato, rubavo un blocchetto dal reparto copisteria e prendevo appunti che sarebbero diventati questo libro.

    Perché leggere Prendi due paghi tre?,
    In un sistema dove il consumismo tesse la sua rete, questa storia racconta le dinamiche della persona nella società mercato. Una persona che finisce il suo turno ha bisogno di staccare la spina. Trascorre più tempo con i colleghi che con gli amici o i familiari.
    È imprigionato in una competizione costante. I ritmi della sua vita sono scanditi dagli orari di lavoro e vive la sensazione che la sua esistenza non gli appartenga.
    È alle dipendenze di un’azienda per la quale la sua identità dovrebbe essere uniforme a un modello che risponde a precise caratteristiche di asservimento. Le sue generalità si confondono nel numero di matricola.

    Le lavoratrici e i lavoratori sono dei pacchi postali che operano dove c’è bisogno, correndo da una parte all’altra della metropoli a tappare buchi con i problemi che tale condizione comporta, privati di una destinazione definitiva e permettendo alle aziende di non assumere altro personale. È il tipo di dipendente che si orienta nella città secondo i punti vendita dei negozi cui appartiene, assorbendo l’alterazione toponomastica: lei o lui, non dirà più la zona del Duomo, ma la filiale vicina al Duomo.
    È il profilo del lavoratore oggi.

    Ecco perché leggere questo libro. Se Prendi due paghi tre, aiuterà qualcuno a considerare se stesso sotto un’altra ottica, il mio testo avrà avuto un senso.
    Tutti meritano la felicità o almeno, hanno ragione di cercarla. Ciò che svolgiamo ogni giorno vale una parola letteraria. E moti che impreziosiscano la vita.

    “Una società felice consuma poco; per indurre a consumare bisogna creare insoddisfazione”.
    Serge Latouche



    Baciami ancora

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    Aprendo a caso una pagina di “Spezza il pane”, raccolta di poesie di Emilio Nigro… che… la poesia, il primo vagito. Ascoltate...

    Baciami ancora
    senza ricordo
    come fosse una piazza assolata
    un ramo d’alloro un fiore di scoglio.
    Baciami adesso
    il tempo muore prima di noi
    le foto sbiadiscono
    come un violino scordato
    baciami
    non aprire gli occhi
    né le mani per prendermi
    né le ali per volare.
    Se rimarrai, quanto sta un seme in solco
    tu baciami, baciami molto
    come fossi parole che dici
    in preghiera
    e davanti allo specchio
    come vino che inghiotti
    come l’onda sfiora la terra

    Ascoltate e riascoltate, finché il pianto rappreso in corpo infine si sciolga.

    Spezza il pane, Emilio Nigro, ERETICA edizioni.

    (l’immagine, che non mi riesce di rendere meno sfocata, del nipote Alessandro, con cui, ringraziandolo, mi scuso

    Il Bambino e la Medusa…

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    Un bambino e una medusa. Un racconto di Daniela Morandini, che è schizzo, è soffio… parabola della nostra spaventata cattiveria, dell’ottusa indifferenza agli altri. Ascoltate…

    “Un’onda scaraventò la Medusa sulla riva e il dolore rimbombò nella sua testa. Allungò i tentacoli per ritornare in acqua, ma fu arrestata da un sasso. Lo scavalcò prendendone la forma e si trascinò in avanti.

    Un Bambino si fermò a guardarla e si accucciò tenendo le distanze: sapeva che se solo l’avesse sfiorata lei gli avrebbe fatto male. Allora prese uno di quei rami che il mare leviga durante l’inverno e la infilzò. La Medusa lanciò un urlo senza suono e scagliò in aria i colori: blu, viola, rosso. Ma lui non smise e lei, che non aveva più occhi che impietriscono, né serpenti al posto dei capelli, cercò di fuggire. Quasi senz’acqua, rattrappita, si divincolò, si attorcigliò e si appiattì. I colori diventarono liquidi: era diafana, sempre più trasparente.

    “ Non la toccare, non la toccare!” urlò la madre.

    Allora il figlio prese il bastone e lo scagliò sulla Medusa. Restò un mucchietto gelatinoso che un’onda pietosa riportò in mare. Il Bambino, ormai diventato uomo, partì per nuove conquiste.

    L’acquerello di copertina, è il primo acquerello del nipote Alessandro (risale a quasi tre lustri fa) … ed è schizzo di cielo, soffio d’acqua, e ricerca di bellezza nascosta…