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    A proposito di anarchici… pensando a Louise Michel

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    Un intervento di Vittorio da Rios, che sempre ringraziamo per l’attenzione e la passione.. a proposito di Louise Michel, la “gran dama” francese dell’anarchia…

    A proposito della figura di grande spessore culturale Luise Michel, una rivoluzionaria sociale una grande femminista anarchica, descritta in modo straordinario da Maria Farabbi nel libro da lei curato. In una delle varie presentazioni si legge: In questo libro la poeta Anna Maria Farabbi, curatrice dell’opera, presenta un ritratto completo di Louise Michel, della sua personalità, di tutta la sua estensione artistica, del suo pensiero, della sua scrittura: la narrativa, le poesie e i carteggi con Victor Hugo e la madre. Louise Michel (Vroncourt-la-Côte, Haute-Marne, 1830 – Marsiglia, 1905). Figlia illegittima, viene educata dai nonni paterni, in una famiglia della piccola nobiltà terriera, ai valori dell’illuminismo tra Voltaire e Rousseau. Dal 1850 è in rapporto epistolare con Victor Hugo, “maestro” al quale invia le proprie poesie. Istitutrice dal 1852, nel 1856 si trasferisce a Parigi dove apre una propria scuola nel 1865, sviluppando una didattica laica e liberale, ed entrando in rapporto con gli ambienti rivoluzionari repubblicani. Nel 1871 partecipa come infermiera e combattente alla Comune; arrestata e incarcerata, nel 1873 è deportata in Nuova Caledonia: durante i quattro mesi del viaggio diventa anarchica. Nella colonia penale riprende il suo mestiere di istitutrice e stabilisce rapporti con la popolazione indigena dei Canachi. A proposito del contesto storico in cui si sviluppò la personalità di Louise Michel è da considerare in relazione di cosa stava accadendo in molte altre parti del mondo, in particolare nella Russia prerivoluzionaria. Un testo di grande valore culturale pubblicato nel 1948 da Einaudi: “Il materialismo dialettico sovietico” di Gustavo A Wetter. S. J. religioso Gesuita grande studioso del marxismo-leninismo. E cosi inizia il III capitolo del libro. Una delle conseguenze della concezione materialistica della storia è che l’evoluzione della teoria marxistica non può essere compresa se non si conoscono i moti politici e sociali di un dato paese nell’epoca considerata. Sarà perciò indispensabile di dare uno sguardo sia pur sommario all’evoluzione dei movimenti rivoluzionari in Russia come in altre parti del mondo. Rimanendo nella Russia ottocentesca negli anni 1840-50 al tempo del celebre ” Idealismo” russo e quando avvenne la scissione del pensiero russo in slavofilismo e occidentalismo…. Belinskij Bakunin Herzen si levarono violentemente contro ogni oppressioni della personalità umana e ne propugnarono l’emancipazione. Bakunin e Herzen si diedero anche personalmente all’attività rivoluzionaria. Ciò a quei tempi non era possibile che fuori della Russia, ma per mezzo dei loro scritti essi esercitarono un grande influsso anche nell’interno del loro paese. Lo sdegno e l’indignazione provata da questi Nichilisti-Anarchici russi per le condizioni in cui vivevano i contadini servi della gleba ai tempi di Nicola I era tale da denunciare con forza impegnandosi con grande coraggio e di denuncia delle ingiustizie e barbarie praticate dal regime Zarista sul proprio popolo. Matrimoni coatti, servizio militare che durava fino a 25 anni, cui venivano costretti anche i padri di famiglia, bastonature a sangue somministrate dai padroni ai contadini per capriccio, ecc. Cominciò cosi quel moto per l’emancipazione della persona umana concepito come liberazione da ogni autorità superiore. Questa espressione e stato d’animo ebbe massima espansione in Russia nel decennio 1860-70. Turgenev in “Padre e figli” nella figura di Bazarov ben esprime il conteso umano culturale e spirituale del tempo. E giustamente Berdjajev definisce questi spiriti Nichilisti-Anarchici molto affini con la religione cristiana vedendone una capacità di sacrificio di sé quasi illimitato per i propri ideali , di giustizia e di emancipazione del popolo oppresso e reso schiavo. Rileva Berdjaiev, quantunque il mistero della croce fosse loro estraneo, si mostrarono pronti ad accettare il martirio distinguendosi in ciò molto favorevolmente dai cristiani della loro epoca, poco disposti al sacrificio e alla rinuncia. E’ assai emblematico e importante il notare come questi “spiriti idealisti terreni” fossero figli di Preti. (In Russia il clero ortodosso è ammogliato) ed educati nei seminari, dove erano imbevuti degli ideali cristiani di giustizia sociale. Cosi avvenne che i seminari ortodossi in Russia divenissero spesso come dei semenzai della rivoluzione. E allora emerge come i Vangeli a una attenta lettura non dogmatica siano stati fonte di ispirazione grazie al Cristo storico di grandi processi “rivoluzionari” che tra difficoltà inverosimili cercano di creare coscienza collettiva per combattere il potere sempre più oppressivo che sta determinando forme moderne di schiavitù spaventose. Attualissima la figura Anarco-rivoluzionaria di Luise Michel il suo indomito coraggio la sua costante tensione etico-sociale la sua spiritualità, il suo femminismo, attento e teso a scardinare secolari lacci ed emarginazione dell’universo femminile. Ripropongo un fondamentale assioma di un grande intellettuale contemporaneo un grande e coltissimo spirito “rivoluzionario” nel concepire la modernità e questo inedito passaggio antropologico da una civiltà alla costruzione dell’uomo INEDITO con un balzo “evolutivo” come lui definiva l’inevitabile evoluzione del genere umano. Per salvare Ogni forma vivente animale e vegetale. Padre Ernesto Balducci in una sua famosa omelia disse: “Se tu scegli di vivere facendo centro su di te… hai voglia studiare, diventare un uomo di grande cultura, un premio Nobel un luminare universitario…: Non capirai niente! Se tu scegli di vivere mettendo il centro di te fuori di te, di mettere questo centro tra le cose tra le creature tu hai la sapienza! Luise Michel era questo la sapienza”

    Vittorio da Rios

    Dalla “città dei pazzi”…

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    Un prezioso ricordo che ci regala Daniela Morandini: l’incontro con Germano Sartelli. Tutto ritorna grazie a una telefonata e una testina di piombo…

    “Una telefonata che non aspettavo. E’ Marzia Sartelli, la figlia dell’artista che lavorava coi “matti” e che, più di cinquant’anni fa, dalla mia faccia fece una scultura. Non ho mai conosciuto la signora Marzia e le chiedo come mi abbia trovato.
    “C’era una sua lettera – mi spiega – tra le carte di mio padre”.
    Avrò avuto sei o sette, anni quando conobbi Germano Sartelli. Creava in uno spazio all’aperto della Rocca Sforzesca di Imola, la “città dei pazzi”, dicevano. Si chiamava Germano, un nome che, chissà perché, mi ricordava le avventure dei Nibelunghi.
    Aveva bocca e mani grandi e cominciò a disegnare. Da quegli schizzi veloci uscivano i miei occhi, il mio naso, le mie orecchie, ma non ne capivo l’utilità. Avevo sentito la storia di un uomo e del ritratto che diventava vecchio al posto suo. Un patto col diavolo si mormorava, ma non ci credevo.
    “Sai, io lavoro coi matti” mi disse senza lasciare la matita.
    Mi chiesi se anch’io avessi qualcosa che non andasse bene e forse mi lesse nel pensiero:
    “Beh, siamo tutti un po’ matti, un po’ normali, un po’ grandi, un po’ piccoli”.
    Forse era un po’ matto anche lui: dicevano che dipingeva con la fiamma ossidrica, che faceva quadri con le ragnatele, i mozziconi delle sigarette e i fili di ferro, ma quei disegni erano belli. Da quei bozzetti, Sartelli plasmò una testina di terracotta rossa sulla quale fece colare del piombo. Ne uscì quasi una maschera carica di pensieri.
    “Io ti vedo così” mi spiegò. “Guarda quell’albero: spostati più in là, vai dall’altra parte, poi su e più giù. L’albero cambia a seconda di dove stai. L’importante è che ognuno dica quello che pensa e che tutti provino a capirsi. Guarda da quella parte…”.
    Mi stava indicando quella che per Brecht era la parte del torto, ma non lo sapevo. Così come non potevo immaginare che stava scolpendo per la Biennale del ’64 con Afro e Fontana e che, dagli anni Cinquanta, ogni giorno andava ad insegnare arteterapia all’ospedale psichiatrico Lolli di Imola. Ma i miei ricordi ora si fermano davanti a quelli della signora Marzia:
    “Quell’ospedale, era quasi una casa per me. Ho dormito tante volte, negli studi dei medici, perché anche mia madre, Graziana Albonetti, lavorava lì. Era una giovane psichiatra che sarebbe diventata primaria, fu la prima in Italia. Erano gli anni Sessanta e io ero una bambina quando la mamma diede il permesso gli ammalati di tenere i gatti. Prima, li avvelenavano… Prima, c’era il manicomio dell’Osservanza, con le camice di forza e le persone legate ai letti. Grazie agli studi di psicopatologia dell’espressione di Gastone Maccagnani, si aprirono le botteghe: la falegnameria, l’officina, la sartoria. Bisognava far passare la giornata, bisognava imparare un mestiere. Molti disagi erano legati alla povertà. I malati erano persone ingenue e affettuose: stavo volentieri con loro. Una ricamatrice mi insegnò persino a fare il macramè, il merletto dei marinai. Mio padre aveva il laboratorio di pittura e di scultura: ferro, legno, tempere, giornali, carta, tanta carta. Avrebbe dovuto indossare un camice, ma non lo mise mai: lo dava ai pazienti… voleva accorciare le distanze”.
    Al Lolli di Imola, entrò così anche l’Art brut di Dubbefet, la teoria estetica delle opere grezze, spontanee, come quelle dei carcerati, dei bambini, degli alienati. Arte e medicina si incontrarono. Le sculture di Sartelli e i colori della sofferenza si parlarono.
    “Papà diceva che chi ha paura disegna con una precisione ossessiva, spezzetta lo spazio per difendersi” continua la signora Marzia. “Gli schizofrenici, invece, dipingono un infinito che non si sa mai dove possa andare a finire. Erano storie difficili, ma lui sorrideva sempre.

    La telefonata che non aspettavo sta per finire. Ringrazio la signora Marzia. Le dico che quella testina colata nel piombo è ancora con me. Non è diventata vecchia al posto mio, non ho venduto l’anima al diavolo e, forse, sono rimasta dalla parte del torto.

    Daniela Morandini

    Compagna solitudine

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    Il mio contributo al numero di gennaio di Voci di dentro. A proposito dell’amore negato. Ricordando Mario Trudu, l’eterno ergastolano, che il carcere ha tenuto stretto a sé fino alla morte…

    Quale terribile costrizione, del corpo e dell’animo, dà l’assenza forzata di una relazione sentimentale e fisica con persona dell’altro sesso. Provate a immaginare. E provate a immaginare quest’assenza lunga tutta la vita. Che per sopravvivere si può arrivare a negarla… Come mi ha insegnato Mario Trudu, quarant’anni di carcere senza un respiro e una morte ingiusta e crudele senza che gli fosse concesso, già molto malato, il permesso di rivedere per qualche istante la sua casa.
    Curando il suo primo libro, Totu sa beridadi, la sua autobiografia, alla fine mi era sembrato che qualcosa mancasse… Mario era finito in carcere a 28 anni. “Possibile che in tutta questa storia non ci sia l’ombra di una donna?” gli chiesi durante un colloquio, e ancora vorrei rimangiarmi indietro quella domanda, ché lui quasi pianse…
    Al colloquio successivo arrivò con una nuova pagina che qui ripropongo. Già il titolo che volle dare a quel breve capitolo tutto dice:

    Quando la cosa più bella diventa dolore eterno.

    Ecco, ero giunto alla fine della libertà e il giorno del mio arresto si è spento anche il sogno di potermi creare una famiglia con la persona che amavo più di ogni altra cosa, la donna che in quel tempo di lavoro sui monti ogni volta che potevo andavo a trovare. Questo distacco è stato una cosa tremenda, troppo dolorosa anche solo parlarne, ed è il motivo per il quale in queste pagine non sono riuscito a parlare di lei, e non credo che per la mia compagna la sofferenza sia stata più tenue. Sono certo che le è stata per lungo tempo insopportabile, ma sono stato costretto dalla violenza dell’ingiustizia a dare uno strappo netto, per evitare che andando avanti nel tempo sarebbe stato ancora più difficile lasciarci. Fin dal primo contatto epistolare, anche se è stato difficile trovare le parole meno amare per dirle che era tutto finito, ho cercato di spiegarle meglio che ho potuto la mia intenzione di chiudere lì la nostra importantissima e bellissima esperienza di una sia pur parziale vita insieme. Una lettera che ho dovuto scrivere dozzine di volte. Non mi riusciva farne una copia senza che fosse inzuppata di lacrime. Ancora oggi, dopo lunghissimi anni, scrivendo i miei occhi si velano di inquieta tristezza mischiata a lacrime amare, anche pensando a quei figli che non sono mai nati. Ma la tecnologia di oggi è impermeabile all’umidità, le lacrime non sbiadiscono la scrittura, il computer nega la mia emozione più vera. Lei per lungo tempo ha continuato a scrivermi e io ho continuato nel mio doloroso e ostinato mutismo, credendo di fare la cosa più giusta, finché anche lei ha ceduto alla mia decisione. Con lei mi sono comportato da spietato dittatore, difficile capire se la nostra rinuncia e il suo enorme sacrificio siano stati veramente un bene, io posso solo immaginare quale è stato il suo dramma, ma è andata così. Se potessi tornare indietro non so se avrei dato un taglio così netto, magari avrei cercato di convincerla gradualmente, che per lei sarebbe stata la cosa migliore da fare. Oggi sento un grande rispettoso voler bene nei suoi confronti.
    Per grande rispetto di questa meravigliosa donna non pronuncio nemmeno il suo nome, ma mai nessuno potrà cancellarlo, come pure la sua immagine dentro di me. La ringrazierò sempre per i ricordi bellissimi che mi ha lasciato
    ”.

    In seguito, in altri scritti, Mario parlerà della sua compagna Solitudine, che definiva una splendida “convivente”, per un sodalizio indissolubile lungo quarant’anni. Tanto che, racconta Mario con la tragica ironia di cui era capace, un giorno che si era allontanato dalla cella per un incontro con un gruppo di studenti, temeva si sarebbe infuriata per quella pur breve assenza. Ma al rientro in cella, racconta, “trovai la mia compagna intenta ad apparecchiare il tavolo già addobbato di fiori e candeline, mi avvicinai in punta di piedi prendendola alle spalle, la strinsi a me, lei si voltò e mi baciò. Tutta quell’ira, quella incomprensione era sparita, e passammo una serata felice, come se fosse l’inizio di una nuova storia…”

    Porrajmos, il genocidio dimenticato

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    Porrajmos. Non tutti, forse, conoscono questa parola. Eppure, è una delle parole del genocidio. Porrajmos, in lingua romanì, che può essere tradotto con “il grande divoramento” oppure “devastazione”, è lo sterminio di sinti, rom e camminanti di cui raramente si parla. Eppure, le stime parlano di un numero che va dalle 300mila alle 500mila vittime. E nonostante le ricerche e gli studi siano andati avanti, questa tragedia collettiva non ha ancora avuto il giusto riconoscimento.
    Una data per quelli che noi frettolosamente e senza troppe sottigliezze chiamiamo “gli zingari”, per ricordare il loro dramma, c’è: è il 2 agosto, scelto in base a un accordo internazionale perché il 2 agosto del 1944 molti rom, donne bambini e anziani, furono sterminati a Birkenau. Ma chi lo sa?
    Le nostre distrazioni sono tante, e vengono da lontano. Nel processo di Norimberga, ricordano gli storici, in alcune deposizioni qualcuno parlò di sterminio degli “zingari”, ma nessun rom o sinti fu chiamato a testimoniare.
    Mentre non c’è stato posto per loro nella legge italiana che istituì il Giorno della Memoria.
    Un’assenza che non è casuale. Il nostro pregiudizio è tanto, e l’emarginazione passa anche per la negazione del ricordo.
    Certo, non aiuta il fatto che la memoria cui si affidano rom e sinti è prevalentemente orale. Ma voglio suggerire la lettura di un libro che tanto racconta: “Forse sogno di vivere”, testimonianza della terribile esperienza di una bambina rom deportata a 11 anni a Bergen-Belsen, insieme alla madre. La bambina, Ceija Stojka, da quel lager si è salvata, ha poi fatto la venditrice ambulante, a Vienna, e quei giorni tremendi ha continuato a testimoniare non solo con questo libro scritto cinquant’anni dopo, ma anche in tante sue poesie, in dipinti, che sono racconti di vita, che sono racconti di morte. E’ morta proprio sul finire del gennaio di dieci anni fa…
    Porrajmos.
    Gli studi storici continuano. Oggi sappiamo delle violenze e dei morti nei campi di concentramento europei, soprattutto di Auschwitz, Kulmhof, Bialystok e, ma anche in Italia. A Perdasdefogu (Nuoro), ad Agnone (Campobasso), a Tossicia, ai piedi del Gran Sasso, a Ferramonti (Cosenza), a Poggio Mirteto (Rieti), nel manicomio dell’Aquila, a Gries (Bolzano), come ha ricordato l’associazione Migrantes, che ha sottolineato anche che molti dei rom sopravvissuti “diedero un contributo significativo alla nascita della democrazia nel nostro Paese”. Ma chi lo ricorda? Chi li celebra oggi?
    Ritornano le parole di Ceija Stojka: “Auschwitz non è morto, sta solo dormendo”. Monito cui dovremmo dare ascolto.
    Non vi sembri troppo, ma il fantasma di Auschwitz (con quell’altra parola del genocidio, Porrajmos) che pure dorme, è lì, dietro tante storie dell’oggi che sono storie di emarginazione e di spregio cui non facciamo più caso. Chi si è accorto delle difficoltà delle famiglie rom “chiuse” nei campi durante la pandemia? Chi ne ha parlato? Ricordo la voce accalorata di Marcello Zuinisi, che aveva impegnato tutta la sua vita nella difesa dei diritti dei rom. Marcello, che ora non c’è più, allo scoppio della pandemia, denunciando il peggioramento delle condizioni che ne seguì per chi viveva nei campi, mi disse: “Possibile che nessuno si occupi della situazione nei campi rom? Dell’isolamento che rischia di portare alla morte per fame e malattie… Nessuno risponde, mentre le famiglie piangono dalla fame…”.
    E che dire delle quotidiane forme di “respingimento” dettato dalla nostra idea di decoro, degli sgomberi per lo più forzati che tante famiglie hanno lasciato per strada. Anche se da tempo l’Associazione 21 luglio” (che appunto di diritti dei rom e sinti si occupa), ad esempio, spiega che il superamento dei campi rom è possibile tanto per cominciare “finendola di considerare gli abitanti dei campi rom dei ‘disabili sociali’, bisognosi di interventi rieducativi su base etnica”…
    E parlando della difficile vita dei rom, come non pensare alla vicenda di Hasib Omerovic, il 36enne sordomuto che il 25 luglio dello scorso anno è “caduto” dalla finestra della sua casa, nel quartiere romano di Primavalle, durante un intervento della polizia. Che volete, era un disabile, disturbava per strada, era pure un rom… Se ne è parlato davvero solo dopo che l’Associazione 21 luglio, insieme a Riccardo Magi che ha presentato un’interpellanza, ha denunciato l’episodio in Parlamento, ed è partita l’inchiesta che va avanti e oggi si allunga la lista degli indagati, lo svelamento di violenza e depistaggi…
    Per la cronaca, Hasib Omerovic è uscito dal coma dopo due mesi, è ancora ricoverato, e solo adesso inizia a muovere autonomamente i primi passi. Mentre la sua famiglia è subito fuggita dalla casa in cui abitava. “Abbiamo paura”, avevano detto…
    I momenti più bui della nostra Storia, sono lì, acquattati dietro le violenze, le discriminazioni, le offese che non sempre vogliamo vedere…
    Pensando al “Porrajmos”, quella declinazione del genocidio che il Giorno della Memoria sembra dimenticare.

    Il salotto del papà di Carlo…

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    A proposito del papà di Carlo… Avete dunque letto di quando rientrava nel suo salotto dove, in ogni momento, poteva andare in scena un dramma di Ibsen? Bene, ora é proprio Carlo ad accompagnarci in quel salotto. Ecco:

    “Un suono argentino. La slitta di Babbo Natale? La bacchetta della Fata Turchina? Le lancette si sono appena mosse sulla placca color del latte. Tutt’intono il salotto resta immobile. Mi hanno fatto entrare per salutare gli zii arrivati da Milano. “Era dei miei nonni – ricorda mia madre – un regalo per le loro nozze. Si sposarono nel 1848”.
    Guardo la pastorella. È seduta sulla placca color del latte e abbraccia il suo agnellino. Le nere lancette, che dal 1848 con suono argentino segnano inesorabili le ore, le ruotano sotto le gambe pudicamente accavallate. I piedini debordano di poco dal quadrante.
    I nonni di mia madre non sono con noi in salotto. Se ne stanno incorniciati in una camera da letto. Lui si chiama Licurgo e lei Tina. Il loro sguardo è austero, perché quando si fa la foto ritratto bisogna avere contegno, molto contegno. Eppure, gli occhi sono maliziosi, perché nella foto ritratto non bisogna perdere la spregiudicatezza, quando si accetta che nel proprio salotto una bella pastora in antimonio se ne stia accovacciata sopra le lancette d’un orologio a pendolo. Ma la Romagna, si sa, ai loro tempi non era Marche. Guardo Licurgo, la sua barba fluente e il paio di baffoni “a manubrio” o, come dice mia madre, “alla Cecco Beppe”. E che Licurgo fosse antiaustriaco era un fatto risaputo, ma che fosse anche antipapale era un fatto scabroso segretamente noto in famiglia, poiché il suo latifondo si estendeva a perdita d’occhio nella pianura rigogliosa del Ravennate, colpito dall’ombra della mitria di uno Stato poliziesco dominato dal Pontefice.
    “Questi volumi sono una parte di quel che resta della biblioteca di mio nonno – spiega mia madre ai cognati di Milano. Prende dalla libreria una cinquecentina sulla storia di Venezia e poi la raccolta rilegata in pergamena della prima edizione delle commedie di Metastasio. I volumi secolari passano per le loro mani riverenziali. Quei volumi che maneggia Licurgo nella sua casa in Romagna. Di giorno amministra i suoi terreni. Di sera, accesa la lampada a petrolio, contempla e registra la sua raccolta di libri antichi.
    Non si sa dove si sia cacciata la bisnonna, forse ricama in camera sua, al primo piano della villa. Al piano terreno c’è la Tonina: lavora a servizio da loro fin dai suoi dodici anni; rassetta la cucina cantando le arie di Verdi. La sua voce svanisce quando scende le scale di pietra che vanno in cantina. Il buio inghiotte la sua candela. Lei sta portando laggiù gli avanzi della cena. Li conserva nelle gabbiette appese ai ganci del soffitto a volta, riparate da coperchi metallici perché i topi non inghiottiscano tutto. Per una banale coincidenza, nel 1848 si sono sposati anche i miei bisnonni paterni: Carlo e Virginia. Anche loro mi guardano severamente da due cornici ovali. Loro adesso se ne stanno appesi in una casa sul mare. Virginia indossa un abito nero plissettato che le soffoca il collo. Un cammeo appuntato sopra la gola le ottura il respiro. Rulli di folti capelli scolpiti le sormontano il volto arcigno e asciutto di chi d’abitudine impartisce ordini alla servitù e fa attaccare il cavallo al calesse per andare a pregare nella chiesa; quella sulla piazza principale.
    Carlo non ha la barba, ma i suoi baffi “alla manubrio” fanno concorrenza a quelli di Licurgo. Porta occhialetti ovali alla pince-nez. Lui non è latifondista in Romagna. Lui è magistrato a Macerata, non comanda contadini, ma il suo sguardo irreprensibile attesta al mondo che ha il potere per farlo. Lui lavora per lo Stato Pontificio. Non raccoglie libri antichi; lui raccoglie le sue sentenze. Alcune sono conservate da noi in casa, in cima ad un armadio a muro. Non vengono mai esibite, come invece si fa per le commedie di Metastasio. Il loro salotto è un tripudio di tendaggi, statuette di bronzo alate, vasi di cristalli colorati. Mio padre se lo ricorda bene e mi parla di quando veniva accompagnato in visita dai nonni di Macerata. Cioccolata calda in inverno, limonata fredda in estate. Ecco: in questo piccolo vasetto di bisquit la bisnonna Virginia poneva delicatissime violette di stoffa. A lui bambino sembravano vere. Ora il vasetto è qua sulla libreria, proprio davanti a Metastasio. Fa cucù un mazzolino di violette di stoffa. Il vasetto è decorato da una damina e da un cavaliere. Candidi come il latte. Non sono abbracciati. Sono lievemente inchinati in una moina rassicurante, nient’affatto spregiudicata. Nel salotto di Carlo e Virginia nessuna pastora, seppure in antimonio, avrebbe potuto starsene accovacciata con la sua pecorina sopra le lancette d’un orologio a pendolo. Quella robaccia avrebbe semmai potuto arredare un lussuoso bordello, forse a Roma dal Papa, ma non certo il salotto rispettabile d’un magistrato a Macerata. Le Marche, si sa, ai loro tempi non erano Romagna.
    “Cari bambini, ognuno di voi dica al suo compagno di banco quando è nato” ci invita amorosamente l’anziana maestra. È il primo giorno di scuola elementare. “Sono nato a settembre… nel ‘56 – dico a Luca – ho sei anni come te, ma ne ho molti, molti di più”.

    Carlo Pucci

    (immagine: bozzetto di Munch per Spettri di Ibsen

    Il papà di Carlo

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    Ancora uno “schizzo” di Daniela Morandini, che di frammento in frammento, ci regala memorie di vita… Il papà di Carlo… Di Carlo leggeremo in seguito…

    “Il papà di Carlo era un distinto avvocato, si chiamava Peppino ed aveva una venatura comica non tanto nascosta. Carlo invece era molto serio, ma forse no, perché alla fine del secondo trimestre fece il verso all’insegnante di Italiano. Quando era il suo compleanno andavamo alla sua festa. Eravamo compagni di scuola e ci chiamavamo per nome e cognome, come quando facevano l’appello. L’avvocato ci apriva la porta e tornava in un salotto dove in qualsiasi momento sarebbe potuto andare in scena una dramma di Ibsen. Noi andavamo in camera di Carlo, dove c’era il suo cavalletto da pittore, perché lui sapeva già dipingere ad olio draghi e paesaggi campestri.  Si scartavano i regali: libri a colori di corsari e di filibustieri, storie di indiani e di orfanelli inglesi. Da un mangiadischi giallo, un quarantacinque giri ci rimproverava per non sapere niente di campi di grano, né di amori profani e un motivetto presagiva che ci avrebbero tirato pietre in faccia per tutta la vita. Puntuale alle cinque, arrivava la mamma di Carlo, signora gentile, un po’ demodé, ma mica tanto, perché guidava la macchina, ed era a capo di una tenuta agricola. Ci portava nella sala da pranzo, dove c’era un pianoforte, un lume sorretto da un moretto col turbante, i panini dolci, le pizzette e i pasticcini. Dopo la torta, venivano a prenderci e noi, che non volevamo andare via, ci chiudevamo nella camera di Carlo con le provviste, tanto dopo le feste non si cenava mai. Una sera all’improvviso il papà di Carlo entrò nella stanza con un archetto e un violino. Lo appoggiò al mento e cominciò a suonare, poi richiuse la porta e tornò in salotto. Era la prima volta che ascoltavo un violino dal vero. Più tardi seppi che era l’ouverture del Concerto in re maggiore op. 35 di Tchaikosky.

    Daniela Morandini

    Ancora un pensiero per Pino..

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    Vittorio da Rios, che ringraziamo, ci manda il suo pensiero per Pino Roveredo. Come sempre abbracciando il mondo…

    “Per i tanti labirinti e impegni che la vita a volte ti porta a percorrere di Pino avevo appena scorto il suo notevole valore narrativo frutto di recensioni, e letture altrui, che radiografavano la sintesi di una vita tra le tante tribolate e sofferte oltre il sopportabile. Pino era uno spirito per vita vissuta oltre il “fossato” del vivere il normale. Aveva nella sua complessa quanto unica vicenda terrena attraversato tutti i lidi del dolore, della privazione, della solitudine, dell’essere altro, del patire ingiustizie assolute, espressione di una realtà sociale drammaticamente disuguale. E ne ha fatto un autentico capolavoro espressivo di grande valore letterario, culturale, sociologico, antropologico, da trasmettere soprattutto ai giovani. e alle nuove generazioni che si affacciano ora nel proscenio della vita e ne saranno futura classe dirigente. Pino, le cui opere sono oramai immortalate a futura memoria, rientra nel grande affresco nella cui cornice sono raffigurate donne e uomini vittime di quelli che io da tempo definisco: I CRIMINI DI SISTEMA. Il pensiero non può non andare a figure come Carmelo Musumeci, a Mario Trudu, a Paolo Conte, a De Feo, e a molti altri che hanno patito pene indicibili causa di un sistema organizzativo sociale di tale proporzioni disumane da sconvolgere la vita nella sua essenza fondativa. Da chiedersi ma cosa ne abbiamo fatto della Costituzione? Dei principi costitutivi in particolare uno dei pilastri dello Stato di diritto “l’articolo tre”. Carta straccia vien da dire! E come è stato possibile che questo avvenga inanzi a un capolavoro di sintesi di varie anime culturali, ideali, filosofiche, religiose, politiche, che hanno reso possibile il più grande testo, ossatura e pilastro fondativo della nostra Repubblica, e preso da esempio per elaborare e modificare carte Costituzionali di molte “democrazie occidentali” e non solo. Mi chiedo e chiedo a giuristi, filosofi del diritto, legislatori, autorità di ogni ordine e grado,mondo produttivo Cooperativo e privato, sistema bancario e alta finanza, intellettuali,forze politiche, se oggi ancora questo nobilissimo termine a un qualche valore identificativo, come si pensa di incedere in un futuro prossimo per rendere il minimo attuabile la nostra Costituzione e ripristinare un decente Stato di Diritto? Più che ascrivere nelle aule dei tribunali la scritta che francamente oggi esprime totale oscenità giuridica e un diritto disuguale nella concretezza del vivere quotidiano: ” LA LEGGE E’ UGUALE PER TUTTI” sostituendola con l’artico tre della nostra Costituzione: Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
    E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Gia nel secolo breve, uno tra i massimi pensatori contemporanei Hans Georg Gadamer rifletteva che la nostra è un’epoca caratterizzata dalle conseguenze degli enormi sviluppi tecnologici avviati dalla rivoluzione industriale. Alla fine di quest’epoca, ossia nella seconda metà del XX secolo negli anni della ricostruzione, dopo le due guerre mondiali, la rivoluzione industriale ha di nuovo raggiunto le proporzione di un’onda che tutto sommerge e trascina. Ed è dentro questo paradigma conoscitivo storico-filosofico, con la lucida e razionale consapevolezza, che quello che oggi chiamiamo scienza è com’è noto una creazione dell’età moderna che ha avuto inizio con Galileo Galilei: Fino ad allora le capacità inventive dell’umano si erano limitate più che altro a riempire gli spazi lasciati dalla natura. Ecco ora invece aprirsi una nuova epoca, in cui l’ingegno umano impara a riprodurre artificialmente gli oggetti naturali e, addirittura a costruire una nuova realtà. Il metodo scientifico e le sue protesi tecnologiche diviene cosi la nuova forma per dominare la natura, che cosi viene ridotta a campo da dominare e non è considerata come madre della vita. Ecco allora come con le sue opere ha evidenziato uno dei grandi fisici contemporanei Luigi Sertorio ” Si è costruito il mostro tecnologico di potenza: Armiero-finanziario-produttivo- consumistico, oramai fuori controllo all’uomo stesso che non può che constatarne le conseguenze. Guerre, massacri, genocidi, affamamenti miseria in vasti strati del Pianeta e nelle stesse ricche e opulenti società che definiamo “Evolute”, e oggi in grande crisi. E’ da questi radicali quanto irreversibili mutamenti economici e antropologici, mai prima sperimentati nella multi millenaria storia dell’ominide che dobbiamo riflettere e comprendere le opere di Pino Roveredo. Il suo autentico calvario esistenziale che riflette e fa sintesi di altri infiniti calvari, da cui a tratto l’humus e energia per donarci i suoi capolavori. E da qui quel balzo evolutivo balducciano oltre il tutto finora costruito in termini conoscitivi, Filosofici-Scientifici-Economici. Che porterà alla costruzione dell’uomo nuovo.” INEDITO” oltre all’uomo EDITO che conosciamo i limiti e le tragedie che ha determinato nel corso della storia. E abbia come guida tra le tante innovative, nel suo incedere in futuro come recita un prezioso lavoro di Ferrari: NO PRISION. NO PRIGIONE metodo superato dalla storia quanto dalla sua dimostrata inutilità. Un caro saluto.

    Vittorio da Rios

    Le parole di sangue di Pino Roveredo, scrittore degli ultimi…

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    Un pensiero allo scrittore triestino che, da quando ne ho conosciuto le pagine, ho sempre trovato straordinario. Pino Roveredo, che se ne è andato nell’alba gelida e ventosa di sabato. Di lui leggerete dei racconti, dei romanzi, dei testi teatrali, dei premi, del Campiello, della sua vita “in salita”, spesso difficile fra traumi e dolore, che racconta con quel misto di durezza e dolcezza di cui era capace ne “I ragazzi della via Pascoli”.
    Tanto ci sarebbe da dire sui suoi libri (che tutti invito a leggere), sulla sua vita, del suo occuparsi sempre del mondo degli ultimi, di chi vive ai margini… è stato fra l’altro garante dei detenuti del Friuli-Venezia Giulia.
    Ma oggi voglio ricordarlo per la generosità con la quale rispose a una cortesia che mi permisi di chiedergli, sapendolo tanto sensibile ai problemi del mondo carcerario.
    Pino Roveredo l’ho conosciuto grazie a Monica Murru, avvocato, che sapeva del mio progetto di fare qualcosa per Davide Emmanuello, detenuto da una ventina d’anni e più, al 41-bis, di cui da un po’ di tempo seguivo le vicende. Di Emmanuello avevo lettere, tante, scritte ad un amico in altro carcere, e che questo di volta in volta mi girava. Lettere tremende… non potevano restare solo il fascicolo sulla mia scrivania cui a tratti, nei mesi, continuavano ad aggiungersi fogli… Ero alla ricerca di qualcuno che fosse in grado di ascoltare davvero quest’urlo e, consigliata da Monica, alla fine le avevo spedite a Roveredo che, certo, se ne sarebbe lasciato straziare.
    E Pino all’urlo di quelle lettere ha risposto con le parole di sangue di cui è capace. Come solo chi il carcere l’ha conosciuto e … “ho iniziato a occuparmi degli altri, gli ultimi in classifica. Con grande egoismo, perché in verità ho cominciato a farlo per occuparmi di me stesso”.
    Emmanuello e Roveredo mai si sono fisicamente incontrati. Ma fra loro è nato un dialogo che è diventato un libro che squarcia il velo dell’ipocrisia che nasconde l’inferno del “regime di tortura del 41bis”. “Diversamente vivo, lettere dal nulla del 41-bis”.
    E nulla parla meglio della sua scrittura.
    Aveva scritto, Pino (in “Ferro batte ferro”), uno straordinario atto d’accusa contro una società che “ha bisogno di delinquenti su cui puntare il dito, per sentirsi migliore. Il Sert ha bisogno dei tossici per dare un motivo alla sua esistenza. Le rivendite alcoliche hanno bisogno degli alcolizzati per mantenersi in vita. I tabaccai e il monopolio di Stato ha bisogno dei fumatori per riempirsi le tasche con la disgrazia altrui”, raccontando della sua pur lontana esperienza in carcere, e di come l’angoscia fu la sua salvezza…
    E “fu proprio quell’angoscia a scuotermi e darmi la forza di mettere la testa fuori dall’inferno carcerario, ed afferrare con una rabbia che non conoscevo… la coda della vita”.
    Pino che dedica a Emmanuello ancora parole di sangue, ma che pure con dolcezza, come in un abbraccio, scrive:
    “Se potessi, scavalcando le schiere rigide dei moralisti, forcaioli, giustizieri, giustizialisti, salteri oltre i muri della costrizione, poi entrerei nella galleria scura del 41bis, dove è vietato parlare, urlare, vivere, e tirerei fuori dal mio desiderio l’invenzione di una chiave. La infilerei nella serratura della porta blindata e con un giro di mano, libererei il passaggio e mi concederei il piacere di un invito.
    -Dai Davide, sbrigati che abbiamo solo un’ora di tempo! –
    Se potessi lo prenderei per mano, e imbrogliandogli la misura stretta di un passo che dura da più di vent’anni, gli farei indossare i passi larghi della fretta e poi lo trascinerei oltre i cancelli, lungo i corridoi, fuori dal portone.
    Una volta fuori, gli regalerei un’ora di sole, gli farei respirare un’ora di aria, quella che non sbatte tra le mura dei reclusi. Per un’ora lo guarderei accarezzare un albero, baciare un fiore, sentire il profumo di una manciata di terra, gli indicherei la direzione del volo delle rondini, la riga lontana dell’orizzonte, e poi lo inciterei a liberare le gambe verso una corsa lunga sessanta minuti, proprio come si faceva da bambini, andare, correre, fino a quando non ti scoppiano i polmoni.
    Ripeto, un’ora, non se ne accorgerebbe nessuno.
    Dopo, giuro, che lo riporterei dentro la sua abituale castrazione, felice di avergli dato, non un’ora di libertà, quanto la forza per lui sconosciuta di un piccolo, minimo fiato di… umanità!”
    E un abbraccio a Pino, ché la bellezza e la forza delle sue parole, contro ogni ipocrisia, sempre ci accompagneranno…



    Angeli…

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    Daniela Morandini e i suoi angeli… delizioso racconto.. leggete..

    Quando il bambino era bambino/ Se ne andava a braccia appese,/ voleva che il ruscello fosse un fiume, /il fiume un torrente / e questa pozza il mare

    (Peter Handke)

    “Mi preoccupai molto quando venni a sapere che anch’io avevo un angelo custode. Mentre una canzone implorava un pittore di dipingere un angioletto nero, il mio era addirittura trasparente.  Chissà  se era di vetro o della stessa materia di quella medusa che avevo visto evaporare sulla spiaggia. In questo caso avrei  dovuto dargli  tanta acqua e sarebbe stato difficile considerato che, come  sostenevano alcuni, stava sempre aggrappato alla mia schiena. Aveva anche ali che si sarebbero potute incastrare nella catena della bicicletta. Così mi avrebbe fatto cadere, si sarebbe fatto male anche lui e io non avrei saputo dove mettere un cerotto su un angelo trasparente. Magari poi avrebbe fatto la spia: avrebbe detto che correvo giù per quella discesa dove non dovevo andare. La sera bisognava salutarlo con una preghierina e questo era facile, ma poi non avrei dormito più: se mi fossi girata l’avrei soffocato o mandato in mille pezzi. Se fosse stato di  vetro mi sarei tagliata e se fosse stato come la medusa mi sarei ustionata. In ogni modo non sarebbe stato piacevole restare nel letto con un angelo morto. Mi chiedevo anche  cosa dargli da mangiare, come fare a lavargli i denti e se a scuola avessi dovuto nasconderlo e dove, perché sotto al banco c’era spazio solo per la cartella e per la merenda. Quindi avrei dovuto stare sempre dritta e lontana dai muri per non fargli male. Inoltre,  se era vero che tutti hanno un angelo custode, saremmo diventati il doppio e in classe non c’era posto per tutti. Mi rasserenai un po’ quando mi spiegarono che non ero io a dover pensare a lui, ma era lui che doveva proteggere me. Quasi quasi mi convinsero: l’angelo mi avrebbe suggerito quando venivo interrogata alla lavagna, ma chissà che lingua parlava… Forse avrebbe evitato che mi sbucciassi le ginocchia, avrebbe finito lui di mangiare gli spinaci e fatto in modo che nessuno si accorgesse della sparizione di un uovo di Pasqua. Ma non accadde nulla di tutto ciò e piano piano mi dimenticai di lui.

    Solo molti anni dopo scoprii che gli angeli custodi non sono né di vetro né come le meduse, non si attaccano come le cozze alle persone, vanno in autobus e sono distinti signori che portano un cappotto nero e la sciarpa anche quando fa caldo. E’ vero che hanno le ali, ma volano sui muri più alti e dormono in cima alle statue senza disturbare nessuno. Ogni tanto sono tentati di diventare umani, ma poi riflettono e lasciano perdere.  Molti di loro sono stati abbattuti e quei pochi che restano fanno quello che possono.

    Daniela Morandini





    Balla coi libri

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    E’ arrivato in libreria, Balla coi libri: Marcello Baraghini, il fondatore di Stampa Alternativa, l’inventore dei Millelire e tante altre cose ancora, si racconta a Daniela Piretti… Ho avuto il piacere e l’onore di scriverne la prefazione, che vi propongo, per un libro che è anche una scommessa editoriale …

    “Per il nostro primo incontro Marcello Baraghini mi aveva dato appuntamento al tavolino di un bar della stazione Termini. “E’ il mio ufficio”, mi aveva detto lasciandomi un po’ perplessa e confusa, che dal tono sembrava terribilmente serio. Certo, da quel che avevo letto e capito dello spirito radicale del fondatore della leggendaria Stampa Alternativa, non potevo aspettarmi un signore in giacca e magari cravatta dietro una scrivania tirata a lucido… Ma quell’uomo maturo con zaino simil militare dall’aspetto scompaginato da militante battente percorsi beatnik, seduto a quel precarissimo tavolino di bar, avrebbe spiazzato chiunque. E in pochi secondi mi ha spiazzato una seconda volta, col suo parlare sommesso di entusiasmo e insieme affidabilità e rigore, e una gran ricchezza di pensieri e sogni.
    Mi è presa allora una suggestione: che quello zainetto che Marcello teneva ben stretto a sé dovesse magicamente contenere chissà quanti altri preziosissimi sogni e pensieri e ricordi. Sempre l’avrei poi visto, Marcello, con quel suo zaino, in spalla, tenuto d’occhio accanto a uno sgabello, ai suoi piedi…
    Difficile ora non pensare, sfogliando le pagine di questo manoscritto, che tutto sia saltato fuori da lì. Grazie a Daniela Piretti, che ogni cosa ha aiutato a sciogliersi e dipanarsi, tirando fuori dall’anima anche momenti silenziosi di ritrosia. Quasi un gioco, per un serissimo giocare, intorno all’arte della maieutica, di due persone, Daniela e Marcello che, conosciutisi da giovani, dopo tanto tempo si rincontrano e lasciano che le loro vite tornino a intrecciarsi.
    Daniela racconta, interroga, sollecita, provoca.
    “Balla coi libri” è una lunga conversazione, su quel che erano, quel che sono, punteggiata da pagine come di diario, che attraversa la storia italiana dalla seconda metà del secolo scorso fino ai nostri giorni, seguendo il filo rosso degli inaspettati sentieri dell’editoria tracciati da quel ragazzaccio che era, e che è rimasto, Marcello Baraghini.
    Ma non aspettatevi un percorso cronologicamente corretto. Il lettore è avvisato da subito: Il tempo lineare è un’invenzione dell’Occidente. Il tempo non è lineare. E’ un meraviglioso groviglio, si ammonisce in esergo, con le parole di Lina Bo Bardi, rivoluzionaria figura dell’architettura del ‘900. Neanche questa scelta è un caso, ché fra rivoluzionari ci s’intende bene.
    E fra un incontro e l’altro, una corsa chiacchierando fra la montagna e il mare, un’attesa e un soffio di covid, si srotola il percorso di oltre cinquant’anni di editoria fuori dalle culture ufficiali, che inizia dando subito voce all’esplosione dei nuovi linguaggi, di nuove domande, cui le culture ufficiali sono sorde. Ricordate? “Anticoncezionali”, “Controcampo”, il “Manuale per la coltivazione della marjuana”, che qualche problema giudiziario pure sono costati. E ha continuato a ballare coi suoi libri, Marcello, anche quando è stato un dover ricominciare, come con l’amara vicenda che ha visto smantellato il patrimonio culturale di Stampa Alternativa. Ma la ferocia del mercato, l’esser “privi di un’adeguata cultura d’impresa”… Leggerete…
    Oggi, passato da mille avventure, di sfida in sfida, ogni volta rinato come un’araba fenice, Marcello è ancora qui, e il suo impegno mai ha perso l’originaria forte impronta provocatoria e libertaria.
    Un ragazzaccio. Un ragazzaccio-contadino che, quando il pensare è troppo anche per lui, corre nel suo orto dietro il casolare di Elmo, a scaricare la tensione: “Ho bisogno del piccone”. Piccone e zappa e, vi assicuro, le sue verdure e le sue pesche sono buonissime.
    Incontrare Marcello nei momenti creativi e organizzativi, come alla vigilia dei suoi festival di Letteratura resistente, nel suo quartier generale di Pitigliano, sempre stupisce. Frenetico, nemmeno il tempo di mangiare. Stupisce anche Daniela, che pure lo conosce bene: “Ma come fai?” chiede.
    “E’ l’adrenalina, gioia, sto bene, elaboro, elaboro”.
    Daniela appunta: “sorrido e rido con lui”. E noi sorridiamo e ridiamo con loro…
    Una sorta di passo a due, questa ballata intorno ai libri. Con prese a terra e prese in aria, e sinceramente in alcuni passaggi non saprei dire chi fa volare o sostiene chi, se Daniela o Marcello.
    E guarda il caso, come ancora una volta a sottolineare la capacità di stare istintivamente nelle cose, il libro finisce con il racconto di un rave (sì, di quelli che di questi giorni la tattica di distrazione di massa identifica come emergenza italiana!) in cui Daniela e Marcello s’imbattono sulla riva del lago di Mezzano. Un festoso incontro che rimbomba della “riproposizione del rituale antico allo scopo di infrangere le regole per produrre stati mentali collettivi”.
    Un’occasione per far dire a Marcello che, se da ragazzino era un solitario e si sentiva un diverso, furono i libri ad aprirgli la mente, e se pure il suo disagio giovanile come tanti l’ha condiviso con capelloni, musica e droghe… le sostanze dichiara di averle abbandonate da un pezzo. I libri no. Sono il suo “sballo”. E, sia chiaro, stiamo parlando di libri che rigorosamente infrangano le regole.
    Arrivati all’ultima pagina ti chiedi cos’altro si inventerà ancora. Cosa tirerà fuori dal suo magico zainetto. Qualcosa che, ne sono certa, è già acquattato nel suo esplosivo cervello, e magari Daniela già ha intuito e prende appunti.
    Sarà ancora, concedetemi un po’ di retorica che qualche volta pure ci sta, la sorpresa di una nuova musica per quel “ballo coi libri” iniziato tanto tempo fa e che, come in vortici di walzer, ancora ci fa girare la testa…