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    Un ddl- manifesto per ricominciare

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    E un altro passo è fatto. Come annunciato il disegno di legge “Disposizioni in materia di salute mentale” è stato presentato martedì scorso in conferenza stampa alla Camera dei deputati, dagli on. Debora Serracchiani e Filippo Sensi. Certo, è la sua terza riproposizione, la prima nel 2017 (a firma Dirindin e Manconi), la seconda nella precedente legislatura (a firma Carnevali Boldrini) e, guardandosi intorno, con l’aria che tira, chissà quanta strada, ci si potrebbe chiedere, riuscirà a fare… Ma chi ha condiviso e portato avanti negli anni la rivoluzione di Basaglia, non si ferma davanti a nuove sfide…
    E intanto, da subito, perché non vederlo, questo ddl studiato per dare attuazione in tutto il territorio nazionale a strumenti adeguati alla concreta applicazione della 180, come base di discussione e ripresa di un lavoro di tessitura e valorizzazione dei diritti che mezzo secolo di psichiatria anti-istituzionale ha consegnato ai “pazienti dei servizi psichiatrici”, oggi così brutalmente messi in discussione e indeboliti dalle politiche sanitarie degli ultimi tempi.
    Peppe Dell’Acqua e Carla Ferrari Aggradi si sono fatti portavoce di questo sentire. Accolto con convinzione da Debora Serracchiani e Filippo Sensi, che il ddl hanno presentato decisi a riappropriarsi del tema della salute mentale, anche nell’ambito più generale della sanità.
    E ci è piaciuto che il primo punto dell’intervento dell’on. Serracchiani abbia riguardato la necessità di sgombrare il campo dal pregiudizio per cui malattia mentale è pericolosità sociale. Questa pericolosità che è spauracchio per gonfiare le nostre anche irrazionali paure e aprire strade a sempre più illiberali costrizioni ed esclusioni… e non solo in tema di salute mentale.
    Non è cosa semplice. E “bisognerà fare un investimento culturale e di risorse”. Insomma, una non semplice inversione di rotta rispetto al pensiero negli ultimi tempi dominante.
    “Il senso del ddl che presentiamo? Farne bandiera, manifesto di un movimento che vuole salvaguardare la 180, darle gambe… liberarla dalle macerie dei luoghi comuni che vogliono soffocarla”, le parole di Peppe Dell’Acqua che, tanto per cominciare, ci invita a considerare la spietata medicalizzazione che si sta costruendo intorno agli adolescenti, “ragazzi che in realtà cercano di trovare la loro strada affrontando sentieri impervi e pietrosi… e lasciateli crescere…”
    Mentre abbiamo dimenticato che chiunque può stare bene: “Vorrei che la parola guarigione fosse sempre presente”.
    L’invito è a mettersi in gioco fino in fondo. Ne fa fede l’intervento di Carla Ferrari Aggradi, la sua passione nel chiedere di riprendere a “tessere la tela”, nel denunciare lo scandalo di quanto accaduto nelle università, dove la cultura che sottende la 180, tutto quello che in quello spirito è stato fatto, è stato cancellato. “Dobbiamo ritornare a parlare della vita delle persone, dei diritti, di prevenzione, dobbiamo costruire servizi di prossimità… contro le privatizzazioni (ma sapevate della nascita dei pronto-soccorsi privati?! A cominciare dalla Lombardia), contro le contenzioni (che di contenzione si muore) in questo sistema dove la violenza è a tutto tondo”. Sguardo ampio, il suo. “Dobbiamo occuparci della salute della Terra!”. E come non essere d’accordo con lei…
    A rincarare la dose, non usa mezzi termini Maria Grazia Giannichedda, anche lei da tempo a denunciare il sopravvento della psichiatria violenta, il servizio pubblico definanziato, la cultura della malattia, che ci induce ad “acquistare sul mercato la merce salute”.
    Un bel mercato, ha sottolineato Dell’Acqua, da far gola a troppi, in un paese dove fra l’altro circa mezzo milione di persone sono istituzionalizzate: fra persone che invecchiano, detenuti, persone con disabilità, bambini e ragazzi che provengono da situazioni difficili, migranti, e un numero preoccupante di persone con disturbo mentale definiti inguaribili in cosiddette strutture residenziali che hanno alla lunga riprodotto atmosfere manicomiali, e cui quando veniamo a saperne ci stupiamo…
    Contro la cultura della malattia, dunque, con uno sguardo ampio che ridia il senso della vita, come ha detto Massimo Magnano, di Sant’Egidio che questa battaglia condivide e affianca.
    Cosa si vuole sia da subito, dunque, il ddl presentato. Un manifesto che tenga insieme in molti, tutti quelli che nella complessità della persona credono, fuori dai dibattiti ideologici, intorno alla cura delle persone.
    E non sono solo parole. Peppe dell’Acqua ha ricordato l’ultimo presidio che si è tenuto al centro di salute mentale di Barcola, a Trieste, contro discutibili aspetti della gestione del Centro, e più in generale contro l’impoverimento dei servizi sanitari… Che non sono solo parole, ma significa mettersi in gioco ogni giorno, oltre che col proprio sapere, con il proprio corpo…


    Pur nel rispetto dovuto alla morte…

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    Condividendo in pieno… il documento del Direttivo della Società Italiana delle Storiche… una delle poche voci, chiare, limpide.. nel delirio “istituzionale” di questi giorni…

    “Una parte d’Italia piange in questi giorni Silvio Berlusconi, e gli tributa l’onore del lutto nazionale, finora fra le personalità politiche riservato solo a Presidenti della Repubblica.
    Gli affetti personali e i lutti dovuti alla perdita di una persona cara sono sempre da rispettare.
    Altra cosa è però il lutto nazionale per un uomo che, pur avendo rivestito un ruolo istituzionale, ha sistematicamente offeso i valori costituzionali incrinando la sfera dei diritti e dei doveri propri della cittadinanza.
    Né sono meno inquietanti e inopportuni gli onori tributati a Berlusconi se si guarda alla sua vicenda da una prospettiva di genere.

    Berlusconi ha legittimato, nella comunicazione e nei comportamenti pubblici, la reificazione e la mercificazione delle donne e dei corpi femminili, esaltando una maschilità patriarcale e paternalistica e contribuendo così a rallentare, e in qualche caso addirittura a invertire, il percorso verso una società più paritaria e rispettosa delle differenze di genere avviatosi con la caduta del fascismo, la Resistenza e la nascita dell’Italia repubblicana, e poi reso più celere dai femminismi degli anni Settanta del Novecento.

    Crediamo che le donne italiane, nella loro faticosa marcia verso la parità e la messa in discussione degli assetti tradizionali della famiglia e della sessualità, abbiano avuto un avversario in Berlusconi e nel berlusconismo: un avversario potente, vigorosamente combattuto e di cui le proteste delle donne stesse hanno contribuito a decretare il declino.
    Come storiche, per professione consapevoli del passato; come femministe attente ai diritti connessi alla sfera del genere e della sessualità; come donne sensibili al rispetto delle identità di genere e degli orientamenti sessuali, non possiamo oggi che esprimere con voce chiara e forte il nostro dissenso per la scelta di rendere a Berlusconi tributi istituzionali da riservare a chi rispetta i valori della Repubblica”.

    Direttivo Società Italiana delle Storiche

    pensando a Gabin…

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    Gabin… la sua straordinaria voce, che sembrava salire dall’anima della Terra… il suo incedere come principe d’Africa… l’eleganza della sua sottile danza… e tutto quello che mi ha raccontato del suo Burkina Faso, del sogno di Sankara… indimenticabili i suoi umidi, profondissimi occhi…
    un pensiero, al giorno in cui l’ho incontrato… in un roseto inerpicato sul terrazzo romano di un amico… voglio pensare che, andandosene, sia passato anche da lì….

    Salute mentale, un passo importante…

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    Martedì 13 saranno gli on. Debora Serracchiani e Filippo Sensi a presentare il ddl “Disposizioni in materia di salute mentale”.
    Proposto dal Forum Salute mentale, a quarantacinque anni dalla legge 180, il disegno di legge, già presentato nel 2017 a firma di Nerina Dirindin e Luigi Manconi, e riproposto nell’ultima legislatura dall’on. Elena Carnevali e dalla senatrice Paola Boldrini, è pensato per dare piena attuazione su tutto il territorio della penisola alla legge 180.
    Se in questi anni storia c’è stata, si vuole riprendere quella tessitura, per valorizzare le rimonte e i successi che pure ci sono stati grazie a quella legge e il diritto riconquistato delle persone, in quasi mezzo secolo di psichiatria anti-istituzionale, di riscoperta di donne e uomini nascosti dietro la sofferenza mentale, di diritti riconsegnati ai ‘pazienti dei servizi psichiatrici’, di rispetto per la loro sofferenza, per la loro vita…
    Una risposta, che recenti e non recenti fatti di cronaca rendono urgente, a tanta distrazione e alle scelte arroganti delle politiche sanitarie degli ultimi tempi, con il fallimentare sistema “ospedale al centro e tanto privato”, che tanta solitudine continua a produrre e che ha di fatto tradito lo spirito della riforma sanitaria del ’78.
    Il disegno di legge propone l’attuazione in tutto il territorio di strumenti adeguati come in diversi dipartimenti di salute mentale già avviene. Per rivalutare soprattutto il ruolo delle persone con esperienza. Per richiamare i servizi, i dipartimenti, le regioni, la magistratura a vigilare sull’attuazione delle misure di sicurezza. Individuando concretamente livelli di assistenza, percorsi di cura, prevedendo l’operatività dei servizi sul territorio per 24 ore al giorno, mettendo sempre al centro la persona e i suoi bisogni. Riportandoci così nell’abito dei principi del piano d’azione della salute mentale dell’OMS, come della Convenzione ONU dei diritti delle persone con disabilità.
    Insomma, un ddl “distonico” rispetto a quello che sta accadendo, che disegna “una certa idea di mondo” che ci piace. Rimettendo al centro la partecipazione a livello locale, perché dove manca la partecipazione i servizi sono scadenti. E le tristi cronache con protagoniste persone malamente seguite, quando non seguite per niente, ne sono il tremendo ricasco.
    Anche su questo il disegno di legge vuole fare chiarezza e dare precise e concrete indicazioni.
    Nodo quanto mai cruciale, quello del TSO
    . Troppo spesso mal interpretato nella sua attuazione, tradotto in pratiche violente. Cosa ben lontana dall’idea con la quale era nato un provvedimento che voleva essere non sopraffazione, piuttosto abbraccio di cura che passa attraverso confronto e mediazione.
    Insomma, una legge non da modificare, la 180, ma da applicare pienamente (ci sono regioni dove mai è stata davvero applicata, mentre oggi subisce attacchi là dove ha meglio funzionato…) contro tanti luoghi comuni e cattive psichiatrie che, mettendo al centro la malattia e non l’uomo, la vogliono di fatto cancellare.
    Un passo importante, nel quadro di un impegno più ampio per chiedere anche un’inversione di rotta, per la valorizzazione e il rafforzamento di tutto il sistema sanitario nazionale.

    Ricostruire su ciò che resta di Pompei. Due ddl per ricominciare

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    Riprendendo quanto già scritto… e riproponendo per il Forum della Salute Mentale…
    Come ha scritto sul Forum della Salute Mentale Carla Ferrari Aggradi, riprendo le sue parole che meglio non potrebbero fotografare l’assurdo, “quarantacinque anni dalla legge 180, quarantacinque anni di psichiatria antimanicomiale, di riscoperta di donne e uomini nascoste dietro la sofferenza mentale, di diritti riconsegnati ai ‘pazienti dei servizi psichiatrici’, di rispetto per la loro sofferenza, per la loro vita… come non fossero esistiti”.
    E la risposta al suo invito è: sì. Se storia c’è stata, riprendiamola, quella tessitura…
    Per cominciare riproponendo le “Disposizioni in materia di salute mentale”, il disegno di legge del 2017 firmato da Nerina Dirindin e Luigi Manconi, ripresentato nella scorsa legislatura dall’on. Elena Carnevali e dalla senatrice Paola Boldrini, e ora dall’on. Debora Serracchiani e dal senatore Filippo Sensi per dare piena attuazione alla legge 180. Per valorizzare le rimonte e i successi che pure ci sono stati grazie a quella legge e il diritto riconquistato delle persone.
    Come si va discutendo nella piazza del Forum della Salute Mentale. Certo, si è detto, bisognerà iniziare a bussare forte alle porte della politica.
    Che ascolterà? Siamo sicuri che qualcosa di buono accadrà.
    E allora… “Bisognerà andare per strada e ascoltare, contro tanta sordità, le voci delle persone che bisbigliano la loro sfiducia, la disperazione, il dolore … il dolore di quanto accade nell’invisibile banale quotidianità”.
    Urlare col dolore che danno le cose che accadono…
    Le cose che accadono hanno il volto di Wissem Ben Abdel Latif, che è il volto di quanti ancora soffocano legati a un letto di contenzione. Hanno la voce muta di Fedele Bizzocca, malato psichiatrico morto nel carcere di Trani, che è il silenzio di tutti “i casi problematici in particolare di natura psichiatrica”, persone intrappolate, non meno che nelle parole con le quali le pronunciamo, nelle narrazioni tossiche che facciamo di dolorosi fatti di cronaca… e le persone diventano “mostri” da cui difenderci, invece che persone da curare. Le cose che succedono hanno il nome di Alejandro Meran, intrappolato anche lui, come tanti, nella gabbia dell’irresponsabilità penale… e ora dello sgomento per la crudele morte di Barbara.
    Le cose che succedono, meno clamorose, ma non meno crudeli, sono la cronaca di tanta distrazione e di scelte arroganti delle politiche sanitarie degli ultimi tempi, con il fallimentare sistema “ospedale al centro e tanto privato”, che tanta solitudine continua a produrre e che ha di fatto tradito lo spirito della riforma sanitaria del ’78.
    Due, dunque, i corni del problema. La presenza su tutto il territorio della penisola dei profondi cambiamenti istituzionali e culturali che dalla legge sono derivati e delle pratiche che questa pretende, e il superamento di quell’obbrobrio che viene direttamente dal codice Rocco a proposito di irresponsabilità penale, misure di sicurezza e tutto il corollario che ne discende. E anche per questo è pronto in parlamento il disegno di legge a firma Riccardo Magi, che permetterebbe di superare le vecchie norme del codice Rocco, intanto restituendo, insieme alla responsabilità penale, dignità a chi ne viene privato, e così creando le premesse, come giustamente ha scritto su queste pagine Pietro Pellegrini, per “rifondare su basi nuove il ‘patto sociale’, la giustizia e la cura delle persone con disturbi mentali”.
    Riprendendo riflessioni nate negli incontri del Forum, “intanto per cominciare il disegno di legge può essere un buon ‘manuale’ per mettere in moto la terza rivoluzione, come continua a sperare Eugenio Borgna e per dotare il territorio di strumenti adeguati come in diversi dipartimenti di salute mentale già avviene. Per rivalutare soprattutto il ruolo delle persone con esperienza. Per richiamare i servizi, i dipartimenti, le regioni, la magistratura a vigilare sul concreto godimento dei diritti riconquistati…”
    Un disegno di legge che, individuando concretamente livelli di assistenza, percorsi di cura, prevedendo l’operatività dei servizi sul territorio per 24 ore al giorno, mettendo sempre al centro la persona e i suoi bisogni vuole muoversi nell’ambito dei principi del piano d’azione della salute mentale dell’OMS, come della Convenzione ONU dei diritti delle persone con disabilità. Che a tratti sembriamo aver trascurato.
    Al centro, ritorna, concreta, in tutte le sue possibili articolazioni, la città che cura, una città che si chiede “come curare” non “dove metterle”, le persone.
    Insomma, un Ddl, come spiega Daniele Piccione, distonico rispetto a quello che sta accadendo, che disegna “una certa idea di mondo” che ci piace. Rimettendo al centro la partecipazione a livello locale, perché dove manca la partecipazione i servizi sono scadenti. E le tristi cronache con protagoniste persone malamente seguite, quando non seguite per niente, ne sono l’evidenza…
    Anche su questo il disegno di legge vuole fare chiarezza e dare precise e concrete indicazioni. Nodo quanto mai cruciale, quello del TSO. Troppo spesso mal interpretato nella sua attuazione, tradotto in pratiche violente, è diventato (ancora parole di Piccione) “finestra attraverso la quale il tentativo di ritorno della coercizione, delle oppressioni hanno fatto capolino nell’ordinamento”. Cosa ben lontana dall’idea con la quale era nato un provvedimento che vuole essere non sopraffazione, piuttosto abbraccio di cura che passa attraverso confronto e mediazione.
    Insomma, una legge non da modificare, la 180, ma da rendere pienamente operativa, (ci sono regioni dove mai è stata davvero applicata, mentre oggi subisce attacchi là dove ha meglio funzionato…) contro tanti luoghi comuni e cattive psichiatrie che, mettendo al centro la malattia e non l’uomo, la vogliono di fatto cancellare.
    Ben venga dunque questa sorta di contrattacco contro chi la rivoluzione di Basaglia vorrebbe fare agonizzare per poi cassarla del tutto. Il Disegno di legge che proponiamo come un manifesto, può diventare bandiera di una nuova stagione di aggregazione e di lotta …
    Come una chiamata alle armi, che non può che essere rivolta soprattutto alle più giovani generazioni. Che abbiamo sentito denunciare, fra l’altro, di essere costretti a lavorare con le mani legate, confrontandosi col disinteresse di dirigenti e politici… e pur continuando, come possibile, “a coltivare con le loro forze la vite lì vicino”…
    Mi permetto di rubare una bellissima suggestione suggerita da Salvatore Marzolo, giovane psichiatra animatore del gruppo “Ponti di vista”, che citando dal “Libro di sabbia” di Borges, “la febbre e l’agonia sono piene di inventiva”, si chiede: “Allora forse tocca a noi ricostruire su ciò che resta di Pompei? Metaforicamente parlando… E se spesso si indulge nella celebrazione di Pompei, si può forse trovare un compromesso fra i re sepolti e gli artigiani che oggi coltivano la vite lì vicino e ci fanno comunque un buon vino”.
    Senza però dimenticarla, questa Pompei…
    “Senza dimenticare. Come Enea porta in spalla Anchise e per mano Ascanio”.
    “Sepolto Anchise con tutti gli onori e i pianti, sarà Ascanio a seminare, coltivare viti, fondare città…” Ridando la parola a Peppe Dell’Acqua, che tutto questo nuovo sommovimento ha voluto e con passione ha sollecitato…



    Dittici. I volti e il tempo…

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    Pietro Basoccu, fotografo d’anime. E dell’anima del tempo. Mi viene da pensare oggi sfogliando il catalogo del suo ultimo lavoro, “Dittici”, dedicato ai ragazzi, al prezioso, delicatissimo, complesso spazio del tempo della loro adolescenza.
    Sempre Basoccu riesce a svelarci percorsi di intere vite fissate nell’attimo di un ritratto. Lo ha fatto cogliendo col suo obiettivo ricordi di anni e anni nello sguardo dei centenari d’Ogliastra… dipingendo il grigio soffocante di un’ossessione, fatta di ruggine, di ferro e silenzi, che intrappolano l’anima, nell’urlo muto di volti di “Captivi”… raccontando la sua terra attraverso una sorta di pantheon creato per gli artisti che la abitano… seguendo labirinti di vite smarrite nelle lesioni di vetri infranti…
    Questa volta la sua indagine è un cammino lungo cinque anni, racchiuso fra due istanti. Ritraendo ragazzi e ragazze all’età di tredici anni e poi andandoli a ritrovare al compimento dei diciotto.
    Tredici anni… tempo irripetibile, ho sempre pensato. Tempo in cui a sprazzi percepisci che tutto, ma proprio tutto, è ancora possibile. Che può essere sensazione di incontenibili gioia e smarrimenti. Comunque, momento d’infinito che mai più, con quella freschezza e assolutezza, si ripeterà…
    Diciotto anni… e trasformazioni intime hanno già mutato gli sguardi. A volte in maniera impercettibile, a volte in più evidenti inquietudini.
    Dittici… di ventisette ragazzi in pose che non sono le istantanee dei selfie che sono abituati a vivere, come fa giustamente notare l’antropologo Bachisio Bandinu, “nell’abusato gioco di smorfie e di pose dando per scontato il riconoscimento”. C’è comunicazione profonda fra i ragazzi, pur fra timidezze e interrogativi, e il loro fotografo. Che cerca di cogliere fra una foto e l’altra, scattata a distanza di cinque anni, lo spazio del tempo della metamorfosi. Che può essere conquista, gioia, ma anche turbamento, dolore…
    Ed è anche un bel gioco, un serissimo gioco, quello che ci invitano a fare questi dittici, mettendo a confronto due età di ragazzi in posa su sfondi che pure non mutano, se non di pochissimo, che pure la posa mantengono simile.
    Ma gli sguardi… stupori che diventano interrogativi, o già inizio di durezze…
    Ma le labbra… sorrisi che diventano appena serrati, a trattenere nuove consapevolezze…
    Ho già detto, parlando di altri lavori, dello sguardo di Pietro Basoccu, che è medico pediatra e ama definirsi “fotografo sociale”… della sua capacità di vedere negli occhi di ciascuno l’unicità di ognuno, e con questo restituirci mondi interi. E così accade con le foto di questi suoi ragazzi, della comunità di Villagrande e Villanova Straili, che ci parlano di un’età in cui, a tutte le latitudini, non poco si decide delle loro vite.
    Ancora un pensiero. Poggiare lo sguardo su Luca, Angela, Federica, Tomaso, Francesco e tutti gli altri, e ricercarli anni dopo cogliendone aliti, e l’offrirsi dei ragazzi a questo sguardo accettandone il gioco e restituendo comunque messaggi… mi è sembrato un tenerissimo colloquio, un bel comunicare fra generazioni. Preziosissimo insegnamento, di questi tempi in cui si tende a vivere piuttosto rinserrati ognuno nelle proprie durezze e categorie… di spazi, di tempo, d’età…

    “Dittici, i volti e il tempo” Soter editrice

    La casa rossa…

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    e a proposito di quel “c’era e non c’era”… la suggestione di una Casa rossa… che ci regala Daniela Morandini ...

    “Aveva attraversato il mare per trovare la Casa Rossa. La più bella tra quelle che non c’erano. Aveva incontrato assassini impazienti e brava gente feroce. Ora la Casa era lì, quasi. Rossa di sabbia ancora da impastare. Quattro colonne reggevano il cielo. Segni di stanze scavavano nella polvere. Semi di mango dormivano nel patio. La luce era rossa. Anche il caldo era rosso. L’acqua non c’era, ma l’acqua là dentro non si secca mai. E c’era una donna, ma ancora non la conosceva. Correva anche una strada che portava chissà dove. C’era e non c’era, la Casa Rossa”.

    Alfabeto dei piccoli armeni

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    Sonya Orfalian l’avevo conosciuta imbattendomi in un libro di ricette della cucina armena. Ricette che sono in realtà pagine di storia e di letteratura… Come storia e letteratura è anche la sua bella raccolta di fiabe armene, “A cavallo del vento”, dove ho imparato che tutte quelle fiabe iniziano con “C’era e non c’era”… quasi un soffio di vento sospingesse ogni volta i suoi re e maghi e incantatori, e serpenti, zingari e demoni… in un mondo indefinito, come indefinita, pensai e appuntai allora, qualcuno ancora vorrebbe l’immane tragedia del popolo armeno.
    Ma Sonya Orfalian, che da sempre scava e testimonia e racconta del suo popolo, ancora una volta è qui a strappare brani di quella storia all’indefinito, e ce la riporta oggi nel corpo e nel sangue di chi l’ha vissuta. Con Alfabeto dei piccoli armeni, libro edito da Sellerio, composto con voci di giovanissimi armeni, piccoli o appena adolescenti, sopravvissuti allo sterminio.
    “Il fumo dei corpi bruciati dei nostri martiri sale in alto nel cielo. Signore onnipotente, ti è arrivato l’odore dei nostri morti?”
    E’ il grido, che è preghiera, di Armenuhì, una delle trentasei voci raccolte. Trentasei, come le lettere dell’alfabeto armeno…
    Delicatissima nel racconto di tanto orrore, Sonya Orfalian ci porge queste testimonianze come sussurri di bimbi. Perché è composto di sussurri “l’eco di voci lontane… che in seguito ho ritrovato nella cerchia più ampia della diaspora armena, nelle case dei tanti conoscenti e amici che, come me, discendevano dai sopravvissuti al genocidio”.
    Sussurri colti dal silenzio che avvolgeva il segreto di terribili ricordi.
    Con questi frammenti, ricordi e resoconti di momenti vissuti da bambini, e come con voce di bambino riportati, sono state ricomposte trentasei storie che ci portano sui sentieri dell’esodo, delle marce forzate, della fame e della sete, dei massacri, delle abissali violenze di quello che fu il primo genocidio del ‘900. “Metz Yeghern”, il Grande Male… un massacro perpetrato dall’impero ottomano fra il 1915 e il 1919. Oltre un milione e mezzo furono i morti, e la Turchia ancora minimizza…
    “Hanno preso due neonati, li strappano dalle braccia delle madri. Li inchiodano sui rami, li crocifiggono ai rami”, racconta Hovsèp… “Hanno preso un uomo, lo impalano davanti a tutti noi. Qualcuno ha gridato per l’orrore, forse era un fratello forse un figlio, lo hanno preso e decapitato sul posto. La testa è rimasta a terra con gli occhi aperti”, il sussurro di Sona.
    Lì legano mio nonno e mio zio insieme. Ne fanno un solo fascio. Li sollevano e li gettano nel burrone dove scorre il nostro fiume. Molte donne li seguono si gettano in acqua coi loro bimbi in braccio per scampare agli stupri dei turchi. Il fiume è pieno di cadaveri”, ricorda di Arshag.
    Hovsèp, Sona, Arshag… e poi Ovsannà, Mariam, Nvart e tutti gli altri, e il loro raccontare flebile… ci guardano dalle pagine di questo libro e sembra vederlo, nei loro occhi, il terrore, lo stupore del loro dolore…
    Questo libro, scrive Sonya Orfalian, non ha l’ambizione di essere un libro di storia. Forse. Ma sono sempre più convinta che è soprattutto il racconto delle singole vite, pronunciare nomi, provare a immaginare volti, ascoltare timbri per quanto esili di voci… a farci precipitare nell’essenza delle cose. A farci riconoscere la Storia, quella con la S maiuscola, come tutta nostra, della nostra tormentata umanità, e mai magari lontana parentesi appartenente ad altri da noi…
    Mi raccontò, quando la conobbi, Sonya, che agli Armeni fu vietato usare la propria lingua. Punizione, per chi avesse violato il divieto, il taglio della lingua. Gli adulti di un intero villaggio dell’Armenia antica subirono questa pena…
    Il peso delle parole non pronunciate, delle verità soffocate… diventano l’ingombro di fantasmi che ossessionano il presente, non solo nella vita individuale di persone “divise tra il rifiuto della memoria e il fatto evidente che tutta la propria vita è intessuta di quel ricordo”… ma sono anche macigni, assenze terribilmente presenti sul cammino della Storia…
    Il 24 aprile, è stata la Giornata del ricordo del genocidio armeno. Ben vengano i ricordi, ma la ricorrenza (riprendo quanto mi spiega il “cuntatore” Alessio di Modica) rischia di essere la morte della memoria, se tutto finisce quel giorno. Se dimentichiamo che c’è chi ricorda tutti i giorni. E grazie a Sonya Orfalian, che dando voce ai sussurri ancora restituisce memoria.

    E il suo invito ad ascoltare “le vocine esili di chi non ha voce e non l’ha mai avuta, di testimoniare l’ingiustizia, la sopraffazione, la negazione di umanità”, è invito anche a guardarci intorno, ad ascoltare le tante flebili, soffocate voci che anche oggi, tutt’intorno, testimoniano ingiustizie e disumanità…



    Ritournelles….

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    Alla Galleria “Interzone” di Roma si é svolta “La caduta della R: uno studio su Ritournelles di Félix Guattari”. Ma forse si potrebbe dire ” é andata in scena”, perché questa ricerca nasce dalla commistione dei generi, da un libro del filosofo francese, dalla traduzione in italiano e in suoni della musicista Antonia Gozzi, dalla riscrittura in immagini del fotografo Michele Corleone, dalla presenza delle persone che he hanno ricomposto i frammenti. Daniela Morandini era lì. Ascoltate…

    “C’è una galleria fotografica a Roma che si chiama Interzone, come quei frammenti di William Burroughs che scolpiscono schegge di commedia umana. E non è un caso, questa volta, che proprio qui si abbia l’impressione di entrare nella mente di Félix Guattari, tra i filosofi più potenti della fine del secolo scorso.
    Entrate senza bussare, bussate senza entrare. Strappate i cardini. Demolite le facciate. Ma fate qualcosa, insomma!
    In un angolo della Galleria, le ultime copie di “ Ritournelles “, il testo che Antonia Gozzi ha ritradotto in italiano e convertito in musica. Un libro che ruota intorno alla concezione di ritornello: in francese una parola femminile, così come lo era nel Sud d’Italia di un tempo. E’ una visione che gira tra cadute e ripetizioni mai uguali a loro stesse. Sono memorie, movimenti, buchi neri, tagli, quadri di esposizioni che si disintegrano e si ricompongono. Parigi, Berlino, Bologna. E la R che cade e precipita ancora. Sono pagine di carta vetrata che trasudano odore di frasi e di materia:
    Lo zio Charles, moribondo, ancorato a una corda che ha fatto attaccare ai piedi del letto per attenuare gli assalti del dolore. Tutto per il bricolage. Elastici, lamiere ondulate, rubinetti, rondelle, lime, nessuna vite.
    Estetica del caos? Flusso di coscienza?Joyce? Proust? Di nuovo Burroughs?
    Sono parole, scrive Guattari, che si arrampicano sugli alberi come formiche, mentre nella Galleria alcune sveglie asincrone commemorano il tempo e un pianoforte esibisce il suo spartito senza note, carico di schizzi e di colori per una sinfonia di segni.
    Tornano alla mente le musiche di liquori di Des Esseintes, il protagonista di “ A’ rebours ”. Il Curaçao che corrisponde al clarinetto, il Kummel che è come l’oboe, il flauto che sa di menta.
    Sulle pareti Michele Corleone riscrive il testo con l’obiettivo. Fotografie, istantanee, ingrandimenti e piccoli formati ritrovati chissà dove e chissà quando. Una donna col velo, una matrioska, un uovo, i pesci, una pistola. Fotogrammi, ricordi sfuocati raccolti per strada, sistemati in bustine trasparenti appese in un ordine prestabilito, o forse no.
    Su un schermo scorre immobile il video tratto dagli appunti di Guattari per un film da un sogno di Kafka.
    Suoni, figure, parole si ricompongono nelle persone che guardano, ascoltano, chiacchierano o pensano ad altro, mentre una gatta tigrata si aggira disinvolta. Si chiama Misha, come in un racconto di Cechov, ma alcuni la chiamano Lelé, oppure Buba, a volte Mimma.

    Daniela Morandini

    Favola industriale blues

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    I componenti della raffineria vennero portati sulla rada. E qui incontrarono i resti
    dell’antica colonia greca. E un tubo di metallo guardando un muro di cinta gli chiese: “Chi sei tu?”
    Il muro di cinta rispose: “Chi sei tu…?!”
    Il tubo di metallo: “Noi siamo l’industria, il futuro”
    E il muro di cinta: “…e io sono il passato”
    Il tubo: “Adesso portiamo un po’ di movimento”
    Il muro: “Il movimento c’è anche di senza di te… questa è zona sismica”.
    Il tubo di metallo: “Che antico che sei!”
    Il muro: “Antico… non è un’offesa”.


    Il dialogo è incalzante, pulsa, avvolge, rapisce… tesse il cunto della “Favola industriale blues”, il nuovo spettacolo della compagnia siciliana Area Teatro. Alessio e Ivano Di Modica… li avevamo conosciuti (ricordate?) quando hanno girato l’Italia con “20 anniCronache da inizio millennio dal G8 di Genova”, un “cunto” per non dimenticare quanto accadde allora. Ed eccoli, ora, ancora qui a dirci di non chiudere gli occhi, a tenerci svegli… con una “favola amara di lavoro, sfruttamento, di richiamo alle origini, come un blues dannato in cui a vendere l’anima al diavolo è un luogo: il mondo intero”.
    Lo spettacolo è una rielaborazione della Favola Industriale che già tra il 2005 e il 2015 ha girato l’Italia, per puntare il dito sulla devastazione industriale del territorio. E da sempre dal guardarsi intorno, dallo scavare nella realtà, nasce il lavoro di Area Teatro, compagnia nata in seno al polo petrolifero industriale di Augusta… e come non vedere, come non raccontare…
    Sul palco, “cuntista”, è Alessio, che mi spiega…
    “Sì, il punto di partenza è il polo petrolchimico e la necessità personale di raccontare il territorio, ma come chiave di lettura su scala globale”. Già perché dopo l’attento e profondo lavoro di ricerca sul territorio… “ascoltando i testimoni dell’arrivo dell’industrializzazione in Sicilia (contadini diventati poi operai, ex pescatori…), portando poi lo spettacolo in giro per l’Italia… ci siamo accorti che in realtà le storie erano simili ovunque, che il modus operandi degli industriali è uguale ovunque, e ovunque tende a sradicare le persone dalla propria storia. Per questo quello che oggi raccontiamo è una storia che va oltre il nostro territorio, arriva ad abbracciare il Sud del mondo…”
    Così il nuovo spettacolo nasce anche dall’incontro con le tante realtà che in Italia si occupano di giustizia ambientale, lottano in difesa del territorio, che è difesa del nostro futuro…
    Non esiste la storia muta. La frase è dello scrittore uruguayano, Eduardo Galeano, e campeggia su una pagina del sito di Area Teatro.
    Sì, l’abbiamo fatta nostra. La Storia non è muta. La Storia urla. E noi proviamo a cogliere questo urlo, percorrendone i sentieri. Raccontare oggi questa storia è diverso da venti anni fa. Allora c’era meno coscienza… in questi venti anni si è diffusa più conoscenza, è cresciuta una generazione più cosciente che guarda al futuro. E la protesta dovrà evolvere. In questi venti anni anche gli industriali si sono riorganizzati, prevale una narrazione del territorio e della crescita a senso unico e la critica al pensiero industriale viene messa ai margini. Ecco, noi camminiamo nella periferia della memoria”.
    La memoria, la ricerca del passato è filo conduttore e forza di tutti i lavori della compagnia, convinti come si è del fatto che “il passato non è un peso da portarsi dietro ma desiderio di futuro”.
    E la voce per costruire il futuro è per la compagnia siciliana il cunto. Ma chi è, che cos’è un “cuntista”…
    Essere cuntista significa uscire dal comfort-zone e mettersi in gioco, naturalmente con rispetto del passato… Tutti sembrano copiare Mimmo Cuticchio, che pure è stato nostro importante riferimento culturale, ma oggi il linguaggio che vogliamo guarda al nostro tempo ed è pieno di contaminazioni… dalla favola, alla fiaba, all’orazione civile, dal comico alle leggende metropolitane… E così animali e oggetti prendono voce, compaiono maghi e streghe insieme agli uomini veri, alle vicende vere di cui testimoniamo, e il cunto diventa linguaggio vivo dell’oggi”.
    Lavoro prezioso quello fatto nel tempo. Fra i tanti lavori della compagnia i Cunti del mare
    “E’ uno spettacolo sul mondo dei pescatori, finito a causa dell’industrializzazione. Ci sembra si faccia troppo folklore su queste cose, va fiorendo quasi una memoria malata… Le persone che a suo tempo abbiamo incontrato, i pescatori, sono quasi tutti morti. Ripescarne la memoria storica è stato salvare un piccolo mondo”.
    A scorrere i titoli dei lavori di Area Teatro c’è tanta Sicilia. La sicilianità è l’anima del nostro lavoro, dite. Ma cos’è “sicilianità”…
    “Sicilianità… non è qualcosa d sventolare… Benigni, a proposito di Troisi, ha detto: mi hai raccontato Napoli e non mi hai mai suonato il mandolino. E’ quello che cerchiamo di fare. La Sicilia ha una lingua che si evolve, è talmente un crogiuolo di culture, che tentare di fissarla in luoghi comuni è come ammazzarla. Difficile definirne l’identità, dopo tanta storia, popoli, culture che l’hanno attraversata…”
    Favola industriale Blues, insieme allo spettacolo sul G8 di Genova, fa parte di una trilogia che si chiuderà con un nuovo spettacolo nell’autunno prossimo. Ne parleremo, ma intanto, un’impressione sugli incontri avuti con il lavoro precedente…
    Lo spettacolo sul G8… sembra funzionasse solo per la ricorrenza… Si commemora e poi tutto finisce lì. La ricorrenza è la morte della memoria. La memoria non funziona così. Non funziona per date”.
    Già, la nostra flebile memoria… per allenarla un po’, l’invito è ad andare a vedere dunque FAVOLA INDUSTRIALE BLUES, prodotto dalla compagnia indipendente Area Teatro e coprodotto da RECOMMON, associazione che si occupa di giustizia ambientale in Europa e nel mondo contro gli abusi di potere e il saccheggio dei territori per creare spazi di trasformazione nella società.
    L’appuntamento è a Roma, al teatro Furio Camillo, la sera del 5 maggio, per il debutto. E poi Catania, il 14 del mese, Siracusa il 18, Taranto il 27… per poi ripartire in autunno per il Nord…