Mi avevano detto che sono piante infestanti… spuntate qua e là in vasi “altrui” del balcone, e che sarebbe stato meglio strapparle via. Ma figuriamoci se l’ho fatto…
Ora guardate che meraviglia di grappolo di fiore (ne ho un pò dappertutto!). Fiori… Pensando a persone che, fuori dall’ordine ordinario delle cose nel quale ci siamo asserragliati, consideriamo “infestanti” e vorremmo sradicare via… da chi viene a bussare alle nostre porte, a chi professa pensieri e ideali altri … immigrati, poveri, rom, anarchici (che è, quello degli anarchici, lo abbiamo dimenticato?, universo molto complesso e ne sappiamo di persone dal pensiero stupefacente e per nulla violento…).
Pensando a De André che cantava… “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior…”
dai diamanti non nasce niente…
Francesco Rosi, il cinema della ragione
Daniela Morandini ci accompagna nella lettura di “Francesco Rosi, DIARI, da Salvatore Giuliano a Carmen: il cinema della ragione (1961-1984)” libro curato da Maria Procino, le edizioni de La nave di Teseo. Un viaggio nel cinema che “ha saputo coniugare la Storia con la microstoria”… per non dimenticare le speranze che il passato ci ha affidato…
Salerno. “Cosa fa il regista quando non sta girando un film? ” si chiede Giuseppe Tornatore alla presentazione di questo libro nel salone degli affreschi del complesso San Michele. “ Osserva – spiega- studia, respira, scrive, annota, elabora, riprende con il pensiero. La maggior parte dei film non è sullo schermo, ma nella mente degli autori”.
A cento anni dalla nascita di Francesco Rosi, la sua poetica si ricompone nel lavoro di Maria Procino, storica degli archivi dello spettacolo. E’ un’operazione lontana dai riflettori la sua, per ritrovare i fili e ricostruire una tela. Così come aveva fatto con “Vorrei caro Eduardo”, il carteggio tra Eduardo De Filippo e Paolo Grassi negli anni della collaborazione tra il Piccolo di Milano e il San Ferdinando di Napoli. Un rigore che torna nella ricerca tra memorie e denunce, ancora di Eduardo, alla base di “Tavola tavola, chiodo chiodo “, portato in scena da Lino Musella.
“Mio padre annotava tutto – ricorda Carolina Rosi – e sfogliando queste pagine non ho avuto davanti frammenti di scrittura, ma un puzzle curato con molta attenzione. Le agende oggi sono intatte, chiuse da elastici allentati dallo scorrere del tempo”.
E tra lo scorrere del tempo del regista partenopeo inizia anche questa volta l’opera di Maria Procino, cominciata proprio insieme a Rosi trascrivendo i diari sugli ultimi giorni di Che Guevara, una pellicola mai realizzata. In questo volume, la studiosa scava tra progetti, quaderni, appunti, bozzetti, dubbi, indignazione, scalette che coniugano Storia e microstoria per diventare sceneggiatura con Raffaele La Capria, Tonino Guerra, Suso Cecchi d’Amico. La ricerca decifra parole scritte in fretta e, come in un montaggio cinematografico, ricompone una poetica di fonti e di documenti che diventano cinema: “l’ordine può essere più o meno cronologico, ma sempre logico” ammonisce Rosi. E’ una razionalità che sa anche ascoltare i sensi per capire, come per “Salvatore Giuliano”, quanto sia importante spiegare le montagne e i carabinieri. Quanto sia necessario far sentire attraverso l’obiettivo l’odore dei polli, dei maiali e dello scirocco. Quanto si debba, come per “Uomini contro”, trasformare il freddo in immagine. Quanto pesi, per “Tre fratelli ” la violenza del tempo. Tra queste carte Maria Procino rilegge le riflessioni che si tradurranno nella panoramica dall’elicottero sulla Napoli in bianco e nero di “Le mani sulla città”: “Perché la speculazione edilizia cambia il volto e l’anima degli uomini”.
In questi Diari riecco l’ uomo che non dà risposte e il regista che punta la macchina da presa contro il potere, la corruzione, gli intrecci tra mafie e politica: “Il caso Mattei”, “Lucky Luciano”, “Cadaveri eccellenti”, “Cristo si è fermato a Eboli”. Ma non basta, perché “essere artista significa essere dappertutto” scrive Rosi dopo aver girato “Carmen “, dall’opera di Bizet. “L’importante è andare avanti, e che si dica qualcosa che valga la pena di dire” si legge nelle ultime pagine del libro. E sono parole, conclude Tornatore, che per le nuove generazioni valgono più di una lezione di cinema, di metodologia e di stile.
Uscendo dalla Sala degli affreschi, a pochi passi dal Duomo, qualcuno, chissà quando, ha lasciato una scritta su un muro scrostato: “Non si tratta di conservare il passato, ma di realizzare le sue speranze”. Sono parole di Adorno, un monito, forse.
Daniela Morandini
Nel salotto di velluto azzurro
Li chiama appunti, Carlo Pucci… e sono ricordi, e sono visioni, e sono fantasie iperboliche.. ma forse neanche poi tanto fantasie… Dopo Giulio che non è tornato, dopo il Salotto del papà di Carlo, ecco il terzo “appunto”, a proposito di un altro salotto, tutto di velluto azzurro, questo…
“Un salotto in azzurro. Dal soffitto sfavillano cristalli. Il pianoforte è chiuso. C’è ancora tempo. Adocchio il vassoio dei bignè. Non mi è permesso allungare la mano. Lo so: devo prima rifiutare gentilmente l’offerta. Da pochi giorni ho imparato una nuova parola: moderazione.
“Ci vuole moderazione – mi ha detto la nonna – Moderazione nell’apparire: perché devi rispettare chi è meno ricco di te. Moderazione nel mangiare in pubblico: perché non devi suggerire di essere tu meno ricco degli altri. Devi rispettare e farti rispettare”.
Gli adulti rispondono sempre al “gioco del perché”. È così che m’insegnano il significato delle regole. Ne hanno tante. Costellano e governano il firmamento del loro universo. Le spiegazioni sono tutte luminose e semplici, o quasi tutte. Sono tutte ovvie, o quasi sempre ovvie. Imparo in fretta, io. Perché le loro leggi sono giuste. Sono giuste perché sono ovvie. Governano sulla base di un unico principio elementare: assicurare e glorificare il rispetto verso l’umanità intera. È semplice da imparare: rispettare l’umanità intera. Un principio siderale.
“Quando dai la mano, devi toglierti il guanto: in segno di rispetto per dimostrare che la tua mano non è armata”. “Giusto. Ovvio. Siderale…. Ma le signore non se lo tolgono mai il guanto!”. “Le signore non vanno in giro armate”. “Perché?”.
Sono nato dopo undici anni dalla fine della Seconda guerra mondiale. Questo non lo so ancora; so contare fino a dieci. Nessuno, proprio nessuno me ne ha mai parlato. E poi non è educato parlare di guerra. Soprattutto a un bambino di cinque anni. Lui ha saputo da poco che l’umanità intera è da tutti rispettata. Perciò oggi pomeriggio, qua, in questo salotto di velluto azzurro, mentre spilucco con moderazione un bignè, fisso le mani nude degli invitati e so soltanto: che le signore non vanno in giro armate e che invece gli uomini, se danno la mano, è perché tengono la pistola nella fondina. Gli amici dei miei sono loro coetanei. Hanno figli nati prima della guerra. In questo salotto non c’è nessun altro bambino. Meglio così: non devo rispettarlo, né farmi rispettare. Eden azzurro. Tutto di velluto azzurro. Sono l’Adamo felice privo di colpa: le mie costole sono intatte. Gli adulti non sono il mio regno. Con l’innocenza li ho soggiogati. Rinchiuso nel buio del tabernacolo, mi espongono in ostensorio alla luce dei cristalli; nei pomeriggi di precetto. Vecchi accoliti raspano la cassetta delle mie beneficenze. Avidi dei miei strambotti: io profetizzo. Eco siderale. Il suono si fa acuto. La mia voce sprigiona saette. Offro le mie tenere costole per la loro comunione. Sono stato canonizzato alla liturgia del convivio. Per redimere gli incubi del loro passato. Nella promessa di un domani sognato.
Non comprendo tutti i loro discorsi. Ma conosco molte delle loro parole. Tanto basta. Dalla greppia di velluto azzurro, attacco il mio soliloquio. Le mie sono favole per il loro nutrimento. Scarnifico sacre famiglie in tono rapsodico. I dotti riuniti nel tempio si litigano le mie particole. Le somministro su lingue protese. Deglutiscono la mia malvagità. La degustano con smorfie crudeli. Io, educatamente smembro e ripartisco. Divertissement per un pomeriggio nebbioso: posso dire di tutto. Non perché sono deforme e folle, ma perché ho imparato a togliermi il guanto e a ferire senza far sanguinare, ad uccidere senza fare morire. Fantasie iperboliche.
Questa la mia declamatoria: “Mi invento la guerra per raccontare fiabe d’orrore”. Enuncio la mia buona storiella per purificare le loro ossessioni. È per loro che costruisco orchi e streghe assassine. Ma loro lo sanno: non esistono ceppi, né forche. Né forni stregati per bruciare bambini. C’erano una volta. Prima che io nascessi. Ma oggi non sono più. Non ci saranno mai più. Il passato è una salma innocua.
“La guerra è un fantasma. S’aggira solo per fiabe – rassicuro – E poi finisce sempre bene. C’era una volta in cima a una torre una povera principessina. Il re e la regina sparati giù negli spalti. Lei, rimasta sola, si dispera. Ma la fata manda un rospo a consolarla”.
Mi sorridono teneramente. Mi offrono un secondo bignè. Lo rifiuto gentilmente. Allungo la mano con lentezza misurata. Torno al silenzio: il mio tabernacolo è chiuso di scatto. Basta con le favole, c’è bisogno di musica. Il pianoforte è scoperchiato. Il padrone di casa alla tastiera. Fa cenno ai violini. Scappano via ultimi colpi di tosse. Sigarette schiacciate in fretta. Svanisce l’ultima boccata. Fruscio di spartiti. La dama in abito nero si è già alzata. La sua spilla lucente brilla più dei cristalli. Annuncia il suo canto. Tutto tace sospeso. Attesa incantata. Una favola nuova sta per cominciare. Sono io ad ascoltare.
Eco siderale. Il suono brilla acuto. Esplosione di luci deliranti. La voce armata saetta nel diatonismo della vendetta. Dal guanto di raso nero trasudano istinti punitivi. Abnorme è la potenza. Lo sgomento non è fatalità. È l’acuto a decomporsi in eco ineluttabile. Eccessi detonanti. Elektra… sei sola. Elektra… ti disperi. Non ti s’addice il lutto, Elektra! Fuori dalla tua casa, non trovi devastazione! Il lutto s’addice alla guerra. Il canto s’addice al conflitto. Lutto per il sangue perduto. Canto ebbro per un abbandono incolmabile. La moderazione è abrogata nel rispetto dell’umanità intera.
È proprio in piedi davanti a me. Eppure prima, seduta al mio fianco, mi sorrideva banalmente. Stupidamente. Abiti scuri afflosciati contro gli spalti. Ma io… ho ferito per finta. Ho ucciso per scherzo. La mia mano non porta guanto. Tengo la pistola nella fondina e le signore come lei non girano armate.
Carlo Pucci
Giulio, che dalla guerra non è tornato
In questo tempo, di guerre lontane e vicinissime, di cui spesso si parla senza davvero capire la tremenda strada senza ritorno che si sta prendendo… un racconto, un ricordo che ci regala Carlo Pucci… a proposito di non ritorni…
“Giulio non è tornato dalla guerra. Suo fratello se lo ricorda bene quando uscì di casa. Aveva diciott’anni. Salutò spavaldo. Una bella divisa stirata. Fucile e baionetta affilata. Nella foto ha proprio quella divisa, ma è disarmato. Biondo. Occhi celesti guardano il vuoto. Volto chiaro e ben rasato. Lo so, è una foto ritoccata a colori acquerellati, forse non era così bello. Il suo nome è inciso fra quelli dei caduti di Bologna. Suo fratello, mio nonno, mi porta sempre il 4 di novembre sotto la lapide, nel chiostro di Santo Stefano. Una mano sulla mia spalla; l’altra mi indica il punto dove se ne sta inciso Giulio: “Lo vedi, lassù? È in ordine alfabetico, scorri tutti i nomi e lo trovi” mi dice il nonno. Io so già leggere e scrivere, ma in mezzo a tanti nomi neri di morte io Giulio non lo trovo. E poi la lapide è in alto e io sono ancora troppo basso.
“Ma è sepolto dietro la lapide?” indago sottovoce. “No, lui è disperso. Dietro la lapide c’è solo del muro”. Sto zitto e poi dico: “Ma nei cimiteri dietro e sotto le lapidi ci stanno sempre dei morti”. “Questa non è una tomba. Giulio non ha nessuna tomba”.
È il 4 di novembre; si festeggia la vittoria. Per questo la città è addobbata a tricolore. I negozi sono chiusi, ma non è domenica. Dalle vetrine, illuminate a festa a rischiarare portici grigi di nebbia, guardano impettiti i manichini in divisa militare. Gli sguardi vuoti, indifferenti. Tutti biondi. Volti chiari e ben rasati. Dolcemente ritoccati ad acquerello. Tutti quanti uguali a Giulio. Ieri la maestra ci ha detto che oggi le caserme sono aperte anche per noi bambini; possiamo andarci dentro; a vederle e salire sui carri armati. Mio nonno non mi ci vuole portare: di andare per caserme e carri armati non se ne parla proprio. Andiamo soltanto per lapidi, coccarde e marionette. Lui non mi tiene per mano. Non mi tratta da moccioso. Al suo fianco io cammino con passo marziale. In tarda mattinata: portici e piazze sono di nebbia. Avanzo stupefatto nell’incanto di un sipario evanescente. Dalle quinte vaporano addobbi tricolore. Si diffondono pupazzi a grandezza naturale, tutti infiorati di coccarde, infilzati da medaglie dorate e smaltate. Sbucano eroici da trincee di scarpe, valige e borsette, di mobili e lampade, di torte e canapè. Persino nelle vetrine delle macellerie svettano comandanti e generali fra tacchini spennati e polli appesi a testa in giù. Una vera carneficina esalta la festa della vittoria.
Ho sei anni. Perlustro con mio nonno il teatrino della vittoria, ma non scovo nessuna parata. La sfilata dei carri mascherati la fanno il giovedì grasso. Per quella c’è ancora tempo. Prima ci sono le feste di Natale con lo zucchero filato in bella mostra sulle bancarelle sotto il portico dei Servi. Di fianco, prega un esercito di statuine da presepio. Gesù, Giuseppe e Maria dai volti acquerellati replicati su mensole di muschio. Manichini pieni d’amore. Si levano pietosi a mani giunte dalle trincee di addobbi luccicanti. Profumo intenso d’abeti imprigionati in vendita sul sagrato dei Servi. Oggi però profumano soltanto i crisantemi. Strappati in memoria dei caduti. Il chiostro di Santo Stefano ne trabocca.
Per ora mi accontento della festa della vittoria. I martiri nostri son tutti risorti, ma senza allegria: per loro non c’è zucchero filato, niente coriandoli, né stelle filanti; non trovo caramelle sparate per terra da carri mascherati. Nessuna nenia da una cometa. Nessuna trombetta, nessun pernacchio risuonerà spensierato dalle colonne di via Indipendenza. Il nonno m’impone silenzio: nel chiostro di Santo Stefano la vittoria è festa muta e solenne. È novembre. Crisantemi infilzati nei vasi di bronzo. Il cimitero è in Romagna. Viaggio di mestizia. Abito fumo di Londra. In auto è vietato scherzare. Mi annoio; ma quando si arriva? Il guanto della mano disegna sul finestrino appannato. Intravvedo la pianura; là fuori corre via in brividi di nebbia gelata. Mi stufo, è un viaggio senza ritorno. Per fortuna la Certosa sta dentro Bologna: da casa si va e si viene in fretta. Fotoceramiche mi salutano in bianco e nero. Ovali e bombate. Lucide, crepate. Da questi orcioli smaltati ammiccano, sorridono, giudicano severe. Si sporgono da sopra i loro nomi di bronzo, sopra la data finale di un tempo immaginato. Marameo: io ho solo sei anni e il mio è un tempo infinito.
In questo mese mi portano a salutare i nostri defunti. Non c’è nessun martire. Nessuno è risorto. Frutti tappati che non ho mai scelto. Raccolti da ramificazioni intricate. Guardo dal basso la genealogia del melo gigante. Dalle fronde penzolano vasi di marmellate scadute. Le etichette sono sbiadite, le foto dei composti mi inquietano, ma i cognomi sono la garanzia del prodotto. Non ho mai allungato la mano per tirarne giù uno, ma li ho passati tutti in rassegna. Ormai conosco bene l’erbario illustrato, so classificare ogni singolo germoglio, so in quanto tempo si è disseccato. Nebbia e freddo. Trincee di bosso proteggono i cipressi, spavaldi e combattenti. Batto i piedi ghiacciati sopra la lastra. Non ho mai visto un morto: sarà fatto di nebbia e di freddo.
Sto attento a non inciampare: la lastra è rotta. C’è un buco. Mi accuccio e guardo curioso. Non vedo nessuno. Forse è risorto.
“Vieni via di là. Che stai facendo? Sta’ composto!” mi sibila una voce stizzita. Un secchiello di ferro picchia per terra di schianto. L’acqua scroscia nel vaso di bronzo. “Fa’ silenzio! Non si saltella qua in mezzo. Sta’ fermo!”.
I crisantemi sono infilzati. Spazzata la tomba, si biascica latino. Non capisco il latino. Un giorno lo dovrò imparare. Un giorno, forse. Osservo e resto muto sull’attenti. So che la vittoria è muta. Tace solenne nel terrore dei morti. Che bello: fra poco è Natale e sotto il portico dei Servi sfilaccerò zucchero vischioso. Giulio è l’unico disperso. Per lui non c’è tomba, né vaso di bronzo, nessun crisantemo gettato, neppure un bisbiglio in latino: nel giorno muto della sua vittoria. Ho sei anni e della Prima guerra mondiale so solo che abbiamo vinto e che Giulio non è ancora rincasato.
Carlo Pucci
Perché continui a vivere il meraviglioso progetto rivoluzionario di Marco Cavallo…
Ricevo e volentieri diffondo questa lettera di Peppe Dell’Acqua, a proposito della “Collana 180” e non solo. Per continuare a far vivere “la radicalità della trasformazione” che è stata. leggete…
“Nel 2010 la Collana 180 ha fatto i suoi primi passi. L’intenzione è stata quella di proporre libri che raccogliessero il senso, le storie, i rumori di quasi un cinquantennio che ha cambiato il nostro sguardo verso l’altro. Così, avendo avuto io la fortuna di partecipare fin dall’inizio alla stagione del cambiamento, non ho potuto sottrarmi al desiderio, all’impegno, quasi all’obbligo di conservare e di trasmettere, specie alle giovani generazioni, la radicalità della trasformazione.
Sto parlando dell’ormai lunga storia che comincia a Gorizia nel ’61 e prende forma a Trieste, negli anni settanta. È della chiusura dei manicomi che parlo, della storia degli uomini e delle donne che invisibili e inascoltati hanno cominciato a narrare. Hanno cominciato faticosamente a godere dei loro diritti di cittadinanza ora finalmente riconosciuti.
Una impensabile rivoluzione! Oggetti e povere cose sono diventati soggetti, cittadini, persone, ricchi di storia, di avventure, di esperienze, di sottrazioni. La narrazione, l’ascolto, l’incontro nella Collana 180 che così è nata costituiscono il punto di massima convergenza per chi vuole conoscere e approfondire un capovolgimento culturale, sociale, antropologico che ha segnato prima tra tutti il nostro paese.
Così, dalla incredibile, meravigliosa storia di Marco Cavallo, al ritorno a casa, alle parole di Franco Basaglia, sempre a rischio di vedere finire sotto i colpi di potenti sapientoni il suo progetto visionario. Nei primi giorni del 2010 quando parlavamo di fare qualcosa perché si potesse riprendere l’entusiasmo di lavorare con le persone che vivono l’esperienza della sofferenza mentale, abbiamo osato immaginare di essere utili a chi vive sulla propria pelle il dolore del male mentale, agli operatori che sentono l’impossibilità del cambiamento e si ritrovano sfiduciati, soli e senza alleati, a chi non riesce più a sopportare l’inferno dei luoghi “della cura”.
Ormai non possiamo più essere indifferenti ai segnali di sofferenza profondissimi che giungono da ogni parte. Da ogni regione, da ogni Dipartimento di salute mentale, da singole associazioni e cooperative, da cittadini che benché isolati riescono a manifestare la loro sofferenza e a chiedere aiuti.
L’attenzione alla Collana che vi sto chiedendo vuole anche dirvi che i libri sono un pretesto. Un pretesto per incontrarsi, discutere, mettere in crisi le nostre certezze, cercare di battere l’indifferenza che in questi cinquant’anni di storia è stata di certo una delle peggiori nemiche.
Oggi siamo arrivati quasi a trenta titoli che hanno viaggiato. Molti libri hanno trovato compagnia; non molti sono rimasti “a casa”, molti ancora vengono cercati.
Alcuni titoli sono andati esauriti e meriterebbero una ristampa. All’inizio di questo 2023 l’editore e noi con lui ci stiamo interrogando sulla possibilità di continuare e per questo che sto chiedendo il vostro aiuto.
Intanto l’editore Aldo Mazza visto quanto i libri continuano a essere utili e richiesti, ha deciso di aprire il piccolo scrigno di ciò che resta del tesoro.
Associazioni, gruppi di lavoro, centri diurni, laboratori teatrali, scuole, hanno già fatto richiesta e acquistato l’intera collana o gruppi di titoli di loro interesse con offerte “pazzesche”.
I due anni di pandemia appena trascorsi hanno impedito ai libri di andare in giro. Spero che a partire dalle prossime settimane, sempre più spesso, accadano l’incontro, la presentazione, la conoscenza reciproca. Il pretesto di cui parlavo.
Peppe Dell’Acqua che continua malgrado tutto ad avere a cuore la
Collana 180 – Edizioni alphabeta Verlag
Per avere maggiori informazioni e inviare le vostre richieste: collana180@studiosandrinelli.com
Qui il link al sito dell’editore per vedere tutti i titoli pubblicati della Collana 180 >> https://alphabeta-books.it/collana-180/
A proposito di anarchici… pensando a Louise Michel
Un intervento di Vittorio da Rios, che sempre ringraziamo per l’attenzione e la passione.. a proposito di Louise Michel, la “gran dama” francese dell’anarchia…
A proposito della figura di grande spessore culturale Luise Michel, una rivoluzionaria sociale una grande femminista anarchica, descritta in modo straordinario da Maria Farabbi nel libro da lei curato. In una delle varie presentazioni si legge: In questo libro la poeta Anna Maria Farabbi, curatrice dell’opera, presenta un ritratto completo di Louise Michel, della sua personalità, di tutta la sua estensione artistica, del suo pensiero, della sua scrittura: la narrativa, le poesie e i carteggi con Victor Hugo e la madre. Louise Michel (Vroncourt-la-Côte, Haute-Marne, 1830 – Marsiglia, 1905). Figlia illegittima, viene educata dai nonni paterni, in una famiglia della piccola nobiltà terriera, ai valori dell’illuminismo tra Voltaire e Rousseau. Dal 1850 è in rapporto epistolare con Victor Hugo, “maestro” al quale invia le proprie poesie. Istitutrice dal 1852, nel 1856 si trasferisce a Parigi dove apre una propria scuola nel 1865, sviluppando una didattica laica e liberale, ed entrando in rapporto con gli ambienti rivoluzionari repubblicani. Nel 1871 partecipa come infermiera e combattente alla Comune; arrestata e incarcerata, nel 1873 è deportata in Nuova Caledonia: durante i quattro mesi del viaggio diventa anarchica. Nella colonia penale riprende il suo mestiere di istitutrice e stabilisce rapporti con la popolazione indigena dei Canachi. A proposito del contesto storico in cui si sviluppò la personalità di Louise Michel è da considerare in relazione di cosa stava accadendo in molte altre parti del mondo, in particolare nella Russia prerivoluzionaria. Un testo di grande valore culturale pubblicato nel 1948 da Einaudi: “Il materialismo dialettico sovietico” di Gustavo A Wetter. S. J. religioso Gesuita grande studioso del marxismo-leninismo. E cosi inizia il III capitolo del libro. Una delle conseguenze della concezione materialistica della storia è che l’evoluzione della teoria marxistica non può essere compresa se non si conoscono i moti politici e sociali di un dato paese nell’epoca considerata. Sarà perciò indispensabile di dare uno sguardo sia pur sommario all’evoluzione dei movimenti rivoluzionari in Russia come in altre parti del mondo. Rimanendo nella Russia ottocentesca negli anni 1840-50 al tempo del celebre ” Idealismo” russo e quando avvenne la scissione del pensiero russo in slavofilismo e occidentalismo…. Belinskij Bakunin Herzen si levarono violentemente contro ogni oppressioni della personalità umana e ne propugnarono l’emancipazione. Bakunin e Herzen si diedero anche personalmente all’attività rivoluzionaria. Ciò a quei tempi non era possibile che fuori della Russia, ma per mezzo dei loro scritti essi esercitarono un grande influsso anche nell’interno del loro paese. Lo sdegno e l’indignazione provata da questi Nichilisti-Anarchici russi per le condizioni in cui vivevano i contadini servi della gleba ai tempi di Nicola I era tale da denunciare con forza impegnandosi con grande coraggio e di denuncia delle ingiustizie e barbarie praticate dal regime Zarista sul proprio popolo. Matrimoni coatti, servizio militare che durava fino a 25 anni, cui venivano costretti anche i padri di famiglia, bastonature a sangue somministrate dai padroni ai contadini per capriccio, ecc. Cominciò cosi quel moto per l’emancipazione della persona umana concepito come liberazione da ogni autorità superiore. Questa espressione e stato d’animo ebbe massima espansione in Russia nel decennio 1860-70. Turgenev in “Padre e figli” nella figura di Bazarov ben esprime il conteso umano culturale e spirituale del tempo. E giustamente Berdjajev definisce questi spiriti Nichilisti-Anarchici molto affini con la religione cristiana vedendone una capacità di sacrificio di sé quasi illimitato per i propri ideali , di giustizia e di emancipazione del popolo oppresso e reso schiavo. Rileva Berdjaiev, quantunque il mistero della croce fosse loro estraneo, si mostrarono pronti ad accettare il martirio distinguendosi in ciò molto favorevolmente dai cristiani della loro epoca, poco disposti al sacrificio e alla rinuncia. E’ assai emblematico e importante il notare come questi “spiriti idealisti terreni” fossero figli di Preti. (In Russia il clero ortodosso è ammogliato) ed educati nei seminari, dove erano imbevuti degli ideali cristiani di giustizia sociale. Cosi avvenne che i seminari ortodossi in Russia divenissero spesso come dei semenzai della rivoluzione. E allora emerge come i Vangeli a una attenta lettura non dogmatica siano stati fonte di ispirazione grazie al Cristo storico di grandi processi “rivoluzionari” che tra difficoltà inverosimili cercano di creare coscienza collettiva per combattere il potere sempre più oppressivo che sta determinando forme moderne di schiavitù spaventose. Attualissima la figura Anarco-rivoluzionaria di Luise Michel il suo indomito coraggio la sua costante tensione etico-sociale la sua spiritualità, il suo femminismo, attento e teso a scardinare secolari lacci ed emarginazione dell’universo femminile. Ripropongo un fondamentale assioma di un grande intellettuale contemporaneo un grande e coltissimo spirito “rivoluzionario” nel concepire la modernità e questo inedito passaggio antropologico da una civiltà alla costruzione dell’uomo INEDITO con un balzo “evolutivo” come lui definiva l’inevitabile evoluzione del genere umano. Per salvare Ogni forma vivente animale e vegetale. Padre Ernesto Balducci in una sua famosa omelia disse: “Se tu scegli di vivere facendo centro su di te… hai voglia studiare, diventare un uomo di grande cultura, un premio Nobel un luminare universitario…: Non capirai niente! Se tu scegli di vivere mettendo il centro di te fuori di te, di mettere questo centro tra le cose tra le creature tu hai la sapienza! Luise Michel era questo la sapienza”
Vittorio da Rios
Dalla “città dei pazzi”…
Un prezioso ricordo che ci regala Daniela Morandini: l’incontro con Germano Sartelli. Tutto ritorna grazie a una telefonata e una testina di piombo…
“Una telefonata che non aspettavo. E’ Marzia Sartelli, la figlia dell’artista che lavorava coi “matti” e che, più di cinquant’anni fa, dalla mia faccia fece una scultura. Non ho mai conosciuto la signora Marzia e le chiedo come mi abbia trovato.
“C’era una sua lettera – mi spiega – tra le carte di mio padre”.
Avrò avuto sei o sette, anni quando conobbi Germano Sartelli. Creava in uno spazio all’aperto della Rocca Sforzesca di Imola, la “città dei pazzi”, dicevano. Si chiamava Germano, un nome che, chissà perché, mi ricordava le avventure dei Nibelunghi.
Aveva bocca e mani grandi e cominciò a disegnare. Da quegli schizzi veloci uscivano i miei occhi, il mio naso, le mie orecchie, ma non ne capivo l’utilità. Avevo sentito la storia di un uomo e del ritratto che diventava vecchio al posto suo. Un patto col diavolo si mormorava, ma non ci credevo.
“Sai, io lavoro coi matti” mi disse senza lasciare la matita.
Mi chiesi se anch’io avessi qualcosa che non andasse bene e forse mi lesse nel pensiero:
“Beh, siamo tutti un po’ matti, un po’ normali, un po’ grandi, un po’ piccoli”.
Forse era un po’ matto anche lui: dicevano che dipingeva con la fiamma ossidrica, che faceva quadri con le ragnatele, i mozziconi delle sigarette e i fili di ferro, ma quei disegni erano belli. Da quei bozzetti, Sartelli plasmò una testina di terracotta rossa sulla quale fece colare del piombo. Ne uscì quasi una maschera carica di pensieri.
“Io ti vedo così” mi spiegò. “Guarda quell’albero: spostati più in là, vai dall’altra parte, poi su e più giù. L’albero cambia a seconda di dove stai. L’importante è che ognuno dica quello che pensa e che tutti provino a capirsi. Guarda da quella parte…”.
Mi stava indicando quella che per Brecht era la parte del torto, ma non lo sapevo. Così come non potevo immaginare che stava scolpendo per la Biennale del ’64 con Afro e Fontana e che, dagli anni Cinquanta, ogni giorno andava ad insegnare arteterapia all’ospedale psichiatrico Lolli di Imola. Ma i miei ricordi ora si fermano davanti a quelli della signora Marzia:
“Quell’ospedale, era quasi una casa per me. Ho dormito tante volte, negli studi dei medici, perché anche mia madre, Graziana Albonetti, lavorava lì. Era una giovane psichiatra che sarebbe diventata primaria, fu la prima in Italia. Erano gli anni Sessanta e io ero una bambina quando la mamma diede il permesso gli ammalati di tenere i gatti. Prima, li avvelenavano… Prima, c’era il manicomio dell’Osservanza, con le camice di forza e le persone legate ai letti. Grazie agli studi di psicopatologia dell’espressione di Gastone Maccagnani, si aprirono le botteghe: la falegnameria, l’officina, la sartoria. Bisognava far passare la giornata, bisognava imparare un mestiere. Molti disagi erano legati alla povertà. I malati erano persone ingenue e affettuose: stavo volentieri con loro. Una ricamatrice mi insegnò persino a fare il macramè, il merletto dei marinai. Mio padre aveva il laboratorio di pittura e di scultura: ferro, legno, tempere, giornali, carta, tanta carta. Avrebbe dovuto indossare un camice, ma non lo mise mai: lo dava ai pazienti… voleva accorciare le distanze”.
Al Lolli di Imola, entrò così anche l’Art brut di Dubbefet, la teoria estetica delle opere grezze, spontanee, come quelle dei carcerati, dei bambini, degli alienati. Arte e medicina si incontrarono. Le sculture di Sartelli e i colori della sofferenza si parlarono.
“Papà diceva che chi ha paura disegna con una precisione ossessiva, spezzetta lo spazio per difendersi” continua la signora Marzia. “Gli schizofrenici, invece, dipingono un infinito che non si sa mai dove possa andare a finire. Erano storie difficili, ma lui sorrideva sempre.
La telefonata che non aspettavo sta per finire. Ringrazio la signora Marzia. Le dico che quella testina colata nel piombo è ancora con me. Non è diventata vecchia al posto mio, non ho venduto l’anima al diavolo e, forse, sono rimasta dalla parte del torto.
Daniela Morandini
Compagna solitudine
Il mio contributo al numero di gennaio di Voci di dentro. A proposito dell’amore negato. Ricordando Mario Trudu, l’eterno ergastolano, che il carcere ha tenuto stretto a sé fino alla morte…
Quale terribile costrizione, del corpo e dell’animo, dà l’assenza forzata di una relazione sentimentale e fisica con persona dell’altro sesso. Provate a immaginare. E provate a immaginare quest’assenza lunga tutta la vita. Che per sopravvivere si può arrivare a negarla… Come mi ha insegnato Mario Trudu, quarant’anni di carcere senza un respiro e una morte ingiusta e crudele senza che gli fosse concesso, già molto malato, il permesso di rivedere per qualche istante la sua casa.
Curando il suo primo libro, Totu sa beridadi, la sua autobiografia, alla fine mi era sembrato che qualcosa mancasse… Mario era finito in carcere a 28 anni. “Possibile che in tutta questa storia non ci sia l’ombra di una donna?” gli chiesi durante un colloquio, e ancora vorrei rimangiarmi indietro quella domanda, ché lui quasi pianse…
Al colloquio successivo arrivò con una nuova pagina che qui ripropongo. Già il titolo che volle dare a quel breve capitolo tutto dice:
Quando la cosa più bella diventa dolore eterno.
“Ecco, ero giunto alla fine della libertà e il giorno del mio arresto si è spento anche il sogno di potermi creare una famiglia con la persona che amavo più di ogni altra cosa, la donna che in quel tempo di lavoro sui monti ogni volta che potevo andavo a trovare. Questo distacco è stato una cosa tremenda, troppo dolorosa anche solo parlarne, ed è il motivo per il quale in queste pagine non sono riuscito a parlare di lei, e non credo che per la mia compagna la sofferenza sia stata più tenue. Sono certo che le è stata per lungo tempo insopportabile, ma sono stato costretto dalla violenza dell’ingiustizia a dare uno strappo netto, per evitare che andando avanti nel tempo sarebbe stato ancora più difficile lasciarci. Fin dal primo contatto epistolare, anche se è stato difficile trovare le parole meno amare per dirle che era tutto finito, ho cercato di spiegarle meglio che ho potuto la mia intenzione di chiudere lì la nostra importantissima e bellissima esperienza di una sia pur parziale vita insieme. Una lettera che ho dovuto scrivere dozzine di volte. Non mi riusciva farne una copia senza che fosse inzuppata di lacrime. Ancora oggi, dopo lunghissimi anni, scrivendo i miei occhi si velano di inquieta tristezza mischiata a lacrime amare, anche pensando a quei figli che non sono mai nati. Ma la tecnologia di oggi è impermeabile all’umidità, le lacrime non sbiadiscono la scrittura, il computer nega la mia emozione più vera. Lei per lungo tempo ha continuato a scrivermi e io ho continuato nel mio doloroso e ostinato mutismo, credendo di fare la cosa più giusta, finché anche lei ha ceduto alla mia decisione. Con lei mi sono comportato da spietato dittatore, difficile capire se la nostra rinuncia e il suo enorme sacrificio siano stati veramente un bene, io posso solo immaginare quale è stato il suo dramma, ma è andata così. Se potessi tornare indietro non so se avrei dato un taglio così netto, magari avrei cercato di convincerla gradualmente, che per lei sarebbe stata la cosa migliore da fare. Oggi sento un grande rispettoso voler bene nei suoi confronti.
Per grande rispetto di questa meravigliosa donna non pronuncio nemmeno il suo nome, ma mai nessuno potrà cancellarlo, come pure la sua immagine dentro di me. La ringrazierò sempre per i ricordi bellissimi che mi ha lasciato”.
In seguito, in altri scritti, Mario parlerà della sua compagna Solitudine, che definiva una splendida “convivente”, per un sodalizio indissolubile lungo quarant’anni. Tanto che, racconta Mario con la tragica ironia di cui era capace, un giorno che si era allontanato dalla cella per un incontro con un gruppo di studenti, temeva si sarebbe infuriata per quella pur breve assenza. Ma al rientro in cella, racconta, “trovai la mia compagna intenta ad apparecchiare il tavolo già addobbato di fiori e candeline, mi avvicinai in punta di piedi prendendola alle spalle, la strinsi a me, lei si voltò e mi baciò. Tutta quell’ira, quella incomprensione era sparita, e passammo una serata felice, come se fosse l’inizio di una nuova storia…”
Porrajmos, il genocidio dimenticato
Porrajmos. Non tutti, forse, conoscono questa parola. Eppure, è una delle parole del genocidio. Porrajmos, in lingua romanì, che può essere tradotto con “il grande divoramento” oppure “devastazione”, è lo sterminio di sinti, rom e camminanti di cui raramente si parla. Eppure, le stime parlano di un numero che va dalle 300mila alle 500mila vittime. E nonostante le ricerche e gli studi siano andati avanti, questa tragedia collettiva non ha ancora avuto il giusto riconoscimento.
Una data per quelli che noi frettolosamente e senza troppe sottigliezze chiamiamo “gli zingari”, per ricordare il loro dramma, c’è: è il 2 agosto, scelto in base a un accordo internazionale perché il 2 agosto del 1944 molti rom, donne bambini e anziani, furono sterminati a Birkenau. Ma chi lo sa?
Le nostre distrazioni sono tante, e vengono da lontano. Nel processo di Norimberga, ricordano gli storici, in alcune deposizioni qualcuno parlò di sterminio degli “zingari”, ma nessun rom o sinti fu chiamato a testimoniare.
Mentre non c’è stato posto per loro nella legge italiana che istituì il Giorno della Memoria.
Un’assenza che non è casuale. Il nostro pregiudizio è tanto, e l’emarginazione passa anche per la negazione del ricordo.
Certo, non aiuta il fatto che la memoria cui si affidano rom e sinti è prevalentemente orale. Ma voglio suggerire la lettura di un libro che tanto racconta: “Forse sogno di vivere”, testimonianza della terribile esperienza di una bambina rom deportata a 11 anni a Bergen-Belsen, insieme alla madre. La bambina, Ceija Stojka, da quel lager si è salvata, ha poi fatto la venditrice ambulante, a Vienna, e quei giorni tremendi ha continuato a testimoniare non solo con questo libro scritto cinquant’anni dopo, ma anche in tante sue poesie, in dipinti, che sono racconti di vita, che sono racconti di morte. E’ morta proprio sul finire del gennaio di dieci anni fa…
Porrajmos.
Gli studi storici continuano. Oggi sappiamo delle violenze e dei morti nei campi di concentramento europei, soprattutto di Auschwitz, Kulmhof, Bialystok e, ma anche in Italia. A Perdasdefogu (Nuoro), ad Agnone (Campobasso), a Tossicia, ai piedi del Gran Sasso, a Ferramonti (Cosenza), a Poggio Mirteto (Rieti), nel manicomio dell’Aquila, a Gries (Bolzano), come ha ricordato l’associazione Migrantes, che ha sottolineato anche che molti dei rom sopravvissuti “diedero un contributo significativo alla nascita della democrazia nel nostro Paese”. Ma chi lo ricorda? Chi li celebra oggi?
Ritornano le parole di Ceija Stojka: “Auschwitz non è morto, sta solo dormendo”. Monito cui dovremmo dare ascolto.
Non vi sembri troppo, ma il fantasma di Auschwitz (con quell’altra parola del genocidio, Porrajmos) che pure dorme, è lì, dietro tante storie dell’oggi che sono storie di emarginazione e di spregio cui non facciamo più caso. Chi si è accorto delle difficoltà delle famiglie rom “chiuse” nei campi durante la pandemia? Chi ne ha parlato? Ricordo la voce accalorata di Marcello Zuinisi, che aveva impegnato tutta la sua vita nella difesa dei diritti dei rom. Marcello, che ora non c’è più, allo scoppio della pandemia, denunciando il peggioramento delle condizioni che ne seguì per chi viveva nei campi, mi disse: “Possibile che nessuno si occupi della situazione nei campi rom? Dell’isolamento che rischia di portare alla morte per fame e malattie… Nessuno risponde, mentre le famiglie piangono dalla fame…”.
E che dire delle quotidiane forme di “respingimento” dettato dalla nostra idea di decoro, degli sgomberi per lo più forzati che tante famiglie hanno lasciato per strada. Anche se da tempo l’Associazione 21 luglio” (che appunto di diritti dei rom e sinti si occupa), ad esempio, spiega che il superamento dei campi rom è possibile tanto per cominciare “finendola di considerare gli abitanti dei campi rom dei ‘disabili sociali’, bisognosi di interventi rieducativi su base etnica”…
E parlando della difficile vita dei rom, come non pensare alla vicenda di Hasib Omerovic, il 36enne sordomuto che il 25 luglio dello scorso anno è “caduto” dalla finestra della sua casa, nel quartiere romano di Primavalle, durante un intervento della polizia. Che volete, era un disabile, disturbava per strada, era pure un rom… Se ne è parlato davvero solo dopo che l’Associazione 21 luglio, insieme a Riccardo Magi che ha presentato un’interpellanza, ha denunciato l’episodio in Parlamento, ed è partita l’inchiesta che va avanti e oggi si allunga la lista degli indagati, lo svelamento di violenza e depistaggi…
Per la cronaca, Hasib Omerovic è uscito dal coma dopo due mesi, è ancora ricoverato, e solo adesso inizia a muovere autonomamente i primi passi. Mentre la sua famiglia è subito fuggita dalla casa in cui abitava. “Abbiamo paura”, avevano detto…
I momenti più bui della nostra Storia, sono lì, acquattati dietro le violenze, le discriminazioni, le offese che non sempre vogliamo vedere…
Pensando al “Porrajmos”, quella declinazione del genocidio che il Giorno della Memoria sembra dimenticare.









