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    Il carcere sedato

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    Senza mezzi termini Magistratura democratica parla della condizione drammatica delle nostre carceri, che le politiche repressive e di inasprimento sanzionatorio nei confronti degli autori di reato di lieve entità non possono che peggiorare…
    Il documento:

    “Il carcere è uno dei luoghi in cui un paese democratico misura il suo tasso di aderenza ai diritti universali dell’uomo. È il fulcro in cui l’uso della forza, regolato dallo Stato nel processo, cerca il suo più difficile equilibrio con l’umanità del trattamento sanzionatorio e con la risposta rieducativa che la Costituzione affida alle pene.

    Il 10 novembre 2023, tuttavia, le presenze in carcere nel nostro Paese hanno di nuovo toccato quota 60.000, a fronte di una capienza regolamentare di poco più di 51.000 unità. Siamo vicini al numero di detenuti che, nel 2013, condusse alla sentenza pilota (Torreggiani c. Italia, 8 gennaio 2013) con la quale la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo condannò il nostro Paese per i trattamenti inumani o degradanti subiti dai detenuti ristretti in carceri strutturalmente sovraffollate. Al 31 dicembre 2022, data di entrata in vigore della riforma Cartabia in tema di pene sostitutive, i numeri attestavano la presenza in carcere di 56196 persone, circa 4.000 in meno di oggi.

    Al dramma del sovraffollamento, si aggiunge quello della carenza di personale, certificata dalle rilevazioni del Ministero: il numero totale degli educatori effettivi è pari a 803 unità – a fronte delle 923 previste in pianta organica – con la media di 1 funzionario giuridico pedagogico per 71 detenuti e punte di 1 educatore per 334 persone detenute, come rilevato nel XIX Rapporto Antigone.

    In molti istituti si riscontrano fatiscenza edilizia, promiscuità di percorsi trattamentali, impossibilità di un effettivo accesso al lavoro e alle offerte rieducative, assenza delle basilari condizioni igieniche, insufficienza dell’assistenza sanitaria. Il carcere rimane un luogo dove si cerca di sopravvivere al nulla, dove i problemi principali sono quelli relativi all’igiene, allo spazio e al cibo, dove il tentativo di soddisfare i bisogni basilari, quelli che dovrebbe essere lo Stato a garantire a ciascuno, prende il sopravvento sull’impegno personale a sviluppare o ricucire il senso del bene comune e la voglia di migliorarsi.

    Un carcere ridotto in queste condizioni produce soltanto un disagio allarmante. Alla frequenza tragica dei suicidi – in media uno ogni cinque giorni, come ha rilevato il Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà – si somma il dato relativo ai due milioni di euro all’anno spesi per somministrare psicofarmaci ai detenuti: il “carcere sedato” sta prendendo sempre più il posto del carcere rieducato. In questa condizione, la tutela dei diritti umani delle detenute e dei detenuti, nonostante gli strumenti dei reclami giurisdizionali, diventa sempre più difficile e il reinserimento sociale, all’esito del percorso detentivo, un miraggio.

    È una situazione che Magistratura democratica ha toccato con mano nel corso delle visite – organizzate assieme ad Antigone, alle Camere Penali e a Giuristi democratici e grazie all’apprezzabile collaborazione del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e dei singoli direttori – ad alcuni significativi istituti penitenziari: la Casa Circondariale di Sollicciano (25 novembre 2022), la Casa Circondariale di Napoli Poggioreale (4 febbraio 2023) e la Casa Circondariale “Lorusso e Cutugno” di Torino (9 giugno 2023).

    Questa situazione rischia di essere ulteriormente pregiudicata dalle politiche repressive e di inasprimento sanzionatorio nei confronti degli autori di reato di lieve entità in materia di stupefacenti: aumenterà ulteriormente l’area della detenzione sociale – quella che non accede alle alternative al carcere per mancanza di risorse essenziali – senza alcun vantaggio nella prevenzione del consumo delle droghe, nella tutela della salute dei tossicodipendenti, nella riduzione del danno.

    In questa congiuntura difficile, ai magistrati democratici preme ribadire l’importanza di una presa di coscienza all’interno della magistratura sull’assoluta necessità di una immediata e diffusa applicazione delle pene sostitutive. Si tratta di pene che, ove possibile, dovranno prendere il posto della pena carceraria e non delle misure alternative, al fine di garantire una reale decarcerizzazione.

    Magistratura democratica, inoltre, auspica che fondi e risorse siano destinati, invece che a progetti di costruzione di nuove carceri (idonee solo a perpetuare i problemi dell’oggi e incapacitare un maggior numero di persone), agli Uffici Penali di Esecuzione Esterna, agli enti territoriali e del terzo settore – questi ultimi fondamentali nella costruzione di una giustizia di comunità che, attraverso le pene sostitutive, può essere declinata fin dal giudizio di cognizione – al fine di implementare possibilità alternative al carcere anche per i condannati privi di risorse economiche. Allo stesso tempo, in un periodo di nuovo allarme per il sovraffollamento, pare necessario riaccendere nel dibattito pubblico una riflessione sul numero chiuso degli istituti penitenziari e sulla possibilità e di stabilire seri e rigorosi criteri di priorità che sanciscano chi, nell’ambito della prefissata capienza delle carceri, debba iniziare l’espiazione intramuraria e chi invece debba iniziare l’esecuzione della pena in detenzione domiciliare, in altre misure alternative o permanere in libertà. Rilevante attenzione dovrà essere prestata alla proposta di legge (A.C. n. 1064, presentata il 30 marzo 2023) di istituzione delle case territoriali di reinserimento sociale, volta a permettere, in casi di ridotta pericolosità sociale e di limitata entità della pena, che la detenzione possa essere scontata in specifiche strutture appositamente istituite, di dimensioni ridotte e caratterizzate da programmi di trattamento espressamente finalizzati alla ricollocazione sociale del condannato.

    Magistratura democratica auspica che il legislatore attribuisca ai tribunali e gli uffici di sorveglianza – penalizzati dalla esclusione dal PNRR – delle risorse di personale necessarie ad affrontare il delicato compito della giurisdizione rieducativa e sui diritti dei detenuti.

    Magistratura democratica, infine, auspica una rapida messa a regime della disciplina organica della giustizia riparativa, unica in Europa. Una giustizia della riparazione che, per quanto per ora solo modello complementare e parallelo, nella sua sostanziale contrapposizione alla tradizionale giustizia punitiva, ha un che di indubbiamente rivoluzionario, in quanto modello di giustizia fondato esclusivamente sull’ascolto e sul riconoscimento dell’altro.

    Magistratura Democratica

    Invito a Fedez

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    Lettera aperta di Peppe Dell’Acqua indirizzata a Fedez… bello, toccante invito a confrontarsi…

    “Caro Federico,
    ho ascoltato la tua intervista nella trasmissione di Fazio. Mi ha colpito come una bomba, quando alla fine dell’intervento hai detto, quasi rubando la parola al conduttore, che l’anno prossimo è l’anniversario della nascita di Basaglia. E l’hai detto con parole che nessuno oggi dice, parlando di un uomo che concretamente ha speso la sua vita, si è battuto contro lo stigma della malattia mentale, sperando, e aspettandoti, che il nostro paese sia orgoglioso di questo e che l’anno prossimo lo sappia ricordare. Le tue parole… una voce nel deserto. Ché se ieri tutti ne parlavano oggi si dice “quello che ha chiuso i manicomi, però”… c’è sempre un però. In questi ultimi tempi parlare in questo modo di Basaglia, come tu hai fatto, con tanta nettezza è cosa rara.

    Le tue parole sulla malattia, poi… Questa intervista mi ha fatto scoprire una persona che conoscevo pochissimo, poche cose lette qua e là sui media. Mi sono trovato davanti a un giovane che comunica le sue emozioni, con una profonda e ricchissima sensibilità. Per me è stata anche questa una bella scoperta: che un giovane della tua età parli come tu hai fatto della tua malattia. Uso ancora la parola nettezza, che altre non trovo. L’oggettività con cui stai affrontando questa cosa, senza ombra di retorica o di lamento, ha catturato tutta la mia attenzione. E mi è venuta voglia di incontrarti, di parlarti, di ascoltarti. Io sono un vecchio trombone e chissà se mai avverrà, ma voglio comunicarti questo mio desiderio.

    Perché voglio parlarti? Per prima cosa, perché mi piacerebbe raccontarti di più di Franco Basaglia. Ma soprattutto perché penso che questa campagna, di cui pure parli, questo continuo parlare degli adolescenti, della loro sofferenza, del suicidio… per come è impostata nel dibattito comune è qualcosa che ci sta portando molto lontano da quella che è la concretezza della vita quotidiana, dalla realtà. Parlare degli adolescenti come di una generazione disperata, perduta, sofferente e da curare significa sottrarre sia i ragazzi che i cittadini alla relazione, alla collettività, all’incontro, allo scontro, alla concretezza, talvolta dolorosa, della “banalità” della vita ogni giorno. Medicalizzare, psicologizzare diventa il senso unico della risposta che finiamo per dare.
    Si parla molto di allarme suicidio. Il suicidio negli adolescenti è quanto mai raro, tuttavia esiste. adolescenti accade con una bassa frequenza, dolorosissima certo, ma non è un allarme. Allarme è il tentativo, l’autolesionismo, il pensiero del suicidio, quanti di noi negli anni del liceo hanno sognato il loro funerale tra i pianti dei compagni, ma il suicidio in quanto tale c’è sempre stato.
    Nel nostro paese il tasso generale del suicidio è intorno al 6 per cento, in Europa è quasi il doppio, e la quota degli adolescenti non è in salita né rilevante. Per quanto io l’abbia ricercato, non trovo un solo studio che mi dica che i suicidi sono aumentati. Tutto questo parlarne allontana da quella che è la concretezza di ciò che si deve fare prima di tutto per comprendere gli adolescenti. Non per impedire, vietare, ridurre, ricoverare e costruire muri. Al contrario siamo chiamati, come davanti a un torrente esuberante, a costruire argini e proteggere il corso tumultuoso di quella specialissima età della vita. Anche da lontano. E dare spazio alle fantasie, ai progetti, alle paure, ai ritiri tante volte necessari. Non c’è bisogno, credimi, dello psicologo per comprendere l’adolescenza. Penso a mia nonna che, di fronte ai tanti turbamenti di noi ragazzi, diceva a mia madre “e lass’o cresce..”. Lascialo crescere, deve crescere.

    L’adolescenza è un’età della vita che porta in sé il bello e il brutto, il buono e il cattivo, il coraggio e la paura, la timidezza e la sfacciataggine, il voler fare l’astronauta e il pecoraio, l’innamorarsi di una ragazza e sentire gelosia per il compagno di banco… Insomma penso a quanti passi avanti potremmo compiere se la campagna per il nostro benessere si spostasse non tanto sugli psicologi (utilissimi per carità, come ovviamente le cure) ma su una seria attenzione per quelle che sono le politiche per i giovani. Intendo un’attenzione diversa per la scuola, che sia a tempo pieno per tutti, con strutture disponibili al quartiere e al rione. Penso sì a psicologi ed educatori, ma che siano in grado di stare sulla piazza, nell’atrio del supermercato, a condividere, a chiacchierare con i ragazzi.
    Forse esagero, ma mi viene da pensare a Napoli, a Scampia, al degrado dal quale sembrava non potersi assolutamente risollevare. Invece ci sono stati interventi attenti, non tanto dello psicologo quanto di una libreria, di una biblioteca, di spazi per letture dei più piccoli. E poi campi di calcio, la palestra di karatè, la palestra di pugilato anche per le ragazze, un pezzo di università che hanno avuto il coraggio di spostare proprio lì. Tutto questo è salute, è benessere. Poi, per chi avrà bisogno di parlare… ricordo sempre le parole di Azzurro “neanche un prete per chiacchierar”.
    E penso invece che c’è sempre un prete, un compagno, un amico disposto ad ascoltarti.

    La realtà è che il benessere del paese non lo fanno gli psicologi o gli psichiatri. Il benessere del paese deve farlo la politica. E di questa strada, di questa politica che dovrebbe essere, vorrei parlare con te.

    Peppe Dell’acqua, Forum Salute Mentale

    Come per il Sale & Tabacchi

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    Non riuscendo a distogliere il pensiero da quanto sta accadendo in terra di Palestina…
    Sono andata a rileggere lo scambio di lettere che ci fu nel 1932 fra Freud e Einstein nato da un interrogativo: “Perché la guerra?”. I testi furono ripubblicati da Bollati Boringhieri, ne ho un’edizione dell’89, che raccoglie anche altri testi di Freud sulla guerra e sulla morte. Con prefazione di Ernesto Balducci.
    Ne consiglio la lettura. E riprendo due passi della prefazione di Balducci, che ricorda che la guerra agli occhi di Freud diventa…

    “un’apocalisse nel senso etimologico del termine, un disvelamento della menzogna costruita in ciascuno di noi dalla civiltà. I valori umani celebrati delle cattedre accademiche e dalle tribune politiche non sono che maschere di pulsioni egoistiche, tra le quali una ne emerge su cui egli non aveva posto in precedenza la dovuta attenzione: la violenza.
    Che cosa sono gli Stati, questi grandi protagonisti della guerra? Così avversi, dentro i propri confini, alla violenza dell’uomo contro l’uomo, gli Stati non conoscono limite all’uso della ferocia quando entrano in guerra tra loro”.

    Nessun limite, dunque, alle efferatezze… guardando oggi alla terra di Palestina, non potendo in aggiunta non considerare, che la ferocia di uno Stato potente qui si riversa su un popolo da decenni prigioniero cui un proprio Stato (e sui perché e i percome fiumi di parole sono stati scritti) gli è da tempo negato.

    Rimane lo Stato, ancora Balducci, che è “parto della violenza, e se questo, in tempi normali, non appare là dove è in vigore lo stato di diritto, è solo perché in questi casi lo Stato rivendica per sé il monopolio della violenza come fa -l’espressione è di Freud- per il Sale e Tabacchi”.


    Letture, dolenti, per orientarsi in questi giorni di lutto…

    Freud Einstein – Riflessione a due sulle sorti del mondo (Bollati Boringhieri)


    Se l’umanità non ha in pregio l’attività del pensiero…

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    Wounded Palestinians sit in al-Shifa hospital in Gaza City, central Gaza Strip, after arriving from al-Ahli hospital following an explosion there, Tuesday, Oct. 17, 2023. The Hamas-run Health Ministry says an Israeli airstrike caused the explosion that killed hundreds at al-Ahli, but the Israeli military says it was a misfired Palestinian rocket. (AP Photo/Abed Khaled)

    A proposito del pensiero di Elias Canetti… ancora un profondo illuminato contributo di Vittorio da Rios..

    LO SMARRIMENTO IN CUI OGGI L’UMANITA’ TUTTA STA VIVENDO, CHE NE STA COSTRUENDO UNA SPAVENTOSA DERIVA CATASTROFALE, NON E’ CHE LA CONSEGUENZA DEL TRAMONTO DI UNA EGEMONIA FINANZIARIA-CULTURALE A TRAINO OCCIDENTALE CHE HA ORIGINI OLTRE 500 ANNI FA CON LE SCOPERTE SCIENTIFICHE E POI CON LE “PROTESI” TECNOLOGICHE ABBIAMO INFESTATO E IMPOSTO OVUNQUE NEL MONDO LA VIOLENZA LA RAPINA E LA SOPRAFFAZIONE: GUERRE STERMINI MASSACRI,GENOCIDI.
    Benedetto Croce sottolineava l’universalità della filosofia, dichiarando che la filosofia è sempre presente nell’agire umano e che dove essa è grande e benefica i Paesi prosperano, mentre le filosofie deteriori portano alla rovina gli Stati e le comunità e pertanto i veri filosofi hanno il dovere di combattere le filosofie deteriori.

    Viviamo oggi in un mondo in cui la pace tra gli uomini diventa sempre più un fatto lontano e le guerre non hanno più sosta e gli Stati decadono o si disgregano. E la fame e le guerre fanno da sfondo alla violenza spietata sull’infanzia nel mondo”.

    Cosi scrisse un grande spirito e maestro di cultura e umanità quale fu Gerardo Marotta. E rivolgendosi agli uomini di pensiero, li ammonì perché dopo la fine della tragedia della seconda guerra mondiale si erano indotti a credere nel primato della politica e al mito della presenza di una classe politica illuminata nei vari paesi, difronte all’immane disastro in cui versa il mondo devono convincersi di aver sbagliato riconsiderando che senza un alto nobile e positivo pensiero filosofico-scientifico non si governa Il mondo. Una umanità che non ha in pregio l’attività del pensiero, che non è consapevole dell’essenzialità della lotta per un alto pensiero filosofico come supremo patrimonio della civiltà quell’umanità, e che ha dimenticato se stessa e ha smarrito la propria essenza costitutiva è senza più anima. Quell’umanità ha scelto la via dell’abbandono e della irreversibile catastrofe.

    Gerardo rese onore alla figura di Elias Canetti con una iniziativa a suo tempo programmata sul grande intellettuale con due conferenze tenute il 17 di dicembre del 2018 (Gerardo era morto a inizio del 2017) sulle trasformazioni urbane e le sue conseguenze, traendo ispirazione dalle sue opere. Il suo pensiero giustamente definito “LA COSCIENZA CRITICA DELL’EUROPA”.

    Ma ora che fare?
    Innanzi a scenari spaventosi che stanno insanguinando il mondo assassinando un numero impressionante di vittime innocenti: bambini bambine, donne anziani che si ritrovano a vivere già in condizioni spaventose e sub umane, nella striscia di Gaza. Chi ne dà conto di questi crimini contro l’umanità? Tutto rimane Impunito, impuniti i criminali che sono di fatto i capi di Stato, primi ministri, i responsabili degli apparati Militari, i costruttori di armi, un business che mai come ora arricchisce con miliardi di dollari chi lo gestisce.
    Mai si sente da parte dei conduttori del mainstream nazionale e internazionale, a parte
    rarissime eccezioni, la domanda: ma questa massa impressionante di armi di vario tipo, chi le fabbrica? E quanto costa un solo missile scagliato su popolazioni a cui manca acqua e cibo? Sappiamo che c’è un accordo ancora segretato tra il nostro Paese e le autorità Israeliane per la fornitura di armi. Il crimine, e l’assassinio di massa, è stato reso pratica istituzionale con leggi fatte ad doc. Tutte anti Costituzionali, quindi “FUORILEGGE”. Qualcuno ne parla? Qualcuno denuncia la violazione sistematica dei trattati che tendono al rispetto dei diritti umani e civili in particolare all’inviolabilità di ogni Vita umana?
    Ora sono in corso nella striscia di Garza le operazioni di terra. Sempre comunque seguite da bombardamenti che le autorità israeliane definiscono “mirati” ma che di fatto stanno creando massacri tra la popolazione civile.

    Leggete il comunicato di oggi nelle pagine della rivista “PAGINE ESTERI” a firma di Michele Giorgio, che riprende un intervento del Ministero dell’intelligence israeliana, pubblicato sulla rivista israeliana Local Call, in cui si raccomanda il trasferimento Forzato e permanente di 2.2 milioni di Palestinesi da Gaza nella penisola Egiziana del Sinai. Il documento di 10 pagine, datato il 13 ottobre 2023, è ritenuto da alcuni solo un “documento”, che però stimola governo Israeliano e autorità internazionali ad adoperarsi a che questo avvenga con la costruzioni di strutture per accogliere la popolazione palestinese. Ci si augura che questo non accada poiché sarebbe una seconda Nakba, 75 anni dopo. Ma purtroppo le premesse ci sono a osservare la violenza dei bombardamenti in essere, le distruzioni sistematiche di strutture e abitazioni. Non resta che la tragica constatazione, come più volte da me ribadito e come descritto lucidamente in un suo capolavoro Peter Handke “UN DISINVOLTO MONDO DI CRIMINALI”, che questa è la definizione tragicamente realistica dell’attuale classe dirigente che governa il mondo.
    Che fare allora? Riproponendo la domanda che si fece oltre 100 anni fa Lenin in scenari certamente diversi ma non meno drammatici…

    I giovani! Sono un patrimonio unico a loro il compito di costruire nei prossimi decenni a livello globale una classe dirigente che sia in grado di traghettare l’umanità tutta verso una convivenza pacificata. Destrutturando l’industria bellica riconvertendola, ponendo la gestione delle risorse economiche-finanziarie strategiche al fine di riequilibrare la distribuzione della ricchezza prodotta in modo equo e sostenibile per il Pianeta che ci ospita. VENTURI NON IMMEMOR AEVI. Recita la scritta simbolo della nobile famiglia dei Cassano ad effige del Palazzo in via monte di Dio a Napoli sede dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici.
    Noi non dimentichiamo: NON SENZA MEMORIA PER LE FUTURE GENERAZIONI.
    Cosi renderemmo anche se tardiva giustizia a Elias Canetti.

    Vittorio da Rios

    Guardando al genocidio in Palestina…

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    “La nostalgia di Dio per il mondo prima che lo creasse”.
    E avvolge anche il nostro cuore questa nostalgia che Elias Canetti ha saputo leggere in quel Dio col quale per tutta la vita si è battuto… Un corpo a corpo, contro quel Dio che ha inventato la morte, contro il potere che annienta gli altri per affermare se stesso, contro l’uomo che uccide…
    Riaprendo in questi giorni tremendi “La provincia dell’uomo”, raccolta di appunti dai diari che Canetti tenne durante tutta la vita, per trovare ancora una volta lì le parole. Che tutte, sull’uomo sono già state dette… E sempre qui trovo risposte.
    Così, guardando al genocidio che si sta perpetrando in Palestina…
    Diventiamo tutto ciò per cui abbiamo avuto un particolare ribrezzo. Ogni ribrezzo era un cattivo presagio. Ci siamo visti in uno specchio deformante del futuro, senza sapere che guardavamo noi stessi”.
    Elias Canetti, che qualcuno definì coscienza critica dell’Europa. Da leggere e rileggerne i pensieri… ogni sera, come colti da un breviario…

    Aspettando gli Avi

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    Aspettando gli avi… un viaggio attraverso leggende, miti e poesie della tradizione aurunca. Per ricordare che dovremmo curare tutti meglio il rapporto con le nostre tradizioni. Ognuno tenendo vivo il fuoco di quelle che sono l’anima della propria terra.
    “Si narra che la notte dei santi tutti i morti escono in processione. Noi viventi per vederli possiamo accendere un cero in loro rispetto alla finestra o al balcone. Chi vuole può persino invitarli a cena imbandendo la tavola con ogni ben di dio fino all’indomani. I morti ritornano con le loro animelle sotto forma di palombelle dai colori e dalle forme indistinguibili tra l’umano e il divino”… Così ci aveva raccontato Annarita Persechino, che è insegnante e ricercatrice e studiosa di fiabe e miti popolari, per presentare una delle prime edizioni di quest’evento da lei ideato che arriva oggi alla sua dodicesima edizione.. e davvero con tutta l’anima ci crede.
    E noi, che come lei ne siamo convinti, salutiamo con piacere e riconoscenza l’appuntamento che anche quest’anno ci propone…
    Ancora proponendo “la memoria storica culturale e antropologica del territorio aurunco”. Evocando i miti e le leggende ricche di simboli come la Luce, l’Attesa, la Speranza, la Pace e la Cura per il Creato, in questo periodo storico dove non mancano le guerre che affliggono i popoli e i cambiamenti climatici causati fa noi uomini, credo che sia doveroso.
    “Leggeremo un brano dell’Eneide carico di simboli dove Enea, che scende nell’Ade, viene lì riconosciuto grazie al ramoscello dorato che portava con sé e anche noi accoglieremo i nostri Avi con ramoscelli d’oro. Ricordiamo la figura di Enea perché legata al nostro territorio”, spiega.
    Martedì e mercoledì, a Minturno, nella cattedrale di San Pietro Apostolo, fra canti, leggende e poesie che rimandano alla Luce, alla Rinascita e alla Pace, protagonisti soprattutto i bambini, che sottolinea Persechino, “sono il punto di congiunzione tra passato e futuro“.

    Non in mio nome…

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    E ritornano alla mente i morti della Shoah. Il loro memoriale è lassù, sulla Collina del Ricordo. Yad Vashem. No, viene da pensare, se potessero vedere, se potessero sentire, non sarebbero affatto fieri di tutto questo altro inumano dolore. “Non in mio nome…” forse, sussurra, qualcuno…
    Vittorio Da Rios, che come sempre ringrazio, a proposito di quanto accade in Palestina…


    “Mi sto chiedendo sempre più spesso come mai che non si è seguito il pensiero e l’intuizione di un grande pensatore, filosofo e scienziato quali fu Epicuro. Che già quattrocento anni prima della nascita del Cristo storico aveva intuito tutto. E si era costruito il paradigma conoscitivo osservando orizzontalmente la condizione umana. concependo che tutto è unità. Che defini il sommo Platone l’ancella di Dionisio. E che combatte ogni forma di deismo e di esseri superiori e trascendenti l’umano. Il suo pensiero poi nel corso dell’incedere della storia subì manipolazioni e stravolgimento della sua reale essenza… Come mai che poi si è andati a costruire i dogmi religiosi divisivi che hanno devastato la storia nei secoli a venire per gran parte dell’umanità. I processi divisivi sfruttati al meglio dal potere di ogni epoca hanno determinato la creazione dell’Ominide assassino e genocidario. La compenetrazione e fusione poi tra il sacro usato come potente deterrente di controllo totale e l’utilizzo delle scoperte scientifiche e le protesi tecnologiche hanno determinato l’attuale tragedia in cui la donna e l’uomo post moderno sta oggi vivendo.

    I morti del genocidio della Shoah e i massacri genocidari praticati e gestiti di fatto dalla “tribù” bianca in Europa, America Latina, in Africa, in Asia, pensiamo “al metodo Giacarta come recita il titolo di un recente libro di Vincent Bevins, che descrive con meticolosità scientifica la crociata anticomunista di Washington e il programma di omicidi di massa che hanno plasmato il nostro mondo. Quanti disastri ha determinato l’era della guerra fredda e la divisione del mondo in due blocchi da entrambe le parti? E ora che fare? Spesso mi sovviene alla mente l’assioma profetico di un grande fisico contemporaneo che definì l’attuale fase storica tragicamente inedita per aver costruito il “mostro tecnologico di potenza; armiero-finanziario-produttivo-consumistico oramai fuori controllo all’uomo stesso, che non può che constatarne le conseguenze.

    Siamo innanzi a forme di violenza inaudita. La Immane tragedia Palestinese-Israeliana ne è una conferma. Poi vi è il conflitto Russia-Ucraina. E le decine di guerre e, conflitti che attualmente stanno insanguinando il Pianeta, con decine di milioni di morti solo in questo inizio di secolo bambini, infanzia, donne anziani le maggiori vittime. Riusciranno le nuove generazioni a destrutturare la violenza e determinare su scala planetaria una convivenza pacifica a tutta l’umanità? La cultura filosofica-scientifica-economica l’alta cultura saprà dare i giusti strumenti per riequilibrare la gestione dell’utilizzo delle risorse prodotte nel pianeta ora gestite da una minoranza il 10-12% della popolazione mondiale?

    Amico ti racconterò la storia della mia vita come tu desideri, e se fosse soltanto la storia della mia vita non te la racconterei… tanti altri uomini hanno vissuto e vivranno la stessa storia, per diventare erba sui colli”. Cosi inizia il racconto della sua vita Alce Nero a John G. Neihardt. E’ la storia di tutta la vita che è santa e buona da raccontare, e di noi bipedi che la condividiamo con i quadrupedi e gli alati dell’aria, e tutte le cose verdi; perché sono tutti figli di una stessa madre e il loro padre è un unico spirito. Molto probabilmente Alce Nero non aveva mai sfogliato un libro né conosceva la Bibbia, eppure aveva saggezza e sapienza da vivere armoniosamente con ogni forma del “creato”. In fondo la grande questione è il rapporto con “L’ALTRO”. Che come ci ha illuminati un grande profeta della post modernità come nessun altro pensatore: Padre Ernesto Balducci, “E’ TE STESSO UNA PARTE IRRINUNCIABILE DI TE. Nell’altro scrive Balducci dopo la svolta “Antropologica” vi è la necessità di costruire attraverso profondi processi di radicale modifica dei paradigmi che per millenni ci hanno formato costruire L’UOMO INEDITO, oltre l’uomo EDITO. I tempi odierni tanto insicuri e incerti dove l’Ominide sembra smarrito e sperduto. ce lo impongono se vogliamo evitare la definitiva catastrofe. E ognuno dia la luce che può.

    Vittorio da Rios

    E con l’azzurro, la luce…

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    Un mondo a colori è il tema della prossima edizione del Premio città di Trieste. Silva Bon vi partecipa con questo testo scritto in occasione della Giornata della Salute Mentale. Un testo che invoca l’azzurro, il colore più profondo, più immateriale. Un muro dipinto d’azzurro, è stato osservato, non è più un muro. E non a caso il muro dei manicomi è stato abbattuto da Marco Cavallo, dipinto d’azzurro, per regalare, a chi era stata negata, la luce…

    E con l’azzurro, la luce
    Testo di Silva Bon



    La luce che schiarisce le tenebre, riporta a vivere momenti lontani, arcaici, assolutamente mitici, totalmente intrisi di religiosità. Riporta al principio, quando inizia la Storia delle Storie …
    Riporta al Mistero della Creazione.
    Riporta al Dono di Prometeo: la fiamma rossa del fuoco che allieta il genere umano. E dà sollievo alle paure, alle angosce: nate, generate dal nero incombente su notti di terrore.
    Una negritudine incapace di dare risposte alla disperazione umana.
    Dopo l’occaso del sole, la domanda inquieta sembra – oppure è (?) – totalmente muta.

    Dove finisce la Luce, quando si dissolve nelle mille rifrazioni di un arcobaleno che sparisce dietro, sotto, l’orizzonte? È ancora possibile un suo ritorno?
    Il poeta indica la strada: L’altrove è là. La Vita è là.
    Luce luminosa. Come metafora, simbolo di possibilità. Contro l’inferno nero, denso, di ogni orrore.

    Il nero è non – colore. Negazione di colore.
    Perché avvolge, copre, dissimula, protegge le tenebre dell’odio.
    E i discorsi di odio invidioso diventano invidia gialla, che si fa azione odiosa, accadimento perverso, realtà sadica. Il reale, allucinato e allucinante.

    L’odio giallo trascina ineluttabilmente alla cancellazione violenta dell’Altro, fatto nemico, violato, stuprato, torturato, messo a morte.
    Cancella ogni responsabilità, ogni consapevolezza, in una deprivazione/depravazione assoluta?

    Dove è l’equilibrio? L’attimo colorato di arancio?
    Il difficile equilibrio. Una pausa, quasi eroica. Costruita su stabilità, su certezze. Contro le continue oscillazioni – là precari e insicuri, in bilico su una corda tesa, simili a miseri giocolieri sulla piazza del villaggio, il giorno della festa (?).
    Dove è il colore addolcente dell’Arancio?

    E la verde Speranza? Che riposi la vista? Che riposi lo sguardo, affaticato da turbini di immagini insostenibili? Che si posi sul verde incontaminato di prati, di boschi? Che si inebri di profumi fioriti?


    Ma l’Azzurro, lentamente, vede incedere l’Alba. Si apre alla apparizione folgorante della Luce.
    È l’Aurora dalle rosee braccia, cantata da Omero, il ritorno alla vita.

    Trieste, 10 ottobre 2023
    Martedì, ore 11.30
    Giornata Mondiale della Salute Mentale

    Il punto di non ritorno..

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    Me lo chiedono spesso: ma perché ti occupi di carcerati? Perché… come hai cominciato…
    L’occasione è stata ritrovarmi fra le mani, in redazione, una lettera di un gruppo di ergastolani ostativi, che chiedevano di spiegare, di raccontare, di dare loro voce… e scoprire che “ostativo” non sapevo neanche che significasse… E ho iniziato a incontrare nomi, immaginare volti, conoscere storie: Alfio, Carmelo, Mario, Alfredo, Giovanni, Pasquale… Alla fine, da quell’incontro virtuale, che si è affollato di scambi di lettere, è nato anche un libro, “Urla a bassa voce”, che ha raccolto le testimonianze di trentasette ergastolani.
    Ma c’è stato un momento che ha significato il punto di non ritorno…
    Ne parlo spesso. L’essermi ritrovata nel carcere di Padova, il Due Palazzi, per un seminario, organizzato da Ristretti Orizzonti, cui partecipavano i detenuti dell’AS1, gli ergastolani ostativi, quelli che “più cattivi di così non si può”. Una quarantina di persone, lì tutti attenti ad ascoltare. I più con un passato di anni e anni di prigionia. Tutti con la prospettiva di un futuro al chiuso “finché morte non ci separi”. Perché, salvo miracoli e combinazioni complesse, questo è l’ergastolo ostativo…

    Mi colpirono molto i loro sguardi. Quelli dei più anziani, sguardi di visi invecchiati, con le loro vite, in celle di solitudine. Quelli dei più giovani, inquieti e braccati, che negli occhi dei più grandi vedevano riflesso il loro destino… No, non è stato più possibile liberarmi di quegli sguardi. Né dei loro silenzi… frasi mute a incespicare nelle parole di chi fremeva comunque per dire, per raccontare, per uscire, con la propria storia, dal buio nel quale era stato ricacciato… sguardi, silenzi e parole, che mi sono portata dentro, e in me sono rimasti anche quando alle mie spalle, che andavo via, si sono chiusi i cancelli del carcere…
    Perché? Perché non mandare tutto via con una scrollata di spalle? Perché chi ha visto non può fare finta di non avere visto.
    Così sono tornata, ogni volta che è stato possibile. A Padova. Ma anche poi a Spoleto, San Gimignano, Cosenza, Parma, Oristano… a inseguire, anche, persone che dopo la pubblicazione di quel primo libro mi hanno contattata perché ancora tanto avevano da dire… E quando sai dove lasci la persona che sei andato a trovare, ogni volta sempre più sapendo e sempre più capendo, difficile che la tua vita scorra come prima.
    Anche per questo sono convinta che se si sapesse, se si vedesse… cambierebbe, e non di poco, il nostro atteggiamento nei confronti di chi è recluso. Ma le porte delle nostre carceri sono ben serrate…

    Mi capita spesso di pensare a quella prima lettera “galeotta” arrivata in redazione. Che molte cose ha cambiato della mia vita. Ma che pure si è inserita in un solco che già in qualche modo, sommesso, da tempo era tracciato dentro di me…
    Ecco. Nella biblioteca di casa, quand’ero ragazzina, avevo trovato un volume, vecchissimo, forse del padre di mio padre, di un libro di Dostoevskij: “Memorie dalla casa dei morti”, racconto della sua esperienza carceraria in Siberia. E io, educata fin da allora a cercare nei libri la conoscenza, attirata da quel titolo, anche pauroso, l’ho letto, e tutto. Ero mi sembra in seconda media, e sinceramente non so cosa potessi avere davvero capito a quell’età. Ma indelebile mi è rimasto nell’anima un senso di cupezza e di violenza e di ingiustizia… mi è rimasta l’immagine di una scatola chiusa e persone che guardano in alto, verso un cielo impossibile… e questa idea di carcere è la cosa che mi sono portata dentro tutta la mia vita, da ben prima che trovassi modo di occuparmene.
    Racconto questo per dire a chi ha responsabilità di educare: fate leggere ai ragazzi quel libro, aiuterà a far crescere una società meno indifferente…
    Fate leggere Dostoevskij, ma anche “Resurrezione” di Tolstoj, “Il vagabondo delle stelle” di Jack London… La grande letteratura che meglio come non si potrebbe racconta il carcere, perché il carcere nella sua orrenda sostanza, principi a parte e fatta salva la buona volontà di molti che pure ci lavorano, è sempre la stessa cosa da 250 anni, da quando è nato, come retribuzione per un reato, nella sua forma attuale.
    Raccontate anche le storie dell’oggi e confrontatele con quelle di ieri. Insegnate anche ai ragazzi a immedesimarsi… Non potrò mai dimenticare le parole di Mario Trudu, morto in carcere, malato, dopo quarant’anni di reclusione assoluta: “Riuscite a immaginare che significa essere chiuso qui dentro da trentotto anni? Provate a pensare… cos’eravate, dov’eravate voi trentotto anni fa… Io da allora sono qui”.

    E ho imparato a immedesimarmi. Altro esercizio importante…
    Ma non solo. Nella mia ricerca dei primi tempi, perché le domande, i dubbi, i timori, pure sono tanti… avevo incontrato le parole di Elias Canetti… che parla del dovere di “conservare la capacità di metamorfosi per tenere aperte le vie d’accesso tra gli uomini”. Alla metamorfosi, dice Canetti, soprattutto l’uomo deve la sua pietà, che “non ha alcun valore se viene proclamata come sentimento generico e indeterminato. Essa esige la concreta metamorfosi in ogni singolo essere che vive e che c’è”.
    “Per tenere aperte le vie d’accesso fra gli uomini”… tutti, perché nessuno, neanche quello che pensiamo sia il peggiore di noi, ne sono sempre più convinta, merita di essere respinto nell’indistinto.

    Scritto per Voci di Dentro


    Ancora sul Gatto Randagio… risposte ad alcune domande…

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    Storie randagie, il graffio del Gatto per restare umani” ed. Strade Bianche di Stampa Alternativa.
    Breve intervista. E grazie a Monica Mariotti che me l’ha fatta…

    Questo libro è la raccolta di alcuni tuoi articoli di una rubrica, ospitata dal sito “Remocontro”, dal titolo “Gatto Randagio”. E la prima domanda che sorge spontanea; perché “Gatto randagio” che poi ispirerà il titolo del libro, “Storie randagie”… Un’idea plausibile è che come un gatto vagabondo, gira, guarda, osserva, così un po’ come fai tu…
    “Proprio così. L’idea è quella di identificarsi in un osservatore particolare come può essere un gatto randagio… che va in giro annusa, si imbatte in mille cose, e sa frugare anche nella “spazzatura”… quella che noi consideriamo spazzatura, ma che in realtà può svelare grandi tesori, a saperli vedere… un gatto si aggira soprattutto fra i vicoli e incontra tante cose della vita, tante storie e persone che noi consideriamo marginali, ma che molto spesso hanno da insegnarci, soprattutto a proposito della nostra presunzione e indifferenza…
    Il gatto è anche libertà.. di pensiero e di linguaggio…”

    Molti, forse la maggioranza, dei tuoi pezzi riguardano il sociale, racconti che diventano a volte una denuncia… Però ci sono poi articoli come quello dell’orchidea e il fagiolo, quasi filosofici, poetici anche. Dare importanza a una cosa piccola come un fagiolo e che “provoca” la fioritura di un’orchidea… Cosa ci insegna questa “onirica” accoppiata?
    “Miracolo napoletano”… Più che un articolo è un racconto. Ma è tutto assolutamente vero. Nasce dal suggerimento che mi ha dato un fioraio per far fiorire un’orchidea che da tempo non dava fiori. Seminarle accanto un fagiolo.. vedendolo nascere l’orchidea non vuole essere da meno… e fiorisce. E così è stato, lo giuro. Cosa insegna? A percepire la vita ovunque, la sensibilità della natura tutta, le sue regole e la forza vitale che ogni cosa può sprigionare e indurre… anche un modestissimo fagiolo… “

    Un tema che torna spesso, il carcere. Con la morte, anche di Mario Trudu, ergastolano morto dopo indicibili sofferenze, gravemente malato , dopo 40 anni ininterrotti di carcere, tu usi la metafora dei cavalli di razza e non…
    “E’ una frase che ha scritto lui, Mario, che ho seguito per tanti anni, di cui, grazie a Marcello Baraghini, abbiamo pubblicato tre libri e non solo… Mario aveva una scrittura davvero potente, che Marcello ha subito riconosciuto… Quasi un presentimento, un terribile presentimento, in una pagina che fa mi ha mandato qualche settimana prima di morire…: “Non si uccidono i cavalli di razza a quel modo, ci sono cavalli nati e cresciuti in una stalla lussuosa, ma ci sono anche quelli nati bradi nei pascoli, dove per sopravvivere si spaccano ogni giorno gli zoccoli, ma non per questo sono figli di una razza inferiore a coloro che sono nati in una stalla di lusso..”… lui, cavallo di pascoli liberi…”

    Non sei tenera anzi, giustamente spietata quando scrivi di Hevrin Khalaf politica attivista curda violentata, lapidata e uccisa. Affermi con forza che “l’orrore va visto e divulgato per scioccarci ma per smuoverci soprattutto”. Tutti i divulgatori dovrebbero pensarla in questo modo, ma purtroppo sappiamo non è così, cosa diresti loro per persuaderli?
    “Io penso che ci sono morti che sono “pubbliche” .. e sono immagini che vanno viste, anche se fa male. Veniamo a volte avvisati che “queste immagini potrebbero ledere la sensibilità”. Io penso che la nostra “sensibilità” debba essere lesa. Altrimenti, noi che abbiamo perso la capacità di immedesimazione, non capiamo veramente la gravità, il dolore delle cose… trincerandoci a volte anche dietro un, a mio parere ipocrita, rispetto delle vittime… Dobbiamo guardare in faccia alle cose, delle quali spesso siamo in qualche modo anche noi responsabili. E il giro sarebbe lungo… ma, ad esempio, noi siamo un paese esportatore di armi… perché abbiamo “pudore” nel vedere quello che le armi, anche in paesi lontani, provocano?”

    Poi cambi linguaggio e parli di Madonne che si riuniscono in mare la notte, prima della festa del 15 agosto.. con un corteo di sirene “mute da far paura. Coperte di veli neri, e con al collo collane di rami di corallo, che sono sangue, sangue di tutte le vittime…”. Come le trovi queste straordinarie rappresentazioni?
    “Le Sirene che piangono vittime del mare e le Madonne che preparano una protesta contro lo sventagliare di rosari dell’allora leghista ministro degli interni… Ah, queste idee vengono al Gatto… che riesce a leggere realtà che noi non vediamo. Non è “fantasia” o “delirio”. Il Gatto mi ha insegnato ad abbandonare i normali parametri, a cercare di leggere attraverso le cose. E anche il linguaggio si adegua…”

    In maniera anche molto ironica affronti i problemi della diversità delle classi sociali, l’episodio dei treni ad alta velocità e sulle diverse offerte di servizi tra prima e seconda classe è spassosissimo ma fa anche riflettere… raccontaci di più.
    “Usare i mezzi pubblici è fonte inesauribile di storie… Credo che usare i mezzi pubblici (io ho abbandonato l’auto definitivamente una quindicina d’anni fa) fa capire la realtà della vita di tante persone, dove va la società… Qui ti riferisci all’annuncio ascoltato su un Freccia: “uno speciale benvenuto con snack, bibite, piccoli omaggi e degustazioni esclusive”, ai clienti di prima classe. Annuncio che attraversa tutte le carrozze, anche di seconda. Annuncio triste, anche volgare, a mio parere, a rimarcare differenze di classe e di disponibilità… E il Gatto ne incontra, e racconta, tante di storie come questa… incontrate su treni, bus, dietro l’angolo di strade secondarie, nei vicoli…”