A proposito dei ragazzi e delle ragazze, di supporti psicologici di cui tanto si parla e vere o alimentate fragilità…
Bello, interessantissimo intervento, questa mattina alla rassegna stampa di Radio3. Le parole di Selenia, che ha chiamato da Catania, ed è dottoranda dell’università di Genova intervenuta a proposito della notizia dello studente di Chieti che si è suicidato, l’ennesimo, perché nascondeva la sua carriera “fallimentare” universitaria. Quello studente che… “la mia via è inconcludente e inutile”. Che subiva, come molti, la pressione sociale che sembra essersi creata intorno alle prestazioni universitarie.
Sono andato a risentirlo attentamente, l’intervento di Selenia, che è voce accorata e lucida, e saggia, che ha lo sguardo non ancora offuscato dal turbinio di parole e semplificazioni che riempiono il fiume del “pensiero dominante”.
Un fenomeno, ricorda Selenia, che purtroppo non riguarda solo l’Italia, perché anche nel resto d’Europa nelle grandi università europee sempre più studenti si tolgono la vita, e sottolinea “come questa sia la conseguenza sistemica e sociale di come immaginiamo l’università, di come costruiamo percorsi formativi… non sempre pensati per tutti e tutte”. Sottolinea, anche, che “parte della responsabilità sta al modello ministeriale di qualità su cui si costruisce l’università, che finisce per essere solo una questione di quantità, di quanti si iscrivono, quanti si laureano, quanto alti sono i loro voti… eccetera eccetera… dove la crescita personale, morale e intellettuale di un individuo viene ridotta a quantità misurabile, che tratta appunto quella che dovrebbe essere la crescita umana e personale dell’individuo come un questione di prestazioni”. Ma c’è anche una “responsabilità diretta del giornalismo, internazionale e italiano, che crea narrazioni tossiche per alimentare questo sistema”. “Vorrei capire perché non si parla di questo, perché i giornalisti non si prendono anche un minimo di responsabilità riguardo a questo”, chiede.
E a Duccio Facchini, direttore dell’Altraeconomia, che tanto egregiamente conduce la rassegna di questa settimana, che accogliendo le sue parole e ricordando fra l’altro che l’Unione degli universitari nazionali richiede un sostegno psicologico anche nelle università, chiede se ha incontrato questi percorsi…
Selenia risponde che nella sua esperienza purtroppo il sostegno psicologico non c’è, ma, ascoltate bene: “Quello che io mi chiedo è perché dovrebbe servire un supporto psicologico in quella che dovrebbe essere un’esplorazione, una crescita in direzione della conoscenza. Un’università non dovrebbe creare lavoratori, prestazioni… l’università non serve a questo. Non è questo studiare, formarsi… non dovremmo avere bisogno di supporto psicologico. Se ne abbiamo bisogno è conseguenza diretta di un inquadramento di un certo tipo dell’università che è sbagliato. Sbaglia l’università e chi fa le leggi relative all’università”. E insiste, “sbagliano anche soprattutto i media che veicolano un certo immaginario. I giornali dovrebbero essere più responsabili e sapere, pensare a quello che stanno raccontando”.
Un esempio di narrazione tossica? Chiede Facchini.
“Tutte le notizie che riguardano studenti e studentesse che si laureano in tempi assurdi, ad esempio… Il fattore tempo”…
Anche lei, Selenia, ha subito il “fattore tempo”, si è laureata fuori corso “…e non sto a dire quanti problemi questo ha creato sulla mia persona… quali problemi crea agli studenti che ora sanno iniziando un percorso, anche giovani, molto più giovani… appena usciti da una scuola dell’obbligo che quasi li imbocca, si trovano all’università, e sentono intorno la pressione del dover fare tutto e subito… e se non riescono a fare subito un esame, per un motivo qualsiasi, magari perché hanno bisogno d’aiuto, magari perché hanno semplicemente anche altri interessi… Non si può pensare che la vita di un ragazzo ruoti solo intorno allo studio, ai libri… a vent’anni si hanno tanti interessi, è un momento di crescita più ampio, si scopre il mondo… Tutto questo contesto è assolutamente ignorato”.
Ho voluto riprendere l’intervento di questa giovane dottoranda, perché ci offre una verità che pochi sembrano vedere. Che a vent’anni, come ben spiega, si attraversa un momento di crescita ampio, si cerca, si scopre il mondo… non si dovrebbe venir chiusi in meccanismi che creano smarrite solitudini, che creano gabbie, che inducono bisogni (il supporto psicologico, ad esempio appunto) in quella che dovrebbe essere una fase di esplorazione, complessa e tormentata anche a volte, ma sempre libera e ricca delle voci molteplici del mondo…
La solitudine dei numeri ultimi…
E’ tempo di unire le voci…
Solo un appunto, ancora vibrante dei suoni della chiesa di Sant’Eusebio, a piazza Vittorio, qui a Roma… L’appuntamento era per uno degli incontri di spiritualità e musica ideati dal primo municipio… idea affascinante: 12 chiese per 12 incontri con diverse tradizioni culturali, attraverso la musica…
Questo pomeriggio la liturgia è preghiera, anche, nelle testimonianze di chi il mare l’ha attraversato e la commozione è forte, e il pianto strozza la voce pensando a chi oggi non ce l’ha fatta, a chi questi tempi bui respingono…
La parola si intreccia con la musica… ed è voce d’Africa, qui a piazza Vittorio, cuore della Roma multietnica…
Ascoltando Badara Seck, artista senegalese che canta la fratellanza… Sembra venire dalle profondità del mondo il suo canto… magia di Griot che, come d’antica mai interrotta tradizione, è da sempre voce che parla per noi con gli spiriti invisibili. Un ponte fra noi e loro…
Un canto che è ritmo pulsante di terra, cullato dall’onda delle percussioni di Ismaile Mbaye, dai suoni di kora di Aliou Djembele, e da un dolcissimo coro di giovanissimi, il Coro Multiculturale Quinta aumentata, diretto da Attilio di Sanza..
Cantava padre David Maria Turoldo:
Tempo è di unire le voci
di fonderle insieme
e lasciare che la grazia canti
e ci salvi la Bellezza
Come un tempo cantavano le foreste
tra salmo e salmo
dai maestosi cori
e il brillio delle vetrate
e le absidi in fiamme
Già, ci salvi la Bellezza… erano bellissimi, erano bellissime le ragazzine del coro, a fare da ala ai movimenti danzanti di Badara Seck. E quando il suono dei tamburi è sembrato tutto sovrastare e gonfiarsi, e salire salire salire… mi sono chiesta se l’hanno infine ascoltata, quella preghiera, se l’hanno vista tutta quella bellezza, gli spiriti invisibili… che vengano a salvarci …
Nordio e le “Coop agricole rosse”. Appunti dagli anni ’90…
Alcune puntualizzazioni di Vittorio da Rios, a proposito dell’attuale ministro della giustizia Nordio… negli anni ’90 PM in Veneto.
Ascoltate cosa scrive dunque Vittorio da Rios, che ci riporta a quegli anni, di cui è testimone… in quanto allora Presidente e socio fondatore del Gruppo Cantina Rinascita…
“Alcune puntualizzazioni a riguardo della biografia intellettuale e professionale dell’attuale ministro della giustizia Nordio Carlo e di altre questioni relative a fatti accaduti in Veneto. Bene facciamo un excursus sulle nostre vicende economiche giudiziarie a ritroso nel tempo. Metà anni 90 del secolo breve. Qualcuno ricorda delle “Coop agricole rosse” venete? Ovviamente ne dubito, si ha memoria corta, troppo corta per ricordare questo passaggio fondamentale della nostra storia recente: economica-agricola- giudiziaria. Avca: “associazione veneta cooperative agricole” era una notevole realtà giovane, cresciuta negli anni 70 e che fatturava ” le decine e decine di Cooperative” fine anni 80 quasi 300 miliardi di lire annue… erano strutture giovani in fase di consolidamento sia attraverso le normali forme di capitalizzazione interne sia più in generale con il sistema bancario.
Ora, sintetizzando al massimo, vi fu un fatto che determinò in poco tempo la distruzione di un simile patrimonio cooperativo agricolo. La defenestrazione del presidente dell’allora banca Nazionale del lavoro Prof. Nerio Nesi, uomo di grandi vedute, di alto profilo morale ed etico, da sempre vicino e amico del movimento cooperativo in genere, e in particolare quello agricolo, da parte di Bettino Craxi allora presidente del consiglio.
Bene si deve sapere che le Coop agricole erano nate con le fideiussioni bancarie dei soci. O meglio dei membri del consiglio di amministrazione, impegnando tutti i loro averi per una idea Cooperativa, non per costruire una azienda privata (da tenere conto di questo).
Bene, questa defenestrazione di Nerio Nesi diede inizio alla privatizzazione del sistema bancario e più in generale del sistema economico nazionale, Vi fu un radicale ridimensionamento del movimento Cooperativo su scala nazionale, pur mantenendo e potenziando strutture Cooperative di notevole peso e entità in Trentino Alto Adige con grossi consorzi di secondo grado, in Emilia Romagna, in Friuli e qualche altra regione, ma quel movimento dal basso con gestione associata di stalle da latte soprattutto e della conduzione di fondi agricoli in forma associata sparì in pochi anni del tutto. Certamente alcune “ingenuità” si sono commesse, per età e per convinzione che l’ “Idea Cooperativa” era vincente sempre comunque. La storia ebbe purtroppo percorsi assai diversi con esiti spesso dai risvolti drammatici. A iniziare dalla banca Nazionale del Lavoro, e a cascata tutte le altre banche, vi fu l’aggressione con revoca degli affidamenti, Prestiti e fideiussioni date alle Coop, come per i rispettivi conti aziendali dei soci fideiussori. Un autentico disastro e questo su scala nazionale.
Io ero all’epoca Presidente e socio fondatore del Gruppo Cantina Rinascita. La prima cantina sociale cooperativa veneta della lega delle cooperative. Ma che aveva di già forme collaborative con le strutture coop definite “bianche”. Una realtà, la nostra, nata a cavallo tra le provincie di Treviso e Venezia, fortemente innovativa nella lavorazione delle uve, nella commercializzazione e nello studio dei cambiamenti in essere nei gusti alimentari e del bere della popolazione… si stava dando gambe culturali e filosofiche al progetto del Gruppo. Eravamo antesignani anche in questo. Il Dott. Nordio Carlo era all’epoca pubblico ministero a Venezia. Eravamo in piena tangentopoli milanese. A seguire le questioni relative alla Cantina Rinascita, o meglio al gruppo Rinascita, dopo l’aggressione delle banche e il “caos” da ciò determinato, era una magistrato donna che con molta serietà come deve fare un magistrato cercava di capire cosa successo. Improvvisamente il Dott. Nordio Carlo si impossessò della istruttoria e diede una accelerazione al tutto con molti arresti e perquisizioni. Furono eseguiti molti arresti del tutto immotivati, con ipotesi di associazione a delinquere finalizzata a finanziare prima il P.C.I. e poi il PD. Su richiesta del Dott Nordio Carlo. IL PRESIDENTE dell’allora AVCA “Associazione veneta delle Coop Agricole venete” Alberto Fontana, subì per quattro mesi la carcerazione preventiva e usci solo dopo la decorrenza dei termini. Nordio Carlo poi si è reso conto della realtà dei fatti. Non c’era nessun finanziamento né occulto né trasparente dalle Coop Agricole al P.C.I. poi al PD. E si trovò, spiace dirlo, con niente in mano e arresti compiuti del tutto privi di una logica del diritto. Ricordo che in una udienza, chiamato come testimone nel processo ad Alberto Fontana, e il tema andato sulla liceità dell’agire degli istituti di credito nei confronti dei soci fideiussori, chiesi nel corso dell’udienza al Dott. Nordio Carlo se con la stessa meticolosità e a volte violenza giudiziaria si fosse rivolto a verificare l’azione e la liceità degli istituti di credito aggredendoli con tale brutalità devastativa. Ovviamente rimasi senza risposta, troppo prematuro porre una simile domanda ma che è fondativa in fatto di diritto di fatto e non solo amministrativo.
Oramai tutto è andato… la storia ha fatto il suo penoso corso in questo caso. E la storia ben sappiamo e fatta dagli uomini nello specifico non di grande valore, devo pur dirlo con una vena di amarezza. In quanto al Dott Nordio Carlo, almeno da parte mia nonostante, le “devastazioni subite” ma comprese e metabolizzate culturalmente, come gli errori da lui fatti, mi auguro che sia totalmente dissolto il suo antico livore storico anti P.C.I. e anti COOP, che lo ha portato suo malgrado all’epoca a muoversi come un elefante in una cristalliera, non avendo gli strumenti culturali ed economici quanto giuridici, per gestire tutta quella vicenda. Non gliene faccio una colpa. Un piccolo e sintetico excursus su una questione che andrebbe di molto approfondita. Troppo repentinamente dimenticata per progettualità e qualità degli uomini impegnati. Il discrimine storico per comprendere la criminale svendita dello Stato, e dello Stato di diritto, e la quasi totale privatizzazione del sistema economico italiano, e la subordinazione delle stesse strutture cooperative di primo e secondo grado ai colossi delle multinazionali in campo agro alimentare. Un caro saluto .
Vittorio da Rios
Quando zia cantava le ninne
Quando zia cantava le ninne
la zia della campagna, la zia santa
non mi reggevo in piedi.
Ora è lo stesso
cado di continuo
e vorrei cantato le ninne
per dormire
Per questa notte, ché non sia insonne, uno sprazzo di versi di Emilio Nigro, dalla racconta Edipo in fuga. “Versi d’esilio su quell’allontanarsi per necessità di sopravvivenza che inevitabilmente sporca lo sguardo sul mondo”…
Di poesia, mi disse qualcuno che di poesia s’intendeva, non importa saperne.. la poesia si riconosce. E io l’ho riconosciuta… nel tremore profondo che questi versi mi danno. Tremore che stasera trasmuta in nostalgia di pianto. Vorrei leggervele tutte, le poesie di Emilio Nigro… il loro sapore di vita, raccolta in segni, grumi, palpiti, ponti… e cogliere l’invito: “Che ti venga voglia di uscire/ dopo avermi ascoltato” .
Emilio Nigro “Edipo in fuga” Edizioni LES FLANEURS
Scimmie di mare
Alberto Gozzi è drammaturgo e regista. Ha fatto parte del Gruppo 63. Ha lavorato con Carlo Quartucci, con diverse compagnie sperimentali degli anni 70 e con teatri pubblici. Ha diviso il suo lavoro tra il teatro e sceneggiature radiofoniche e televisive. Arriva un suo sorprendente, spiazzante, romanzo. Scimmie di mare (ed. Transeuropa). Ecco, nel racconto di Daniela Morandini:
“E’ questa la storia senza trama di un futuro drammaturgo che vuole formare una compagnia. Ci vorrebbero le scimmie di mare, le artemie saline che un inventore burlone pensò di vendere per posta. Sarebbe bastato sciogliere le uova nell’acqua per dare vita a crostacei piccoli piccoli, o magari a sirene o a tritoni. Il drammaturgo bambino avrebbe comprato quella polverina magica, avrebbe visto nascere le sue attrici e le avrebbe plasmate sul palcoscenico. Prima, però, avrebbe dovuto intervenire in modo cruento, per via delle pinne…
Che ruolo può sostenere un’attrice con la schiena pinnata come un pesce ragno?
Chissà se andrà in scena…
Illustri intrusioni mettono in guardia ad ogni capitolo:
“Naturalmente, i drammaturghi vanno messi nella valigia dei calzini” avverte Claus Peymann, direttore del Berliner Ensemble.
Ma anche i piccoli drammaturghi crescono e il protagonista ragiona con Anceschi, il professore che portò in Italia la filosofia della Scuola di Francoforte. Parla di sperimentazione e di fenomenologia. Sembra viaggiare su un Camion che carica e scarica storie, materiali di scena, musica. Potrebbe entrare anche in Casa Mozart, dove al genio austriaco è proibito parlare. Aggredisce Ibsen, Lautréamont, Cyrano de Bergerac, Céline. Ma come inquadrarlo? Tra Leo e Perla…Ricci…Vasilicò…? Nella galassia dell’avanguardia, il giovane drammaturgo si sente estraneo come una lavatrice.
Essere d’avanguardia è conoscere ciò che è morto; essere di retroguardia è amarlo ancora, pontifica Roland Barthes.
Il giovane drammaturgo incontra la Storia, scesa a Bologna dal Piccolo di Milano. Osserva la Poesia che, nei circoli dei poeti, cerca di resistere, punta le zampe in avanti e conficca gli unghioni nel tappeto. Scorge la Madonna di San Luca che sfila in processione solo per senso del dovere. Ma anche questo è teatro, forse… Come probabilmente lo é l’Azienda dove il drammaturgo diventato grande si aggira tra la radio e i funzionari. Uno aveva cenato con Ronconi, un altro aveva sposato una Miss Italia…
A volte il protagonista sembra sovrapporsi al suo autore, come per la messa a fuoco di macchine fotografiche che non esistono più. Ma questa non è una biografia, né una storia vera, non c’è trama e non ci sono porte tra realtà e finzione. E’ un romanzo, lo recita anche la copertina…
Come in una wunderkammer senza meraviglie, “Le scimmie di mare” incontra attori, impresari, dirigenti di partito, figure marginali uscite di scena senza mai esserci entrate. Attraversa teatri stabili e cantine; scopre citazioni nascoste sotto le righe. Ma, per andare avanti, il drammaturgo ormai maturo dovrà tornare là-bas, laggiù, nel museo delle identità teatrali dimenticate. Il lettore faccia come crede, se vuole lo segua, altrimenti se ne può andare. Ma può?… Non e’ semplice divincolarsi. Il libro diventa sempre più una macchina di parole e di gesti. L’impianto rigoroso è quasi una trappola per accerchiare il lettore (spettatore? Complice? Controparte?). L’autore gli chiede di intervenire, anche se si era ripromesso di non farlo (mentiva?). Gli spiega che il narratore può fare qualcosa solo fino a un certo punto; anche qui, come nella vita, le cose accadono quando devono o possono accadere.
E il pubblico non può che seguirlo, anche se è meglio non fidarsi.
Il racconto non è come il teatro, non muore ogni sera sul palcoscenico. Il racconto, afferma Gozzi “lavora come una grande rete per la pesca a strascico gettata sui fondali della memoria, abissali o di pochi metri e draga tutto ciò che trova, i cefali plebei mischiati ai pregiati pagelli, alle vongole, alle bottiglie rotte, un po’ di tutto, quindi anche molti pesci velenosi”.
E quelli avrebbe proprio voluto evitarli…
Non si sa mai bene il libro che si sta scrivendo, ammonisce Philippe Forest, che si interroga sulla possibilità del romanzo di esistere ancora.
“Quando un racconto finisce in un cul de sac , insiste l’autore,- ci si aspetta che il narratore risolva la situazione con un’ invenzione ingegnosa. Questo non sempre è possibile per svariate e a volte buone ragioni”.
Non c’è via d’uscita e il drammaturgo si sta per congedare. Come salvarsi? Buttandosi nell’ asfittica rigenerazione del Nuovo? Sopportando le battute di un Felino? Reinventando le scimmie di mare che ancora si trovano in rete? E chi sono e chi erano veramente quelle creature?
A questo punto è Diderot a interloquire:
Da dove venivano? Dal posto più vicino. Dove andavano? Sappiamo forse dove stiamo andando?
Daniela Morandini
“Oggi hai gli occhi pazzi e quindi ti lego perché voglio dormire tranquilla stanotte”
Pensando alle donne, in questi giorni che per tanti aspetti se ne parla, ho ripreso in mano un interessante volumetto: Perugia Underground. Storie di donne, sesso e potere nel Novecento (F.Tozzuolo editore). Lavoro di Andrea Maori, che è archivista e ricercatore, e nel suo attento, rigoroso e documentatissimo lavoro di scavo nella storia, ci racconta, a proposito di donne, tre diverse vicende, di tre diversi momenti del secolo scorso, tutte nate sullo sfondo della città di Perugia ma che pure riguardano l’Italia intera.
Mi soffermo sulla prima parte del saggio, che riguarda il carcere femminile di Perugia. Che è storia di violenza e umiliazioni, di uno scandalo d’inizio ‘900 arrivato fino in Parlamento. E’ anche la storia di due donne ben coraggiose che quello scandalo fecero scoppiare: Zina Centa Tartarini, marchesa, ispettrice volontaria delle carceri, e Maria Rygier, di origine polacca, socialista, antimilitarista, giornalista.
Donne…
Intanto la trentina di detenute presenti nel carcere di Perugia fra il 1909 e il 1912 e le circa cento ragazze ricoverate nel riformatorio femminile, che al carcere era contiguo, aperto per minorenni “traviate”. Per tutte “la quotidianità non era molto diversa da quella di altre carceri ed era fatta di inedia totale”.
Donne anche le persone cui era affidata la custodia e la sorveglianza. Ed erano religiose che “apparivano lo strumento più adatto al pentimento delle detenute nonché a far loro acquisire regole di condotta basate sulla docilità, dipendenza e subalternità”. A gestire il carcere femminile, a Perugia, in quegli anni erano le Suore del Patrocinio di san Giuseppe, subentrate alla quarantennale gestione della congregazione belga allontanata dal Ministero della Giustizia “per inosservanza dei regolamenti, interpretati senza un giusto senso di umanesimo”.
E nel 1909 esplode lo scandalo, con le combattive denunce della marchesa Tartarini, l’ispettrice, e la forza polemica di Maria Rygier, con le sue inchieste che raccolgono testimonianze tremende.
“Oggi hai gli occhi pazzi e quindi ti lego perché voglio dormire tranquilla stanotte”…
Le minacce, le violenze, soprattutto nei confronti delle minori che testimoniano di essere state rinchiuse in celle umide, nude, nutrite solo a pane e acqua. Fino allo svelamento delle pratiche sessuali, di cui alla fine, sottolinea Maori, tutte in qualche modo sono vittime, detenute e suore, se qualche religiosa viene rinchiusa in manicomio perché malata di “isterismo sessuale”. E le cose, con il passaggio di gestione non stavano andando molto meglio.
Tutta da leggere questa vicenda su cui s’innesta la discussione sulla condizione delle carceri femminili, e la battaglia politica che, partita dal vivace dibattito perugino, presto arriva alla ribalta nazionale, e porta nel 1910 alla soppressione del riformatorio di Perugia. Pagine documentatissime, che molto raccontano dell’Italia, della Chiesa, della condizione delle donne “chiamate a penitenza”…
Una storia che va letta e ricordata, tenendo presente che il carcere nella sua orrenda sostanza, principi e riforme a parte e fatta salva la buona volontà di molti che ci lavorano, è sempre la stessa cosa da quando è nato nella sua forma attuale. Lo sottolineava alcune settimane fa un interessante articolo di Internazionale che, nello specifico riferendosi al caso di Alfredo Cospito, chiarisce che quanto accade oggi riflette la storia tutta del carcere. Una storia di violenza che dura da 250 anni, quando appunto nacque quella strana “pretesa di educare imprigionando” (Foucault).
Solo un cenno alle altre due vicende racchiuse nel libro di Andrea Maori, che non trattano di carcere ma di “donne di malaffare” durante il fascismo che “per sopravvivere scompaiono” e del percorso per l’applicazione in Umbria della legge Merlin, che portò alla chiusura dei bordelli. Storie e tempi diversi, ma tutto accomunato dal difficile, doloroso cammino per la rivendicazione di dignità e libertà, ché l’una non può esistere senza l’altra. Ed è libertà dalla violenza, dalla paura, dallo sfruttamento… che, pur con tutte le differenze che vogliamo, ancora tanto gravano sulla vita delle donne.
“Se fossi donna”, scrive nella prefazione a Perugia underground Paolo Bartoli, “potrei forse dire che non sentivo il bisogno che Andrea Maori mi ricordasse le umiliazioni, gli oltraggi di ogni genere, le violenze che le donne hanno subito e subiscono da parte del potere, istituzionale o individuale, dei maschi (…). Se fossi un uomo, come in realtà sono, troverei che i tre saggi che compongono questo libro mi riguardano molto, molto da vicino (…)”.
In copertina un volto antico di donna. Opera dipinta da Daniel Muñoz Rodriguez sul muro dell’ex carcere femminile di Perugia per rappresentare, spiega, la sottomissione delle donne attraverso la storia.
Il murale non c’è più, è stato distrutto durante lavori di ristrutturazione dell’edificio.
Rimane tutto quello che le donne hanno subito. Tutto quello che ancora oggi subiscono.
Mi ritorni in mente…
Domani, ottanta anni fa, nasceva Lucio Battisti… e ci ritorna in mente. Ci ritorna in mente oggi anche grazie a una lettera indirizzata nel 1992 al nostro editore preferito, Marcello Baraghini, e scovata da Daniela Piretti che la storia di quella lettera racconta, fra infinite altre cose, in “Balla coi libri”, il suo libro sulla vita dell’editore che, in Italia, ha fatto la storia della controcultura.
E sentite Daniela Morandini cosa ne dice…
“Per non sentirmi un verme, sono costretto a partecipare a queste fottutissime elezioni e a darti il mio fottutissimo voto”.
Finisce così una lettera di Lucio Battisti a Marcello Baraghini, l’editore di Stampa Alternativa e dei libri Millelire, l’editore che per primo ha pubblicato Goliarda Sapienza. Daniela Piretti trova questa lettera tra le bozze e gli appunti di Baraghini, candidato nella lista Pannella alle elezioni del 1992, e lo racconta nel suo “Balla coi libri”, la storia di questo protagonista di cinquant’anni di controcultura. Tra le battaglie di quell’epoca, il volume mette a fuoco una questione aperta negli anni Sessanta.
Sono tempi di impegno e Lucio Battisti, che ha dieci ragazze solo per lui e che per una lira si venderebbe tutto, anche i sogni, é considerato un qualunquista. La sua voglia di guidare come un pazzo a fari spenti nella notte viene interpretata come il ghiribizzo di un borghese annoiato. La diffidenza cresce quando il musicista intona una storia finita con un colpo di fucile: un amore con una ragazza dell’Est, forse al di là del Muro. Con “La canzone del sole”, che evoca un mare nero e si chiede se la fiamma sia spenta o accesa, il Movimento studentesco lo ritiene un fascista. Ancora critiche per la copertina de “Il mio canto libero”: una fotografia di mani alzate che viene letta come un riferimento al saluto romano. Mentre ne “La collina dei ciliegi” Battisti canta planando su boschi di braccia tese, girano voci che sia uno dei finanziatori dei gruppi di Azione nazionale di Mario Tedeschi e Gianna Preda, direttori de “Il borghese”.
Mogol, che scrive le parole di queste canzoni, smentisce. Battisti tace. Bruno Lauzi sostiene che l’idea di finanziare qualcuno lo avrebbe fatto stare male, visto che faceva fatica anche a pagare il tram. Nei cortei di estrema destra si scandisce o mare nero mare nero mare ne... e “Re Nudo”, giornale di musica e di controcultura, insiste sul legame tra la destra eversiva e il musicista. Dario Fo, in “Ci ragiono e canto”, demolisce i suoi testi. Ma “anche se non tutti sono capolavori”, come dice Nanni Moretti in “Bianca”, tutti ascoltano Battisti e lo sanno a memoria. Mina duetta con lui a Teatro 10, una trasmissione televisiva del 1975. L’Ansa del 16 aprile 2016 riporta che molti suoi dischi sono tra gli oggetti sequestrati a Milano, nel covo delle Brigate rosse di via Monte Nevoso. Le frasi delle sue canzoni entrano nel parlare comune: ancora tu, ma non dovevamo vederci più?”. Non c’è scampo per chi si chiama Francesca: no, non può essere lei! Non c’e tregua per tutte le Anna: quanti e quanti sì! Molte bambine si chiamano Linda, come quella fanciulla che balla, ride sempre, non parla mai d’amore, però non sa mentire mai. E’ primavera se ci sono i fiori rosa, fiori di pesco e se piove non può essere che una giornata uggiosa. Se qualcosa va storto, è meglio prenderla così… non possiamo farne un dramma! Quando ci si deve alzare presto, la sveglia deve essere alle sette e quaranta. Presto presto…
Dagli accordi della sua chitarra escono figurine con le calzette rosse, vestite di fiori o di fari in città. Nell’immaginario collettivo passa il carretto di un uomo che grida “gelati!”.
Sono musiche e parole che attraversano schemi e generazioni, si riproducono trascendendo gli autori e le loro vere o presunte posizioni politiche, così come accade, anche se il paragone è iniquo, per i film di Don Siegel, di John Ford, o di Clint Eastwood.
Finito il sodalizio con Mogol, Battisti si ritira alle scene e compone temi surreali con Pasquale Panetta: vuole che le sue note vadano avanti da sole. E così è stato. Ora che il musicista avrebbe compiuto ottanta anni, Daniela Piretti racconta come questa dichiarazione di voto riesca a farsi spazio tra le vecchie carte. Le ritorna in mente il cantautore tanto amato dalla ragazzina che sarebbe diventata la militante di un altro suo libro, “La vita trema”. Tira un sospiro di sollievo nel sentire il compositore lontano dalla destra, ma lascia al lettore il giudizio su questa pagina, che si apre con un paradosso perché, scrive Lucio Battisti, votare Baraghini non serve assolutamente a niente:
“ (…) Non serve a far tacere Cossiga.Non serve a sferzare la letargica sinistra italiana. Non serve alla politica. (…) Ti posso enumerare da subito quali nefaste conseguenze potrebbe avere la raccolta di un numero di adesioni sufficiente a spedirti al parlamento:
-uscire dalla semiclandestinità per rimarcare il tuo passato di militante della libertà (137 procedimenti giudiziari per reati d’opinione) non omologato e non irreggimentato.
-(…) riaffermare la libertà di musica
-(…) ripulire l’etere dalla monnezza consumistica e rincoglionente
– stimolare i vecchi e i nuovi scrittori
(…)
P.S. maledetto rompicoglioni avevo deciso di non andare a votare: sono stato costretto a ragionare per scriverti questa lettera ( e ragionare, di questi tempi, è pericoloso). Per non sentirmi un verme sono costretto a partecipare a queste fottutissime elezioni e darti il mio fottutissimo voto.
Quel voto non arrivò mai, perché Baraghini si ritirò dopo alcune divergenze con Pannella. Eppure, questa lettera resiste e Daniela Piretti non solo mette un punto alla questione Battisti, ma dimostra con leggerezza come sia possibile un approccio rigoroso e laico per ogni prodotto dell’industria culturale che sappia mantenere la propria unicità.
Daniela Morandini
Memorie di un indagato
Merita di essere pubblicata tutta la memoria scritta da Renato Curcio, che fu fondatore delle Br e, dopo aver scontato una lunga pena, è fra i fondatori di Sensibili alle foglie, una delle più interessanti case editrici italiane. E ora si ritrova “indagato” per fatti avvenuti cinquant’anni fa: la sparatoria a Cascina Spiotta dove morirono un carabiniere e Margherita Cagol, che di Curcio era allora moglie. Un brigatista riuscì a fuggire… Delle forzature (una follia, scrive ad esempio Tiziana Maiolo, che ricorda che non esiste giustizia dopo cinquant’anni), delle “curiose ricostruzioni accusatorie”, potete leggere qua e là sulla stampa. Qui Renato Curcio, ribadisce la sua estraneità a quei fatti, ricorda che “l’esperienza delle Brigate Rosse si è conclusa con una dichiarazione pubblica, anche mia, nel 1987” e che tutto e di più ( tanti “anomali” concorsi morali…) ha scontato in carcere, racconta… e fa lui una domanda, che da cinquant’anni non ha risposta: chi ha ucciso Margherita Cagol Curcio, “mentre era disarmata, e con le braccia alzate, “come inoppugnabilmente ha dimostrato l’autopsia?”
Leggete.
“Avendo ricevuto comunicazione di essere “indagato” in relazione ad un procedimento che riguarda i fatti avvenuti alla Cascina Spiotta di Arzello il 5 giugno del 1975 credo sia utile esporre con chiarezza la mia reale implicazione al riguardo, come peraltro ho già fatto anche nel 1993 nell’intervista concessa a Mario Scialoja e pubblicata nel libro “A viso aperto”. Al tempo dei fatti in questione ero da pochi mesi evaso dal carcere di Casale Monferrato in seguito ad una azione condotta da un gruppo armato inter colonne delle Brigate Rosse. Azione per la quale sono già stato condannato e che dunque non penso possa riguardare quest’indagine. Ritengo tuttavia utile ricordarla poiché avvenne il 18 febbraio del 1975, vale a dire 48 anni or sono, ma da essa presero avvio le vicende inerenti all’indagine che è meglio chiarire. Va da sé che per il clamore non indifferente che quell’azione fece il mio viso comparve più e più volte su giornali e televisioni e questo, sia per le BR che per me, costituiva un problema. C’era per un verso la preoccupazione che qualcuno notasse e segnalasse la mia presenza e, per un altro, la necessità di salvaguardare chi mi era vicino e le strutture dell’organizzazione. In entrambi i casi era quindi opportuno che me ne stessi tranquillo per un po’ e fuori da quei rischi. Valutazione che fu chiara anche a me e che dunque condivisi. Per oltre un mese rimasi riparato in un piccolo appartamento della Liguria in attesa che sbollissero le acque, come ho raccontato nel libro citato. All’inizio di aprile si pose però il problema di una ripresa della mia militanza attiva e di una sistemazione più stabile. E questo non poteva avvenire in Piemonte, a Torino, dove a partire dal luglio del 1972 avevo contribuito a costruire la Colonna e dove, inoltre, il giorno 8 settembre del 1974 nel pinerolese ero stato arrestato. Con Margherita valutammo così che fosse più sensato un mio spostamento a Milano benché questo comportasse un qualche allontanamento tra noi. Ritenni comunque di non dover entrare neanche nei ranghi della Colonna milanese per non mettere a repentaglio la sua sicurezza preferendo invece dedicarmi a una nuova tessitura di rapporti in ambienti sociali diversi rispetto a quelli che avevo conosciuto e assiduamente frequentato tra il 1969 e il 1972. Tra aprile e maggio operai dunque in relativa autonomia a Milano totalmente assorto da questo nuovo compito che peraltro mi portò a frequentare e conoscere un’area nuova dell’effervescenza sociale, quella da cui emerse 1 Valter Alasia, mio primo collaboratore in questa impresa. Di fatto, in quel breve periodo, non fui in organico né nella Colonna Torinese, né nella originaria Colonna Milanese. Tuttavia, se per un verso questo mi proteggeva dai rischi connessi alle dinamiche interne di quelle due colonne – dalle quali il pur breve periodo del carcere mi aveva completamente disconnesso – per un altro, decretava anche inevitabilmente un sostanziale isolamento rispetto alle loro pratiche ovviamente molto compartimentate. In quel periodo non partecipai dunque ad alcuna loro campagna operativa ma venni invitato ad un solo incontro di discussione tra Margherita per la Colonna di Torino, e Mario Moretti, per quella di Milano, che si era reso opportuno poiché nell’organizzazione stava circolando tra i militanti l’idea di aggiungere agli espropri di banche anche eventuali sequestri di banchieri o comunque di persone facoltose. In quell’incontro, in piena ortodossia brigatista, non si discussero azioni specifiche da compiere – anche se, genericamente, se ne ventilarono alcune – ma si concluse che sarebbero state le singole le Colonne a valutare in proprio i pro e i contro, e a decidere in piena autonomia cosa sarebbe stato meglio fare per ciascuna di esse. Dico “in piena autonomia” perché nelle Brigate Rosse non ci sono mai stati “esponenti apicali” al di sopra delle Colonne e men che meno “capi colonna” che impartissero ordini a militanti subalterni ed esecutori. Il principio dell’unità della dimensione politica con quella militare – “Chi propone fa!” – ampiamente esposto nei documenti dell’epoca, nelle pratiche e nelle testimonianze postume, venne fin dal primo giorno affermato e rispettato da tutti. Così come quello della partecipazione in prima persona alle azioni che venivano proposte ed accolte. Per quanto attiene la decisione della Colonna torinese di mettere in opera il sequestro di Vallarino Gancia non conosco alcun particolare specifico poiché, come ho detto, non essendo interno alla Colonna torinese venni tenuto accuratamente all’oscuro della discussione che portò alla sua progettazione operativa, alla sua messa in opera e delle modalità in cui avrebbe dovuto svolgersi. A ridosso del 4 giugno 1975 tuttavia incontrai, come periodicamente accadeva, Margherita. In quell’occasione fu lei a dirmi che i nostri già radi incontri diretti sarebbero stati temporaneamente sospesi per qualche tempo poiché la Colonna torinese sarebbe stata impegnata in una azione a cui lei stessa avrebbe preso parte. In quell’occasione mi indicò anche un altro compagno che avrebbe provveduto a mantenere in sua vece i contatti periodici di sicurezza. E fu proprio quel compagno che il 5 giugno mi fissò un appuntamento urgente a Milano durante il quale mi chiese se avessi sentito i notiziari della radio. Risposi di no e chiesi la ragione per cui avrei dovuto farlo. Fu così che venni a conoscenza di quanto era successo alla cascina Spiotta. Di tutto ciò comunque ho dato un’ampia e pubblica testimonianza nel 1993, vale dire trent’anni fa – ripeto: trent’anni fa! – nel libro all’inizio citato e ampiamente circolato in Italia e all’estero. Comunque, in uno degli appuntamenti settimanali di sicurezza che seguirono mi venne riferito che il compagno fuggito dalla cascina Spiotta dopo il conflitto a fuoco desiderava incontrarmi per raccontarmi in prima persona quanto era accaduto. In un primo tempo, non conoscendolo preferii non incontrarlo. In un secondo tempo, tuttavia, dopo aver letto la sua relazione ampiamente circolata nelle varie Colonne, decisi – nonostante il rischio – di farlo per conoscere meglio alcuni dettagli relativi agli ultimi confusi minuti della vita di Margherita. Questo incontro si svolse in una località turistica verso la fine di giugno. Non avevo mai visto prima la persona che si presentò e mai più la rividi in seguito. Era un uomo assai afflitto per il “guaio” che era successo e oltremodo turbato per gli errori compiuti e per le morti che ne erano derivate. Lo ascoltai in silenzio. Anche di quell’incontro comunque ho fatto un cenno trent’anni fa nel libro “A viso aperto”. Di un’unica cosa però in quel libro non ho detto tutto quello che credo resti da dire ancora: il modo in cui è morta Margherita. Dalla relazione scritta dal compagno che era con lei alla cascina, ampiamente circolata nelle Brigate Rosse, rinvenuta in qualche perquisizione e infine anche pubblicata, si può dedurre infatti che sia stata uccisa “dopo il conflitto”; anche se, ovviamente, quella relazione non costituisce una prova. Oggi però con l’autopsia in mano possiamo avere la certezza che il colpo mortale fu un classico “sotto ascellare”, da sinistra a destra, che le ha perforato orizzontalmente i due polmoni; colpo mortale e inferto con competenza professionale. Su di ciò non possono esserci più dubbi, come sul fatto che Margherita in quel momento fosse disarmata e le sue mani fossero alzate. Restano allora senza risposta due domande: chi realmente ha premuto il grilletto? Era necessario? Non ho voluto fino ad oggi sollevare queste tristissime domande né l’avrei fatto se questa strana comunicazione che mi è stata notificata il 14 febbraio del 2023 in cui leggo di “essere indagato” non me le avesse strappate dal cuore riportandole in qualche modo allo scoperto”.
Renato Curcio 18/02/202
Ripudio
Ancora un'”annotazione” di vita. Di Carlo Pucci. Uno sguardo che nulla risparmia, planando su zolle rosse di sangue di terre d’Africa… e tutta quella luce infernale…
“Non vedo nessuna pista. Tronchi imponenti d’alberi dispersi. Sparuti cespugli di rovi. Sopra la terra rossa: il cielo turchino è oceano profondo. Il francescano guida sicuro di sé. Lui la vede, la strada. La gip sobbalza. Zolle compatte a perdita d’occhio. “Attento! – gli dico – Guarda!” indico fuori dal finestrino. Un uomo laggiù appare e scompare fra sterpi e alberi solitari. Coperto da tela di sacco, non porta armi. A piedi scalzi scende in fondo alle crepe; rimonta in cima alle zolle riarse. Il francescano gli fa cenno dalla gip. Quello tira dritto. Non gli bada. Lo superiamo. “Non mi fermo – dice il francescano – Rifiuterebbe il passaggio: cammina disarmato. So che va a perdersi”.
Grata fitta di neri abissi. Non vedo la faccia. Ma sento la voce. La sento bene, quella: “Gesù piange. Segui il demonio e ti perderai all’inferno”. Lascio che dica. Mi alzo dal confessionale. La sentenza non l’ascolto: sono già fuori dal duomo. Ho tredici anni. Non mi conformo alla condanna: io non appartengo. Sono io che ripudio. Sotto il cielo turchino: io non cammino disarmato. Io non mi perdo nella luce infernale.
“Rifiuterebbe il passaggio – ripete il francescano – Quando vagano disarmati: è perché vanno a perdersi”. Sporgo la testa dal finestrino. L’uomo è scomparso nella savana. Ho diciott’anni. Quale grata lo avrà giustiziato? Di certo lui apparteneva. Forse avrebbe voluto restare. Forse, per quanto? Il cielo turchino lo ha ripudiato. La luce infernale se lo porta già via. Giù nella zolla; rossa di sangue.
“Vivo in Africa da più di quarant’anni – mi racconta il francescano – L’Africa non l’ho ancora capita”. Pausa. Il motore ci scassa i timpani.
Lui guida schivando le buche inattese. Io fumo; sbatto la testa per gli scrolloni. Giraffe immobili nella caligine. Sagome evanescenti protese sotto un baobab. Il sole s’appicca alle zolle. Rosse di fuoco.
“Si convertono per un sacco di grano – continua – Arriva il musulmano con due sacchi e… fanno presto a seguire il suo credo”. Si stringe nelle spalle. È nello sconforto. “Li ho convertiti tutti. Mi manca lo stregone. Riuscirò anche con lui. Sono molto convincente, io”. Mi parla della gente che andiamo a trovare: “Hanno dovuto ripudiare le seconde mogli. Be’… era inevitabile: noi non siamo musulmani. Neppure loro. Ora non più. Sono cristiani. Cattolici come noi”. Pausa. Il motore ci assorda.
Mi chiedo a che prezzo se le erano comprate. Per quanto grano se le sono vendute. Sacrificate ad un nuovo dio. Antropomorfo bianco e compiacente. Bianca è la misericordia implorata. Bianca è la fede stipulata: così ci si affranca dalle zolle rosse di fame. “Hanno dovuto cacciarle via – mi spiega – Ora se ne stanno da sole. Nelle capanne addossate al recinto. Fuori di notte ruggisce il pericolo. Sagome evanescenti. Senza più nome. Seguono ultime la carovana. Quando la tribù si sposta per sopravvivere.” La gip arranca. Siamo arrivati.
Dentro al recinto: altri ripudi saranno contrattati; altri abbandoni pronunciati. Ci vengono incontro cantando. Gli uomini saltano in cerchio. In danza serrata. Le lance puntate contro il cielo turchino. Le donne stridono in stormo. In onda aggruppata. Dinoccolata. Il francescano dilata un abbraccio fraterno. A mani aperte traccia recinti di protezione. A mani bianche sigilla il suo patto dispensatore di grano.
Sbuca dal gruppo una tipa bionda. Il francescano non me ne aveva parlato. Lentiggini rosse sotto occhi turchini. È scalza, Appena coperta da un babydoll azzurro a pois bianchi. “Facevo la parrucchiera a Modena” mi dice allegra. “Che ci fai qua?” le chiedo. “Gliel’ho data su. Sai… stufa del mondo falso. Ho fatto un corso d’infermiera e sono tre anni che mi sposto con loro. Mi hanno accettata. Sto bene qui. A Modena, chi ci torna più”. Alimentata dal proprio ripudio; lei non abita nelle capanne sotto il recinto. Bianca Madonna planata in aeroporto africano. Dalle sue candide mani sbocciano pillole, gocce, garze e siringhe. Venuta da cieli lontani: appannaggio per mogli immolate. Veste d’azzurro; non è da stuprare. Piazzata al centro del campo: è venerata. Scaccia il demonio; cura e protegge dalle zolle infernali.
“E tu che combini?” mi fa. “Niente – rispondo – Ho finito il liceo”. “Allora adesso sei uno… maturo! Un uomo fatto e sputato!” mi sghignazza in faccia.
Taglia corto: “Che mi hai portato?”. Caccio fuori dallo zaino i medicinali. Mi dice: “Seguimi”. Al centro del recinto, la capanna di sacco odora di legna affumicata. Mette i medicinali in un armadietto di ferro. Smalto bianco; scrostato.
Fuori aspetta una donna. Non è un’ammalata. Collari pesanti impilati attorniano il collo allungato. Pesanti lo coprono atrofizzato. Pesanti sorreggono la testa non più capace di reggersi. Vuole la mia camicia. L’ho presa prima di partire. Nel mercatino dell’usato. Ne ho altre due, in fondo allo zaino. Indico il bracciale d’ottone stretto al suo braccio. Non è d’accordo: se lo vuole tenere. Per la camicia vuole darmi la cavigliera d’ottone. La porta al piede sinistro. Aggiungo le altre due camice. Tre camice usate per cavigliera e bracciale d’ottone. Riflette. Non c’è fretta. La morte può attendere di là dal recinto. Aspetto la sua abiura. Il bracciale mi piace. È fitto d’incisioni. Sono indecifrabili. Neri abissi dove smarrirsi. Calendari di fertilità. Dai fori, i defunti parlano ai vivi. Lei fatica parecchio a disincastrarlo dalle carni rigonfie. Con dolore me lo consegna. Mi dà anche la sua cavigliera. Prende le tre camice con gesto liturgico. Valgono più di tre sacchi di grano. Scompare fra le capanne di sacco. Privata d’insegne si è esposta al pericolo. Nell’abbandono del suo ripudio.
Settembre 1975. Sto alla finestra della mia camera. La savana non è la mia casa. Ho diciott’anni. Non subisco ripudio: io non appartengo. Io sopravvivo. Ancora per quanto?
Quando il ruggito rasperà il mio recinto. Quando la zolla inaridirà il mio campo. Allora: per pochi sacchi non tarderò ad abiurare; per pochi a tradire. Forse. Sotto il cielo turchino: anch’io me ne andrò disarmato. Anch’io andrò a perdermi nella luce infernale.
Carlo Pucci
Una “condanna a morte” per Alfredo
E così, la Cassazione spegne ogni speranza. Alfredo Cospito resta al 41 bis. E poco importa che il procuratore generale abbia chiesto la revoca di quel regime che sarebbe giustificato solo per impedire i contatti con l’organizzazione d’appartenenza. Perché, nella sostanza dice, “il legame attuale di Cospito con gli anarchici va dimostrato”.
Così, l’assurda idea di pensare di fermare, con il corpo di un anarchico, quello che non ci aggrada, si consuma nella carne e nel sangue di Alfredo Cospito.
E fanno buon gioco irresponsabili (e pur inaccettabili) “minacce” e presunti “ricatti” di un pugno di appartenenti a gruppi anarchici, che certo la causa di Alfredo Cospito non hanno aiutato.
“Tutti sembrano dimenticare che quello di cui si discute è la vita di una persona”, è stato l’esordio di un incontro, nei giorni scorsi a Roma (con Luigi Manconi, Luigi Ferrajoli, Caterina Calia, Ascanio Celestino), per presentare “Morire di pena”, piattaforma di sensibilizzazione che punta all’abolizione dell’ergastolo, del 41bis e dei circuiti di detenzione speciali.
Ma la vita di “quella” persona è evidentemente cosa trascurabile per la giustizia italiana, che è andata avanti implacabile. Giustizia che è difficile definire tale se rileggiamo il percorso che ha seguito nei confronti di Alfredo Cospito, l’anarchico che, se certo innocente non è stato, non ha ucciso nessuno e si è visto precipitare addosso un’accusa che non è stata formulata neanche per le stragi che hanno funestato la nostra Repubblica, assolutamente sproporzionata rispetto al reato compiuto. Mentre seppellire Cospito nella tomba del 41bis con la motivazione dell’invio di scritti, tutti pubblici, a giornali, siti web dei circuiti anarchici e della controinformazione, paragonati ai pizzini dei mafiosi, è cosa che si fa fatica a credere.
L’affrettarsi della Cassazione ad anticipare la data dell’udienza, che era stata in un primo momento fissata al 20 aprile, per trattare il ricorso presentato per chiedere la revoca del 41bis, aveva dato un barlume di speranza. E invece…
Tutto, in questa terribile vicenda, violando intanto quel principio della proporzionalità che è la base del diritto, racconta una sola cosa: l’ossessione per il pensiero “altro”, il pensiero non conforme. Cosa che sembra faccia più paura degli stragisti (veri) che pure l’Italia, ahinoi, ha avuto…
C’è da dire che, pur gravissima, questa storia è solo uno dei volti di quella mala justitia che denunciava Mario Trudu, l’eterno ergastolano, come si definiva, morto, malato e non curato, dopo quarant’anni ben serrati di prigione, senza uno spiraglio di speranza. E lasciamo perdere il bell’articolo della Costituzione che i padri costituenti concepirono a proposito delle pene… che sembra si sia già pronti a cambiarlo, per farne un vestito più adatto al pensiero reazionario di questi tempi tristi…
“Presto morirò” leggo abbia detto Cospito appena avuta la notizia che la Cassazione ha respinto il suo ricorso. E sospende l’assunzione degli integratori che ancora l’hanno aiutato a tenersi in vita.
“Una condanna a morte” è stata definita dal suo avvocato, Flavio Rossi Albertini, la decisione della Cassazione. Così, quella fiera degli orrori che spesso sa essere il nostro sistema carcerario può prepararsi ad aggiungere al suo carniere un altro corpo. Non c’è più molto tempo per Alfredo Cospito. Se nulla accadrà, e immediatamente, che possa ribaltare la situazione, presto il suo corpo si andrà ad allineare agli 84 collezionati dall’inizio dello scorso anno, ai già 6 di questo inizio d’anno. Altre storie, altri percorsi, modi, motivazioni, diversi l’uno dall’altro, tutti morti comunque che si fa fatica a definire suicidi. Omicidi di sistema piuttosto. Di un sistema feroce, lo abbiamo detto, nei confronti di chiunque sia ai margini. Della vita e del pensiero, quello dominante naturalmente.
Avevamo già scritto che non era solo la vita di un anarchico a essere in pericolo.
Perché calpestando principi su cui dovrebbe reggersi la nostra giustizia, con Alfredo Cospito va a morire, in quella tomba che è il 41bis, la credibilità della Giustizia tutta.
Ma, spirando, questa ingiusta giustizia rischia di regalarci un martire. Non solo per chi si definisce anarchico, ma per chiunque, piacciano o no gli anarchici, voglia ancora credere nel diritto…









