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    Il papà di Carlo

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    Ancora uno “schizzo” di Daniela Morandini, che di frammento in frammento, ci regala memorie di vita… Il papà di Carlo… Di Carlo leggeremo in seguito…

    “Il papà di Carlo era un distinto avvocato, si chiamava Peppino ed aveva una venatura comica non tanto nascosta. Carlo invece era molto serio, ma forse no, perché alla fine del secondo trimestre fece il verso all’insegnante di Italiano. Quando era il suo compleanno andavamo alla sua festa. Eravamo compagni di scuola e ci chiamavamo per nome e cognome, come quando facevano l’appello. L’avvocato ci apriva la porta e tornava in un salotto dove in qualsiasi momento sarebbe potuto andare in scena una dramma di Ibsen. Noi andavamo in camera di Carlo, dove c’era il suo cavalletto da pittore, perché lui sapeva già dipingere ad olio draghi e paesaggi campestri.  Si scartavano i regali: libri a colori di corsari e di filibustieri, storie di indiani e di orfanelli inglesi. Da un mangiadischi giallo, un quarantacinque giri ci rimproverava per non sapere niente di campi di grano, né di amori profani e un motivetto presagiva che ci avrebbero tirato pietre in faccia per tutta la vita. Puntuale alle cinque, arrivava la mamma di Carlo, signora gentile, un po’ demodé, ma mica tanto, perché guidava la macchina, ed era a capo di una tenuta agricola. Ci portava nella sala da pranzo, dove c’era un pianoforte, un lume sorretto da un moretto col turbante, i panini dolci, le pizzette e i pasticcini. Dopo la torta, venivano a prenderci e noi, che non volevamo andare via, ci chiudevamo nella camera di Carlo con le provviste, tanto dopo le feste non si cenava mai. Una sera all’improvviso il papà di Carlo entrò nella stanza con un archetto e un violino. Lo appoggiò al mento e cominciò a suonare, poi richiuse la porta e tornò in salotto. Era la prima volta che ascoltavo un violino dal vero. Più tardi seppi che era l’ouverture del Concerto in re maggiore op. 35 di Tchaikosky.

    Daniela Morandini

    Ancora un pensiero per Pino..

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    Vittorio da Rios, che ringraziamo, ci manda il suo pensiero per Pino Roveredo. Come sempre abbracciando il mondo…

    “Per i tanti labirinti e impegni che la vita a volte ti porta a percorrere di Pino avevo appena scorto il suo notevole valore narrativo frutto di recensioni, e letture altrui, che radiografavano la sintesi di una vita tra le tante tribolate e sofferte oltre il sopportabile. Pino era uno spirito per vita vissuta oltre il “fossato” del vivere il normale. Aveva nella sua complessa quanto unica vicenda terrena attraversato tutti i lidi del dolore, della privazione, della solitudine, dell’essere altro, del patire ingiustizie assolute, espressione di una realtà sociale drammaticamente disuguale. E ne ha fatto un autentico capolavoro espressivo di grande valore letterario, culturale, sociologico, antropologico, da trasmettere soprattutto ai giovani. e alle nuove generazioni che si affacciano ora nel proscenio della vita e ne saranno futura classe dirigente. Pino, le cui opere sono oramai immortalate a futura memoria, rientra nel grande affresco nella cui cornice sono raffigurate donne e uomini vittime di quelli che io da tempo definisco: I CRIMINI DI SISTEMA. Il pensiero non può non andare a figure come Carmelo Musumeci, a Mario Trudu, a Paolo Conte, a De Feo, e a molti altri che hanno patito pene indicibili causa di un sistema organizzativo sociale di tale proporzioni disumane da sconvolgere la vita nella sua essenza fondativa. Da chiedersi ma cosa ne abbiamo fatto della Costituzione? Dei principi costitutivi in particolare uno dei pilastri dello Stato di diritto “l’articolo tre”. Carta straccia vien da dire! E come è stato possibile che questo avvenga inanzi a un capolavoro di sintesi di varie anime culturali, ideali, filosofiche, religiose, politiche, che hanno reso possibile il più grande testo, ossatura e pilastro fondativo della nostra Repubblica, e preso da esempio per elaborare e modificare carte Costituzionali di molte “democrazie occidentali” e non solo. Mi chiedo e chiedo a giuristi, filosofi del diritto, legislatori, autorità di ogni ordine e grado,mondo produttivo Cooperativo e privato, sistema bancario e alta finanza, intellettuali,forze politiche, se oggi ancora questo nobilissimo termine a un qualche valore identificativo, come si pensa di incedere in un futuro prossimo per rendere il minimo attuabile la nostra Costituzione e ripristinare un decente Stato di Diritto? Più che ascrivere nelle aule dei tribunali la scritta che francamente oggi esprime totale oscenità giuridica e un diritto disuguale nella concretezza del vivere quotidiano: ” LA LEGGE E’ UGUALE PER TUTTI” sostituendola con l’artico tre della nostra Costituzione: Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
    E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Gia nel secolo breve, uno tra i massimi pensatori contemporanei Hans Georg Gadamer rifletteva che la nostra è un’epoca caratterizzata dalle conseguenze degli enormi sviluppi tecnologici avviati dalla rivoluzione industriale. Alla fine di quest’epoca, ossia nella seconda metà del XX secolo negli anni della ricostruzione, dopo le due guerre mondiali, la rivoluzione industriale ha di nuovo raggiunto le proporzione di un’onda che tutto sommerge e trascina. Ed è dentro questo paradigma conoscitivo storico-filosofico, con la lucida e razionale consapevolezza, che quello che oggi chiamiamo scienza è com’è noto una creazione dell’età moderna che ha avuto inizio con Galileo Galilei: Fino ad allora le capacità inventive dell’umano si erano limitate più che altro a riempire gli spazi lasciati dalla natura. Ecco ora invece aprirsi una nuova epoca, in cui l’ingegno umano impara a riprodurre artificialmente gli oggetti naturali e, addirittura a costruire una nuova realtà. Il metodo scientifico e le sue protesi tecnologiche diviene cosi la nuova forma per dominare la natura, che cosi viene ridotta a campo da dominare e non è considerata come madre della vita. Ecco allora come con le sue opere ha evidenziato uno dei grandi fisici contemporanei Luigi Sertorio ” Si è costruito il mostro tecnologico di potenza: Armiero-finanziario-produttivo- consumistico, oramai fuori controllo all’uomo stesso che non può che constatarne le conseguenze. Guerre, massacri, genocidi, affamamenti miseria in vasti strati del Pianeta e nelle stesse ricche e opulenti società che definiamo “Evolute”, e oggi in grande crisi. E’ da questi radicali quanto irreversibili mutamenti economici e antropologici, mai prima sperimentati nella multi millenaria storia dell’ominide che dobbiamo riflettere e comprendere le opere di Pino Roveredo. Il suo autentico calvario esistenziale che riflette e fa sintesi di altri infiniti calvari, da cui a tratto l’humus e energia per donarci i suoi capolavori. E da qui quel balzo evolutivo balducciano oltre il tutto finora costruito in termini conoscitivi, Filosofici-Scientifici-Economici. Che porterà alla costruzione dell’uomo nuovo.” INEDITO” oltre all’uomo EDITO che conosciamo i limiti e le tragedie che ha determinato nel corso della storia. E abbia come guida tra le tante innovative, nel suo incedere in futuro come recita un prezioso lavoro di Ferrari: NO PRISION. NO PRIGIONE metodo superato dalla storia quanto dalla sua dimostrata inutilità. Un caro saluto.

    Vittorio da Rios

    Le parole di sangue di Pino Roveredo, scrittore degli ultimi…

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    Un pensiero allo scrittore triestino che, da quando ne ho conosciuto le pagine, ho sempre trovato straordinario. Pino Roveredo, che se ne è andato nell’alba gelida e ventosa di sabato. Di lui leggerete dei racconti, dei romanzi, dei testi teatrali, dei premi, del Campiello, della sua vita “in salita”, spesso difficile fra traumi e dolore, che racconta con quel misto di durezza e dolcezza di cui era capace ne “I ragazzi della via Pascoli”.
    Tanto ci sarebbe da dire sui suoi libri (che tutti invito a leggere), sulla sua vita, del suo occuparsi sempre del mondo degli ultimi, di chi vive ai margini… è stato fra l’altro garante dei detenuti del Friuli-Venezia Giulia.
    Ma oggi voglio ricordarlo per la generosità con la quale rispose a una cortesia che mi permisi di chiedergli, sapendolo tanto sensibile ai problemi del mondo carcerario.
    Pino Roveredo l’ho conosciuto grazie a Monica Murru, avvocato, che sapeva del mio progetto di fare qualcosa per Davide Emmanuello, detenuto da una ventina d’anni e più, al 41-bis, di cui da un po’ di tempo seguivo le vicende. Di Emmanuello avevo lettere, tante, scritte ad un amico in altro carcere, e che questo di volta in volta mi girava. Lettere tremende… non potevano restare solo il fascicolo sulla mia scrivania cui a tratti, nei mesi, continuavano ad aggiungersi fogli… Ero alla ricerca di qualcuno che fosse in grado di ascoltare davvero quest’urlo e, consigliata da Monica, alla fine le avevo spedite a Roveredo che, certo, se ne sarebbe lasciato straziare.
    E Pino all’urlo di quelle lettere ha risposto con le parole di sangue di cui è capace. Come solo chi il carcere l’ha conosciuto e … “ho iniziato a occuparmi degli altri, gli ultimi in classifica. Con grande egoismo, perché in verità ho cominciato a farlo per occuparmi di me stesso”.
    Emmanuello e Roveredo mai si sono fisicamente incontrati. Ma fra loro è nato un dialogo che è diventato un libro che squarcia il velo dell’ipocrisia che nasconde l’inferno del “regime di tortura del 41bis”. “Diversamente vivo, lettere dal nulla del 41-bis”.
    E nulla parla meglio della sua scrittura.
    Aveva scritto, Pino (in “Ferro batte ferro”), uno straordinario atto d’accusa contro una società che “ha bisogno di delinquenti su cui puntare il dito, per sentirsi migliore. Il Sert ha bisogno dei tossici per dare un motivo alla sua esistenza. Le rivendite alcoliche hanno bisogno degli alcolizzati per mantenersi in vita. I tabaccai e il monopolio di Stato ha bisogno dei fumatori per riempirsi le tasche con la disgrazia altrui”, raccontando della sua pur lontana esperienza in carcere, e di come l’angoscia fu la sua salvezza…
    E “fu proprio quell’angoscia a scuotermi e darmi la forza di mettere la testa fuori dall’inferno carcerario, ed afferrare con una rabbia che non conoscevo… la coda della vita”.
    Pino che dedica a Emmanuello ancora parole di sangue, ma che pure con dolcezza, come in un abbraccio, scrive:
    “Se potessi, scavalcando le schiere rigide dei moralisti, forcaioli, giustizieri, giustizialisti, salteri oltre i muri della costrizione, poi entrerei nella galleria scura del 41bis, dove è vietato parlare, urlare, vivere, e tirerei fuori dal mio desiderio l’invenzione di una chiave. La infilerei nella serratura della porta blindata e con un giro di mano, libererei il passaggio e mi concederei il piacere di un invito.
    -Dai Davide, sbrigati che abbiamo solo un’ora di tempo! –
    Se potessi lo prenderei per mano, e imbrogliandogli la misura stretta di un passo che dura da più di vent’anni, gli farei indossare i passi larghi della fretta e poi lo trascinerei oltre i cancelli, lungo i corridoi, fuori dal portone.
    Una volta fuori, gli regalerei un’ora di sole, gli farei respirare un’ora di aria, quella che non sbatte tra le mura dei reclusi. Per un’ora lo guarderei accarezzare un albero, baciare un fiore, sentire il profumo di una manciata di terra, gli indicherei la direzione del volo delle rondini, la riga lontana dell’orizzonte, e poi lo inciterei a liberare le gambe verso una corsa lunga sessanta minuti, proprio come si faceva da bambini, andare, correre, fino a quando non ti scoppiano i polmoni.
    Ripeto, un’ora, non se ne accorgerebbe nessuno.
    Dopo, giuro, che lo riporterei dentro la sua abituale castrazione, felice di avergli dato, non un’ora di libertà, quanto la forza per lui sconosciuta di un piccolo, minimo fiato di… umanità!”
    E un abbraccio a Pino, ché la bellezza e la forza delle sue parole, contro ogni ipocrisia, sempre ci accompagneranno…



    Angeli…

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    Daniela Morandini e i suoi angeli… delizioso racconto.. leggete..

    Quando il bambino era bambino/ Se ne andava a braccia appese,/ voleva che il ruscello fosse un fiume, /il fiume un torrente / e questa pozza il mare

    (Peter Handke)

    “Mi preoccupai molto quando venni a sapere che anch’io avevo un angelo custode. Mentre una canzone implorava un pittore di dipingere un angioletto nero, il mio era addirittura trasparente.  Chissà  se era di vetro o della stessa materia di quella medusa che avevo visto evaporare sulla spiaggia. In questo caso avrei  dovuto dargli  tanta acqua e sarebbe stato difficile considerato che, come  sostenevano alcuni, stava sempre aggrappato alla mia schiena. Aveva anche ali che si sarebbero potute incastrare nella catena della bicicletta. Così mi avrebbe fatto cadere, si sarebbe fatto male anche lui e io non avrei saputo dove mettere un cerotto su un angelo trasparente. Magari poi avrebbe fatto la spia: avrebbe detto che correvo giù per quella discesa dove non dovevo andare. La sera bisognava salutarlo con una preghierina e questo era facile, ma poi non avrei dormito più: se mi fossi girata l’avrei soffocato o mandato in mille pezzi. Se fosse stato di  vetro mi sarei tagliata e se fosse stato come la medusa mi sarei ustionata. In ogni modo non sarebbe stato piacevole restare nel letto con un angelo morto. Mi chiedevo anche  cosa dargli da mangiare, come fare a lavargli i denti e se a scuola avessi dovuto nasconderlo e dove, perché sotto al banco c’era spazio solo per la cartella e per la merenda. Quindi avrei dovuto stare sempre dritta e lontana dai muri per non fargli male. Inoltre,  se era vero che tutti hanno un angelo custode, saremmo diventati il doppio e in classe non c’era posto per tutti. Mi rasserenai un po’ quando mi spiegarono che non ero io a dover pensare a lui, ma era lui che doveva proteggere me. Quasi quasi mi convinsero: l’angelo mi avrebbe suggerito quando venivo interrogata alla lavagna, ma chissà che lingua parlava… Forse avrebbe evitato che mi sbucciassi le ginocchia, avrebbe finito lui di mangiare gli spinaci e fatto in modo che nessuno si accorgesse della sparizione di un uovo di Pasqua. Ma non accadde nulla di tutto ciò e piano piano mi dimenticai di lui.

    Solo molti anni dopo scoprii che gli angeli custodi non sono né di vetro né come le meduse, non si attaccano come le cozze alle persone, vanno in autobus e sono distinti signori che portano un cappotto nero e la sciarpa anche quando fa caldo. E’ vero che hanno le ali, ma volano sui muri più alti e dormono in cima alle statue senza disturbare nessuno. Ogni tanto sono tentati di diventare umani, ma poi riflettono e lasciano perdere.  Molti di loro sono stati abbattuti e quei pochi che restano fanno quello che possono.

    Daniela Morandini





    Balla coi libri

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    E’ arrivato in libreria, Balla coi libri: Marcello Baraghini, il fondatore di Stampa Alternativa, l’inventore dei Millelire e tante altre cose ancora, si racconta a Daniela Piretti… Ho avuto il piacere e l’onore di scriverne la prefazione, che vi propongo, per un libro che è anche una scommessa editoriale …

    “Per il nostro primo incontro Marcello Baraghini mi aveva dato appuntamento al tavolino di un bar della stazione Termini. “E’ il mio ufficio”, mi aveva detto lasciandomi un po’ perplessa e confusa, che dal tono sembrava terribilmente serio. Certo, da quel che avevo letto e capito dello spirito radicale del fondatore della leggendaria Stampa Alternativa, non potevo aspettarmi un signore in giacca e magari cravatta dietro una scrivania tirata a lucido… Ma quell’uomo maturo con zaino simil militare dall’aspetto scompaginato da militante battente percorsi beatnik, seduto a quel precarissimo tavolino di bar, avrebbe spiazzato chiunque. E in pochi secondi mi ha spiazzato una seconda volta, col suo parlare sommesso di entusiasmo e insieme affidabilità e rigore, e una gran ricchezza di pensieri e sogni.
    Mi è presa allora una suggestione: che quello zainetto che Marcello teneva ben stretto a sé dovesse magicamente contenere chissà quanti altri preziosissimi sogni e pensieri e ricordi. Sempre l’avrei poi visto, Marcello, con quel suo zaino, in spalla, tenuto d’occhio accanto a uno sgabello, ai suoi piedi…
    Difficile ora non pensare, sfogliando le pagine di questo manoscritto, che tutto sia saltato fuori da lì. Grazie a Daniela Piretti, che ogni cosa ha aiutato a sciogliersi e dipanarsi, tirando fuori dall’anima anche momenti silenziosi di ritrosia. Quasi un gioco, per un serissimo giocare, intorno all’arte della maieutica, di due persone, Daniela e Marcello che, conosciutisi da giovani, dopo tanto tempo si rincontrano e lasciano che le loro vite tornino a intrecciarsi.
    Daniela racconta, interroga, sollecita, provoca.
    “Balla coi libri” è una lunga conversazione, su quel che erano, quel che sono, punteggiata da pagine come di diario, che attraversa la storia italiana dalla seconda metà del secolo scorso fino ai nostri giorni, seguendo il filo rosso degli inaspettati sentieri dell’editoria tracciati da quel ragazzaccio che era, e che è rimasto, Marcello Baraghini.
    Ma non aspettatevi un percorso cronologicamente corretto. Il lettore è avvisato da subito: Il tempo lineare è un’invenzione dell’Occidente. Il tempo non è lineare. E’ un meraviglioso groviglio, si ammonisce in esergo, con le parole di Lina Bo Bardi, rivoluzionaria figura dell’architettura del ‘900. Neanche questa scelta è un caso, ché fra rivoluzionari ci s’intende bene.
    E fra un incontro e l’altro, una corsa chiacchierando fra la montagna e il mare, un’attesa e un soffio di covid, si srotola il percorso di oltre cinquant’anni di editoria fuori dalle culture ufficiali, che inizia dando subito voce all’esplosione dei nuovi linguaggi, di nuove domande, cui le culture ufficiali sono sorde. Ricordate? “Anticoncezionali”, “Controcampo”, il “Manuale per la coltivazione della marjuana”, che qualche problema giudiziario pure sono costati. E ha continuato a ballare coi suoi libri, Marcello, anche quando è stato un dover ricominciare, come con l’amara vicenda che ha visto smantellato il patrimonio culturale di Stampa Alternativa. Ma la ferocia del mercato, l’esser “privi di un’adeguata cultura d’impresa”… Leggerete…
    Oggi, passato da mille avventure, di sfida in sfida, ogni volta rinato come un’araba fenice, Marcello è ancora qui, e il suo impegno mai ha perso l’originaria forte impronta provocatoria e libertaria.
    Un ragazzaccio. Un ragazzaccio-contadino che, quando il pensare è troppo anche per lui, corre nel suo orto dietro il casolare di Elmo, a scaricare la tensione: “Ho bisogno del piccone”. Piccone e zappa e, vi assicuro, le sue verdure e le sue pesche sono buonissime.
    Incontrare Marcello nei momenti creativi e organizzativi, come alla vigilia dei suoi festival di Letteratura resistente, nel suo quartier generale di Pitigliano, sempre stupisce. Frenetico, nemmeno il tempo di mangiare. Stupisce anche Daniela, che pure lo conosce bene: “Ma come fai?” chiede.
    “E’ l’adrenalina, gioia, sto bene, elaboro, elaboro”.
    Daniela appunta: “sorrido e rido con lui”. E noi sorridiamo e ridiamo con loro…
    Una sorta di passo a due, questa ballata intorno ai libri. Con prese a terra e prese in aria, e sinceramente in alcuni passaggi non saprei dire chi fa volare o sostiene chi, se Daniela o Marcello.
    E guarda il caso, come ancora una volta a sottolineare la capacità di stare istintivamente nelle cose, il libro finisce con il racconto di un rave (sì, di quelli che di questi giorni la tattica di distrazione di massa identifica come emergenza italiana!) in cui Daniela e Marcello s’imbattono sulla riva del lago di Mezzano. Un festoso incontro che rimbomba della “riproposizione del rituale antico allo scopo di infrangere le regole per produrre stati mentali collettivi”.
    Un’occasione per far dire a Marcello che, se da ragazzino era un solitario e si sentiva un diverso, furono i libri ad aprirgli la mente, e se pure il suo disagio giovanile come tanti l’ha condiviso con capelloni, musica e droghe… le sostanze dichiara di averle abbandonate da un pezzo. I libri no. Sono il suo “sballo”. E, sia chiaro, stiamo parlando di libri che rigorosamente infrangano le regole.
    Arrivati all’ultima pagina ti chiedi cos’altro si inventerà ancora. Cosa tirerà fuori dal suo magico zainetto. Qualcosa che, ne sono certa, è già acquattato nel suo esplosivo cervello, e magari Daniela già ha intuito e prende appunti.
    Sarà ancora, concedetemi un po’ di retorica che qualche volta pure ci sta, la sorpresa di una nuova musica per quel “ballo coi libri” iniziato tanto tempo fa e che, come in vortici di walzer, ancora ci fa girare la testa…

    Pensando ad Alfredo Cospito. L’urlo dei corpi…

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    Il 2022 viene ricordato da Marco Damilano come l’anno in cui “i corpi sono tornati a scrivere l’agenda politica globale”. In un bell’articolo che allarga lo sguardo dai corpi che fanno la rivoluzione in Iran, a quelli sui quali si giocano le sorti della guerra ai confini dell’Europa, ai corpi migranti dal Mediterraneo ai Balcani…
    Corpi, contro dittature, dei governi e dei sistemi, che, esposti al sacrificio, diventano inno alla libertà, al pensiero, alla vita…
    E anche se certo molto avrebbe spostato lo sguardo e il discorso, mi aspettavo chissà perché di leggere di un altro corpo, che non è massa, ma a noi tanto vicino. Certo, altra storia, altro discorso… ma non riesco a non pensare ad Alfredo Cospito, e al suo corpo messo in gioco nelle nostre galere, per denunciare l’assurdità di una pena assolutamente sproporzionata rispetto al reato compiuto (ne abbiamo parlato). Luigi Manconi ricorda che la proporzionalità è la base del diritto, ed è questa proporzionalità che viene oggi offesa. Con una pena che sembra essere piuttosto condanna di un pensiero che si vuole morto.
    Oggi Alfredo Cospito, in quel buco nero che è la sezione del 41bis del carcere di Sassari, è al suo settantaseiesimo giorno di sciopero della fame, ha perso 35 chili (un’enormità) e il suo corpo, il suo cuore, dicono i medici, potrebbe cedere da un momento all’altro.
    Di corpi prigionieri avevo letto ne “Il bosco di Bistorco”, un testo che cito spesso perché è uno dei più interessanti, complessi, profondi libri scritti sulla contenzione. In un capitolo, dedicato a come “l’istituzione manipola, mutila e distrugge l’identità del corpo del recluso e come il recluso si auto mutila per affermare la propria identità”, si spiega un paradosso che ne deriva: il suicidio come estrema scelta di libertà e di vita. “Darsi la morte prima di diventare un morto vivente”.
    Ma non è solo questo. L’automutilazione estrema, per usare un eufemismo, che Cospito ha scelto è un urlo che diventa anche difesa della libertà di pensiero. Estremo quanto volete, il suo, ma che non ha ucciso nessuno, e che non giustifica il regime di morte (perché questo è il 41bis) nel quale il suo corpo è stato sepolto. E questo suo corpo ora oppone a una giustizia impossibile da riconoscere tale. Estrema risposta a una estrema deriva giustizialista. Difronte alla quale, benché non innocente, Cospito diventa piuttosto vittima.
    Forse non ci importa nulla di lui. Forse un anarchico, e tutta la “nebulosa” del pensiero antagonista, è cosa lontana da noi. Ma non ascoltare il grido che viene da quel suo corpo che si sta consumando significa non capire che quanto gli sta accadendo è cosa grave per tutti noi. Per tutti noi, anche se ben accomodati in salotti buoni. Ché i confini di quel che piace o non piace a chi tira le fila del pensiero “ufficiale” sono talmente mobili…
    Non so quanto Cospito lo pensi, ma sono convinta che quel suo corpo è comunque messo in gioco per tutti noi.
    E mi sembra, nonostante tutte le differenze che volete, di spazio, di tempi, di motivazioni… che c’è un filo rosso che unisce tutti i corpi del mondo di questi tempi messi in gioco in opposizione a qualsivoglia potere, quello del nostro anarchico compreso.
    E’ un errore culturale e politico pensare di fermare i corpi, scrive Damilano pensando ai mondi in rivolta. E’ un errore culturale e politico pensare di fermare, con il corpo di un anarchico, quello che non ci aggrada, mi permetto di aggiungere. Soprattutto se lo si fa calpestando principi su cui dovrebbe reggersi la nostra giustizia.
    Perché non è solo la vita di un anarchico a essere in pericolo in queste ore.
    Lo è la credibilità della Giustizia tutta. Di questa nostra Giustizia che, se nulla si smuove, e in fretta, morirà con Alfredo Cospito dietro il blindato di quella cella…

    Ancora: ma cosa ci fanno dei ragazzi in carcere?

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    …e a Francesco De Masi che scrive: “Personalmente ho sempre pensato che in verità il carcere è un male necessario specialmente per quelli come me che Hanno cercato di rubare il futuro ai giovani. Non riesco perciò a immaginare un mondo del tipo attuale senza il carcere. Altra cosa è per i giovani per loro si credo che sia necessario trovare una alternativa almeno per dargli la possibilità di maturare una forma di revisione critica visto che oggi i giovani sono pronti a farlo”.

    Vittorio da Rios risponde:

    “Caro Francesco a noi sfugge o non vogliamo osservare la realtà storica per quello che è. Manca una visione realistica della filosofia della storia. E mi spiego, ma si pensa che i crimini compiuto nel secolo breve le due guerre mondiali e molto altro ancora siano stati metabolizzati? O meglio sia possibili metabolizzarli? Dobbiamo capirci e siamo innanzi a crimini collettivi spaventosi con il coinvolgimento di ogni organo della società! In questo preciso momento in cui si discute con una indecente enfasi di catturare dei ragazzi vittime dei CRIMINI DI SISTEMA per rimetterli in carcere, il nostro paesello poco più di 300 mila chilometri quadrati e una popolazione di 60 milioni di abitanti mal distribuiti sul territorio ha investito nel 2022 una cifra in armi che supera i 30 miliardi di Euro con il programma di arrivare nel 2023-2024 a quasi 40 miliardi di Euro. In questo preciso momento ci sono tecnici e maestranze, sistema bancario ed industriale che lavora per produrre strumenti di morte e devastazione. Il nostro paesello è tra i primi esportatori di armi leggere, e il secondo produttore delle stesse. Le quali è bene saperlo sono responsabili del 90% delle uccisioni che avvengono oggi nel mondo. Quindi fatemi capire e ragioniamo con discernimento, con quale diritto anche giuridico oltre che etico morale si tiene in carcere dei ragazzi? Dov’è lo Stato di diritto? E l’applicazione della Costituzione? Uno dei cardini portanti della Nostra Carta Costituzionale recita più o meno cosi: E’ compito della Repubblica rimuovere tutti quegli ostacoli che impediscono ad ogni cittadino una giusta crescita civile e di partecipare con pari diritto alla stessa. Quindi cosa oggi si intende per reato? Tempo fa posi una domanda a un caro amico docente in una delle più prestigiose Università del paese, di filosofia e sociologia del diritto che prepara e forma i futuri avvocati, giuristi nonché magistrati. Se per ipotesi domani mattina scomparisse il reato come oggi ascritto nei “sacri codici di procedura penale” nei trattati del codice penale con tutti gli aggiornamenti del caso cosa succederebbe? Mi rispose una tragedia inverosimile! Te lo immagini, tribunali vuoti, carceri idem ,avvocati penalisti disoccupati idem i magistrati, e un esercito di dipendenti a vari livelli a dir poco disperati senza più occupazione e relativo stipendio. E allora chiesi la soluzione? Ripensare con urgenza a nuovi reati e continuare ad alimentare il Business rappresentato nella gestione del reato. La stessa domanda su scenari un po diversi la posi a un amico Sacerdote: Se per tragica ipotesi come si sta maturando con il più evoluto pensiero teologico-filosofico da domani il concetto di peccato come costruito da secoli si trasformasse invece in CONOSCENZA cosa succederebbe? Nonostante la cara amicizia grande imbarazzo e ancora attendo una adeguata risposta. In sintesi noi siamo globalmente il prodotto di una cultura che investe risorse enormi sulle conseguenze anziché sulle cause. Riflettiamo. Un caro saluto.
    Vittorio da Rios

    Crimini di sistema

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    A proposito dei ragazzi del Beccaria, lo sguardo ampio di Vittorio da Rios, che ancora ringrazio.

    “Francesca pone un grande e drammatico problema a noi tutti. Riprendendo una affermazione di Tiziana Maiolo: CHE CI FANNO I RAGAZZI IN CARCERE? Siamo al collasso non solo del sistema giudiziario-carcerario, ma di un sistema economico finanziario e aggiungo culturale in tutte le sue articolazioni. Che fare? Si chiedeva nel pieno della rivoluzione d’ottobre innanzi a drammatici problemi Lenin. E ora noi nell’era tecnologica, post umana, in una fase di totale disumanizzazione e stravolgimento dei paradigmi culturali e scientifici fin qui costruiti, come pensiamo di gestire questa transizione verso forme di vita appena percepite di cui non sappiamo dove ci condurrà, e quali costi umani ci saranno? E come è giustificabile innanzi a patrimoni di cultura giuridica come Gaetano Filangieri, Cesare Beccaria, e la straordinaria sintesi fatta tra tradizioni politiche, culturali, filosofiche, e religiose diverse, partorendo la carta Costituzionale,” la nostra Costituzione”, autentico tempio del diritto, che si tenga in carcere dei ragazzi? E più in generale che ancora si continui a mantenere il “carcere” come unico paradigma possibile dove estinguere il “danno causato” in condizione di ristretti? E come mai uomini e donne, ragazzi varcano la soglia di un carcere? A queste domande abbiamo noi che scandalosamente ci riteniamo una società “evoluta” il dovere di iniziare a dare delle risposte attendibili, quanto concrete e realistiche. Ma ritorniamo al che Fare? I numeri dei suicidi in carcere danno cifre impressionati. Le sofferenze che portano a scelte cosi estreme non turbano le nostre sopite coscienze? E non ci chiediamo quali responsabilità abbiano i residuati sistemi parlamentari-legislativi-giuridici, e di controllo per garantire un minimo ed elementare Stato di diritto? E la cultura la filosofia, e quindi gli intellettuali come si pongono innanzi a questo tracollo etico morale e alla situazione disastrosa e inumana in cui versano le nostre carceri? Emerge in modo sempre più incontestabile che il sistema si ritrova in grande ed irreversibili crisi. Una crisi strutturale innestata in una transizione economica culturale geopolitica che non trova pari nella storia dell’umanità. Un enorme sommovimento che ovviamente è planetario, che il potere economico finanziario sta gestendo con gli strumenti della repressione e del controllo, reprimendo e riempendo le carceri. Senza una strategia politica-culturale-economica all’altezza di scenari cosi drammaticamente inediti che abbia una dilatazione di tempo di qualche decennio come minimo. Fin da oggi si deve iniziare a costruire nuovi paradigmi fortemente innovativi culturali-economici-filosofici-scientifici, che significa dare vita a una nuova classe intellettuale, di alto profilo culturale in grado di traghettare senza particolare scossoni e traumi sociali questa “transizione” a forme umane e di convivenza tra diversi in un mondo ristretto. Questa è la grande sfida e il sistema giudiziario-carcerario, è una di queste, la più seria e importante, perché si tratta di verificare e constatare “effettualmente” se vi è o no un minimo di Stato di diritto. Non si pensi di parlare di carcere senza mettere al centro le cause che portano creature umane in carcere. E chi sono gli attuali abitatori delle nostre carceri a maggioranza se non le vittime dei CRIMINI DI SISTEMA? E ci siamo mai chiesti cosa sono i CRIMINI DI SISTEMA? Il crimine economico legalizzato da adeguati strumenti legislativi violando sistematicamente la Costituzione e i più elementari principi etici e morali che hanno determinato tali sperequazioni sociali spaventose, tra chi a moltissimo e chi poco o niente. Per dare un’idea di cosa si parla, al tempo di Platone nella sua Atene, il divario era di uno a cinque, ora è di uno a quattrocento-cinquecento milioni con le conseguenze a tutti ora ben note. Anni fa esattamente 8/8/1999 in ricordo di Pasquale Cavaliere morto suicida, in un articolo che aveva per titolo: QUEL’ANGOSCIA DELLA CATENA, cosi terminava. Ti sei portato sulle spalle il fardello finché ai potuto poi la catena ha raggiunto anche te, ed hai fallito l’ultima mediazione con te stesso. Non te ne faremmo una colpa: ci hai insegnato che quando un amico se ne va cosi la colpa e quasi sempre di chi gli sopravvive. Pasquale era libero, molto più gravi sono per noi le responsabilità di chi si suicida in condizioni di ristretto. Il lavoro è enorme che abbiamo innanzi, e ognuno dia la luce che può prima che sia troppo tardi. Un caro saluto.

    Ma che ci fanno i ragazzi in carcere?

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    Le cose sono nelle parole con le quali le pronunciamo, e ci sono parole urlate in questi giorni, dopo la fuga dei ragazzi dall’istituto minorile del Beccaria, che fanno venire i brividi.
    Lasciamo perdere lo sconcertante “sconcerto” espresso a tambur battente da un ministro delle infrastrutture, mentre il garantista ministro della giustizia sembra sotterrato da tanto, ancor più sconcertante, silenzio.
    Mi fermo sulle parole del sottosegretario alla giustizia, il leghista Andrea Ostellari, che al ministro delle infrastrutture fa buon eco, rincara da subito con toni da safari, e oggi, dopo il rientro in carcere di alcuni dei fuggitivi, proclama:
    “Siamo vicini alla cattura!”. Più precisamene un’agenzia riporta: “Siamo vicini, speriamo di esserlo, per quanto riguarda la cattura anche degli altri soggetti che sono fuggiti”.
    Come alludendo a criminali armati fino ai denti. Certo, perfettamente in linea con la retorica del nemico alla quale la Lega, e non solo lei, ci ha ben abituati.
    E quanto rumore, quanto tremore mette nelle nostre anime quel verbo “catturare”, che sappiamo riservato a belve feroci. E quanto spregio è in quel “soggetti” usato per definire quattro ragazzi in fuga. Una parola urlata, che sottende “paura” (che dobbiamo avere) e “pugno di ferro” (che bisogna usare), quanto più rimane infilzata nei nostri condizionabili cervelli, a scacciare via tante parole di sensatezza che pure sono state pronunciate.
    Come quelle di Don Rigoldi, il cappellano che quei ragazzi ben conosce: “L’hanno vissuta come un’avventura, a quell’età non si rendono conto”. E ne ricorda le storie difficili, la frustrazione di questi giorni, che anche per loro è Natale…
    O quelle del capo del dipartimento della Giustizia minorile, Gemma Tuccillo: “Non sono buonista, ma dobbiamo tenere conto della loro fragilità”, e pure dichiara di credere profondamente nel valore della giustizia riparativa.
    O quelle di Mauro Palma, garante nazionale delle persone private della libertà: “Sarebbe sbagliato cogliere questo grave episodio per gettare disvalore verso un sistema, quello della giustizia minorile, che funziona e che ha visto negli anni importanti successi di reinserimento positivo di giovani nella vita esterna”. Mentre invita a ragionare sulla “maggiore difficoltà che la privazione della libertà determina oggi in giovani complessivamente più fragili che in passato. In particolare, perché hanno costruito, e costruiscono, la propria apparente identità attraverso sistemi virtuali di comunicazione che hanno una scarsa capacità di connessione con la durezza di una situazione reale quale è la privazione della libertà”.
    O, ancora, la domanda di Tiziana Maiolo: “Ma che ci fanno quei ragazzi in galera?”
    E molto ci sarebbe da fermarsi a riflettere anche sulle loro storie, che non essere frastornati da parole che aizzano solo alla ferocia.
    Certo, siamo pur sempre il paese in cui tre anni fa c’è stata una proposta di legge per abbassare l’età dell’imputabilità (12 anni anziché gli attuali 14), il paese che ha cercato di introdurre anche per i minorenni il meccanismo dell’ostatività. Pensate un po’ che oscenità…
    Ma la domanda rimane: che ci fanno quei ragazzi in galera?
    Io sono convinta, lo ripeto spesso, che il carcere non serva a nessuno, che sia piuttosto criminogeno e pericoloso. Ma ancor di più lo è per i ragazzi, nell’età più complessa, delicata della vita, che tutto il futuro può condizionare.
    Perché il carcere è terribilmente uguale per tutti. L’ho capito ascoltando anni fa la testimonianza di un giovane volontario. Giovane, bravissimo e cieco. Che in un carcere minorile aveva messo in piedi una radio, che conduceva insieme ai ragazzi.
    Nessuno come lui mi ha dato il senso della carcerazione, della chiusura al mondo che nella sostanza un carcere è. Lui che il carcere l’ha “visto” attraverso i rumori, ché all’attenzione della mente di chi non vede nulla sfugge.
    I rumori, mi ha raccontato, hanno il sapore del ferro: lo sbattere di cancelli di ferro che si aprono, di cancelli di ferro che si chiudono, il rumore del ferro delle chiavi che aprono, le chiavi che richiudono. E meglio di chiunque altro ha “visto” quel lungo tunnel nero e ferroso che non lascia respiro. Perché questo il carcere è.

    scritto per utlimavoce


    L’occhio del lupo

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    E oggi che l’attesa s’è già compiuta, il suggerimento di un bellissimo racconto, bellissimo per me anche perché è un libricino che mi fu regalato proprio nei dintorni del Natale di qualche anno fa da un mio “amico di penna”. Sì, persona che era allora detenuta in quel delle nostre prigioni. E con commozione e piacere ho fra le mani questo libretto, oggi che so che, dopo un percorso davvero ammirevole, quella persona ha ripreso la strada della libertà…
    “L’occhio del lupo” è il titolo. Delizioso e struggente racconto di Daniel Pennac, che forse conoscete per tanti bei romanzi per adulti, ma che, quando qualcuno gli chiese quale preferisse fra i suoi libri, leggo rispose: “Un libro per ragazzi. L’occhio del lupo”.
    Che pure è un bel racconto da leggere, oltre che ai ragazzi, anche a molti adulti, in questi giorni in cui tanto si predica la pace. La storia dell’incontro fra un lupo cresciuto in Alaska e un ragazzo che viene dall’Africa.
    Si incontrano e si guardano e si osservano e piano piano si svelano l’uno all’altro attraverso le sbarre della gabbia di uno zoo nella quale il lupo è prigioniero…
    E mi sono chiesta cosa abbia visto in quell’intreccio di sguardi quel mio amico di penna…
    E attraverso quella storia ho provato a leggere brani della sua storia.
    Perché il lupo, finito in quella gabbia dopo una lotta disperata con l’uomo che gli è costata la perdita di un occhio, tanta fiducia nell’essere umano non ha. E difronte al ragazzo che si è messo a fissarlo s’inquieta… “ma chi è? Ma che vuole da me? Non va a scuola? Non lavora?…”.
    E infine si mette anche lui a fissare il ragazzo. “Non quello sguardo che vi passa attraverso, il vero sguardo, lo sguardo fisso”. Con un problema, però: il lupo ha un occhio solo, il ragazzo ne ha due…, cosa che lo mette estremamente a disagio, e “attraverso la cicatrice dell’occhio morto, spunta una lacrima”.
    Allora il ragazzo, che viene da un lungo viaggio attraverso l’Africa, che tutta l’ha conosciuta diventando un narratore di storie, per rassicurare il lupo chiude anche lui un occhio, e solo con l’altro continua a guardarlo.
    E l’incontro di due solitudini compie un miracolo: il miracolo dei racconti che i due si scambiano attraverso quello sguardo. La storia dell’uno e la storia dell’altro, da leggere nell’iride dell’occhio dell’uno e dell’occhio dell’altro… e scrivono pagine e pagine, con i ricordi più duri, quelli più belli e quelli più struggenti, che s’incontrano fra l’Africa e il Grande Nord… e sogni meravigliosi… che alla fine guariranno anche l’occhio del Lupo. E molto anche a me, della “rasserenante pace dell’amicizia e della confidenza”, quegli sguardi hanno insegnato.
    Pensando al mio amico di penna, che ha avuto la capacità di leggere una nuova vita possibile ritrovando in sé la via, ma anche credo accogliendo e ricambiando lo sguardo di chi, nel tempo delle sbarre, ha incrociato e ha saputo scambiare con lui pensieri.
    Non penso a me, che pochissimo ho potuto fare per lui, solo lettere e quello che del mondo fuori ho cercato di raccontare. Ma ho saputo che un giorno ha detto a qualcuno che le mie lettere gli hanno fatto davvero molta compagnia. E ne sono stata felice.
    Realizzo adesso che non gli ho mai detto quanto il regalo di quel libro abbia aperto anche a me gli occhi. Che un occhio spesso senza accorgercene, per le ferite dell’anima, teniamo chiuso. E stentiamo ad incontrare il mondo. Che magari è tutto lì, nello sguardo di chi ci regala il racconto di terre lontane…