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    Davide… Ivan…

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    Pronunciare il nome, il proprio nome… presentandosi a qualcuno e diventare per quel qualcuno persona non più sconosciuta…
    Può sembrare cosa banale, ovvia. Nella fretta consueta dei nostri chiacchiericci… Dimenticando che il nome, se è certo segno di identificazione, quando pronunciato è anche svelamento della dimensione profonda dell’individuo. Se c’è un potere della parola pronunciata che fa vivere o morire. E consegnarsi all’altro con il proprio nome diventa offerta del sé, atto enorme di fiducia che chiede di essere riconosciuta…
    L’offerta del proprio nome, consegna del tutto… Soprattutto da parte di chi ha poco o nulla… per chi si muove semiclandestino lungo i margini delle nostre strade…
    Davide e Ivan, due nomi, due persone incontrate per strada… e con questo ricordo pieno di tenerezza voglio concludere quest’anno, per tanti versi crudele…

    Nel settembre dello scorso anno... un omino si aggirava per il quartiere… fuggito chissà da dove… capelli folti, ricci, scuri… piuttosto scuro il volto… sempre composto nella sua giacchetta tipo sahariana. Chiedeva cortese qualcosa. Ma soprattutto chiedeva, senza chiedere, parole, lui che alla mia domanda da dove venisse la prima volta ha risposto “da molto lontano”. Così, un giorno dopo l’altro, una frase dopo l’altra smozzicata… veniva da Torino, dopo un po’ sperava a Torino di poter tornare, perché in questa città, la capitale, non riusciva a orientare la sua povera vita. Ma soprattutto aveva paura, paura di altre persone come lui… paura di essere aggredito, dormendo in strada, ma anche nei ricoveri, paura della polizia, che chissà…
    Un giorno era arrivato senza più i suoi arruffati capelli. E aveva detto contento che era stato dal barbiere. Si vede, avevo pensato, che i volontari cui l’avevo segnalato, riuscivano in qualche modo a seguirlo…
    Una frase al giorno, ci tenne a farmi sapere che aveva avuto una volta una moglie…
    Dettagli, che mi consegnava a tratti, contento che qualcuno li accogliesse.
    Finché un pomeriggio, mi è venuto incontro e guardandomi fisso negli occhi, con sguardo che mai dimenticherò…
    “Io mi chiamo Davide…” mi ha detto senza incertezze, così definitivamente consegnandosi.

    “Chiamatemi Ismaele“. Mi è venuto in mente il celebre incipit di Moby Dick. Annuncio di un’infinita narrazione…
    Quella notte c’è stata una gran pioggia, e il giorno dopo ancora… Non l’ho più visto. Voglio pensare che i volontari ai quali mi ero rivolta siano riusciti a convincerlo ad andare con loro. O che sia riuscito a prendere il treno per Torino, lontano da questa città a lui ostile…

    Alcune mattine fa… In una delle traverse qui accanto c’è un uomo. Spazza via le foglie morte dal marciapiedi. Cinquanta/sessanta anni? Ma forse quaranta di una vita che potete immaginare. Non è la prima volta che lo incontro.
    Si giustifica, garbato e un po’ vergognoso, col suo accento dell’est, che non ha lavoro… e quella mattina, che in fondo siamo sempre in aria di Natale, gli ho dato 5 euro…
    Che mai se lo sarebbe aspettato. Ha ringraziato sorpreso… Abbiamo scambiato due parole… mi ha detto che conosce il ragazzo di colore che da tempo fa lo stesso lavoro due isolati più avanti (e in zona l’abbiamo in qualche modo “assunto”, che tiene ben pulite le nostre strade)… me ne ha ricordato il nome, quasi referenza per sé…
    E poi sorridendo mi ha affidato il suo, di nome, con il tono di chi offra qualcosa di prezioso, di intimo, di unico…
    “Io mi chiamo Ivan”, mi si è consegnato…
    Aggiungendo subito: “… ma non il Terribile!”. E ne abbiamo riso…


    Davide (che significa “amato”).. Ivan (rimando alla misericordia divina)...Se il nome è in qualche modo anche presagio, se in esso è segnata traccia del destino di chi lo porta, la speranza è che pronunciandoli e pronunciandoli e pronunciandoli, questi nomi, invocando un dio finora distratto, l’anno nuovo non sia sordo all’augurio che hanno in sé…

    [Il quadro di copertina, un dipinto di Eugenio Azzola (al cui lavoro volentieri rimando https://www.laltrariva.net/openresonance/ )]




    Il canto dell’altalena

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    Come augurio per questo Natale, il regalo di un’immagine da “Il canto dell’altalena” (edito da Piédimosca e Al3viE), prezioso libro di Anna Maria Farabbi, che, da poeta qual è, ci accompagna in un viaggio “nell’origine del canto occidentale, della poesia occidentale che nasce nel mito”. Per entrare nel profondissimo…

    Come nel profondissimo entra l’immagine della bambina che compare nelle prime pagine.

    Ci narra, Anna Maria Farabbi, del suo incontro nel paese di montagna dove andava da ragazzina, Montelovesco, a un palmo da Gubbio, con una la bambina, sorpresa a fissare l’oscillazione di un’altalena vuota. Le le si avvicinò chiedendo se volesse un aiuto, pensando che la bambina non riuscisse a salirvi, ma…

    Mi fece segno di rimanere zitta. Indicò le sue orecchie come per capire che stava ascoltando”. (…)

    “Elena mi spiegò che la bambina era matta: suonava quella corda tutto il giorno. L’ascoltava. Tutti loro avevano provato ad ascoltarne il suono, ma nessuno era riuscito a sentire. Neanche il sibilo della fibra strusciare sulla corteccia. Non valeva la pena pensarla. Quella bimba era inutile, era persa. Si era persa.
    L’ho pensata in tutti questi anni. Quella bambina non si era persa. I mei compagni erano poveri poveri da dichiararla persa…”
    “E’ più facile dire è matta, è fuori, dimentichiamola, cancelliamola, piuttosto che dire a voce alta io non sono in grado di incontrarla.
    “La bambina era concentrata, sosteneva una tensione relazionale con la corda del sé nelle due figure interiorizzate, tra quelle infinite armoniche dell’arco di oscillazione: la spinta all’indietro, in una flessione obliqua, non abbandonata ma tenuta e la proiezione contratta facendo leva nel baricentro del ventre, verso il proprio futuro…

    “Ho molto pensato all’arco agito da quella corda, al volto preciso della bimba versato in una ricezione acustica solitaria e incompresa, incastonato in una misteriosa pienezza relazionale. Con chi? Con cosa? Non era matta. Viveva altrove, via dalla nebulosa (in accezione astronomica) comunità degli altri.

    Lei stava all’altalena sonante, come io sto alla poesia. Nella stessa drammatica accordatura…”

    Anna Maria Farabbi molto ha studiato, in centri come la Comunità di Torre Certalda o il Sodalizio di San Martino, “tra gli ospiti dormienti e deliranti”, e a questi studi la storia della bambina si ricollega.
    Una storia che, come imprinting, rimane a condurci nella lettura di tutto il Canto dell’altalena, un ricchissimo e complesso e profondo oscillare della figura fra gioco e mito.
    Noi ve la regaliamo, l’immagine di questa bambina, come pensiero di Natale.

    Un augurio a che quel suo gesto, che invita a lasciare spazio all’ascolto, venga accolto in noi, a guidarci nella conoscenza dell’altro in una comunicazione che “non prescinde dalla lingua e dal suo tacere

    Ancora “capanne vuote”

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    A proposito dei bambni di tutte le guerre.. a proposito delle tragedie del Mredioriente, che non nascono oggi…Ancora il regalo di una riflessione da Vittorio da Rios, che ancora una volta ci inchioda alle nostre responsabilità…

    Il “maestro” Gerardo Marotta fondatore e anima con il Prof. Antonio Gargano dell’Istituto Italiano Per Gli Studi Filosofici di Napoli, un grande Italiano di cui tutti dovremmo rendergli ricordo, che mi onorò della sua amicizia e stima, mi ricordava nelle moltissime telefonate intercorse tra Cimadolmo-Treviso: il profondo Nord-Est cosi definiva la mia appartenenza geografica, a Via Calascione-Napoli dove viveva, un aneddoto assai significativo per comprendere l’immensa sua statura etica- morale-civile e culturale. Con le città ancora fumanti distrutte dai bombardamenti degli “alleati”, le biblioteche pubbliche e private sventrate e milioni di volumi sparsi ovunque; lui con Giangiacomo Feltrinelli sono stati trai primi a recuperare e dare inizio a salvare quel patrimonio tragicamente violato. Cosi inizia la sua straordinaria avventura umana culturale e irrepetibile amore e passione per i libri e la cultura l’alto sapere. Era giovanissimo Gerardo ma aveva già compreso che solo il sapere l’alto pensiero filosofico-scientifico, la grande tradizione umanista intrisa di grande spiritualità quanto attenzione quotidianamente vissuta, per la reale condizione umana e per gli inevitabili processi emancipativi, e di liberazione, può tentare di raddrizzare quello che Berlin ha definito il legno storto dell’Umanità. Il “secolo breve come definito in un suo capolavoro da Eric J. Hobsbawm ha riservato sia processi evolutivi quanto spaventosi cataclismi mai prima organizzati dall’Ominide nella sua millenaria storia. E dentro questo travagliato odierno processo di liberazione l’umanità sta vivendo quello che la carissima Francesca e Gatto Randagio ci racconta. La Siria, e ora senza rottura di continuità la tragedia Palestinese che è storia di soprusi, violenza, massacri da oltre 7 decenni in quella martoriata area geografica del Pianeta. Già il più grande materialista, e filosofo dell’antichità, Epicuro aveva definito la sua epoca circa 3 secolo prima di Cristo,come quella caratterizzata dall’oppressione dalla mancanza di democrazia e di equità sociale. Essa rileva Epicuro ha le sue radici nella condizione propria dell’uomo. Non si disperde l’agire intellettuale di Epicuro, va all’essenziale, e ripete solo sé stesso: La filosofia non è un divertimento, un lusso da professori, un mero e sterile accumulo nozionistico, ma un lavoro legato al più pressante di tutti i problemi. Non bisogna fingere di addestrarsi con la filosofia: non si deve simulare la ricerca della salvezza, la si cerca e la si pratica quotidianamente. Quanto sono attuali questi assiomi fondativi del pensiero filosofico e scientifico di Epicuro. Quanto da apprendere oggi dal suo agire e essere pensatore che oltre 2,300 anni fa aveva intuito come il sapere e l’uomo di vera cultura deve agire nella concretezza e incandescenza delle tribolazioni umane. In un suo saggio Giuseppe Papagno: “Dall’economia alla storia”, -un criterio per incominciare-. Ricorda come nell’ottobre del 1946. Ogotemmeli, un vecchio e cieco cacciatore della popolazione dei Dogon dell’Africa occidentale, acconsenti di illustrare all’etnologo francese Marcel Griaule l’immagine che del mondo aveva il suo popolo. In trentatré giorni di conversazione essi cercarono di rendere tra loro tangenti due universi. In un celebre libro poi uscito nel 1966 ” Dieu D’eau Griaule tradusse i racconti di Ogotemmeli in un sistema simbolico percepibile al lettore europeo. Cosi i Dogon entrarono a far parte della nostra conoscenza storica. Sul versante degli avvenimenti, il colonialismo e i processi che chiamiamo di ” modernizzazione” in Africa hanno probabilmente inciso sui Dogon attuali e forse eroso la loro immagine del mondo. Rimane tuttavia l’impianto concettuale elaborato da Griaule. Su questa base ( o poco più ) è dato agli altri -discutere-approvare-dissentire-verificare su un certo stato della loro storia. Oggi in una realtà drammaticamente frammentata, quanto violenta e confusa, con il potere finanziario che governa i processi economici, determinando i destini di miliardi di creature umane, che ha di fatto esautorato a livello globale il potere esecutivo dei parlamenti, quale ruolo ha la conoscenza storica oggi? Conoscenza storica come coscienza collettiva dei processi che hanno determinato l’attuale esistente, di cui ne conosciamo le tragiche reali conseguenze? Ora stiamo vivendo l’ubriacatura consumistica-festaiola delle festività. Tutto è in vendita un luccichio continuo incessante. Mentre in molte aree del mondo per effetto di questo immondo “luccichio”: “una sparuta minoranza ricca vive nel privilegio economico, e una sterminata massa di impoveriti” muore per causa, da guerre, fame, malattie. La nostra coscienza non può non indignarsi davanti a questi dati che sono impietosi quanto drammatici nella loro quotidiana realtà. Ogni 12 secondi un bambino muore per fame. Circa 850-900 milioni di esseri umani sono ridotti alla fame. Oltre 3 miliardi di creature umane vivono con meno di 2 Euro al giorno. e ne assassiniamo 27-30 milioni ogni santissimo anno. Oltre un miliardo di umanità vive in baraccopoli. Le guerre e conflitti bellici oltre a aver determinato decine di milioni di morti hanno causato oltre 100 milioni di profughi. E tra pochi anni avremmo solo dal continente Africano oltre 200 milioni di profughi ambientali. Il tutto causato da una criminale gestione delle risorse del Pianeta che vanno a beneficio del 10-12% della popolazione mondiale e al resto 88-90% vanno le briciole. In questo scenario a livello globale si investe in armi cifre spaventose quanto impronunciabili. Compreso il nostro paesello che nel 2022 ha investito dati Siprem 33-35 miliardi di Euro. RICORDANDO COSI IL POPOLO PALESTINESE, L’INFANZIA PALESTINESE MARTORIATA, LE DONNE CHE ANCORA SUBISCONO VIOLENZE SIA NELLE CONTRADE OCCIDENTALI QUANTO IN MOLTE ZONE DEL PIANETA. IL POPOLO UCRAINO IN ZONE DI CONFLITTO CHE SOFFRE FAME E FREDDO. ALLO STESSO POPOLO RUSSO DOVE MOLTE MADRI PIANGONO FIGLI MORTI DA UNA GUERRA FRATRICIDA. AL CONFLITTO DIMENTICATO IN YEMEN AL CONGO CHE COME DENUNCIA CON GRANDE TENSIONE MORALE ALEX ZANOTELLI HA CAUSATO MILIONI DI MORTI SOLO IN QUESTO INIZIO DI SECOLO. SONO OLTRE 40 OGGI NEL MONDO LE GUERRE E SONO ALIMENTATE ANCHE CON LE ARMI CHE ESCONO DAI NOSTRI CANTIERI BELLICI. Saluto citando Gramsci il suo “Pessimismo della ragione e L’ottimismo della volontà. Auguri di cuore in particolare alla carissima Francesca e che sia un Natale “sereno” e un 2024 discreto dove l’umano finalmente trovi una seppur flebile luce di umanità, e di convivenza vera, ricordando Balducci.
    Vittorio da Rios

    Voragini…

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    Profonda, attenta riflessione di Vittorio Da Rios, che ci ricorda uno scritto di Brecht, e che ancora ringraziamo… a proposito dei “voragini”… Ascoltate…

    Dal diario di Bertolt Brecht, agosto 1941. Walter Benjamin si è avvelenato in una piccola località sul confine spagnolo. La gendarmeria aveva fermato il piccolo drappello di cui faceva parte. Quando il mattino seguente i suoi compagni di viaggio sono andati a comunicargli che era stato concesso il permesso di proseguire il viaggio, l’hanno trovato morto. Sempre dal diario di Brecht del 41 si rileva come la Finlandia lotta contro grosse difficoltà. La mortalità infantile in Lapponia nel 1938 era pressappoco dell’8,6 %, ma ora, come informano i socialdemocratici, è aumentata di tre o quattro volte tanto. Vicino al confine in agosto sono stati sottoposti a visita medica 1614 bambini e in perfetta salute se ne sono trovati 300. Il 90% dei bambini che abitano sul confine orientale soffre di rachitismo tra i careliani evacuati il 50-60 %.

    E sempre nel 1941 nel suo diario Brecht annota: i viaggiatori riferiscono di continuo che il popolo tedesco è stanco della guerra. Può darsi ma per il momento ciò non ha molto più valore di un resoconto dal quale risultasse che gli operai di questa o quella fabbrica sono stanchi di lavorare. la guerra è diventata un’industria. La sua sorte dipende principalmente dal fatto che venga a mancare il petrolio…E l’uno del 7 del 1940 nel suo diario Brecht scrive: Attualmente il mondo cambia di ora in ora. Mi ricordo come a mano e mano sono andate scomparendo sempre più cose. Prima c’erano ancora i giornali, quelli tedeschi in Austria, Cecoslovacchia, Svizzera, Saar, Uno dopo l’altro hanno cessato le pubblicazioni,, non sono più arrivati. Rimaneva la radio. Ma un giorno ha taciuto Vienna, un altro giorno Praga. Per un altro po di tempo si è sentita ancora Varsavia. Poi ha taciuto anche Varsavia e Copenaghen e Oslo, trasmettevano soltanto i programmi tedeschi. Ora non c’è più nemmeno Parigi…Ecco come si è costruito dopo quello militare: il più potente esercito del tempo quello nazista, il silenzio dell’informazione e la chiusura totale o quasi del sistema di informazione per opera del potere criminale repressivo nazista…

    E ora la storia sembra drammaticamente ripetersi e non da adesso per la verità, con modalità e strategie diverse, in molte aree del mondo. In modo drammatico in Palestina, le foto che Francesca ci mostra, ne sono incontestabile e raccapricciante documento che non può non solo inquietarci e crearci non poca angoscia, ma al contempo devono porci domande a cui abbiamo il dovere etico-morale di dare risposte significative.
    Spostandoci geograficamente in Asia in un tempo determinato 1965 si legge in un recente libro “Capolavoro” di Vincent Bevin, pubblicato da Einaudi “Il metodo Giacarta”come nel 1965 il governo degli Stati Uniti sostennero in modo decisivo l’esercito indonesiano nell’assassinio di circa un milione di civili innocenti. Bevins ricostruisce la storia secreta dei terribili massacri di cui si resero responsabili Gli Stati Uniti in Indonesia, America Latina, e nel mondo all’epoca della guerra fredda.Un tragico racconto di colpi di Stato e omicidi di massa funzionali agli interessi del capitalismo globale e alla creazione del nuovo ordine mondiale. Fu uno dei punti di svolta più importanti e ignorati del XX secolo di fatto permise di spazzare via il terzo più grande partito comunista di allora dopo quello cinese e dell’Unione Sovietica.
    Cosi commenta il The Washington Post: Eccellente… una storia che la maggioranza degli americani non ha mai saputo o preferirebbe dimenticare”.

    Ci si interroga oggi con il 2024 alle porte sulle tragedie spaventose che hanno attraversato il secolo breve. Le due guerre mondiali, l’organizzare il massacro dell’altro su base industriali hanno causato oltre 100 milioni di morti donne bambini e infanzia compresi. E lo stesso inizio del terzo millennio, ha già determinato non pochi milioni di morti causati dagli oltre 40 conflitti armati in essere. C’è da chiedersi ora che fare? Inanzi alle foto pubblicate da Francesca, e da quanto che il suo racconto lucido quanto appassionato evidenzia. Il popolo Palestinese che vive in quel lembo di terra da decenni, e da decenni subisce violenze e sopraffazioni dai governi israeliani con migliaia e migliaia di morti. Solo in queste ultime tragiche settimane di vera e propria aggressione che sembra avere come scopo l’annientamento della totalità del popolo palestinese si contano quasi 10 mila vittime con un dato spaventoso a riguardo di bambini assassinati i dati danno numeri che evidenziano l’esatta condizione etica-morale l’abisso in cui tutta l’autorità mondiale si ritrova.

    Oltre 4 mila i bambini Palestinesi uccisi, molti dei quali ancora sotto le macerie dei bombardamenti. Cosi Padre David Maria Turoldo ci ammonisce: E VOI DISTRUGGETE GLI ALTARI. E voi distruggete gli altari di tutti i “Militi Ignoti”, Gli altari delle patrie. Dopo i bambini del Vietnam, e i bambini del Salvador e quelli di Tall-El-Zaatar E ancora i bambini di Beirut; nubi di fantasmi bianchi che velano il cielo. E ANCORA TUROLDO: UOMINI E’ NOTTE Uomini, è notte è notte per ogni cuore, per ogni casa e paese e chiesa. Israele o almeno Begin tornasse, per una breve visita, a Mauthausen in quel capannone delle scarpette– un monte di scarpette e bambole e giocattoli… Entri, almeno Begin, per la porta dove dalla “Iconostasi” un volto di bimbo lo guarda, lo guarda, ci guarda… Almeno Begin dunque andasse! Poi torni pure a continuare con la sua feroce baldanza la concordata (oh, America! ) “operazione pace in Galilea”. Molti già pensano: “Ecco, Israele, quanto è avvenuto può ancora avvenire” Allora allora… Begin.
    E ora ancora più barbaramente e inumano l’agire del governo di NETANYAHU

    Vittorio da Rios

    La voragine

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    “Le urla devono essere finite ma odo ancora il silenzio degli impiccati”. Così annotava nel suo diario Elias Canetti.
    E non so perché proprio questa frase mi rimbalza nella testa mentre la vista di una foto mi fa precipitare come nel vuoto. L’avrete vista tutti: uomini palestinesi catturati, costretti nudi, tutti in fila con addosso puntate le armi dei militari israeliani. E avrete visto anche quell’altra: decine di persone, nude anch’esse, costrette a testa bassa, in ginocchio, e armi che puntano alla testa. O quell’altra, se possibile più terribile ancora: decine e decine di uomini senza vestiti, accalcati inginocchiati in una grande fossa. Il potere di chi sta in piedi, l’assoggettamento di chi è in ginocchio…

    Una fossa come una voragine nella quale sprofonda, insieme a quegli uomini prigionieri, la nostra pretesa umanità. In cui sprofonda quell’Occidente che ancora proclama la sua presunta superiorità morale.
    E non è possibile, davanti a quello che accade in Palestina, opporre l’ipocrisia dei nostri equilibrismi, fingendo di non sapere che la violenza sul popolo palestinese da parte di Israele non è iniziata dopo quel tragico 7 ottobre.

    Il silenzio che sale da quella fossa è immenso, come immenso l’oltraggio, che non è solo oltraggio a un popolo, ma negazione dell’Uomo…

    Le domande sono tante.
    Quali ferite nella psiche di un intero popolo dopo tanta violenza, tanto annullamento. Quanto insanabili quelle ferite. Uno stato che s’estende annientando l’altro, e prima ancora deumanizzandolo… quale veleno il cibo di cui si nutre e in cui si accresce?.
    Il confronto va con un passato che nei tanti giorni della memoria che abbiamo celebrato volevamo pensare lontano.

    Il nodo della questione Palestinese, diceva Edward Said, la tragedia del popolo palestinese, è essere vittima delle vittime. E questo forse può spiegare, ma non giustificare il nostro silenzio.

    Ancora pesco dai diari di Canetti un brano, che leggo oggi profetico:
    Diventiamo tutto ciò per cui abbiamo avuto un particolare ribrezzo. Ogni ribrezzo era un cattivo presagio. Ci siamo visti in uno specchio deformante del futuro, senza sapere che guardavamo noi stessi”. Parole definitive, come una profezia nera, se questo appunto arriva da una pagina di diario del 1944…
    Un pensiero del premio Nobel per la letteratura che tutta la vita si è battuto contro la morte, pensando alla capacità tremenda dell’uomo di dare la morte, pensando a quel Dio che la morte ha inventato. Il Dio violento della Bibbia, che degli uomini amerebbe solo una parte e autorizzerebbe a darla a tutti gli altri, quella morte. Un Dio, a coprire nefandezze. Mi chiedo se sia quello stesso Dio che, pure immagina Canetti, ha “nostalgia di per il mondo com’era prima che egli lo creasse”… mentre “c’è un muro del pianto dell’umanità e io gli sto accanto”.

    Accanto a quel muro tutti coloro che, a qualsiasi popolo appartengano, in quel Dio non si riconoscono.

    A proposito di Bruno…

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    E grazie a Vittorio da Rios, che ci manda le sue riflessioni dopo aver letto delle nostre, a proposito della terribile condizione in cui Bruno è costretto…

    Innanzi tutto un grazie di cuore e profonda gratitudine a Francesca e Peppe per questa loro “conversazione” sulla storia di Bruno che da 16 anni ha le mani legare, il volto coperto da una maschera. Una assurda quanto inconcepibile non “Vita”. Ci si chiede ma è mai possibile arrivare a tanto? Ma cos’è il Picacismo, come si manifesta e come porvi rimedio quando ciò sia possibile? Il picacismo, anche denominato allotriofagia o, più semplicemente, pica, è un disturbo del comportamento alimentare caratterizzato dall’ingestione continuata nel tempo di sostanze non nutritive. La Treccani dà questa definizione: picacismo s. m. der. di pica, per l’abitudine che hanno le gazze di alimentarsi indiscriminatamente di ciò che trovano]. – Nel linguaggio medico, alterazione del senso del gusto (detta anche pica) […] per cui si desidera mangiare sostanze normalmente non commestibili o anche disgustose (terra, carbone, ecc.); è presente in alcune malattie nervose e talora durante la gravidanza.

    Ora da come documentato da Francesca e Peppe, nel raccontare la dolorosissima vicenda umana di Bruno non possiamo non porci delle domande e produrre alcune doverose riflessioni. La prima dentro il paradigma della “Conoscenza” istituita sopra una rappresentazione dell’esperienza e delle scoperte per lenire simili sofferenze e patologie che riguardano le stesse strutture celebrali e neurologiche che determinano in ogni soggetto comportamenti e forme di agire che la cultura ufficiale ed egemone definisce “normali”. E dentro questo paradigma secolarizzato, un settore dell’epistemologia contemporanea cerca nella evoluzione biologica a un tempo il principio di una “continuità” fra ricettività della sensibilità e spontaneità fonte di conoscenza creatrice dell’intelletto e, in termini più generali, il principio di un necessario adeguamento dei dispositivi conoscitivi e dei loro oggetti di indagini conoscitive. E lo sviluppo del metodo cosi detto analitico in biologia, conseguente a una serie di processi evolutivi e rivoluzioni concettuali che hanno permesso di definire un livello pertinente minimo a partire dal quale diventa assai sensato cercare di comprendere la natura delle “leggi biologiche che governano la nostra vita.

    Poi vi è il fondamentale paradigma che riguarda la “Giustizia” ” Consuetudine, Diritto, Giustizia, Istituzione, Responsabilità. In senso generale la “Giustizia” quindi sociale, economica, la giustizia uguale per tutti innanzi alla legge. E poi la “Giustizia” da praticare innanzi a vite come quella di Bruno assai ardua e impegnativa per tentare di renderla tale. Mi sono chiesto leggendo quanto scritto da Francesca e Peppe su Bruno, riflettendo sulle mie esperienze assai impegnative di natura ” Neurologica e Neurochirurgica poi, che mi portarono a non riuscire a camminare per alcuni anni, per effetto della forte tensione spastica da ipertonia muscolare dovuta a una forte compressione midollare a livello dorsale, che comprimeva dall’interno per metà il midollo spinale. Pur su un quadro patologico diverso mi sono immedesimato di quali sofferenze inimmaginabili da molti anni quest’uomo stia patendo. E mi chiedo quale giustizia si può donare a Bruno a prescindere quale sia la sua anamnesi di cui non siamo a conoscenza.

    Processo oramai irreversibile? Destinato questa creatura a una non vita fino alla morte? E non sarebbe forse opportuno “liberarlo” come si chiede Francesca totalmente, e lasciarlo che si cibi di quanto necessita e lo condiziona la sua patologia anche se ciò le sarebbe fatale? E come non andare con il pensiero alle moltitudine di donne e uomini che vivono oggi non vite, e provati da patimenti immani e da varie forme biologiche e da patologie varie del sistema celebrale, le varie forme che condizionano la vita di milioni di esseri umani, si pensi per esempio al Parkinson patologia in grande espansione con età decrescente per età di soggetti colpiti, come lo stesso Alzheimer, l’Ictus, le degenerazioni patologiche che riguardano il midollo come la sclerosi multipla e a placche, e forme tumorali sempre più frequenti e aggressive che portano a morte soggetti sempre più giovani…

    Non sarà il caso che si inizi a dare centralità “totale” alla questione sanitaria quindi alla salute delle cittadine e cittadini rivedendo radicalmente le strutture formative di medici e specialisti come la gestione di nosocomi e ospedali non tanto dentro una esclusiva logica “di pareggio di Bilancio” ma bensì come un servizio fondamentale come previsto del resto dalla Costituzione alla tutela e cura della salute dei membri della nostra Repubblica, dotandolo con gli strumenti economici-finanziari adeguati. Riflettiamo poiché questo settore della vita umana in tutte le sue articolazioni ci riguarda tutti indistintamente, pensando alla storia di Bruno e ai tanti come lui, come dovere morale quanto etico-civile. Un grazie infinite a Francesca e a Peppe che sappiamo essere stato allievo e collaboratore e tra i maggiori eredi del pensiero e l’opera di Basaglia. Un caro saluto.

    Vittorio

    Il silenzio degli innocenti…

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    Confrontandomi e interrogandomi con Peppe Dell’Acqua, a proposito di Bruno, l’uomo che da 16 anni vive con mani legate e una sorta di maschera/museruola.. che sembra altro rimedio al suo male nessuno pensi di poter trovare…

    F. Ha detto di aver impiegato più di un giorno per riprendersi dallo shock e trovare la forza di mettere nero su bianco quello che ha visto. Irene Testa, garante regionale dei detenuti, in Sardegna, dopo aver incontrato Bruno nella struttura Aias di Cortoghiana, nel Sulcis-Iglesiente, dove è ricoverato. Bruno, affetto da picacismo, si spiega, che significa la tendenza a ingerire di tutto. Qualsiasi cosa abbia davanti, si spiega. Quale terapia per lui? Le mani costantemente legate e il volto coperto da una maschera modello Hannibal Lecter ne Il silenzio degli innocenti. E non ho avuto la forza di andare a cercare le immagini di lui, pur diffuse qualche anno fa con la prima denuncia che fu fatta. E’ difficile allontanare dalla mente l’orrore al solo pensiero. Eppure, Bruno è ancora in queste condizioni, che è difficile definire altrimenti che tortura, una tortura che dura da da sedici anni. Provate a immaginare, a immedesimarvi…
    Legato e con una museruola come un animale, verrebbe da dire… ché dai luoghi comuni non ci si libera, anche se non si capisce, come io non capisco…, perché qualsiasi essere altro da noi, possa essere trattato così…
    Oltre l’orrore, il primo pensiero, certo arbitrario, è stato chiedermi quanta fame di mondo abbia Bruno, e poi… perché non liberarlo, dai legacci e dalla maschera, libero di inghiottire tutto quello che desideri, anche soffocandosi, anche morendo… ché non può essere vita quella a cui lo condanna la “tremenda terapia” cui è sottoposto… e pensate invece il piacere, sia pure spirando, di averlo addentato tutto, quel mondo crudele che ha intorno… ma neanche questo pensiero, della morte che tutto acquieta, mi ha acquietato.
    Peppe, ma come è possibile che questo accada?

    P. Può sembrare impossibile che esistano ancora luoghi dove può accadere tutto questo eppure esistono, e bisogna prenderne atto. Prendiamo atto del fatto che esistono uomini e donne che non sono considerati tali. La loro diversità ovvero la malattia come noi intendiamo e collochiamo questa loro diversità li fa diventare davvero altro da noi. Questo non è un caso limite, ma esemplare, di come non esiste più nessuna possibilità di cogliere l’umano in questo altro. Ma l’uomo resta uomo per quanto fragile per quanto drammaticamente abitato dal male.
    Non posso non andare ai ricordi e non solo al vecchio ospedale psichiatrico (sarebbe troppo facile…!). Non possiamo non ricordare quante volte siamo stati colpiti da notizie di cosiddette comunità terapeutiche per anziani, giovani autistici, persone con disturbi mentali… dove telecamere nascoste svelano alle indagini di carabinieri e guardia di finanza svelano storture molto vicine a queste: persone legate ai termosifoni, alla sedia a rotelle, impossibilitate a esprimere quell’umano che noi siamo convinti non viene cancellato da nulla…

    F. Ma per Bruno i carabinieri non sono intervenuti…

    P. Qui il dolore maggiore viene dal fatto che ci sono luoghi deputati alla cura dove si immagina che le persone vivano in una condizione di limitata libertà, di dignità e di rispetto, e ci sono tanti luoghi come questo dove la cosa si perde completamente. Penso accada ancora, di fronte a qualcosa che ha a che vedere con un disturbo mentale, dell’apprendimento, del comportamento… che agli occhi del medico e poi della psichiatria questo diventa immediatamente la condizione per porlo fuori dal contesto umano e, come accadeva negli ospedali psichiatrici, una volta fuori da questo contesto diventi un oggetto una povera cosa da collocare non importa dove.

    F. La storia di Bruno era stata denunciata già alcuni anni fa, la prima volta da Gisella Trincas, presidente dell’Unione nazionale delle associazioni per la salute mentale, poi ci sono stati esposti, lettere, persino un impegno, leggo, dopo l’ultima denuncia, del presidente del Consiglio regionale a seguire una vicenda che “ha profondamente turbato”. Eppure, Bruno è ancora lì.
    Ma che idea ha della persona che è dietro la malattia chi decide “terapie” così estreme? E gli “addetti”, gli infermieri… quali durezze, quale indifferenza bisogna maturare per continuare ogni giorno a stringere quei legacci, a guardare quegli occhi dietro la maschera che ingabbia il viso. Ma li guarderanno mai davvero quegli occhi?

    P. Io mi chiedo quali sconvolgimenti devono vivere gli infermieri per poter accettare la scena che è davanti ai loro occhi. Questa scena devono evidentemente negarla. Noi con questa operazione non facciamo altro che condurre altri uomini e donne a non vedere, perché è troppo doloroso…

    F. Ma ci sarà pure altro modo, che non la violenta presunzione come di ingabbiare demoni…

    P. Se resto stupito, colpito di fronte a tutto questo, non posso non pensare che in cinquant’anni di lavoro non mi è mai capitato di legare qualcuno o vedere qualcuno legato. Eppure, ho incontrato persone come Bruno che non riuscivano a stare ferme… lì a battere la testa, a farsi del male, picchiare e picchiarsi, sì, ben ne ho visti.
    L’unica cosa da fare è molto semplice: riconoscere in questo altro l’umano. Dentro Bruno c’è un uomo, e nel momento in cui lo riconosco devo mettere in atto dei gesti, dei comportamenti che non sono solo la mia compassione, la ma comprensione miei, ma sono organizzativi, se quest’uomo si trova in una struttura cosiddetta terapeutica…
    Questa struttura si deve interrogare su come è possibile fare diversamente. Si può con progetti terapeutici individuali, e li abbiamo visti. Accanto a persone che hanno disturbi così incontenibili, dolorosi, si devono spendere almeno una o due persone nell’arco di tutto il tempo…

    F. Costa, si obbietterà.

    P. Costa, ma non di più di quanto costa tenere quest’uomo in quella condizione, che costa migliaia di euro. Addestrare due persone per questo compito, rivolgersi ai tanti modi associativi e cooperativi, non verrebbe a costare, azzardo, più di tremila, quattromila euro al mese. E questo si può fare

    F. Dobbiamo rileggere, hai suggerito, il passo del vangelo di Marco

    P. Sì, ci è venuto in mente il passo del vangelo di Marco, di quando Gesù va a visitare i Gerasiani, dove c’è una persona indemoniata che fa esattamente questo, si ferisce, si batte con le pietre e viene tenuto isolato nel cimitero del paese. Sono parole che mi stupiscono e che sono state riprese in una splendida conferenza del Cardinale Martini che ho avuto la fortuna di ascoltare. Gesù compie dei gesti intorno ai quali dovremmo ragionare. Lui si dirige verso quell’uomo, mentre tutti gli dicono “non andare, ti farà del male”… e lo stesso indemoniato gli dice “vai via, non voglio vederti…”. Ma Gesù gli va vicino, gli chiede come si chiama, e fa il miracolo… Gesù scaccia i demoni e questi vanno nel corpo dei maiali, che sono tutta l’economia del paese. I maiali si gettano nel lago di Gerasa e l’uomo resta libero. Martini ci fa riflettere su quanto può costare restituire dignità all’altro. Non è chiedersi quanto costa, ma se sono disponibile a rinunciare a quella risorsa, duemila maiali, per salvare quest’uomo, la possibilità di restituire una vita appena appena confrontabile con la nostra.
    L’uomo di Gerasa- dice Martini- viene guarito non solo attraverso la relazione personale, ma anche grazie a un’azione sociale. (…) La guarigione profonda dell’uomo chiede un prezzo – duemila animali sono una ricchezza non indifferente – a quella stessa società civile che non ha saputo accoglierlo, perché il benessere di una persona nella collettività è un fatto che investe tutti, che chiede tempo, energie, risorse, attenzione per il suo reinserimento sociale”.
    E’ evidente che quest’uomo ha il male dentro di lui e questo male resterà, ma
    accettare questa cosa senza fare nulla ci riporta a una cultura che è ancora la pratica del non riconoscimento dell’altro. Per fare quello che faccio a quest’uomo, a Bruno, devo completamente tagliare tutte le connessioni che ha con me. Ed è triste. Queste cose accadono perché tutto viene rapportato al costo, alle certezze della scienza.
    E gli uomini e le donne possono essere abbandonati all’orrore…

    F. Ma tornando a quel paragone con gli animali anche a me sfuggito. “Come un animale”. Ma il nodo è tutto lì.
    Ripescando una riflessione di Kundera, che da tempo ho fatto mia, e a tutti qui proponiamo…
    “Il vero esame morale dell’umanità, l’esame fondamentale (posto così in profondità da sfuggire al nostro sguardo) è il suo rapporto con coloro che sono alla sua mercé: gli animali. E qui sta il fondamentale fallimento dell’uomo, tanto fondamentale che da esso derivano tutti gli altri”. Tutti gli altri fallimenti, come quello di non riconoscere, e quindi violare, l’umanità di chiunque si ritenga essere, per un motivo o per l’altro, alla propria mercè…

    scritto per il Forum salute mentale…

    L'”intelligenza” delle macchine…

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    E ascoltate cosa puo’ succedere ad una macchina…Questo é quello che é capitato ad una di loro quando si imbatté in “Prospettiva Nevski” il brano di Franco Battiato e Giusto Pio. Chiedendo scusa ai Maestri siciliani… ce lo racconta Daniela Morandini

    La Macchina si bloccò quando si accorse che il file arrivava dalla Prospettiva Newskji. Si riprese in una frazione di secondo. Comparò mappe satellitari. Scoprì che quella era la strada principale di San Pietroburgo, un tempo Leningrado. Russia, quindi. Doveva stare molto attenta. Ricordò allora un’altra storia uscita da quella strada. Era di un certo Gogol’ Nikolaj Vasilevic. Un pazzo. Sosteneva che il demonio accendesse i lampioni di notte. Preoccupata, la Macchina continuò a scannerizzare il testo. Descriveva un vento gelido che disintegrava cumuli di neve come raffiche di mitra. Guardie rosse e fuochi per scacciare vecchie coi rosari. Percepì il pericolo. E non sbagliava: che fosse sensibile e intelligente era scritto anche nelle istruzioni. Alla dodicesima riga trovò il primo collegamento con una persona: Nijinsky. Non lo conosceva. Strano. Non rientrava nelle liste degli oligarchi, né in quelle dei dissidenti. Evidenziò che aveva una grazia innaturale, che un impresario si era innamorato di lui e che il riferimento ai balletti russi era sospetto. Selezionò altri dettagli. Scovò un maestro che cercava l’alba dentro all’imbrunire. Sicuramente un cattivo maestro. Correndo tra le righe, inaspettato, un nome e un cognome: Igor Stravinskij, un uomo incontrato per caso. Ecco, quella era la chiave: Stravinskij. Ma chi doveva vedere Igor Stravinskij? E perché? Indagò ancora e trovò novecentottantotto piazze, duemilatrecento alberghi, cinquecentoventitre meccanici e ottocentodue persone che si chiamavano così. Doveva restringere il campo e individuare l’area. Luoghi pubblici no, troppo scontati. L’appuntamento sarebbe avvenuto dunque in una delle cinquecentoventitre officine. Ma quale degli ottocentodue Stravinskij si sarebbe presentato? E per fare cosa? La Macchina scandagliò ogni lettera finché trovò un altro nome: Ejzenstejn. Neanche lui era nelle liste degli oligarchi e dei dissidenti, ma la parola film le fece capire che era un regista. Cercò tra milioni di titoli, ma trovò solo fascinosi medici russi e agenti britannici al servizio della Regina. Archiviò allora il signor Ejszenstejn come bolscevico. Continuò per eliminazione. Restavano i sospetti sugli ottocentodue signori Stravinskij: cinquantadue studenti, centodieci idraulici, ottanta ragionieri, centoventi disoccupati, quaranta conducenti di autobus, diciannove cardinali, quattordici camerieri, venticinque ladri di opere d’arte, un musicista, novantanove spacciatori, dieci odontotecnici, ventidue pompieri, nove operatori telefonici, ventuno prestigiatori, centottanta direttori. Per dissipare ogni dubbio, la Macchina fece scattare ottocentodue mandati di cattura. Cinquecentoventidue stabilimenti furono messi sotto sequestro. La Prospettiva Nevskij fu bombardata. Il signor Stravinskij Igor, musicista, non fu mai trovato.

    Daniela Morandini

    Ruote…

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    E alla fine anche loro non ne poterono più… ascoltate Daniela Morandini cosa racconta...

    “Un giorno le ruote dissero basta. Si staccarono dalle automobili e quelle di scorta sfondarono i bauli. L’Ultima Ruota abbandonò il carro. Le ruote delle biciclette e quelle da neve spezzarono le catene. Quelle piene di chiodi arrestarono le torture e quelle di fuoco bruciarono i circhi. Le ruote che raccontavano sempre la stessa storia lasciarono i carretti dipinti e  quelle che inciampavano ruppero i bastoni. Le ruote dei Luna Park invertirono il senso di marcia, lasciarono scendere le persone, spensero le luci e fecero le valigie. I carrelli degli aeroplani si sganciarono e quelli dei supermercati cominciarono a correre. Le carrozzine si bloccarono e i neonati pensarono che il mondo si fosse fermato.

    Ma non fu così. Le ruote erano andate all’Anfiteatro del Mare. Erano arrivate persino le bobine di un antico registratore che si erano tolte i perni dal cuore. La folla era immensa e

    così parlò la Ruota di Pietra: “ Piano non spingete, non facciamo come loro!  Abbiamo fatto la più grande rivoluzione della storia e ci hanno trattato a pesci in faccia!

    Un Gruppo di Saraghi che passava per caso applaudì e si ributtò in acqua.

    “ Fermiamoci!” disse la Rotella dell’ Orologio.

    “No! – la interruppe la Ruotina di un Passeggino- vogliamo girare!”

    “ Si vede proprio  che ti manca una rotella! – tuonò la Ruota di Pietra – E quando il bambino che porti a spasso crescerà, ti chiuderanno in cantina!”.

    La Ruotina si prese paura e stette zitta.

    L’ Asino Saggio, anche lui per caso da quelle parti, disse la sua: “ Se non state attente, farete la nostra fine. Abbiamo portato pesi impossibili, abbiamo rischiato di morire lungo i sentieri più ripidi. Poi siete arrivate voi e siamo quasi spariti dalla faccia della terra!”

    La Faccia della Terra gli fece l’occhietto mentre la Ruota di Pietra indicava un cimitero: “ Guardate: ci usano fino a scoppiare. Poi, senza pietà, ci buttano una sull’altra. Senza vergogna ci bruciano, ci lanciano in mare, ci nascondono affinché le altre non sappiano!”

    “Ma dove andremo a finire? – chiese la Ruota di un Camion che conosceva solo autostrade.

    Non lo sapevano, ma uscirono dall’Anfiteatro e andarono verso la costa. Ancora oggi sono lì. Ascoltano i Rolling Stones e Gianni Meccia. Chiacchierano con l’Asino Saggio e scherzano con il Gruppo di Saraghi. A volte, persino la Ruota di Pietra si butta in acqua”.

    Daniela Morandini







    Menti nere…

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    A scorrere gli ultimi provvedimenti del governo… ritornano come un’ossessione soffocante e buia, che meglio mi sembra non potrebbero rappresentali, le immagini delle Carceri d’invenzione di Piranesi…
    Avete presente? E se non le avete presente andate a cercarle. Sceglietene una, a vostro piacimento, e guardatela a lungo, che ci vuole del tempo per scorrerne tutti i dettagli… Ma state attenti, che prima ancora di riuscire ad abbracciarne gli spazi, distinguere le ombre dai brani di luce, coglierne i tratti nascosti, le suggestioni soffiate… prima ancora di trovare un percorso, di capirne il senso per orientarsi… si rischia di venire risucchiati oltre che da un senso tremendo di claustrofobia, da una vertigine di disperante impossibilità. Prima ancora di riuscire a decidere se proprio di prigione si tratti o di brani di mondo definitivamente condannati alla rovina. O tutte e due le cose insieme. Che a questo punto, a conoscere le prigioni nostrane, e a considerare il pensiero carcerocentrico che guida le scelte di chi ci governa, è proprio ciò che oggi è.

    Dal “decreto rave” al “pacchetto giustizia”, che di giusto ed equo ha ben poco, passando per il “decreto Caivano”, è tutto un fiorire di nuovi reati, chiaro intento di repressione dei conflitti sociali, con pene sempre più pesanti che hanno un solo nome: carcere. E carcere senza via d’uscita, in violazione anche di principi che finora si è cercato di rispettare, se i cancelli di quell’orrore che sono i Cpr si apriranno anche per i minorenni, e non c’è pietà per le mamme con bambini, anche quando appena nati…

    Mentre si arriva a “criminalizzare la sofferenza in carcere”. Come giustamente scrive l’avvocato Conte, legale dei parenti di Vincenzo Cacace, fra i detenuti vittime della mattanza dell’aprile di tre anni fa nel carcere di Santa Maria Capua Vetere… E come diversamente dire se arrivano pene addirittura per la “battitura” (che è pacifica contestazione da parte dei detenuti realizzata battendo, appunto, le stoviglie contro la porta della cella) insieme non solo a un aumento di pene per chi organizza rivolte, ma pene addirittura per “resistenza anche passiva all’esecuzione degli ordini”. Mentre si pensa di modificare il reato di tortura… che il potere deve avere mani libere…

    Riguardando le tavole di Giambattista Piranesi… Sì, il carcere, minaccia buia tanto sbandierata in nome di una ancora più oscura sicurezza, è proprio tutto lì. In rovine di pietre spaccate, intreccio di tunnel e sale nere, e brevi, inarrivabili squarci di cielo. Il carcere è nella vertigine di quegli equilibri instabili, nelle volte che sembra stiano per cadere, nel dedalo di scalini e varchi, nelle scale che portano al nulla, che si spezzano sul vuoto… esattamente come l’essenza del nostro sistema carcerario.
    Il paradosso di prigioni dagli spazi immensi che fanno paura, e li senti prigione psicologica più che fisica. Ma l’una rimanda all’altra, come all’una e all’altra rimanda anche solo scorrere l’intrico delle norme appena partorite, brandite come grida di manzoniana memoria, che evocano luoghi di impossibile fuga.

    E interrogandomi su questo parallelo di cui non riesco a liberarmi, incappo ne “La mente nera di Piranesi”, un saggio (uno dei più interessanti, leggo, sull’argomento) scritto da Marguerite Yourcenar. Le tavole delle “Carceri d’invenzione”, si sostiene, nacquero da “un eccesso di febbre”, insomma da un momento di delirio di Piranesi ma, sottolinea la Yourcenar, bisogna capire che si intende per delirio, convinta che lo stato indotto dalle febbri non ha aperto le porte alla confusione mentale, ma “a un regno interiore pericolosamente più vasto di quello in cui era vissuto fino a quel momento”, un regno “dominato dall’angoscia claustrofobica dello spazio prigioniero”.
    Misteriose macchine, ruote coperte di chiodi, pali anneriti che suggeriscono torture, grappoli di catene, scale tronche… e le figure umane da scovare piccolissime, schiacciate da spazi spaesanti che sono enormi e sono il nulla…

    La mente nera del Piranesi, dunque, saggio della Yourcenar…
    E mai definizione sembra più ficcante oggi… la mente nera di chi va avanti sulla strada del panpenalismo, in spregio a quanto da tempo ormai indicano studi e riflessioni di chi il carcere ben lo conosce, ne conosce le vessazioni umilianti e degradanti, vere e proprie pene corporali, che pure la legge non prevede, accanto a costrizioni psicologiche, che l’individuo annullano.
    Alcuni studiosi di quelle tavole del Piranesi ne hanno messo in luce anche l’aspetto di denuncia, denuncia contro l’inquisizione soprattutto. Ed è denuncia che anche oggi non riesco a non leggere…

    Ma anche affacciandosi fuori, guardandosi intorno… Riandando al Piranesi delle storiche vedute, ancora una riflessione della Yourcenar, che dall’artista sembra sia proprio stata incantata, che ne parla come immagine di rovine che non evocano tanto antichi fasti, quanto caducità e morte… Non vi sembra ben si attaglino come sfondo al paese che stiamo diventando? Un paese ossessionato da chi “rubacchia borsellini nel metro”, dove le forze dell’ordine potranno girare armate anche fuori servizio, insofferente alle contestazioni, alle parole e al confronto con liberi pensieri…