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    Dittici. I volti e il tempo…

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    Pietro Basoccu, fotografo d’anime. E dell’anima del tempo. Mi viene da pensare oggi sfogliando il catalogo del suo ultimo lavoro, “Dittici”, dedicato ai ragazzi, al prezioso, delicatissimo, complesso spazio del tempo della loro adolescenza.
    Sempre Basoccu riesce a svelarci percorsi di intere vite fissate nell’attimo di un ritratto. Lo ha fatto cogliendo col suo obiettivo ricordi di anni e anni nello sguardo dei centenari d’Ogliastra… dipingendo il grigio soffocante di un’ossessione, fatta di ruggine, di ferro e silenzi, che intrappolano l’anima, nell’urlo muto di volti di “Captivi”… raccontando la sua terra attraverso una sorta di pantheon creato per gli artisti che la abitano… seguendo labirinti di vite smarrite nelle lesioni di vetri infranti…
    Questa volta la sua indagine è un cammino lungo cinque anni, racchiuso fra due istanti. Ritraendo ragazzi e ragazze all’età di tredici anni e poi andandoli a ritrovare al compimento dei diciotto.
    Tredici anni… tempo irripetibile, ho sempre pensato. Tempo in cui a sprazzi percepisci che tutto, ma proprio tutto, è ancora possibile. Che può essere sensazione di incontenibili gioia e smarrimenti. Comunque, momento d’infinito che mai più, con quella freschezza e assolutezza, si ripeterà…
    Diciotto anni… e trasformazioni intime hanno già mutato gli sguardi. A volte in maniera impercettibile, a volte in più evidenti inquietudini.
    Dittici… di ventisette ragazzi in pose che non sono le istantanee dei selfie che sono abituati a vivere, come fa giustamente notare l’antropologo Bachisio Bandinu, “nell’abusato gioco di smorfie e di pose dando per scontato il riconoscimento”. C’è comunicazione profonda fra i ragazzi, pur fra timidezze e interrogativi, e il loro fotografo. Che cerca di cogliere fra una foto e l’altra, scattata a distanza di cinque anni, lo spazio del tempo della metamorfosi. Che può essere conquista, gioia, ma anche turbamento, dolore…
    Ed è anche un bel gioco, un serissimo gioco, quello che ci invitano a fare questi dittici, mettendo a confronto due età di ragazzi in posa su sfondi che pure non mutano, se non di pochissimo, che pure la posa mantengono simile.
    Ma gli sguardi… stupori che diventano interrogativi, o già inizio di durezze…
    Ma le labbra… sorrisi che diventano appena serrati, a trattenere nuove consapevolezze…
    Ho già detto, parlando di altri lavori, dello sguardo di Pietro Basoccu, che è medico pediatra e ama definirsi “fotografo sociale”… della sua capacità di vedere negli occhi di ciascuno l’unicità di ognuno, e con questo restituirci mondi interi. E così accade con le foto di questi suoi ragazzi, della comunità di Villagrande e Villanova Straili, che ci parlano di un’età in cui, a tutte le latitudini, non poco si decide delle loro vite.
    Ancora un pensiero. Poggiare lo sguardo su Luca, Angela, Federica, Tomaso, Francesco e tutti gli altri, e ricercarli anni dopo cogliendone aliti, e l’offrirsi dei ragazzi a questo sguardo accettandone il gioco e restituendo comunque messaggi… mi è sembrato un tenerissimo colloquio, un bel comunicare fra generazioni. Preziosissimo insegnamento, di questi tempi in cui si tende a vivere piuttosto rinserrati ognuno nelle proprie durezze e categorie… di spazi, di tempo, d’età…

    “Dittici, i volti e il tempo” Soter editrice

    La casa rossa…

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    e a proposito di quel “c’era e non c’era”… la suggestione di una Casa rossa… che ci regala Daniela Morandini ...

    “Aveva attraversato il mare per trovare la Casa Rossa. La più bella tra quelle che non c’erano. Aveva incontrato assassini impazienti e brava gente feroce. Ora la Casa era lì, quasi. Rossa di sabbia ancora da impastare. Quattro colonne reggevano il cielo. Segni di stanze scavavano nella polvere. Semi di mango dormivano nel patio. La luce era rossa. Anche il caldo era rosso. L’acqua non c’era, ma l’acqua là dentro non si secca mai. E c’era una donna, ma ancora non la conosceva. Correva anche una strada che portava chissà dove. C’era e non c’era, la Casa Rossa”.

    Alfabeto dei piccoli armeni

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    Sonya Orfalian l’avevo conosciuta imbattendomi in un libro di ricette della cucina armena. Ricette che sono in realtà pagine di storia e di letteratura… Come storia e letteratura è anche la sua bella raccolta di fiabe armene, “A cavallo del vento”, dove ho imparato che tutte quelle fiabe iniziano con “C’era e non c’era”… quasi un soffio di vento sospingesse ogni volta i suoi re e maghi e incantatori, e serpenti, zingari e demoni… in un mondo indefinito, come indefinita, pensai e appuntai allora, qualcuno ancora vorrebbe l’immane tragedia del popolo armeno.
    Ma Sonya Orfalian, che da sempre scava e testimonia e racconta del suo popolo, ancora una volta è qui a strappare brani di quella storia all’indefinito, e ce la riporta oggi nel corpo e nel sangue di chi l’ha vissuta. Con Alfabeto dei piccoli armeni, libro edito da Sellerio, composto con voci di giovanissimi armeni, piccoli o appena adolescenti, sopravvissuti allo sterminio.
    “Il fumo dei corpi bruciati dei nostri martiri sale in alto nel cielo. Signore onnipotente, ti è arrivato l’odore dei nostri morti?”
    E’ il grido, che è preghiera, di Armenuhì, una delle trentasei voci raccolte. Trentasei, come le lettere dell’alfabeto armeno…
    Delicatissima nel racconto di tanto orrore, Sonya Orfalian ci porge queste testimonianze come sussurri di bimbi. Perché è composto di sussurri “l’eco di voci lontane… che in seguito ho ritrovato nella cerchia più ampia della diaspora armena, nelle case dei tanti conoscenti e amici che, come me, discendevano dai sopravvissuti al genocidio”.
    Sussurri colti dal silenzio che avvolgeva il segreto di terribili ricordi.
    Con questi frammenti, ricordi e resoconti di momenti vissuti da bambini, e come con voce di bambino riportati, sono state ricomposte trentasei storie che ci portano sui sentieri dell’esodo, delle marce forzate, della fame e della sete, dei massacri, delle abissali violenze di quello che fu il primo genocidio del ‘900. “Metz Yeghern”, il Grande Male… un massacro perpetrato dall’impero ottomano fra il 1915 e il 1919. Oltre un milione e mezzo furono i morti, e la Turchia ancora minimizza…
    “Hanno preso due neonati, li strappano dalle braccia delle madri. Li inchiodano sui rami, li crocifiggono ai rami”, racconta Hovsèp… “Hanno preso un uomo, lo impalano davanti a tutti noi. Qualcuno ha gridato per l’orrore, forse era un fratello forse un figlio, lo hanno preso e decapitato sul posto. La testa è rimasta a terra con gli occhi aperti”, il sussurro di Sona.
    Lì legano mio nonno e mio zio insieme. Ne fanno un solo fascio. Li sollevano e li gettano nel burrone dove scorre il nostro fiume. Molte donne li seguono si gettano in acqua coi loro bimbi in braccio per scampare agli stupri dei turchi. Il fiume è pieno di cadaveri”, ricorda di Arshag.
    Hovsèp, Sona, Arshag… e poi Ovsannà, Mariam, Nvart e tutti gli altri, e il loro raccontare flebile… ci guardano dalle pagine di questo libro e sembra vederlo, nei loro occhi, il terrore, lo stupore del loro dolore…
    Questo libro, scrive Sonya Orfalian, non ha l’ambizione di essere un libro di storia. Forse. Ma sono sempre più convinta che è soprattutto il racconto delle singole vite, pronunciare nomi, provare a immaginare volti, ascoltare timbri per quanto esili di voci… a farci precipitare nell’essenza delle cose. A farci riconoscere la Storia, quella con la S maiuscola, come tutta nostra, della nostra tormentata umanità, e mai magari lontana parentesi appartenente ad altri da noi…
    Mi raccontò, quando la conobbi, Sonya, che agli Armeni fu vietato usare la propria lingua. Punizione, per chi avesse violato il divieto, il taglio della lingua. Gli adulti di un intero villaggio dell’Armenia antica subirono questa pena…
    Il peso delle parole non pronunciate, delle verità soffocate… diventano l’ingombro di fantasmi che ossessionano il presente, non solo nella vita individuale di persone “divise tra il rifiuto della memoria e il fatto evidente che tutta la propria vita è intessuta di quel ricordo”… ma sono anche macigni, assenze terribilmente presenti sul cammino della Storia…
    Il 24 aprile, è stata la Giornata del ricordo del genocidio armeno. Ben vengano i ricordi, ma la ricorrenza (riprendo quanto mi spiega il “cuntatore” Alessio di Modica) rischia di essere la morte della memoria, se tutto finisce quel giorno. Se dimentichiamo che c’è chi ricorda tutti i giorni. E grazie a Sonya Orfalian, che dando voce ai sussurri ancora restituisce memoria.

    E il suo invito ad ascoltare “le vocine esili di chi non ha voce e non l’ha mai avuta, di testimoniare l’ingiustizia, la sopraffazione, la negazione di umanità”, è invito anche a guardarci intorno, ad ascoltare le tante flebili, soffocate voci che anche oggi, tutt’intorno, testimoniano ingiustizie e disumanità…



    Ritournelles….

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    Alla Galleria “Interzone” di Roma si é svolta “La caduta della R: uno studio su Ritournelles di Félix Guattari”. Ma forse si potrebbe dire ” é andata in scena”, perché questa ricerca nasce dalla commistione dei generi, da un libro del filosofo francese, dalla traduzione in italiano e in suoni della musicista Antonia Gozzi, dalla riscrittura in immagini del fotografo Michele Corleone, dalla presenza delle persone che he hanno ricomposto i frammenti. Daniela Morandini era lì. Ascoltate…

    “C’è una galleria fotografica a Roma che si chiama Interzone, come quei frammenti di William Burroughs che scolpiscono schegge di commedia umana. E non è un caso, questa volta, che proprio qui si abbia l’impressione di entrare nella mente di Félix Guattari, tra i filosofi più potenti della fine del secolo scorso.
    Entrate senza bussare, bussate senza entrare. Strappate i cardini. Demolite le facciate. Ma fate qualcosa, insomma!
    In un angolo della Galleria, le ultime copie di “ Ritournelles “, il testo che Antonia Gozzi ha ritradotto in italiano e convertito in musica. Un libro che ruota intorno alla concezione di ritornello: in francese una parola femminile, così come lo era nel Sud d’Italia di un tempo. E’ una visione che gira tra cadute e ripetizioni mai uguali a loro stesse. Sono memorie, movimenti, buchi neri, tagli, quadri di esposizioni che si disintegrano e si ricompongono. Parigi, Berlino, Bologna. E la R che cade e precipita ancora. Sono pagine di carta vetrata che trasudano odore di frasi e di materia:
    Lo zio Charles, moribondo, ancorato a una corda che ha fatto attaccare ai piedi del letto per attenuare gli assalti del dolore. Tutto per il bricolage. Elastici, lamiere ondulate, rubinetti, rondelle, lime, nessuna vite.
    Estetica del caos? Flusso di coscienza?Joyce? Proust? Di nuovo Burroughs?
    Sono parole, scrive Guattari, che si arrampicano sugli alberi come formiche, mentre nella Galleria alcune sveglie asincrone commemorano il tempo e un pianoforte esibisce il suo spartito senza note, carico di schizzi e di colori per una sinfonia di segni.
    Tornano alla mente le musiche di liquori di Des Esseintes, il protagonista di “ A’ rebours ”. Il Curaçao che corrisponde al clarinetto, il Kummel che è come l’oboe, il flauto che sa di menta.
    Sulle pareti Michele Corleone riscrive il testo con l’obiettivo. Fotografie, istantanee, ingrandimenti e piccoli formati ritrovati chissà dove e chissà quando. Una donna col velo, una matrioska, un uovo, i pesci, una pistola. Fotogrammi, ricordi sfuocati raccolti per strada, sistemati in bustine trasparenti appese in un ordine prestabilito, o forse no.
    Su un schermo scorre immobile il video tratto dagli appunti di Guattari per un film da un sogno di Kafka.
    Suoni, figure, parole si ricompongono nelle persone che guardano, ascoltano, chiacchierano o pensano ad altro, mentre una gatta tigrata si aggira disinvolta. Si chiama Misha, come in un racconto di Cechov, ma alcuni la chiamano Lelé, oppure Buba, a volte Mimma.

    Daniela Morandini

    Favola industriale blues

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    I componenti della raffineria vennero portati sulla rada. E qui incontrarono i resti
    dell’antica colonia greca. E un tubo di metallo guardando un muro di cinta gli chiese: “Chi sei tu?”
    Il muro di cinta rispose: “Chi sei tu…?!”
    Il tubo di metallo: “Noi siamo l’industria, il futuro”
    E il muro di cinta: “…e io sono il passato”
    Il tubo: “Adesso portiamo un po’ di movimento”
    Il muro: “Il movimento c’è anche di senza di te… questa è zona sismica”.
    Il tubo di metallo: “Che antico che sei!”
    Il muro: “Antico… non è un’offesa”.


    Il dialogo è incalzante, pulsa, avvolge, rapisce… tesse il cunto della “Favola industriale blues”, il nuovo spettacolo della compagnia siciliana Area Teatro. Alessio e Ivano Di Modica… li avevamo conosciuti (ricordate?) quando hanno girato l’Italia con “20 anniCronache da inizio millennio dal G8 di Genova”, un “cunto” per non dimenticare quanto accadde allora. Ed eccoli, ora, ancora qui a dirci di non chiudere gli occhi, a tenerci svegli… con una “favola amara di lavoro, sfruttamento, di richiamo alle origini, come un blues dannato in cui a vendere l’anima al diavolo è un luogo: il mondo intero”.
    Lo spettacolo è una rielaborazione della Favola Industriale che già tra il 2005 e il 2015 ha girato l’Italia, per puntare il dito sulla devastazione industriale del territorio. E da sempre dal guardarsi intorno, dallo scavare nella realtà, nasce il lavoro di Area Teatro, compagnia nata in seno al polo petrolifero industriale di Augusta… e come non vedere, come non raccontare…
    Sul palco, “cuntista”, è Alessio, che mi spiega…
    “Sì, il punto di partenza è il polo petrolchimico e la necessità personale di raccontare il territorio, ma come chiave di lettura su scala globale”. Già perché dopo l’attento e profondo lavoro di ricerca sul territorio… “ascoltando i testimoni dell’arrivo dell’industrializzazione in Sicilia (contadini diventati poi operai, ex pescatori…), portando poi lo spettacolo in giro per l’Italia… ci siamo accorti che in realtà le storie erano simili ovunque, che il modus operandi degli industriali è uguale ovunque, e ovunque tende a sradicare le persone dalla propria storia. Per questo quello che oggi raccontiamo è una storia che va oltre il nostro territorio, arriva ad abbracciare il Sud del mondo…”
    Così il nuovo spettacolo nasce anche dall’incontro con le tante realtà che in Italia si occupano di giustizia ambientale, lottano in difesa del territorio, che è difesa del nostro futuro…
    Non esiste la storia muta. La frase è dello scrittore uruguayano, Eduardo Galeano, e campeggia su una pagina del sito di Area Teatro.
    Sì, l’abbiamo fatta nostra. La Storia non è muta. La Storia urla. E noi proviamo a cogliere questo urlo, percorrendone i sentieri. Raccontare oggi questa storia è diverso da venti anni fa. Allora c’era meno coscienza… in questi venti anni si è diffusa più conoscenza, è cresciuta una generazione più cosciente che guarda al futuro. E la protesta dovrà evolvere. In questi venti anni anche gli industriali si sono riorganizzati, prevale una narrazione del territorio e della crescita a senso unico e la critica al pensiero industriale viene messa ai margini. Ecco, noi camminiamo nella periferia della memoria”.
    La memoria, la ricerca del passato è filo conduttore e forza di tutti i lavori della compagnia, convinti come si è del fatto che “il passato non è un peso da portarsi dietro ma desiderio di futuro”.
    E la voce per costruire il futuro è per la compagnia siciliana il cunto. Ma chi è, che cos’è un “cuntista”…
    Essere cuntista significa uscire dal comfort-zone e mettersi in gioco, naturalmente con rispetto del passato… Tutti sembrano copiare Mimmo Cuticchio, che pure è stato nostro importante riferimento culturale, ma oggi il linguaggio che vogliamo guarda al nostro tempo ed è pieno di contaminazioni… dalla favola, alla fiaba, all’orazione civile, dal comico alle leggende metropolitane… E così animali e oggetti prendono voce, compaiono maghi e streghe insieme agli uomini veri, alle vicende vere di cui testimoniamo, e il cunto diventa linguaggio vivo dell’oggi”.
    Lavoro prezioso quello fatto nel tempo. Fra i tanti lavori della compagnia i Cunti del mare
    “E’ uno spettacolo sul mondo dei pescatori, finito a causa dell’industrializzazione. Ci sembra si faccia troppo folklore su queste cose, va fiorendo quasi una memoria malata… Le persone che a suo tempo abbiamo incontrato, i pescatori, sono quasi tutti morti. Ripescarne la memoria storica è stato salvare un piccolo mondo”.
    A scorrere i titoli dei lavori di Area Teatro c’è tanta Sicilia. La sicilianità è l’anima del nostro lavoro, dite. Ma cos’è “sicilianità”…
    “Sicilianità… non è qualcosa d sventolare… Benigni, a proposito di Troisi, ha detto: mi hai raccontato Napoli e non mi hai mai suonato il mandolino. E’ quello che cerchiamo di fare. La Sicilia ha una lingua che si evolve, è talmente un crogiuolo di culture, che tentare di fissarla in luoghi comuni è come ammazzarla. Difficile definirne l’identità, dopo tanta storia, popoli, culture che l’hanno attraversata…”
    Favola industriale Blues, insieme allo spettacolo sul G8 di Genova, fa parte di una trilogia che si chiuderà con un nuovo spettacolo nell’autunno prossimo. Ne parleremo, ma intanto, un’impressione sugli incontri avuti con il lavoro precedente…
    Lo spettacolo sul G8… sembra funzionasse solo per la ricorrenza… Si commemora e poi tutto finisce lì. La ricorrenza è la morte della memoria. La memoria non funziona così. Non funziona per date”.
    Già, la nostra flebile memoria… per allenarla un po’, l’invito è ad andare a vedere dunque FAVOLA INDUSTRIALE BLUES, prodotto dalla compagnia indipendente Area Teatro e coprodotto da RECOMMON, associazione che si occupa di giustizia ambientale in Europa e nel mondo contro gli abusi di potere e il saccheggio dei territori per creare spazi di trasformazione nella società.
    L’appuntamento è a Roma, al teatro Furio Camillo, la sera del 5 maggio, per il debutto. E poi Catania, il 14 del mese, Siracusa il 18, Taranto il 27… per poi ripartire in autunno per il Nord…






    A proposito del 25 aprile e di chi ci rappresenta…

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    Ancora una riflessione,e molti ricordi, di Vittorio da Rios. Ascoltate…

    “La Russa ha qualche anno più di me, comunque più o meno apparteniamo alla stessa generazione. Ma nel 1972 l’anno delle votazioni anticipate, la prima volta nella storia della Repubblica ci trovammo a Milano, lui sulle barricate giovane studente missino a distribuire violenza verbale da squadrista fascista, come era a quel tempo l’attuale seconda carica della Repubblica, e io invece con gli Alamari da Carabiniere a rappresentare e difendere lo Stato. Ben ricordo i suoi interventi dal palco, come quelli di Servello e di altri esponenti missini la cui violenza e provocazione era da istigazione a delinquere. Andavano arrestati, La Russa per primo, le cui azioni e comportamenti e slogan inneggianti alla violenza gratuita erano palesamene una sistematica violazione della Costituzione. E invece irresponsabili Prefetti autorizzavano comizi fascisti in zone “nella cintura milanese” con una grande tradizione fatta nella resistenza antifascista e di grandi tradizioni e lotte operaie, emancipative. E quasi sempre finiva con cariche e disordini, io ne sono incontestabile testimone. Voglio pero evidenziare una cosa fondamentale difronte all’attuale “chiacchiericcio” che molti giornalisti e storici improvvisati in questi giorni fanno parlando di lotta al nazifascismo. La sconfitta del più potente esercito del ‘900, finanziato costruito dalle banche Americane e Europee quando dal sistema industriale armiero, è dovuta all’armata “ROSSA” Sovietica. In Unione Sovietica è stato sconfitto e abbattuta quella organizzazione criminale che voleva dominare e schiavizzare il mondo. Oltre 20 milioni di morti ha avuto l’allora Unione Sovietica ridotta a macerie con costi umani sociali ed economici spaventosi. Nessuno dei nostri Abatini, che chiamiamo impropriamente intellettuali di professione, ha avuto il coraggio etico morale nonché intellettuale per ricordare questo. Nel suo ultimo libro, “Chi ha costruito il Muro di Berlino?”, pubblicato poco prima della sua morte, un grande intellettuale-giornalista come Giulietto Chiesa rende giustizia storica. E tutto il suo agire e il raccontare e scrivere Giulietto lo ha prodotto su documenti che testimoniano fatti ineccepibili. Per comprendere cosa è stato il fascismo e l’agire del “teppista” di Predappio come lo definiva nelle lettere al Re un grande statista della dimensione di Francesco Saverio Nitti. Occorre ripercorrere la genesi che parte dalla grande emigrazione fine Ottocento, e poi la prima grande crisi tra le potenze europee culminata con la catastrofe bellica della prima guerra mondiale. Poi il dopoguerra con le promesse della riforma agraria totalmente disattesa, la grave e drammatica crisi del sistema industriale e bancario culminata con l’occupazione delle fabbriche e la nascita della coscienza della classe operaia. La rivoluzione Russa di ottobre del 1917 ne fu di grande stimolo, per avviare un grande sommovimento su scala mondiale come tentativo di liberazione da ogni giogo schiavista e oppressivo. Ma in Europa prevalse la forza del potere Bancario-finanziario-industriale-agrario e vi furono feroci repressioni. E si finanziò in Italia da parte degli Agrari il teppista di Predappio, e da lì nasce poi la tragedia del Ventennio. A proposito poi delle Foibe, e dei fatti accaduti nella ex Iugoslavia durante la lotta partigiana Titina… Ma noi siamo consapevoli di cosa l’esercito italiano e le camice nere hanno creato allora? Senza scomodare i libri di grande valore storico di Angelo Del Bocca a riguardo, mi preme ricordare mia madre… io non ero ancora nato che spesso mi raccontava cosa gli ricordava un ragazzo militare ospitato in casa nostra che era operativo con il suo battaglione nei territori occupati dell’allora Iugoslavia per effetto della spartizione fatta con il nazismo. Raccontava con raccapriccio, questo soldato a mia madre, l’uso sistematico di lanciafiamme per bruciare interi villaggi compresi i suoi abitanti. Esecuzioni sommarie, assassini di donne e bambini. Crimini elevati a normale prassi quotidiana. Poi i campi di concentramento. Non esiste un reale censimento dei costi umani pagati dal popolo iugoslavo, ma le cifre sono impressionanti, si parla di qualche centinaia di migliaia di morti. La Russa, se avesse un po’ di dignità in quanto seconda carica dello Stato, il 25 di aprile si dovrebbe recare in molti luoghi della ex Iugoslavia dove vi sono cippi e monumenti che ricordano i crimini del regime fascista. Vi è ancora qualche superstite a cui vanno fatte le nostre scuse se mai possono essere comprese e accettate. Anche questo noi siamo stati. Un caro saluto

    Vittorio da Rios

    Quale giustizia?

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    A proposito del suicidarsi. Vittorio da Rios, e non finiremo mai ringraziarlo, ci regala questa riflessione. Tutta da leggere…

    Si legge alla voce suicidio nel grande dizionario Devoto-Oli: S.M. L’atto di darsi la morte in quanto compiuto con deliberata volontà: “La disperazione lo spinse al S. Per i filosofi stoici in determinate circostanze il S. era lecito. Grave danno o pregiudizio materiale o morale che si reca a se stessi per sconsideratezza o temerarietà”.
    Francesca ci consegna un suo ennesimo capolavoro sul quale tutti dobbiamo porci delle angoscianti domande. La prima è la tragica constatazione che quando una creatura umana varca il portone di un carcere vi è la sconfitta dello Stato di diritto. La seconda ancor più angosciante il suicidarsi, il darsi la morte ristretto, rinchiuso, dove il diritto a una vita giusta e dignitosa come previsto dalla nostra Costituzione è stato sistematicamente violato indecentemente calpestato, e del nostro dettato Costituzionale fatta carta straccia, questo ci ammonisce tutti ponendoci nella lucida consapevolezza delle tragiche responsabilità collettive. Francesca ci ricorda che sono 15 oramai da questo inizio dell’anno i suicidi. Nel 2022 sono stati una sequela di numeri impressionanti, che includono molte giovani donne che non hanno saputo reagire alla tragica condizione di essere “ristrette”, ma la società “civile, e libera” che impropriamente definiamo tale, come reagisce a questi fatti cosi drammatici di creature umane che pongono fine alla loro vita dentro queste “mini” gabbie espiative? Abbiamo disboscato foreste per scrivere una infinità di testi, saggi, trattati di diritto riflessioni sul sistema “giudiziario-carcerario” del nostro paese con tutte le conseguenze determinate; cambiato qualcosa? Assolutamente no; sono state apportate piccole modifiche di superfice che non hanno impedito che il sistema sia arrivato al collasso! Come si può rimediare a tale disordine che è di natura sociale-economica, quindi culturale ed etica? Il quadro è drammatico, la società odierna sta attraversando una crisi epocale che sta alla base dell’edificio economico-finanziario fin qui costruito. Con una spaventosa evoluzione in questi ultimi anni. Destrutturazione dello Stato di diritto, privatizzazione di strutture per mantenerlo e rafforzarlo, concentrazione del potere finanziario-produttivo-consumistico e della informazione in mano a pochissimi. Svuotamento di fatto del ruolo del parlamento, e del reale potere dei governi a cui oramai sono relegati a ruoli subalterni e di fedeli “maggiordomi” di chi oggi realmente comanda e gestisce il potere e i meccanismi che lo organizzano: finanziari-bancari. Dentro questa aberrante logica impostata sulla rapina “istituzionalizzata” supportata da leggi illegali in quanto anti Costituzionali, si è andati costruendo un apparato giudiziario-repressivo che violando sistematicamente i pilastri costitutivi della Costituzione agisce e criminalizza le vittime dei CRIMINI DI SISTEMA!
    Germano Maifreda nel volume “Io dirò la verità, il processo a Giordano Bruno” rileva che il Medioevo fece scattare tre serrature nella porta delle prigioni che rinchiudeva gli eretici. La prima consisté nella formazione dello Stato ierocratico, “Il potere della casta sacerdotale”, il cui monarca era il pontefice. La seconda fu la formazione di un corpus giuridico della Chiesa. La terza fu l’avvento del tribunale dell’inquisizione.
    Cambiato qualcosa nella sua fondamentale essenza concreta in questi ultimi 3-4 secoli? Ora iniziato il percorso del terzo millennio oramai da 23 anni, possiamo lucidamente constatare come si siano di fatto dimostrati fallimentari i paradigmi che fin qui hanno gestito almeno in questi ultimi decenni la giustizia nel nostro paese.
    Prendiamo una questione annosa tutt’altro che risolta, la questione delle strutture malavitose di stampo “mafioso” che per combatterle lo Stato, quel poco rimasto dalla totale svendita, ha applicato il 41 bis. E sappiamo che vi sono circa mille detenuti che di fatto scontano l’ergastolo, in condizioni ostative. Ora inutile dilungarsi sulla storia della Mafia e del formarsi e potenziarsi delle attività Mafiose-Criminali, ma un piccolo appunto è doveroso farlo.
    Come mai che fin dall’inizio della costruzione, come da dettato Costituzionale, dello Stato democratico dopo la tragedia Nazifascista non si siano addottati strumenti più idonei per stroncare già all’ora le formazioni di stampo Criminale-Mafioso operanti sul territorio, in particolare nel Sud del Paese?
    Gerardo Marotta uno tra i grandi Italiani contemporanei aveva una sua idea, difficilmente contestabile. Scrisse Gerardo, e lo disse in molte occasioni e convegni. Non dimentichiamoci che a Napoli, Gerardo con la migliore gioventù intellettuale negli anni 50, fondò Cultura Nuova, e il Gruppo Gramsci. L’intento era già allora di dar corso al pensiero Gramsciano, riguardo lo Stato e la “questione meridionale”. Sostenne già allora Gerardo che lo Stato era nato male, con poca autorevolezza quanto a strumenti culturali ed economici per “estirpare” le forme mafiose presenti, dotandosi di adeguati strumenti culturali ed economici per costruire su tutto il territorio nazionale la presenza dello Stato di diritto. Ricordava Gerardo che nei manifesti di propaganda elettorale delle prime elezioni post dittatura si leggeva: “Meno Stato più società civile”, da parte della DC. Ma le stesse forze di sinistra vedevano nello Stato l’oppressione e lo sfruttamento delle classe lavoratrici eredità dei processi determinati nei due secoli dalla rivoluzione industriale. E ora, in piena era post industriale e tecnologica con i mutamenti in essere impensabili solo alcuni anni fa con la destrutturazione fatta dello Stato di diritto, come si pensa di esercitare un minimo di giustizia ed equità sociale? Perché è bene ribadirlo: la giustizia si ottiene e si concretizza con l’equità sociale, gestendo razionalmente l’economia che determina la “GIUSTIZIA” sociale, dove a tutte e a tutti i cittadini sia garantita una vita giusta e dignitosa.
    Che sia da grande insegnamento questo “assioma” di Gerardo Marotta che ha aperto il nostro cuore all’amore per la giustizia e per la patria, alla forza rivoluzionaria delle idee e consiste nel fatto che la filosofia e la cultura NON SONO SEMPLICE ACCUMULO DI NOZIONI E DI ASTRATTE CATEGORIE, MA RIFLESSIONE E MATURAZIONE DI UNA CAPACITA’ DI GIUDIZIO CRITICO E DI ORIENTAMENTO PER COMPRENDERE E TRASFORMARE LO STATO DI COSE PRESENTE. E questo sia da monito e orientamento alle future classi dirigenti, ai futuri e odierni magistrati indaganti e giudicanti, ai direttori di case detentive, ai legislatori, ai professori di ogni ordine e grado delle strutture formative e a tutte le strutture che organizzano la vita civile ed economica del paese.
    Un caro saluto
    Vittorio

    …credendo col morir fuggir disdegno, /ingiusto fece me contra me giusto…

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    Prendetela pure come una provocazione, ma dopo aver letto ancora di un suicidio di persona detenuta, quello di lunedì, nel carcere di S. Maria Capua Vetere, il quindicesimo dall’inizio dell’anno, al quale è da aggiungere quello di un agente della polizia penitenziaria, sempre in Campania… pensando a cos’è il carcere, a quella che “continua a presentarsi come una vera e propria carneficina tanto da far pensare a una ‘pena di morte’ di fatto”, e sono parole non di un qualsiasi facinoroso libertario ma di Gennarino De Fazio, segretario generale della Uilpa Polizia Penitenziaria… viene da chiedersi, piuttosto, morte per morte, perché non si dovrebbe pensare almeno di poter sfuggire a quella ingiusta condanna non dichiarata a “morte di fatto” data da altri, e darsela da sé… e quale miracolo impedisce che siano più numerosi, i suicidi…
    Una nota, intanto. Spesso, a proposito di chi si toglie la vita in carcere, si parla di persone “fragili”. Quasi rovesciando i termini della questione. Dove la fragilità diventa quasi una colpa, un’incapacità ad affrontare quel che ci si merita. E quello che si merita, se si è per un motivo o per l’altro in carcere, non è cosa da tutti… non è da tutti resistere a ciò a cui si va incontro.
    Da quando un po’ di storie di persone recluse conosco, ho capito che per non essere annullati completamente dal sistema carcere bisogna essere persona che nella vita ha già messo in conto una buona quota di violenza, e aver imparato, dentro di sé, a schermarsi e difendersi, quando non contrattaccare…
    E basterebbe riflettere su una sola cosa. Per chi entra in carcere, i “nuovi giunti”, è previsto l’incontro con uno psicologo, momento pensato per evitare che si resti “schiacciati” dall’impatto col carcere, ed evitare il pericolo del suicidio, appunto.
    E cosa volete che significhi questa “attenzione”? Che si è ben coscienti che quello che riserva da subito il carcere, l’essere all’improvviso tagliati fuori dal mondo, l’impossibilità di parlare con i propri familiari, venire cosificati mentre si è privati di ogni cosa, documenti e oggetti, anche la fede, privati infine dell’identità e diventare un numero, … tutto quello che c’è e che non c’è intorno evidentemente non è affatto escluso che porti al suicidio… anzi, potrebbe sembrare un’istigazione, quasi…
    Con tutte le differenze del caso, mi viene in mente il commento di una giovane dottoranda a proposito delle tante parole a proposito degli ultimi episodi di suicidio di studenti, e della proposta di istituire un supporto psicologico: “Quello che io mi chiedo è perché dovrebbe servire un supporto psicologico in quella che dovrebbe essere un’esplorazione, una crescita in direzione della conoscenza… Non dovremmo avere bisogno di supporto psicologico. Se ne abbiamo bisogno è conseguenza diretta di un inquadramento di un certo tipo dell’università che è sbagliato. Sbaglia l’università e chi fa le leggi relative all’università”.
    Sostituite la parola “università”, con la parola “carcere”, e “conoscenza” con “recupero”, “rieducazione”, o quello che volete della tanta retorica che circola… ed è esattamente quello che viene in mente.
    Qualche dettaglio. Di un sistema che proprio non va…
    La prima cosa che si subisce, appena si mette piede in un carcere, è la perquisizione personale. Che si fa invitando la persona a spogliarsi degli indumenti. Di tutti gli indumenti. E non importa se sei giovane o vecchio uomo o donna.
    Io non lo sapevo e sono rimasta alquanto sconvolta leggendo, ad esempio, la testimonianza di Nicoletta Dosio che racconta la mortificazione di restare così, nuda, davanti alle guardie, una donna anziana…
    Pensate quanto possa essere stravolgente per chiunque, con quella nudità a simboleggiare la deprivazione di tutto, e sentirsi cosa in mano d’altri, che da quel momento in poi hanno potere totale su di te. E tu sei uno, solo, difronte a un intero sistema, di cui ancora non conosci le regole…
    Bisogna essere ben abituati alla violenza (a subirla e a darla) per passare indenni attraverso questo “battesimo”. Se pensate poi che un altissimo numero di nuovi ingressi riguardano persone ancora senza condanna, in attesa di giudizio, come si dice…
    Metteteci in mezzo tutto quello che da cronache e denunce qua e là pur si viene a sapere: l’affollamento, le condizioni di cella “provanti”, l’inattività, i trattamenti inumani e degradanti per cui l’Italia è stata più volte condannata dalle Corti europee… , un universo che col mondo fuori crea una tale frattura che spesso diventa abisso e che a un certo punto può ben fare paura riattraversare, perché il carcere tutto fa fuorché preparare a rientrare nella società. Non sarà un caso che a suicidarsi sono più spesso i “nuovi giunti” e le persone vicine al fine pena…
    Assassino dei sogni è stato definito il carcere. Assassino del senso della vita, anche… perché troppo il peso, troppa l’offesa… e anche se si è colpevoli, presto ci si sente, legittimamente, vittime. Come sfuggire a tutto questo se sei impotente e nullo e non hai strumenti, e il carcere non te ne dà, per vedere un barlume di luce?
    L’animo mio, per disdegnoso gusto, /credendo col morir fuggir disdegno, /ingiusto fece me contra me giusto.
    Pier delle Vigne, uno dei più famosi, forse, fra i suicidi, assolto da Dante dall’accusa che lo condannò a pena atroce. Il sommo poeta lo piazza comunque all’inferno perché “ingiusto con se stesso”, suicida appunto, e lo rinchiude in quella orrenda pianta che ne imprigiona l’anima, separata per sempre dal corpo, di cui ne riavrà solo l’ombra… ché immagine più terribilmente vicina all’idea della prigione che mi sono fatta non vedo…
    Noi, che Dante non siamo, gli avremmo piuttosto spianato, a lui che tanto “disdegno” ha subito nel suo carcere terreno, la via del paradiso. Ma siccome quello che ci interessa, per ora, è la vita su questa terra, vorremmo tanto che la pena fosse infine qualcosa di diverso da quella istigazione al suicidio che il carcere può diventare, continuando a lacerare dell’uomo lo spirito, come sia pur involontariamente fa Dante, spezzando della pianta/prigione del suo inferno un ramo, svelando il sangue bruno che ne esce e macchia il tronco…
    Pensando soprattutto alle tante persone “fragili” che affollano le nostre carceri e che, per un’infinità di motivi, dovrebbero pur stare da tutt’altra parte…

    Rivendicare un lavoro stabile e sicuro è reato?

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    Ricevo e volentieri pubblico questo appello che i Movimenti dei disoccupati di Napoli e dintorni rivolgono a tutte le istituzioni (governo nazionale, regione Campania, città metropolitana e comune di Napoli) perché si sblocchi la vertenza in piedi da tempo per poter avviare un percorso di formazione e di inserimento al lavoro… e che la risposta non sia la criminalizzazione purtroppo in atto…
    Un testo articolato, da leggere fino in fondo. Per capire…

    “RIVENDICARE UN LAVORO STABILE E SICURO NON È REATO.
    Scriviamo questo appello rivolgendoci alla società civile tutta, al mondo accademico, al mondo della informazione, ai giuristi e alle giuriste, agli artisti e alle artiste, agli e alle intellettuali.
    Ancora una volta i Movimenti di lotta “Disoccupati 7 Novembre” di Napoli e “Cantiere 167” Scampia dall’estate scorsa, per decisione collettiva hanno unificato le proprie istanze-sono sotto attacco. Da quasi 10 anni questi movimenti si battono per la conquista di un lavoro stabile e sicuro o di un salario garantito, vivendo del protagonismo collettivo di padri e madri che il lavoro lo hanno perso, di famiglie che soffrono l’inflazione alle stelle o che patiscono la distruzione totale di ogni forma di welfare, di uomini e donne che lottano ogni giorno per mettere il piatto a tavola o che fanno i salti mortali per pagare affitti da rapina. Una lotta condotta da chi prova a emanciparsi dalla marginalità sociale ed anche dalle reti facili della criminalità presenti nei quartieri popolari e periferici della città di Napoli. Le stesse periferie – Traiano, Soccavo, Quartieri, Sanità, Bagnoli, Scampia, Montesanto- nelle quali i disoccupati e le disoccupate si impegnano quotidianamente per sviluppare forme di solidarietà e di socialità senza scopo di lucro, in territori abbandonati al degrado ed alla speculazione. Fin dalla sua nascita, questo movimento di disoccupati e disoccupate ha avuto il merito di denunciare come le molteplici emergenze che affliggono il territorio partenopeo- ambiente, rifiuti, messa in sicurezza delle aree a rischio idrogeologico e vulcanico, decoro urbano, tutela del patrimonio artistico, assistenza sociale e sanitaria, evasione scolastica-richiederebbero un vero e proprio piano straordinario di investimenti pubblici e di assunzioni finalizzate ad attività socialmente utili e necessarie e/o al ricambio degli organici attuali, in larga parte composto da lavoratori prossimi all’età pensionabile.
    Attraverso iniziative pubbliche o di approfondimento, è stato messo in luce come ciò venga impedito sia dalle politiche di tagli alla spesa pubblica, sia da una gestione delle risorse (vedi PNRR) orientata unicamente ad alimentare il circolo vizioso degli appalti e dei subappalti, cioè la fame di profitti dei privati e delle clientele connesse alle consorterie istituzionali che di volta in volta si alternano al potere.
    La storia del Movimento “Disoccupati 7 Novembre” e del “Cantiere 167 Scampia è la storia di una lotta condotta da sempre alla luce del sole e senza “scheletri nell’armadio”. Essa ha il merito di essere diventata un presidio di democrazia diretta per l’accesso al lavoro, uno spazio di crescita per molti disoccupati e molte disoccupate e per chi ha sempre vissuto combattendo contro la miseria, in una città che ha fatto del clientelismo, del mercimonio e del voto di scambio le uniche vie per ottenere un’occupazione stabile.
    Ogni incontro istituzionale, ogni momento di piazza, ogni proposta, è stato discusso/ragionato/comunicato collettivamente in assemblee, dibattiti, aggiornamenti, pubblici e interni al movimento. Nel corso di questi anni il Movimento dei/delle disoccupati/e ha incontrato numerose volte il vescovo di Napoli, Mimmo Battaglia, in sedi istituzionali Prefetti, Sindaci, delegati di ogni ente locale, ha partecipato ai tavoli organizzati con i ministri del Lavoro e ha interloquito perfino con la segreteria del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Deputati e senatori della Repubblica si sono espressi per sollecitare una soluzione alla vertenza dei disoccupati, oggi dichiarati/e come delinquenti da settori di quegli stessi organi dello stato.
    Neanche un mese fa, dopo numerosissimi tavoli ed incontri interistituzionali, i Movimenti dei disoccupati erano in attesa degli ultimi adempimenti per poter iniziare ad intravedere l’inizio di un percorso di formazione e di inserimento al lavoro in progetti di pubblica utilità nei settori della tutela dell’ambiente, del territorio, della città e del potenziamento dei servizi sociali. Un impegno puntualmente slittato per motivi mai chiariti. Senza neanche degnarsi di avvisare, di comunicare le ulteriori problematiche emerse, di capire quali fossero le alternative tecniche su cui si stesse discutendo, le istituzioni locali si sono assunte la responsabilità di lasciare per strada senza notizie oltre 600 giovani, famiglie, mamme e padri dalla mattina alla sera.
    Non solo mancano risposte concrete ma poi, ultimo in ordine il presidente della Regione,si attacca questa lotta collettiva definendola violenta, banalizzando e minimizzando una storia di dignità ed emancipazione collettiva oltre che anni di passaggi di impegni istituzionali di tavoli, incontri, confronti. All’immobilismo istituzionale e alle continue provocazioni, si affianca una escalation repressiva fatta di multe, denunce, procedimenti di vario tipo, fino all’indagine per “Associazione a delinquere” che ha colpito alcuni/e appartenenti alla platea.
    Dinanzi a tutto ciò si risveglia una sensazione, mai sopita, di inquietudine e una consapevolezza poco gradita: chi oggi chiede risposte concrete alle tante emergenze che affliggono centinaia di migliaia di persone, o non viene ascoltato o viene trattato come un soggetto dalla pericolosità sociale, indagato/a e perseguita/o come tale. In un momento di crisi economica e sociale drammatica le istituzioni, invece di dare risposte concrete al disagio sociale, alla disoccupazione, alla precarietà ed al lavoro nero, criminalizzano e reprimono chi si organizza per emanciparsi dalla povertà e dalla marginalità tramite la lotta.
    Alla luce di questa situazione ci chiediamo: è contro la legge manifestare e mobilitarsi per il riconoscimento del diritto al lavoro sicuro e retribuito? È forse contro la legge il tentativo di tanti e tante di provare a sottrarsi alla marginalità sociale, vera e propria piaga che condanna ad una vita infernale fasce sempre maggiori della popolazione a Napoli come altrove? Dinanzi agli spot e alle infinite produzioni audiovisive che stanno raccontando Napoli e la stanno rilanciando ulteriormente come vetrina da turismo di ogni tipo, e alle serie TV e film che spopolano nel raccontare la Napoli dei bassifondi piena di ragazzi difficili e sfortunati, spesso limitandosi solo a una narrazione superficiale e parziale di queste storie, come è possibile che continuino a mancare interventi strutturali che favoriscano l’emersione dalla marginalità e la costruzione reale di alternative individuali e collettive per i “dannati della metropoli”?
    Il movimento dei disoccupati organizzati ha dimostrato che è possibile costruire un’alternativa alla violenza, all’isolamento, alla precarietà, ai destini segnati di migliaia di senza-lavoro. Questa esperienza è oggi duramente sotto attacco. La determinazione di tutta la platea è un dato di fatto ma da sola non può bastare. Ci rivolgiamo quindi a chi ritiene inaccettabile l’atteggiamento delle istituzioni e l’accanimento repressivo, a chi guarda alla necessità di schierarsi al fianco di chi legittimamente combatte per un salario e una vita dignitosa. Siamo convinti/e che sia necessaria una presa di parola collettiva rispetto a tutto ciò. La risposta, in questi casi, deve essere sociale e collettiva. L’ isolamento è la più grande arma del potere: non lasciamo nessuno e nessuna da sola/o a portare avanti la propria vertenza.
    Facciamo appello a tutte le istituzioni (governo nazionale, regione Campania, città metropolitana e comune di Napoli) affinché operino concretamente per far sì che questa vertenza si sblocchi nel più breve tempo possibile.
    Chiediamo ai giudici del Tribunale di Napoli-sezione penale incaricati di esprimersi sui capi di accusa a carico del movimento dei disoccupati, di valutare attentamente il contesto sociale, le ragioni e le finalità di rango costituzionale in nome delle quali si sono svolte le iniziative e le manifestazioni oggetto di rinvio a giudizio, e dunque si esprimano per un’assoluzione.
    Come già fatto altre volte, ci rivogliamo nuovamente ai giornalisti e alle giornaliste, interessate/i a raccontare la storia collettiva del Movimento “Disoccupati 7 Novembre” e del “Cantiere 167 Scampia” e a chiunque, in giro per l’Italia, voglia confrontarsi con i/le protagonisti di questa lotta oggi sotto attacco.
    Per chiunque volesse sottoscrivere l’appello può inviare la propria adesione: – Alle pagine fb “Laboratorio Politico Iskra” e “Si cobas Napoli” – Inviando una mail all’indirizzo di posta elettronica mov7nov@gmail.com

    … e fiorisco al tuo fiorire

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    Mi tieni dentro
    seme in terra
    fiore in bocca
    acqua fra crepe.
    Mi tieni fuori
    quarto di luna
    l’aria che tiri
    frutto che spogli.
    All’ombra d’una croce vuota
    sotto sudario
    negli occhi dei curiosi
    del sepolcro vuoto.
    E fiorisco al tuo fiorire.

    Il sentire umano liberato di Emilio Nigro, ancora della raccolta Edipo in fuga” (Les Flaneurs edizioni)… Lasciatevi catturare dalla sua sommessa vibrante intimità. Parole di verità di Edipo in fuga, ovunque straniero… e buona pasquetta a tutti.