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    A proposito di Bruno…

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    E grazie a Vittorio da Rios, che ci manda le sue riflessioni dopo aver letto delle nostre, a proposito della terribile condizione in cui Bruno è costretto…

    Innanzi tutto un grazie di cuore e profonda gratitudine a Francesca e Peppe per questa loro “conversazione” sulla storia di Bruno che da 16 anni ha le mani legare, il volto coperto da una maschera. Una assurda quanto inconcepibile non “Vita”. Ci si chiede ma è mai possibile arrivare a tanto? Ma cos’è il Picacismo, come si manifesta e come porvi rimedio quando ciò sia possibile? Il picacismo, anche denominato allotriofagia o, più semplicemente, pica, è un disturbo del comportamento alimentare caratterizzato dall’ingestione continuata nel tempo di sostanze non nutritive. La Treccani dà questa definizione: picacismo s. m. der. di pica, per l’abitudine che hanno le gazze di alimentarsi indiscriminatamente di ciò che trovano]. – Nel linguaggio medico, alterazione del senso del gusto (detta anche pica) […] per cui si desidera mangiare sostanze normalmente non commestibili o anche disgustose (terra, carbone, ecc.); è presente in alcune malattie nervose e talora durante la gravidanza.

    Ora da come documentato da Francesca e Peppe, nel raccontare la dolorosissima vicenda umana di Bruno non possiamo non porci delle domande e produrre alcune doverose riflessioni. La prima dentro il paradigma della “Conoscenza” istituita sopra una rappresentazione dell’esperienza e delle scoperte per lenire simili sofferenze e patologie che riguardano le stesse strutture celebrali e neurologiche che determinano in ogni soggetto comportamenti e forme di agire che la cultura ufficiale ed egemone definisce “normali”. E dentro questo paradigma secolarizzato, un settore dell’epistemologia contemporanea cerca nella evoluzione biologica a un tempo il principio di una “continuità” fra ricettività della sensibilità e spontaneità fonte di conoscenza creatrice dell’intelletto e, in termini più generali, il principio di un necessario adeguamento dei dispositivi conoscitivi e dei loro oggetti di indagini conoscitive. E lo sviluppo del metodo cosi detto analitico in biologia, conseguente a una serie di processi evolutivi e rivoluzioni concettuali che hanno permesso di definire un livello pertinente minimo a partire dal quale diventa assai sensato cercare di comprendere la natura delle “leggi biologiche che governano la nostra vita.

    Poi vi è il fondamentale paradigma che riguarda la “Giustizia” ” Consuetudine, Diritto, Giustizia, Istituzione, Responsabilità. In senso generale la “Giustizia” quindi sociale, economica, la giustizia uguale per tutti innanzi alla legge. E poi la “Giustizia” da praticare innanzi a vite come quella di Bruno assai ardua e impegnativa per tentare di renderla tale. Mi sono chiesto leggendo quanto scritto da Francesca e Peppe su Bruno, riflettendo sulle mie esperienze assai impegnative di natura ” Neurologica e Neurochirurgica poi, che mi portarono a non riuscire a camminare per alcuni anni, per effetto della forte tensione spastica da ipertonia muscolare dovuta a una forte compressione midollare a livello dorsale, che comprimeva dall’interno per metà il midollo spinale. Pur su un quadro patologico diverso mi sono immedesimato di quali sofferenze inimmaginabili da molti anni quest’uomo stia patendo. E mi chiedo quale giustizia si può donare a Bruno a prescindere quale sia la sua anamnesi di cui non siamo a conoscenza.

    Processo oramai irreversibile? Destinato questa creatura a una non vita fino alla morte? E non sarebbe forse opportuno “liberarlo” come si chiede Francesca totalmente, e lasciarlo che si cibi di quanto necessita e lo condiziona la sua patologia anche se ciò le sarebbe fatale? E come non andare con il pensiero alle moltitudine di donne e uomini che vivono oggi non vite, e provati da patimenti immani e da varie forme biologiche e da patologie varie del sistema celebrale, le varie forme che condizionano la vita di milioni di esseri umani, si pensi per esempio al Parkinson patologia in grande espansione con età decrescente per età di soggetti colpiti, come lo stesso Alzheimer, l’Ictus, le degenerazioni patologiche che riguardano il midollo come la sclerosi multipla e a placche, e forme tumorali sempre più frequenti e aggressive che portano a morte soggetti sempre più giovani…

    Non sarà il caso che si inizi a dare centralità “totale” alla questione sanitaria quindi alla salute delle cittadine e cittadini rivedendo radicalmente le strutture formative di medici e specialisti come la gestione di nosocomi e ospedali non tanto dentro una esclusiva logica “di pareggio di Bilancio” ma bensì come un servizio fondamentale come previsto del resto dalla Costituzione alla tutela e cura della salute dei membri della nostra Repubblica, dotandolo con gli strumenti economici-finanziari adeguati. Riflettiamo poiché questo settore della vita umana in tutte le sue articolazioni ci riguarda tutti indistintamente, pensando alla storia di Bruno e ai tanti come lui, come dovere morale quanto etico-civile. Un grazie infinite a Francesca e a Peppe che sappiamo essere stato allievo e collaboratore e tra i maggiori eredi del pensiero e l’opera di Basaglia. Un caro saluto.

    Vittorio

    Il silenzio degli innocenti…

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    Confrontandomi e interrogandomi con Peppe Dell’Acqua, a proposito di Bruno, l’uomo che da 16 anni vive con mani legate e una sorta di maschera/museruola.. che sembra altro rimedio al suo male nessuno pensi di poter trovare…

    F. Ha detto di aver impiegato più di un giorno per riprendersi dallo shock e trovare la forza di mettere nero su bianco quello che ha visto. Irene Testa, garante regionale dei detenuti, in Sardegna, dopo aver incontrato Bruno nella struttura Aias di Cortoghiana, nel Sulcis-Iglesiente, dove è ricoverato. Bruno, affetto da picacismo, si spiega, che significa la tendenza a ingerire di tutto. Qualsiasi cosa abbia davanti, si spiega. Quale terapia per lui? Le mani costantemente legate e il volto coperto da una maschera modello Hannibal Lecter ne Il silenzio degli innocenti. E non ho avuto la forza di andare a cercare le immagini di lui, pur diffuse qualche anno fa con la prima denuncia che fu fatta. E’ difficile allontanare dalla mente l’orrore al solo pensiero. Eppure, Bruno è ancora in queste condizioni, che è difficile definire altrimenti che tortura, una tortura che dura da da sedici anni. Provate a immaginare, a immedesimarvi…
    Legato e con una museruola come un animale, verrebbe da dire… ché dai luoghi comuni non ci si libera, anche se non si capisce, come io non capisco…, perché qualsiasi essere altro da noi, possa essere trattato così…
    Oltre l’orrore, il primo pensiero, certo arbitrario, è stato chiedermi quanta fame di mondo abbia Bruno, e poi… perché non liberarlo, dai legacci e dalla maschera, libero di inghiottire tutto quello che desideri, anche soffocandosi, anche morendo… ché non può essere vita quella a cui lo condanna la “tremenda terapia” cui è sottoposto… e pensate invece il piacere, sia pure spirando, di averlo addentato tutto, quel mondo crudele che ha intorno… ma neanche questo pensiero, della morte che tutto acquieta, mi ha acquietato.
    Peppe, ma come è possibile che questo accada?

    P. Può sembrare impossibile che esistano ancora luoghi dove può accadere tutto questo eppure esistono, e bisogna prenderne atto. Prendiamo atto del fatto che esistono uomini e donne che non sono considerati tali. La loro diversità ovvero la malattia come noi intendiamo e collochiamo questa loro diversità li fa diventare davvero altro da noi. Questo non è un caso limite, ma esemplare, di come non esiste più nessuna possibilità di cogliere l’umano in questo altro. Ma l’uomo resta uomo per quanto fragile per quanto drammaticamente abitato dal male.
    Non posso non andare ai ricordi e non solo al vecchio ospedale psichiatrico (sarebbe troppo facile…!). Non possiamo non ricordare quante volte siamo stati colpiti da notizie di cosiddette comunità terapeutiche per anziani, giovani autistici, persone con disturbi mentali… dove telecamere nascoste svelano alle indagini di carabinieri e guardia di finanza svelano storture molto vicine a queste: persone legate ai termosifoni, alla sedia a rotelle, impossibilitate a esprimere quell’umano che noi siamo convinti non viene cancellato da nulla…

    F. Ma per Bruno i carabinieri non sono intervenuti…

    P. Qui il dolore maggiore viene dal fatto che ci sono luoghi deputati alla cura dove si immagina che le persone vivano in una condizione di limitata libertà, di dignità e di rispetto, e ci sono tanti luoghi come questo dove la cosa si perde completamente. Penso accada ancora, di fronte a qualcosa che ha a che vedere con un disturbo mentale, dell’apprendimento, del comportamento… che agli occhi del medico e poi della psichiatria questo diventa immediatamente la condizione per porlo fuori dal contesto umano e, come accadeva negli ospedali psichiatrici, una volta fuori da questo contesto diventi un oggetto una povera cosa da collocare non importa dove.

    F. La storia di Bruno era stata denunciata già alcuni anni fa, la prima volta da Gisella Trincas, presidente dell’Unione nazionale delle associazioni per la salute mentale, poi ci sono stati esposti, lettere, persino un impegno, leggo, dopo l’ultima denuncia, del presidente del Consiglio regionale a seguire una vicenda che “ha profondamente turbato”. Eppure, Bruno è ancora lì.
    Ma che idea ha della persona che è dietro la malattia chi decide “terapie” così estreme? E gli “addetti”, gli infermieri… quali durezze, quale indifferenza bisogna maturare per continuare ogni giorno a stringere quei legacci, a guardare quegli occhi dietro la maschera che ingabbia il viso. Ma li guarderanno mai davvero quegli occhi?

    P. Io mi chiedo quali sconvolgimenti devono vivere gli infermieri per poter accettare la scena che è davanti ai loro occhi. Questa scena devono evidentemente negarla. Noi con questa operazione non facciamo altro che condurre altri uomini e donne a non vedere, perché è troppo doloroso…

    F. Ma ci sarà pure altro modo, che non la violenta presunzione come di ingabbiare demoni…

    P. Se resto stupito, colpito di fronte a tutto questo, non posso non pensare che in cinquant’anni di lavoro non mi è mai capitato di legare qualcuno o vedere qualcuno legato. Eppure, ho incontrato persone come Bruno che non riuscivano a stare ferme… lì a battere la testa, a farsi del male, picchiare e picchiarsi, sì, ben ne ho visti.
    L’unica cosa da fare è molto semplice: riconoscere in questo altro l’umano. Dentro Bruno c’è un uomo, e nel momento in cui lo riconosco devo mettere in atto dei gesti, dei comportamenti che non sono solo la mia compassione, la ma comprensione miei, ma sono organizzativi, se quest’uomo si trova in una struttura cosiddetta terapeutica…
    Questa struttura si deve interrogare su come è possibile fare diversamente. Si può con progetti terapeutici individuali, e li abbiamo visti. Accanto a persone che hanno disturbi così incontenibili, dolorosi, si devono spendere almeno una o due persone nell’arco di tutto il tempo…

    F. Costa, si obbietterà.

    P. Costa, ma non di più di quanto costa tenere quest’uomo in quella condizione, che costa migliaia di euro. Addestrare due persone per questo compito, rivolgersi ai tanti modi associativi e cooperativi, non verrebbe a costare, azzardo, più di tremila, quattromila euro al mese. E questo si può fare

    F. Dobbiamo rileggere, hai suggerito, il passo del vangelo di Marco

    P. Sì, ci è venuto in mente il passo del vangelo di Marco, di quando Gesù va a visitare i Gerasiani, dove c’è una persona indemoniata che fa esattamente questo, si ferisce, si batte con le pietre e viene tenuto isolato nel cimitero del paese. Sono parole che mi stupiscono e che sono state riprese in una splendida conferenza del Cardinale Martini che ho avuto la fortuna di ascoltare. Gesù compie dei gesti intorno ai quali dovremmo ragionare. Lui si dirige verso quell’uomo, mentre tutti gli dicono “non andare, ti farà del male”… e lo stesso indemoniato gli dice “vai via, non voglio vederti…”. Ma Gesù gli va vicino, gli chiede come si chiama, e fa il miracolo… Gesù scaccia i demoni e questi vanno nel corpo dei maiali, che sono tutta l’economia del paese. I maiali si gettano nel lago di Gerasa e l’uomo resta libero. Martini ci fa riflettere su quanto può costare restituire dignità all’altro. Non è chiedersi quanto costa, ma se sono disponibile a rinunciare a quella risorsa, duemila maiali, per salvare quest’uomo, la possibilità di restituire una vita appena appena confrontabile con la nostra.
    L’uomo di Gerasa- dice Martini- viene guarito non solo attraverso la relazione personale, ma anche grazie a un’azione sociale. (…) La guarigione profonda dell’uomo chiede un prezzo – duemila animali sono una ricchezza non indifferente – a quella stessa società civile che non ha saputo accoglierlo, perché il benessere di una persona nella collettività è un fatto che investe tutti, che chiede tempo, energie, risorse, attenzione per il suo reinserimento sociale”.
    E’ evidente che quest’uomo ha il male dentro di lui e questo male resterà, ma
    accettare questa cosa senza fare nulla ci riporta a una cultura che è ancora la pratica del non riconoscimento dell’altro. Per fare quello che faccio a quest’uomo, a Bruno, devo completamente tagliare tutte le connessioni che ha con me. Ed è triste. Queste cose accadono perché tutto viene rapportato al costo, alle certezze della scienza.
    E gli uomini e le donne possono essere abbandonati all’orrore…

    F. Ma tornando a quel paragone con gli animali anche a me sfuggito. “Come un animale”. Ma il nodo è tutto lì.
    Ripescando una riflessione di Kundera, che da tempo ho fatto mia, e a tutti qui proponiamo…
    “Il vero esame morale dell’umanità, l’esame fondamentale (posto così in profondità da sfuggire al nostro sguardo) è il suo rapporto con coloro che sono alla sua mercé: gli animali. E qui sta il fondamentale fallimento dell’uomo, tanto fondamentale che da esso derivano tutti gli altri”. Tutti gli altri fallimenti, come quello di non riconoscere, e quindi violare, l’umanità di chiunque si ritenga essere, per un motivo o per l’altro, alla propria mercè…

    scritto per il Forum salute mentale…

    L'”intelligenza” delle macchine…

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    E ascoltate cosa puo’ succedere ad una macchina…Questo é quello che é capitato ad una di loro quando si imbatté in “Prospettiva Nevski” il brano di Franco Battiato e Giusto Pio. Chiedendo scusa ai Maestri siciliani… ce lo racconta Daniela Morandini

    La Macchina si bloccò quando si accorse che il file arrivava dalla Prospettiva Newskji. Si riprese in una frazione di secondo. Comparò mappe satellitari. Scoprì che quella era la strada principale di San Pietroburgo, un tempo Leningrado. Russia, quindi. Doveva stare molto attenta. Ricordò allora un’altra storia uscita da quella strada. Era di un certo Gogol’ Nikolaj Vasilevic. Un pazzo. Sosteneva che il demonio accendesse i lampioni di notte. Preoccupata, la Macchina continuò a scannerizzare il testo. Descriveva un vento gelido che disintegrava cumuli di neve come raffiche di mitra. Guardie rosse e fuochi per scacciare vecchie coi rosari. Percepì il pericolo. E non sbagliava: che fosse sensibile e intelligente era scritto anche nelle istruzioni. Alla dodicesima riga trovò il primo collegamento con una persona: Nijinsky. Non lo conosceva. Strano. Non rientrava nelle liste degli oligarchi, né in quelle dei dissidenti. Evidenziò che aveva una grazia innaturale, che un impresario si era innamorato di lui e che il riferimento ai balletti russi era sospetto. Selezionò altri dettagli. Scovò un maestro che cercava l’alba dentro all’imbrunire. Sicuramente un cattivo maestro. Correndo tra le righe, inaspettato, un nome e un cognome: Igor Stravinskij, un uomo incontrato per caso. Ecco, quella era la chiave: Stravinskij. Ma chi doveva vedere Igor Stravinskij? E perché? Indagò ancora e trovò novecentottantotto piazze, duemilatrecento alberghi, cinquecentoventitre meccanici e ottocentodue persone che si chiamavano così. Doveva restringere il campo e individuare l’area. Luoghi pubblici no, troppo scontati. L’appuntamento sarebbe avvenuto dunque in una delle cinquecentoventitre officine. Ma quale degli ottocentodue Stravinskij si sarebbe presentato? E per fare cosa? La Macchina scandagliò ogni lettera finché trovò un altro nome: Ejzenstejn. Neanche lui era nelle liste degli oligarchi e dei dissidenti, ma la parola film le fece capire che era un regista. Cercò tra milioni di titoli, ma trovò solo fascinosi medici russi e agenti britannici al servizio della Regina. Archiviò allora il signor Ejszenstejn come bolscevico. Continuò per eliminazione. Restavano i sospetti sugli ottocentodue signori Stravinskij: cinquantadue studenti, centodieci idraulici, ottanta ragionieri, centoventi disoccupati, quaranta conducenti di autobus, diciannove cardinali, quattordici camerieri, venticinque ladri di opere d’arte, un musicista, novantanove spacciatori, dieci odontotecnici, ventidue pompieri, nove operatori telefonici, ventuno prestigiatori, centottanta direttori. Per dissipare ogni dubbio, la Macchina fece scattare ottocentodue mandati di cattura. Cinquecentoventidue stabilimenti furono messi sotto sequestro. La Prospettiva Nevskij fu bombardata. Il signor Stravinskij Igor, musicista, non fu mai trovato.

    Daniela Morandini

    Ruote…

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    E alla fine anche loro non ne poterono più… ascoltate Daniela Morandini cosa racconta...

    “Un giorno le ruote dissero basta. Si staccarono dalle automobili e quelle di scorta sfondarono i bauli. L’Ultima Ruota abbandonò il carro. Le ruote delle biciclette e quelle da neve spezzarono le catene. Quelle piene di chiodi arrestarono le torture e quelle di fuoco bruciarono i circhi. Le ruote che raccontavano sempre la stessa storia lasciarono i carretti dipinti e  quelle che inciampavano ruppero i bastoni. Le ruote dei Luna Park invertirono il senso di marcia, lasciarono scendere le persone, spensero le luci e fecero le valigie. I carrelli degli aeroplani si sganciarono e quelli dei supermercati cominciarono a correre. Le carrozzine si bloccarono e i neonati pensarono che il mondo si fosse fermato.

    Ma non fu così. Le ruote erano andate all’Anfiteatro del Mare. Erano arrivate persino le bobine di un antico registratore che si erano tolte i perni dal cuore. La folla era immensa e

    così parlò la Ruota di Pietra: “ Piano non spingete, non facciamo come loro!  Abbiamo fatto la più grande rivoluzione della storia e ci hanno trattato a pesci in faccia!

    Un Gruppo di Saraghi che passava per caso applaudì e si ributtò in acqua.

    “ Fermiamoci!” disse la Rotella dell’ Orologio.

    “No! – la interruppe la Ruotina di un Passeggino- vogliamo girare!”

    “ Si vede proprio  che ti manca una rotella! – tuonò la Ruota di Pietra – E quando il bambino che porti a spasso crescerà, ti chiuderanno in cantina!”.

    La Ruotina si prese paura e stette zitta.

    L’ Asino Saggio, anche lui per caso da quelle parti, disse la sua: “ Se non state attente, farete la nostra fine. Abbiamo portato pesi impossibili, abbiamo rischiato di morire lungo i sentieri più ripidi. Poi siete arrivate voi e siamo quasi spariti dalla faccia della terra!”

    La Faccia della Terra gli fece l’occhietto mentre la Ruota di Pietra indicava un cimitero: “ Guardate: ci usano fino a scoppiare. Poi, senza pietà, ci buttano una sull’altra. Senza vergogna ci bruciano, ci lanciano in mare, ci nascondono affinché le altre non sappiano!”

    “Ma dove andremo a finire? – chiese la Ruota di un Camion che conosceva solo autostrade.

    Non lo sapevano, ma uscirono dall’Anfiteatro e andarono verso la costa. Ancora oggi sono lì. Ascoltano i Rolling Stones e Gianni Meccia. Chiacchierano con l’Asino Saggio e scherzano con il Gruppo di Saraghi. A volte, persino la Ruota di Pietra si butta in acqua”.

    Daniela Morandini







    Menti nere…

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    A scorrere gli ultimi provvedimenti del governo… ritornano come un’ossessione soffocante e buia, che meglio mi sembra non potrebbero rappresentali, le immagini delle Carceri d’invenzione di Piranesi…
    Avete presente? E se non le avete presente andate a cercarle. Sceglietene una, a vostro piacimento, e guardatela a lungo, che ci vuole del tempo per scorrerne tutti i dettagli… Ma state attenti, che prima ancora di riuscire ad abbracciarne gli spazi, distinguere le ombre dai brani di luce, coglierne i tratti nascosti, le suggestioni soffiate… prima ancora di trovare un percorso, di capirne il senso per orientarsi… si rischia di venire risucchiati oltre che da un senso tremendo di claustrofobia, da una vertigine di disperante impossibilità. Prima ancora di riuscire a decidere se proprio di prigione si tratti o di brani di mondo definitivamente condannati alla rovina. O tutte e due le cose insieme. Che a questo punto, a conoscere le prigioni nostrane, e a considerare il pensiero carcerocentrico che guida le scelte di chi ci governa, è proprio ciò che oggi è.

    Dal “decreto rave” al “pacchetto giustizia”, che di giusto ed equo ha ben poco, passando per il “decreto Caivano”, è tutto un fiorire di nuovi reati, chiaro intento di repressione dei conflitti sociali, con pene sempre più pesanti che hanno un solo nome: carcere. E carcere senza via d’uscita, in violazione anche di principi che finora si è cercato di rispettare, se i cancelli di quell’orrore che sono i Cpr si apriranno anche per i minorenni, e non c’è pietà per le mamme con bambini, anche quando appena nati…

    Mentre si arriva a “criminalizzare la sofferenza in carcere”. Come giustamente scrive l’avvocato Conte, legale dei parenti di Vincenzo Cacace, fra i detenuti vittime della mattanza dell’aprile di tre anni fa nel carcere di Santa Maria Capua Vetere… E come diversamente dire se arrivano pene addirittura per la “battitura” (che è pacifica contestazione da parte dei detenuti realizzata battendo, appunto, le stoviglie contro la porta della cella) insieme non solo a un aumento di pene per chi organizza rivolte, ma pene addirittura per “resistenza anche passiva all’esecuzione degli ordini”. Mentre si pensa di modificare il reato di tortura… che il potere deve avere mani libere…

    Riguardando le tavole di Giambattista Piranesi… Sì, il carcere, minaccia buia tanto sbandierata in nome di una ancora più oscura sicurezza, è proprio tutto lì. In rovine di pietre spaccate, intreccio di tunnel e sale nere, e brevi, inarrivabili squarci di cielo. Il carcere è nella vertigine di quegli equilibri instabili, nelle volte che sembra stiano per cadere, nel dedalo di scalini e varchi, nelle scale che portano al nulla, che si spezzano sul vuoto… esattamente come l’essenza del nostro sistema carcerario.
    Il paradosso di prigioni dagli spazi immensi che fanno paura, e li senti prigione psicologica più che fisica. Ma l’una rimanda all’altra, come all’una e all’altra rimanda anche solo scorrere l’intrico delle norme appena partorite, brandite come grida di manzoniana memoria, che evocano luoghi di impossibile fuga.

    E interrogandomi su questo parallelo di cui non riesco a liberarmi, incappo ne “La mente nera di Piranesi”, un saggio (uno dei più interessanti, leggo, sull’argomento) scritto da Marguerite Yourcenar. Le tavole delle “Carceri d’invenzione”, si sostiene, nacquero da “un eccesso di febbre”, insomma da un momento di delirio di Piranesi ma, sottolinea la Yourcenar, bisogna capire che si intende per delirio, convinta che lo stato indotto dalle febbri non ha aperto le porte alla confusione mentale, ma “a un regno interiore pericolosamente più vasto di quello in cui era vissuto fino a quel momento”, un regno “dominato dall’angoscia claustrofobica dello spazio prigioniero”.
    Misteriose macchine, ruote coperte di chiodi, pali anneriti che suggeriscono torture, grappoli di catene, scale tronche… e le figure umane da scovare piccolissime, schiacciate da spazi spaesanti che sono enormi e sono il nulla…

    La mente nera del Piranesi, dunque, saggio della Yourcenar…
    E mai definizione sembra più ficcante oggi… la mente nera di chi va avanti sulla strada del panpenalismo, in spregio a quanto da tempo ormai indicano studi e riflessioni di chi il carcere ben lo conosce, ne conosce le vessazioni umilianti e degradanti, vere e proprie pene corporali, che pure la legge non prevede, accanto a costrizioni psicologiche, che l’individuo annullano.
    Alcuni studiosi di quelle tavole del Piranesi ne hanno messo in luce anche l’aspetto di denuncia, denuncia contro l’inquisizione soprattutto. Ed è denuncia che anche oggi non riesco a non leggere…

    Ma anche affacciandosi fuori, guardandosi intorno… Riandando al Piranesi delle storiche vedute, ancora una riflessione della Yourcenar, che dall’artista sembra sia proprio stata incantata, che ne parla come immagine di rovine che non evocano tanto antichi fasti, quanto caducità e morte… Non vi sembra ben si attaglino come sfondo al paese che stiamo diventando? Un paese ossessionato da chi “rubacchia borsellini nel metro”, dove le forze dell’ordine potranno girare armate anche fuori servizio, insofferente alle contestazioni, alle parole e al confronto con liberi pensieri…

    Il carcere sedato

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    Senza mezzi termini Magistratura democratica parla della condizione drammatica delle nostre carceri, che le politiche repressive e di inasprimento sanzionatorio nei confronti degli autori di reato di lieve entità non possono che peggiorare…
    Il documento:

    “Il carcere è uno dei luoghi in cui un paese democratico misura il suo tasso di aderenza ai diritti universali dell’uomo. È il fulcro in cui l’uso della forza, regolato dallo Stato nel processo, cerca il suo più difficile equilibrio con l’umanità del trattamento sanzionatorio e con la risposta rieducativa che la Costituzione affida alle pene.

    Il 10 novembre 2023, tuttavia, le presenze in carcere nel nostro Paese hanno di nuovo toccato quota 60.000, a fronte di una capienza regolamentare di poco più di 51.000 unità. Siamo vicini al numero di detenuti che, nel 2013, condusse alla sentenza pilota (Torreggiani c. Italia, 8 gennaio 2013) con la quale la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo condannò il nostro Paese per i trattamenti inumani o degradanti subiti dai detenuti ristretti in carceri strutturalmente sovraffollate. Al 31 dicembre 2022, data di entrata in vigore della riforma Cartabia in tema di pene sostitutive, i numeri attestavano la presenza in carcere di 56196 persone, circa 4.000 in meno di oggi.

    Al dramma del sovraffollamento, si aggiunge quello della carenza di personale, certificata dalle rilevazioni del Ministero: il numero totale degli educatori effettivi è pari a 803 unità – a fronte delle 923 previste in pianta organica – con la media di 1 funzionario giuridico pedagogico per 71 detenuti e punte di 1 educatore per 334 persone detenute, come rilevato nel XIX Rapporto Antigone.

    In molti istituti si riscontrano fatiscenza edilizia, promiscuità di percorsi trattamentali, impossibilità di un effettivo accesso al lavoro e alle offerte rieducative, assenza delle basilari condizioni igieniche, insufficienza dell’assistenza sanitaria. Il carcere rimane un luogo dove si cerca di sopravvivere al nulla, dove i problemi principali sono quelli relativi all’igiene, allo spazio e al cibo, dove il tentativo di soddisfare i bisogni basilari, quelli che dovrebbe essere lo Stato a garantire a ciascuno, prende il sopravvento sull’impegno personale a sviluppare o ricucire il senso del bene comune e la voglia di migliorarsi.

    Un carcere ridotto in queste condizioni produce soltanto un disagio allarmante. Alla frequenza tragica dei suicidi – in media uno ogni cinque giorni, come ha rilevato il Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà – si somma il dato relativo ai due milioni di euro all’anno spesi per somministrare psicofarmaci ai detenuti: il “carcere sedato” sta prendendo sempre più il posto del carcere rieducato. In questa condizione, la tutela dei diritti umani delle detenute e dei detenuti, nonostante gli strumenti dei reclami giurisdizionali, diventa sempre più difficile e il reinserimento sociale, all’esito del percorso detentivo, un miraggio.

    È una situazione che Magistratura democratica ha toccato con mano nel corso delle visite – organizzate assieme ad Antigone, alle Camere Penali e a Giuristi democratici e grazie all’apprezzabile collaborazione del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e dei singoli direttori – ad alcuni significativi istituti penitenziari: la Casa Circondariale di Sollicciano (25 novembre 2022), la Casa Circondariale di Napoli Poggioreale (4 febbraio 2023) e la Casa Circondariale “Lorusso e Cutugno” di Torino (9 giugno 2023).

    Questa situazione rischia di essere ulteriormente pregiudicata dalle politiche repressive e di inasprimento sanzionatorio nei confronti degli autori di reato di lieve entità in materia di stupefacenti: aumenterà ulteriormente l’area della detenzione sociale – quella che non accede alle alternative al carcere per mancanza di risorse essenziali – senza alcun vantaggio nella prevenzione del consumo delle droghe, nella tutela della salute dei tossicodipendenti, nella riduzione del danno.

    In questa congiuntura difficile, ai magistrati democratici preme ribadire l’importanza di una presa di coscienza all’interno della magistratura sull’assoluta necessità di una immediata e diffusa applicazione delle pene sostitutive. Si tratta di pene che, ove possibile, dovranno prendere il posto della pena carceraria e non delle misure alternative, al fine di garantire una reale decarcerizzazione.

    Magistratura democratica, inoltre, auspica che fondi e risorse siano destinati, invece che a progetti di costruzione di nuove carceri (idonee solo a perpetuare i problemi dell’oggi e incapacitare un maggior numero di persone), agli Uffici Penali di Esecuzione Esterna, agli enti territoriali e del terzo settore – questi ultimi fondamentali nella costruzione di una giustizia di comunità che, attraverso le pene sostitutive, può essere declinata fin dal giudizio di cognizione – al fine di implementare possibilità alternative al carcere anche per i condannati privi di risorse economiche. Allo stesso tempo, in un periodo di nuovo allarme per il sovraffollamento, pare necessario riaccendere nel dibattito pubblico una riflessione sul numero chiuso degli istituti penitenziari e sulla possibilità e di stabilire seri e rigorosi criteri di priorità che sanciscano chi, nell’ambito della prefissata capienza delle carceri, debba iniziare l’espiazione intramuraria e chi invece debba iniziare l’esecuzione della pena in detenzione domiciliare, in altre misure alternative o permanere in libertà. Rilevante attenzione dovrà essere prestata alla proposta di legge (A.C. n. 1064, presentata il 30 marzo 2023) di istituzione delle case territoriali di reinserimento sociale, volta a permettere, in casi di ridotta pericolosità sociale e di limitata entità della pena, che la detenzione possa essere scontata in specifiche strutture appositamente istituite, di dimensioni ridotte e caratterizzate da programmi di trattamento espressamente finalizzati alla ricollocazione sociale del condannato.

    Magistratura democratica auspica che il legislatore attribuisca ai tribunali e gli uffici di sorveglianza – penalizzati dalla esclusione dal PNRR – delle risorse di personale necessarie ad affrontare il delicato compito della giurisdizione rieducativa e sui diritti dei detenuti.

    Magistratura democratica, infine, auspica una rapida messa a regime della disciplina organica della giustizia riparativa, unica in Europa. Una giustizia della riparazione che, per quanto per ora solo modello complementare e parallelo, nella sua sostanziale contrapposizione alla tradizionale giustizia punitiva, ha un che di indubbiamente rivoluzionario, in quanto modello di giustizia fondato esclusivamente sull’ascolto e sul riconoscimento dell’altro.

    Magistratura Democratica

    Invito a Fedez

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    Lettera aperta di Peppe Dell’Acqua indirizzata a Fedez… bello, toccante invito a confrontarsi…

    “Caro Federico,
    ho ascoltato la tua intervista nella trasmissione di Fazio. Mi ha colpito come una bomba, quando alla fine dell’intervento hai detto, quasi rubando la parola al conduttore, che l’anno prossimo è l’anniversario della nascita di Basaglia. E l’hai detto con parole che nessuno oggi dice, parlando di un uomo che concretamente ha speso la sua vita, si è battuto contro lo stigma della malattia mentale, sperando, e aspettandoti, che il nostro paese sia orgoglioso di questo e che l’anno prossimo lo sappia ricordare. Le tue parole… una voce nel deserto. Ché se ieri tutti ne parlavano oggi si dice “quello che ha chiuso i manicomi, però”… c’è sempre un però. In questi ultimi tempi parlare in questo modo di Basaglia, come tu hai fatto, con tanta nettezza è cosa rara.

    Le tue parole sulla malattia, poi… Questa intervista mi ha fatto scoprire una persona che conoscevo pochissimo, poche cose lette qua e là sui media. Mi sono trovato davanti a un giovane che comunica le sue emozioni, con una profonda e ricchissima sensibilità. Per me è stata anche questa una bella scoperta: che un giovane della tua età parli come tu hai fatto della tua malattia. Uso ancora la parola nettezza, che altre non trovo. L’oggettività con cui stai affrontando questa cosa, senza ombra di retorica o di lamento, ha catturato tutta la mia attenzione. E mi è venuta voglia di incontrarti, di parlarti, di ascoltarti. Io sono un vecchio trombone e chissà se mai avverrà, ma voglio comunicarti questo mio desiderio.

    Perché voglio parlarti? Per prima cosa, perché mi piacerebbe raccontarti di più di Franco Basaglia. Ma soprattutto perché penso che questa campagna, di cui pure parli, questo continuo parlare degli adolescenti, della loro sofferenza, del suicidio… per come è impostata nel dibattito comune è qualcosa che ci sta portando molto lontano da quella che è la concretezza della vita quotidiana, dalla realtà. Parlare degli adolescenti come di una generazione disperata, perduta, sofferente e da curare significa sottrarre sia i ragazzi che i cittadini alla relazione, alla collettività, all’incontro, allo scontro, alla concretezza, talvolta dolorosa, della “banalità” della vita ogni giorno. Medicalizzare, psicologizzare diventa il senso unico della risposta che finiamo per dare.
    Si parla molto di allarme suicidio. Il suicidio negli adolescenti è quanto mai raro, tuttavia esiste. adolescenti accade con una bassa frequenza, dolorosissima certo, ma non è un allarme. Allarme è il tentativo, l’autolesionismo, il pensiero del suicidio, quanti di noi negli anni del liceo hanno sognato il loro funerale tra i pianti dei compagni, ma il suicidio in quanto tale c’è sempre stato.
    Nel nostro paese il tasso generale del suicidio è intorno al 6 per cento, in Europa è quasi il doppio, e la quota degli adolescenti non è in salita né rilevante. Per quanto io l’abbia ricercato, non trovo un solo studio che mi dica che i suicidi sono aumentati. Tutto questo parlarne allontana da quella che è la concretezza di ciò che si deve fare prima di tutto per comprendere gli adolescenti. Non per impedire, vietare, ridurre, ricoverare e costruire muri. Al contrario siamo chiamati, come davanti a un torrente esuberante, a costruire argini e proteggere il corso tumultuoso di quella specialissima età della vita. Anche da lontano. E dare spazio alle fantasie, ai progetti, alle paure, ai ritiri tante volte necessari. Non c’è bisogno, credimi, dello psicologo per comprendere l’adolescenza. Penso a mia nonna che, di fronte ai tanti turbamenti di noi ragazzi, diceva a mia madre “e lass’o cresce..”. Lascialo crescere, deve crescere.

    L’adolescenza è un’età della vita che porta in sé il bello e il brutto, il buono e il cattivo, il coraggio e la paura, la timidezza e la sfacciataggine, il voler fare l’astronauta e il pecoraio, l’innamorarsi di una ragazza e sentire gelosia per il compagno di banco… Insomma penso a quanti passi avanti potremmo compiere se la campagna per il nostro benessere si spostasse non tanto sugli psicologi (utilissimi per carità, come ovviamente le cure) ma su una seria attenzione per quelle che sono le politiche per i giovani. Intendo un’attenzione diversa per la scuola, che sia a tempo pieno per tutti, con strutture disponibili al quartiere e al rione. Penso sì a psicologi ed educatori, ma che siano in grado di stare sulla piazza, nell’atrio del supermercato, a condividere, a chiacchierare con i ragazzi.
    Forse esagero, ma mi viene da pensare a Napoli, a Scampia, al degrado dal quale sembrava non potersi assolutamente risollevare. Invece ci sono stati interventi attenti, non tanto dello psicologo quanto di una libreria, di una biblioteca, di spazi per letture dei più piccoli. E poi campi di calcio, la palestra di karatè, la palestra di pugilato anche per le ragazze, un pezzo di università che hanno avuto il coraggio di spostare proprio lì. Tutto questo è salute, è benessere. Poi, per chi avrà bisogno di parlare… ricordo sempre le parole di Azzurro “neanche un prete per chiacchierar”.
    E penso invece che c’è sempre un prete, un compagno, un amico disposto ad ascoltarti.

    La realtà è che il benessere del paese non lo fanno gli psicologi o gli psichiatri. Il benessere del paese deve farlo la politica. E di questa strada, di questa politica che dovrebbe essere, vorrei parlare con te.

    Peppe Dell’acqua, Forum Salute Mentale

    Come per il Sale & Tabacchi

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    Non riuscendo a distogliere il pensiero da quanto sta accadendo in terra di Palestina…
    Sono andata a rileggere lo scambio di lettere che ci fu nel 1932 fra Freud e Einstein nato da un interrogativo: “Perché la guerra?”. I testi furono ripubblicati da Bollati Boringhieri, ne ho un’edizione dell’89, che raccoglie anche altri testi di Freud sulla guerra e sulla morte. Con prefazione di Ernesto Balducci.
    Ne consiglio la lettura. E riprendo due passi della prefazione di Balducci, che ricorda che la guerra agli occhi di Freud diventa…

    “un’apocalisse nel senso etimologico del termine, un disvelamento della menzogna costruita in ciascuno di noi dalla civiltà. I valori umani celebrati delle cattedre accademiche e dalle tribune politiche non sono che maschere di pulsioni egoistiche, tra le quali una ne emerge su cui egli non aveva posto in precedenza la dovuta attenzione: la violenza.
    Che cosa sono gli Stati, questi grandi protagonisti della guerra? Così avversi, dentro i propri confini, alla violenza dell’uomo contro l’uomo, gli Stati non conoscono limite all’uso della ferocia quando entrano in guerra tra loro”.

    Nessun limite, dunque, alle efferatezze… guardando oggi alla terra di Palestina, non potendo in aggiunta non considerare, che la ferocia di uno Stato potente qui si riversa su un popolo da decenni prigioniero cui un proprio Stato (e sui perché e i percome fiumi di parole sono stati scritti) gli è da tempo negato.

    Rimane lo Stato, ancora Balducci, che è “parto della violenza, e se questo, in tempi normali, non appare là dove è in vigore lo stato di diritto, è solo perché in questi casi lo Stato rivendica per sé il monopolio della violenza come fa -l’espressione è di Freud- per il Sale e Tabacchi”.


    Letture, dolenti, per orientarsi in questi giorni di lutto…

    Freud Einstein – Riflessione a due sulle sorti del mondo (Bollati Boringhieri)


    Se l’umanità non ha in pregio l’attività del pensiero…

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    Wounded Palestinians sit in al-Shifa hospital in Gaza City, central Gaza Strip, after arriving from al-Ahli hospital following an explosion there, Tuesday, Oct. 17, 2023. The Hamas-run Health Ministry says an Israeli airstrike caused the explosion that killed hundreds at al-Ahli, but the Israeli military says it was a misfired Palestinian rocket. (AP Photo/Abed Khaled)

    A proposito del pensiero di Elias Canetti… ancora un profondo illuminato contributo di Vittorio da Rios..

    LO SMARRIMENTO IN CUI OGGI L’UMANITA’ TUTTA STA VIVENDO, CHE NE STA COSTRUENDO UNA SPAVENTOSA DERIVA CATASTROFALE, NON E’ CHE LA CONSEGUENZA DEL TRAMONTO DI UNA EGEMONIA FINANZIARIA-CULTURALE A TRAINO OCCIDENTALE CHE HA ORIGINI OLTRE 500 ANNI FA CON LE SCOPERTE SCIENTIFICHE E POI CON LE “PROTESI” TECNOLOGICHE ABBIAMO INFESTATO E IMPOSTO OVUNQUE NEL MONDO LA VIOLENZA LA RAPINA E LA SOPRAFFAZIONE: GUERRE STERMINI MASSACRI,GENOCIDI.
    Benedetto Croce sottolineava l’universalità della filosofia, dichiarando che la filosofia è sempre presente nell’agire umano e che dove essa è grande e benefica i Paesi prosperano, mentre le filosofie deteriori portano alla rovina gli Stati e le comunità e pertanto i veri filosofi hanno il dovere di combattere le filosofie deteriori.

    Viviamo oggi in un mondo in cui la pace tra gli uomini diventa sempre più un fatto lontano e le guerre non hanno più sosta e gli Stati decadono o si disgregano. E la fame e le guerre fanno da sfondo alla violenza spietata sull’infanzia nel mondo”.

    Cosi scrisse un grande spirito e maestro di cultura e umanità quale fu Gerardo Marotta. E rivolgendosi agli uomini di pensiero, li ammonì perché dopo la fine della tragedia della seconda guerra mondiale si erano indotti a credere nel primato della politica e al mito della presenza di una classe politica illuminata nei vari paesi, difronte all’immane disastro in cui versa il mondo devono convincersi di aver sbagliato riconsiderando che senza un alto nobile e positivo pensiero filosofico-scientifico non si governa Il mondo. Una umanità che non ha in pregio l’attività del pensiero, che non è consapevole dell’essenzialità della lotta per un alto pensiero filosofico come supremo patrimonio della civiltà quell’umanità, e che ha dimenticato se stessa e ha smarrito la propria essenza costitutiva è senza più anima. Quell’umanità ha scelto la via dell’abbandono e della irreversibile catastrofe.

    Gerardo rese onore alla figura di Elias Canetti con una iniziativa a suo tempo programmata sul grande intellettuale con due conferenze tenute il 17 di dicembre del 2018 (Gerardo era morto a inizio del 2017) sulle trasformazioni urbane e le sue conseguenze, traendo ispirazione dalle sue opere. Il suo pensiero giustamente definito “LA COSCIENZA CRITICA DELL’EUROPA”.

    Ma ora che fare?
    Innanzi a scenari spaventosi che stanno insanguinando il mondo assassinando un numero impressionante di vittime innocenti: bambini bambine, donne anziani che si ritrovano a vivere già in condizioni spaventose e sub umane, nella striscia di Gaza. Chi ne dà conto di questi crimini contro l’umanità? Tutto rimane Impunito, impuniti i criminali che sono di fatto i capi di Stato, primi ministri, i responsabili degli apparati Militari, i costruttori di armi, un business che mai come ora arricchisce con miliardi di dollari chi lo gestisce.
    Mai si sente da parte dei conduttori del mainstream nazionale e internazionale, a parte
    rarissime eccezioni, la domanda: ma questa massa impressionante di armi di vario tipo, chi le fabbrica? E quanto costa un solo missile scagliato su popolazioni a cui manca acqua e cibo? Sappiamo che c’è un accordo ancora segretato tra il nostro Paese e le autorità Israeliane per la fornitura di armi. Il crimine, e l’assassinio di massa, è stato reso pratica istituzionale con leggi fatte ad doc. Tutte anti Costituzionali, quindi “FUORILEGGE”. Qualcuno ne parla? Qualcuno denuncia la violazione sistematica dei trattati che tendono al rispetto dei diritti umani e civili in particolare all’inviolabilità di ogni Vita umana?
    Ora sono in corso nella striscia di Garza le operazioni di terra. Sempre comunque seguite da bombardamenti che le autorità israeliane definiscono “mirati” ma che di fatto stanno creando massacri tra la popolazione civile.

    Leggete il comunicato di oggi nelle pagine della rivista “PAGINE ESTERI” a firma di Michele Giorgio, che riprende un intervento del Ministero dell’intelligence israeliana, pubblicato sulla rivista israeliana Local Call, in cui si raccomanda il trasferimento Forzato e permanente di 2.2 milioni di Palestinesi da Gaza nella penisola Egiziana del Sinai. Il documento di 10 pagine, datato il 13 ottobre 2023, è ritenuto da alcuni solo un “documento”, che però stimola governo Israeliano e autorità internazionali ad adoperarsi a che questo avvenga con la costruzioni di strutture per accogliere la popolazione palestinese. Ci si augura che questo non accada poiché sarebbe una seconda Nakba, 75 anni dopo. Ma purtroppo le premesse ci sono a osservare la violenza dei bombardamenti in essere, le distruzioni sistematiche di strutture e abitazioni. Non resta che la tragica constatazione, come più volte da me ribadito e come descritto lucidamente in un suo capolavoro Peter Handke “UN DISINVOLTO MONDO DI CRIMINALI”, che questa è la definizione tragicamente realistica dell’attuale classe dirigente che governa il mondo.
    Che fare allora? Riproponendo la domanda che si fece oltre 100 anni fa Lenin in scenari certamente diversi ma non meno drammatici…

    I giovani! Sono un patrimonio unico a loro il compito di costruire nei prossimi decenni a livello globale una classe dirigente che sia in grado di traghettare l’umanità tutta verso una convivenza pacificata. Destrutturando l’industria bellica riconvertendola, ponendo la gestione delle risorse economiche-finanziarie strategiche al fine di riequilibrare la distribuzione della ricchezza prodotta in modo equo e sostenibile per il Pianeta che ci ospita. VENTURI NON IMMEMOR AEVI. Recita la scritta simbolo della nobile famiglia dei Cassano ad effige del Palazzo in via monte di Dio a Napoli sede dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici.
    Noi non dimentichiamo: NON SENZA MEMORIA PER LE FUTURE GENERAZIONI.
    Cosi renderemmo anche se tardiva giustizia a Elias Canetti.

    Vittorio da Rios

    Guardando al genocidio in Palestina…

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    “La nostalgia di Dio per il mondo prima che lo creasse”.
    E avvolge anche il nostro cuore questa nostalgia che Elias Canetti ha saputo leggere in quel Dio col quale per tutta la vita si è battuto… Un corpo a corpo, contro quel Dio che ha inventato la morte, contro il potere che annienta gli altri per affermare se stesso, contro l’uomo che uccide…
    Riaprendo in questi giorni tremendi “La provincia dell’uomo”, raccolta di appunti dai diari che Canetti tenne durante tutta la vita, per trovare ancora una volta lì le parole. Che tutte, sull’uomo sono già state dette… E sempre qui trovo risposte.
    Così, guardando al genocidio che si sta perpetrando in Palestina…
    Diventiamo tutto ciò per cui abbiamo avuto un particolare ribrezzo. Ogni ribrezzo era un cattivo presagio. Ci siamo visti in uno specchio deformante del futuro, senza sapere che guardavamo noi stessi”.
    Elias Canetti, che qualcuno definì coscienza critica dell’Europa. Da leggere e rileggerne i pensieri… ogni sera, come colti da un breviario…