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    Infinita Poesia – Cunto per Victor Jara

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    Te recuerdo Amanda…
    L’avevo conosciuta, quella canzone, bella e struggente, ripresa fra le tracce del “Viaggio fuori dai paraggi”, di Daniele Sepe… Bellissima e struggente canzone d’amore. Tanto bella nell’incisione di Sepe, che ero quasi passata sopra il nome del suo autore. Victor Jara. La cui immagine torna, invece, potente, ora che leggo dello spettacolo che all’artista cileno dedica Area Teatro. Area Teatro… Alessio e Ivano di Modica, che, con la tecnica narrativa del cuntu siciliano, raccontano… raccontano, ricordano e denunciano.

    Li abbiamo seguiti in questi anni in giro per l’Italia… con lo spettacolo, nel 2021, “20 anni- cronache del G8 di inizio millennio”, e poi, la scorsa primavera, con la “Favola Industriale Blues”… Oggi annunciano il terzo appuntamento: “INFINTA POESIA-cunto per Victor Jara”. A chiudere una trilogia che “racconta di visioni del futuro, di persone e territori che credono, hanno lottato e lottano per costruire il migliore dei mondi possibili”.
    E, proprio in coincidenza con il 50° anniversario del golpe cileno del 1973, sul palco ancora sarà Alessio, il cuntista… a raccontarci questa volta Victor Jara “un artista straordinario che metteva al primo posto la libertà, l’amore smisurato e concreto per i più deboli”.

    Victor Jara che durante il golpe fu arrestato, portato allo stadio del Cile, torturato e ucciso. Alessio di Modica spiega di aver scelto la storia dell’artista, fra le tante vittime del terrore di quella tremenda pagina della storia cilena, perché non molto conosciuta. Un racconto che diventa anche riflessione sul ruolo, oggi, degli artisti indipendenti: “L’essere impegnati, purtroppo spesso per molti artisti, fa solo parte del marketing e non di un incontro reale con il cuore della gente; nel frattempo le multinazionali della comunicazione producono una cultura di massa superficiale attraverso piattaforme e social, mentre nel mondo ci sono artisti che ascoltano la voce della strada sulla scia di persone come Victor. La sua storia è emozionante, tragica, rivoluzionaria, piena di dolcezza e crudeltà”.

    E lo immagino, e aspetto di vederlo, sul palco, Alessio… “senza nulla altro se non i cocci della vita dell’artista cileno per creare un racconto fatto di delicatezza e di una tenera fame di umanità”. Per raccontare con la storia di Jara, la storia del Cile e di quell’11 settembre che un po’ meno si ricorda…

    Ancora un dono prezioso alla memoria e a questi nostri tempi distratti.
    INFINTA POESIA – CUNTO PER VICTOR JARA, dunque. Lo spettacolo partirà da Bologna il 9 settembre alla Casa della pace al Pratello, passando per Milano il 10 al centro sociale Leoncavallo, il 22 a Catania nel giardino della biblioteca Crifò-Navarria, il 24 a Sortino (SR) nel Chiostro dei Cappuccini.
    Infine a Roma, il 27 settembre, ospiti dell’ambasciata del Cile in Italia, che inserisce l’appuntamento fra le iniziative legate al 50° anniversario del golpe.


    Un mondo senza galere è possibile

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    L’8 settembre, a Pitigliano, al Festival della letteratura Resistente, si parlerà fra l’altro di carcere… con la presentazione dell’ultimo testo di Sandra Berardi, presidente dell’Associazione per i diritti dei detenuti Yairaiha Onlus che ha fondato nel 2006…: “Un mondo senza galere è possibile”. Tre domande per Sandra…

    Un mondo senza galere è possibile, il titolo dice tutto… tu sei abolizionista convinta

    “Ogni giorno che passa ne sono sempre più convinta. Il carcere non è la soluzione ma parte del problema. Sulla carta il carcere dovrebbe “rieducare” il condannato, in realtà l’unico fine dell’istituzione carceraria è recludere gli autori di reato e i presunti tali senza badare né alle cause delle condotte né ai risultati che si ottengono dopo la reclusione. Penso che ci sia una doppia responsabilità dello Stato, e della società tutta, nei confronti delle persone che hanno condotte extralegali. La Costituzione italiana è stata spesso definita la costituzione più bella del mondo, e forse lo è, ma credo che sia anche la più vituperata. Alcuni articoli, in particolare l’art. 3 (Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese), non sono mai stati attuati andando a creare delle vere e proprie “zone sociali carcerarie” che ad ogni emergenza, reale o presunta, vengono allargate sempre più. Un esercito di disperati per i quali l’extralegalità rappresenta l’unico modo per poter sopravvivere.
    D’altro canto, quando si inciampa nel sistema penale e carcerario perché ritenuti colpevoli di un qualsiasi reato non esistono possibilità reali di cambiamento e miglioramento perché le carceri hanno la sola funzione di recludere; e il tempo vuoto della pena è fatto di costrizioni, umiliazioni e privazioni che non fanno altro che acuire la distanza con lo Stato e la società tutta. Finanche i rapporti familiari, spesso, vengono compromessi dalla distanza e dalla mancanza di umanità che accompagna i colloqui”.

    Ma è una strada in salita. in Italia, a differenza di tanti altri paesi, manca un dibattito che metta in discussione il carcere come soluzione dei problemi… e se c’è è molto limitato… e il purtroppo il populismo penale è cosa trasversale che va, nel nostro paese, da destra a sinistra…


    “Negli ultimi 25 anni le sinistre hanno rincorso, e abbondantemente superato le destre sul piano del populismo penale e del giustizialismo. Basti pensare che quella sorta di lager etnici per migranti che non hanno commesso alcun reato sono stati istituiti da Livia Turco e Giorgio Napolitano, seguiti poi da tutta una serie di leggi liberticide e pacchetti sicurezza riempi-carceri emanati negli ultimi venti anni in maniera bipartisan. I risultati sono ben visibili nei quartieri popolari e nelle carceri.

    Le cronache di quest’estate sono tremende. I suicidi, l’affollamento, le condizioni indecenti,.. Come scalfire l’indifferenza delle persone..

    “I suicidi, l’affollamento, le condizioni indecenti… sembrano essere diventati il tema di coccodrilli estivi che i giornali hanno belli e pronti, come quelli preparati in previsione della morte di personaggi famosi. Ma le condizioni carcerarie sono drammatiche tutto l’anno. Lo scorso anno sono stati 88 i suicidi, di cui una ventina nel solo mese di agosto. Mentre l’indifferenza delle persone è sempre più marcata e non solo verso i detenuti e le detenute. Mi tornano in mente le parole di Annino Mele a proposito dei femminicidi o dei maltrattamenti in famiglia: prima se si sentivano urla nella casa vicina si accorreva con senso di comunità, oggi ammazzano di botte un ragazzo per le vie del centro di una qualsiasi città ed è solo una scena da filmare con il cellulare… ”

    Tu credi profondamente che il male e il crimine possano essere sconfitti solo attraverso un profondo cambiamento dei paradigmi socio-economici e culturali della società

    “Credo di avere già risposto nella prima domanda: l’articolo 3 della Costituzione va attuato. Nelle aule di tribunale deve entrare la consapevolezza della responsabilità sociale e statale delle condizioni di degrado e marginalità che spesso sono le sole cause delle condotte extralegali. Extralegali e non “devianti” perché credo che questa ultima categorizzazione rispecchi molto poco le condotte di chi è costretto dalle condizioni socio-economiche a delinquere. Così come trovo ipocrita definire i detenuti “ospiti dell’istituto penale tizio e caio”: i detenuti sono carcerati, privati della libertà e degli affetti troppo spesso solo perché hanno osato scippare un pezzo di pane “dalle tasche già gonfie di chi aveva rubato”. Mentre anche le mafie traggono linfa vitale da un sistema squilibrato dominato da diseguaglianze e povertà”

    Bisos. Alla ricerca del tempo perduto

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    Bisos… sogno… sogni... E proprio come un sogno è entrare nelle immagini dell’ultimo lavoro di Pietro Basoccu. Che tante volte ci ha catturati, con il suo scavare, soprattutto attraverso i volti, nell’anima della sua terra di Sardegna.
    Ma per la prima volta il suo sguardo di fotografo non cattura volti, non persone, o la loro anima, sullo sfondo dei luoghi del loro vivere… per la prima volta ci regala racconto del paesaggio. E che racconto! Davvero sorprendente, se nelle sue immagini non c’è proprio nulla di consueto, nulla di quella “spettacolarità che fa parte del mondo mediatico del paesaggio”.
    “È un viaggio onirico. Un ritorno all’infanzia”, spiega Pietro Basoccu. “Di quando, passeggiando per i monti, alla loro scoperta, si era sopraffatti dallo stupore nel guardare le rocce che il tempo aveva modellato fino a fare assumere alla pietra i più vari aspetti. Il paesaggio, le rocce, come pretesto per far viaggiare la fantasia e l’immaginazione”.
    E sono architetture di totem, e sono volti umani, e sono animali, e sono esseri saliti, pensi, dalle viscere della terra, spaventosi, commoventi anche…
    Certo per riuscire a restituirci tutto quello stupore, saper ancora leggere la vita di quei profili, di quelle fantastiche architetture… bisogna avere conservato sguardo di bambino. Basoccu lo ha conservato intatto.
    Sfogliando le immagini, come sempre in un rigorosissimo bianco e nero, cosa vedoun profilo di cavallo rivolto verso il cielo, a nitrire verso chissà quale dio… il bacio pietrificato di due volti antichi… il grido di un rapace… una processione di spiriti… uno sguardo pensoso di sfinge, che sul destino dell’uomo sembra abbassarsi dolente…
    Per un attimo viene magari da pensare al giardino di Bomarzo… e ai suoi mostri di pietra… Ma no, nulla di tutto questo. Nulla del senso di artefatto che mi ha trasmesso (mi perdonino i suoi cultori) la pur travolgente finzione scenica del monumentale complesso cinquecentesco… Qui è la mano della natura che tutto ha già scritto e tutto scrive della storia del mondo con potenza che non ha eguali… E Basoccu, lasciandosene completamente conquistare, è riuscito a coglierla. Sembra a tratti di sentirne il grido…
    E mi perdoni se ancora il mio pensiero va a Mario Trudu… l’eterno ergastolano, nei cui scritti è sempre sottesa, quando non dominante come nella sua autobiografia, l’immagine della natura della sua terra, che molto spiega della sua forza e durezza… una sorta di roccia del Gennargentu, avevo definito Mario, che pure svela momenti di inaspettata dolcezza e nascoste fragilità… Sarebbe rimasto incantato anche lui da queste immagini, dalla loro commossa potenza. Mario Trudu che, se non avesse imparato a scrivere, le sue storie, ho sempre detto, le avrebbe scolpite nella pietra. E sarebbe stata roccia dei suoi monti…
    Qui Basoccu… legge le meraviglie anche paurose inscritte sulla pagina della terra, che ancora una volta è Sardegna, ma ancora una volta è anche voce del mondo…
    Bisos, alla ricerca del tempo perduto“, dunque. Nella elegante edizione della Soter Editrice. E ancora domani in mostra a Perdasdefogu (nel giardino davanti alla biblioteca comunale)…

    A proposito dell’uomo morto dopo essere stato fermato con un taser…

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    Comunicato stampa del Forum Salute Mentale APS, a proposito della morte dell’uomo con disturbi psichiatrici “fermato” con un taser…

    “La drammatica notizia del 35enne con problemi psichiatrici morto, in un centro in provincia di Chieti, dopo essere stato bloccato con un taser e quindi, secondo le notizie di cronaca che leggiamo, essere stato sedato.
    Sarà l’inchiesta aperta con l’ipotesi di omicidio colposo a chiarire i molti dubbi sulla dinamica del tragico episodio. Ma intanto alcune cose riteniamo vadano dette per invitare a un serio momento di riflessione che riteniamo vada fatto.
    Della necessità del taser, “arma che non uccide”, ci si affrettò a parlare alcuni anni fa dopo l’uccisione di un ragazzo di vent’anni, di origine ecuadoregna, Jefferson Tomalà, ucciso a Genova con cinque colpi di pistola, nel corso di un presunto TSO. Enfatizzando, come ultimamente troppo spesso si fa, l’aspetto della sicurezza piuttosto che favorire il ragionamento su come meglio aiutare, gestire, controllare anche, una persona in un momento di confusa, disperata agitazione.
    Ricordiamo che sulla presunta “non pericolosità” del taser, introdotto come strumento di prevenzione del crimine, serie obiezioni sono state a suo tempo avanzate innanzitutto in campo medico, mentre da tempo Amnesty international denuncia le decine e decine di morti collegate all’uso del taser nei paesi, fra cui gli Stati Uniti, dove è in uso da tempo.
    Un’arma “meno che letale”, si insiste, contro i malviventi… ma da subito ci siamo chiesti quante altre persone, agitate, magari sconvolte o persone esasperate (e quante ne incontriamo di questi tempi per strada) con scarsa capacità di autocontrollo, persone che magari con gesti inconsulti temiamo attentino alla nostra tranquillità, corrono il rischio di essere inchiodati allo spasmo di una sorta di elettrochoc. E la vicenda di questi giorni purtroppo conferma questi timori…
    Questo strumento non fa altro che confermare una sorta di distanza, come una voragine, che si va creando sempre più fra noi e le persone che vivono un’esperienza di disturbo mentale, per cui qualsiasi strumento diventa lecito dal momento in cui quella persona finisce di essere tale. Tornando indietro di decenni, la persona affetta da disturbo mentale diventa oggetto. Qui si parla di una persona nuda per strada, ma cosa sia successo a lui prima, il suo percorso, il suo dolore, nessuno se lo chiede. Come il suo sconvolgente malstare era stato preso in carico dai servizi di salute mentale che pure ben conoscevano questo giovane uomo.
    Noi continuiamo a pensare che questa supremazia della pericolosità e della sicurezza non fanno altro che indurre a cancellare una visione della cura che è quanto di più necessario mettere in campo se si vogliono davvero affrontare il disagio che ci interroga sempre più drammaticamente.
    Al primo posto è la persona col suo dolore, e a partire da qui bisogna agire. Noi ci domandiamo quale cultura avessero quegli inconsapevoli agenti di polizia che hanno usato questo strumento di “distanziamento” che è il taser. Come hanno potuto vedere in un uomo che corre nudo e disarmato una minaccia grave per la l’incolumità degli altri. Siamo molto colpiti dal silenzio (ma forse potevamo attendercelo) delle psichiatrie che sempre più tendono a ridurre uomini e donne a oggetto. Psichiatrie che non sono più in grado di scandalizzarsi né di fronte a queste morti, né di fronte alle morti per contenzione o per abbandono, né alla morte per riduzione all’invisibilità del “cronico”, proprio da queste psichiatrie dominanti prodotte.
    Noi pensiamo che ripartire con molto rigore da una riflessione intorno alla cura può rappresentare un concreto punto di partenza. La cura, intesa come miglior modo per riconnettere la frammentazione che c’è stata e che porta a episodi come questo da cui parte la nostra riflessione. La cura che, come ha insegnato Basaglia, è quanto di meglio possiamo mettere in campo. Per praticarla abbiamo strumenti efficaci: da una vasta cultura su come affrontare la presenza dolente degli altri, alle tante esperienze fatte che da cinquant’anni a questa pare indicano la strada da seguire.
    Condividendo quanto detto da Mauro Palma, garante dei diritti delle persone private della libertà, che “non è accettabile che l’operazione per ricondurre alla calma una persona in evidente stato di agitazione e, quindi, di difficoltà soggettiva, si concluda con la sua morte”,

    Peppe Dell’Acqua
    Forum Salute mentale

    Arzigogolo Randagio…

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    La parola a Ennio Remondino, con questa sua prefazione per “Storie Randagie” , che ancora ringrazio per lo spazio che mi ha lasciato nel suo sito, “RemoContro” (per sette anni, e non sono pochi, quasi un matrimonio…)

    ‘Gatto Randagio’ è arrivato su Remocontro per colpa di una antica amicizia personale, e con idee molto confuse. In un blog giornalistico ‘antico’ e forse persino pedante, principalmente di politica internazionale, immaginare uno spazio anarchico-creativo quale è stato ‘Gatto Randagio’ (assieme a ‘Polemos’ di Antonio Cipriani), confesso, è stata una follia legata al nome dello stesso contenitore, ‘remare contro’ ed esaltare la proclamata ‘virtù del dubbio’. Sul remare controcorrente e trovare dubbi più originali e ben argomentati dei temi affrontati da Gatto Randagio, non credo potrete trovare di meglio. Anche per litigarci, ovviamente. A questo punto però, per svelarvi almeno in parte cosa vi aspetta con questo libro, sono costretto a scendere sul personale, facendo pentire l’autrice per questa richiesta di prologo.
    Definirsi ‘Gatto Randagio’ è una vanità sua, di Francesca de Carolis. Per chi la frequentava nel giornalismo di tanti anni fa e le voleva bene, lei era l’artista degli ‘arzigogoli’, come io, malignamente, avevo iniziato a chiamare le sue preziose giravolte su argomenti spesso impossibili. Arzigogolo de Carolis era geniale su tanti argomenti, ma troppo buona, e molti carognoni, redazionalmente furbi, se ne approfittavano. Sensibilità social politica un po’ eversiva la sua, di sinistra ma incasinante anche su quel fronte, e pezzi molto spesso dissonanti col giornale che assieme condividevamo: il governativissimo e democristianissimo Tg1.
    Né lei né io (e mezza Italia con noi) immaginavamo allora che sarebbe venuto il tempo del rimpianto per quegli ‘eversivi direttori ‘alla Emilio Rossi, Albino Longhi e Nuccio Fava che oggi ci ricordano i preti sudamericani della ‘teologia della liberazione’. Quasi catto-comunisti. Poi, ad instradarci sul futuro politico sociale che si affacciava, arrivò Berlusconi a farci assaggiare il primo populismo formato tv, avanguardia di quello social che ormai regola la politica planetaria.
    Ed è per questo che, tanti anni di amicizia Rai dopo, con Francesca sempre un po’ arzigogolo nonostante l’età ormai adulta, ci siamo ritrovati a tentare di fare il giornalismo dei poveri (come mezzi), con Remocontro che mi ero appena inventato, ma con tante pretese a livello di contenuti. Tanta politica estera figlia della globalizzazione che decide su tutti noi, poco litigiosa politica di casa e solo sul sociale, e basta. Culturale a trovarne qualcuno capace. E qui arriva Francesca Arzigogoli Randagia de Carolis, passata dal Tg1 alla ancora più anonima Radio di sperati contenuti più aperti.
    Vite professionali ormai disgiunte le nostre allora. Per me anni di corrispondenze e guerre all’estero, per lei, credo, altre battaglie e, temo, altre delusioni. Tanto da decidere di smetterla col giornalismo tradizionale e tutelato della Rai, per occuparsi da vicino dei dannati della vita, barboni, senzatetto, carcerati. Per poi, e solo se era utile per loro, anche scriverne con la sua bella penna.
    Con Francesca abbiamo condiviso molto anche se con chiavi di lettura diverse. Anch’io, per una parte della vita ho frequentato carceri, eversori e mafiosi. Ma non per redimerli. Approccio classicamente giornalistico rispetto a sensibilità più alte che non praticavo, anche se ritenevo giusto avessero comunque il loro spazio di attenzione e di racconto. E da quelle esperienze è nata la lunga serie di ‘Gatto Randagio’ in un rapporto di piena autonomia dell’autrice e a volte con qualche dispiacere del curatore.
    Tanti miagolii alla rinfusa. Poi Gatto Randagio, a conferma del suo nome, ha ritenuto che quello spazio di racconto fosse tempo perso rispetto a un fare soprattutto nelle carceri e ha lasciato su Remocontro il vuoto della domenica mattina.
    Debbo confessarvi che non so ancora bene se ho perdonato sino in fondo quell’abbandono, ma come potevo dire di no alla richiesta di questo prologo, dopo che Gatto Randagio aveva trovato un editore tanto coraggioso da raccogliere i suoi miagolii e farne un libro. Un libro importante, mi azzardo a sostenere.
    Sono certo che a voi piacerà, e molto, se avrete il coraggio di superare il primo sbandamento, ed entrare dentro ai tanti e sempre diversi pensieri e modi di racconto. Perché Francesca Arzigogolo Gatto Randagio de Carolis vale davvero molto.
    Ti voglio bene traditrice!

    Ennio Remondino

    Gattitudini. IL gatto è un fingitore…

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    “Gattitudini”, cronache delle dinastie di gatti che hanno affollato la vita di Ludovica De Nava (La quercia e la rosa, ricordate?). Questa è la mia prefazione al libro… e grazie a Ludovica per avermela affidata… facendomi conoscere le fantastiche “piccole persone” (Anna Maria Ortese così chiama gli animali tutti) della sua famiglia..

    Zoe, Indiana Jones, Momoa, Cipria, Omero, Strudel, Mia, Priscilla…
    L’estro, l’accuratezza e la fantasia a un tempo che chi decide di ospitare un gatto dedica alla scelta del nome da dargli mi è sempre sembrata cosa stupefacente. E molto mi ha sempre detto di quelle persone, a cominciare della loro capacità di attirare l’attenzione e poi conquistarti, con la leggerezza di chi sa imbastire conversazioni come sulle note di miagolii lievi e distratti, e poi…
    Ludovica così l’ho conosciuta, a bordo del trenino che dal centro di Roma porta fuori verso la Flaminia…
    Avevo la testa tuffata nelle pagine di un libretto di poesie di Eduardo de Filippo…
    “Si interessa di teatro?” mi ha soffiato una voce gentile. Ho sollevato gli occhi su un bel sorriso e due occhi da gatta… ed eccoci qui, a una dozzina di anni di distanza, ancora a scambiare a tratti fra noi appunti e parole, nonostante il tempo e le distanze. D’altra parte, l’aver tutte e due più meno sempre condiviso la vita con quei “bimbi pelosi col naso umido” è cosa che affratella e unisce…
    Così ho letto con molta curiosità e piacere le pagine di questo racconto, che ci regala cronache delle dinastie di gatti che hanno affollato e animato la vita dell’autrice. Gli arrivi, le nascite, gli ardimenti, le ruffianerie, le percezioni, gli incidenti, le malattie, le cure, qualcuno che scompare, qualcuno che muore… Ognuno col suo carattere, i suoi amori, le sue scelte. E sono tanti, è quasi difficile tenerne il conto, perché quando si inizia, sapete, un gatto tira l’altro…
    E’ una sorta di incantamento di cui loro, i nostri amici pelosi, conoscono il segreto. E lo tengono gelosamente riservato, altrimenti come riuscirebbero a farci fare (quasi) sempre quello che vogliono? A essere onesta qualche volta mi sono chiesta se vediamo in loro un alter ego da cui accettiamo quello che a noi mai perdoneremmo. Ancora non ho risposte certe.
    Ho provato a cercarne in questo lungo racconto, che mi è sembrato un po’ un trattato di psicologia. Del gatto, ma anche del suo padrone…
    Ops! Il mio Lisippo (Gigetto per gli intimi) mi ha lanciato un’occhiataccia! Pardon, lo so lo so… i gatti non hanno padroni, semmai sono loro che posseggono e ci tengono d’occhio. A volte, ha proprio ragione Ludovica, ci giudicano. Ed “è dura essere giudicati da un gatto”.
    A momenti, leggendo, mi è anche sembrato di avere fra le mani una sorta di metodo Montessori per gatti. Un irrituale manuale da cui consiglio di prendere appunti, avendo ben chiaro di intenderlo in duplice senso. Come metodo che l’autrice suggerisce per “educare” i nostri amati gatti, ma anche per capire metodi e “trucchi” che loro, i gatti, non si fanno scrupolo di usare nei nostri confronti.
    I nostri amati felini… che tante volte pure ci rimproverano, mentre sanno anche amorevolmente guarirci. Guarirci, parola di Ludovica, dei piccoli traumi del corpo. Ma anche, soprattutto, dei dolori dell’anima.
    Eh sì, penso anch’io che la vita sarebbe ben più triste senza i nostri animali, senza la loro “inesauribile carica di affetto, buonumore ed energia”.
    Con un’avvertenza, che l’autrice alla fine ci dà: stiamo attenti a non tradirli, a non mancare loro di rispetto, cosa che capita magari inconsapevolmente di fare “applicando loro i nostri protocolli” sia pure per “egoismo affettivo”.
    E un suggerimento: impariamo a tessere con loro parole. Ludovica lo fa benissimo e ci spiega e dimostra che i gatti capiscono perfettamente. Cosa che posso testimoniare anch’io. Vi potrà sembrare stupefacente, ma non è poi così difficile: basta mettersi in ascolto, esattamente come sanno fare loro. Suggerimento che vale nei confronti di chiunque, umani e non. Imparare a mettersi in ascolto, dell’ascolto vero, che non passa solo per le parole, ma è disponibilità dell’anima, è capacità di sintonizzarsi sulle frequenze altrui. Ci aiuterebbe a vivere meglio con il resto del mondo.
    Seguiamone, allora, come invita questo racconto, i loro passi soffusi, la poesia che pure suggeriscono…
    Sapete, più guardo il mio, di gatto, più mi interrogo sulle sue dolcezze e insolenze, sulle sfrenatezze e tristezze, sulle smorfie di quando sembra ridere di me… più mi convinco di avere difronte proprio l’immagine del poeta che ci ha svelato Pessoa. Un fingitore. Ché “il poeta è un fingitore / arriva a fingere così completamente da far credere che è dolore il dolore che davvero sente”…

    “Gattitudini”, di Ludovica De Nava effigi.it

    Il sogno di zio Ciano…

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    E’ che l’estate era iniziata con l’idea di tener fede a un impegno preso con me stessa. Leggere Horcynus Orca. Sì, il voluminosissimo racconto epopea di D’Arrigo. Che avevo iniziato ad affrontare poco meno che una quarantina d’anni fa, e subito ne ero rimasta affascinata. Ma poi… mi ero fermata a pagina cento, circa…
    Lo riapro dunque… ma… trovo difficoltà linguistiche che allora non avevo avuto, fresca com’ero di alcuni mesi vissuti in Sicilia, e la testa ancora avvolta dalle sue sonorità. E mentre mi arrovello, delusa di me… lo sguardo mi scivola su un libricino. “Il sogno di zio Ciano”, di Alessio Di Modica. Alessio e Ivano… ricordate? Area Teatro. La compagnia siciliana, di Augusta per la precisione, che con la voce di Alessio cunta… racconta con la tecnica narrativa del cuntu siciliano, contaminato con altri generi e linguaggi… racconta e ricorda e denuncia… convinti come si è che “il passato non è un peso da portarsi dietro ma desiderio di futuro”.
    Il “Sogno di zio Ciano” è il testo di uno dei tanti spettacoli che Alessio e Ivano di Modica hanno realizzato per testimoniare la loro terra. E’, questo, racconto vivo e struggente della vita della comunità di pescatori che ora non è più, come tutta la marineria di Augusta “travolta e definitivamente stravolta dall’avvento degli impianti petrolchimici”, come spiega in una bella introduzione Antonino Cusumano. Aggiungendo che “a naufragare, in verità è la storia locale di un’antica civiltà, la cultura popolare di un’epoca”.
    E la sento, la voce di Alessio di Modica (il cuntista, che ho avuto il piacere di ascoltare in altre narrazioni), regalarci i racconti della pesca com’era fatta un tempo, descrivere la vita del golfo dove l’odore del mare si mischia con quello degli aranci e dei limoni, e il colore del mare è anche colore degli ulivi secolari, e i gesti sul mare sono gesti attenti di chi non conosce estate inverno e primavera, ma “per lui c’è a stagioni dei saraghi, dei lampuchi, dei merluzzi e dei tunnacchi”… Ed è la vita dura di zio Stachio, zio Mico, zu Ture ‘u mutu, di Iano che sa, partendo per la pesca, che per tre mesi non vedrà la sua zita Carmela… e voga voga… Ed è il sogno di Ciano che, come quello di tutta la comunità, si infrange sui pontili “che s’erano mangiati cento metri di mare”, e sul marina di cemento “che se n’era mangiati altri 50”… sul colpo di risacca della petroliera Washington che fa andare a fondo la barca dove sono zio Stachio e zio Mico… e si spegne sul funerale intorno a una bara vuota, ché il mare zio Stachio ha inghiottito…
    Il sogno di zio Ciano”… Alessio lo dedica “agli anziani pescatori della mia città che per strada, sui moli, alla villa, nelle loro case silenziose, su una panchina di fronte a un tramonto o al bar o alla confraternita di S. Andrea mi hanno regalato un po’ del loro tempo, un po’ di se stessi, un canto, una lacrima, una storia, la necessità del ricordare la loro storie a la paura di essere dimenticati come onde che si perdono a mare aperto…”
    E grazie ad Area Teatro, al prezioso lavoro di Alessio e Ivano, perché se le persone e i pescatori che hanno a suo tempo incontrato ora sono tutti morti … “ripescarne la memoria storica è stato salvare un piccolo mondo”.
    Invito, quando possibile, ad andare ad ascoltare e, intanto, a leggere il testo dello spettacolo come messo nero su bianco (“Il sogno di zio Ciano”, di Alessio di Modica, Libridine). In una nota Alessio si scusa se il siciliano, le parole, i verbi, le elisioni (che si riferiscono alla parlata d’Augusta e più in generale alla varietà dialettale del siracusano)… non sono sempre corrette nella forma di scrittura, ma si è cercato di mantenere la lingua del testo “quanto più orale possibile, visto che questo racconto nasce da e per vocazione orale”.
    E credo abbia ragione lui… anche qui il suo cunto diventa linguaggio vivissimo dell’oggi… e leggendo leggendo…ho sentito il bisogno di pronunciare parole, ritrovando sonorità che già tanti anni fa mi avevano affascinata… e ancora ritornano…
    E forse, chissà, sono pronta per Horcynus Orca…



    Guerra

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    Avevo deciso di non comprare libri per un po’.. ma come resistere incontrando l’ultimo inedito di Céline? Anche per via della condivisibilissima definizione del risvolto di copertina: “Céline è scrittore da dimenticare, hanno detto, se vuoi vivere, anche se vuoi soltanto leggere, capace com’è di rendere illeggibili tutti gli altri scrittori”. Quindi almeno non comprerò altri libri (anche perché di Sebald e della Ortese credo di avere già quasi tutto… 😆😆, di Bolano l’essenziale, forse…)
    Dunque: Guerra, Louis-Ferdinand Céline (Adelphi)… perfetto, mi sembra. nell’inferno di questi giorni (non solo in senso meteorologico..) e buon proseguimento di luglio…

    Storie randagie …

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    In attesa del libro in carta e ossa che verrà (molto presto, è già alle stampe…!)
    in anteprima on line scarcabile all’indirizzo “Strade bianche libri”… “Storie randagie, il graffio del Gatto per restare umani”.
    Pagine strappate al diario di un gatto randagio, seguendo le orme del più domestico (ma ne siamo sicuri?) dei felini. Che va, gironzola, finge distrazione, ma in realtà tiene tutto ben d’occhio, tornando a casa, quando torna, con piccoli tesori, trovati frugando anche nei bidoni dell’immondizia o fra la polvere che tanto accuratamente nascondiamo sotto i tappeti.
    Il meglio della rubrica “Gatto Randagio”, appunto, scritta da Francesca de Carolis per il sito aperto sui fatti del mondo “Remocontro”. E, parola di Ennio Remondino, titolare del sito, “sul remare controcorrente e trovare dubbi più originali e ben argomentati dei temi affrontati da Gatto Randagio, non credo potrete trovare di meglio. Anche per litigarci, ovviamente”.
    Per litigarci, certo, ma anche per farvi sedurre dallo sguardo inquieto del Randagio, che tanti linguaggi e mondi ama attraversare…

    La vita trema

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    “La vita trema”. Beh, titolo più “azzeccato” è difficile ci possa essere, per questo “romanzo di lotta” di Daniela Piretti… Che subito ci fa entrare nell’anima pulsante del libro, trasmettendoci quel tremore che è “subbuglio di ragione e sentimento” che attraversa fin dalle prime pagine il racconto. Che è narrazione della vita di Daniela, una vita non qualsiasi di giovane donna che ha attraversato i movimenti degli anni Sessanta e Settanta, da protagonista ben attiva, che a un certo punto ha scelto di entrare in Lotta Continua… E sono d’accordo con Daniele Barbieri che nella prefazione dice che la bella notizia di questo libro è che questo libro è stato scritto. Eh sì, perché se del ’68 tanto si parla e si è parlato, “mancano le storie nella ricostruzione della Storia”. Mancano le voci delle tante Danieline, dei tanti e tante come Daniela che potrebbero comporre il racconto corale che quei tempi meritano. Tempi ricchissimi e affollatissimi.
    Un racconto dove intanto vita pubblica e privata vengono raccontati parallelamente, anzi, come in un unico groviglio, e questo già dà il sapore di quei tempi… quando “il personale è politico”, che forse è anche una scelta ideologica, e la si può più o meno condividere, ma che qui scivola nella narrazione con grande naturalezza. E pensi subito che non potrebbe essere diversamente.
    Inizia a raccontare, Daniela, fin dai giorni della prima adolescenza, lei ragazzina sullo sfondo di quartieri romani. L’adolescenza… età delicatissima e complessa e gioiosa e dolorosa, anche… in cui ognuno cerca il senso, la strada della propria vita… Ognuno, quegli anni così determinanti per la propria esistenza, li ha vissuti a modo proprio, con le proprie scelte, le non scelte, anche a volte… Daniela farà le sue… ma per tutti in queste prime pagine riesce a restituire con grande freschezza una cosa che penso ognuno di noi abbia provato, quella sensazione, quella consapevolezza che tutto è ancora possibile… ed è cosa che provi solo intorno a quell’età, e anche fra le paure, gli ostacoli, i limiti … è sensazione violentissima e bellissima, e struggente… la si afferra in un attimo breve che è lo spazio di un mattino… e mai più nella vita, con quella forza, si ripeterà…
    Ma per molti della sua generazione quella sensazione, spostandosi su un altro piano e dilagando in un orizzonte più ampio… è durata ben più che lo spazio d’un mattino, e quell’idea che tutto è possibile è diventata la convinzione che un altro mondo è possibile
    Per questo altro mondo Daniela si è impegnata in ogni istante del suo tempo scegliendo di entrare nel movimento di Lotta Continua. Che ci racconta anche attraverso le storie e i volti delle tante persone con cui la sua vita si è intrecciata…
    Bellissima la pagina in cui spiega come il titolo della rivista “Prendiamoci la città”, incontrata nella sede romana di LC, e di cui coglie subito il potenziale significato rivoluzionario, la conquista definitivamente.
    Poi è sempre tutto più complesso e complicato, ma… leggete la pagina in cui descrive la città sognata… “la città a colori vivaci, operosa di vita, con spazi gradevoli anche nella periferia più estrema… senza miseria, senza fango, libere dal traffico, popolata di gente padrona del proprio tempo… dove caserme, prigioni e manicomi avessero abbandonato il loro aspetto austero, perché convertiti in teatri, cinema, biblioteche…”. E’ la città che dovremmo volere anche oggi, per cui anche oggi varrebbe la pena di ritornare a rimettersi in gioco…
    E scorre la storia di questo nostro paese. Con le sue ferite
    Ci fu il 12 dicembre, e la vita di quanti ha cambiato… E poi ci fu l’Italicus…Daniela, col suo compagno è su quel treno il giorno dell’attentato che uccise 12 persone. Salvi per miracolo. E quanto torna per tutti a bruciare il ricordo di allora, riflesso nelle schegge di vetro che Daniela si accorge avere conficcate nei piedi insanguinati…
    Tantissimo altro ci sarebbe da citare e ricordare… il racconto è dettagliato e ricchissimo, fra l’impegno, le lotte, i compagni, le fughe, le case, i dubbi, le conquiste…
    Accompagna tutto questo anche la nuova rivoluzione di quegli anni, il femminismo, e l’intreccio pubblico e privato si complica e si lacera e, sappiamo, finirà per lacerare pesantemente anche Lotta Continua…
    Nulla è semplice, ma quello che risalta è la sensazione forte che Daniela sia comunque molto orgogliosa di aver attraversato quel tempo, di tutte le sue scelte, di tutta la sua vita… E, nota personale, leggere il suo libro mi ha fatto pensare quanto anch’io, che di Daniela Piretti sono coetanea ma che pure ho seguito altri percorsi, sono davvero contenta di essere cresciuta in quegli anni, che nonostante tutto a tutti noi hanno regalato un’idea di vita proiettata sul futuro, che comunque spaziava oltre la nostra sfera personale… che ci ha permesso sempre di cogliere un respiro collettivo… ed è ricchezza non da poco, a confronto con l’asfittico, terribile individualismo ahinoi trionfante degli ultimi tempi.
    Nostalgia? Nulla affatto. Pur raccontando il passato, nel narrare di Daniela non c’è un solo attimo di rimpianto, ma tutto è sempre invito a guardate al futuro… un invito a prendere appunti da una fase storica vivissima quanto complessa, e andare avanti… Non per nulla “La vita trema” termina con la nascita di Iacopo, il bambino di Daniela. E… “Sì, pensai non c’erano dubbi, era l’inizio di una nuova estate”.


    La vita trema. Romanzo di lotta
    Strade bianche di StampAlternativa