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    Pensando ad Alfredo Cospito. L’urlo dei corpi…

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    Il 2022 viene ricordato da Marco Damilano come l’anno in cui “i corpi sono tornati a scrivere l’agenda politica globale”. In un bell’articolo che allarga lo sguardo dai corpi che fanno la rivoluzione in Iran, a quelli sui quali si giocano le sorti della guerra ai confini dell’Europa, ai corpi migranti dal Mediterraneo ai Balcani…
    Corpi, contro dittature, dei governi e dei sistemi, che, esposti al sacrificio, diventano inno alla libertà, al pensiero, alla vita…
    E anche se certo molto avrebbe spostato lo sguardo e il discorso, mi aspettavo chissà perché di leggere di un altro corpo, che non è massa, ma a noi tanto vicino. Certo, altra storia, altro discorso… ma non riesco a non pensare ad Alfredo Cospito, e al suo corpo messo in gioco nelle nostre galere, per denunciare l’assurdità di una pena assolutamente sproporzionata rispetto al reato compiuto (ne abbiamo parlato). Luigi Manconi ricorda che la proporzionalità è la base del diritto, ed è questa proporzionalità che viene oggi offesa. Con una pena che sembra essere piuttosto condanna di un pensiero che si vuole morto.
    Oggi Alfredo Cospito, in quel buco nero che è la sezione del 41bis del carcere di Sassari, è al suo settantaseiesimo giorno di sciopero della fame, ha perso 35 chili (un’enormità) e il suo corpo, il suo cuore, dicono i medici, potrebbe cedere da un momento all’altro.
    Di corpi prigionieri avevo letto ne “Il bosco di Bistorco”, un testo che cito spesso perché è uno dei più interessanti, complessi, profondi libri scritti sulla contenzione. In un capitolo, dedicato a come “l’istituzione manipola, mutila e distrugge l’identità del corpo del recluso e come il recluso si auto mutila per affermare la propria identità”, si spiega un paradosso che ne deriva: il suicidio come estrema scelta di libertà e di vita. “Darsi la morte prima di diventare un morto vivente”.
    Ma non è solo questo. L’automutilazione estrema, per usare un eufemismo, che Cospito ha scelto è un urlo che diventa anche difesa della libertà di pensiero. Estremo quanto volete, il suo, ma che non ha ucciso nessuno, e che non giustifica il regime di morte (perché questo è il 41bis) nel quale il suo corpo è stato sepolto. E questo suo corpo ora oppone a una giustizia impossibile da riconoscere tale. Estrema risposta a una estrema deriva giustizialista. Difronte alla quale, benché non innocente, Cospito diventa piuttosto vittima.
    Forse non ci importa nulla di lui. Forse un anarchico, e tutta la “nebulosa” del pensiero antagonista, è cosa lontana da noi. Ma non ascoltare il grido che viene da quel suo corpo che si sta consumando significa non capire che quanto gli sta accadendo è cosa grave per tutti noi. Per tutti noi, anche se ben accomodati in salotti buoni. Ché i confini di quel che piace o non piace a chi tira le fila del pensiero “ufficiale” sono talmente mobili…
    Non so quanto Cospito lo pensi, ma sono convinta che quel suo corpo è comunque messo in gioco per tutti noi.
    E mi sembra, nonostante tutte le differenze che volete, di spazio, di tempi, di motivazioni… che c’è un filo rosso che unisce tutti i corpi del mondo di questi tempi messi in gioco in opposizione a qualsivoglia potere, quello del nostro anarchico compreso.
    E’ un errore culturale e politico pensare di fermare i corpi, scrive Damilano pensando ai mondi in rivolta. E’ un errore culturale e politico pensare di fermare, con il corpo di un anarchico, quello che non ci aggrada, mi permetto di aggiungere. Soprattutto se lo si fa calpestando principi su cui dovrebbe reggersi la nostra giustizia.
    Perché non è solo la vita di un anarchico a essere in pericolo in queste ore.
    Lo è la credibilità della Giustizia tutta. Di questa nostra Giustizia che, se nulla si smuove, e in fretta, morirà con Alfredo Cospito dietro il blindato di quella cella…

    Ancora: ma cosa ci fanno dei ragazzi in carcere?

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    …e a Francesco De Masi che scrive: “Personalmente ho sempre pensato che in verità il carcere è un male necessario specialmente per quelli come me che Hanno cercato di rubare il futuro ai giovani. Non riesco perciò a immaginare un mondo del tipo attuale senza il carcere. Altra cosa è per i giovani per loro si credo che sia necessario trovare una alternativa almeno per dargli la possibilità di maturare una forma di revisione critica visto che oggi i giovani sono pronti a farlo”.

    Vittorio da Rios risponde:

    “Caro Francesco a noi sfugge o non vogliamo osservare la realtà storica per quello che è. Manca una visione realistica della filosofia della storia. E mi spiego, ma si pensa che i crimini compiuto nel secolo breve le due guerre mondiali e molto altro ancora siano stati metabolizzati? O meglio sia possibili metabolizzarli? Dobbiamo capirci e siamo innanzi a crimini collettivi spaventosi con il coinvolgimento di ogni organo della società! In questo preciso momento in cui si discute con una indecente enfasi di catturare dei ragazzi vittime dei CRIMINI DI SISTEMA per rimetterli in carcere, il nostro paesello poco più di 300 mila chilometri quadrati e una popolazione di 60 milioni di abitanti mal distribuiti sul territorio ha investito nel 2022 una cifra in armi che supera i 30 miliardi di Euro con il programma di arrivare nel 2023-2024 a quasi 40 miliardi di Euro. In questo preciso momento ci sono tecnici e maestranze, sistema bancario ed industriale che lavora per produrre strumenti di morte e devastazione. Il nostro paesello è tra i primi esportatori di armi leggere, e il secondo produttore delle stesse. Le quali è bene saperlo sono responsabili del 90% delle uccisioni che avvengono oggi nel mondo. Quindi fatemi capire e ragioniamo con discernimento, con quale diritto anche giuridico oltre che etico morale si tiene in carcere dei ragazzi? Dov’è lo Stato di diritto? E l’applicazione della Costituzione? Uno dei cardini portanti della Nostra Carta Costituzionale recita più o meno cosi: E’ compito della Repubblica rimuovere tutti quegli ostacoli che impediscono ad ogni cittadino una giusta crescita civile e di partecipare con pari diritto alla stessa. Quindi cosa oggi si intende per reato? Tempo fa posi una domanda a un caro amico docente in una delle più prestigiose Università del paese, di filosofia e sociologia del diritto che prepara e forma i futuri avvocati, giuristi nonché magistrati. Se per ipotesi domani mattina scomparisse il reato come oggi ascritto nei “sacri codici di procedura penale” nei trattati del codice penale con tutti gli aggiornamenti del caso cosa succederebbe? Mi rispose una tragedia inverosimile! Te lo immagini, tribunali vuoti, carceri idem ,avvocati penalisti disoccupati idem i magistrati, e un esercito di dipendenti a vari livelli a dir poco disperati senza più occupazione e relativo stipendio. E allora chiesi la soluzione? Ripensare con urgenza a nuovi reati e continuare ad alimentare il Business rappresentato nella gestione del reato. La stessa domanda su scenari un po diversi la posi a un amico Sacerdote: Se per tragica ipotesi come si sta maturando con il più evoluto pensiero teologico-filosofico da domani il concetto di peccato come costruito da secoli si trasformasse invece in CONOSCENZA cosa succederebbe? Nonostante la cara amicizia grande imbarazzo e ancora attendo una adeguata risposta. In sintesi noi siamo globalmente il prodotto di una cultura che investe risorse enormi sulle conseguenze anziché sulle cause. Riflettiamo. Un caro saluto.
    Vittorio da Rios

    Crimini di sistema

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    A proposito dei ragazzi del Beccaria, lo sguardo ampio di Vittorio da Rios, che ancora ringrazio.

    “Francesca pone un grande e drammatico problema a noi tutti. Riprendendo una affermazione di Tiziana Maiolo: CHE CI FANNO I RAGAZZI IN CARCERE? Siamo al collasso non solo del sistema giudiziario-carcerario, ma di un sistema economico finanziario e aggiungo culturale in tutte le sue articolazioni. Che fare? Si chiedeva nel pieno della rivoluzione d’ottobre innanzi a drammatici problemi Lenin. E ora noi nell’era tecnologica, post umana, in una fase di totale disumanizzazione e stravolgimento dei paradigmi culturali e scientifici fin qui costruiti, come pensiamo di gestire questa transizione verso forme di vita appena percepite di cui non sappiamo dove ci condurrà, e quali costi umani ci saranno? E come è giustificabile innanzi a patrimoni di cultura giuridica come Gaetano Filangieri, Cesare Beccaria, e la straordinaria sintesi fatta tra tradizioni politiche, culturali, filosofiche, e religiose diverse, partorendo la carta Costituzionale,” la nostra Costituzione”, autentico tempio del diritto, che si tenga in carcere dei ragazzi? E più in generale che ancora si continui a mantenere il “carcere” come unico paradigma possibile dove estinguere il “danno causato” in condizione di ristretti? E come mai uomini e donne, ragazzi varcano la soglia di un carcere? A queste domande abbiamo noi che scandalosamente ci riteniamo una società “evoluta” il dovere di iniziare a dare delle risposte attendibili, quanto concrete e realistiche. Ma ritorniamo al che Fare? I numeri dei suicidi in carcere danno cifre impressionati. Le sofferenze che portano a scelte cosi estreme non turbano le nostre sopite coscienze? E non ci chiediamo quali responsabilità abbiano i residuati sistemi parlamentari-legislativi-giuridici, e di controllo per garantire un minimo ed elementare Stato di diritto? E la cultura la filosofia, e quindi gli intellettuali come si pongono innanzi a questo tracollo etico morale e alla situazione disastrosa e inumana in cui versano le nostre carceri? Emerge in modo sempre più incontestabile che il sistema si ritrova in grande ed irreversibili crisi. Una crisi strutturale innestata in una transizione economica culturale geopolitica che non trova pari nella storia dell’umanità. Un enorme sommovimento che ovviamente è planetario, che il potere economico finanziario sta gestendo con gli strumenti della repressione e del controllo, reprimendo e riempendo le carceri. Senza una strategia politica-culturale-economica all’altezza di scenari cosi drammaticamente inediti che abbia una dilatazione di tempo di qualche decennio come minimo. Fin da oggi si deve iniziare a costruire nuovi paradigmi fortemente innovativi culturali-economici-filosofici-scientifici, che significa dare vita a una nuova classe intellettuale, di alto profilo culturale in grado di traghettare senza particolare scossoni e traumi sociali questa “transizione” a forme umane e di convivenza tra diversi in un mondo ristretto. Questa è la grande sfida e il sistema giudiziario-carcerario, è una di queste, la più seria e importante, perché si tratta di verificare e constatare “effettualmente” se vi è o no un minimo di Stato di diritto. Non si pensi di parlare di carcere senza mettere al centro le cause che portano creature umane in carcere. E chi sono gli attuali abitatori delle nostre carceri a maggioranza se non le vittime dei CRIMINI DI SISTEMA? E ci siamo mai chiesti cosa sono i CRIMINI DI SISTEMA? Il crimine economico legalizzato da adeguati strumenti legislativi violando sistematicamente la Costituzione e i più elementari principi etici e morali che hanno determinato tali sperequazioni sociali spaventose, tra chi a moltissimo e chi poco o niente. Per dare un’idea di cosa si parla, al tempo di Platone nella sua Atene, il divario era di uno a cinque, ora è di uno a quattrocento-cinquecento milioni con le conseguenze a tutti ora ben note. Anni fa esattamente 8/8/1999 in ricordo di Pasquale Cavaliere morto suicida, in un articolo che aveva per titolo: QUEL’ANGOSCIA DELLA CATENA, cosi terminava. Ti sei portato sulle spalle il fardello finché ai potuto poi la catena ha raggiunto anche te, ed hai fallito l’ultima mediazione con te stesso. Non te ne faremmo una colpa: ci hai insegnato che quando un amico se ne va cosi la colpa e quasi sempre di chi gli sopravvive. Pasquale era libero, molto più gravi sono per noi le responsabilità di chi si suicida in condizioni di ristretto. Il lavoro è enorme che abbiamo innanzi, e ognuno dia la luce che può prima che sia troppo tardi. Un caro saluto.

    Ma che ci fanno i ragazzi in carcere?

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    Le cose sono nelle parole con le quali le pronunciamo, e ci sono parole urlate in questi giorni, dopo la fuga dei ragazzi dall’istituto minorile del Beccaria, che fanno venire i brividi.
    Lasciamo perdere lo sconcertante “sconcerto” espresso a tambur battente da un ministro delle infrastrutture, mentre il garantista ministro della giustizia sembra sotterrato da tanto, ancor più sconcertante, silenzio.
    Mi fermo sulle parole del sottosegretario alla giustizia, il leghista Andrea Ostellari, che al ministro delle infrastrutture fa buon eco, rincara da subito con toni da safari, e oggi, dopo il rientro in carcere di alcuni dei fuggitivi, proclama:
    “Siamo vicini alla cattura!”. Più precisamene un’agenzia riporta: “Siamo vicini, speriamo di esserlo, per quanto riguarda la cattura anche degli altri soggetti che sono fuggiti”.
    Come alludendo a criminali armati fino ai denti. Certo, perfettamente in linea con la retorica del nemico alla quale la Lega, e non solo lei, ci ha ben abituati.
    E quanto rumore, quanto tremore mette nelle nostre anime quel verbo “catturare”, che sappiamo riservato a belve feroci. E quanto spregio è in quel “soggetti” usato per definire quattro ragazzi in fuga. Una parola urlata, che sottende “paura” (che dobbiamo avere) e “pugno di ferro” (che bisogna usare), quanto più rimane infilzata nei nostri condizionabili cervelli, a scacciare via tante parole di sensatezza che pure sono state pronunciate.
    Come quelle di Don Rigoldi, il cappellano che quei ragazzi ben conosce: “L’hanno vissuta come un’avventura, a quell’età non si rendono conto”. E ne ricorda le storie difficili, la frustrazione di questi giorni, che anche per loro è Natale…
    O quelle del capo del dipartimento della Giustizia minorile, Gemma Tuccillo: “Non sono buonista, ma dobbiamo tenere conto della loro fragilità”, e pure dichiara di credere profondamente nel valore della giustizia riparativa.
    O quelle di Mauro Palma, garante nazionale delle persone private della libertà: “Sarebbe sbagliato cogliere questo grave episodio per gettare disvalore verso un sistema, quello della giustizia minorile, che funziona e che ha visto negli anni importanti successi di reinserimento positivo di giovani nella vita esterna”. Mentre invita a ragionare sulla “maggiore difficoltà che la privazione della libertà determina oggi in giovani complessivamente più fragili che in passato. In particolare, perché hanno costruito, e costruiscono, la propria apparente identità attraverso sistemi virtuali di comunicazione che hanno una scarsa capacità di connessione con la durezza di una situazione reale quale è la privazione della libertà”.
    O, ancora, la domanda di Tiziana Maiolo: “Ma che ci fanno quei ragazzi in galera?”
    E molto ci sarebbe da fermarsi a riflettere anche sulle loro storie, che non essere frastornati da parole che aizzano solo alla ferocia.
    Certo, siamo pur sempre il paese in cui tre anni fa c’è stata una proposta di legge per abbassare l’età dell’imputabilità (12 anni anziché gli attuali 14), il paese che ha cercato di introdurre anche per i minorenni il meccanismo dell’ostatività. Pensate un po’ che oscenità…
    Ma la domanda rimane: che ci fanno quei ragazzi in galera?
    Io sono convinta, lo ripeto spesso, che il carcere non serva a nessuno, che sia piuttosto criminogeno e pericoloso. Ma ancor di più lo è per i ragazzi, nell’età più complessa, delicata della vita, che tutto il futuro può condizionare.
    Perché il carcere è terribilmente uguale per tutti. L’ho capito ascoltando anni fa la testimonianza di un giovane volontario. Giovane, bravissimo e cieco. Che in un carcere minorile aveva messo in piedi una radio, che conduceva insieme ai ragazzi.
    Nessuno come lui mi ha dato il senso della carcerazione, della chiusura al mondo che nella sostanza un carcere è. Lui che il carcere l’ha “visto” attraverso i rumori, ché all’attenzione della mente di chi non vede nulla sfugge.
    I rumori, mi ha raccontato, hanno il sapore del ferro: lo sbattere di cancelli di ferro che si aprono, di cancelli di ferro che si chiudono, il rumore del ferro delle chiavi che aprono, le chiavi che richiudono. E meglio di chiunque altro ha “visto” quel lungo tunnel nero e ferroso che non lascia respiro. Perché questo il carcere è.

    scritto per utlimavoce


    L’occhio del lupo

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    E oggi che l’attesa s’è già compiuta, il suggerimento di un bellissimo racconto, bellissimo per me anche perché è un libricino che mi fu regalato proprio nei dintorni del Natale di qualche anno fa da un mio “amico di penna”. Sì, persona che era allora detenuta in quel delle nostre prigioni. E con commozione e piacere ho fra le mani questo libretto, oggi che so che, dopo un percorso davvero ammirevole, quella persona ha ripreso la strada della libertà…
    “L’occhio del lupo” è il titolo. Delizioso e struggente racconto di Daniel Pennac, che forse conoscete per tanti bei romanzi per adulti, ma che, quando qualcuno gli chiese quale preferisse fra i suoi libri, leggo rispose: “Un libro per ragazzi. L’occhio del lupo”.
    Che pure è un bel racconto da leggere, oltre che ai ragazzi, anche a molti adulti, in questi giorni in cui tanto si predica la pace. La storia dell’incontro fra un lupo cresciuto in Alaska e un ragazzo che viene dall’Africa.
    Si incontrano e si guardano e si osservano e piano piano si svelano l’uno all’altro attraverso le sbarre della gabbia di uno zoo nella quale il lupo è prigioniero…
    E mi sono chiesta cosa abbia visto in quell’intreccio di sguardi quel mio amico di penna…
    E attraverso quella storia ho provato a leggere brani della sua storia.
    Perché il lupo, finito in quella gabbia dopo una lotta disperata con l’uomo che gli è costata la perdita di un occhio, tanta fiducia nell’essere umano non ha. E difronte al ragazzo che si è messo a fissarlo s’inquieta… “ma chi è? Ma che vuole da me? Non va a scuola? Non lavora?…”.
    E infine si mette anche lui a fissare il ragazzo. “Non quello sguardo che vi passa attraverso, il vero sguardo, lo sguardo fisso”. Con un problema, però: il lupo ha un occhio solo, il ragazzo ne ha due…, cosa che lo mette estremamente a disagio, e “attraverso la cicatrice dell’occhio morto, spunta una lacrima”.
    Allora il ragazzo, che viene da un lungo viaggio attraverso l’Africa, che tutta l’ha conosciuta diventando un narratore di storie, per rassicurare il lupo chiude anche lui un occhio, e solo con l’altro continua a guardarlo.
    E l’incontro di due solitudini compie un miracolo: il miracolo dei racconti che i due si scambiano attraverso quello sguardo. La storia dell’uno e la storia dell’altro, da leggere nell’iride dell’occhio dell’uno e dell’occhio dell’altro… e scrivono pagine e pagine, con i ricordi più duri, quelli più belli e quelli più struggenti, che s’incontrano fra l’Africa e il Grande Nord… e sogni meravigliosi… che alla fine guariranno anche l’occhio del Lupo. E molto anche a me, della “rasserenante pace dell’amicizia e della confidenza”, quegli sguardi hanno insegnato.
    Pensando al mio amico di penna, che ha avuto la capacità di leggere una nuova vita possibile ritrovando in sé la via, ma anche credo accogliendo e ricambiando lo sguardo di chi, nel tempo delle sbarre, ha incrociato e ha saputo scambiare con lui pensieri.
    Non penso a me, che pochissimo ho potuto fare per lui, solo lettere e quello che del mondo fuori ho cercato di raccontare. Ma ho saputo che un giorno ha detto a qualcuno che le mie lettere gli hanno fatto davvero molta compagnia. E ne sono stata felice.
    Realizzo adesso che non gli ho mai detto quanto il regalo di quel libro abbia aperto anche a me gli occhi. Che un occhio spesso senza accorgercene, per le ferite dell’anima, teniamo chiuso. E stentiamo ad incontrare il mondo. Che magari è tutto lì, nello sguardo di chi ci regala il racconto di terre lontane…


    Petizione per Alfredo Cospito, un anarchico, che non ha ucciso nessuno, al 41…

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    La notizia l’avrete letta, forse. La magistratura di sorveglianza ha confermato il 41 bis ad Alfredo Cospito, confermando la determinazione a punire oltre ogni limite, con ergastolo e un regime dei più spietati, un anarchico, che non ha ucciso nessuno. Strage aggravata, si è deciso, per un’azione dimostrativa che, per quanto condannabile, non ha fatto vittime, che non ha fatto un graffio ad alcuno. Ma tant’è. Una pena smisurata e difficile da capire e accettare se chiudere Cospito in quella tomba che è il 41 bis significa assimilare i rapporti fra anarchici ai rapporti fra affiliati alla criminalità organizzata, mentre per protesta contro tanta assurdità Alfredo Cospito continua lo sciopero della fame che mette ora a rischio la sua vita.
    E’ cosa che si commenta da sé e inquieta pensare alla pericolosa deriva giustizialista che sottende (ne abbiamo parlato…). Ed è cosa a cui non dovremmo essere indifferenti. Perché se è la nostra democrazia che ne viene corrosa… ognuno di noi è chiamato in causa.
    Per questo vogliamo segnalare fra le voci che si levano contro tutto questo, l’iniziativa di due attivisti per i diritti umani, Delfina Unno Pastalunghi e Umberto Baccolo, che hanno indetto uno “sciopero della fame a staffetta in solidarietà a Cospito contro il 41bis e l’ergastolo ostativo”.
    E ben venga questa iniziativa nonviolenta che, accompagnando Cospito nel suo sciopero della fame, “spinga a riflettere su disumanità ed incostituzionalità di ergastolo ostativo e 41bis, chiedendo la loro abolizione in linea generale, e nello specifico la non applicazione a Cospito, che sicuramente se ha commesso reati è giusto li paghi, ma non così tanto ed in modo così disumano e sproporzionato”.
    Le adesioni sono aperte:
    https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSfM1Qbw0v68VeiDuhxzRIlCUFj3g0pBAu8UY6nGkTCj4O-yMg/viewform

    E si andrà avanti finché Alfredo Cospito andrà avanti col suo digiuno.
    L’invito a tutti, a singoli cittadini e a associazioni, partiti e realtà che si occupano di giustizia e sociale di aderire e partecipare in qualsiasi modo a questa iniziativa. Nella speranza di smuovere le cose, prima che Cospito si lasci morire, per contestare una giustizia che si fa fatica a riconoscere tale.
    E un’immagine viene alla mente. L’ispettore Javert. Creato da Victor Hugo per I Miserabili. Javert, antagonista principale del romanzo, poliziotto che ha consacrato la su vita al lavoro e alla sua idea di “giustizia”, che tutta la vita perseguita Jean Valjean, l’ex galeotto, che era stato ingiustamente condannato a una pena enorme per un lieve reato, e che pure tanto bene ha poi compiuto. Javert lo vuole in prigione, ostinatamente. Javert cui a un certo punto Jean Valjean salva la vita e che quindi, pure stupendosi di se stesso, lascia libero. E poi si uccide, non riuscendo a conciliare il suo ruolo di tutore della legge con la riconoscenza che pure deve all’uomo che ha inseguito tutta la vita.
    Ecco, cosa viene da pensare a margine della vicenda di Cospito e alla forzatura estrema della sua condanna, che ha più un sapore “politico”, di negazione e condanna estrema di un pensiero che si pone ai margini del pensiero dominante: viene da pensare a un’idea di legge che alla fine uccide se stessa.

    https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSfM1Qbw0v68VeiDuhxzRIlCUFj3g0pBAu8UY6nGkTCj4O-yMg/viewform

    Aboliamo dunque le prigioni?

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    A proposito del saggio di Angela Davis, “Aboliamo le prigioni?”, un intervento di Vittorio da Rios, che ancora ringraziamo, che ci invita ad allargare lo sguardo sulla Storia e sulle dinamiche del nostro sistema.

    “Un grande giurista partenopeo Gaetano Filangieri, nella seconda metà del 1700, nel suo capolavoro “La scienza della Legislazione” dedica un libro alla formazione dell’individuo, alla sua educazione e pone il problema fondamentale della educazione alla cultura e all’alto sapere filosofico-scientifico di ogni creatura umana. Ma Filangieri si pone un grande assioma dai grandi risvolti di natura etica-morale. La “Felicità” non può essere un fatto privato o famigliare ma deve essere “collettiva”: come posso, scrive Filangieri, essere felice quando intorno a me c’è fame, emarginazione e miseria? E poi nella corrispondenza con i colleghi illuministi francesi che preparavano la rivoluzione del 1789 li ammoniva che abbattendo necessariamente la società feudale da secoli oppressiva e schiavista non si sostituisca una organizzazione sociale altrettanto sperequativa, l’egemonia del denaro. Fu grande profeta il Filangieri. Morì troppo giovane a soli 35 anni per patologie polmonari. Veniamo ora all’articolo di Francesca de Carolis, a proposito del saggio di Angela Davis, che ci invita a pensare e p5rogettare un mondo senza prigioni…
    Voltaire, che Cacciari ha definito impropriamente un po’ superficialotto, a proposito di carcere scrisse che la qualità della democrazia di uno Stato si misura dalla qualità del sistema giudiziario e dalle condizioni in cui versano le carceri. Prendo spunto da un grande giurista contemporaneo di respiro internazionale, Luigi Ferrajoli, autore tra l’altro di “Diritto e ragione, teoria del garantismo penale”, che ha usato per primo dentro il paradigma del diritto, che oggi si è costruito e si alimenta un sistema economico-finanziario che determina i CRIMINI DI SISTEMA, e oggi le nostre carceri sono popolate dalle vittime dei crimini di sistema! E allora come giustifichiamo oggi tutto questo? Come pensiamo di conciliare per esempio la nostra Costituzione con i CRIMINI DI SISTEMA? Ma andiamo al nucleo centrale dello scritto di Francesca, a proposito del saggio della Davis ABOLIRE IL CARCERE?…. Gianpiero Pierotti fa presente giustamente che abbattendo le sperequazioni sociali le carceri si svuoteranno. Ma oggi innanzi a spaventose sperequazioni sociali mai prima verificatosi, come riorganizzare le società, i membri e gli appartenenti degli Stati? In questi ultimi decenni abbiamo assistito a radicali cambiamenti strutturali che hanno modificato l’essenza degli Stati. Pensiamo in modo particolare alla svendita e svuotamento nella sua essenza costitutiva per esempio del nostro Stato. Iniziando dagli anni ’90 si sono svenduti a privati a prezzo di stralcio l’Ina-l’Eni-l’Enel-L’Iri, si è privatizzata la Banca d’Italia, la Banca Nazionale del Lavoro, tutte le maggiori Banche sono state privatizzate, cosi gran parte del sistema sanitario, come le strutture scolastiche. La finanza e i grandi gruppi nazionali e internazionali gestiscono, condizionano di fatto i parlamenti e i governi compreso il nostro. Questi sono i grandi problemi che oggi abbiamo innanzi. Insormontabili? Irreversibili? Salvatore Veca in un suo saggio del 1982 sulla giustizia inizia cosi: Vi sono almeno due modi principali per affrontare il ricorrente problema della giustizia, essi dipendono da due modi alternativi di concettualizzare la società. Storicamente, le due versioni si distribuiscono nel tempo in fasi alterne configurando uno spazio permanente di tensione e conflitto o una sorta di controversia interminabile, come spesso accade alle nostre rivali interpretazioni del mondo. Concettualmente, l’opposizione riguarda quello che si potrebbe definire un approccio olistico e quello che si potrebbe corrispondentemente definire un approccio individualistico alla società. Una ulteriore definizione potrebbe contrapporre uno schema della società in termini di fatti sociali e leggi a uno in termini di azione sociale e regole. Nel primo caso (approccio olistico in termini di fatti sociali e leggi ) la giustizia di una società è considerata, per dir cosi, assumendo la società come un tutto, indipendentemente dalla valutazione degli individui che la compongono. Nel secondo ( approccio individualistico in termini di azione sociale e regole ) la giustizia di una società è considerata in modo dipendente e coerente con la valutazione degli individui che la compongono. Ecco quindi l’urgenza di ripensare radicalmente il concetto di cosa si intende oggi per diritto nel nostro paese. Come rifondare oggi lo Stato di diritto soprattutto, e riscrivere gran parte dei codici penale e civile adattandoli alle radicali mutazioni avvenute sopra citate. Soprattutto sfoltendo un foresta, un ginepraio di testi e paradigmi giuridici oramai del tutto inutili. Ma la giustizia concreta effettuale si determina nella società, di come la struttura sociale disponga di elementi di reale democrazia economica. Avendo la lucida consapevolezza che il sistema economico-finanziario va in tutt’altra direzione, e che le sperequazioni sociali determinate e le risorse sono in mano di un numero di persone sempre più esiguo. Come rimediare? Il lavoro è immane. Per riportare un equilibrio economico, mancando di fatto di uno Stato, essendo stato criminalmente svenduto, doppiamo tenere presente questo. Io ritengo e non voglio sconfinare in utopie irrealizzabili, che occorra costruire nei prossimi anni nuovi paradigmi culturali quanto giuridici, per andare oltre il carcere, rendere inutile il carcere, superare definitivamente il concetto di espiazione in condizioni di ristretti. Fondamentale per raggiungere questo obbiettivo è l’applicazione finalmente della Costituzione nei suoi pilastri costitutivi. Riportare lo Stato democratico moderno garantista alla sua funzione strategica come concepito dai padri Fondatori, in termini economici e culturali, ai fini di assicurare e determinare le condizione di equità e di giustizia sociale. Spetta a noi cittadini applicare la Costituzione, e costruire da molte macerie attuali lo Stato di diritto che deve essere presente in tutte le pieghe della società affinché più nessuno cada in tragedia, e abbia consentito una vita giusta e dignitosa. Solo cosi aboliremo definitivamente le carceri e il business rappresentato dalla gestione del Reato.

    Vittorio da Rios

    Aboliamo le prigioni…

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    Aboliamo le prigioni? Un titolo che sembra quasi una provocazione. Un gioco di parole per illusi e sognatori. Parole impronunciabili, diciamo la verità, anche per molti che si ritengono “progressisti”.
    Ma provocazione non lo è affatto. E questo saggio di Angela Davis, che quest’anno è stato riproposto da Minimum fax (che già lo aveva pubblicato in Italia nel 2009, dopo la sua uscita in America), mai come oggi sembra opportuno. Opportuno e attualissimo, anche per noi europei, e in particolare per noi italiani, freschi dello svelamento di cosa il carcere sia, dopo le notizie delle inusitate violenze che persone detenute, affidate alla custodia allo stato, hanno subito…
    Angela Davis chi giovanissimo non è la ricorda mitica militante del movimento americano per i diritti civili dagli anni Sessanta e, fino agli anni ’90, del partito comunista degli Stati Uniti. E oggi che, attenta studiosa di fama internazionale, ha concentrato il suo impegno nella difficilissima battaglia per l’abolizione del carcere, ha la stessa forza e il rigore di allora, il suo pensiero lo stesso fascino che si affacciava dalle foto e dai poster di quel tempo, sotto quel casco immenso di capelli ricci e neri
    E coglie un nodo fondamentale delle nostre paure e contraddizioni, che impediscono il cammino verso un mondo di vera uguaglianza, di rispetto di diritti per tutti, ma proprio per tutti. Andando intanto alla radice della nostra incapacità di immaginare un mondo senza prigioni.
    Già. Perché mai diamo per scontato il carcere? “Come se si trattasse di un fatto scontato dell’esistenza, come nascere e morire”.
    Ci ricorda, Angela Davis, che il carcere, come ancora lo intendiamo oggi, è un’istituzione moderna, che “il processo attraverso cui la carcerazione si è trasformata nel principale tipo di punizione inflitta dallo stato è strettamente legato all’ascesa del capitalismo e alla comparsa di un nuovo insieme di condizioni ideologiche”. Mentre la condanna al carcere viene pensata in termini di tempo, esattamente “nel periodo in cui il valore del lavoro viene calcolato in termini di tempo”.
    Uno sguardo largo, quello di Angela Davis, sorretto dalla ferma convinzione che le diseguaglianze delle nostre società passano attraverso discriminazioni di razza di sesso e di classe, e solo la via del socialismo ne permetterebbe il superamento.
    E studiando il sistema americano, ci parla di “sistema carcerario industriale” che, dopo l’abolizione della schiavitù, fonda le sue basi economiche su una sorta di “schiavismo morbido”, cercando di rivelare forme mascherate di pregiudizio razzista che raramente vengono riconosciute tali. In un sistema dove tutto si tiene, se lo sfruttamento della manodopera carceraria da parte di corporation private (perché questo accade) è “uno dei tanti aspetti dei rapporti che legano grandi imprese, governo, istituti di pena e media”. Un sistema che, confinando nelle sue mura marginalità cui nessuno intende porre rimedio, continuamente alimenta se stesso. Un sistema che, se pure abolito l’orrenda pratica dei detenuti in affitto in vigore fino all’inizio del XX secolo, ha tutto l’interesse a tenersi ben stretti i suoi due milioni e mezzo di persone detenute. Che sono per lo più neri, ispanici, amerindi, asiatici-americani…
    Libro complessissimo e dettagliatissimo, tutto da studiare.
    Ma due aspetti voglio segnalare.
    Lo sguardo di donna che sa leggere come il sesso dei detenuti condizioni un sistema carcerario dove, paradossalmente, le richieste di parità con le prigioni maschili, invece di migliorare le condizioni di vita offrendo maggiori opportunità di istruzione, migliore assistenza medica… hanno portato a condizioni più repressive. Che dire della decisione negli anni Novanta in Alabama di istituire gruppi di forzati composti da donne “per creare condizioni di uguaglianza con gli uomini”…
    E fanno rabbrividire le pagine in cui si racconta di come, in una perversa combinazione di razzismo e misoginia, si pratica la perquisizione integrale con l’esame di vagina e ano. Fa fatica pensarlo, ma questo è. Una sorta di istituzionalizzazione dell’abuso sessuale.
    E ancora una cosa ci dice Angela Devis. Che l’urgenza di questo suo impegno nasce dallo sguardo di chi l’esperienza del carcere, nella sua violenza e nel suo orrore, l’ha vissuta in prima persona. Lei che nel 1970 fu arrestata con l’accusa di complicità in un omicidio, e dopo due anni assolta. E nessuno sguardo altro può arrivare a tanta profondità e determinazione.
    Aboliamo le prigioni, dunque. Contro il carcere, la discriminazione, la violenza del capitale. Un lavoro molto ricco, col corredo di interviste e interventi di Guido Caldiron , Paolo Persichetti e Valeria Verdolini. Interventi in appendice, che in realtà sono parte integrante di un discorso che parte dagli Stati Uniti e attraversa l’oceano per dirci che riguarda anche tutti noi, e i paralleli balzano agli occhi, dalla questione dell’affollamento, al processo di criminalizzazione delle marginalità sociali, all’assurdo binomio, che i dati smentiscono, carcere/sicurezza, alle forme del nostro razzismo che è riuscito a trasformare il concetto di cittadinanza in “condizione esclusiva della personalità sociale”, dove gruppi stigmatizzati in partenza non hanno speranza…
    Un libro che pone tante domande. Su tutte una: ma è davvero così difficile pensare a un mondo senza prigioni? Eppure, si ricorda anche qui, chi avrebbe mai pensato, cinquant’anni fa, che si potesse vivere anche senza manicomi? Basaglia insegna… che l’impossibile può diventare possibile.
    Da leggere questo libro, giustamente si spiega, come manuale di resistenza. Di resistenza ai dubbi, alle paure, alle oscillazioni, che investono anche chi il pensiero dell’abolizione delle prigioni pure riesce a sfiorarlo. Eppure… “Molti sono già arrivati alla conclusione che la pena di morte è una forma antiquata di punizione che viola i principi basilari dei diritti umani. Penso che sia venuto il momento di incoraggiare un dibattito analogo sul carcere”. Parola di Angela Davis.
    E coraggio, allora. Provate a immaginare l’impossibile. Provate a immaginare il nostro mondo virare in panorami urbani liberi da quelle asfittiche scatole di ferro e cemento, in panorami dell’anima ripuliti da tanta insensata, dolorosa, violenta costrizione. E’ davvero così difficile?

    scritto per Ultimavoce.it

    La prigione e la piazza

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    scritto per Voci di dentro

    Si è concluso il viaggio de La Prigione e la Piazza, la mostra-mercato, di libri dal e sul carcere, promossa dalle associazioni Yairaiha Onlus e Napoli Monitor. Ultima tappa, per quest’anno, a fine ottobre, perché, anche se a guardare il cielo ancora sembra lontano, l’inverno si avvicina.
    Più che un viaggio, una scommessa iniziata lo scorso aprile a Napoli e che ci ha poi portato a Bari, Roma, Pitigliano, Cosenza e Rende. Ultimi appuntamenti a Catania, Lentini e Palermo.
    Siamo riusciti a portare nelle piazze la discussione su alcuni dei temi che attraversano il pianeta carcerario attraverso i libri e le narrazioni di tanti autori e testimoni che ben conoscono quella realtà, come la realtà delle “zone sociali carcerarie”, dove si nasce ai margini di una società sempre più indifferente agli ultimi e in particolar modo a chi si trova, a torto o a ragione, rinchiuso tra quattro mura. Restituendo così la parola agli esclusi, alle loro voci che troppo spesso si infrangono sulle mura di “un’istituzione totale che ha storicamente fallito la sua missione”.
    Le voci narranti hanno risuonato tra i vicoli dei quartieri che ci hanno ospitati intrecciandosi al vociare dei passanti e al rombo dei motori. E così familiari, ex detenuti, giuristi, giornalisti, studiosi, attivisti, hanno condotto chi si è fermato ad ascoltare in un lungo viaggio attraverso le fitte maglie del carcere mettendo a nudo le tante assurdità che l’istituzione totale contiene; i meccanismi perversi che ne regolano la presunta funzione rieducativa, dimostrando che il carcere non rieduca ma piuttosto peggiora le persone attraverso privazioni e umiliazioni che niente hanno a che fare con il recupero e il reinserimento del condannato.
    Un sistema feroce che non tutti sono in grado di sopportare. Oggi che scriviamo si conta il 74esimo suicidio. Un numero enorme. E le storie delle persone che si sono tolte la vita ci parlano, ancora, di povertà e marginalità. Fragilità sociali di cui dovrebbero farsi carico la società e lo Stato anziché la macchina giudiziaria e l’amministrazione penitenziaria. Mentre ancora si chiede verità sulle 14 persone morte durante le rivolte della primavera del covid in un clima che balbetta l’improbabile alibi dei “morti perlopiù di metadone”.
    Accanto alle storie scritte tra sbarre e cemento incrociamo quelle scritte tra i vicoli del sud. Storie di emarginazione e dolore dove sono tangibili i segni della presenza di uno Stato che sembra sia lì solo ed esclusivamente per intimidire e reprimere la miseria più che il crimine.
    Tra le tante incrociamo la storia di Ugo Russo, narrata a voce alta dal padre Enzo e dalla madre Sara. Ugo, ucciso a 15 anni dal proiettile di un carabiniere. Oggi, a quasi tre anni dalla sua morte, le conclusioni del pm: Ugo Russo, fu colpito alla testa dal carabiniere mentre scappava. E il suo volto è diventato il simbolo dello Stato che colpisce alle spalle e non tende una mano per uscire dalla miseria, culturale prima ancora che economica. Ugo, un ragazzino con tanti sogni come tutti a quell’età…
    E inerpicandoci tra i vicoli che da Banchi Nuovi portano ai Quartieri Spagnoli, accompagnati dal padre, Enzo, arriviamo alla piazzetta della Parrocchiella dove il comitato Verità e Giustizia ha realizzato un bellissimo murales con il volto sorridente del ragazzo e a fianco la scritta “Contro tutte le mafie”. Enzo e Sara non si stancano di raccontare quello è successo al proprio figlio; continuano a chiedere verità e giustizia assieme a tante altre persone solidali in tutto il paese. La loro vicenda ha toccato profondamente la comunità dei Quartieri spagnoli. Ugo non è più solo un ragazzo ammazzato volontariamente da un carabiniere, e diventato un simbolo per tutti i ragazzi, grandi e piccoli, del quartiere. Ugo è tutti loro: vita di strada tra motorette, pallone e poco altro. Enzo e Sara ci raccontano la voglia di riscatto e il desiderio di dare a quel quartiere qualche possibilità in più, soprattutto educativa. “Prima c’erano le suore che il pomeriggio facevano giocare i bambini, ora niente più!”. Assieme al comitato, forti del riconoscimento che hanno all’interno del quartiere, soprattutto con gli adolescenti, provano da anni ad avere un luogo per creare un centro di aggregazione giovanile, ma niente. Avevano anche individuato strutture abbandonate: verso la fine di Spaccanapoli c’è un ex ospedale militare abbandonato da molti anni. È stato dato alla polizia.
    Una storia emblematica di come lo Stato non punti a prevenire la cultura deviante ma spesso la favorisca attraverso la mancanza di servizi, di agenzie educative, di opportunità. E si prepara il terreno affinché la fabbrica penale e quella penitenziaria siano sempre gravide di “utenti”.
    E tante altre storie potremmo raccontare. Dinamiche che si ripetono tra le vie delle città del sud. E sono prevalentemente del sud le voci che affollano le prigioni italiane.

    La luna / questa notte / riempie il cielo / riversa sulla terra / la sua luce bianca / illumina / ogni angolo / penetra nelle grotte/ senza parlare / visita i luoghi / dove vivono le ombre/ col volto di uomini / che odorano di grotta / di muschio.
    Ad ogni appuntamento gli incontri si sono chiusi con la lettura di poesie dal carcere. Questa è Uomini che odorano di grotta, una poesia di Giovanni Farina, che ha subito quarant’anni di detenzione, che ci fa intuire qualcosa dell’odore del carcere, indimenticabile, per chi ne sia stato anche solo una volta sfiorato.
    Quell’odore… abbiamo provato a portarlo un po’ in giro, sulle strade della gente libera, che possa esserne toccata, per scuoterne l’indifferenza. Che non è cosa poi così impossibile. Anche perché le cose cominciamo a capirle davvero quando abbiamo dei nomi, conosciamo percorsi, immaginiamo dei volti di persone, perché quello che si dimentica, fuori, è che si tratta di persone esattamente come noi, per le quali però tolleriamo vengano calpestati diritti fondamentali.
    Il nostro viaggio si ferma sulle soglie dell’inverno, ma riprenderà a primavera, convinti come siamo dell’importanza di far conoscere la realtà vera del carcere, e le tremende storie di chi vi finisce dentro, per provare a scalfire almeno un po’ quel populismo penale che purtroppo nel nostro paese è atteggiamento trasversale, che tranne pochissime eccezioni riguarda tutti, da destra a sinistra. E i primi provvedimenti con i quali il nuovo governo inaugura la sua stagione non ne sono che l’ultimo portato, con l’inserimento nel codice penale della discussa e ambigua norma che inasprisce le pene per chi organizza i rave party, e con la modifica dell’attuale regime ostativo, dichiarato incostituzionale dalla Corte Costituzionale nel 2021. Non solo aggirando le indicazioni della Consulta ma andando a inasprire ulteriormente la norma. Costruendo ancora muri a soffocare le voci che si levano dalle nostre prigioni.
    Torneremo dunque nelle piazze, la prossima primavera, con chi vorrà unirsi a noi, come in questi mesi hanno fatto le associazioni Associazione Bianca Guidetti Serra, La Partita, Ex Caserma liberata – Bari, Comitato verità e giustizia per i morti del S. Anna di Modena, Economia Carceraria, Strade Bianche di Stampa Alternativa, Sensibili alle Foglie, Comitato verità e giustizia per Wissem Ben Abdel Latif, Antudo, Terra Lentini, Comitato territoriale Cipressi, Comitato Piazza Piccola, Casa di Quartiere, ASD Villaggio Europa, Malanova, Arci Porcorosso e il Comune di Rende, che tutti ringraziamo.


    Sandra Berardi
    Francesca de Carolis

    In nome del re

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    Daniela Morandini incontra Amedeo Giuliani, scrittore, impegnato in un centro di salute mentale…, e ci parla del suo prossimo libro che verrà…

    “Solo un monaco con alle spalle la storia di un guerriero può indicare la via della pace. E solo una compagnia di saltimbanchi potrà convincerlo ad aiutare Federico II. E’ In nome del re, l’ultima storia che sta mettendo a punto Amedeo Giuliani, scrittore, che lavora a Roma in un centro d’igiene mentale.
    “E’ quasi una fiaba –spiega Giuliani- la sto limando, sto rivedendo il percorso di questo uomo di Dio, gli intrecci, le avventure dei Mori e di questi teatranti alla corte di un sovrano illuminato”. Il testo a cui sta lavorando appare diverso dai precedenti. “Il mio primo libro guarda il mondo con gli occhi di una comunità di felini- continua l’autore- narra della libertà minacciata da un branco di cani randagi e della salvezza che arriva dagli animali della montagna”.
    Dopo Gattusia, quasi un apologo, Giuliani, ancora con Camparotto, pubblica La farfalla, la trasformazione di un’insegnante che, morto il marito, scopre un’altra se stessa. Nel 2019 esce Acqua e terra, in cui l’autore scolpisce come su un ramo d’ulivo la figura di Maria Concetta. E’ una donna del Sud alla testa dell’azienda del padre, una protagonista determinata, carica di passioni, pronta ad assumersi ogni responsabilità e che, forse anche per questo, conoscerà la follia.
    “Assomiglia vagamente a persone che ho conosciuto all’Università negli anni 80 – aggiunge lo scrittore – ma Concetta ha una vita propria”.
    Nato a Foggia, dopo gli studi all’Aquila, Giuliani si trasferisce a Roma dove insegna materie umanistiche, ma non è quella la sua strada. Punta al sociale, all’area psichiatrica, si laurea in infermieristica, si perfeziona in psicologia clinica, opera in comunità, in case famiglia ed ora in un centro di igiene mentale. Forse c’è un nesso tra la sua scrittura e un lavoro che impone di fare i conti con i nodi della mente, ma Giuliani non lo crede: “Sono due mondi che non coincidono, è come se avessi la testa divisa in due, da una parte gli impegni lavorativi, dall’altra il mio universo fantastico”. Ma é difficile pensare che le sfide di Concetta, le elucubrazioni dei gatti, la metamorfosi della Farfalla, non si siano mai scontrate con un’ idea di normalità che viene infranta ogni giorno. E l’interrogativo resta: lo scioglieranno, forse, il monaco guerriero e i guitti di Federico II.

    Daniela Morandini