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    Gattitudini. IL gatto è un fingitore…

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    “Gattitudini”, cronache delle dinastie di gatti che hanno affollato la vita di Ludovica De Nava (La quercia e la rosa, ricordate?). Questa è la mia prefazione al libro… e grazie a Ludovica per avermela affidata… facendomi conoscere le fantastiche “piccole persone” (Anna Maria Ortese così chiama gli animali tutti) della sua famiglia..

    Zoe, Indiana Jones, Momoa, Cipria, Omero, Strudel, Mia, Priscilla…
    L’estro, l’accuratezza e la fantasia a un tempo che chi decide di ospitare un gatto dedica alla scelta del nome da dargli mi è sempre sembrata cosa stupefacente. E molto mi ha sempre detto di quelle persone, a cominciare della loro capacità di attirare l’attenzione e poi conquistarti, con la leggerezza di chi sa imbastire conversazioni come sulle note di miagolii lievi e distratti, e poi…
    Ludovica così l’ho conosciuta, a bordo del trenino che dal centro di Roma porta fuori verso la Flaminia…
    Avevo la testa tuffata nelle pagine di un libretto di poesie di Eduardo de Filippo…
    “Si interessa di teatro?” mi ha soffiato una voce gentile. Ho sollevato gli occhi su un bel sorriso e due occhi da gatta… ed eccoci qui, a una dozzina di anni di distanza, ancora a scambiare a tratti fra noi appunti e parole, nonostante il tempo e le distanze. D’altra parte, l’aver tutte e due più meno sempre condiviso la vita con quei “bimbi pelosi col naso umido” è cosa che affratella e unisce…
    Così ho letto con molta curiosità e piacere le pagine di questo racconto, che ci regala cronache delle dinastie di gatti che hanno affollato e animato la vita dell’autrice. Gli arrivi, le nascite, gli ardimenti, le ruffianerie, le percezioni, gli incidenti, le malattie, le cure, qualcuno che scompare, qualcuno che muore… Ognuno col suo carattere, i suoi amori, le sue scelte. E sono tanti, è quasi difficile tenerne il conto, perché quando si inizia, sapete, un gatto tira l’altro…
    E’ una sorta di incantamento di cui loro, i nostri amici pelosi, conoscono il segreto. E lo tengono gelosamente riservato, altrimenti come riuscirebbero a farci fare (quasi) sempre quello che vogliono? A essere onesta qualche volta mi sono chiesta se vediamo in loro un alter ego da cui accettiamo quello che a noi mai perdoneremmo. Ancora non ho risposte certe.
    Ho provato a cercarne in questo lungo racconto, che mi è sembrato un po’ un trattato di psicologia. Del gatto, ma anche del suo padrone…
    Ops! Il mio Lisippo (Gigetto per gli intimi) mi ha lanciato un’occhiataccia! Pardon, lo so lo so… i gatti non hanno padroni, semmai sono loro che posseggono e ci tengono d’occhio. A volte, ha proprio ragione Ludovica, ci giudicano. Ed “è dura essere giudicati da un gatto”.
    A momenti, leggendo, mi è anche sembrato di avere fra le mani una sorta di metodo Montessori per gatti. Un irrituale manuale da cui consiglio di prendere appunti, avendo ben chiaro di intenderlo in duplice senso. Come metodo che l’autrice suggerisce per “educare” i nostri amati gatti, ma anche per capire metodi e “trucchi” che loro, i gatti, non si fanno scrupolo di usare nei nostri confronti.
    I nostri amati felini… che tante volte pure ci rimproverano, mentre sanno anche amorevolmente guarirci. Guarirci, parola di Ludovica, dei piccoli traumi del corpo. Ma anche, soprattutto, dei dolori dell’anima.
    Eh sì, penso anch’io che la vita sarebbe ben più triste senza i nostri animali, senza la loro “inesauribile carica di affetto, buonumore ed energia”.
    Con un’avvertenza, che l’autrice alla fine ci dà: stiamo attenti a non tradirli, a non mancare loro di rispetto, cosa che capita magari inconsapevolmente di fare “applicando loro i nostri protocolli” sia pure per “egoismo affettivo”.
    E un suggerimento: impariamo a tessere con loro parole. Ludovica lo fa benissimo e ci spiega e dimostra che i gatti capiscono perfettamente. Cosa che posso testimoniare anch’io. Vi potrà sembrare stupefacente, ma non è poi così difficile: basta mettersi in ascolto, esattamente come sanno fare loro. Suggerimento che vale nei confronti di chiunque, umani e non. Imparare a mettersi in ascolto, dell’ascolto vero, che non passa solo per le parole, ma è disponibilità dell’anima, è capacità di sintonizzarsi sulle frequenze altrui. Ci aiuterebbe a vivere meglio con il resto del mondo.
    Seguiamone, allora, come invita questo racconto, i loro passi soffusi, la poesia che pure suggeriscono…
    Sapete, più guardo il mio, di gatto, più mi interrogo sulle sue dolcezze e insolenze, sulle sfrenatezze e tristezze, sulle smorfie di quando sembra ridere di me… più mi convinco di avere difronte proprio l’immagine del poeta che ci ha svelato Pessoa. Un fingitore. Ché “il poeta è un fingitore / arriva a fingere così completamente da far credere che è dolore il dolore che davvero sente”…

    “Gattitudini”, di Ludovica De Nava effigi.it

    Il sogno di zio Ciano…

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    E’ che l’estate era iniziata con l’idea di tener fede a un impegno preso con me stessa. Leggere Horcynus Orca. Sì, il voluminosissimo racconto epopea di D’Arrigo. Che avevo iniziato ad affrontare poco meno che una quarantina d’anni fa, e subito ne ero rimasta affascinata. Ma poi… mi ero fermata a pagina cento, circa…
    Lo riapro dunque… ma… trovo difficoltà linguistiche che allora non avevo avuto, fresca com’ero di alcuni mesi vissuti in Sicilia, e la testa ancora avvolta dalle sue sonorità. E mentre mi arrovello, delusa di me… lo sguardo mi scivola su un libricino. “Il sogno di zio Ciano”, di Alessio Di Modica. Alessio e Ivano… ricordate? Area Teatro. La compagnia siciliana, di Augusta per la precisione, che con la voce di Alessio cunta… racconta con la tecnica narrativa del cuntu siciliano, contaminato con altri generi e linguaggi… racconta e ricorda e denuncia… convinti come si è che “il passato non è un peso da portarsi dietro ma desiderio di futuro”.
    Il “Sogno di zio Ciano” è il testo di uno dei tanti spettacoli che Alessio e Ivano di Modica hanno realizzato per testimoniare la loro terra. E’, questo, racconto vivo e struggente della vita della comunità di pescatori che ora non è più, come tutta la marineria di Augusta “travolta e definitivamente stravolta dall’avvento degli impianti petrolchimici”, come spiega in una bella introduzione Antonino Cusumano. Aggiungendo che “a naufragare, in verità è la storia locale di un’antica civiltà, la cultura popolare di un’epoca”.
    E la sento, la voce di Alessio di Modica (il cuntista, che ho avuto il piacere di ascoltare in altre narrazioni), regalarci i racconti della pesca com’era fatta un tempo, descrivere la vita del golfo dove l’odore del mare si mischia con quello degli aranci e dei limoni, e il colore del mare è anche colore degli ulivi secolari, e i gesti sul mare sono gesti attenti di chi non conosce estate inverno e primavera, ma “per lui c’è a stagioni dei saraghi, dei lampuchi, dei merluzzi e dei tunnacchi”… Ed è la vita dura di zio Stachio, zio Mico, zu Ture ‘u mutu, di Iano che sa, partendo per la pesca, che per tre mesi non vedrà la sua zita Carmela… e voga voga… Ed è il sogno di Ciano che, come quello di tutta la comunità, si infrange sui pontili “che s’erano mangiati cento metri di mare”, e sul marina di cemento “che se n’era mangiati altri 50”… sul colpo di risacca della petroliera Washington che fa andare a fondo la barca dove sono zio Stachio e zio Mico… e si spegne sul funerale intorno a una bara vuota, ché il mare zio Stachio ha inghiottito…
    Il sogno di zio Ciano”… Alessio lo dedica “agli anziani pescatori della mia città che per strada, sui moli, alla villa, nelle loro case silenziose, su una panchina di fronte a un tramonto o al bar o alla confraternita di S. Andrea mi hanno regalato un po’ del loro tempo, un po’ di se stessi, un canto, una lacrima, una storia, la necessità del ricordare la loro storie a la paura di essere dimenticati come onde che si perdono a mare aperto…”
    E grazie ad Area Teatro, al prezioso lavoro di Alessio e Ivano, perché se le persone e i pescatori che hanno a suo tempo incontrato ora sono tutti morti … “ripescarne la memoria storica è stato salvare un piccolo mondo”.
    Invito, quando possibile, ad andare ad ascoltare e, intanto, a leggere il testo dello spettacolo come messo nero su bianco (“Il sogno di zio Ciano”, di Alessio di Modica, Libridine). In una nota Alessio si scusa se il siciliano, le parole, i verbi, le elisioni (che si riferiscono alla parlata d’Augusta e più in generale alla varietà dialettale del siracusano)… non sono sempre corrette nella forma di scrittura, ma si è cercato di mantenere la lingua del testo “quanto più orale possibile, visto che questo racconto nasce da e per vocazione orale”.
    E credo abbia ragione lui… anche qui il suo cunto diventa linguaggio vivissimo dell’oggi… e leggendo leggendo…ho sentito il bisogno di pronunciare parole, ritrovando sonorità che già tanti anni fa mi avevano affascinata… e ancora ritornano…
    E forse, chissà, sono pronta per Horcynus Orca…



    Guerra

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    Avevo deciso di non comprare libri per un po’.. ma come resistere incontrando l’ultimo inedito di Céline? Anche per via della condivisibilissima definizione del risvolto di copertina: “Céline è scrittore da dimenticare, hanno detto, se vuoi vivere, anche se vuoi soltanto leggere, capace com’è di rendere illeggibili tutti gli altri scrittori”. Quindi almeno non comprerò altri libri (anche perché di Sebald e della Ortese credo di avere già quasi tutto… 😆😆, di Bolano l’essenziale, forse…)
    Dunque: Guerra, Louis-Ferdinand Céline (Adelphi)… perfetto, mi sembra. nell’inferno di questi giorni (non solo in senso meteorologico..) e buon proseguimento di luglio…

    Storie randagie …

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    In attesa del libro in carta e ossa che verrà (molto presto, è già alle stampe…!)
    in anteprima on line scarcabile all’indirizzo “Strade bianche libri”… “Storie randagie, il graffio del Gatto per restare umani”.
    Pagine strappate al diario di un gatto randagio, seguendo le orme del più domestico (ma ne siamo sicuri?) dei felini. Che va, gironzola, finge distrazione, ma in realtà tiene tutto ben d’occhio, tornando a casa, quando torna, con piccoli tesori, trovati frugando anche nei bidoni dell’immondizia o fra la polvere che tanto accuratamente nascondiamo sotto i tappeti.
    Il meglio della rubrica “Gatto Randagio”, appunto, scritta da Francesca de Carolis per il sito aperto sui fatti del mondo “Remocontro”. E, parola di Ennio Remondino, titolare del sito, “sul remare controcorrente e trovare dubbi più originali e ben argomentati dei temi affrontati da Gatto Randagio, non credo potrete trovare di meglio. Anche per litigarci, ovviamente”.
    Per litigarci, certo, ma anche per farvi sedurre dallo sguardo inquieto del Randagio, che tanti linguaggi e mondi ama attraversare…

    La vita trema

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    “La vita trema”. Beh, titolo più “azzeccato” è difficile ci possa essere, per questo “romanzo di lotta” di Daniela Piretti… Che subito ci fa entrare nell’anima pulsante del libro, trasmettendoci quel tremore che è “subbuglio di ragione e sentimento” che attraversa fin dalle prime pagine il racconto. Che è narrazione della vita di Daniela, una vita non qualsiasi di giovane donna che ha attraversato i movimenti degli anni Sessanta e Settanta, da protagonista ben attiva, che a un certo punto ha scelto di entrare in Lotta Continua… E sono d’accordo con Daniele Barbieri che nella prefazione dice che la bella notizia di questo libro è che questo libro è stato scritto. Eh sì, perché se del ’68 tanto si parla e si è parlato, “mancano le storie nella ricostruzione della Storia”. Mancano le voci delle tante Danieline, dei tanti e tante come Daniela che potrebbero comporre il racconto corale che quei tempi meritano. Tempi ricchissimi e affollatissimi.
    Un racconto dove intanto vita pubblica e privata vengono raccontati parallelamente, anzi, come in un unico groviglio, e questo già dà il sapore di quei tempi… quando “il personale è politico”, che forse è anche una scelta ideologica, e la si può più o meno condividere, ma che qui scivola nella narrazione con grande naturalezza. E pensi subito che non potrebbe essere diversamente.
    Inizia a raccontare, Daniela, fin dai giorni della prima adolescenza, lei ragazzina sullo sfondo di quartieri romani. L’adolescenza… età delicatissima e complessa e gioiosa e dolorosa, anche… in cui ognuno cerca il senso, la strada della propria vita… Ognuno, quegli anni così determinanti per la propria esistenza, li ha vissuti a modo proprio, con le proprie scelte, le non scelte, anche a volte… Daniela farà le sue… ma per tutti in queste prime pagine riesce a restituire con grande freschezza una cosa che penso ognuno di noi abbia provato, quella sensazione, quella consapevolezza che tutto è ancora possibile… ed è cosa che provi solo intorno a quell’età, e anche fra le paure, gli ostacoli, i limiti … è sensazione violentissima e bellissima, e struggente… la si afferra in un attimo breve che è lo spazio di un mattino… e mai più nella vita, con quella forza, si ripeterà…
    Ma per molti della sua generazione quella sensazione, spostandosi su un altro piano e dilagando in un orizzonte più ampio… è durata ben più che lo spazio d’un mattino, e quell’idea che tutto è possibile è diventata la convinzione che un altro mondo è possibile
    Per questo altro mondo Daniela si è impegnata in ogni istante del suo tempo scegliendo di entrare nel movimento di Lotta Continua. Che ci racconta anche attraverso le storie e i volti delle tante persone con cui la sua vita si è intrecciata…
    Bellissima la pagina in cui spiega come il titolo della rivista “Prendiamoci la città”, incontrata nella sede romana di LC, e di cui coglie subito il potenziale significato rivoluzionario, la conquista definitivamente.
    Poi è sempre tutto più complesso e complicato, ma… leggete la pagina in cui descrive la città sognata… “la città a colori vivaci, operosa di vita, con spazi gradevoli anche nella periferia più estrema… senza miseria, senza fango, libere dal traffico, popolata di gente padrona del proprio tempo… dove caserme, prigioni e manicomi avessero abbandonato il loro aspetto austero, perché convertiti in teatri, cinema, biblioteche…”. E’ la città che dovremmo volere anche oggi, per cui anche oggi varrebbe la pena di ritornare a rimettersi in gioco…
    E scorre la storia di questo nostro paese. Con le sue ferite
    Ci fu il 12 dicembre, e la vita di quanti ha cambiato… E poi ci fu l’Italicus…Daniela, col suo compagno è su quel treno il giorno dell’attentato che uccise 12 persone. Salvi per miracolo. E quanto torna per tutti a bruciare il ricordo di allora, riflesso nelle schegge di vetro che Daniela si accorge avere conficcate nei piedi insanguinati…
    Tantissimo altro ci sarebbe da citare e ricordare… il racconto è dettagliato e ricchissimo, fra l’impegno, le lotte, i compagni, le fughe, le case, i dubbi, le conquiste…
    Accompagna tutto questo anche la nuova rivoluzione di quegli anni, il femminismo, e l’intreccio pubblico e privato si complica e si lacera e, sappiamo, finirà per lacerare pesantemente anche Lotta Continua…
    Nulla è semplice, ma quello che risalta è la sensazione forte che Daniela sia comunque molto orgogliosa di aver attraversato quel tempo, di tutte le sue scelte, di tutta la sua vita… E, nota personale, leggere il suo libro mi ha fatto pensare quanto anch’io, che di Daniela Piretti sono coetanea ma che pure ho seguito altri percorsi, sono davvero contenta di essere cresciuta in quegli anni, che nonostante tutto a tutti noi hanno regalato un’idea di vita proiettata sul futuro, che comunque spaziava oltre la nostra sfera personale… che ci ha permesso sempre di cogliere un respiro collettivo… ed è ricchezza non da poco, a confronto con l’asfittico, terribile individualismo ahinoi trionfante degli ultimi tempi.
    Nostalgia? Nulla affatto. Pur raccontando il passato, nel narrare di Daniela non c’è un solo attimo di rimpianto, ma tutto è sempre invito a guardate al futuro… un invito a prendere appunti da una fase storica vivissima quanto complessa, e andare avanti… Non per nulla “La vita trema” termina con la nascita di Iacopo, il bambino di Daniela. E… “Sì, pensai non c’erano dubbi, era l’inizio di una nuova estate”.


    La vita trema. Romanzo di lotta
    Strade bianche di StampAlternativa

    Un ddl- manifesto per ricominciare

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    E un altro passo è fatto. Come annunciato il disegno di legge “Disposizioni in materia di salute mentale” è stato presentato martedì scorso in conferenza stampa alla Camera dei deputati, dagli on. Debora Serracchiani e Filippo Sensi. Certo, è la sua terza riproposizione, la prima nel 2017 (a firma Dirindin e Manconi), la seconda nella precedente legislatura (a firma Carnevali Boldrini) e, guardandosi intorno, con l’aria che tira, chissà quanta strada, ci si potrebbe chiedere, riuscirà a fare… Ma chi ha condiviso e portato avanti negli anni la rivoluzione di Basaglia, non si ferma davanti a nuove sfide…
    E intanto, da subito, perché non vederlo, questo ddl studiato per dare attuazione in tutto il territorio nazionale a strumenti adeguati alla concreta applicazione della 180, come base di discussione e ripresa di un lavoro di tessitura e valorizzazione dei diritti che mezzo secolo di psichiatria anti-istituzionale ha consegnato ai “pazienti dei servizi psichiatrici”, oggi così brutalmente messi in discussione e indeboliti dalle politiche sanitarie degli ultimi tempi.
    Peppe Dell’Acqua e Carla Ferrari Aggradi si sono fatti portavoce di questo sentire. Accolto con convinzione da Debora Serracchiani e Filippo Sensi, che il ddl hanno presentato decisi a riappropriarsi del tema della salute mentale, anche nell’ambito più generale della sanità.
    E ci è piaciuto che il primo punto dell’intervento dell’on. Serracchiani abbia riguardato la necessità di sgombrare il campo dal pregiudizio per cui malattia mentale è pericolosità sociale. Questa pericolosità che è spauracchio per gonfiare le nostre anche irrazionali paure e aprire strade a sempre più illiberali costrizioni ed esclusioni… e non solo in tema di salute mentale.
    Non è cosa semplice. E “bisognerà fare un investimento culturale e di risorse”. Insomma, una non semplice inversione di rotta rispetto al pensiero negli ultimi tempi dominante.
    “Il senso del ddl che presentiamo? Farne bandiera, manifesto di un movimento che vuole salvaguardare la 180, darle gambe… liberarla dalle macerie dei luoghi comuni che vogliono soffocarla”, le parole di Peppe Dell’Acqua che, tanto per cominciare, ci invita a considerare la spietata medicalizzazione che si sta costruendo intorno agli adolescenti, “ragazzi che in realtà cercano di trovare la loro strada affrontando sentieri impervi e pietrosi… e lasciateli crescere…”
    Mentre abbiamo dimenticato che chiunque può stare bene: “Vorrei che la parola guarigione fosse sempre presente”.
    L’invito è a mettersi in gioco fino in fondo. Ne fa fede l’intervento di Carla Ferrari Aggradi, la sua passione nel chiedere di riprendere a “tessere la tela”, nel denunciare lo scandalo di quanto accaduto nelle università, dove la cultura che sottende la 180, tutto quello che in quello spirito è stato fatto, è stato cancellato. “Dobbiamo ritornare a parlare della vita delle persone, dei diritti, di prevenzione, dobbiamo costruire servizi di prossimità… contro le privatizzazioni (ma sapevate della nascita dei pronto-soccorsi privati?! A cominciare dalla Lombardia), contro le contenzioni (che di contenzione si muore) in questo sistema dove la violenza è a tutto tondo”. Sguardo ampio, il suo. “Dobbiamo occuparci della salute della Terra!”. E come non essere d’accordo con lei…
    A rincarare la dose, non usa mezzi termini Maria Grazia Giannichedda, anche lei da tempo a denunciare il sopravvento della psichiatria violenta, il servizio pubblico definanziato, la cultura della malattia, che ci induce ad “acquistare sul mercato la merce salute”.
    Un bel mercato, ha sottolineato Dell’Acqua, da far gola a troppi, in un paese dove fra l’altro circa mezzo milione di persone sono istituzionalizzate: fra persone che invecchiano, detenuti, persone con disabilità, bambini e ragazzi che provengono da situazioni difficili, migranti, e un numero preoccupante di persone con disturbo mentale definiti inguaribili in cosiddette strutture residenziali che hanno alla lunga riprodotto atmosfere manicomiali, e cui quando veniamo a saperne ci stupiamo…
    Contro la cultura della malattia, dunque, con uno sguardo ampio che ridia il senso della vita, come ha detto Massimo Magnano, di Sant’Egidio che questa battaglia condivide e affianca.
    Cosa si vuole sia da subito, dunque, il ddl presentato. Un manifesto che tenga insieme in molti, tutti quelli che nella complessità della persona credono, fuori dai dibattiti ideologici, intorno alla cura delle persone.
    E non sono solo parole. Peppe dell’Acqua ha ricordato l’ultimo presidio che si è tenuto al centro di salute mentale di Barcola, a Trieste, contro discutibili aspetti della gestione del Centro, e più in generale contro l’impoverimento dei servizi sanitari… Che non sono solo parole, ma significa mettersi in gioco ogni giorno, oltre che col proprio sapere, con il proprio corpo…


    Pur nel rispetto dovuto alla morte…

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    Condividendo in pieno… il documento del Direttivo della Società Italiana delle Storiche… una delle poche voci, chiare, limpide.. nel delirio “istituzionale” di questi giorni…

    “Una parte d’Italia piange in questi giorni Silvio Berlusconi, e gli tributa l’onore del lutto nazionale, finora fra le personalità politiche riservato solo a Presidenti della Repubblica.
    Gli affetti personali e i lutti dovuti alla perdita di una persona cara sono sempre da rispettare.
    Altra cosa è però il lutto nazionale per un uomo che, pur avendo rivestito un ruolo istituzionale, ha sistematicamente offeso i valori costituzionali incrinando la sfera dei diritti e dei doveri propri della cittadinanza.
    Né sono meno inquietanti e inopportuni gli onori tributati a Berlusconi se si guarda alla sua vicenda da una prospettiva di genere.

    Berlusconi ha legittimato, nella comunicazione e nei comportamenti pubblici, la reificazione e la mercificazione delle donne e dei corpi femminili, esaltando una maschilità patriarcale e paternalistica e contribuendo così a rallentare, e in qualche caso addirittura a invertire, il percorso verso una società più paritaria e rispettosa delle differenze di genere avviatosi con la caduta del fascismo, la Resistenza e la nascita dell’Italia repubblicana, e poi reso più celere dai femminismi degli anni Settanta del Novecento.

    Crediamo che le donne italiane, nella loro faticosa marcia verso la parità e la messa in discussione degli assetti tradizionali della famiglia e della sessualità, abbiano avuto un avversario in Berlusconi e nel berlusconismo: un avversario potente, vigorosamente combattuto e di cui le proteste delle donne stesse hanno contribuito a decretare il declino.
    Come storiche, per professione consapevoli del passato; come femministe attente ai diritti connessi alla sfera del genere e della sessualità; come donne sensibili al rispetto delle identità di genere e degli orientamenti sessuali, non possiamo oggi che esprimere con voce chiara e forte il nostro dissenso per la scelta di rendere a Berlusconi tributi istituzionali da riservare a chi rispetta i valori della Repubblica”.

    Direttivo Società Italiana delle Storiche

    pensando a Gabin…

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    Gabin… la sua straordinaria voce, che sembrava salire dall’anima della Terra… il suo incedere come principe d’Africa… l’eleganza della sua sottile danza… e tutto quello che mi ha raccontato del suo Burkina Faso, del sogno di Sankara… indimenticabili i suoi umidi, profondissimi occhi…
    un pensiero, al giorno in cui l’ho incontrato… in un roseto inerpicato sul terrazzo romano di un amico… voglio pensare che, andandosene, sia passato anche da lì….

    Salute mentale, un passo importante…

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    Martedì 13 saranno gli on. Debora Serracchiani e Filippo Sensi a presentare il ddl “Disposizioni in materia di salute mentale”.
    Proposto dal Forum Salute mentale, a quarantacinque anni dalla legge 180, il disegno di legge, già presentato nel 2017 a firma di Nerina Dirindin e Luigi Manconi, e riproposto nell’ultima legislatura dall’on. Elena Carnevali e dalla senatrice Paola Boldrini, è pensato per dare piena attuazione su tutto il territorio della penisola alla legge 180.
    Se in questi anni storia c’è stata, si vuole riprendere quella tessitura, per valorizzare le rimonte e i successi che pure ci sono stati grazie a quella legge e il diritto riconquistato delle persone, in quasi mezzo secolo di psichiatria anti-istituzionale, di riscoperta di donne e uomini nascosti dietro la sofferenza mentale, di diritti riconsegnati ai ‘pazienti dei servizi psichiatrici’, di rispetto per la loro sofferenza, per la loro vita…
    Una risposta, che recenti e non recenti fatti di cronaca rendono urgente, a tanta distrazione e alle scelte arroganti delle politiche sanitarie degli ultimi tempi, con il fallimentare sistema “ospedale al centro e tanto privato”, che tanta solitudine continua a produrre e che ha di fatto tradito lo spirito della riforma sanitaria del ’78.
    Il disegno di legge propone l’attuazione in tutto il territorio di strumenti adeguati come in diversi dipartimenti di salute mentale già avviene. Per rivalutare soprattutto il ruolo delle persone con esperienza. Per richiamare i servizi, i dipartimenti, le regioni, la magistratura a vigilare sull’attuazione delle misure di sicurezza. Individuando concretamente livelli di assistenza, percorsi di cura, prevedendo l’operatività dei servizi sul territorio per 24 ore al giorno, mettendo sempre al centro la persona e i suoi bisogni. Riportandoci così nell’abito dei principi del piano d’azione della salute mentale dell’OMS, come della Convenzione ONU dei diritti delle persone con disabilità.
    Insomma, un ddl “distonico” rispetto a quello che sta accadendo, che disegna “una certa idea di mondo” che ci piace. Rimettendo al centro la partecipazione a livello locale, perché dove manca la partecipazione i servizi sono scadenti. E le tristi cronache con protagoniste persone malamente seguite, quando non seguite per niente, ne sono il tremendo ricasco.
    Anche su questo il disegno di legge vuole fare chiarezza e dare precise e concrete indicazioni.
    Nodo quanto mai cruciale, quello del TSO
    . Troppo spesso mal interpretato nella sua attuazione, tradotto in pratiche violente. Cosa ben lontana dall’idea con la quale era nato un provvedimento che voleva essere non sopraffazione, piuttosto abbraccio di cura che passa attraverso confronto e mediazione.
    Insomma, una legge non da modificare, la 180, ma da applicare pienamente (ci sono regioni dove mai è stata davvero applicata, mentre oggi subisce attacchi là dove ha meglio funzionato…) contro tanti luoghi comuni e cattive psichiatrie che, mettendo al centro la malattia e non l’uomo, la vogliono di fatto cancellare.
    Un passo importante, nel quadro di un impegno più ampio per chiedere anche un’inversione di rotta, per la valorizzazione e il rafforzamento di tutto il sistema sanitario nazionale.

    Ricostruire su ciò che resta di Pompei. Due ddl per ricominciare

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    Riprendendo quanto già scritto… e riproponendo per il Forum della Salute Mentale…
    Come ha scritto sul Forum della Salute Mentale Carla Ferrari Aggradi, riprendo le sue parole che meglio non potrebbero fotografare l’assurdo, “quarantacinque anni dalla legge 180, quarantacinque anni di psichiatria antimanicomiale, di riscoperta di donne e uomini nascoste dietro la sofferenza mentale, di diritti riconsegnati ai ‘pazienti dei servizi psichiatrici’, di rispetto per la loro sofferenza, per la loro vita… come non fossero esistiti”.
    E la risposta al suo invito è: sì. Se storia c’è stata, riprendiamola, quella tessitura…
    Per cominciare riproponendo le “Disposizioni in materia di salute mentale”, il disegno di legge del 2017 firmato da Nerina Dirindin e Luigi Manconi, ripresentato nella scorsa legislatura dall’on. Elena Carnevali e dalla senatrice Paola Boldrini, e ora dall’on. Debora Serracchiani e dal senatore Filippo Sensi per dare piena attuazione alla legge 180. Per valorizzare le rimonte e i successi che pure ci sono stati grazie a quella legge e il diritto riconquistato delle persone.
    Come si va discutendo nella piazza del Forum della Salute Mentale. Certo, si è detto, bisognerà iniziare a bussare forte alle porte della politica.
    Che ascolterà? Siamo sicuri che qualcosa di buono accadrà.
    E allora… “Bisognerà andare per strada e ascoltare, contro tanta sordità, le voci delle persone che bisbigliano la loro sfiducia, la disperazione, il dolore … il dolore di quanto accade nell’invisibile banale quotidianità”.
    Urlare col dolore che danno le cose che accadono…
    Le cose che accadono hanno il volto di Wissem Ben Abdel Latif, che è il volto di quanti ancora soffocano legati a un letto di contenzione. Hanno la voce muta di Fedele Bizzocca, malato psichiatrico morto nel carcere di Trani, che è il silenzio di tutti “i casi problematici in particolare di natura psichiatrica”, persone intrappolate, non meno che nelle parole con le quali le pronunciamo, nelle narrazioni tossiche che facciamo di dolorosi fatti di cronaca… e le persone diventano “mostri” da cui difenderci, invece che persone da curare. Le cose che succedono hanno il nome di Alejandro Meran, intrappolato anche lui, come tanti, nella gabbia dell’irresponsabilità penale… e ora dello sgomento per la crudele morte di Barbara.
    Le cose che succedono, meno clamorose, ma non meno crudeli, sono la cronaca di tanta distrazione e di scelte arroganti delle politiche sanitarie degli ultimi tempi, con il fallimentare sistema “ospedale al centro e tanto privato”, che tanta solitudine continua a produrre e che ha di fatto tradito lo spirito della riforma sanitaria del ’78.
    Due, dunque, i corni del problema. La presenza su tutto il territorio della penisola dei profondi cambiamenti istituzionali e culturali che dalla legge sono derivati e delle pratiche che questa pretende, e il superamento di quell’obbrobrio che viene direttamente dal codice Rocco a proposito di irresponsabilità penale, misure di sicurezza e tutto il corollario che ne discende. E anche per questo è pronto in parlamento il disegno di legge a firma Riccardo Magi, che permetterebbe di superare le vecchie norme del codice Rocco, intanto restituendo, insieme alla responsabilità penale, dignità a chi ne viene privato, e così creando le premesse, come giustamente ha scritto su queste pagine Pietro Pellegrini, per “rifondare su basi nuove il ‘patto sociale’, la giustizia e la cura delle persone con disturbi mentali”.
    Riprendendo riflessioni nate negli incontri del Forum, “intanto per cominciare il disegno di legge può essere un buon ‘manuale’ per mettere in moto la terza rivoluzione, come continua a sperare Eugenio Borgna e per dotare il territorio di strumenti adeguati come in diversi dipartimenti di salute mentale già avviene. Per rivalutare soprattutto il ruolo delle persone con esperienza. Per richiamare i servizi, i dipartimenti, le regioni, la magistratura a vigilare sul concreto godimento dei diritti riconquistati…”
    Un disegno di legge che, individuando concretamente livelli di assistenza, percorsi di cura, prevedendo l’operatività dei servizi sul territorio per 24 ore al giorno, mettendo sempre al centro la persona e i suoi bisogni vuole muoversi nell’ambito dei principi del piano d’azione della salute mentale dell’OMS, come della Convenzione ONU dei diritti delle persone con disabilità. Che a tratti sembriamo aver trascurato.
    Al centro, ritorna, concreta, in tutte le sue possibili articolazioni, la città che cura, una città che si chiede “come curare” non “dove metterle”, le persone.
    Insomma, un Ddl, come spiega Daniele Piccione, distonico rispetto a quello che sta accadendo, che disegna “una certa idea di mondo” che ci piace. Rimettendo al centro la partecipazione a livello locale, perché dove manca la partecipazione i servizi sono scadenti. E le tristi cronache con protagoniste persone malamente seguite, quando non seguite per niente, ne sono l’evidenza…
    Anche su questo il disegno di legge vuole fare chiarezza e dare precise e concrete indicazioni. Nodo quanto mai cruciale, quello del TSO. Troppo spesso mal interpretato nella sua attuazione, tradotto in pratiche violente, è diventato (ancora parole di Piccione) “finestra attraverso la quale il tentativo di ritorno della coercizione, delle oppressioni hanno fatto capolino nell’ordinamento”. Cosa ben lontana dall’idea con la quale era nato un provvedimento che vuole essere non sopraffazione, piuttosto abbraccio di cura che passa attraverso confronto e mediazione.
    Insomma, una legge non da modificare, la 180, ma da rendere pienamente operativa, (ci sono regioni dove mai è stata davvero applicata, mentre oggi subisce attacchi là dove ha meglio funzionato…) contro tanti luoghi comuni e cattive psichiatrie che, mettendo al centro la malattia e non l’uomo, la vogliono di fatto cancellare.
    Ben venga dunque questa sorta di contrattacco contro chi la rivoluzione di Basaglia vorrebbe fare agonizzare per poi cassarla del tutto. Il Disegno di legge che proponiamo come un manifesto, può diventare bandiera di una nuova stagione di aggregazione e di lotta …
    Come una chiamata alle armi, che non può che essere rivolta soprattutto alle più giovani generazioni. Che abbiamo sentito denunciare, fra l’altro, di essere costretti a lavorare con le mani legate, confrontandosi col disinteresse di dirigenti e politici… e pur continuando, come possibile, “a coltivare con le loro forze la vite lì vicino”…
    Mi permetto di rubare una bellissima suggestione suggerita da Salvatore Marzolo, giovane psichiatra animatore del gruppo “Ponti di vista”, che citando dal “Libro di sabbia” di Borges, “la febbre e l’agonia sono piene di inventiva”, si chiede: “Allora forse tocca a noi ricostruire su ciò che resta di Pompei? Metaforicamente parlando… E se spesso si indulge nella celebrazione di Pompei, si può forse trovare un compromesso fra i re sepolti e gli artigiani che oggi coltivano la vite lì vicino e ci fanno comunque un buon vino”.
    Senza però dimenticarla, questa Pompei…
    “Senza dimenticare. Come Enea porta in spalla Anchise e per mano Ascanio”.
    “Sepolto Anchise con tutti gli onori e i pianti, sarà Ascanio a seminare, coltivare viti, fondare città…” Ridando la parola a Peppe Dell’Acqua, che tutto questo nuovo sommovimento ha voluto e con passione ha sollecitato…