Aspettando gli avi… un viaggio attraverso leggende, miti e poesie della tradizione aurunca. Per ricordare che dovremmo curare tutti meglio il rapporto con le nostre tradizioni. Ognuno tenendo vivo il fuoco di quelle che sono l’anima della propria terra.
“Si narra che la notte dei santi tutti i morti escono in processione. Noi viventi per vederli possiamo accendere un cero in loro rispetto alla finestra o al balcone. Chi vuole può persino invitarli a cena imbandendo la tavola con ogni ben di dio fino all’indomani. I morti ritornano con le loro animelle sotto forma di palombelle dai colori e dalle forme indistinguibili tra l’umano e il divino”… Così ci aveva raccontato Annarita Persechino, che è insegnante e ricercatrice e studiosa di fiabe e miti popolari, per presentare una delle prime edizioni di quest’evento da lei ideato che arriva oggi alla sua dodicesima edizione.. e davvero con tutta l’anima ci crede.
E noi, che come lei ne siamo convinti, salutiamo con piacere e riconoscenza l’appuntamento che anche quest’anno ci propone…
Ancora proponendo “la memoria storica culturale e antropologica del territorio aurunco”. Evocando i miti e le leggende ricche di simboli come la Luce, l’Attesa, la Speranza, la Pace e la Cura per il Creato, in questo periodo storico dove non mancano le guerre che affliggono i popoli e i cambiamenti climatici causati fa noi uomini, credo che sia doveroso.
“Leggeremo un brano dell’Eneide carico di simboli dove Enea, che scende nell’Ade, viene lì riconosciuto grazie al ramoscello dorato che portava con sé e anche noi accoglieremo i nostri Avi con ramoscelli d’oro. Ricordiamo la figura di Enea perché legata al nostro territorio”, spiega.
Martedì e mercoledì, a Minturno, nella cattedrale di San Pietro Apostolo, fra canti, leggende e poesie che rimandano alla Luce, alla Rinascita e alla Pace, protagonisti soprattutto i bambini, che sottolinea Persechino, “sono il punto di congiunzione tra passato e futuro“.
Aspettando gli Avi
Non in mio nome…
E ritornano alla mente i morti della Shoah. Il loro memoriale è lassù, sulla Collina del Ricordo. Yad Vashem. No, viene da pensare, se potessero vedere, se potessero sentire, non sarebbero affatto fieri di tutto questo altro inumano dolore. “Non in mio nome…” forse, sussurra, qualcuno…
Vittorio Da Rios, che come sempre ringrazio, a proposito di quanto accade in Palestina…
“Mi sto chiedendo sempre più spesso come mai che non si è seguito il pensiero e l’intuizione di un grande pensatore, filosofo e scienziato quali fu Epicuro. Che già quattrocento anni prima della nascita del Cristo storico aveva intuito tutto. E si era costruito il paradigma conoscitivo osservando orizzontalmente la condizione umana. concependo che tutto è unità. Che defini il sommo Platone l’ancella di Dionisio. E che combatte ogni forma di deismo e di esseri superiori e trascendenti l’umano. Il suo pensiero poi nel corso dell’incedere della storia subì manipolazioni e stravolgimento della sua reale essenza… Come mai che poi si è andati a costruire i dogmi religiosi divisivi che hanno devastato la storia nei secoli a venire per gran parte dell’umanità. I processi divisivi sfruttati al meglio dal potere di ogni epoca hanno determinato la creazione dell’Ominide assassino e genocidario. La compenetrazione e fusione poi tra il sacro usato come potente deterrente di controllo totale e l’utilizzo delle scoperte scientifiche e le protesi tecnologiche hanno determinato l’attuale tragedia in cui la donna e l’uomo post moderno sta oggi vivendo.
I morti del genocidio della Shoah e i massacri genocidari praticati e gestiti di fatto dalla “tribù” bianca in Europa, America Latina, in Africa, in Asia, pensiamo “al metodo Giacarta come recita il titolo di un recente libro di Vincent Bevins, che descrive con meticolosità scientifica la crociata anticomunista di Washington e il programma di omicidi di massa che hanno plasmato il nostro mondo. Quanti disastri ha determinato l’era della guerra fredda e la divisione del mondo in due blocchi da entrambe le parti? E ora che fare? Spesso mi sovviene alla mente l’assioma profetico di un grande fisico contemporaneo che definì l’attuale fase storica tragicamente inedita per aver costruito il “mostro tecnologico di potenza; armiero-finanziario-produttivo-consumistico oramai fuori controllo all’uomo stesso, che non può che constatarne le conseguenze.
Siamo innanzi a forme di violenza inaudita. La Immane tragedia Palestinese-Israeliana ne è una conferma. Poi vi è il conflitto Russia-Ucraina. E le decine di guerre e, conflitti che attualmente stanno insanguinando il Pianeta, con decine di milioni di morti solo in questo inizio di secolo bambini, infanzia, donne anziani le maggiori vittime. Riusciranno le nuove generazioni a destrutturare la violenza e determinare su scala planetaria una convivenza pacifica a tutta l’umanità? La cultura filosofica-scientifica-economica l’alta cultura saprà dare i giusti strumenti per riequilibrare la gestione dell’utilizzo delle risorse prodotte nel pianeta ora gestite da una minoranza il 10-12% della popolazione mondiale?
“Amico ti racconterò la storia della mia vita come tu desideri, e se fosse soltanto la storia della mia vita non te la racconterei… tanti altri uomini hanno vissuto e vivranno la stessa storia, per diventare erba sui colli”. Cosi inizia il racconto della sua vita Alce Nero a John G. Neihardt. E’ la storia di tutta la vita che è santa e buona da raccontare, e di noi bipedi che la condividiamo con i quadrupedi e gli alati dell’aria, e tutte le cose verdi; perché sono tutti figli di una stessa madre e il loro padre è un unico spirito. Molto probabilmente Alce Nero non aveva mai sfogliato un libro né conosceva la Bibbia, eppure aveva saggezza e sapienza da vivere armoniosamente con ogni forma del “creato”. In fondo la grande questione è il rapporto con “L’ALTRO”. Che come ci ha illuminati un grande profeta della post modernità come nessun altro pensatore: Padre Ernesto Balducci, “E’ TE STESSO UNA PARTE IRRINUNCIABILE DI TE. Nell’altro scrive Balducci dopo la svolta “Antropologica” vi è la necessità di costruire attraverso profondi processi di radicale modifica dei paradigmi che per millenni ci hanno formato costruire L’UOMO INEDITO, oltre l’uomo EDITO. I tempi odierni tanto insicuri e incerti dove l’Ominide sembra smarrito e sperduto. ce lo impongono se vogliamo evitare la definitiva catastrofe. E ognuno dia la luce che può.
Vittorio da Rios
E con l’azzurro, la luce…
Un mondo a colori è il tema della prossima edizione del Premio città di Trieste. Silva Bon vi partecipa con questo testo scritto in occasione della Giornata della Salute Mentale. Un testo che invoca l’azzurro, il colore più profondo, più immateriale. Un muro dipinto d’azzurro, è stato osservato, non è più un muro. E non a caso il muro dei manicomi è stato abbattuto da Marco Cavallo, dipinto d’azzurro, per regalare, a chi era stata negata, la luce…
E con l’azzurro, la luce
Testo di Silva Bon
La luce che schiarisce le tenebre, riporta a vivere momenti lontani, arcaici, assolutamente mitici, totalmente intrisi di religiosità. Riporta al principio, quando inizia la Storia delle Storie …
Riporta al Mistero della Creazione.
Riporta al Dono di Prometeo: la fiamma rossa del fuoco che allieta il genere umano. E dà sollievo alle paure, alle angosce: nate, generate dal nero incombente su notti di terrore.
Una negritudine incapace di dare risposte alla disperazione umana.
Dopo l’occaso del sole, la domanda inquieta sembra – oppure è (?) – totalmente muta.
Dove finisce la Luce, quando si dissolve nelle mille rifrazioni di un arcobaleno che sparisce dietro, sotto, l’orizzonte? È ancora possibile un suo ritorno?
Il poeta indica la strada: L’altrove è là. La Vita è là.
Luce luminosa. Come metafora, simbolo di possibilità. Contro l’inferno nero, denso, di ogni orrore.
Il nero è non – colore. Negazione di colore.
Perché avvolge, copre, dissimula, protegge le tenebre dell’odio.
E i discorsi di odio invidioso diventano invidia gialla, che si fa azione odiosa, accadimento perverso, realtà sadica. Il reale, allucinato e allucinante.
L’odio giallo trascina ineluttabilmente alla cancellazione violenta dell’Altro, fatto nemico, violato, stuprato, torturato, messo a morte.
Cancella ogni responsabilità, ogni consapevolezza, in una deprivazione/depravazione assoluta?
Dove è l’equilibrio? L’attimo colorato di arancio?
Il difficile equilibrio. Una pausa, quasi eroica. Costruita su stabilità, su certezze. Contro le continue oscillazioni – là precari e insicuri, in bilico su una corda tesa, simili a miseri giocolieri sulla piazza del villaggio, il giorno della festa (?).
Dove è il colore addolcente dell’Arancio?
E la verde Speranza? Che riposi la vista? Che riposi lo sguardo, affaticato da turbini di immagini insostenibili? Che si posi sul verde incontaminato di prati, di boschi? Che si inebri di profumi fioriti?
Ma l’Azzurro, lentamente, vede incedere l’Alba. Si apre alla apparizione folgorante della Luce.
È l’Aurora dalle rosee braccia, cantata da Omero, il ritorno alla vita.
Trieste, 10 ottobre 2023
Martedì, ore 11.30
Giornata Mondiale della Salute Mentale
Ancora sul Gatto Randagio… risposte ad alcune domande…
“Storie randagie, il graffio del Gatto per restare umani” ed. Strade Bianche di Stampa Alternativa.
Breve intervista. E grazie a Monica Mariotti che me l’ha fatta…
Questo libro è la raccolta di alcuni tuoi articoli di una rubrica, ospitata dal sito “Remocontro”, dal titolo “Gatto Randagio”. E la prima domanda che sorge spontanea; perché “Gatto randagio” che poi ispirerà il titolo del libro, “Storie randagie”… Un’idea plausibile è che come un gatto vagabondo, gira, guarda, osserva, così un po’ come fai tu…
“Proprio così. L’idea è quella di identificarsi in un osservatore particolare come può essere un gatto randagio… che va in giro annusa, si imbatte in mille cose, e sa frugare anche nella “spazzatura”… quella che noi consideriamo spazzatura, ma che in realtà può svelare grandi tesori, a saperli vedere… un gatto si aggira soprattutto fra i vicoli e incontra tante cose della vita, tante storie e persone che noi consideriamo marginali, ma che molto spesso hanno da insegnarci, soprattutto a proposito della nostra presunzione e indifferenza…
Il gatto è anche libertà.. di pensiero e di linguaggio…”
Molti, forse la maggioranza, dei tuoi pezzi riguardano il sociale, racconti che diventano a volte una denuncia… Però ci sono poi articoli come quello dell’orchidea e il fagiolo, quasi filosofici, poetici anche. Dare importanza a una cosa piccola come un fagiolo e che “provoca” la fioritura di un’orchidea… Cosa ci insegna questa “onirica” accoppiata?
“Miracolo napoletano”… Più che un articolo è un racconto. Ma è tutto assolutamente vero. Nasce dal suggerimento che mi ha dato un fioraio per far fiorire un’orchidea che da tempo non dava fiori. Seminarle accanto un fagiolo.. vedendolo nascere l’orchidea non vuole essere da meno… e fiorisce. E così è stato, lo giuro. Cosa insegna? A percepire la vita ovunque, la sensibilità della natura tutta, le sue regole e la forza vitale che ogni cosa può sprigionare e indurre… anche un modestissimo fagiolo… “
Un tema che torna spesso, il carcere. Con la morte, anche di Mario Trudu, ergastolano morto dopo indicibili sofferenze, gravemente malato , dopo 40 anni ininterrotti di carcere, tu usi la metafora dei cavalli di razza e non…
“E’ una frase che ha scritto lui, Mario, che ho seguito per tanti anni, di cui, grazie a Marcello Baraghini, abbiamo pubblicato tre libri e non solo… Mario aveva una scrittura davvero potente, che Marcello ha subito riconosciuto… Quasi un presentimento, un terribile presentimento, in una pagina che fa mi ha mandato qualche settimana prima di morire…: “Non si uccidono i cavalli di razza a quel modo, ci sono cavalli nati e cresciuti in una stalla lussuosa, ma ci sono anche quelli nati bradi nei pascoli, dove per sopravvivere si spaccano ogni giorno gli zoccoli, ma non per questo sono figli di una razza inferiore a coloro che sono nati in una stalla di lusso..”… lui, cavallo di pascoli liberi…”
Non sei tenera anzi, giustamente spietata quando scrivi di Hevrin Khalaf politica attivista curda violentata, lapidata e uccisa. Affermi con forza che “l’orrore va visto e divulgato per scioccarci ma per smuoverci soprattutto”. Tutti i divulgatori dovrebbero pensarla in questo modo, ma purtroppo sappiamo non è così, cosa diresti loro per persuaderli?
“Io penso che ci sono morti che sono “pubbliche” .. e sono immagini che vanno viste, anche se fa male. Veniamo a volte avvisati che “queste immagini potrebbero ledere la sensibilità”. Io penso che la nostra “sensibilità” debba essere lesa. Altrimenti, noi che abbiamo perso la capacità di immedesimazione, non capiamo veramente la gravità, il dolore delle cose… trincerandoci a volte anche dietro un, a mio parere ipocrita, rispetto delle vittime… Dobbiamo guardare in faccia alle cose, delle quali spesso siamo in qualche modo anche noi responsabili. E il giro sarebbe lungo… ma, ad esempio, noi siamo un paese esportatore di armi… perché abbiamo “pudore” nel vedere quello che le armi, anche in paesi lontani, provocano?”
Poi cambi linguaggio e parli di Madonne che si riuniscono in mare la notte, prima della festa del 15 agosto.. con un corteo di sirene “mute da far paura. Coperte di veli neri, e con al collo collane di rami di corallo, che sono sangue, sangue di tutte le vittime…”. Come le trovi queste straordinarie rappresentazioni?
“Le Sirene che piangono vittime del mare e le Madonne che preparano una protesta contro lo sventagliare di rosari dell’allora leghista ministro degli interni… Ah, queste idee vengono al Gatto… che riesce a leggere realtà che noi non vediamo. Non è “fantasia” o “delirio”. Il Gatto mi ha insegnato ad abbandonare i normali parametri, a cercare di leggere attraverso le cose. E anche il linguaggio si adegua…”
In maniera anche molto ironica affronti i problemi della diversità delle classi sociali, l’episodio dei treni ad alta velocità e sulle diverse offerte di servizi tra prima e seconda classe è spassosissimo ma fa anche riflettere… raccontaci di più.
“Usare i mezzi pubblici è fonte inesauribile di storie… Credo che usare i mezzi pubblici (io ho abbandonato l’auto definitivamente una quindicina d’anni fa) fa capire la realtà della vita di tante persone, dove va la società… Qui ti riferisci all’annuncio ascoltato su un Freccia: “uno speciale benvenuto con snack, bibite, piccoli omaggi e degustazioni esclusive”, ai clienti di prima classe. Annuncio che attraversa tutte le carrozze, anche di seconda. Annuncio triste, anche volgare, a mio parere, a rimarcare differenze di classe e di disponibilità… E il Gatto ne incontra, e racconta, tante di storie come questa… incontrate su treni, bus, dietro l’angolo di strade secondarie, nei vicoli…”
Infinita Poesia – Cunto per Victor Jara
Te recuerdo Amanda…
L’avevo conosciuta, quella canzone, bella e struggente, ripresa fra le tracce del “Viaggio fuori dai paraggi”, di Daniele Sepe… Bellissima e struggente canzone d’amore. Tanto bella nell’incisione di Sepe, che ero quasi passata sopra il nome del suo autore. Victor Jara. La cui immagine torna, invece, potente, ora che leggo dello spettacolo che all’artista cileno dedica Area Teatro. Area Teatro… Alessio e Ivano di Modica, che, con la tecnica narrativa del cuntu siciliano, raccontano… raccontano, ricordano e denunciano.
Li abbiamo seguiti in questi anni in giro per l’Italia… con lo spettacolo, nel 2021, “20 anni- cronache del G8 di inizio millennio”, e poi, la scorsa primavera, con la “Favola Industriale Blues”… Oggi annunciano il terzo appuntamento: “INFINTA POESIA-cunto per Victor Jara”. A chiudere una trilogia che “racconta di visioni del futuro, di persone e territori che credono, hanno lottato e lottano per costruire il migliore dei mondi possibili”.
E, proprio in coincidenza con il 50° anniversario del golpe cileno del 1973, sul palco ancora sarà Alessio, il cuntista… a raccontarci questa volta Victor Jara “un artista straordinario che metteva al primo posto la libertà, l’amore smisurato e concreto per i più deboli”.
Victor Jara che durante il golpe fu arrestato, portato allo stadio del Cile, torturato e ucciso. Alessio di Modica spiega di aver scelto la storia dell’artista, fra le tante vittime del terrore di quella tremenda pagina della storia cilena, perché non molto conosciuta. Un racconto che diventa anche riflessione sul ruolo, oggi, degli artisti indipendenti: “L’essere impegnati, purtroppo spesso per molti artisti, fa solo parte del marketing e non di un incontro reale con il cuore della gente; nel frattempo le multinazionali della comunicazione producono una cultura di massa superficiale attraverso piattaforme e social, mentre nel mondo ci sono artisti che ascoltano la voce della strada sulla scia di persone come Victor. La sua storia è emozionante, tragica, rivoluzionaria, piena di dolcezza e crudeltà”.
E lo immagino, e aspetto di vederlo, sul palco, Alessio… “senza nulla altro se non i cocci della vita dell’artista cileno per creare un racconto fatto di delicatezza e di una tenera fame di umanità”. Per raccontare con la storia di Jara, la storia del Cile e di quell’11 settembre che un po’ meno si ricorda…
Ancora un dono prezioso alla memoria e a questi nostri tempi distratti.
INFINTA POESIA – CUNTO PER VICTOR JARA, dunque. Lo spettacolo partirà da Bologna il 9 settembre alla Casa della pace al Pratello, passando per Milano il 10 al centro sociale Leoncavallo, il 22 a Catania nel giardino della biblioteca Crifò-Navarria, il 24 a Sortino (SR) nel Chiostro dei Cappuccini.
Infine a Roma, il 27 settembre, ospiti dell’ambasciata del Cile in Italia, che inserisce l’appuntamento fra le iniziative legate al 50° anniversario del golpe.
Un mondo senza galere è possibile
L’8 settembre, a Pitigliano, al Festival della letteratura Resistente, si parlerà fra l’altro di carcere… con la presentazione dell’ultimo testo di Sandra Berardi, presidente dell’Associazione per i diritti dei detenuti Yairaiha Onlus che ha fondato nel 2006…: “Un mondo senza galere è possibile”. Tre domande per Sandra…
Un mondo senza galere è possibile, il titolo dice tutto… tu sei abolizionista convinta…
“Ogni giorno che passa ne sono sempre più convinta. Il carcere non è la soluzione ma parte del problema. Sulla carta il carcere dovrebbe “rieducare” il condannato, in realtà l’unico fine dell’istituzione carceraria è recludere gli autori di reato e i presunti tali senza badare né alle cause delle condotte né ai risultati che si ottengono dopo la reclusione. Penso che ci sia una doppia responsabilità dello Stato, e della società tutta, nei confronti delle persone che hanno condotte extralegali. La Costituzione italiana è stata spesso definita la costituzione più bella del mondo, e forse lo è, ma credo che sia anche la più vituperata. Alcuni articoli, in particolare l’art. 3 (Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese), non sono mai stati attuati andando a creare delle vere e proprie “zone sociali carcerarie” che ad ogni emergenza, reale o presunta, vengono allargate sempre più. Un esercito di disperati per i quali l’extralegalità rappresenta l’unico modo per poter sopravvivere.
D’altro canto, quando si inciampa nel sistema penale e carcerario perché ritenuti colpevoli di un qualsiasi reato non esistono possibilità reali di cambiamento e miglioramento perché le carceri hanno la sola funzione di recludere; e il tempo vuoto della pena è fatto di costrizioni, umiliazioni e privazioni che non fanno altro che acuire la distanza con lo Stato e la società tutta. Finanche i rapporti familiari, spesso, vengono compromessi dalla distanza e dalla mancanza di umanità che accompagna i colloqui”.
Ma è una strada in salita. in Italia, a differenza di tanti altri paesi, manca un dibattito che metta in discussione il carcere come soluzione dei problemi… e se c’è è molto limitato… e il purtroppo il populismo penale è cosa trasversale che va, nel nostro paese, da destra a sinistra…
“Negli ultimi 25 anni le sinistre hanno rincorso, e abbondantemente superato le destre sul piano del populismo penale e del giustizialismo. Basti pensare che quella sorta di lager etnici per migranti che non hanno commesso alcun reato sono stati istituiti da Livia Turco e Giorgio Napolitano, seguiti poi da tutta una serie di leggi liberticide e pacchetti sicurezza riempi-carceri emanati negli ultimi venti anni in maniera bipartisan. I risultati sono ben visibili nei quartieri popolari e nelle carceri.
Le cronache di quest’estate sono tremende. I suicidi, l’affollamento, le condizioni indecenti,.. Come scalfire l’indifferenza delle persone..
“I suicidi, l’affollamento, le condizioni indecenti… sembrano essere diventati il tema di coccodrilli estivi che i giornali hanno belli e pronti, come quelli preparati in previsione della morte di personaggi famosi. Ma le condizioni carcerarie sono drammatiche tutto l’anno. Lo scorso anno sono stati 88 i suicidi, di cui una ventina nel solo mese di agosto. Mentre l’indifferenza delle persone è sempre più marcata e non solo verso i detenuti e le detenute. Mi tornano in mente le parole di Annino Mele a proposito dei femminicidi o dei maltrattamenti in famiglia: prima se si sentivano urla nella casa vicina si accorreva con senso di comunità, oggi ammazzano di botte un ragazzo per le vie del centro di una qualsiasi città ed è solo una scena da filmare con il cellulare… ”
Tu credi profondamente che il male e il crimine possano essere sconfitti solo attraverso un profondo cambiamento dei paradigmi socio-economici e culturali della società
“Credo di avere già risposto nella prima domanda: l’articolo 3 della Costituzione va attuato. Nelle aule di tribunale deve entrare la consapevolezza della responsabilità sociale e statale delle condizioni di degrado e marginalità che spesso sono le sole cause delle condotte extralegali. Extralegali e non “devianti” perché credo che questa ultima categorizzazione rispecchi molto poco le condotte di chi è costretto dalle condizioni socio-economiche a delinquere. Così come trovo ipocrita definire i detenuti “ospiti dell’istituto penale tizio e caio”: i detenuti sono carcerati, privati della libertà e degli affetti troppo spesso solo perché hanno osato scippare un pezzo di pane “dalle tasche già gonfie di chi aveva rubato”. Mentre anche le mafie traggono linfa vitale da un sistema squilibrato dominato da diseguaglianze e povertà”
Bisos. Alla ricerca del tempo perduto
Bisos… sogno… sogni... E proprio come un sogno è entrare nelle immagini dell’ultimo lavoro di Pietro Basoccu. Che tante volte ci ha catturati, con il suo scavare, soprattutto attraverso i volti, nell’anima della sua terra di Sardegna.
Ma per la prima volta il suo sguardo di fotografo non cattura volti, non persone, o la loro anima, sullo sfondo dei luoghi del loro vivere… per la prima volta ci regala racconto del paesaggio. E che racconto! Davvero sorprendente, se nelle sue immagini non c’è proprio nulla di consueto, nulla di quella “spettacolarità che fa parte del mondo mediatico del paesaggio”.
“È un viaggio onirico. Un ritorno all’infanzia”, spiega Pietro Basoccu. “Di quando, passeggiando per i monti, alla loro scoperta, si era sopraffatti dallo stupore nel guardare le rocce che il tempo aveva modellato fino a fare assumere alla pietra i più vari aspetti. Il paesaggio, le rocce, come pretesto per far viaggiare la fantasia e l’immaginazione”.
E sono architetture di totem, e sono volti umani, e sono animali, e sono esseri saliti, pensi, dalle viscere della terra, spaventosi, commoventi anche…
Certo per riuscire a restituirci tutto quello stupore, saper ancora leggere la vita di quei profili, di quelle fantastiche architetture… bisogna avere conservato sguardo di bambino. Basoccu lo ha conservato intatto.
Sfogliando le immagini, come sempre in un rigorosissimo bianco e nero, cosa vedo… un profilo di cavallo rivolto verso il cielo, a nitrire verso chissà quale dio… il bacio pietrificato di due volti antichi… il grido di un rapace… una processione di spiriti… uno sguardo pensoso di sfinge, che sul destino dell’uomo sembra abbassarsi dolente…
Per un attimo viene magari da pensare al giardino di Bomarzo… e ai suoi mostri di pietra… Ma no, nulla di tutto questo. Nulla del senso di artefatto che mi ha trasmesso (mi perdonino i suoi cultori) la pur travolgente finzione scenica del monumentale complesso cinquecentesco… Qui è la mano della natura che tutto ha già scritto e tutto scrive della storia del mondo con potenza che non ha eguali… E Basoccu, lasciandosene completamente conquistare, è riuscito a coglierla. Sembra a tratti di sentirne il grido…
E mi perdoni se ancora il mio pensiero va a Mario Trudu… l’eterno ergastolano, nei cui scritti è sempre sottesa, quando non dominante come nella sua autobiografia, l’immagine della natura della sua terra, che molto spiega della sua forza e durezza… una sorta di roccia del Gennargentu, avevo definito Mario, che pure svela momenti di inaspettata dolcezza e nascoste fragilità… Sarebbe rimasto incantato anche lui da queste immagini, dalla loro commossa potenza. Mario Trudu che, se non avesse imparato a scrivere, le sue storie, ho sempre detto, le avrebbe scolpite nella pietra. E sarebbe stata roccia dei suoi monti…
Qui Basoccu… legge le meraviglie anche paurose inscritte sulla pagina della terra, che ancora una volta è Sardegna, ma ancora una volta è anche voce del mondo…
“Bisos, alla ricerca del tempo perduto“, dunque. Nella elegante edizione della Soter Editrice. E ancora domani in mostra a Perdasdefogu (nel giardino davanti alla biblioteca comunale)…
A proposito dell’uomo morto dopo essere stato fermato con un taser…
Comunicato stampa del Forum Salute Mentale APS, a proposito della morte dell’uomo con disturbi psichiatrici “fermato” con un taser…
“La drammatica notizia del 35enne con problemi psichiatrici morto, in un centro in provincia di Chieti, dopo essere stato bloccato con un taser e quindi, secondo le notizie di cronaca che leggiamo, essere stato sedato.
Sarà l’inchiesta aperta con l’ipotesi di omicidio colposo a chiarire i molti dubbi sulla dinamica del tragico episodio. Ma intanto alcune cose riteniamo vadano dette per invitare a un serio momento di riflessione che riteniamo vada fatto.
Della necessità del taser, “arma che non uccide”, ci si affrettò a parlare alcuni anni fa dopo l’uccisione di un ragazzo di vent’anni, di origine ecuadoregna, Jefferson Tomalà, ucciso a Genova con cinque colpi di pistola, nel corso di un presunto TSO. Enfatizzando, come ultimamente troppo spesso si fa, l’aspetto della sicurezza piuttosto che favorire il ragionamento su come meglio aiutare, gestire, controllare anche, una persona in un momento di confusa, disperata agitazione.
Ricordiamo che sulla presunta “non pericolosità” del taser, introdotto come strumento di prevenzione del crimine, serie obiezioni sono state a suo tempo avanzate innanzitutto in campo medico, mentre da tempo Amnesty international denuncia le decine e decine di morti collegate all’uso del taser nei paesi, fra cui gli Stati Uniti, dove è in uso da tempo.
Un’arma “meno che letale”, si insiste, contro i malviventi… ma da subito ci siamo chiesti quante altre persone, agitate, magari sconvolte o persone esasperate (e quante ne incontriamo di questi tempi per strada) con scarsa capacità di autocontrollo, persone che magari con gesti inconsulti temiamo attentino alla nostra tranquillità, corrono il rischio di essere inchiodati allo spasmo di una sorta di elettrochoc. E la vicenda di questi giorni purtroppo conferma questi timori…
Questo strumento non fa altro che confermare una sorta di distanza, come una voragine, che si va creando sempre più fra noi e le persone che vivono un’esperienza di disturbo mentale, per cui qualsiasi strumento diventa lecito dal momento in cui quella persona finisce di essere tale. Tornando indietro di decenni, la persona affetta da disturbo mentale diventa oggetto. Qui si parla di una persona nuda per strada, ma cosa sia successo a lui prima, il suo percorso, il suo dolore, nessuno se lo chiede. Come il suo sconvolgente malstare era stato preso in carico dai servizi di salute mentale che pure ben conoscevano questo giovane uomo.
Noi continuiamo a pensare che questa supremazia della pericolosità e della sicurezza non fanno altro che indurre a cancellare una visione della cura che è quanto di più necessario mettere in campo se si vogliono davvero affrontare il disagio che ci interroga sempre più drammaticamente.
Al primo posto è la persona col suo dolore, e a partire da qui bisogna agire. Noi ci domandiamo quale cultura avessero quegli inconsapevoli agenti di polizia che hanno usato questo strumento di “distanziamento” che è il taser. Come hanno potuto vedere in un uomo che corre nudo e disarmato una minaccia grave per la l’incolumità degli altri. Siamo molto colpiti dal silenzio (ma forse potevamo attendercelo) delle psichiatrie che sempre più tendono a ridurre uomini e donne a oggetto. Psichiatrie che non sono più in grado di scandalizzarsi né di fronte a queste morti, né di fronte alle morti per contenzione o per abbandono, né alla morte per riduzione all’invisibilità del “cronico”, proprio da queste psichiatrie dominanti prodotte.
Noi pensiamo che ripartire con molto rigore da una riflessione intorno alla cura può rappresentare un concreto punto di partenza. La cura, intesa come miglior modo per riconnettere la frammentazione che c’è stata e che porta a episodi come questo da cui parte la nostra riflessione. La cura che, come ha insegnato Basaglia, è quanto di meglio possiamo mettere in campo. Per praticarla abbiamo strumenti efficaci: da una vasta cultura su come affrontare la presenza dolente degli altri, alle tante esperienze fatte che da cinquant’anni a questa pare indicano la strada da seguire.
Condividendo quanto detto da Mauro Palma, garante dei diritti delle persone private della libertà, che “non è accettabile che l’operazione per ricondurre alla calma una persona in evidente stato di agitazione e, quindi, di difficoltà soggettiva, si concluda con la sua morte”,
Peppe Dell’Acqua
Forum Salute mentale
Arzigogolo Randagio…
La parola a Ennio Remondino, con questa sua prefazione per “Storie Randagie” , che ancora ringrazio per lo spazio che mi ha lasciato nel suo sito, “RemoContro” (per sette anni, e non sono pochi, quasi un matrimonio…)
“‘Gatto Randagio’ è arrivato su Remocontro per colpa di una antica amicizia personale, e con idee molto confuse. In un blog giornalistico ‘antico’ e forse persino pedante, principalmente di politica internazionale, immaginare uno spazio anarchico-creativo quale è stato ‘Gatto Randagio’ (assieme a ‘Polemos’ di Antonio Cipriani), confesso, è stata una follia legata al nome dello stesso contenitore, ‘remare contro’ ed esaltare la proclamata ‘virtù del dubbio’. Sul remare controcorrente e trovare dubbi più originali e ben argomentati dei temi affrontati da Gatto Randagio, non credo potrete trovare di meglio. Anche per litigarci, ovviamente. A questo punto però, per svelarvi almeno in parte cosa vi aspetta con questo libro, sono costretto a scendere sul personale, facendo pentire l’autrice per questa richiesta di prologo.
Definirsi ‘Gatto Randagio’ è una vanità sua, di Francesca de Carolis. Per chi la frequentava nel giornalismo di tanti anni fa e le voleva bene, lei era l’artista degli ‘arzigogoli’, come io, malignamente, avevo iniziato a chiamare le sue preziose giravolte su argomenti spesso impossibili. Arzigogolo de Carolis era geniale su tanti argomenti, ma troppo buona, e molti carognoni, redazionalmente furbi, se ne approfittavano. Sensibilità social politica un po’ eversiva la sua, di sinistra ma incasinante anche su quel fronte, e pezzi molto spesso dissonanti col giornale che assieme condividevamo: il governativissimo e democristianissimo Tg1.
Né lei né io (e mezza Italia con noi) immaginavamo allora che sarebbe venuto il tempo del rimpianto per quegli ‘eversivi direttori ‘alla Emilio Rossi, Albino Longhi e Nuccio Fava che oggi ci ricordano i preti sudamericani della ‘teologia della liberazione’. Quasi catto-comunisti. Poi, ad instradarci sul futuro politico sociale che si affacciava, arrivò Berlusconi a farci assaggiare il primo populismo formato tv, avanguardia di quello social che ormai regola la politica planetaria.
Ed è per questo che, tanti anni di amicizia Rai dopo, con Francesca sempre un po’ arzigogolo nonostante l’età ormai adulta, ci siamo ritrovati a tentare di fare il giornalismo dei poveri (come mezzi), con Remocontro che mi ero appena inventato, ma con tante pretese a livello di contenuti. Tanta politica estera figlia della globalizzazione che decide su tutti noi, poco litigiosa politica di casa e solo sul sociale, e basta. Culturale a trovarne qualcuno capace. E qui arriva Francesca Arzigogoli Randagia de Carolis, passata dal Tg1 alla ancora più anonima Radio di sperati contenuti più aperti.
Vite professionali ormai disgiunte le nostre allora. Per me anni di corrispondenze e guerre all’estero, per lei, credo, altre battaglie e, temo, altre delusioni. Tanto da decidere di smetterla col giornalismo tradizionale e tutelato della Rai, per occuparsi da vicino dei dannati della vita, barboni, senzatetto, carcerati. Per poi, e solo se era utile per loro, anche scriverne con la sua bella penna.
Con Francesca abbiamo condiviso molto anche se con chiavi di lettura diverse. Anch’io, per una parte della vita ho frequentato carceri, eversori e mafiosi. Ma non per redimerli. Approccio classicamente giornalistico rispetto a sensibilità più alte che non praticavo, anche se ritenevo giusto avessero comunque il loro spazio di attenzione e di racconto. E da quelle esperienze è nata la lunga serie di ‘Gatto Randagio’ in un rapporto di piena autonomia dell’autrice e a volte con qualche dispiacere del curatore.
Tanti miagolii alla rinfusa. Poi Gatto Randagio, a conferma del suo nome, ha ritenuto che quello spazio di racconto fosse tempo perso rispetto a un fare soprattutto nelle carceri e ha lasciato su Remocontro il vuoto della domenica mattina.
Debbo confessarvi che non so ancora bene se ho perdonato sino in fondo quell’abbandono, ma come potevo dire di no alla richiesta di questo prologo, dopo che Gatto Randagio aveva trovato un editore tanto coraggioso da raccogliere i suoi miagolii e farne un libro. Un libro importante, mi azzardo a sostenere.
Sono certo che a voi piacerà, e molto, se avrete il coraggio di superare il primo sbandamento, ed entrare dentro ai tanti e sempre diversi pensieri e modi di racconto. Perché Francesca Arzigogolo Gatto Randagio de Carolis vale davvero molto.
Ti voglio bene traditrice!
Ennio Remondino








