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    Un incontro

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    “Ma se mi mandano l’Alter ego io non posso poi…? Ma vi sembra possibile, se l’alter ego…

    E rimango un po’ imbarazzata nell’incappare in un giovane uomo, seduto in terra circondato da buste di plastica piene di non so cosa…, due passi dall’ingresso di una palazzetto in una breve strada appena dietro Montecitorio…

    Ha i capelli di un bel nero corvino, mossi, folti e arruffati, il viso color ambrato, ma sicuramente italiano, il suo parlare è perfetto… Seduto a gambe incrociate, e le ginocchia scoperte che indossa qualcosa come bermuda. E’ gennaio, ma la temperatura di questo incredibile inverno, a Roma, a mezzogiorno è intorno ai 18 gradi… e forse ha ragione lui…

    Parla da solo, ripetendo sempre lo stesso ragionamento, come cercando di convincere qualcuno che è proprio lì e forse solo io non vedo. Ma è a me che si rivolge appena sto per passargli davanti.  “Ma se mi mandano l’Alter ego io non posso poi… capite?”.

    E certo che capisco. Il suo ragionare (che non posso ripetere che… mannaggia non l’ho appuntato subito e non vorrei fargli torto riportandolo male) mi sembra ineccepibile…

    Lui continua a interrogarsi e interrogarmi e… “Certo che ha ragione”, gli dico. Che davvero in quel momento sono convinta anch’io della correttezza del suo ragionare…

    E chissà, avrà ben letto di filosofia e sociologia… se ora con tante precise argomentazioni è lì a cercare di allontanare quell’altro da sé a lui così estraneo…

    Ma forse è un’intera folla che sente minacciosa intorno, e chissà da quanti ego altri sia stato assediato nella sua vita. E quanti sono lì ad assediarlo ancora… se da loro sembra volersi difendere con la dialettica del suo parlare ostinato. Ma anche con tutte quelle buste gonfie, messe intorno al suo corpo, come trincea di sacchi di sabbia… O potenza di cerchio magico…

    E “… cacciarmi fino agli orecchi il berretto a sonagli della pazzia e scendere in piazza a sputare in faccia alla gente la verità!” (magico Pirandello … che tutto già svela…)

    Mi fermo ancora qualche attimo e sembra contento del mio assecondarlo. Che percepisce sincero. E sincero davvero lo è…

    Tanto che, come a restituire atto di cortesia, mi chiede: “Ma lei ce l’ha un oggetto, di designer magari… qualcosa in cui si ritrova?”.

    Esito la frazione di un secondo, ma poi la risposta, vera anche questa: “Un gatto di ceramica, che viene dall’Iran!”. Il mio bel gatto azzurro di Isfahan, che è sempre lì a rimandarmi lo sguardo, dal ripiano del tavolino…   

    Sono sicura l’abbia visto anche lui, nel disegno del mio pensiero. “Bello, bellissimo. Lei ce l’ha un posto!” mi ha detto con aria soddisfatta, come contento per me.

    E il suo sorriso d’approvazione è stato un saluto che era quasi una benedizione…

    (il disegno in testa è del magico nipote Alessandro, che sa leggere oltre le barriere dello spazio…




    La verità è rivoluzionaria…

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    Che fare? Termina con una domanda questo lucido, denso come sempre, intervento di Silva Bon (autrice fra l’altro dell’illuminante “Guarire si può”) scritto per il Forum della salute mentale. La risposta è già nella premessa: nella forza rivoluionaria della verità… Ascoltate..

    “Una scritta in rosso, a caratteri cubitali, campeggia sul muro di un edificio, di fronte al Padiglione M dell’ ex Comprensorio dell’Ospedale Psichiatrico di San Giovanni, a Trieste.

    Una scritta dipinta dai giovani operatori, venuti qui da ogni parte d’Italia e del Mondo, negli anni della “Rivoluzione Basagliana”, per contribuire con il loro entusiasmo, con la loro azione a realizzare il cambiamento storico che ha portato alla chiusura dei manicomi in Italia, primo e unico Paese in assoluto.

    Erano qui anche per vedere, per conoscere, per capire, per imparare. E per esportare il Modello. Quel Modello.

    Il gesto di Franco Basaglia – e di tutti quelli che condividevano il suo progetto ideale (di intervento medico/sociale/politico) – era una risposta.
    Una risposta concreta al “Bisogno di Verità”.
    Una risposta concreta alla “Verità del Bisogno”, alla “Verità dei Bisogni”.

    Sotto quella luminosa scritta – la Verità è Rivoluzionaria – sono ritratta assieme ai Soci Fondatori della Associazione che nasce dal Forum Salute Mentale, e che è stata ufficialmente istituita pochi mesi fa. Con finalità operative, per incidere nella realtà italiana, così complessa, del mondo psy.

    Ogni giorno leggiamo denunce di cittadini, familiari e persone con esperienza, e (soprattutto?) di operatori di ogni livello, così medici psichiatri come infermieri: tutti accusano le gravissime manchevolezze della Sanità Pubblica in Italia. Della pressoché inesistente rete di Servizi Sanitari sul Territorio.

    E, per quel che ci riguarda, tutti quelli motivati da impegno deontologico legato al modello di “Salute Mentale” – possibili epigoni di Franco Basaglia – denunciano la crisi involutiva nella/della gestione dei Dipartimenti di Salute Mentale, quasi giunti al collasso.

    Le analisi sono precise, dettagliate, ricche di dati e di statistiche incontrovertibili.
    Sono formulate con parole tecniche, specialistiche, basate su saperi esperiti, frutto di anni di pratiche attuative, illuminate, esemplari.

    Ma soprattutto sono formulate con parole ricche di Umanità. Di Presenza. Di Riconoscimento dell’Altro. Di Rispetto e di Ascolto. Così verso le persone che hanno bisogno di Cura. Ma forse anche verso le persone che agiscono la Cura.

    Eppure sembra che tutt’intorno cadano eluse e inascoltate.

    E la attuale crisi imperversa nei luoghi deputati, ormai ridotti a Ambulatori. Residenze cronicizzanti. Centri simili a piccoli manicomi. Luoghi di ammalamento per gli stessi operatori.
    Le persone che soffrono, che stanno male, vedono negati i loro diritti alla salute e i loro diritti di cittadini – Diritti pur ampiamente illustrati, a cominciare dagli Ordinamenti e dalle Linee Guida espresse dall’OMS.

    Tutto cade nel vuoto.
    Tutto sbatte contro una specie di muro di gomma, che appare come Impossibilità

    La Negazione della Realtà, dei Bisogni, è giocata in un fraintendimento – ipocrita – di parole. In una contrapposizione frontale di interpretazioni, di sottili distinguo fra paradigmi medici divergenti. In posizioni contrarie, oppositive, delle varie Psichiatrie, veri centri di poteri (comitati di affari?), di cui non si può dire.

    Quasi una sorta di Segreto pubblico. Volontà di non sapere attiva.

    Che fare?

    Silva Bon

    Arabi danzanti…

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    E’ proprio vero, quello che scrive Lauretta Chiarini: “Le cose che ti vengono a cercare…” (verità che è diventata titolo di un suo bel racconto https://www.laltrariva.net/le-cose-ch-eti-vengono-a-cercare/)…
    Così, ancora una volta, un libro insabbiato da tempo riemerge dal mio disordine… Come facendosi strada da solo, spinto dall’urgenza delle cose… E cosa di più urgente, oggi, di una voce che arriva dalla Palestina.


    “Arabi danzanti”, il libro, di Sayed Kashua…
    L’avevo comprato più di venti anni fa, all’inizio del nuovo secolo, che ancora il prezzo è scritto in lire prima che in euro, per cercare di capire qualcosa di più di una storia antica… e riprendere un filo conduttore sul percorso della letteratura araba dalla terra di Palestina…
    Finito di leggere in due giorni, tanto mi ha preso…

    E’ la storia di un giovane di un villaggio arabo che, per meriti scolastici, viene ammesso in un collegio israeliano. Studia, cerca di vestirsi, di comportarsi come un ebreo… ma ben presto l’impatto con la realtà fa esplodere in lui il conflitto fra il suo essere arabo e l’ansia di assimilarsi agli ebrei. Un conflitto senza via d’uscita che lo rende estraneo agli uni e agli altri, anche quando titolare della “carta blu”, che pur lo proclama cittadino israeliano…
    Una storia che all’inizio ricalca la giovane vita dell’autore, nato da genitori palestinesi a Tirah, nel Nord di Israele, e che a 15 anni viene accettato all’Accademia israeliana per le arti e le scienze, riservata solo ai più dotati… e molto poi nella sua vita Sayed Kashua parlerà dei problemi che gli arabi israeliani devono affrontare.


    “Arabi danzanti” è racconto ricco degli umori di due culture forse irrimediabilmente inconciliabili.
    Sullo sfondo, mai dimenticata, la tragedia di una terra, quella di Palestina, che è la stessa di oggi… dove sai che in qualsiasi momento qualcuno può essere arrestato, cacciato di casa, ucciso…
    Mamma dice che potrebbe succedere che carichino tutto il villaggio su dei camion e ci portino da Beit Tzafafa in Giordania, mentre quelli di Tirah li trasferiscono in Libano. Mamma dice che in quel caso dovremmo almeno cercare di far caricare tutta la famiglia sullo stesso camion”…
    E…

    dentro di me non c’è una sola goccia di speranza. Sono pieno di odio. Odio mio padre, per colpa del quale non ce la faccio a lasciare questo paese, perché lui ci ha insegnato che non abbiamo altro posto, che è meglio morire per la terra, che non si può rinunciare”…
    Quello stesso padre che alla fine, da quando è tornato dall’Egitto… “ha perso la voglia di lottare. (…) Mio papà si è convinto. Dice che i palestinesi devono convincersi anche loro, che se fosse il presidente dello stato palestinese darebbe ordine di distruggere la moschea di Al-Aqsa (…) così da estirparne ogni reminiscenza nell’Islam e nell’intero mondo arabo. Mio papà dice che questa dovrebbe essere la vendetta palestinese per il silenzio arabo e islamico di fronte alla nostra sofferenza”…

    Più che lo scontro tra due culture molto diverse, c’è l’assenza di volontà di integrazione, l’accettazione scontata di un’incompatibilità”, ha scritto Stefano Nola in una recensione all’uscita del libro in Italia.

    Su La Stampa di questa mattina leggo un titolo d’articolo: “Ecco perché è difficile credere alla pace…”.
    Ma la risposta è forse già tutta nel dramma che si dipana in questo “Arabi danzanti”, che pure ha la bellezza del racconto tratteggiato con la leggerezza di chi non conosce toni urlati, né scontri frontali… che sa essere ironico, a tratti grottesco, malinconico… di una forza straordinaria…
    L’edizione che ho letto è del 2003, edito da Guanda. Come fosse ieri… E non è un caso che proprio oggi “Arabi danzanti” mi sia venuto a cercare.

    Appello al Ministro…

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    Peppe Dell’Acqua, psichiatra, già direttore del Dipartimento di salute mentale di Trieste a nome dell’associazione Forum Salute Mentale invia questa lettera aperta al Ministro della salute, ai Presidenti delle Regioni, ai Direttori generali, ai Sindaci.
    Una richiesta d’attenzione, come commenta Irene Gironi Carnevale, “da troppo tempo smarrita, ignorata perché la malattia mentale in Italia non fa notizia se non quando viene associata, a torto (spesso) o a ragione a fatti di cronaca nera, quando quello che si poteva fare per arginare i gesti estremi è stato ignorato da chi dovrebbe invece creare le condizioni di attenzione, i servizi adeguati per una società che si voglia sire vagamente civile”.
    Ascoltate…


    “Da tempo avrei voluto scrivervi. Non certo per parlarvi ancora delle risorse, della fuga e della carenza di personale, della miseria delle politiche regionali, degli ultimi posti che occupa in Europa il nostro paese in ordine agli stanziamenti per la salute mentale; e certamente non voglio dirvi dello spoil system e dell’oscuro impianto degli atti aziendali.
    Di tutto questo già sapete.


    Voglio parlarvi – perché da tempo se ne discute nei nostri numerosi ed affollati incontri – delle quotidiane fatiche che fanno le persone, i cittadini, gli individui per curare la loro salute vivendo senza timori superflui la minaccia della malattia. Non so con quanta consapevolezza si parla di medicina territoriale, di distretti, di medici di famiglia, di infermieri di comunità, di cure domiciliari in un momento come questo dove non possiamo non cogliere il bisogno di una singolare vicinanza, di una cura sollecita a un capitale prezioso che è la comunità partecipante.


    È della cura che bisogna ricominciare a parlare.
    Mi occupo di matti da ormai troppo tempo e ho avuto modo di incontrare, in momenti e in regioni diverse, amministratori, assessori, accademici. I più facevano e fanno fatica a comprendere che salute mentale non è psichiatria e che curare una persona che vive l’avventura del disturbo mentale, non è predisporre letti, sistemi di controllo e di sicurezza; e di servizi di salute mentale aperti 24h/7g neanche a parlarne. Nei tanti anni di lavoro, più di 50, ho trovato pochi parlamentari e amministratori disposti a mettere in crisi le loro certezze per cercare di comprendere.
    Molti amministratori, anche nella mia regione, purtroppo, il FVG, continuano a pensare che un centro di salute mentale nella comunità sia poco più di un servizio ambulatoriale specialistico di psichiatria dove uno psichiatra, in camice bianco, impegna le sue ore di servizio per fare diagnosi, per prescrivere farmaci, per inviare lontano, in “strutture”, quelli che sono di peso, di fastidio, poveri e perciò inguaribili.
    Gli scarti direbbe Papa Francesco.


    Ma anche per ricoverare in ospedale quelli più recalcitranti, “violenti”, riottosi dove possono essere sedati, legati, impediti; e perché no, scomparire nelle cliniche private e in luoghi misteriosi “ad alta protezione”
    . E pure fino a qualche anno fa i nostri amministratori, “di destra e di sinistra” si sforzavano di comprendere che un servizio di salute mentale non può che essere un luogo attraversabile, un passaggio, uno spazio di accoglienza e di ristoro. Un luogo familiare dove le persone del rione possono andare per dire, per far sentire il proprio male e trovare qualcuno che si prendesse cura di loro.
    Cercavano quanto meno di cogliere il significato di servizi aperti e accessibili 24h.
    Ventiquattro ore perché il servizio può disporre di ospitalità notturna e le persone possono essere accolte per periodi di tempo estremamente variabili. Nei luoghi dove organizzazioni e dispositivi di questa natura sono stati attivati i buoni risultati non si sono fatti attendere e sono evidenti. Le organizzazioni di servizi disposti a essere attraversati in tutto l’arco delle 24 ore sono diventati, là dove in funzione, gli strumenti più efficaci di risposta alla crisi, per periodi in cui c’è la necessità di dare protezione o tutela, per offrire aiuto e distanza, talvolta necessaria, sia al paziente che alla sua famiglia e dove senza ricorrere a violenze e mortificazioni si possa negoziare il Trattamento sanitario obbligatorio (Tso); si possa finalmente abolire e dimenticare la inumana pratica della contenzione e delle porte chiuse.
    Programmi di questa natura restano tuttavia pochi e a rischio di essere devastati da politiche regionali attente ad altre scelte di campo e che tra pubblico e privato non mostrano più alcun dubbio.

    Si dice sempre dei riconoscimenti internazionali per questi dispositivi e per la legge italiana. Ma più che le medaglie, la soddisfazione che esprimono prima di tutto le persone che vivono l’esperienza, la loro rimonta, i familiari, le associazioni dovrebbero confortare, spingere ad andare avanti e sostenere nuove sperimentazioni.
    Altro che ambulatori!
    Un servizio territoriale è un dispositivo che pretende la presenza di diverse figure professionali e di attenzione consapevole degli amministratori, dei sindaci, degli assessori, e della presenza di un governo centrale. Un servizio di salute mentale non può sfuggire a una scelta di campo ruvida e rischiosa se vuole rispondere a domande, talvolta drammatiche, di persone, in specie giovani, che vivono o hanno superato non senza cictrici problemi di disturbo mentale, anche molto severo e che hanno bisogno di infinite e umane attenzioni. E vuole farsi carico insieme ai familiari del peso talora insopportabile di un figlio o di una figlia che sembra fatalmente perduta.

    Sembra che le nostre amministrazioni, oggi, in assenza di un governo centrale e in una sorte di ostilità ideologica, non sappiano più che chi ha vissuto la sofferenza mentale, chi per un momento della sua vita ha perduto il contatto con la realtà, chi si è sentito irrimediabilmente sconfitto o al contrario onnipotente vincitore, chi ha sentito il mondo ostile e nemico, chi si è visto costretto a rinunciare per questa e per altre ragioni ai suoi sogni, ai suoi progetti e ha dovuto imparare a soffocare la sua inquietudine, ad annullare la sua curiosità, a cancellare la sua creatività, a rinunciare alle relazioni ha bisogno di ogni cosa per rimontare, per riprendersi la vita. Dopo esperienze di tal genere si trova il vuoto intorno. Gli strumenti culturali si sono impoveriti. Si fa fatica a leggere la realtà. Si è distanti dai luoghi dello scambio e delle relazioni.
    Il linguaggio, le capacità comunicative, le abilità lavorative si sono ristrette o non sono più adeguate. E malgrado queste evidenze, molte psichiatrie delle accademie, “della distanza e della pericolosità”, che abbiamo cercato di tenere lontano con fatiche indicibili, sembrano ora gradite e attraenti per riformulare servizi distanti, posti letto privati, ambulatori specialistici.
    Parlare, abitare, ritornare nelle relazioni. riprendere con curiosità diversa i libri abbandonati, lavorare ma anche scrivere, cantare, fare teatro, giocare a calcio, riprendere in mano il violino o la fisarmonica. Osare persino di innamorarsi. E di guarire.
    I programmi di un servizio di salute mentale vogliono prestare attenzione a questi momenti intensi e singolari e cercano di dare valore alla fatica del vivere quotidiano, si impegnano a non tradire le aspettative, le attese che ancora e sempre resistono. Programmi che servono a scoprire strumenti sempre singolari per leggere la realtà intorno, costruire opinioni proprie, cercare assieme agli altri il coraggio per schierarsi.
    Sopportare le ferite del conflitto che è nelle cose, nelle relazioni, nel rischio mortale
    dell’incontro.
    Avere consapevolezza della propria realtà, della propria storia, dei propri limiti è di per sé un elemento che genera capacità nuove, risorse utili per raggiungere la propria indipendenza, identificare un proprio stile di vita e il piacere della comunicazione. E infine signor ministro, una cosa che non si può più tacere ed è la più grave di tutte: la condizione di lavoro degli operatori che non più coinvolti in una progettazione comune, lontani dalla dimensione etica del loro lavoro, costretti all’indifferenza fanno fatica a resistere, perdono entusiasmo e appartenenza.
    Giovani operatori e operatrici scelgono i mestieri della cura con entusiasmo e aspettative, per essere poi delusi e trascurati tanto da desiderare di andar via. Ormai ridotti al silenzio in un clima di censura che colpisce tutto il sistema sanitario.


    Signor Ministro, signori Presidenti, signori Direttori generali, signori Sindaci,
    forse voi non sapete c
    he lo scorso giugno l’associazione Forum Salute Mentale Nazionale ha voluto riproporre, per la terza volta, il disegno di legge “Disposizioni in materia di tutela della salute mentale volte all’attuazione e allo sviluppo dei princìpi di cui alla legge 13 maggio 1978,
    n. 180 (1113)”. Il testo è stato presentato alla Camera e al Senato dagli onorevoli Serracchiani, Sensi e dall’on. Magni. Non si tratta dell’ennesima proposta di riforma della legge 180. Il Ddl vuole riaffermare il valore del cambiamento che comunque ha realizzato il nostro paese e riaccendere attenzione e parole sensate a sostegno delle persone che vivono l’esperienza del disturbo mentale e indicare percorsi e modalità organizzative capaci di indicare vie d’uscita dalla dannosa confusione e miseria cui sono ridotti i servizi di salute mentale oggi.
    Sicuro della vostra attenzione

    Peppe Dell’Acqua, psichiatra,
    già direttore del Dipartimento di salute mentale di Trieste a nome dell’associazione Forum Salute Mentale
    Trieste, gennaio 2024

    Prendi due paghi tre…

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    Passata pre-vigilia di Befana (in attesa che la vecchia strega ci faccia ancora una volta la cortesia di portar via come da proverbio le presunte feste) leggendo un sorprendente libretto: “Prendi due e paghi tre”, edito da StradeBianche di Stampa Alternativa. E già il titolo… Il sottotitolo specifica: “le tragiche avventure del commesso Leopoldo Canapone”. L’autore Enrico Mattioli, che commesso è stato davvero… e ci regala un racconto spietato, a tratti esilarante, a tratti drammatico, di questo mondo dove tutti noi diventiamo merce…

    Eh, sì, perché Leopoldo Canapone lavora alla cassa di un supermercato di un centro commerciale. E il suo impegno ostinato, da ex sindacalista per quanto intristito e deluso, è disincentivare i clienti. Un modo per resistere a un sistema impossibile, con “turni massacranti, soprusi, provocazioni e ostilità”. Che lo fa essere il dipendente con il maggior numero di provvedimenti disciplinari…
    Leopoldo Canapone. Una vita privata isterilita di affetti, ma affollata di passeggeri rapporti, anche questi, sembra, veloci e superficiali, che pure sono altro tassello della trappola del consumo. Che è il nostro mondo dove anche l’arte sembra asservita alla pubblicità. Mentre i libri, che il centro commerciale offre, sono per lo più come i cine-panettone che nessun Natale ci risparmia. Libri-panettone, li definisce sconsolato Canapone. E come dargli torto?
    Anche il mondo del sindacalismo attraversa queste pagine con il sospiro degli sconfitti. Soffio troppo debole per spegnere la rabbia sociale che ribolle alle porte e fra le scansie di quel non luogo che è il centro commerciale, ma che pure rimane fra queste ingabbiata.

    Una scrittura sferzante, questa di Enrico Mattioli, che non media. Pulsa come il battito del cuore di animale in trappola. E forse soprattutto per questo mi è piaciuto tanto il suo racconto. Perché ha una sua bella idea della letteratura il nostro autore: “Sulla quarta di copertina bisognerebbe scrivere che la letteratura uccide e fa male allo stato di coscienza. Se i libri fossero libri dovrebbero essere vietati”. Già, se fossero libri… (mi è venuto in mente che quando ho letto “La città del sole”… straordinario, rivoluzionario… ho pensato… .“e ti credo che Campanella è finito nelle peggiori galere…)

    A margine. A un certo punto il caso regala al nostro eroe un momento di notorietà, e quindi qualche intervista fra riviste e tv, e questa diventa occasione per raccontarci di un’altra trappola, quella dell’informazione falsata dei talk show, che tutto deforma, dove la linea è “ma che dice?! non prenda iniziative! Non pensi… conduco io..”. Insomma qui tutto si tiene.

    “Fancazzista” viene definito il nostro Leopoldo dalla frustrata-presunta mantide- direttrice del Centro commerciale (alla fine anche lei una sconfitta). Ma in realtà l’idea di un impegno, e forte, Leopoldo Canapone l’ha ben chiara (oltre quello di disincentivare i consumi): lasciare un segno del suo passaggio. Con un libro.
    “Devo scrivere di un posto da dove non si scappa, un posto abitato da zombi che hanno un codice di riconoscimento sottopelle. Il cielo è di plastica, nelle strade la luce è artificiale, la conformazione fisica del territorio è ricostruita. Un posto dove l’unico sentimento è suscitato dagli assortimenti del supermercato.(…) Ci penso, inorridisco, ma non per l’immagine che ho creato nella mente: è solo perché il posto immaginato è dove sono già”.

    Ed è il libro che ho in mano. Bellissimo regalo che Strade bianche ( e chi altri…) ha messo nella calza di questa sbrindellata Befana…

    Dunque: “Prendi due paghi tre, le tragiche avventure del commesso Leopoldo Canapone” , Enrico Mattioli. Come tutte le pubblicazioni di stradeBianche , scaricabile on line

    per ordinarbe copia: stradebianchelibri@gmail.com

    per scaricare gratuitamente http://www.stradebianchelibri.com/mattioli-enrico…


    Davide… Ivan…

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    Pronunciare il nome, il proprio nome… presentandosi a qualcuno e diventare per quel qualcuno persona non più sconosciuta…
    Può sembrare cosa banale, ovvia. Nella fretta consueta dei nostri chiacchiericci… Dimenticando che il nome, se è certo segno di identificazione, quando pronunciato è anche svelamento della dimensione profonda dell’individuo. Se c’è un potere della parola pronunciata che fa vivere o morire. E consegnarsi all’altro con il proprio nome diventa offerta del sé, atto enorme di fiducia che chiede di essere riconosciuta…
    L’offerta del proprio nome, consegna del tutto… Soprattutto da parte di chi ha poco o nulla… per chi si muove semiclandestino lungo i margini delle nostre strade…
    Davide e Ivan, due nomi, due persone incontrate per strada… e con questo ricordo pieno di tenerezza voglio concludere quest’anno, per tanti versi crudele…

    Nel settembre dello scorso anno... un omino si aggirava per il quartiere… fuggito chissà da dove… capelli folti, ricci, scuri… piuttosto scuro il volto… sempre composto nella sua giacchetta tipo sahariana. Chiedeva cortese qualcosa. Ma soprattutto chiedeva, senza chiedere, parole, lui che alla mia domanda da dove venisse la prima volta ha risposto “da molto lontano”. Così, un giorno dopo l’altro, una frase dopo l’altra smozzicata… veniva da Torino, dopo un po’ sperava a Torino di poter tornare, perché in questa città, la capitale, non riusciva a orientare la sua povera vita. Ma soprattutto aveva paura, paura di altre persone come lui… paura di essere aggredito, dormendo in strada, ma anche nei ricoveri, paura della polizia, che chissà…
    Un giorno era arrivato senza più i suoi arruffati capelli. E aveva detto contento che era stato dal barbiere. Si vede, avevo pensato, che i volontari cui l’avevo segnalato, riuscivano in qualche modo a seguirlo…
    Una frase al giorno, ci tenne a farmi sapere che aveva avuto una volta una moglie…
    Dettagli, che mi consegnava a tratti, contento che qualcuno li accogliesse.
    Finché un pomeriggio, mi è venuto incontro e guardandomi fisso negli occhi, con sguardo che mai dimenticherò…
    “Io mi chiamo Davide…” mi ha detto senza incertezze, così definitivamente consegnandosi.

    “Chiamatemi Ismaele“. Mi è venuto in mente il celebre incipit di Moby Dick. Annuncio di un’infinita narrazione…
    Quella notte c’è stata una gran pioggia, e il giorno dopo ancora… Non l’ho più visto. Voglio pensare che i volontari ai quali mi ero rivolta siano riusciti a convincerlo ad andare con loro. O che sia riuscito a prendere il treno per Torino, lontano da questa città a lui ostile…

    Alcune mattine fa… In una delle traverse qui accanto c’è un uomo. Spazza via le foglie morte dal marciapiedi. Cinquanta/sessanta anni? Ma forse quaranta di una vita che potete immaginare. Non è la prima volta che lo incontro.
    Si giustifica, garbato e un po’ vergognoso, col suo accento dell’est, che non ha lavoro… e quella mattina, che in fondo siamo sempre in aria di Natale, gli ho dato 5 euro…
    Che mai se lo sarebbe aspettato. Ha ringraziato sorpreso… Abbiamo scambiato due parole… mi ha detto che conosce il ragazzo di colore che da tempo fa lo stesso lavoro due isolati più avanti (e in zona l’abbiamo in qualche modo “assunto”, che tiene ben pulite le nostre strade)… me ne ha ricordato il nome, quasi referenza per sé…
    E poi sorridendo mi ha affidato il suo, di nome, con il tono di chi offra qualcosa di prezioso, di intimo, di unico…
    “Io mi chiamo Ivan”, mi si è consegnato…
    Aggiungendo subito: “… ma non il Terribile!”. E ne abbiamo riso…


    Davide (che significa “amato”).. Ivan (rimando alla misericordia divina)...Se il nome è in qualche modo anche presagio, se in esso è segnata traccia del destino di chi lo porta, la speranza è che pronunciandoli e pronunciandoli e pronunciandoli, questi nomi, invocando un dio finora distratto, l’anno nuovo non sia sordo all’augurio che hanno in sé…

    [Il quadro di copertina, un dipinto di Eugenio Azzola (al cui lavoro volentieri rimando https://www.laltrariva.net/openresonance/ )]




    Il canto dell’altalena

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    Come augurio per questo Natale, il regalo di un’immagine da “Il canto dell’altalena” (edito da Piédimosca e Al3viE), prezioso libro di Anna Maria Farabbi, che, da poeta qual è, ci accompagna in un viaggio “nell’origine del canto occidentale, della poesia occidentale che nasce nel mito”. Per entrare nel profondissimo…

    Come nel profondissimo entra l’immagine della bambina che compare nelle prime pagine.

    Ci narra, Anna Maria Farabbi, del suo incontro nel paese di montagna dove andava da ragazzina, Montelovesco, a un palmo da Gubbio, con una la bambina, sorpresa a fissare l’oscillazione di un’altalena vuota. Le le si avvicinò chiedendo se volesse un aiuto, pensando che la bambina non riuscisse a salirvi, ma…

    Mi fece segno di rimanere zitta. Indicò le sue orecchie come per capire che stava ascoltando”. (…)

    “Elena mi spiegò che la bambina era matta: suonava quella corda tutto il giorno. L’ascoltava. Tutti loro avevano provato ad ascoltarne il suono, ma nessuno era riuscito a sentire. Neanche il sibilo della fibra strusciare sulla corteccia. Non valeva la pena pensarla. Quella bimba era inutile, era persa. Si era persa.
    L’ho pensata in tutti questi anni. Quella bambina non si era persa. I mei compagni erano poveri poveri da dichiararla persa…”
    “E’ più facile dire è matta, è fuori, dimentichiamola, cancelliamola, piuttosto che dire a voce alta io non sono in grado di incontrarla.
    “La bambina era concentrata, sosteneva una tensione relazionale con la corda del sé nelle due figure interiorizzate, tra quelle infinite armoniche dell’arco di oscillazione: la spinta all’indietro, in una flessione obliqua, non abbandonata ma tenuta e la proiezione contratta facendo leva nel baricentro del ventre, verso il proprio futuro…

    “Ho molto pensato all’arco agito da quella corda, al volto preciso della bimba versato in una ricezione acustica solitaria e incompresa, incastonato in una misteriosa pienezza relazionale. Con chi? Con cosa? Non era matta. Viveva altrove, via dalla nebulosa (in accezione astronomica) comunità degli altri.

    Lei stava all’altalena sonante, come io sto alla poesia. Nella stessa drammatica accordatura…”

    Anna Maria Farabbi molto ha studiato, in centri come la Comunità di Torre Certalda o il Sodalizio di San Martino, “tra gli ospiti dormienti e deliranti”, e a questi studi la storia della bambina si ricollega.
    Una storia che, come imprinting, rimane a condurci nella lettura di tutto il Canto dell’altalena, un ricchissimo e complesso e profondo oscillare della figura fra gioco e mito.
    Noi ve la regaliamo, l’immagine di questa bambina, come pensiero di Natale.

    Un augurio a che quel suo gesto, che invita a lasciare spazio all’ascolto, venga accolto in noi, a guidarci nella conoscenza dell’altro in una comunicazione che “non prescinde dalla lingua e dal suo tacere

    Ancora “capanne vuote”

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    A proposito dei bambni di tutte le guerre.. a proposito delle tragedie del Mredioriente, che non nascono oggi…Ancora il regalo di una riflessione da Vittorio da Rios, che ancora una volta ci inchioda alle nostre responsabilità…

    Il “maestro” Gerardo Marotta fondatore e anima con il Prof. Antonio Gargano dell’Istituto Italiano Per Gli Studi Filosofici di Napoli, un grande Italiano di cui tutti dovremmo rendergli ricordo, che mi onorò della sua amicizia e stima, mi ricordava nelle moltissime telefonate intercorse tra Cimadolmo-Treviso: il profondo Nord-Est cosi definiva la mia appartenenza geografica, a Via Calascione-Napoli dove viveva, un aneddoto assai significativo per comprendere l’immensa sua statura etica- morale-civile e culturale. Con le città ancora fumanti distrutte dai bombardamenti degli “alleati”, le biblioteche pubbliche e private sventrate e milioni di volumi sparsi ovunque; lui con Giangiacomo Feltrinelli sono stati trai primi a recuperare e dare inizio a salvare quel patrimonio tragicamente violato. Cosi inizia la sua straordinaria avventura umana culturale e irrepetibile amore e passione per i libri e la cultura l’alto sapere. Era giovanissimo Gerardo ma aveva già compreso che solo il sapere l’alto pensiero filosofico-scientifico, la grande tradizione umanista intrisa di grande spiritualità quanto attenzione quotidianamente vissuta, per la reale condizione umana e per gli inevitabili processi emancipativi, e di liberazione, può tentare di raddrizzare quello che Berlin ha definito il legno storto dell’Umanità. Il “secolo breve come definito in un suo capolavoro da Eric J. Hobsbawm ha riservato sia processi evolutivi quanto spaventosi cataclismi mai prima organizzati dall’Ominide nella sua millenaria storia. E dentro questo travagliato odierno processo di liberazione l’umanità sta vivendo quello che la carissima Francesca e Gatto Randagio ci racconta. La Siria, e ora senza rottura di continuità la tragedia Palestinese che è storia di soprusi, violenza, massacri da oltre 7 decenni in quella martoriata area geografica del Pianeta. Già il più grande materialista, e filosofo dell’antichità, Epicuro aveva definito la sua epoca circa 3 secolo prima di Cristo,come quella caratterizzata dall’oppressione dalla mancanza di democrazia e di equità sociale. Essa rileva Epicuro ha le sue radici nella condizione propria dell’uomo. Non si disperde l’agire intellettuale di Epicuro, va all’essenziale, e ripete solo sé stesso: La filosofia non è un divertimento, un lusso da professori, un mero e sterile accumulo nozionistico, ma un lavoro legato al più pressante di tutti i problemi. Non bisogna fingere di addestrarsi con la filosofia: non si deve simulare la ricerca della salvezza, la si cerca e la si pratica quotidianamente. Quanto sono attuali questi assiomi fondativi del pensiero filosofico e scientifico di Epicuro. Quanto da apprendere oggi dal suo agire e essere pensatore che oltre 2,300 anni fa aveva intuito come il sapere e l’uomo di vera cultura deve agire nella concretezza e incandescenza delle tribolazioni umane. In un suo saggio Giuseppe Papagno: “Dall’economia alla storia”, -un criterio per incominciare-. Ricorda come nell’ottobre del 1946. Ogotemmeli, un vecchio e cieco cacciatore della popolazione dei Dogon dell’Africa occidentale, acconsenti di illustrare all’etnologo francese Marcel Griaule l’immagine che del mondo aveva il suo popolo. In trentatré giorni di conversazione essi cercarono di rendere tra loro tangenti due universi. In un celebre libro poi uscito nel 1966 ” Dieu D’eau Griaule tradusse i racconti di Ogotemmeli in un sistema simbolico percepibile al lettore europeo. Cosi i Dogon entrarono a far parte della nostra conoscenza storica. Sul versante degli avvenimenti, il colonialismo e i processi che chiamiamo di ” modernizzazione” in Africa hanno probabilmente inciso sui Dogon attuali e forse eroso la loro immagine del mondo. Rimane tuttavia l’impianto concettuale elaborato da Griaule. Su questa base ( o poco più ) è dato agli altri -discutere-approvare-dissentire-verificare su un certo stato della loro storia. Oggi in una realtà drammaticamente frammentata, quanto violenta e confusa, con il potere finanziario che governa i processi economici, determinando i destini di miliardi di creature umane, che ha di fatto esautorato a livello globale il potere esecutivo dei parlamenti, quale ruolo ha la conoscenza storica oggi? Conoscenza storica come coscienza collettiva dei processi che hanno determinato l’attuale esistente, di cui ne conosciamo le tragiche reali conseguenze? Ora stiamo vivendo l’ubriacatura consumistica-festaiola delle festività. Tutto è in vendita un luccichio continuo incessante. Mentre in molte aree del mondo per effetto di questo immondo “luccichio”: “una sparuta minoranza ricca vive nel privilegio economico, e una sterminata massa di impoveriti” muore per causa, da guerre, fame, malattie. La nostra coscienza non può non indignarsi davanti a questi dati che sono impietosi quanto drammatici nella loro quotidiana realtà. Ogni 12 secondi un bambino muore per fame. Circa 850-900 milioni di esseri umani sono ridotti alla fame. Oltre 3 miliardi di creature umane vivono con meno di 2 Euro al giorno. e ne assassiniamo 27-30 milioni ogni santissimo anno. Oltre un miliardo di umanità vive in baraccopoli. Le guerre e conflitti bellici oltre a aver determinato decine di milioni di morti hanno causato oltre 100 milioni di profughi. E tra pochi anni avremmo solo dal continente Africano oltre 200 milioni di profughi ambientali. Il tutto causato da una criminale gestione delle risorse del Pianeta che vanno a beneficio del 10-12% della popolazione mondiale e al resto 88-90% vanno le briciole. In questo scenario a livello globale si investe in armi cifre spaventose quanto impronunciabili. Compreso il nostro paesello che nel 2022 ha investito dati Siprem 33-35 miliardi di Euro. RICORDANDO COSI IL POPOLO PALESTINESE, L’INFANZIA PALESTINESE MARTORIATA, LE DONNE CHE ANCORA SUBISCONO VIOLENZE SIA NELLE CONTRADE OCCIDENTALI QUANTO IN MOLTE ZONE DEL PIANETA. IL POPOLO UCRAINO IN ZONE DI CONFLITTO CHE SOFFRE FAME E FREDDO. ALLO STESSO POPOLO RUSSO DOVE MOLTE MADRI PIANGONO FIGLI MORTI DA UNA GUERRA FRATRICIDA. AL CONFLITTO DIMENTICATO IN YEMEN AL CONGO CHE COME DENUNCIA CON GRANDE TENSIONE MORALE ALEX ZANOTELLI HA CAUSATO MILIONI DI MORTI SOLO IN QUESTO INIZIO DI SECOLO. SONO OLTRE 40 OGGI NEL MONDO LE GUERRE E SONO ALIMENTATE ANCHE CON LE ARMI CHE ESCONO DAI NOSTRI CANTIERI BELLICI. Saluto citando Gramsci il suo “Pessimismo della ragione e L’ottimismo della volontà. Auguri di cuore in particolare alla carissima Francesca e che sia un Natale “sereno” e un 2024 discreto dove l’umano finalmente trovi una seppur flebile luce di umanità, e di convivenza vera, ricordando Balducci.
    Vittorio da Rios

    Voragini…

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    Profonda, attenta riflessione di Vittorio Da Rios, che ci ricorda uno scritto di Brecht, e che ancora ringraziamo… a proposito dei “voragini”… Ascoltate…

    Dal diario di Bertolt Brecht, agosto 1941. Walter Benjamin si è avvelenato in una piccola località sul confine spagnolo. La gendarmeria aveva fermato il piccolo drappello di cui faceva parte. Quando il mattino seguente i suoi compagni di viaggio sono andati a comunicargli che era stato concesso il permesso di proseguire il viaggio, l’hanno trovato morto. Sempre dal diario di Brecht del 41 si rileva come la Finlandia lotta contro grosse difficoltà. La mortalità infantile in Lapponia nel 1938 era pressappoco dell’8,6 %, ma ora, come informano i socialdemocratici, è aumentata di tre o quattro volte tanto. Vicino al confine in agosto sono stati sottoposti a visita medica 1614 bambini e in perfetta salute se ne sono trovati 300. Il 90% dei bambini che abitano sul confine orientale soffre di rachitismo tra i careliani evacuati il 50-60 %.

    E sempre nel 1941 nel suo diario Brecht annota: i viaggiatori riferiscono di continuo che il popolo tedesco è stanco della guerra. Può darsi ma per il momento ciò non ha molto più valore di un resoconto dal quale risultasse che gli operai di questa o quella fabbrica sono stanchi di lavorare. la guerra è diventata un’industria. La sua sorte dipende principalmente dal fatto che venga a mancare il petrolio…E l’uno del 7 del 1940 nel suo diario Brecht scrive: Attualmente il mondo cambia di ora in ora. Mi ricordo come a mano e mano sono andate scomparendo sempre più cose. Prima c’erano ancora i giornali, quelli tedeschi in Austria, Cecoslovacchia, Svizzera, Saar, Uno dopo l’altro hanno cessato le pubblicazioni,, non sono più arrivati. Rimaneva la radio. Ma un giorno ha taciuto Vienna, un altro giorno Praga. Per un altro po di tempo si è sentita ancora Varsavia. Poi ha taciuto anche Varsavia e Copenaghen e Oslo, trasmettevano soltanto i programmi tedeschi. Ora non c’è più nemmeno Parigi…Ecco come si è costruito dopo quello militare: il più potente esercito del tempo quello nazista, il silenzio dell’informazione e la chiusura totale o quasi del sistema di informazione per opera del potere criminale repressivo nazista…

    E ora la storia sembra drammaticamente ripetersi e non da adesso per la verità, con modalità e strategie diverse, in molte aree del mondo. In modo drammatico in Palestina, le foto che Francesca ci mostra, ne sono incontestabile e raccapricciante documento che non può non solo inquietarci e crearci non poca angoscia, ma al contempo devono porci domande a cui abbiamo il dovere etico-morale di dare risposte significative.
    Spostandoci geograficamente in Asia in un tempo determinato 1965 si legge in un recente libro “Capolavoro” di Vincent Bevin, pubblicato da Einaudi “Il metodo Giacarta”come nel 1965 il governo degli Stati Uniti sostennero in modo decisivo l’esercito indonesiano nell’assassinio di circa un milione di civili innocenti. Bevins ricostruisce la storia secreta dei terribili massacri di cui si resero responsabili Gli Stati Uniti in Indonesia, America Latina, e nel mondo all’epoca della guerra fredda.Un tragico racconto di colpi di Stato e omicidi di massa funzionali agli interessi del capitalismo globale e alla creazione del nuovo ordine mondiale. Fu uno dei punti di svolta più importanti e ignorati del XX secolo di fatto permise di spazzare via il terzo più grande partito comunista di allora dopo quello cinese e dell’Unione Sovietica.
    Cosi commenta il The Washington Post: Eccellente… una storia che la maggioranza degli americani non ha mai saputo o preferirebbe dimenticare”.

    Ci si interroga oggi con il 2024 alle porte sulle tragedie spaventose che hanno attraversato il secolo breve. Le due guerre mondiali, l’organizzare il massacro dell’altro su base industriali hanno causato oltre 100 milioni di morti donne bambini e infanzia compresi. E lo stesso inizio del terzo millennio, ha già determinato non pochi milioni di morti causati dagli oltre 40 conflitti armati in essere. C’è da chiedersi ora che fare? Inanzi alle foto pubblicate da Francesca, e da quanto che il suo racconto lucido quanto appassionato evidenzia. Il popolo Palestinese che vive in quel lembo di terra da decenni, e da decenni subisce violenze e sopraffazioni dai governi israeliani con migliaia e migliaia di morti. Solo in queste ultime tragiche settimane di vera e propria aggressione che sembra avere come scopo l’annientamento della totalità del popolo palestinese si contano quasi 10 mila vittime con un dato spaventoso a riguardo di bambini assassinati i dati danno numeri che evidenziano l’esatta condizione etica-morale l’abisso in cui tutta l’autorità mondiale si ritrova.

    Oltre 4 mila i bambini Palestinesi uccisi, molti dei quali ancora sotto le macerie dei bombardamenti. Cosi Padre David Maria Turoldo ci ammonisce: E VOI DISTRUGGETE GLI ALTARI. E voi distruggete gli altari di tutti i “Militi Ignoti”, Gli altari delle patrie. Dopo i bambini del Vietnam, e i bambini del Salvador e quelli di Tall-El-Zaatar E ancora i bambini di Beirut; nubi di fantasmi bianchi che velano il cielo. E ANCORA TUROLDO: UOMINI E’ NOTTE Uomini, è notte è notte per ogni cuore, per ogni casa e paese e chiesa. Israele o almeno Begin tornasse, per una breve visita, a Mauthausen in quel capannone delle scarpette– un monte di scarpette e bambole e giocattoli… Entri, almeno Begin, per la porta dove dalla “Iconostasi” un volto di bimbo lo guarda, lo guarda, ci guarda… Almeno Begin dunque andasse! Poi torni pure a continuare con la sua feroce baldanza la concordata (oh, America! ) “operazione pace in Galilea”. Molti già pensano: “Ecco, Israele, quanto è avvenuto può ancora avvenire” Allora allora… Begin.
    E ora ancora più barbaramente e inumano l’agire del governo di NETANYAHU

    Vittorio da Rios

    La voragine

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    “Le urla devono essere finite ma odo ancora il silenzio degli impiccati”. Così annotava nel suo diario Elias Canetti.
    E non so perché proprio questa frase mi rimbalza nella testa mentre la vista di una foto mi fa precipitare come nel vuoto. L’avrete vista tutti: uomini palestinesi catturati, costretti nudi, tutti in fila con addosso puntate le armi dei militari israeliani. E avrete visto anche quell’altra: decine di persone, nude anch’esse, costrette a testa bassa, in ginocchio, e armi che puntano alla testa. O quell’altra, se possibile più terribile ancora: decine e decine di uomini senza vestiti, accalcati inginocchiati in una grande fossa. Il potere di chi sta in piedi, l’assoggettamento di chi è in ginocchio…

    Una fossa come una voragine nella quale sprofonda, insieme a quegli uomini prigionieri, la nostra pretesa umanità. In cui sprofonda quell’Occidente che ancora proclama la sua presunta superiorità morale.
    E non è possibile, davanti a quello che accade in Palestina, opporre l’ipocrisia dei nostri equilibrismi, fingendo di non sapere che la violenza sul popolo palestinese da parte di Israele non è iniziata dopo quel tragico 7 ottobre.

    Il silenzio che sale da quella fossa è immenso, come immenso l’oltraggio, che non è solo oltraggio a un popolo, ma negazione dell’Uomo…

    Le domande sono tante.
    Quali ferite nella psiche di un intero popolo dopo tanta violenza, tanto annullamento. Quanto insanabili quelle ferite. Uno stato che s’estende annientando l’altro, e prima ancora deumanizzandolo… quale veleno il cibo di cui si nutre e in cui si accresce?.
    Il confronto va con un passato che nei tanti giorni della memoria che abbiamo celebrato volevamo pensare lontano.

    Il nodo della questione Palestinese, diceva Edward Said, la tragedia del popolo palestinese, è essere vittima delle vittime. E questo forse può spiegare, ma non giustificare il nostro silenzio.

    Ancora pesco dai diari di Canetti un brano, che leggo oggi profetico:
    Diventiamo tutto ciò per cui abbiamo avuto un particolare ribrezzo. Ogni ribrezzo era un cattivo presagio. Ci siamo visti in uno specchio deformante del futuro, senza sapere che guardavamo noi stessi”. Parole definitive, come una profezia nera, se questo appunto arriva da una pagina di diario del 1944…
    Un pensiero del premio Nobel per la letteratura che tutta la vita si è battuto contro la morte, pensando alla capacità tremenda dell’uomo di dare la morte, pensando a quel Dio che la morte ha inventato. Il Dio violento della Bibbia, che degli uomini amerebbe solo una parte e autorizzerebbe a darla a tutti gli altri, quella morte. Un Dio, a coprire nefandezze. Mi chiedo se sia quello stesso Dio che, pure immagina Canetti, ha “nostalgia di per il mondo com’era prima che egli lo creasse”… mentre “c’è un muro del pianto dell’umanità e io gli sto accanto”.

    Accanto a quel muro tutti coloro che, a qualsiasi popolo appartengano, in quel Dio non si riconoscono.