La notizia l’avrete letta, forse. La magistratura di sorveglianza ha confermato il 41 bis ad Alfredo Cospito, confermando la determinazione a punire oltre ogni limite, con ergastolo e un regime dei più spietati, un anarchico, che non ha ucciso nessuno. Strage aggravata, si è deciso, per un’azione dimostrativa che, per quanto condannabile, non ha fatto vittime, che non ha fatto un graffio ad alcuno. Ma tant’è. Una pena smisurata e difficile da capire e accettare se chiudere Cospito in quella tomba che è il 41 bis significa assimilare i rapporti fra anarchici ai rapporti fra affiliati alla criminalità organizzata, mentre per protesta contro tanta assurdità Alfredo Cospito continua lo sciopero della fame che mette ora a rischio la sua vita.
E’ cosa che si commenta da sé e inquieta pensare alla pericolosa deriva giustizialista che sottende (ne abbiamo parlato…). Ed è cosa a cui non dovremmo essere indifferenti. Perché se è la nostra democrazia che ne viene corrosa… ognuno di noi è chiamato in causa.
Per questo vogliamo segnalare fra le voci che si levano contro tutto questo, l’iniziativa di due attivisti per i diritti umani, Delfina Unno Pastalunghi e Umberto Baccolo, che hanno indetto uno “sciopero della fame a staffetta in solidarietà a Cospito contro il 41bis e l’ergastolo ostativo”.
E ben venga questa iniziativa nonviolenta che, accompagnando Cospito nel suo sciopero della fame, “spinga a riflettere su disumanità ed incostituzionalità di ergastolo ostativo e 41bis, chiedendo la loro abolizione in linea generale, e nello specifico la non applicazione a Cospito, che sicuramente se ha commesso reati è giusto li paghi, ma non così tanto ed in modo così disumano e sproporzionato”.
Le adesioni sono aperte:
https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSfM1Qbw0v68VeiDuhxzRIlCUFj3g0pBAu8UY6nGkTCj4O-yMg/viewform
E si andrà avanti finché Alfredo Cospito andrà avanti col suo digiuno.
L’invito a tutti, a singoli cittadini e a associazioni, partiti e realtà che si occupano di giustizia e sociale di aderire e partecipare in qualsiasi modo a questa iniziativa. Nella speranza di smuovere le cose, prima che Cospito si lasci morire, per contestare una giustizia che si fa fatica a riconoscere tale.
E un’immagine viene alla mente. L’ispettore Javert. Creato da Victor Hugo per I Miserabili. Javert, antagonista principale del romanzo, poliziotto che ha consacrato la su vita al lavoro e alla sua idea di “giustizia”, che tutta la vita perseguita Jean Valjean, l’ex galeotto, che era stato ingiustamente condannato a una pena enorme per un lieve reato, e che pure tanto bene ha poi compiuto. Javert lo vuole in prigione, ostinatamente. Javert cui a un certo punto Jean Valjean salva la vita e che quindi, pure stupendosi di se stesso, lascia libero. E poi si uccide, non riuscendo a conciliare il suo ruolo di tutore della legge con la riconoscenza che pure deve all’uomo che ha inseguito tutta la vita.
Ecco, cosa viene da pensare a margine della vicenda di Cospito e alla forzatura estrema della sua condanna, che ha più un sapore “politico”, di negazione e condanna estrema di un pensiero che si pone ai margini del pensiero dominante: viene da pensare a un’idea di legge che alla fine uccide se stessa.
https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSfM1Qbw0v68VeiDuhxzRIlCUFj3g0pBAu8UY6nGkTCj4O-yMg/viewform
Petizione per Alfredo Cospito, un anarchico, che non ha ucciso nessuno, al 41…
Aboliamo dunque le prigioni?
A proposito del saggio di Angela Davis, “Aboliamo le prigioni?”, un intervento di Vittorio da Rios, che ancora ringraziamo, che ci invita ad allargare lo sguardo sulla Storia e sulle dinamiche del nostro sistema.
“Un grande giurista partenopeo Gaetano Filangieri, nella seconda metà del 1700, nel suo capolavoro “La scienza della Legislazione” dedica un libro alla formazione dell’individuo, alla sua educazione e pone il problema fondamentale della educazione alla cultura e all’alto sapere filosofico-scientifico di ogni creatura umana. Ma Filangieri si pone un grande assioma dai grandi risvolti di natura etica-morale. La “Felicità” non può essere un fatto privato o famigliare ma deve essere “collettiva”: come posso, scrive Filangieri, essere felice quando intorno a me c’è fame, emarginazione e miseria? E poi nella corrispondenza con i colleghi illuministi francesi che preparavano la rivoluzione del 1789 li ammoniva che abbattendo necessariamente la società feudale da secoli oppressiva e schiavista non si sostituisca una organizzazione sociale altrettanto sperequativa, l’egemonia del denaro. Fu grande profeta il Filangieri. Morì troppo giovane a soli 35 anni per patologie polmonari. Veniamo ora all’articolo di Francesca de Carolis, a proposito del saggio di Angela Davis, che ci invita a pensare e p5rogettare un mondo senza prigioni…
Voltaire, che Cacciari ha definito impropriamente un po’ superficialotto, a proposito di carcere scrisse che la qualità della democrazia di uno Stato si misura dalla qualità del sistema giudiziario e dalle condizioni in cui versano le carceri. Prendo spunto da un grande giurista contemporaneo di respiro internazionale, Luigi Ferrajoli, autore tra l’altro di “Diritto e ragione, teoria del garantismo penale”, che ha usato per primo dentro il paradigma del diritto, che oggi si è costruito e si alimenta un sistema economico-finanziario che determina i CRIMINI DI SISTEMA, e oggi le nostre carceri sono popolate dalle vittime dei crimini di sistema! E allora come giustifichiamo oggi tutto questo? Come pensiamo di conciliare per esempio la nostra Costituzione con i CRIMINI DI SISTEMA? Ma andiamo al nucleo centrale dello scritto di Francesca, a proposito del saggio della Davis ABOLIRE IL CARCERE?…. Gianpiero Pierotti fa presente giustamente che abbattendo le sperequazioni sociali le carceri si svuoteranno. Ma oggi innanzi a spaventose sperequazioni sociali mai prima verificatosi, come riorganizzare le società, i membri e gli appartenenti degli Stati? In questi ultimi decenni abbiamo assistito a radicali cambiamenti strutturali che hanno modificato l’essenza degli Stati. Pensiamo in modo particolare alla svendita e svuotamento nella sua essenza costitutiva per esempio del nostro Stato. Iniziando dagli anni ’90 si sono svenduti a privati a prezzo di stralcio l’Ina-l’Eni-l’Enel-L’Iri, si è privatizzata la Banca d’Italia, la Banca Nazionale del Lavoro, tutte le maggiori Banche sono state privatizzate, cosi gran parte del sistema sanitario, come le strutture scolastiche. La finanza e i grandi gruppi nazionali e internazionali gestiscono, condizionano di fatto i parlamenti e i governi compreso il nostro. Questi sono i grandi problemi che oggi abbiamo innanzi. Insormontabili? Irreversibili? Salvatore Veca in un suo saggio del 1982 sulla giustizia inizia cosi: Vi sono almeno due modi principali per affrontare il ricorrente problema della giustizia, essi dipendono da due modi alternativi di concettualizzare la società. Storicamente, le due versioni si distribuiscono nel tempo in fasi alterne configurando uno spazio permanente di tensione e conflitto o una sorta di controversia interminabile, come spesso accade alle nostre rivali interpretazioni del mondo. Concettualmente, l’opposizione riguarda quello che si potrebbe definire un approccio olistico e quello che si potrebbe corrispondentemente definire un approccio individualistico alla società. Una ulteriore definizione potrebbe contrapporre uno schema della società in termini di fatti sociali e leggi a uno in termini di azione sociale e regole. Nel primo caso (approccio olistico in termini di fatti sociali e leggi ) la giustizia di una società è considerata, per dir cosi, assumendo la società come un tutto, indipendentemente dalla valutazione degli individui che la compongono. Nel secondo ( approccio individualistico in termini di azione sociale e regole ) la giustizia di una società è considerata in modo dipendente e coerente con la valutazione degli individui che la compongono. Ecco quindi l’urgenza di ripensare radicalmente il concetto di cosa si intende oggi per diritto nel nostro paese. Come rifondare oggi lo Stato di diritto soprattutto, e riscrivere gran parte dei codici penale e civile adattandoli alle radicali mutazioni avvenute sopra citate. Soprattutto sfoltendo un foresta, un ginepraio di testi e paradigmi giuridici oramai del tutto inutili. Ma la giustizia concreta effettuale si determina nella società, di come la struttura sociale disponga di elementi di reale democrazia economica. Avendo la lucida consapevolezza che il sistema economico-finanziario va in tutt’altra direzione, e che le sperequazioni sociali determinate e le risorse sono in mano di un numero di persone sempre più esiguo. Come rimediare? Il lavoro è immane. Per riportare un equilibrio economico, mancando di fatto di uno Stato, essendo stato criminalmente svenduto, doppiamo tenere presente questo. Io ritengo e non voglio sconfinare in utopie irrealizzabili, che occorra costruire nei prossimi anni nuovi paradigmi culturali quanto giuridici, per andare oltre il carcere, rendere inutile il carcere, superare definitivamente il concetto di espiazione in condizioni di ristretti. Fondamentale per raggiungere questo obbiettivo è l’applicazione finalmente della Costituzione nei suoi pilastri costitutivi. Riportare lo Stato democratico moderno garantista alla sua funzione strategica come concepito dai padri Fondatori, in termini economici e culturali, ai fini di assicurare e determinare le condizione di equità e di giustizia sociale. Spetta a noi cittadini applicare la Costituzione, e costruire da molte macerie attuali lo Stato di diritto che deve essere presente in tutte le pieghe della società affinché più nessuno cada in tragedia, e abbia consentito una vita giusta e dignitosa. Solo cosi aboliremo definitivamente le carceri e il business rappresentato dalla gestione del Reato.
Vittorio da Rios
Aboliamo le prigioni…
Aboliamo le prigioni? Un titolo che sembra quasi una provocazione. Un gioco di parole per illusi e sognatori. Parole impronunciabili, diciamo la verità, anche per molti che si ritengono “progressisti”.
Ma provocazione non lo è affatto. E questo saggio di Angela Davis, che quest’anno è stato riproposto da Minimum fax (che già lo aveva pubblicato in Italia nel 2009, dopo la sua uscita in America), mai come oggi sembra opportuno. Opportuno e attualissimo, anche per noi europei, e in particolare per noi italiani, freschi dello svelamento di cosa il carcere sia, dopo le notizie delle inusitate violenze che persone detenute, affidate alla custodia allo stato, hanno subito…
Angela Davis chi giovanissimo non è la ricorda mitica militante del movimento americano per i diritti civili dagli anni Sessanta e, fino agli anni ’90, del partito comunista degli Stati Uniti. E oggi che, attenta studiosa di fama internazionale, ha concentrato il suo impegno nella difficilissima battaglia per l’abolizione del carcere, ha la stessa forza e il rigore di allora, il suo pensiero lo stesso fascino che si affacciava dalle foto e dai poster di quel tempo, sotto quel casco immenso di capelli ricci e neri
E coglie un nodo fondamentale delle nostre paure e contraddizioni, che impediscono il cammino verso un mondo di vera uguaglianza, di rispetto di diritti per tutti, ma proprio per tutti. Andando intanto alla radice della nostra incapacità di immaginare un mondo senza prigioni.
Già. Perché mai diamo per scontato il carcere? “Come se si trattasse di un fatto scontato dell’esistenza, come nascere e morire”.
Ci ricorda, Angela Davis, che il carcere, come ancora lo intendiamo oggi, è un’istituzione moderna, che “il processo attraverso cui la carcerazione si è trasformata nel principale tipo di punizione inflitta dallo stato è strettamente legato all’ascesa del capitalismo e alla comparsa di un nuovo insieme di condizioni ideologiche”. Mentre la condanna al carcere viene pensata in termini di tempo, esattamente “nel periodo in cui il valore del lavoro viene calcolato in termini di tempo”.
Uno sguardo largo, quello di Angela Davis, sorretto dalla ferma convinzione che le diseguaglianze delle nostre società passano attraverso discriminazioni di razza di sesso e di classe, e solo la via del socialismo ne permetterebbe il superamento.
E studiando il sistema americano, ci parla di “sistema carcerario industriale” che, dopo l’abolizione della schiavitù, fonda le sue basi economiche su una sorta di “schiavismo morbido”, cercando di rivelare forme mascherate di pregiudizio razzista che raramente vengono riconosciute tali. In un sistema dove tutto si tiene, se lo sfruttamento della manodopera carceraria da parte di corporation private (perché questo accade) è “uno dei tanti aspetti dei rapporti che legano grandi imprese, governo, istituti di pena e media”. Un sistema che, confinando nelle sue mura marginalità cui nessuno intende porre rimedio, continuamente alimenta se stesso. Un sistema che, se pure abolito l’orrenda pratica dei detenuti in affitto in vigore fino all’inizio del XX secolo, ha tutto l’interesse a tenersi ben stretti i suoi due milioni e mezzo di persone detenute. Che sono per lo più neri, ispanici, amerindi, asiatici-americani…
Libro complessissimo e dettagliatissimo, tutto da studiare.
Ma due aspetti voglio segnalare.
Lo sguardo di donna che sa leggere come il sesso dei detenuti condizioni un sistema carcerario dove, paradossalmente, le richieste di parità con le prigioni maschili, invece di migliorare le condizioni di vita offrendo maggiori opportunità di istruzione, migliore assistenza medica… hanno portato a condizioni più repressive. Che dire della decisione negli anni Novanta in Alabama di istituire gruppi di forzati composti da donne “per creare condizioni di uguaglianza con gli uomini”…
E fanno rabbrividire le pagine in cui si racconta di come, in una perversa combinazione di razzismo e misoginia, si pratica la perquisizione integrale con l’esame di vagina e ano. Fa fatica pensarlo, ma questo è. Una sorta di istituzionalizzazione dell’abuso sessuale.
E ancora una cosa ci dice Angela Devis. Che l’urgenza di questo suo impegno nasce dallo sguardo di chi l’esperienza del carcere, nella sua violenza e nel suo orrore, l’ha vissuta in prima persona. Lei che nel 1970 fu arrestata con l’accusa di complicità in un omicidio, e dopo due anni assolta. E nessuno sguardo altro può arrivare a tanta profondità e determinazione.
Aboliamo le prigioni, dunque. Contro il carcere, la discriminazione, la violenza del capitale. Un lavoro molto ricco, col corredo di interviste e interventi di Guido Caldiron , Paolo Persichetti e Valeria Verdolini. Interventi in appendice, che in realtà sono parte integrante di un discorso che parte dagli Stati Uniti e attraversa l’oceano per dirci che riguarda anche tutti noi, e i paralleli balzano agli occhi, dalla questione dell’affollamento, al processo di criminalizzazione delle marginalità sociali, all’assurdo binomio, che i dati smentiscono, carcere/sicurezza, alle forme del nostro razzismo che è riuscito a trasformare il concetto di cittadinanza in “condizione esclusiva della personalità sociale”, dove gruppi stigmatizzati in partenza non hanno speranza…
Un libro che pone tante domande. Su tutte una: ma è davvero così difficile pensare a un mondo senza prigioni? Eppure, si ricorda anche qui, chi avrebbe mai pensato, cinquant’anni fa, che si potesse vivere anche senza manicomi? Basaglia insegna… che l’impossibile può diventare possibile.
Da leggere questo libro, giustamente si spiega, come manuale di resistenza. Di resistenza ai dubbi, alle paure, alle oscillazioni, che investono anche chi il pensiero dell’abolizione delle prigioni pure riesce a sfiorarlo. Eppure… “Molti sono già arrivati alla conclusione che la pena di morte è una forma antiquata di punizione che viola i principi basilari dei diritti umani. Penso che sia venuto il momento di incoraggiare un dibattito analogo sul carcere”. Parola di Angela Davis.
E coraggio, allora. Provate a immaginare l’impossibile. Provate a immaginare il nostro mondo virare in panorami urbani liberi da quelle asfittiche scatole di ferro e cemento, in panorami dell’anima ripuliti da tanta insensata, dolorosa, violenta costrizione. E’ davvero così difficile?
scritto per Ultimavoce.it
La prigione e la piazza
scritto per Voci di dentro
Si è concluso il viaggio de La Prigione e la Piazza, la mostra-mercato, di libri dal e sul carcere, promossa dalle associazioni Yairaiha Onlus e Napoli Monitor. Ultima tappa, per quest’anno, a fine ottobre, perché, anche se a guardare il cielo ancora sembra lontano, l’inverno si avvicina.
Più che un viaggio, una scommessa iniziata lo scorso aprile a Napoli e che ci ha poi portato a Bari, Roma, Pitigliano, Cosenza e Rende. Ultimi appuntamenti a Catania, Lentini e Palermo.
Siamo riusciti a portare nelle piazze la discussione su alcuni dei temi che attraversano il pianeta carcerario attraverso i libri e le narrazioni di tanti autori e testimoni che ben conoscono quella realtà, come la realtà delle “zone sociali carcerarie”, dove si nasce ai margini di una società sempre più indifferente agli ultimi e in particolar modo a chi si trova, a torto o a ragione, rinchiuso tra quattro mura. Restituendo così la parola agli esclusi, alle loro voci che troppo spesso si infrangono sulle mura di “un’istituzione totale che ha storicamente fallito la sua missione”.
Le voci narranti hanno risuonato tra i vicoli dei quartieri che ci hanno ospitati intrecciandosi al vociare dei passanti e al rombo dei motori. E così familiari, ex detenuti, giuristi, giornalisti, studiosi, attivisti, hanno condotto chi si è fermato ad ascoltare in un lungo viaggio attraverso le fitte maglie del carcere mettendo a nudo le tante assurdità che l’istituzione totale contiene; i meccanismi perversi che ne regolano la presunta funzione rieducativa, dimostrando che il carcere non rieduca ma piuttosto peggiora le persone attraverso privazioni e umiliazioni che niente hanno a che fare con il recupero e il reinserimento del condannato.
Un sistema feroce che non tutti sono in grado di sopportare. Oggi che scriviamo si conta il 74esimo suicidio. Un numero enorme. E le storie delle persone che si sono tolte la vita ci parlano, ancora, di povertà e marginalità. Fragilità sociali di cui dovrebbero farsi carico la società e lo Stato anziché la macchina giudiziaria e l’amministrazione penitenziaria. Mentre ancora si chiede verità sulle 14 persone morte durante le rivolte della primavera del covid in un clima che balbetta l’improbabile alibi dei “morti perlopiù di metadone”.
Accanto alle storie scritte tra sbarre e cemento incrociamo quelle scritte tra i vicoli del sud. Storie di emarginazione e dolore dove sono tangibili i segni della presenza di uno Stato che sembra sia lì solo ed esclusivamente per intimidire e reprimere la miseria più che il crimine.
Tra le tante incrociamo la storia di Ugo Russo, narrata a voce alta dal padre Enzo e dalla madre Sara. Ugo, ucciso a 15 anni dal proiettile di un carabiniere. Oggi, a quasi tre anni dalla sua morte, le conclusioni del pm: Ugo Russo, fu colpito alla testa dal carabiniere mentre scappava. E il suo volto è diventato il simbolo dello Stato che colpisce alle spalle e non tende una mano per uscire dalla miseria, culturale prima ancora che economica. Ugo, un ragazzino con tanti sogni come tutti a quell’età…
E inerpicandoci tra i vicoli che da Banchi Nuovi portano ai Quartieri Spagnoli, accompagnati dal padre, Enzo, arriviamo alla piazzetta della Parrocchiella dove il comitato Verità e Giustizia ha realizzato un bellissimo murales con il volto sorridente del ragazzo e a fianco la scritta “Contro tutte le mafie”. Enzo e Sara non si stancano di raccontare quello è successo al proprio figlio; continuano a chiedere verità e giustizia assieme a tante altre persone solidali in tutto il paese. La loro vicenda ha toccato profondamente la comunità dei Quartieri spagnoli. Ugo non è più solo un ragazzo ammazzato volontariamente da un carabiniere, e diventato un simbolo per tutti i ragazzi, grandi e piccoli, del quartiere. Ugo è tutti loro: vita di strada tra motorette, pallone e poco altro. Enzo e Sara ci raccontano la voglia di riscatto e il desiderio di dare a quel quartiere qualche possibilità in più, soprattutto educativa. “Prima c’erano le suore che il pomeriggio facevano giocare i bambini, ora niente più!”. Assieme al comitato, forti del riconoscimento che hanno all’interno del quartiere, soprattutto con gli adolescenti, provano da anni ad avere un luogo per creare un centro di aggregazione giovanile, ma niente. Avevano anche individuato strutture abbandonate: verso la fine di Spaccanapoli c’è un ex ospedale militare abbandonato da molti anni. È stato dato alla polizia.
Una storia emblematica di come lo Stato non punti a prevenire la cultura deviante ma spesso la favorisca attraverso la mancanza di servizi, di agenzie educative, di opportunità. E si prepara il terreno affinché la fabbrica penale e quella penitenziaria siano sempre gravide di “utenti”.
E tante altre storie potremmo raccontare. Dinamiche che si ripetono tra le vie delle città del sud. E sono prevalentemente del sud le voci che affollano le prigioni italiane.
La luna / questa notte / riempie il cielo / riversa sulla terra / la sua luce bianca / illumina / ogni angolo / penetra nelle grotte/ senza parlare / visita i luoghi / dove vivono le ombre/ col volto di uomini / che odorano di grotta / di muschio.
Ad ogni appuntamento gli incontri si sono chiusi con la lettura di poesie dal carcere. Questa è Uomini che odorano di grotta, una poesia di Giovanni Farina, che ha subito quarant’anni di detenzione, che ci fa intuire qualcosa dell’odore del carcere, indimenticabile, per chi ne sia stato anche solo una volta sfiorato.
Quell’odore… abbiamo provato a portarlo un po’ in giro, sulle strade della gente libera, che possa esserne toccata, per scuoterne l’indifferenza. Che non è cosa poi così impossibile. Anche perché le cose cominciamo a capirle davvero quando abbiamo dei nomi, conosciamo percorsi, immaginiamo dei volti di persone, perché quello che si dimentica, fuori, è che si tratta di persone esattamente come noi, per le quali però tolleriamo vengano calpestati diritti fondamentali.
Il nostro viaggio si ferma sulle soglie dell’inverno, ma riprenderà a primavera, convinti come siamo dell’importanza di far conoscere la realtà vera del carcere, e le tremende storie di chi vi finisce dentro, per provare a scalfire almeno un po’ quel populismo penale che purtroppo nel nostro paese è atteggiamento trasversale, che tranne pochissime eccezioni riguarda tutti, da destra a sinistra. E i primi provvedimenti con i quali il nuovo governo inaugura la sua stagione non ne sono che l’ultimo portato, con l’inserimento nel codice penale della discussa e ambigua norma che inasprisce le pene per chi organizza i rave party, e con la modifica dell’attuale regime ostativo, dichiarato incostituzionale dalla Corte Costituzionale nel 2021. Non solo aggirando le indicazioni della Consulta ma andando a inasprire ulteriormente la norma. Costruendo ancora muri a soffocare le voci che si levano dalle nostre prigioni.
Torneremo dunque nelle piazze, la prossima primavera, con chi vorrà unirsi a noi, come in questi mesi hanno fatto le associazioni Associazione Bianca Guidetti Serra, La Partita, Ex Caserma liberata – Bari, Comitato verità e giustizia per i morti del S. Anna di Modena, Economia Carceraria, Strade Bianche di Stampa Alternativa, Sensibili alle Foglie, Comitato verità e giustizia per Wissem Ben Abdel Latif, Antudo, Terra Lentini, Comitato territoriale Cipressi, Comitato Piazza Piccola, Casa di Quartiere, ASD Villaggio Europa, Malanova, Arci Porcorosso e il Comune di Rende, che tutti ringraziamo.
Sandra Berardi
Francesca de Carolis
In nome del re
Daniela Morandini incontra Amedeo Giuliani, scrittore, impegnato in un centro di salute mentale…, e ci parla del suo prossimo libro che verrà…
“Solo un monaco con alle spalle la storia di un guerriero può indicare la via della pace. E solo una compagnia di saltimbanchi potrà convincerlo ad aiutare Federico II. E’ In nome del re, l’ultima storia che sta mettendo a punto Amedeo Giuliani, scrittore, che lavora a Roma in un centro d’igiene mentale.
“E’ quasi una fiaba –spiega Giuliani- la sto limando, sto rivedendo il percorso di questo uomo di Dio, gli intrecci, le avventure dei Mori e di questi teatranti alla corte di un sovrano illuminato”. Il testo a cui sta lavorando appare diverso dai precedenti. “Il mio primo libro guarda il mondo con gli occhi di una comunità di felini- continua l’autore- narra della libertà minacciata da un branco di cani randagi e della salvezza che arriva dagli animali della montagna”.
Dopo Gattusia, quasi un apologo, Giuliani, ancora con Camparotto, pubblica La farfalla, la trasformazione di un’insegnante che, morto il marito, scopre un’altra se stessa. Nel 2019 esce Acqua e terra, in cui l’autore scolpisce come su un ramo d’ulivo la figura di Maria Concetta. E’ una donna del Sud alla testa dell’azienda del padre, una protagonista determinata, carica di passioni, pronta ad assumersi ogni responsabilità e che, forse anche per questo, conoscerà la follia.
“Assomiglia vagamente a persone che ho conosciuto all’Università negli anni 80 – aggiunge lo scrittore – ma Concetta ha una vita propria”.
Nato a Foggia, dopo gli studi all’Aquila, Giuliani si trasferisce a Roma dove insegna materie umanistiche, ma non è quella la sua strada. Punta al sociale, all’area psichiatrica, si laurea in infermieristica, si perfeziona in psicologia clinica, opera in comunità, in case famiglia ed ora in un centro di igiene mentale. Forse c’è un nesso tra la sua scrittura e un lavoro che impone di fare i conti con i nodi della mente, ma Giuliani non lo crede: “Sono due mondi che non coincidono, è come se avessi la testa divisa in due, da una parte gli impegni lavorativi, dall’altra il mio universo fantastico”. Ma é difficile pensare che le sfide di Concetta, le elucubrazioni dei gatti, la metamorfosi della Farfalla, non si siano mai scontrate con un’ idea di normalità che viene infranta ogni giorno. E l’interrogativo resta: lo scioglieranno, forse, il monaco guerriero e i guitti di Federico II.
Daniela Morandini
angeli feriti….
Gli alberi sono angeli feriti. Parola del “Filosofo Ignoto”, eco di Guido Ceronetti in una delle sue più belle e doloranti raccolte di versi e pensieri, le Ballate dell’Angelo Ferito, appunto. Oggi che l’uomo non vede più gli angeli…
E una strage di angeli mi ha sorpresa ferendomi agli occhi questa mattina mentre mi affaccio sulla breve traversa dietro casa…
E’ vero, era stato annunciato da sinistri stridori di sega, nei giorni scorsi. Tutta una mattina, e poi la mattina seguente ancora. Un lamento da brividi, da perforare il cervello e l’anima. Bloccata in casa dal covid proprio ne ho rimosso da me il pensiero. Ma poi…
La sorpresa, nella grigia luce di questo fine settimana, della strada decapitata della sua folta galleria d’oleandri…
E’ rimasta una teoria di braccia di rami troncati che a guardarli è davvero un pianto. Ah, vedo risparmiati due o tre alberelli che erano stati piantati lo scorso anno, che quelli troppo ingombro ancora non danno…
Certo, si dirà che erano malati, con quei fusti a tratti ritorti nei bozzi di quella sorta di tumore che avvinghia le piante costrette a respirare i malsani umori delle nostre città (ma nessuno si è mai occupato di curarli); certo si dirà che erano pericolosi, con qualche fusto inclinato a inseguire la luce che nella strada s’insinua di sghembo (ma nessuno, negli anni, ha mai pensato di potarli aiutandoli a raddrizzarsi); certo, e questo è sembrato forse davvero intollerabile (!?), troppa resina cadeva dalle piante sulle nostre lustre automobili. Una bella seccatura…
Certo, che volete che importi… un mucchietto di alberi decapitati di una strada secondaria. Alberi che nessuno sa più curare, potature che sono piuttosto capitozzature… Che significa, li avrete visti ovunque, tagli drastici dei tronchi e dei rami primari. Chi qualcosa ne sa da tempo denuncia questo sistema di “potatura”, sbrigativo e drastico, come una delle cause principali delle cattive condizioni in cui versano gli alberi di tante città, i nostri alberi “ornamentali”, che così crescono male, brutti, snaturati e senza difese…
Dimenticando, o volutamente ignorando, chi si occupa del nostro verde, quanto da tempo si sa a proposito della vita delle piante. Della loro architettura, della loro saggezza, della loro intelligenza. Di quanto siano consapevoli, le piante, di ciò che accade in loro e intorno a loro.
Le trattiamo malissimo, eppure quanto avremmo da imparare…
Leggevo proprio in questi giorni un interessantissimo articolo di Riccardo Venturi (da un vecchio numero di doppiozero), o meglio una sua conversazione con Emanuele Coccia, filosofo, autore fra l’altro de “La metafisica della mescolanza”…
Fra le tante cose ci ricorda che le piante sono gli unici esseri viventi “liberi dalla predazione animale”, che per vivere non hanno bisogno di uccidere altri esseri viventi. Le piante piuttosto permettono agli animali di vivere, anche con i loro prodotti di scarto, come l’ossigeno.
“Nelle piante è evidente che la vita è qualcosa che viene sempre da un altro vivente per andare verso un altro vivente… una metafisica della mescolanza che contiene un insegnamento profondo per il nostro modo di stare insieme…”.
E il modello “politico” diventa la foresta, se questa parola viene dal latino foris, “tutto quello che resta una volta che la città si è chiusa su di sé, l’insieme dei viventi esclusi da quella che viene considerata civiltà”. “Mentre la città si costituisce esiliando fuori da sé l’albero e la vita che esso rappresenta”.
E siamo ancora qui, dunque, a esiliare e soffocare la vita…
Guardando questi fantasmi di tronchi smozzicati e nudi di foglie dietro casa, come non sentire il lamento che invade il viale?
Canto, come di requiem, per angeli caduti. Che, nonostante nella caduta feriti, pure rimangono sulla terra. Rimangono, nonostante noi, per aiutarci a comunicare fra noi e non solo, ostinatamente cercando di tessere ponti impossibili fra il “diabolico” e il “simbolico”, per noi che gli angeli non riusciamo più a vederli, né a sentirli.
Certo, torneranno per come potranno le foglie, magari fiorirà, pure, quel che resta degli oleandri… che la vita della natura è più forte della violenza degli uomini…
Rimane oggi la mestizia, sotto il cielo grigio, di questo breve cimitero di tronchi spogli e un addio, per chissà quanto, all’esplosione di fioriture immense, traboccanti di feste di colori che ogni estate riempivano l’aria di gioia…
scritto per ultimavoce.it
Le buone mani…
“Certo potrebbe avere una goffaggine, zoppicare leggermente, ma chi se ne frega? Cosa vuoi che sia? Una vita è sempre un’addizione e la pelle il sangue e l’acqua di ogni corpo riempiono un vuoto, uno spazio altrimenti deserto. Non c’è fatica o sofferenza a sminuire l’ingombro di un amore”.
Ed è un amore che non può che pervadere ogni attimo della vita, quello che si catapulta nell’esistenza dei genitori di Matteo, che a pochi giorni dalla nascita viene colpito da emorragia cerebrale. Matteo viene ricoverato, operato, il rischio è l’idrocefalo… gli interventi si susseguono, ed “è un campo di battaglia, un’invenzione cubista, la testa di Matteo, opera di un scalpello impazzito”.
“In buone mani”, di Michele Greco (ed. Scalpendi), è il racconto dei giorni di quel lunghissimo ricovero, e di tutto quel che accade di stravolgente nella vita della famiglia del piccolo Matteo. Un diario in prima persona scritto da sguardo di padre.
Un racconto, minuto per minuto, senza respiro, dove i tempi sono dettati dalle ansie, dalle Tac, le diagnosi, le paure, l’improvvisa riorganizzazione dell’esistenza…
Un racconto senza respiro, come senza respiro sono stati i giorni per i genitori di Matteo. Le loro giornate accanto al lettino d’ospedale, a sussurrargli canzoni e scampoli di fiabe, ad accarezzarlo, a lievemente baciarlo. E a pendere dalle parole, dagli sguardi, dalle rassicurazioni dei medici, quando il chirurgo diventa per loro la persona più importante (“dopo Matteo, va da sé”), quando pure ci sono momenti che le parole “sollievo e speranza” diventano le più importanti del loro vocabolario, e “le ripetiamo ad alta voce perché acquisiscano materia e peso”.
Si legge tutto d’un fiato questo racconto, che non dà tregua. Come senza tregua sono stati quei giorni, fra l’ospedale e la casa muta di pianti. Fra l’altro anche alla ricerca di un equilibrio per l’altro figlio, Giovanni, che il fratellino, a casa, aspetta che torni.
Questo sguardo di padre sa allargarsi, carezzevole, anche su tutta la piccola comunità di bambini ricoverati e dei loro genitori, fra sale d’aspetto e corridoi fioriti di bambi e caprette, dove a unire è il dolore, “quasi una creatura viva nel viso dei bimbi e nei loro corpi costretti da aghi e tubicini”. E i legami che ne nascono, passando fra il regalo di una figurina di Madonna protettrice, un lutto e un sorriso, non si spezzeranno con le dimissioni di Matteo.
Tutto raccontato, minuto per minuto, con scrittura nitida e profonda, a scandire i giorni e i pensieri. Una cronaca che pure è sempre riflessione sulla vita e sui legami che ci regala.
Vivere, sembra dirci ad ogni istante questo sguardo di padre, è anche confrontarsi con l’idea della perdita. Perché affronta in quei giorni, il padre di Matteo, anche l’aggravarsi della malattia del suo di padre, cui non è potuto stare accanto come pure avrebbe voluto. Vivere, ci insegna, è anche confrontarsi con i propri limiti, con la propria idea di “eroismo” sapendo che il vero eroe, in tutta questa storia, è quel loro coraggiosissimo bambino, che ora vive con un tubicino impiantato vicino al cervello che gli consente di eliminare il liquido cerebrospinale in eccesso. Che infine dà loro la gioia dei primi passi, delle prime parole, e delle tante belle emozioni che, sempre comunque, un bambino che cresce sa dare. E sarà una vita di accudimento…
“Buone mani”, sono le mani di tutte le persone cha hanno aiutato Matteo a superare i momenti difficili. A vivere. Quelle del personale medico che di lui si è occupato e continua ad occuparsi (a proposito, i diritti d’autore che verranno dalle vendite del libro andranno alla Fondazione Bambino Gesù e alla fondazione Santa Lucia IRCCS). Quelle dei suoi genitori che davvero “non c’è fatica o sofferenza a sminuire l’ingombro di un amore”.
Un amore amoroso che continua a crescere, con i suoi bellissimi occhi spalancati sul mondo. Matteo ora ha cinque anni. Sì, l’ho incontrato…
L’ho incontrato che giocava in un giardino, in un cerchio di amichetti e adulti lì a seguirli. E questa ve la devo raccontare…
Premesso che sono piuttosto magra e negli ultimi mesi la cosa mi ha un po’ inquietata… Matteo mi ha subito “intercettata”, si è allontanato dal gruppo e mi è venuto deciso incontro porgendomi una boccettina d’acqua. “E’ un filtro magico!” mi ha detto convinto e convincente.
“Grazie! E se lo bevo che succede? Divento una principessa?”
“Se lo bevi diventi cicciottella!”
Magia delle percezioni che una sensibilità estrema regala…
Mi è capitato di ritornare in quel giardino. E sentire Matteo parlare di un “ponte con il cielo”. Il filosofo, qualcuno lo chiama. Non so se diventerà un filosofo, ma qualsiasi cosa farà, sono certa sarà il suo modo di dispensare saggezza e attenzione, con la sensibilità che mai perderà. E devo confessare che ancora torno, qualche volta, in quel giardino, a spiare brani di riflessioni, stupite e incantate, che questo piccolo guerriero sa regalare.
scritto per ultimavoce.it
Al mercato
Un racconto di Daniela Morandini. Come un flash. Ed è andata esattamente così…
“Al mercato, un giorno qualsiasi. Due bimbi di un anno più o meno, che appena appena camminano, si tengono per mano tra due file di scarpe. Uno sembra un cesello orientale, l’altro un guerriero in miniatura. Qualcuno si ferma a guardarli: sono così belli che sembrano finti. Un uomo impreca perché non riesce a passare. “Stronzo” gli fa una signora bionda vicino a me. “Scusi sa, ma quello lo conosco, è anche un padre, come fa a fare così?”
Dico qualche banalità sui bambini e la guardo. E’ giovane, ma non troppo. Ha occhi celesti larghi. E’ bella, anche se è troppo magra e ha i denti rovinati.
“Perché tanta cattiveria? Sa cosa succede poi?”. Aspetto la spiegazione e lei va avanti:
“Mio figlio si chiude in camera e si taglia. Il padre mi ha detto di riempirlo di botte. Ma scherziamo? In casa non ho nascosto niente. Sarebbe peggio. Il mio compagno è paziente, quando gli dice che dobbiamo stare insieme lui non va in camera a tagliarsi”.
La signora bionda è composta, ma comincia a piangere:
“Vedrà che risolverò anche questo”.
“Ne sono sicura” dico io. Mi presento e lei mi dice il suo nome, ma non lo ricordo. Ci salutiamo con un abbraccio e vado a comprare i broccoli, mentre i due bimbi che giocavano tra le bancarelle non ci sono più”.
Daniela Morandini
Un’idea tutt’altro che “bizzarra”…
“Un evento tutt’altro che “bizzarro” (questo l’aggettivo usato da Giorgia Meloni) e di straordinaria importanza perché professionisti sanitari, sulla base della rilevanza della dimensione della “salute mentale” nella vita quotidiana degli esseri umani, hanno evidenziato i gravi rischi che comporta per la stessa una condizione di restrizione, di detenzione di fatto per settimane su una nave di persone impedite di scendere a terra”.
Parole di Luigi Benevelli, psichiatra (fra l’altro fra i protagonisti del movimento dei diritti civili per i portatori di handicap e della costruzione del servizio sanitario nazionale) che, in un intervento pubblicato sul Forum della Salute mentale, controbatte alle dure parole del governo contro i sanitari che nel porto di Catania hanno disposto lo sbarco di tutte, ma proprio tutte, le persone migranti che si trovavano a bordo della “Humanitas” e della “Geo Barents”. Anche di quelle che il governo avrebbe voluto rimandare in mare perché “non fragili e non affette da malattie organiche”. Insomma, il “carico residuale” (quando le parole sono puro orrore…).
E forse non si è capita abbastanza la grande novità che Benevelli sottolinea: l’intervento di una squadra di sanitari per accertare anche le condizioni di sofferenza mentale e i rischi per la salute mentale delle persone in una condizione di restrizione, di detenzione di fatto. Che è cosa che riguarda anche chi malato e fragile non è.
E come non pensare anche a chi in condizione di restrizione, di detenzione lo è perché incappato, per un motivo o per l’altro, nel meccanismo del nostro sistema penale, che fa fatica a vedere altro che carcere, e carcere e carcere…
Come non pensare alle condizioni di sofferenza mentale e ai rischi per la salute mentale di chi è detenuto? Come non pensarlo per tutte, ma proprio tutte le cinquantaquattromila609 (dato al 31 marzo) persone ben serrate nelle nostre prigioni.
Perché in carcere, anche se si arriva sani, ci si ammala, nel fisico e nella mente. E’ cosa che chiunque abbia a che fare con il carcere sa bene. Come tutti sanno che la stragrande maggioranza delle persone detenute fa uso di psicofarmaci. Anche chi prima di mettervi piede magari gli psicofarmaci non sapesse proprio cosa fossero.
La detenzione già di per sé può comportare disturbo da adattamento (e sono psichiatri a dirlo) e sappiamo che in genere per ogni istituto di pena è previsto un solo consulente psichiatra, al massimo due negli istituti di grosse dimensioni…
Pensando dunque alle prigioni, come navi lasciate alla deriva in acque extraterritoriali, dove i diritti di chi è sulla terraferma qui sono tutt’altro che riconosciuti… e basta scorrere le cronache di un giorno qualsiasi, fra suicidi, denunce, violenze… tutte riassunte oggi dalle parole di Mauro Palma, Garante nazionale delle persone private della libertà, in un’intervista a L’Essenziale: “Il carcere è la risposta a tutto: alla malattia psichiatrica, alla dipendenza da alcol o droghe, alla povertà. E quando le sbarre non bastano, si usa la violenza”.
La proposta bizzarra dunque.
Tanto per cominciare riportare subito “le navi” in “acque territoriali” e lasciare che attracchino in porto, giusto per chiarire “sotto quale giurisdizione”… e poi ingaggiare squadre di psichiatri che ne varchino i cancelli col preciso compito di valutare i rischi, per la salute anche psichica, di chi è dentro. Esattamente come è stato fatto per i migranti della “Humanitas” e della “Geo Barents”.
Un rapporto onesto valuterebbe bene quanto male faccia il carcere all’equilibrio e alla salute mentale di chiunque vi abbia a che fare. Di chi è controllato come dei controllori, oserei dire, senza con questo voler giustificare le violenze dai controllori inflitte ai controllati, come cronache recenti ci dicono…
Un rapporto onesto farebbe replicare il “bizzarro evento”, che tanto ha scandalizzato il nostro presidente del consiglio, e potremmo vedere tutti scendere dalle nostre navi/carceri… nella speranza di imbarcarsi in un sistema di pena, non sarà mai troppo presto quando vi si metterà mano, che rispetti i diritti fondamentali delle persone, che ristabilisca la decenza, che restituisca alla pena quel che è della pena, che dovrebbe essere tutt’altro che minaccia alla salute fisica e mentale, tutt’altro che malattia e tortura…
A proposito delle lettere dal mare della pandemia…
Una profonda, attenta riflessione di Vittorio da Rios. A proposito delle lettere “dal mare della disabilità”. Uno spunto, come sempre, per Vittorio, di allargare lo sguardo sul nostro mondo…
“Francesca con il suo scritto mi ha posto con immediata apertura della porta della memoria a ricordi mai assopiti anzi sempre più vivi e potenti sia a fatti riconducibili alla mia esistenza di un settantunenne che ha avuto il privilegio di vedere “L’erba dalla parte delle radici” da sotto, quanto alla moltitudine di umanità incrociata, toccata da quella che una letteratura contemporanea definisce Handicap. Ora sia chiaro siamo innanzi, nonostante a indubbi processi evolutivi e di conoscenza, sia come approccio antropologico-sociologico, sia come conoscenza medico-scientifica, a paradigmi secolarizzati che richiedono tempi e metodologie per trovare definitivo accoglimento e comprensione come irreversibile condizione umana. Non posso non ricordare una straordinaria figura di uomo e scienziato che ho conosciuto, che in condizioni di incredibili quanto indicibili difficoltà con l’aiuto della amatissima mamma, che ne aveva colto fin da piccolo la straordinaria intelligenza si è laureato in medicina con successiva specializzazione in psicoterapia dell’infanzia e dell’età evolutiva. Parlo di Mauro Cameroni che all’età di circa due anni ebbe una paralisi celebrale che gli ha creato gravi ed irreversibili deficit motori, inibendogli il parlare, il camminare, e era continuamente martoriato da convulsioni di natura spastica. Scrisse un libro pubblicato nel 1983 da Feltrinelli “L’HANDICAP DENTRO E OLTRE”, con una bellissima introduzione di Giovanni Berlinguer il fratello di Enrico. Dove tra l’altro si legge: Sconsiglio la lettura agli Handicappati intellettuali e mentali, categoria ancora assai numerosa e di difficile recupero rispetto agli Handicappati fisici e psichici. L’Autismo… questa patologia che prende fin dalle prime settimane della gestione nell’utero materno della futura o futuro nascituro che inibisce spesso in modo irreversibile la capacità di comunicare, di parlare. è un fenomeno come rileva il Prof. Ernesto Burgio tra i maggiori Epigenetici scienziato e studioso dei processi cancerogeni, e dei meccanismi che determinano l’Autismo, in grande ed esponenziale crescita. Inquinamento ambientale, stress, determinato da sempre più frenetici ritmi di vita, introduzione nella biosfera di cellule artificiali di varia natura che non trovano simbiosi con le tradizionali cellule naturali che compongono il nostro organismo e di qualsiasi forma di vita biologica. Del resto ci ricorda con le sue ricerche, studi, e pubblicazioni di alto valore innovativo il Prof Burgio gli effetti devastanti determinati dall’attuale sistema finanziario-armiero-produttivo-consumistico che sta devastando il pianeta e tutte le sue forme di vita dovute a processi evolutivi di miliardi di anni, gli effetti gli avremmo tra decine di anni e saranno devastanti. Del resto già oggi constatiamo gli inizi di tale fenomeno, con riscontri di aumento di patologie cancerogene che prendono fasce di età sempre più giovani, di processi degenerativi del sistema nervoso centrale e periferico, con gravi e precoci forme invalidanti, con forme di obesità dovuta non a disordini alimentari, ma bensì a modificazioni del genoma e delle informazioni che arrivano al DNA. Del resto come evidenzia il Prof. Burgio gran parte dell’attuale paradigma medico scientifico la stessa trasmissione e formazione medico scientifica-farmacologica, è impostata ad agire sulle conseguenze di determinate patologie, e non sulle cause che le determinano. Ma questo paradigma riguarda un po’ tutto l’agire della cultura attuale basti pensare ad esempio al sistema giudiziario-carcerario. Innanzi a questi scenari che investono milioni di famiglie che si ritrovano con dei loro cari colpiti da patologie invalidanti di varia natura, occorre costruire strumenti culturali, economici concreti sinergie tra il pubblico e privato, e con gli strumenti necessari iniziare ad intervenire sulle cause che stanno devastando l’esistenza e quindi il futuro di un impressionate numero di creature umane. Un piccolo contributo su cui riflettere”
Vittorio da Rios







