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    A proposito del 25 aprile e di chi ci rappresenta…

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    Ancora una riflessione,e molti ricordi, di Vittorio da Rios. Ascoltate…

    “La Russa ha qualche anno più di me, comunque più o meno apparteniamo alla stessa generazione. Ma nel 1972 l’anno delle votazioni anticipate, la prima volta nella storia della Repubblica ci trovammo a Milano, lui sulle barricate giovane studente missino a distribuire violenza verbale da squadrista fascista, come era a quel tempo l’attuale seconda carica della Repubblica, e io invece con gli Alamari da Carabiniere a rappresentare e difendere lo Stato. Ben ricordo i suoi interventi dal palco, come quelli di Servello e di altri esponenti missini la cui violenza e provocazione era da istigazione a delinquere. Andavano arrestati, La Russa per primo, le cui azioni e comportamenti e slogan inneggianti alla violenza gratuita erano palesamene una sistematica violazione della Costituzione. E invece irresponsabili Prefetti autorizzavano comizi fascisti in zone “nella cintura milanese” con una grande tradizione fatta nella resistenza antifascista e di grandi tradizioni e lotte operaie, emancipative. E quasi sempre finiva con cariche e disordini, io ne sono incontestabile testimone. Voglio pero evidenziare una cosa fondamentale difronte all’attuale “chiacchiericcio” che molti giornalisti e storici improvvisati in questi giorni fanno parlando di lotta al nazifascismo. La sconfitta del più potente esercito del ‘900, finanziato costruito dalle banche Americane e Europee quando dal sistema industriale armiero, è dovuta all’armata “ROSSA” Sovietica. In Unione Sovietica è stato sconfitto e abbattuta quella organizzazione criminale che voleva dominare e schiavizzare il mondo. Oltre 20 milioni di morti ha avuto l’allora Unione Sovietica ridotta a macerie con costi umani sociali ed economici spaventosi. Nessuno dei nostri Abatini, che chiamiamo impropriamente intellettuali di professione, ha avuto il coraggio etico morale nonché intellettuale per ricordare questo. Nel suo ultimo libro, “Chi ha costruito il Muro di Berlino?”, pubblicato poco prima della sua morte, un grande intellettuale-giornalista come Giulietto Chiesa rende giustizia storica. E tutto il suo agire e il raccontare e scrivere Giulietto lo ha prodotto su documenti che testimoniano fatti ineccepibili. Per comprendere cosa è stato il fascismo e l’agire del “teppista” di Predappio come lo definiva nelle lettere al Re un grande statista della dimensione di Francesco Saverio Nitti. Occorre ripercorrere la genesi che parte dalla grande emigrazione fine Ottocento, e poi la prima grande crisi tra le potenze europee culminata con la catastrofe bellica della prima guerra mondiale. Poi il dopoguerra con le promesse della riforma agraria totalmente disattesa, la grave e drammatica crisi del sistema industriale e bancario culminata con l’occupazione delle fabbriche e la nascita della coscienza della classe operaia. La rivoluzione Russa di ottobre del 1917 ne fu di grande stimolo, per avviare un grande sommovimento su scala mondiale come tentativo di liberazione da ogni giogo schiavista e oppressivo. Ma in Europa prevalse la forza del potere Bancario-finanziario-industriale-agrario e vi furono feroci repressioni. E si finanziò in Italia da parte degli Agrari il teppista di Predappio, e da lì nasce poi la tragedia del Ventennio. A proposito poi delle Foibe, e dei fatti accaduti nella ex Iugoslavia durante la lotta partigiana Titina… Ma noi siamo consapevoli di cosa l’esercito italiano e le camice nere hanno creato allora? Senza scomodare i libri di grande valore storico di Angelo Del Bocca a riguardo, mi preme ricordare mia madre… io non ero ancora nato che spesso mi raccontava cosa gli ricordava un ragazzo militare ospitato in casa nostra che era operativo con il suo battaglione nei territori occupati dell’allora Iugoslavia per effetto della spartizione fatta con il nazismo. Raccontava con raccapriccio, questo soldato a mia madre, l’uso sistematico di lanciafiamme per bruciare interi villaggi compresi i suoi abitanti. Esecuzioni sommarie, assassini di donne e bambini. Crimini elevati a normale prassi quotidiana. Poi i campi di concentramento. Non esiste un reale censimento dei costi umani pagati dal popolo iugoslavo, ma le cifre sono impressionanti, si parla di qualche centinaia di migliaia di morti. La Russa, se avesse un po’ di dignità in quanto seconda carica dello Stato, il 25 di aprile si dovrebbe recare in molti luoghi della ex Iugoslavia dove vi sono cippi e monumenti che ricordano i crimini del regime fascista. Vi è ancora qualche superstite a cui vanno fatte le nostre scuse se mai possono essere comprese e accettate. Anche questo noi siamo stati. Un caro saluto

    Vittorio da Rios

    Quale giustizia?

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    A proposito del suicidarsi. Vittorio da Rios, e non finiremo mai ringraziarlo, ci regala questa riflessione. Tutta da leggere…

    Si legge alla voce suicidio nel grande dizionario Devoto-Oli: S.M. L’atto di darsi la morte in quanto compiuto con deliberata volontà: “La disperazione lo spinse al S. Per i filosofi stoici in determinate circostanze il S. era lecito. Grave danno o pregiudizio materiale o morale che si reca a se stessi per sconsideratezza o temerarietà”.
    Francesca ci consegna un suo ennesimo capolavoro sul quale tutti dobbiamo porci delle angoscianti domande. La prima è la tragica constatazione che quando una creatura umana varca il portone di un carcere vi è la sconfitta dello Stato di diritto. La seconda ancor più angosciante il suicidarsi, il darsi la morte ristretto, rinchiuso, dove il diritto a una vita giusta e dignitosa come previsto dalla nostra Costituzione è stato sistematicamente violato indecentemente calpestato, e del nostro dettato Costituzionale fatta carta straccia, questo ci ammonisce tutti ponendoci nella lucida consapevolezza delle tragiche responsabilità collettive. Francesca ci ricorda che sono 15 oramai da questo inizio dell’anno i suicidi. Nel 2022 sono stati una sequela di numeri impressionanti, che includono molte giovani donne che non hanno saputo reagire alla tragica condizione di essere “ristrette”, ma la società “civile, e libera” che impropriamente definiamo tale, come reagisce a questi fatti cosi drammatici di creature umane che pongono fine alla loro vita dentro queste “mini” gabbie espiative? Abbiamo disboscato foreste per scrivere una infinità di testi, saggi, trattati di diritto riflessioni sul sistema “giudiziario-carcerario” del nostro paese con tutte le conseguenze determinate; cambiato qualcosa? Assolutamente no; sono state apportate piccole modifiche di superfice che non hanno impedito che il sistema sia arrivato al collasso! Come si può rimediare a tale disordine che è di natura sociale-economica, quindi culturale ed etica? Il quadro è drammatico, la società odierna sta attraversando una crisi epocale che sta alla base dell’edificio economico-finanziario fin qui costruito. Con una spaventosa evoluzione in questi ultimi anni. Destrutturazione dello Stato di diritto, privatizzazione di strutture per mantenerlo e rafforzarlo, concentrazione del potere finanziario-produttivo-consumistico e della informazione in mano a pochissimi. Svuotamento di fatto del ruolo del parlamento, e del reale potere dei governi a cui oramai sono relegati a ruoli subalterni e di fedeli “maggiordomi” di chi oggi realmente comanda e gestisce il potere e i meccanismi che lo organizzano: finanziari-bancari. Dentro questa aberrante logica impostata sulla rapina “istituzionalizzata” supportata da leggi illegali in quanto anti Costituzionali, si è andati costruendo un apparato giudiziario-repressivo che violando sistematicamente i pilastri costitutivi della Costituzione agisce e criminalizza le vittime dei CRIMINI DI SISTEMA!
    Germano Maifreda nel volume “Io dirò la verità, il processo a Giordano Bruno” rileva che il Medioevo fece scattare tre serrature nella porta delle prigioni che rinchiudeva gli eretici. La prima consisté nella formazione dello Stato ierocratico, “Il potere della casta sacerdotale”, il cui monarca era il pontefice. La seconda fu la formazione di un corpus giuridico della Chiesa. La terza fu l’avvento del tribunale dell’inquisizione.
    Cambiato qualcosa nella sua fondamentale essenza concreta in questi ultimi 3-4 secoli? Ora iniziato il percorso del terzo millennio oramai da 23 anni, possiamo lucidamente constatare come si siano di fatto dimostrati fallimentari i paradigmi che fin qui hanno gestito almeno in questi ultimi decenni la giustizia nel nostro paese.
    Prendiamo una questione annosa tutt’altro che risolta, la questione delle strutture malavitose di stampo “mafioso” che per combatterle lo Stato, quel poco rimasto dalla totale svendita, ha applicato il 41 bis. E sappiamo che vi sono circa mille detenuti che di fatto scontano l’ergastolo, in condizioni ostative. Ora inutile dilungarsi sulla storia della Mafia e del formarsi e potenziarsi delle attività Mafiose-Criminali, ma un piccolo appunto è doveroso farlo.
    Come mai che fin dall’inizio della costruzione, come da dettato Costituzionale, dello Stato democratico dopo la tragedia Nazifascista non si siano addottati strumenti più idonei per stroncare già all’ora le formazioni di stampo Criminale-Mafioso operanti sul territorio, in particolare nel Sud del Paese?
    Gerardo Marotta uno tra i grandi Italiani contemporanei aveva una sua idea, difficilmente contestabile. Scrisse Gerardo, e lo disse in molte occasioni e convegni. Non dimentichiamoci che a Napoli, Gerardo con la migliore gioventù intellettuale negli anni 50, fondò Cultura Nuova, e il Gruppo Gramsci. L’intento era già allora di dar corso al pensiero Gramsciano, riguardo lo Stato e la “questione meridionale”. Sostenne già allora Gerardo che lo Stato era nato male, con poca autorevolezza quanto a strumenti culturali ed economici per “estirpare” le forme mafiose presenti, dotandosi di adeguati strumenti culturali ed economici per costruire su tutto il territorio nazionale la presenza dello Stato di diritto. Ricordava Gerardo che nei manifesti di propaganda elettorale delle prime elezioni post dittatura si leggeva: “Meno Stato più società civile”, da parte della DC. Ma le stesse forze di sinistra vedevano nello Stato l’oppressione e lo sfruttamento delle classe lavoratrici eredità dei processi determinati nei due secoli dalla rivoluzione industriale. E ora, in piena era post industriale e tecnologica con i mutamenti in essere impensabili solo alcuni anni fa con la destrutturazione fatta dello Stato di diritto, come si pensa di esercitare un minimo di giustizia ed equità sociale? Perché è bene ribadirlo: la giustizia si ottiene e si concretizza con l’equità sociale, gestendo razionalmente l’economia che determina la “GIUSTIZIA” sociale, dove a tutte e a tutti i cittadini sia garantita una vita giusta e dignitosa.
    Che sia da grande insegnamento questo “assioma” di Gerardo Marotta che ha aperto il nostro cuore all’amore per la giustizia e per la patria, alla forza rivoluzionaria delle idee e consiste nel fatto che la filosofia e la cultura NON SONO SEMPLICE ACCUMULO DI NOZIONI E DI ASTRATTE CATEGORIE, MA RIFLESSIONE E MATURAZIONE DI UNA CAPACITA’ DI GIUDIZIO CRITICO E DI ORIENTAMENTO PER COMPRENDERE E TRASFORMARE LO STATO DI COSE PRESENTE. E questo sia da monito e orientamento alle future classi dirigenti, ai futuri e odierni magistrati indaganti e giudicanti, ai direttori di case detentive, ai legislatori, ai professori di ogni ordine e grado delle strutture formative e a tutte le strutture che organizzano la vita civile ed economica del paese.
    Un caro saluto
    Vittorio

    …credendo col morir fuggir disdegno, /ingiusto fece me contra me giusto…

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    Prendetela pure come una provocazione, ma dopo aver letto ancora di un suicidio di persona detenuta, quello di lunedì, nel carcere di S. Maria Capua Vetere, il quindicesimo dall’inizio dell’anno, al quale è da aggiungere quello di un agente della polizia penitenziaria, sempre in Campania… pensando a cos’è il carcere, a quella che “continua a presentarsi come una vera e propria carneficina tanto da far pensare a una ‘pena di morte’ di fatto”, e sono parole non di un qualsiasi facinoroso libertario ma di Gennarino De Fazio, segretario generale della Uilpa Polizia Penitenziaria… viene da chiedersi, piuttosto, morte per morte, perché non si dovrebbe pensare almeno di poter sfuggire a quella ingiusta condanna non dichiarata a “morte di fatto” data da altri, e darsela da sé… e quale miracolo impedisce che siano più numerosi, i suicidi…
    Una nota, intanto. Spesso, a proposito di chi si toglie la vita in carcere, si parla di persone “fragili”. Quasi rovesciando i termini della questione. Dove la fragilità diventa quasi una colpa, un’incapacità ad affrontare quel che ci si merita. E quello che si merita, se si è per un motivo o per l’altro in carcere, non è cosa da tutti… non è da tutti resistere a ciò a cui si va incontro.
    Da quando un po’ di storie di persone recluse conosco, ho capito che per non essere annullati completamente dal sistema carcere bisogna essere persona che nella vita ha già messo in conto una buona quota di violenza, e aver imparato, dentro di sé, a schermarsi e difendersi, quando non contrattaccare…
    E basterebbe riflettere su una sola cosa. Per chi entra in carcere, i “nuovi giunti”, è previsto l’incontro con uno psicologo, momento pensato per evitare che si resti “schiacciati” dall’impatto col carcere, ed evitare il pericolo del suicidio, appunto.
    E cosa volete che significhi questa “attenzione”? Che si è ben coscienti che quello che riserva da subito il carcere, l’essere all’improvviso tagliati fuori dal mondo, l’impossibilità di parlare con i propri familiari, venire cosificati mentre si è privati di ogni cosa, documenti e oggetti, anche la fede, privati infine dell’identità e diventare un numero, … tutto quello che c’è e che non c’è intorno evidentemente non è affatto escluso che porti al suicidio… anzi, potrebbe sembrare un’istigazione, quasi…
    Con tutte le differenze del caso, mi viene in mente il commento di una giovane dottoranda a proposito delle tante parole a proposito degli ultimi episodi di suicidio di studenti, e della proposta di istituire un supporto psicologico: “Quello che io mi chiedo è perché dovrebbe servire un supporto psicologico in quella che dovrebbe essere un’esplorazione, una crescita in direzione della conoscenza… Non dovremmo avere bisogno di supporto psicologico. Se ne abbiamo bisogno è conseguenza diretta di un inquadramento di un certo tipo dell’università che è sbagliato. Sbaglia l’università e chi fa le leggi relative all’università”.
    Sostituite la parola “università”, con la parola “carcere”, e “conoscenza” con “recupero”, “rieducazione”, o quello che volete della tanta retorica che circola… ed è esattamente quello che viene in mente.
    Qualche dettaglio. Di un sistema che proprio non va…
    La prima cosa che si subisce, appena si mette piede in un carcere, è la perquisizione personale. Che si fa invitando la persona a spogliarsi degli indumenti. Di tutti gli indumenti. E non importa se sei giovane o vecchio uomo o donna.
    Io non lo sapevo e sono rimasta alquanto sconvolta leggendo, ad esempio, la testimonianza di Nicoletta Dosio che racconta la mortificazione di restare così, nuda, davanti alle guardie, una donna anziana…
    Pensate quanto possa essere stravolgente per chiunque, con quella nudità a simboleggiare la deprivazione di tutto, e sentirsi cosa in mano d’altri, che da quel momento in poi hanno potere totale su di te. E tu sei uno, solo, difronte a un intero sistema, di cui ancora non conosci le regole…
    Bisogna essere ben abituati alla violenza (a subirla e a darla) per passare indenni attraverso questo “battesimo”. Se pensate poi che un altissimo numero di nuovi ingressi riguardano persone ancora senza condanna, in attesa di giudizio, come si dice…
    Metteteci in mezzo tutto quello che da cronache e denunce qua e là pur si viene a sapere: l’affollamento, le condizioni di cella “provanti”, l’inattività, i trattamenti inumani e degradanti per cui l’Italia è stata più volte condannata dalle Corti europee… , un universo che col mondo fuori crea una tale frattura che spesso diventa abisso e che a un certo punto può ben fare paura riattraversare, perché il carcere tutto fa fuorché preparare a rientrare nella società. Non sarà un caso che a suicidarsi sono più spesso i “nuovi giunti” e le persone vicine al fine pena…
    Assassino dei sogni è stato definito il carcere. Assassino del senso della vita, anche… perché troppo il peso, troppa l’offesa… e anche se si è colpevoli, presto ci si sente, legittimamente, vittime. Come sfuggire a tutto questo se sei impotente e nullo e non hai strumenti, e il carcere non te ne dà, per vedere un barlume di luce?
    L’animo mio, per disdegnoso gusto, /credendo col morir fuggir disdegno, /ingiusto fece me contra me giusto.
    Pier delle Vigne, uno dei più famosi, forse, fra i suicidi, assolto da Dante dall’accusa che lo condannò a pena atroce. Il sommo poeta lo piazza comunque all’inferno perché “ingiusto con se stesso”, suicida appunto, e lo rinchiude in quella orrenda pianta che ne imprigiona l’anima, separata per sempre dal corpo, di cui ne riavrà solo l’ombra… ché immagine più terribilmente vicina all’idea della prigione che mi sono fatta non vedo…
    Noi, che Dante non siamo, gli avremmo piuttosto spianato, a lui che tanto “disdegno” ha subito nel suo carcere terreno, la via del paradiso. Ma siccome quello che ci interessa, per ora, è la vita su questa terra, vorremmo tanto che la pena fosse infine qualcosa di diverso da quella istigazione al suicidio che il carcere può diventare, continuando a lacerare dell’uomo lo spirito, come sia pur involontariamente fa Dante, spezzando della pianta/prigione del suo inferno un ramo, svelando il sangue bruno che ne esce e macchia il tronco…
    Pensando soprattutto alle tante persone “fragili” che affollano le nostre carceri e che, per un’infinità di motivi, dovrebbero pur stare da tutt’altra parte…

    Rivendicare un lavoro stabile e sicuro è reato?

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    Ricevo e volentieri pubblico questo appello che i Movimenti dei disoccupati di Napoli e dintorni rivolgono a tutte le istituzioni (governo nazionale, regione Campania, città metropolitana e comune di Napoli) perché si sblocchi la vertenza in piedi da tempo per poter avviare un percorso di formazione e di inserimento al lavoro… e che la risposta non sia la criminalizzazione purtroppo in atto…
    Un testo articolato, da leggere fino in fondo. Per capire…

    “RIVENDICARE UN LAVORO STABILE E SICURO NON È REATO.
    Scriviamo questo appello rivolgendoci alla società civile tutta, al mondo accademico, al mondo della informazione, ai giuristi e alle giuriste, agli artisti e alle artiste, agli e alle intellettuali.
    Ancora una volta i Movimenti di lotta “Disoccupati 7 Novembre” di Napoli e “Cantiere 167” Scampia dall’estate scorsa, per decisione collettiva hanno unificato le proprie istanze-sono sotto attacco. Da quasi 10 anni questi movimenti si battono per la conquista di un lavoro stabile e sicuro o di un salario garantito, vivendo del protagonismo collettivo di padri e madri che il lavoro lo hanno perso, di famiglie che soffrono l’inflazione alle stelle o che patiscono la distruzione totale di ogni forma di welfare, di uomini e donne che lottano ogni giorno per mettere il piatto a tavola o che fanno i salti mortali per pagare affitti da rapina. Una lotta condotta da chi prova a emanciparsi dalla marginalità sociale ed anche dalle reti facili della criminalità presenti nei quartieri popolari e periferici della città di Napoli. Le stesse periferie – Traiano, Soccavo, Quartieri, Sanità, Bagnoli, Scampia, Montesanto- nelle quali i disoccupati e le disoccupate si impegnano quotidianamente per sviluppare forme di solidarietà e di socialità senza scopo di lucro, in territori abbandonati al degrado ed alla speculazione. Fin dalla sua nascita, questo movimento di disoccupati e disoccupate ha avuto il merito di denunciare come le molteplici emergenze che affliggono il territorio partenopeo- ambiente, rifiuti, messa in sicurezza delle aree a rischio idrogeologico e vulcanico, decoro urbano, tutela del patrimonio artistico, assistenza sociale e sanitaria, evasione scolastica-richiederebbero un vero e proprio piano straordinario di investimenti pubblici e di assunzioni finalizzate ad attività socialmente utili e necessarie e/o al ricambio degli organici attuali, in larga parte composto da lavoratori prossimi all’età pensionabile.
    Attraverso iniziative pubbliche o di approfondimento, è stato messo in luce come ciò venga impedito sia dalle politiche di tagli alla spesa pubblica, sia da una gestione delle risorse (vedi PNRR) orientata unicamente ad alimentare il circolo vizioso degli appalti e dei subappalti, cioè la fame di profitti dei privati e delle clientele connesse alle consorterie istituzionali che di volta in volta si alternano al potere.
    La storia del Movimento “Disoccupati 7 Novembre” e del “Cantiere 167 Scampia è la storia di una lotta condotta da sempre alla luce del sole e senza “scheletri nell’armadio”. Essa ha il merito di essere diventata un presidio di democrazia diretta per l’accesso al lavoro, uno spazio di crescita per molti disoccupati e molte disoccupate e per chi ha sempre vissuto combattendo contro la miseria, in una città che ha fatto del clientelismo, del mercimonio e del voto di scambio le uniche vie per ottenere un’occupazione stabile.
    Ogni incontro istituzionale, ogni momento di piazza, ogni proposta, è stato discusso/ragionato/comunicato collettivamente in assemblee, dibattiti, aggiornamenti, pubblici e interni al movimento. Nel corso di questi anni il Movimento dei/delle disoccupati/e ha incontrato numerose volte il vescovo di Napoli, Mimmo Battaglia, in sedi istituzionali Prefetti, Sindaci, delegati di ogni ente locale, ha partecipato ai tavoli organizzati con i ministri del Lavoro e ha interloquito perfino con la segreteria del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Deputati e senatori della Repubblica si sono espressi per sollecitare una soluzione alla vertenza dei disoccupati, oggi dichiarati/e come delinquenti da settori di quegli stessi organi dello stato.
    Neanche un mese fa, dopo numerosissimi tavoli ed incontri interistituzionali, i Movimenti dei disoccupati erano in attesa degli ultimi adempimenti per poter iniziare ad intravedere l’inizio di un percorso di formazione e di inserimento al lavoro in progetti di pubblica utilità nei settori della tutela dell’ambiente, del territorio, della città e del potenziamento dei servizi sociali. Un impegno puntualmente slittato per motivi mai chiariti. Senza neanche degnarsi di avvisare, di comunicare le ulteriori problematiche emerse, di capire quali fossero le alternative tecniche su cui si stesse discutendo, le istituzioni locali si sono assunte la responsabilità di lasciare per strada senza notizie oltre 600 giovani, famiglie, mamme e padri dalla mattina alla sera.
    Non solo mancano risposte concrete ma poi, ultimo in ordine il presidente della Regione,si attacca questa lotta collettiva definendola violenta, banalizzando e minimizzando una storia di dignità ed emancipazione collettiva oltre che anni di passaggi di impegni istituzionali di tavoli, incontri, confronti. All’immobilismo istituzionale e alle continue provocazioni, si affianca una escalation repressiva fatta di multe, denunce, procedimenti di vario tipo, fino all’indagine per “Associazione a delinquere” che ha colpito alcuni/e appartenenti alla platea.
    Dinanzi a tutto ciò si risveglia una sensazione, mai sopita, di inquietudine e una consapevolezza poco gradita: chi oggi chiede risposte concrete alle tante emergenze che affliggono centinaia di migliaia di persone, o non viene ascoltato o viene trattato come un soggetto dalla pericolosità sociale, indagato/a e perseguita/o come tale. In un momento di crisi economica e sociale drammatica le istituzioni, invece di dare risposte concrete al disagio sociale, alla disoccupazione, alla precarietà ed al lavoro nero, criminalizzano e reprimono chi si organizza per emanciparsi dalla povertà e dalla marginalità tramite la lotta.
    Alla luce di questa situazione ci chiediamo: è contro la legge manifestare e mobilitarsi per il riconoscimento del diritto al lavoro sicuro e retribuito? È forse contro la legge il tentativo di tanti e tante di provare a sottrarsi alla marginalità sociale, vera e propria piaga che condanna ad una vita infernale fasce sempre maggiori della popolazione a Napoli come altrove? Dinanzi agli spot e alle infinite produzioni audiovisive che stanno raccontando Napoli e la stanno rilanciando ulteriormente come vetrina da turismo di ogni tipo, e alle serie TV e film che spopolano nel raccontare la Napoli dei bassifondi piena di ragazzi difficili e sfortunati, spesso limitandosi solo a una narrazione superficiale e parziale di queste storie, come è possibile che continuino a mancare interventi strutturali che favoriscano l’emersione dalla marginalità e la costruzione reale di alternative individuali e collettive per i “dannati della metropoli”?
    Il movimento dei disoccupati organizzati ha dimostrato che è possibile costruire un’alternativa alla violenza, all’isolamento, alla precarietà, ai destini segnati di migliaia di senza-lavoro. Questa esperienza è oggi duramente sotto attacco. La determinazione di tutta la platea è un dato di fatto ma da sola non può bastare. Ci rivolgiamo quindi a chi ritiene inaccettabile l’atteggiamento delle istituzioni e l’accanimento repressivo, a chi guarda alla necessità di schierarsi al fianco di chi legittimamente combatte per un salario e una vita dignitosa. Siamo convinti/e che sia necessaria una presa di parola collettiva rispetto a tutto ciò. La risposta, in questi casi, deve essere sociale e collettiva. L’ isolamento è la più grande arma del potere: non lasciamo nessuno e nessuna da sola/o a portare avanti la propria vertenza.
    Facciamo appello a tutte le istituzioni (governo nazionale, regione Campania, città metropolitana e comune di Napoli) affinché operino concretamente per far sì che questa vertenza si sblocchi nel più breve tempo possibile.
    Chiediamo ai giudici del Tribunale di Napoli-sezione penale incaricati di esprimersi sui capi di accusa a carico del movimento dei disoccupati, di valutare attentamente il contesto sociale, le ragioni e le finalità di rango costituzionale in nome delle quali si sono svolte le iniziative e le manifestazioni oggetto di rinvio a giudizio, e dunque si esprimano per un’assoluzione.
    Come già fatto altre volte, ci rivogliamo nuovamente ai giornalisti e alle giornaliste, interessate/i a raccontare la storia collettiva del Movimento “Disoccupati 7 Novembre” e del “Cantiere 167 Scampia” e a chiunque, in giro per l’Italia, voglia confrontarsi con i/le protagonisti di questa lotta oggi sotto attacco.
    Per chiunque volesse sottoscrivere l’appello può inviare la propria adesione: – Alle pagine fb “Laboratorio Politico Iskra” e “Si cobas Napoli” – Inviando una mail all’indirizzo di posta elettronica mov7nov@gmail.com

    … e fiorisco al tuo fiorire

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    Mi tieni dentro
    seme in terra
    fiore in bocca
    acqua fra crepe.
    Mi tieni fuori
    quarto di luna
    l’aria che tiri
    frutto che spogli.
    All’ombra d’una croce vuota
    sotto sudario
    negli occhi dei curiosi
    del sepolcro vuoto.
    E fiorisco al tuo fiorire.

    Il sentire umano liberato di Emilio Nigro, ancora della raccolta Edipo in fuga” (Les Flaneurs edizioni)… Lasciatevi catturare dalla sua sommessa vibrante intimità. Parole di verità di Edipo in fuga, ovunque straniero… e buona pasquetta a tutti.

    E’ tempo di unire le voci…

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    Solo un appunto, ancora vibrante dei suoni della chiesa di Sant’Eusebio, a piazza Vittorio, qui a Roma… L’appuntamento era per uno degli incontri di spiritualità e musica ideati dal primo municipio… idea affascinante: 12 chiese per 12 incontri con diverse tradizioni culturali, attraverso la musica…
    Questo pomeriggio la liturgia è preghiera, anche, nelle testimonianze di chi il mare l’ha attraversato e la commozione è forte, e il pianto strozza la voce pensando a chi oggi non ce l’ha fatta, a chi questi tempi bui respingono…
    La parola si intreccia con la musica… ed è voce d’Africa, qui a piazza Vittorio, cuore della Roma multietnica…
    Ascoltando Badara Seck, artista senegalese che canta la fratellanza… Sembra venire dalle profondità del mondo il suo canto… magia di Griot che, come d’antica mai interrotta tradizione, è da sempre voce che parla per noi con gli spiriti invisibili. Un ponte fra noi e loro…
    Un canto che è ritmo pulsante di terra, cullato dall’onda delle percussioni di Ismaile Mbaye, dai suoni di kora di Aliou Djembele, e da un dolcissimo coro di giovanissimi, il Coro Multiculturale Quinta aumentata, diretto da Attilio di Sanza..
    Cantava padre David Maria Turoldo:

    Tempo è di unire le voci
    di fonderle insieme
    e lasciare che la grazia canti
    e ci salvi la Bellezza

    Come un tempo cantavano le foreste
    tra salmo e salmo
    dai maestosi cori
    e il brillio delle vetrate
    e le absidi in fiamme


    Già, ci salvi la Bellezza… erano bellissimi, erano bellissime le ragazzine del coro, a fare da ala ai movimenti danzanti di Badara Seck. E quando il suono dei tamburi è sembrato tutto sovrastare e gonfiarsi, e salire salire salire… mi sono chiesta se l’hanno infine ascoltata, quella preghiera, se l’hanno vista tutta quella bellezza, gli spiriti invisibili… che vengano a salvarci …

    Nordio e le “Coop agricole rosse”. Appunti dagli anni ’90…

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    Alcune puntualizzazioni di Vittorio da Rios, a proposito dell’attuale ministro della giustizia Nordio… negli anni ’90 PM in Veneto.
    Ascoltate cosa scrive dunque Vittorio da Rios, che ci riporta a quegli anni, di cui è testimone… in quanto allora Presidente e socio fondatore del Gruppo Cantina Rinascita…

    “Alcune puntualizzazioni a riguardo della biografia intellettuale e professionale dell’attuale ministro della giustizia Nordio Carlo e di altre questioni relative a fatti accaduti in Veneto. Bene facciamo un excursus sulle nostre vicende economiche giudiziarie a ritroso nel tempo. Metà anni 90 del secolo breve. Qualcuno ricorda delle “Coop agricole rosse” venete? Ovviamente ne dubito, si ha memoria corta, troppo corta per ricordare questo passaggio fondamentale della nostra storia recente: economica-agricola- giudiziaria. Avca: “associazione veneta cooperative agricole” era una notevole realtà giovane, cresciuta negli anni 70 e che fatturava ” le decine e decine di Cooperative” fine anni 80 quasi 300 miliardi di lire annue… erano strutture giovani in fase di consolidamento sia attraverso le normali forme di capitalizzazione interne sia più in generale con il sistema bancario.
    Ora, sintetizzando al massimo, vi fu un fatto che determinò in poco tempo la distruzione di un simile patrimonio cooperativo agricolo. La defenestrazione del presidente dell’allora banca Nazionale del lavoro Prof. Nerio Nesi, uomo di grandi vedute, di alto profilo morale ed etico, da sempre vicino e amico del movimento cooperativo in genere, e in particolare quello agricolo, da parte di Bettino Craxi allora presidente del consiglio.
    Bene si deve sapere che le Coop agricole erano nate con le fideiussioni bancarie dei soci. O meglio dei membri del consiglio di amministrazione, impegnando tutti i loro averi per una idea Cooperativa, non per costruire una azienda privata (da tenere conto di questo).
    Bene, questa defenestrazione di Nerio Nesi diede inizio alla privatizzazione del sistema bancario e più in generale del sistema economico nazionale, Vi fu un radicale ridimensionamento del movimento Cooperativo su scala nazionale, pur mantenendo e potenziando strutture Cooperative di notevole peso e entità in Trentino Alto Adige con grossi consorzi di secondo grado, in Emilia Romagna, in Friuli e qualche altra regione, ma quel movimento dal basso con gestione associata di stalle da latte soprattutto e della conduzione di fondi agricoli in forma associata sparì in pochi anni del tutto. Certamente alcune “ingenuità” si sono commesse, per età e per convinzione che l’ “Idea Cooperativa” era vincente sempre comunque. La storia ebbe purtroppo percorsi assai diversi con esiti spesso dai risvolti drammatici. A iniziare dalla banca Nazionale del Lavoro, e a cascata tutte le altre banche, vi fu l’aggressione con revoca degli affidamenti, Prestiti e fideiussioni date alle Coop, come per i rispettivi conti aziendali dei soci fideiussori. Un autentico disastro e questo su scala nazionale.
    Io ero all’epoca Presidente e socio fondatore del Gruppo Cantina Rinascita. La prima cantina sociale cooperativa veneta della lega delle cooperative. Ma che aveva di già forme collaborative con le strutture coop definite “bianche”. Una realtà, la nostra, nata a cavallo tra le provincie di Treviso e Venezia, fortemente innovativa nella lavorazione delle uve, nella commercializzazione e nello studio dei cambiamenti in essere nei gusti alimentari e del bere della popolazione… si stava dando gambe culturali e filosofiche al progetto del Gruppo. Eravamo antesignani anche in questo. Il Dott. Nordio Carlo era all’epoca pubblico ministero a Venezia. Eravamo in piena tangentopoli milanese. A seguire le questioni relative alla Cantina Rinascita, o meglio al gruppo Rinascita, dopo l’aggressione delle banche e il “caos” da ciò determinato, era una magistrato donna che con molta serietà come deve fare un magistrato cercava di capire cosa successo. Improvvisamente il Dott. Nordio Carlo si impossessò della istruttoria e diede una accelerazione al tutto con molti arresti e perquisizioni. Furono eseguiti molti arresti del tutto immotivati, con ipotesi di associazione a delinquere finalizzata a finanziare prima il P.C.I. e poi il PD. Su richiesta del Dott Nordio Carlo. IL PRESIDENTE dell’allora AVCA “Associazione veneta delle Coop Agricole venete” Alberto Fontana, subì per quattro mesi la carcerazione preventiva e usci solo dopo la decorrenza dei termini. Nordio Carlo poi si è reso conto della realtà dei fatti. Non c’era nessun finanziamento né occulto né trasparente dalle Coop Agricole al P.C.I. poi al PD. E si trovò, spiace dirlo, con niente in mano e arresti compiuti del tutto privi di una logica del diritto. Ricordo che in una udienza, chiamato come testimone nel processo ad Alberto Fontana, e il tema andato sulla liceità dell’agire degli istituti di credito nei confronti dei soci fideiussori, chiesi nel corso dell’udienza al Dott. Nordio Carlo se con la stessa meticolosità e a volte violenza giudiziaria si fosse rivolto a verificare l’azione e la liceità degli istituti di credito aggredendoli con tale brutalità devastativa. Ovviamente rimasi senza risposta, troppo prematuro porre una simile domanda ma che è fondativa in fatto di diritto di fatto e non solo amministrativo.
    Oramai tutto è andato… la storia ha fatto il suo penoso corso in questo caso. E la storia ben sappiamo e fatta dagli uomini nello specifico non di grande valore, devo pur dirlo con una vena di amarezza. In quanto al Dott Nordio Carlo, almeno da parte mia nonostante, le “devastazioni subite” ma comprese e metabolizzate culturalmente, come gli errori da lui fatti, mi auguro che sia totalmente dissolto il suo antico livore storico anti P.C.I. e anti COOP, che lo ha portato suo malgrado all’epoca a muoversi come un elefante in una cristalliera, non avendo gli strumenti culturali ed economici quanto giuridici, per gestire tutta quella vicenda. Non gliene faccio una colpa. Un piccolo e sintetico excursus su una questione che andrebbe di molto approfondita. Troppo repentinamente dimenticata per progettualità e qualità degli uomini impegnati. Il discrimine storico per comprendere la criminale svendita dello Stato, e dello Stato di diritto, e la quasi totale privatizzazione del sistema economico italiano, e la subordinazione delle stesse strutture cooperative di primo e secondo grado ai colossi delle multinazionali in campo agro alimentare. Un caro saluto .

    Vittorio da Rios


    Quando zia cantava le ninne

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    Quando zia cantava le ninne
    la zia della campagna, la zia santa
    non mi reggevo in piedi.
    Ora è lo stesso
    cado di continuo
    e vorrei cantato le ninne
    per dormire


    Per questa notte, ché non sia insonne, uno sprazzo di versi di Emilio Nigro, dalla racconta Edipo in fuga. “Versi d’esilio su quell’allontanarsi per necessità di sopravvivenza che inevitabilmente sporca lo sguardo sul mondo”…

    Di poesia, mi disse qualcuno che di poesia s’intendeva, non importa saperne.. la poesia si riconosce. E io l’ho riconosciuta… nel tremore profondo che questi versi mi danno. Tremore che stasera trasmuta in nostalgia di pianto. Vorrei leggervele tutte, le poesie di Emilio Nigro… il loro sapore di vita, raccolta in segni, grumi, palpiti, ponti… e cogliere l’invito: “Che ti venga voglia di uscire/ dopo avermi ascoltato” .

    Emilio Nigro “Edipo in fuga” Edizioni LES FLANEURS

    Scimmie di mare

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    Alberto Gozzi è drammaturgo e regista. Ha fatto parte del Gruppo 63. Ha lavorato con Carlo Quartucci, con diverse compagnie sperimentali degli anni 70 e con teatri pubblici. Ha diviso il suo lavoro tra il teatro e sceneggiature radiofoniche e televisive. Arriva un suo sorprendente, spiazzante, romanzo. Scimmie di mare (ed. Transeuropa). Ecco, nel racconto di Daniela Morandini:

    “E’ questa la storia senza trama di un futuro drammaturgo che vuole formare una compagnia. Ci vorrebbero le scimmie di mare, le artemie saline che un inventore burlone pensò di vendere per posta. Sarebbe bastato sciogliere le uova nell’acqua per dare vita a crostacei piccoli piccoli, o magari a sirene o a tritoni. Il drammaturgo bambino avrebbe comprato quella polverina magica, avrebbe visto nascere le sue attrici e le avrebbe plasmate sul palcoscenico. Prima, però, avrebbe dovuto intervenire in modo cruento, per via delle pinne…
    Che ruolo può sostenere un’attrice con la schiena pinnata come un pesce ragno?
    Chissà se andrà in scena…
    Illustri intrusioni mettono in guardia ad ogni capitolo:
    Naturalmente, i drammaturghi vanno messi nella valigia dei calzini” avverte Claus Peymann, direttore del Berliner Ensemble.
    Ma anche i piccoli drammaturghi crescono e il protagonista ragiona con Anceschi, il professore che portò in Italia la filosofia della Scuola di Francoforte. Parla di sperimentazione e di fenomenologia. Sembra viaggiare su un Camion che carica e scarica storie, materiali di scena, musica. Potrebbe entrare anche in Casa Mozart, dove al genio austriaco è proibito parlare. Aggredisce Ibsen, Lautréamont, Cyrano de Bergerac, Céline. Ma come inquadrarlo? Tra Leo e Perla…Ricci…Vasilicò…? Nella galassia dell’avanguardia, il giovane drammaturgo si sente estraneo come una lavatrice.
    Essere d’avanguardia è conoscere ciò che è morto; essere di retroguardia è amarlo ancora, pontifica Roland Barthes.
    Il giovane drammaturgo incontra la Storia, scesa a Bologna dal Piccolo di Milano. Osserva la Poesia che, nei circoli dei poeti, cerca di resistere, punta le zampe in avanti e conficca gli unghioni nel tappeto. Scorge la Madonna di San Luca che sfila in processione solo per senso del dovere. Ma anche questo è teatro, forse… Come probabilmente lo é l’Azienda dove il drammaturgo diventato grande si aggira tra la radio e i funzionari. Uno aveva cenato con Ronconi, un altro aveva sposato una Miss Italia…
    A volte il protagonista sembra sovrapporsi al suo autore, come per la messa a fuoco di macchine fotografiche che non esistono più. Ma questa non è una biografia, né una storia vera, non c’è trama e non ci sono porte tra realtà e finzione. E’ un romanzo, lo recita anche la copertina…
    Come in una wunderkammer senza meraviglie, “Le scimmie di mare” incontra attori, impresari, dirigenti di partito, figure marginali uscite di scena senza mai esserci entrate. Attraversa teatri stabili e cantine; scopre citazioni nascoste sotto le righe. Ma, per andare avanti, il drammaturgo ormai maturo dovrà tornare là-bas, laggiù, nel museo delle identità teatrali dimenticate. Il lettore faccia come crede, se vuole lo segua, altrimenti se ne può andare. Ma può?… Non e’ semplice divincolarsi. Il libro diventa sempre più una macchina di parole e di gesti. L’impianto rigoroso è quasi una trappola per accerchiare il lettore (spettatore? Complice? Controparte?). L’autore gli chiede di intervenire, anche se si era ripromesso di non farlo (mentiva?). Gli spiega che il narratore può fare qualcosa solo fino a un certo punto; anche qui, come nella vita, le cose accadono quando devono o possono accadere.
    E il pubblico non può che seguirlo, anche se è meglio non fidarsi.
    Il racconto non è come il teatro, non muore ogni sera sul palcoscenico. Il racconto, afferma Gozzi “lavora come una grande rete per la pesca a strascico gettata sui fondali della memoria, abissali o di pochi metri e draga tutto ciò che trova, i cefali plebei mischiati ai pregiati pagelli, alle vongole, alle bottiglie rotte, un po’ di tutto, quindi anche molti pesci velenosi”.
    E quelli avrebbe proprio voluto evitarli…
    Non si sa mai bene il libro che si sta scrivendo, ammonisce Philippe Forest, che si interroga sulla possibilità del romanzo di esistere ancora.
    “Quando un racconto finisce in un cul de sac , insiste l’autore,- ci si aspetta che il narratore risolva la situazione con un’ invenzione ingegnosa. Questo non sempre è possibile per svariate e a volte buone ragioni”.
    Non c’è via d’uscita e il drammaturgo si sta per congedare. Come salvarsi? Buttandosi nell’ asfittica rigenerazione del Nuovo? Sopportando le battute di un Felino? Reinventando le scimmie di mare che ancora si trovano in rete? E chi sono e chi erano veramente quelle creature?
    A questo punto è Diderot a interloquire:
    Da dove venivano? Dal posto più vicino. Dove andavano? Sappiamo forse dove stiamo andando?

    Daniela Morandini