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    Me ne sazierò: ciecamente

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    Una “annotazione” di Carlo Pucci. Le chiama così, semplicemente, come appunti distratti. Ma ancora sono parole fulminanti. Rimando a prigioni e vittime… Ascoltate

    “La nebbia rinchiude tutto; acceca e fa sparire. Sotto i portici guardiani, a quest’ora d’inverno non c’è più nessuno. Anche i piccioni sono scomparsi. Una luce fioca e fredda trapela da un ammezzato. Mi volto a guardare. Faccio domande. “Ci abitano gli sfollati di guerra” dice mia madre, che mi tiene per mano. Io non capisco. Non dice più altro.
    Via De’ Chiari. Il portico del mio dentista è buio, basso e stretto. Di fronte, di là dalla strada, c’è solo muro. I mattoni scrostati salgono in cima fino alla notte. Le finestre lassù hanno doppie inferiate. È tutto spento. Sento gridare. “Sono gli sfollati?” domando. “Sono carcerati” mi dice. “Perché, abitano là?”. “Quello è il carcere di San Giovanni in Monte”. “Chi sono i carcerati?”. Non dice nient’altro. Siamo arrivati e suona al portone.
    Il dentista è un giocherellone. I denti me li tira via bene. Non grido mai, io; da lui. Da lui non ho mai paura. A casa invece c’è l’Uomo Nero. Grande e grosso sotto il pastrano. La faccia nascosta da un largo cappello. La sera, se faccio i capricci, arriva dal buio per farmi sparire. All’improvviso fuori dal letto; rinchiuso nel fondo del suo pastrano. Nero più nero della notte nera.
    Così finiscono i bambini cattivi. Comportati bene e lui non arriva. Voglio sfollare in un ammezzato. Voglio sfuggire all’Uomo Nero. Portici indifferenti, accecati di nebbia. Nessuno grida dalle inferiate. Là per la strada soltanto un grigio silenzio. Anche i piccioni sono scappati in tempo. Corro in cucina. La luce al neon è forte e chiara. Mi nascondo e sparisco nel bianco: più bianco d’un giorno di nebbia.
    Con noi comportati bene e potrai restare. Comportati bene e ti porteremo a giocare. Domani: all’asilo.
    Unghie color rosso arancio. La signora del tavolo accanto mi sta pure simpatica. Non sono all’asilo. Non mi hanno portato a giocare. Ma me la passo bene ugualmente: a guardare.
    L’aragosta ha fatto i capricci: non poteva restare. Picchietta le antenne sul vetro dell’acquario. Appare e scompare. Sbiadisce in torbida acqua. Mediterraneo lugubre in grotta artificiale. Appeso al muro. Carcere di cristallo. Sospeso là in cima; sopra il carrello degli arrosti fumanti.
    In estate ad Alghero la tartaruga era enorme. I pescatori la sgrovigliano dalla rete zuppa di mare. La tengono forte sul molo. Si dimena. Me la fanno toccare. Io l’ho sentita gridare. Un colpo di pinne e se ne è scappata. Sfollata lontano; al riparo. Fino alle grotte del Bue Marino.
    Adesso qua siamo in inverno. Quant’è lunga l’attesa. Uffa, che noia. Dal cristallo sospeso, l’aragosta appare e scompare. Fisso le unghie color arancio. Picchiettano sulla tovaglia. Anche loro sono stufe d’aspettare. Dita bianche, ossute e ben levigate. Chele spezzate. Sbarre di legno arenate sul tavolo candido. L’anello vistoso riluccica tutto. Guscio incagliato che scintilla in un’onda. Gli scogli ad Alghero mi pungevano i piedi.
    Mi giro a guardare il Mediterraneo inchiodato al muro. La grotta è vuota. Dall’acqua torbida non compare più nulla. Il cameriere con grazia serve pesce fumante.
    “Non lo voglio”. “Non fare capricci” bisbiglia la nonna. “Non ho fame” mugugno. “Comportati bene. A casa facciamo i conti” sussurra mia madre. Il nero pastrano fa capolino dal guardaroba. Dal tavolo accanto: la signora aragosta mi sorride bonaria. Ma che mi sorridi? Pensa al tuo piatto! Mio padre ridacchia nel tovagliolo. Impossibile capire da che parte sta. Ho pochi anni, ma so già diffidare. Ma cosa ridacchi? Pensa al tuo piatto! Guardo sgomento l’aragosta squartata. Tutta fumante sotto i miei occhi. Preferirei un pezzetto d’arrosto: non si è mai mosso da sopra il carrello.
    Che la sofferenza sparisca dal mio sguardo e me ne sazierò: ciecamente.

    Carlo Pucci

    Colonne infami

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    Tutto è già stato scritto, mi capita di pensare. Non certo riferendomi al destino… piuttosto a parole e pensieri magari lontani nel tempo, che perfettamente si attagliano a condizioni, e ben cruciali, dell’oggi.
    Ed è cosa che ho ancora pensato leggendo la “Storia della colonna infame”, che Alessandro Manzoni in un primo tempo aveva scritto come parte di un capitolo dei “Promessi sposi”, ma poi diventata testo a sé. La storia del processo che durante l’epidemia di peste del 1630 condannò, a tortura e morte delle più atroci, due persone accusate di essere untori.
    Il titolo, la colonna infame, rimanda alla stele eretta a testimonianza di tanta colpa sulle macerie della casa di uno degli accusati, poi distrutta più di un secolo dopo, quando divenne piuttosto ricordo dell’immane ingiustizia di quel processo.
    Un pamphlet, quello del Manzoni, di lucida e appassionata denuncia, di un processo crudele e ingiusto che si apre con parole “già piene d’una deplorabile certezza, e passate senza correzione dalla bocca del popolo in quella de’ magistrati”.
    Eh già, perché c’era la peste e un colpevole andava trovato, e come non dar seguito agli umori, alle paure, alle impressioni che diventano certezze, della gente…

    E il sospetto e l’esasperazione, quando non sian frenati dalla ragione e dalla carità, hanno la trista virtù di far prendere per colpevoli degli sventurati, sui più vani indizi e sulle più avventate affermazioni. (…) E’ che non cercavano una verità, ma volevano una confessione. Avevan furia… “
    Sotto tortura gli imputati confessano quel che non hanno commesso, e pure accusano altri innocenti…
    “Così lo sciagurato cercava di supplir col numero delle vittime alla mancanza delle prove. (…) Ma coloro che l’avevano interrogato, potevano non accorgersi che quell’aggiungere era una prova in più che non aveva che rispondere? Quelle nuove denunzie in aria, o que’ tentativi di denunzie volevan dire apertamente: voi altri pretendete ch’io vi renda chiaro un fatto; come è possibile se il fatto non è? Ma, in ultimo, quel che vi preme è d’aver delle persone da condannare: persone ve ne do; a voi tocca cavarne quel che vi bisogna. Con qualcheduno vi riuscirà: v’è pur riuscito con me.
    V.S. veda quello che vole che dica, lo dirò…”


    Ho ripreso questi pochi brani, di un testo che pur andrebbe tutto letto e studiato (leggo che è pochissimo conosciuto), ché non posso non pensare all’oggi, pur con tutte le differenze del caso. E riprendo le parole di Leonardo Sciascia che, con la lucidità, la passione e la forza che gli sono proprie, ha scritto una nota a “La colonna infame” pubblicata da Sellerio all’inizio degli anni ‘80. Parole che potrebbero essere state scritte anche per l’oggi. E sono da leggere e rileggere (Sciascia e Manzoni), perché se pure tutto è già stato scritto e detto, ben poco è stato compreso. E quasi nulla si ricorda…

    Tornando ai brani citati sopra.
    Intanto: c’è la peste e un colpevole va trovato… A proposito di problemi da risolvere e colpevoli da trovare, Sciascia ricorda che, fra le varie cose, la peste fu attribuita anche a interessi della Francia, allora nemica della Spagna, dei cui domini lo stato di Milano era parte. “Poiché i cattivi governi, quando si trovano di fronte a situazioni che non sanno o non possono risolvere, e nemmeno si provano ad affrontare, hanno sempre avuto la risorsa del nemico esterno cui far carico di ogni disagio e ogni calamità…”.


    Altri tempi, altre condizioni, altri problemi oggi… ma sostituite alla parola “peste” la parola “crisi” magari economica (o quel che volete) e alla colpevole Francia i contemporanei colpevolissimi migranti, ad esempio, o quelli che volete della folla di piccoli reati che chiamarli “d’allarme sociale” già li gonfia come mostri… Ed ecco quest’Italia di galere strapiene, oggi che il numero degli omicidi è solo l’ombra di quelli di qualche decennio fa. Ma che volete “la gente ha paura”…
    Ancora. Sotto tortura gli imputati “confessano”. Ma per norma che risale al diritto romano, devono confermare la confessione a tortura diciamo finita. E ritorno alle parole del Manzoni che annota:
    “La confessione fatta nella tortura non valeva, se non era ratificata senza tortura, e in altro luogo e non lo stesso giorno… Ritrovati della scienza per rendere, se fosse stato possibile, spontanea una confessione forzata, e sodisfare insieme al buonsenso, il quale diceva troppo chiaro che la parola estorta dal dolore non può meritare fede, e alla legge romana che consacrava la tortura… cosa ben strana in una legge che mantiene comunque la tortura… ma bisogna rammentarsi che quella legge era fatta in origine per gli schiavi, i quali, nell’abiezione e nella perversità del gentilesimo, poterono essere considerati come cose e non persone, e sui quali si credeva quindi lecito qualunque esperimento, a segno che si tormentavano per iscoprire i delitti degli altri. De’ nuovi interessi di nuovi legislatori, la fecero poi applicare anche alle persone libere; e la forza dell’autorità la fece durar tanti secoli più del gentilesimo: esempio non raro, ma notabile, di quanto una legge, avviata che sia, possa estendersi al di là del suo principio e sopravvivervi”.

    E due frasi qui dovremmo stamparcele bene in testa: l’applicazione anche a persone libere di trattamenti pensati per chi libero non era. Dal dentro al fuori… come non pensare a quel grande laboratorio che sono le nostre carceri, dove ogni giorno si sperimenta la sospensione dei diritti, e quante sospensioni, che diventano soppressioni, già vediamo affacciarsi oltre le mura delle prigioni… Pensate anche solo alla “freschissima norma” che trasforma in reato per i detenuti anche la resistenza passiva, la non violenta manifestazione del dissenso. E quanta visibilissima traccia già c’è di questo nel mondo di noi “liberi”…

    Ancora. Anche allora in quel tremendo processo del 1630, i giudici pensarono, per sollecitare confessioni e denunce che nonostante le torture tardavano ad arrivare (e c’era fretta, e c’era “furia”), alla promessa di quasi impunità. E qui vi lascio alle parole di Sciascia, che meglio non si potrebbe:
    “E per finire nella più bruciante attualità- di fronte alle leggi sul terrorismo e alla semi-impunità che promettono ai terroristi che impropriamente definiscono pentiti- si rileggano le considerazioni che il Manzoni muove riguardo alla promessa di impunità del Piazza: -Ma la passione è pur troppo abile e coragiosa a trovar nuove strade. Avevan cominciato con la tortura dello spasimo, ricominciarono con una tortura d’un altro genere…- ed era quella dell’impunità promessa, che più della tortura poté convincere il Piazza ad accusare falsamente, ad associare altri, come lui innocenti, al suo atroce destino”.
    Continuava Alessandro Manzoni, con il suo scritto, la battaglia intrapresa da Pietro Verri in difesa dei diritti, di una giustizia che non fosse arbitrio…

    Una battaglia, conclude Sciascia la sua nota a “La colonna infame” …“che ancora oggi va combattuta: contro uomini come quelli, contro istituzioni come quelle. Poiché il passato, il suo errore, il suo male, non è mai passato: e dobbiamo continuamente viverlo e giudicarlo nel presente, se vogliamo davvero essere storicisti. Il passato che non c’è più- l’istituto della tortura abolito, il fascismo come leggera febbre di vaccinazione- s’appartiene a uno storicismo di profonda malafede, se non di profonda stupidità. La tortura c’è ancora e il fascismo c’è sempre”. Pensieri da tenere bene a mente, guardando all’oggi…

    Una nota. Ho conosciuto il testo de “La colonna infame”, grazie a un’interessante collana dell’editore Rubettino. “L’isola di Jura- Storie di dissidenti”, diretta da Andrea Frangioni, che è storico, e ha avuto la bellissima idea di questo progetto che si propone, spiega, di far conoscere storie e pensiero di dissidenti politici e religiosi dei nostri tempi. Ogni saggio è accompagnato da un “classico” della riflessione sui diritti umani, dignità dell’uomo e democrazia.
    Jura è l’isola scozzese dove George Orwell scrisse “1984”, romanzo distopico, come si dice, alla cui dimensione sembra ci stiamo precipitosamente avvicinando.
    Guardandoci dentro… guardandoci intorno… guardando ai regimi che avanzano…


    scritto per Voci di dentro

    Prendi due e paghi tre

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    Prendi due paghi tre“, le tragiche avventure del commesso Leopoldo Canapone.
    Enrico Mattioli, così presenta il suo libro, edito da Strade Bianche di Stampa Alternativa. Ascoltate.
    ..

    “Stavo leggendo il bel libro di Daniela Piretti, La vita Trema. Nel testo, lei cita la frase di Sofri, “I decenni passano in fretta, solo certi pomeriggi non passano mai”.
    Era la mia immagine perfetta. Annoiato in cassa, osservavo i clienti tra i corridoi del supermercato, rubavo un blocchetto dal reparto copisteria e prendevo appunti che sarebbero diventati questo libro.

    Perché leggere Prendi due paghi tre?,
    In un sistema dove il consumismo tesse la sua rete, questa storia racconta le dinamiche della persona nella società mercato. Una persona che finisce il suo turno ha bisogno di staccare la spina. Trascorre più tempo con i colleghi che con gli amici o i familiari.
    È imprigionato in una competizione costante. I ritmi della sua vita sono scanditi dagli orari di lavoro e vive la sensazione che la sua esistenza non gli appartenga.
    È alle dipendenze di un’azienda per la quale la sua identità dovrebbe essere uniforme a un modello che risponde a precise caratteristiche di asservimento. Le sue generalità si confondono nel numero di matricola.

    Le lavoratrici e i lavoratori sono dei pacchi postali che operano dove c’è bisogno, correndo da una parte all’altra della metropoli a tappare buchi con i problemi che tale condizione comporta, privati di una destinazione definitiva e permettendo alle aziende di non assumere altro personale. È il tipo di dipendente che si orienta nella città secondo i punti vendita dei negozi cui appartiene, assorbendo l’alterazione toponomastica: lei o lui, non dirà più la zona del Duomo, ma la filiale vicina al Duomo.
    È il profilo del lavoratore oggi.

    Ecco perché leggere questo libro. Se Prendi due paghi tre, aiuterà qualcuno a considerare se stesso sotto un’altra ottica, il mio testo avrà avuto un senso.
    Tutti meritano la felicità o almeno, hanno ragione di cercarla. Ciò che svolgiamo ogni giorno vale una parola letteraria. E moti che impreziosiscano la vita.

    “Una società felice consuma poco; per indurre a consumare bisogna creare insoddisfazione”.
    Serge Latouche



    Baciami ancora

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    Aprendo a caso una pagina di “Spezza il pane”, raccolta di poesie di Emilio Nigro… che… la poesia, il primo vagito. Ascoltate...

    Baciami ancora
    senza ricordo
    come fosse una piazza assolata
    un ramo d’alloro un fiore di scoglio.
    Baciami adesso
    il tempo muore prima di noi
    le foto sbiadiscono
    come un violino scordato
    baciami
    non aprire gli occhi
    né le mani per prendermi
    né le ali per volare.
    Se rimarrai, quanto sta un seme in solco
    tu baciami, baciami molto
    come fossi parole che dici
    in preghiera
    e davanti allo specchio
    come vino che inghiotti
    come l’onda sfiora la terra

    Ascoltate e riascoltate, finché il pianto rappreso in corpo infine si sciolga.

    Spezza il pane, Emilio Nigro, ERETICA edizioni.

    (l’immagine, che non mi riesce di rendere meno sfocata, del nipote Alessandro, con cui, ringraziandolo, mi scuso

    Il Bambino e la Medusa…

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    Un bambino e una medusa. Un racconto di Daniela Morandini, che è schizzo, è soffio… parabola della nostra spaventata cattiveria, dell’ottusa indifferenza agli altri. Ascoltate…

    “Un’onda scaraventò la Medusa sulla riva e il dolore rimbombò nella sua testa. Allungò i tentacoli per ritornare in acqua, ma fu arrestata da un sasso. Lo scavalcò prendendone la forma e si trascinò in avanti.

    Un Bambino si fermò a guardarla e si accucciò tenendo le distanze: sapeva che se solo l’avesse sfiorata lei gli avrebbe fatto male. Allora prese uno di quei rami che il mare leviga durante l’inverno e la infilzò. La Medusa lanciò un urlo senza suono e scagliò in aria i colori: blu, viola, rosso. Ma lui non smise e lei, che non aveva più occhi che impietriscono, né serpenti al posto dei capelli, cercò di fuggire. Quasi senz’acqua, rattrappita, si divincolò, si attorcigliò e si appiattì. I colori diventarono liquidi: era diafana, sempre più trasparente.

    “ Non la toccare, non la toccare!” urlò la madre.

    Allora il figlio prese il bastone e lo scagliò sulla Medusa. Restò un mucchietto gelatinoso che un’onda pietosa riportò in mare. Il Bambino, ormai diventato uomo, partì per nuove conquiste.

    L’acquerello di copertina, è il primo acquerello del nipote Alessandro (risale a quasi tre lustri fa) … ed è schizzo di cielo, soffio d’acqua, e ricerca di bellezza nascosta…

    Un incontro

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    “Ma se mi mandano l’Alter ego io non posso poi…? Ma vi sembra possibile, se l’alter ego…

    E rimango un po’ imbarazzata nell’incappare in un giovane uomo, seduto in terra circondato da buste di plastica piene di non so cosa…, due passi dall’ingresso di una palazzetto in una breve strada appena dietro Montecitorio…

    Ha i capelli di un bel nero corvino, mossi, folti e arruffati, il viso color ambrato, ma sicuramente italiano, il suo parlare è perfetto… Seduto a gambe incrociate, e le ginocchia scoperte che indossa qualcosa come bermuda. E’ gennaio, ma la temperatura di questo incredibile inverno, a Roma, a mezzogiorno è intorno ai 18 gradi… e forse ha ragione lui…

    Parla da solo, ripetendo sempre lo stesso ragionamento, come cercando di convincere qualcuno che è proprio lì e forse solo io non vedo. Ma è a me che si rivolge appena sto per passargli davanti.  “Ma se mi mandano l’Alter ego io non posso poi… capite?”.

    E certo che capisco. Il suo ragionare (che non posso ripetere che… mannaggia non l’ho appuntato subito e non vorrei fargli torto riportandolo male) mi sembra ineccepibile…

    Lui continua a interrogarsi e interrogarmi e… “Certo che ha ragione”, gli dico. Che davvero in quel momento sono convinta anch’io della correttezza del suo ragionare…

    E chissà, avrà ben letto di filosofia e sociologia… se ora con tante precise argomentazioni è lì a cercare di allontanare quell’altro da sé a lui così estraneo…

    Ma forse è un’intera folla che sente minacciosa intorno, e chissà da quanti ego altri sia stato assediato nella sua vita. E quanti sono lì ad assediarlo ancora… se da loro sembra volersi difendere con la dialettica del suo parlare ostinato. Ma anche con tutte quelle buste gonfie, messe intorno al suo corpo, come trincea di sacchi di sabbia… O potenza di cerchio magico…

    E “… cacciarmi fino agli orecchi il berretto a sonagli della pazzia e scendere in piazza a sputare in faccia alla gente la verità!” (magico Pirandello … che tutto già svela…)

    Mi fermo ancora qualche attimo e sembra contento del mio assecondarlo. Che percepisce sincero. E sincero davvero lo è…

    Tanto che, come a restituire atto di cortesia, mi chiede: “Ma lei ce l’ha un oggetto, di designer magari… qualcosa in cui si ritrova?”.

    Esito la frazione di un secondo, ma poi la risposta, vera anche questa: “Un gatto di ceramica, che viene dall’Iran!”. Il mio bel gatto azzurro di Isfahan, che è sempre lì a rimandarmi lo sguardo, dal ripiano del tavolino…   

    Sono sicura l’abbia visto anche lui, nel disegno del mio pensiero. “Bello, bellissimo. Lei ce l’ha un posto!” mi ha detto con aria soddisfatta, come contento per me.

    E il suo sorriso d’approvazione è stato un saluto che era quasi una benedizione…

    (il disegno in testa è del magico nipote Alessandro, che sa leggere oltre le barriere dello spazio…




    La verità è rivoluzionaria…

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    Che fare? Termina con una domanda questo lucido, denso come sempre, intervento di Silva Bon (autrice fra l’altro dell’illuminante “Guarire si può”) scritto per il Forum della salute mentale. La risposta è già nella premessa: nella forza rivoluionaria della verità… Ascoltate..

    “Una scritta in rosso, a caratteri cubitali, campeggia sul muro di un edificio, di fronte al Padiglione M dell’ ex Comprensorio dell’Ospedale Psichiatrico di San Giovanni, a Trieste.

    Una scritta dipinta dai giovani operatori, venuti qui da ogni parte d’Italia e del Mondo, negli anni della “Rivoluzione Basagliana”, per contribuire con il loro entusiasmo, con la loro azione a realizzare il cambiamento storico che ha portato alla chiusura dei manicomi in Italia, primo e unico Paese in assoluto.

    Erano qui anche per vedere, per conoscere, per capire, per imparare. E per esportare il Modello. Quel Modello.

    Il gesto di Franco Basaglia – e di tutti quelli che condividevano il suo progetto ideale (di intervento medico/sociale/politico) – era una risposta.
    Una risposta concreta al “Bisogno di Verità”.
    Una risposta concreta alla “Verità del Bisogno”, alla “Verità dei Bisogni”.

    Sotto quella luminosa scritta – la Verità è Rivoluzionaria – sono ritratta assieme ai Soci Fondatori della Associazione che nasce dal Forum Salute Mentale, e che è stata ufficialmente istituita pochi mesi fa. Con finalità operative, per incidere nella realtà italiana, così complessa, del mondo psy.

    Ogni giorno leggiamo denunce di cittadini, familiari e persone con esperienza, e (soprattutto?) di operatori di ogni livello, così medici psichiatri come infermieri: tutti accusano le gravissime manchevolezze della Sanità Pubblica in Italia. Della pressoché inesistente rete di Servizi Sanitari sul Territorio.

    E, per quel che ci riguarda, tutti quelli motivati da impegno deontologico legato al modello di “Salute Mentale” – possibili epigoni di Franco Basaglia – denunciano la crisi involutiva nella/della gestione dei Dipartimenti di Salute Mentale, quasi giunti al collasso.

    Le analisi sono precise, dettagliate, ricche di dati e di statistiche incontrovertibili.
    Sono formulate con parole tecniche, specialistiche, basate su saperi esperiti, frutto di anni di pratiche attuative, illuminate, esemplari.

    Ma soprattutto sono formulate con parole ricche di Umanità. Di Presenza. Di Riconoscimento dell’Altro. Di Rispetto e di Ascolto. Così verso le persone che hanno bisogno di Cura. Ma forse anche verso le persone che agiscono la Cura.

    Eppure sembra che tutt’intorno cadano eluse e inascoltate.

    E la attuale crisi imperversa nei luoghi deputati, ormai ridotti a Ambulatori. Residenze cronicizzanti. Centri simili a piccoli manicomi. Luoghi di ammalamento per gli stessi operatori.
    Le persone che soffrono, che stanno male, vedono negati i loro diritti alla salute e i loro diritti di cittadini – Diritti pur ampiamente illustrati, a cominciare dagli Ordinamenti e dalle Linee Guida espresse dall’OMS.

    Tutto cade nel vuoto.
    Tutto sbatte contro una specie di muro di gomma, che appare come Impossibilità

    La Negazione della Realtà, dei Bisogni, è giocata in un fraintendimento – ipocrita – di parole. In una contrapposizione frontale di interpretazioni, di sottili distinguo fra paradigmi medici divergenti. In posizioni contrarie, oppositive, delle varie Psichiatrie, veri centri di poteri (comitati di affari?), di cui non si può dire.

    Quasi una sorta di Segreto pubblico. Volontà di non sapere attiva.

    Che fare?

    Silva Bon

    Arabi danzanti…

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    E’ proprio vero, quello che scrive Lauretta Chiarini: “Le cose che ti vengono a cercare…” (verità che è diventata titolo di un suo bel racconto https://www.laltrariva.net/le-cose-ch-eti-vengono-a-cercare/)…
    Così, ancora una volta, un libro insabbiato da tempo riemerge dal mio disordine… Come facendosi strada da solo, spinto dall’urgenza delle cose… E cosa di più urgente, oggi, di una voce che arriva dalla Palestina.


    “Arabi danzanti”, il libro, di Sayed Kashua…
    L’avevo comprato più di venti anni fa, all’inizio del nuovo secolo, che ancora il prezzo è scritto in lire prima che in euro, per cercare di capire qualcosa di più di una storia antica… e riprendere un filo conduttore sul percorso della letteratura araba dalla terra di Palestina…
    Finito di leggere in due giorni, tanto mi ha preso…

    E’ la storia di un giovane di un villaggio arabo che, per meriti scolastici, viene ammesso in un collegio israeliano. Studia, cerca di vestirsi, di comportarsi come un ebreo… ma ben presto l’impatto con la realtà fa esplodere in lui il conflitto fra il suo essere arabo e l’ansia di assimilarsi agli ebrei. Un conflitto senza via d’uscita che lo rende estraneo agli uni e agli altri, anche quando titolare della “carta blu”, che pur lo proclama cittadino israeliano…
    Una storia che all’inizio ricalca la giovane vita dell’autore, nato da genitori palestinesi a Tirah, nel Nord di Israele, e che a 15 anni viene accettato all’Accademia israeliana per le arti e le scienze, riservata solo ai più dotati… e molto poi nella sua vita Sayed Kashua parlerà dei problemi che gli arabi israeliani devono affrontare.


    “Arabi danzanti” è racconto ricco degli umori di due culture forse irrimediabilmente inconciliabili.
    Sullo sfondo, mai dimenticata, la tragedia di una terra, quella di Palestina, che è la stessa di oggi… dove sai che in qualsiasi momento qualcuno può essere arrestato, cacciato di casa, ucciso…
    Mamma dice che potrebbe succedere che carichino tutto il villaggio su dei camion e ci portino da Beit Tzafafa in Giordania, mentre quelli di Tirah li trasferiscono in Libano. Mamma dice che in quel caso dovremmo almeno cercare di far caricare tutta la famiglia sullo stesso camion”…
    E…

    dentro di me non c’è una sola goccia di speranza. Sono pieno di odio. Odio mio padre, per colpa del quale non ce la faccio a lasciare questo paese, perché lui ci ha insegnato che non abbiamo altro posto, che è meglio morire per la terra, che non si può rinunciare”…
    Quello stesso padre che alla fine, da quando è tornato dall’Egitto… “ha perso la voglia di lottare. (…) Mio papà si è convinto. Dice che i palestinesi devono convincersi anche loro, che se fosse il presidente dello stato palestinese darebbe ordine di distruggere la moschea di Al-Aqsa (…) così da estirparne ogni reminiscenza nell’Islam e nell’intero mondo arabo. Mio papà dice che questa dovrebbe essere la vendetta palestinese per il silenzio arabo e islamico di fronte alla nostra sofferenza”…

    Più che lo scontro tra due culture molto diverse, c’è l’assenza di volontà di integrazione, l’accettazione scontata di un’incompatibilità”, ha scritto Stefano Nola in una recensione all’uscita del libro in Italia.

    Su La Stampa di questa mattina leggo un titolo d’articolo: “Ecco perché è difficile credere alla pace…”.
    Ma la risposta è forse già tutta nel dramma che si dipana in questo “Arabi danzanti”, che pure ha la bellezza del racconto tratteggiato con la leggerezza di chi non conosce toni urlati, né scontri frontali… che sa essere ironico, a tratti grottesco, malinconico… di una forza straordinaria…
    L’edizione che ho letto è del 2003, edito da Guanda. Come fosse ieri… E non è un caso che proprio oggi “Arabi danzanti” mi sia venuto a cercare.

    Appello al Ministro…

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    Peppe Dell’Acqua, psichiatra, già direttore del Dipartimento di salute mentale di Trieste a nome dell’associazione Forum Salute Mentale invia questa lettera aperta al Ministro della salute, ai Presidenti delle Regioni, ai Direttori generali, ai Sindaci.
    Una richiesta d’attenzione, come commenta Irene Gironi Carnevale, “da troppo tempo smarrita, ignorata perché la malattia mentale in Italia non fa notizia se non quando viene associata, a torto (spesso) o a ragione a fatti di cronaca nera, quando quello che si poteva fare per arginare i gesti estremi è stato ignorato da chi dovrebbe invece creare le condizioni di attenzione, i servizi adeguati per una società che si voglia sire vagamente civile”.
    Ascoltate…


    “Da tempo avrei voluto scrivervi. Non certo per parlarvi ancora delle risorse, della fuga e della carenza di personale, della miseria delle politiche regionali, degli ultimi posti che occupa in Europa il nostro paese in ordine agli stanziamenti per la salute mentale; e certamente non voglio dirvi dello spoil system e dell’oscuro impianto degli atti aziendali.
    Di tutto questo già sapete.


    Voglio parlarvi – perché da tempo se ne discute nei nostri numerosi ed affollati incontri – delle quotidiane fatiche che fanno le persone, i cittadini, gli individui per curare la loro salute vivendo senza timori superflui la minaccia della malattia. Non so con quanta consapevolezza si parla di medicina territoriale, di distretti, di medici di famiglia, di infermieri di comunità, di cure domiciliari in un momento come questo dove non possiamo non cogliere il bisogno di una singolare vicinanza, di una cura sollecita a un capitale prezioso che è la comunità partecipante.


    È della cura che bisogna ricominciare a parlare.
    Mi occupo di matti da ormai troppo tempo e ho avuto modo di incontrare, in momenti e in regioni diverse, amministratori, assessori, accademici. I più facevano e fanno fatica a comprendere che salute mentale non è psichiatria e che curare una persona che vive l’avventura del disturbo mentale, non è predisporre letti, sistemi di controllo e di sicurezza; e di servizi di salute mentale aperti 24h/7g neanche a parlarne. Nei tanti anni di lavoro, più di 50, ho trovato pochi parlamentari e amministratori disposti a mettere in crisi le loro certezze per cercare di comprendere.
    Molti amministratori, anche nella mia regione, purtroppo, il FVG, continuano a pensare che un centro di salute mentale nella comunità sia poco più di un servizio ambulatoriale specialistico di psichiatria dove uno psichiatra, in camice bianco, impegna le sue ore di servizio per fare diagnosi, per prescrivere farmaci, per inviare lontano, in “strutture”, quelli che sono di peso, di fastidio, poveri e perciò inguaribili.
    Gli scarti direbbe Papa Francesco.


    Ma anche per ricoverare in ospedale quelli più recalcitranti, “violenti”, riottosi dove possono essere sedati, legati, impediti; e perché no, scomparire nelle cliniche private e in luoghi misteriosi “ad alta protezione”
    . E pure fino a qualche anno fa i nostri amministratori, “di destra e di sinistra” si sforzavano di comprendere che un servizio di salute mentale non può che essere un luogo attraversabile, un passaggio, uno spazio di accoglienza e di ristoro. Un luogo familiare dove le persone del rione possono andare per dire, per far sentire il proprio male e trovare qualcuno che si prendesse cura di loro.
    Cercavano quanto meno di cogliere il significato di servizi aperti e accessibili 24h.
    Ventiquattro ore perché il servizio può disporre di ospitalità notturna e le persone possono essere accolte per periodi di tempo estremamente variabili. Nei luoghi dove organizzazioni e dispositivi di questa natura sono stati attivati i buoni risultati non si sono fatti attendere e sono evidenti. Le organizzazioni di servizi disposti a essere attraversati in tutto l’arco delle 24 ore sono diventati, là dove in funzione, gli strumenti più efficaci di risposta alla crisi, per periodi in cui c’è la necessità di dare protezione o tutela, per offrire aiuto e distanza, talvolta necessaria, sia al paziente che alla sua famiglia e dove senza ricorrere a violenze e mortificazioni si possa negoziare il Trattamento sanitario obbligatorio (Tso); si possa finalmente abolire e dimenticare la inumana pratica della contenzione e delle porte chiuse.
    Programmi di questa natura restano tuttavia pochi e a rischio di essere devastati da politiche regionali attente ad altre scelte di campo e che tra pubblico e privato non mostrano più alcun dubbio.

    Si dice sempre dei riconoscimenti internazionali per questi dispositivi e per la legge italiana. Ma più che le medaglie, la soddisfazione che esprimono prima di tutto le persone che vivono l’esperienza, la loro rimonta, i familiari, le associazioni dovrebbero confortare, spingere ad andare avanti e sostenere nuove sperimentazioni.
    Altro che ambulatori!
    Un servizio territoriale è un dispositivo che pretende la presenza di diverse figure professionali e di attenzione consapevole degli amministratori, dei sindaci, degli assessori, e della presenza di un governo centrale. Un servizio di salute mentale non può sfuggire a una scelta di campo ruvida e rischiosa se vuole rispondere a domande, talvolta drammatiche, di persone, in specie giovani, che vivono o hanno superato non senza cictrici problemi di disturbo mentale, anche molto severo e che hanno bisogno di infinite e umane attenzioni. E vuole farsi carico insieme ai familiari del peso talora insopportabile di un figlio o di una figlia che sembra fatalmente perduta.

    Sembra che le nostre amministrazioni, oggi, in assenza di un governo centrale e in una sorte di ostilità ideologica, non sappiano più che chi ha vissuto la sofferenza mentale, chi per un momento della sua vita ha perduto il contatto con la realtà, chi si è sentito irrimediabilmente sconfitto o al contrario onnipotente vincitore, chi ha sentito il mondo ostile e nemico, chi si è visto costretto a rinunciare per questa e per altre ragioni ai suoi sogni, ai suoi progetti e ha dovuto imparare a soffocare la sua inquietudine, ad annullare la sua curiosità, a cancellare la sua creatività, a rinunciare alle relazioni ha bisogno di ogni cosa per rimontare, per riprendersi la vita. Dopo esperienze di tal genere si trova il vuoto intorno. Gli strumenti culturali si sono impoveriti. Si fa fatica a leggere la realtà. Si è distanti dai luoghi dello scambio e delle relazioni.
    Il linguaggio, le capacità comunicative, le abilità lavorative si sono ristrette o non sono più adeguate. E malgrado queste evidenze, molte psichiatrie delle accademie, “della distanza e della pericolosità”, che abbiamo cercato di tenere lontano con fatiche indicibili, sembrano ora gradite e attraenti per riformulare servizi distanti, posti letto privati, ambulatori specialistici.
    Parlare, abitare, ritornare nelle relazioni. riprendere con curiosità diversa i libri abbandonati, lavorare ma anche scrivere, cantare, fare teatro, giocare a calcio, riprendere in mano il violino o la fisarmonica. Osare persino di innamorarsi. E di guarire.
    I programmi di un servizio di salute mentale vogliono prestare attenzione a questi momenti intensi e singolari e cercano di dare valore alla fatica del vivere quotidiano, si impegnano a non tradire le aspettative, le attese che ancora e sempre resistono. Programmi che servono a scoprire strumenti sempre singolari per leggere la realtà intorno, costruire opinioni proprie, cercare assieme agli altri il coraggio per schierarsi.
    Sopportare le ferite del conflitto che è nelle cose, nelle relazioni, nel rischio mortale
    dell’incontro.
    Avere consapevolezza della propria realtà, della propria storia, dei propri limiti è di per sé un elemento che genera capacità nuove, risorse utili per raggiungere la propria indipendenza, identificare un proprio stile di vita e il piacere della comunicazione. E infine signor ministro, una cosa che non si può più tacere ed è la più grave di tutte: la condizione di lavoro degli operatori che non più coinvolti in una progettazione comune, lontani dalla dimensione etica del loro lavoro, costretti all’indifferenza fanno fatica a resistere, perdono entusiasmo e appartenenza.
    Giovani operatori e operatrici scelgono i mestieri della cura con entusiasmo e aspettative, per essere poi delusi e trascurati tanto da desiderare di andar via. Ormai ridotti al silenzio in un clima di censura che colpisce tutto il sistema sanitario.


    Signor Ministro, signori Presidenti, signori Direttori generali, signori Sindaci,
    forse voi non sapete c
    he lo scorso giugno l’associazione Forum Salute Mentale Nazionale ha voluto riproporre, per la terza volta, il disegno di legge “Disposizioni in materia di tutela della salute mentale volte all’attuazione e allo sviluppo dei princìpi di cui alla legge 13 maggio 1978,
    n. 180 (1113)”. Il testo è stato presentato alla Camera e al Senato dagli onorevoli Serracchiani, Sensi e dall’on. Magni. Non si tratta dell’ennesima proposta di riforma della legge 180. Il Ddl vuole riaffermare il valore del cambiamento che comunque ha realizzato il nostro paese e riaccendere attenzione e parole sensate a sostegno delle persone che vivono l’esperienza del disturbo mentale e indicare percorsi e modalità organizzative capaci di indicare vie d’uscita dalla dannosa confusione e miseria cui sono ridotti i servizi di salute mentale oggi.
    Sicuro della vostra attenzione

    Peppe Dell’Acqua, psichiatra,
    già direttore del Dipartimento di salute mentale di Trieste a nome dell’associazione Forum Salute Mentale
    Trieste, gennaio 2024

    Prendi due paghi tre…

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    Passata pre-vigilia di Befana (in attesa che la vecchia strega ci faccia ancora una volta la cortesia di portar via come da proverbio le presunte feste) leggendo un sorprendente libretto: “Prendi due e paghi tre”, edito da StradeBianche di Stampa Alternativa. E già il titolo… Il sottotitolo specifica: “le tragiche avventure del commesso Leopoldo Canapone”. L’autore Enrico Mattioli, che commesso è stato davvero… e ci regala un racconto spietato, a tratti esilarante, a tratti drammatico, di questo mondo dove tutti noi diventiamo merce…

    Eh, sì, perché Leopoldo Canapone lavora alla cassa di un supermercato di un centro commerciale. E il suo impegno ostinato, da ex sindacalista per quanto intristito e deluso, è disincentivare i clienti. Un modo per resistere a un sistema impossibile, con “turni massacranti, soprusi, provocazioni e ostilità”. Che lo fa essere il dipendente con il maggior numero di provvedimenti disciplinari…
    Leopoldo Canapone. Una vita privata isterilita di affetti, ma affollata di passeggeri rapporti, anche questi, sembra, veloci e superficiali, che pure sono altro tassello della trappola del consumo. Che è il nostro mondo dove anche l’arte sembra asservita alla pubblicità. Mentre i libri, che il centro commerciale offre, sono per lo più come i cine-panettone che nessun Natale ci risparmia. Libri-panettone, li definisce sconsolato Canapone. E come dargli torto?
    Anche il mondo del sindacalismo attraversa queste pagine con il sospiro degli sconfitti. Soffio troppo debole per spegnere la rabbia sociale che ribolle alle porte e fra le scansie di quel non luogo che è il centro commerciale, ma che pure rimane fra queste ingabbiata.

    Una scrittura sferzante, questa di Enrico Mattioli, che non media. Pulsa come il battito del cuore di animale in trappola. E forse soprattutto per questo mi è piaciuto tanto il suo racconto. Perché ha una sua bella idea della letteratura il nostro autore: “Sulla quarta di copertina bisognerebbe scrivere che la letteratura uccide e fa male allo stato di coscienza. Se i libri fossero libri dovrebbero essere vietati”. Già, se fossero libri… (mi è venuto in mente che quando ho letto “La città del sole”… straordinario, rivoluzionario… ho pensato… .“e ti credo che Campanella è finito nelle peggiori galere…)

    A margine. A un certo punto il caso regala al nostro eroe un momento di notorietà, e quindi qualche intervista fra riviste e tv, e questa diventa occasione per raccontarci di un’altra trappola, quella dell’informazione falsata dei talk show, che tutto deforma, dove la linea è “ma che dice?! non prenda iniziative! Non pensi… conduco io..”. Insomma qui tutto si tiene.

    “Fancazzista” viene definito il nostro Leopoldo dalla frustrata-presunta mantide- direttrice del Centro commerciale (alla fine anche lei una sconfitta). Ma in realtà l’idea di un impegno, e forte, Leopoldo Canapone l’ha ben chiara (oltre quello di disincentivare i consumi): lasciare un segno del suo passaggio. Con un libro.
    “Devo scrivere di un posto da dove non si scappa, un posto abitato da zombi che hanno un codice di riconoscimento sottopelle. Il cielo è di plastica, nelle strade la luce è artificiale, la conformazione fisica del territorio è ricostruita. Un posto dove l’unico sentimento è suscitato dagli assortimenti del supermercato.(…) Ci penso, inorridisco, ma non per l’immagine che ho creato nella mente: è solo perché il posto immaginato è dove sono già”.

    Ed è il libro che ho in mano. Bellissimo regalo che Strade bianche ( e chi altri…) ha messo nella calza di questa sbrindellata Befana…

    Dunque: “Prendi due paghi tre, le tragiche avventure del commesso Leopoldo Canapone” , Enrico Mattioli. Come tutte le pubblicazioni di stradeBianche , scaricabile on line

    per ordinarbe copia: stradebianchelibri@gmail.com

    per scaricare gratuitamente http://www.stradebianchelibri.com/mattioli-enrico…