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    Copula mundi

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    “L’Anima […], facendosi intermediaria di tutte le cose, possiede la facoltà di tutte le cose. E se è così, essa trapassa in tutte. Ma poiché è la vera connessione di tutte, quando migra in una non lascia l’altra, ma migra dall’una all’altra e sempre le conserva tutte sicché giustamente si può chiamare il centro della natura, l’intermediaria di tutte le cose, la catena del mondo, il volto del tutto, il nodo e la copula del mondo”.
    Scintilla del pensiero di Marsilio Ficino, che Carlo Miccio sceglie a esergo del suo libro, che tutto informa: “Copula mundi” (edizioni Alphabeta Verlag), appunto. Che letteralmente significa “legame o unificazione”, e che qui è l’anima di un piccolo, marginalissimo mondo: Il Casolare, centro di accoglienza straordinario per profughi e richiedenti asilo, messo più o meno in piedi in un’ala di un vecchio, decaduto, motel dell’Appia, passato nel tempo da albergo di lusso, ad albergo ad ore…
    Carlo Miccio sceglie il romanzo, sospeso fra testimonianza e finzione, per parlare di cose che ben conosce per esperienza personale (ha lavorato per il circuito d’accoglienza gestito dai comuni, lo Sprar, è stato responsabile di un centro di accoglienza straordinario, mediatore in commissione territoriale…), e su cui vale la pena di fermare il nostro sguardo, troppo spesso così distratto.
    Intorno al Casolare, questo centro che è “raccordo di marginalità”, si muove il protagonista, Marco, che qui finisce dopo che la sua condanna per guida in stato d’ebrezza viene convertita in lavoro di pubblica utilità.
    Il racconto si dipana fra i tanti incontri che possono avvenire in un centro d’accoglienza, che diventano confronto con le vite sospese di tanti. Cose, dunque, che Carlo Miccio ben conosce. E questa sua conoscenza si coglie da subito…
    Nella risata di Farah, ragazza somala con lo hijab e le cuffie Sony, approdata nel nostro paese dopo il lungo tempo di un viaggio su un barcone, passato tenendo la mano ad una donna sconosciuta che delirando lentamente si è spenta. Nel rigore di Youssef, mediatore “sciamano capace di trasformare suoni arcani in significati comprensibili”. Nella tenera e sorprendente figura di Piermario, che “a vederlo sembra un po’ scemo, vestito con la maglia di Ibrahimovic che gli fascia la pancia, ma poi invece è lì che sa sempre come muoversi e fa la cosa giusta”… E nel racconto dei tanti incontri e scontri, che sono incontri e scontri anche culturali, sempre lontani dagli stereotipi e “dalle narrazioni tossiche” cui siamo purtroppo abituati.
    L’impatto, per il protagonista, appena arrivato in quel posto “sospeso in una dimensione spazio-temporale tutta sua, a metà tra l’Africa e la campagna locale”, in quell’edificio avvolto da una patina di sporcizia e malaffare dove pure trova “un’atmosfera che sembrava comunque inondata di gentilezza, animata da persone sorridenti perlopiù vittime innocenti”, è davvero sconvolgente.
    E presto impara, per quanto si può, come si può, quanto sia importante un’organizzazione che sappia essere al servizio dell’interesse comune, dove ogni vita ha un suo posto.
    Come la vita nuova nuova di Maria, la bambina di Grace, ragazza della Nigeria, dove ci sono le bufale ma “non c’è mozzarella in Africa”. Maria che nasce dopo una rocambolesca corsa in ospedale, ed è dono intorno a cui tutti si ritrovano.
    Racconto affollatissimo, fra l’altro sullo sfondo un omicidio, di donna bianca a opera di un presunto immigrato (e potete immaginare l’aria che intorno si respira…), e dove l’incontro e il confronto con Valerio, “paladino degli sfigati di tutto il mondo”, diventa per il protagonista un inaspettato fare i conti con una tragica vicenda che viene dal passato, e infine, con la propria vita.
    Proprio in questi giorni, avevo appena chiuso il libro sull’ultima pagina e sul visino della piccola Maria, ho visto un bel documentario sulla natura, arrivato giusto giusto a scardinare una delle certezze più granitiche che abbiamo a proposito della legge del più forte che, guai a metterla in discussione, “è legge di natura” (e anche nostra quando ci conviene, trovandoci ad essere dalla parte del più forte).
    Ebbene, non è esattamente così. Esplorando luoghi impervi e la vita a temperature impossibili, si scopre che quando manca tutto, per piante e animali, non vince il più forte ma chi collabora. Che è poi la morale del precedente libro di Miccio, lavoro che ne ha svelato tutta la capacità narrativa: “La trappola del fuorigioco”, che molto ruota intorno a Johan Cruijff, il fuoriclasse olandese che fu interprete del calcio totale, dove nessuno è ancorato a un ruolo rigido, ma dove il collettivo è tutto. Dove “ci si scambia di ruolo e ci si muove compatti a centrocampo tutti insieme. Il comunismo del calcio totale, ma anche quello dei tarantolati del Salento, dove l’intera comunità è consapevole che la malattia di uno è la malattia di tutti…”.
    Anche lì, colpisce a tratti il linguaggio della tenerezza, lo stesso che si schiude, in Copula mundi, sulla “mano fantasma, probabilmente innamorata”, che con un baffo di vernice trasforma un’indicazione stradale in un abbraccio per la piccola Maria.

    scritto per Ultimavoce.it


    Compagne di scuola

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    C’era una volta… c’era una volta una classe. E due bambine che venivano da lontano…, che il ricordo ancora punge.
    Ascoltate. Daniela Morandini

    Proprio in questo periodo arrivarono due nuove compagne di scuola che non avevano ancora il grembiule. Tutte e due venivano da lontano: una si chiamava Rita, l’altra Alessandra.
    Rita aveva i capelli sciolti, lunghi fino al sedere e i cerchi d’oro alle orecchie. Sembrava molto più grande della sua età, o forse aveva veramente più anni. Era nata a Tripoli, che non sapevo bene dove fosse, ma la maestra ci spiegò che in quel paese un colonnello aveva rimandato a casa gli italiani che avevano fatto le strade e tante altre belle cose. Dalla carta geografica attaccata al muro vidi che quella città era addirittura in Africa. Mi ci volle un po’ di tempo per capire cosa fosse una colonia, che non si comanda a casa degli altri, e magari neanche nella propria. Rita comunque conosceva l’arabo e una volta la maestra la fece andare alla lavagna a scrivere qualcosa. Iniziò a fare dei segni bellissimi col gesso, da destra a sinistra e poi leggeva al contrario, anche se non si capiva niente. Tutte a ridere, ma lei no.
    Ci sarebbe piaciuto sapere quanti leoni e quanti elefanti, avesse incontrato, ma nessuna si azzardava a chiederglielo. Rita parlava poco, per questo la maestra l’aveva messa in banco insieme all’altra compagna nuova. Alessandra veniva da Reggio Calabria, era magrissima e anche lei sembrava più grande. Le mamme dicevano che era una bimba povera, perché viveva in piccola chiesa abbandonata. Non so perché dicessero che fosse povera, io di poveri ne avevo visti pochi, ed erano tutti maschi. Uno stava davanti alla chiesa alla domenica e si appoggiava ad una stampella di legno come quella dei pastori del presepe. L’altro era un frate con la barba lunga, sempre seduto su uno sgabellino, vicino ad un negozio di tortellini, con i sandali senza calze anche se c’era la neve.
    Neanche Alessandra parlava molto, forse doveva strillare tanto a casa perché aveva tantissimo fratelli, cinque o sei, che a turno la venivano a prendere quando suonava la campanella.
    Le compagne nuove entravano in classe tenendosi per mano, in fila come tutte noi, ma non erano brave. Quando la maestra chiedeva qualcosa, non alzavano mai la mano. Facevano fatica a leggere le parole sotto alle figure del cartellone. Scrivevano storto e sbagliavano le addizioni. Forse non volevano stare lì. Non diventarono amiche e nessuna di noi le invitò mai ad una festa.

    Daniela Morandini

    Storie fantastiche dall’Africa

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    Le storie fantastiche, premette Gaetano Marino, nessuno sa da dove siano cominciate, né da dove siano arrivate… se non dall’immaginazione dell’uomo… e camminando camminando, trasformate di bocca in bocca si moltiplicano e arrivano fino a noi, tutte diverse, ma tutte “buone, profumate, calde”, come pagnotte composte delle tante e tante briciole… E hanno tutto il sapore dell’Africa, rimasto intatto, queste fiabe e favole e leggende che Gaetano Marino ha raccolto e accolto e a suo modo trasformato, da quel bravo affabulatore che è. E ad ascoltarle (sì perché non è possibile leggerle senza sentire quella sua voce che tante narrazioni ci ha regalato con quella straordinaria iniziativa che è paroledistorie.net) vengono in mente le narrazioni dei griot, aedi dell’antica tradizione africana. Fiabe, favole, leggende. Penserete siano cose per bambini. Forse, ma non solo per loro. Perché ogni tanto, quando le tensioni (e quant’altro) della vita adulta sembra sopraffarci, farebbe proprio bene a tutti noi regalarci la lettura di una fiaba. Magari prima di andare a dormire. Io l’ho fatto, anche con queste Fantastiche storie dall’Africa. Provate e … vedrete che sogni…

    Certe notti…

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    C’era una volta, oggi… Un bellissimo racconto di Daniela Morandini. Che fa anche un po’ piangere… pensando alle vittime della nostra stupidità..

    Certe notti d’estate, con la finestra aperta, sentivo ruggire i leoni.
    In linea d’aria, non erano lontani: vivevano ai giardini Margherita, per via della regina che diede il nome anche alla pizza.
    Si chiamavano Reno e Bea e li andavo a vedere tutte le domeniche. Abitavano in una grande gabbia circolare, divisa a metà da un muro, come quello di una casa. Una metà era scoperta, l’altra era chiusa, ma con due porte, una per entrare, l’altra per uscire, quasi un teatro. La gabbia era circondata da due recinti, in modo che non ci si potesse avvicinare troppo. Ma più che cattivi, i leoni sembravano seccati e spesso restavano nel lato coperto, forse perché avevano freddo o forse perché non volevano farsi vedere. Uscivano quando c’era il sole, si sdraiavano davanti alle sbarre, o si sedevano come due sfingi (da poco avevo guardato un libro con le figure degli antichi Egizi). Erano come dei gatti, ma molto più grandi. Mi spiegarono che lui, con la criniera piena di nodi, era il re della foresta e che lei era la regina sua moglie. Non capivo come fossero arrivati da così lontano: forse erano stati spodestati dalle tigri, oppure erano stati esiliati dopo una rivolta di popolo, ma non ebbi mai spiegazioni esaurienti.
    Certo è che Reno e Bea non sembravano molto allegri: più che ruggire, sbadigliavano e non degnavano nessuno di uno sguardo. Si lavavano spesso con una lingua che sembrava una bistecca. Fissavano l’orizzonte e facevano finta di niente persino se una mosca gli girava tra gli occhi e si fermava sul naso. Non si spostavano neanche quando entrava il guardiano con un sacco di carne in una mano e un tridente come quello di Nettuno nell’altra. Lo osservavano come si guarda un cameriere molesto e dopo che lui era uscito, lentamente, andavano a mangiare. I bambini li chiamavano per nome, ma Reno e Bea non rispondevano e se qualcuno provava ad attirare la loro attenzione come si fa con i mici si giravano dall’altra parte. Un giorno Reno scappò. Ma se è vero che nel centro di Bologna non si perde neanche un bambino, è altrettanto vero che per chi è nato nella giungla è difficile orientarsi tra i cortei di metalmeccanici e le osterie di fuori porta, che allora usavano ancora. Così lui non fece resistenza e fu riacchiappato quasi subito. Forse era addirittura soddisfatto, perché Bea restò incinta e dopo un po’ nacquero due leoncini di cui non ricordo il nome. Fu una notizia così straordinaria che apparve persino sul giornale e un fiocco rosa e uno celeste furono appesi alle sbarre.
    Proprio in quei giorni, mi portarono al circo dove, a tutti i costi, un pagliaccio insisteva per farsi fotografare con me. Io ero molto preoccupata: quel saltimbanco aveva in braccio un cucciolo di leone che non poteva che essere figlio di Reno e Bea. Qualcuno l’aveva rapito e volevano usarmi come alibi. Ero certa che appena Reno se ne fosse accorto avrebbe sfondato la gabbia, sarebbe arrivato al circo, avrebbe liberato il piccolo, si sarebbe avventato su quella specie di Scaramacai e mi avrebbe mangiato. Ma Reno non arrivò e io fui costretta a fare la foto col leoncino e con quel guitto.
    La domenica dopo, quando andai ai giardini Margherita, stavano smontando la gabbia e i leoni non c’erano più. Mi spiegarono che erano stati riportati nella savana, ecco perché Reno non era venuto al circo. Non che mi dispiacesse, in fondo non avevo mai capito perché dovessero stare chiusi là dentro.
    Più tardi seppi che Reno, Bea e i piccoli erano stati sbranati da altri animali che volevano diventare re della foresta. Da allora, neanche certe notti d’estate con la finestra aperta, ho sentito ruggire i leoni.

    Daniela Morandini

    Condanne spropositate, una pericolosa deriva giustizialista

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    Una riflessione a proposito di due notizie di questa settimana, che non bisognerebbe fare scivolare via. E passo dall’una all’altra, come seguendo il filo che le lega, anche se possono sembrare, e per alcuni versi forse lo sono, questioni l’una lontana dall’altra…
    La prima, ne avrete sentito… La denuncia di Antigone che racconta di una signora di 85 anni (ottantacinque) da due settimane detenuta a San Vittore. Per scontare una condanna di 8 mesi. Il reato: occupazione abusiva di una casa. Pena di brevissima durata, reato non di quelli di “grave pericolosità sociale”, e si aggiunge che l’anziana donna non è autosufficiente, e quindi ha bisogno di continua assistenza. “Fino ad oggi, nonostante i ripetuti solleciti dell’istituto e un’istanza di scarcerazione, la signora si trova ancora ristretta nell’istituto”, così ieri Antigone. Leggo che non è stata trovata durante un controllo ai domiciliari e dunque scatta il carcere… cosa di meglio per stare più tranquilli?
    La seconda notizia… ne hanno parlato pochi attenti. La leggo in un puntuale articolo di Damiano Aliprandi su Il Dubbio. La condanna di due anarchici per “strage contro la pubblica incolumità”, riqualificata in Cassazione addirittura a “strage contro la sicurezza dello Stato”. L’accusa: aver fatto esplodere, nel 2006, presso la Scuola Allievi Carabinieri di Fossano, due ordigni a basso potenziale. Non ci sono stati feriti né danni gravi. Eppure, sottolinea Aliprandi, il reato di strage contro la pubblica incolumità (che arriva dal codice Rocco) è “il reato più grave del nostro ordinamento che non è stato nemmeno applicato per le stragi di Capaci e Via D’Amelio”. E uno dei due condannati è stato spedito dritto dritto al 41 bis, quello che sarebbe destinato ai “peggiori” membri di associazioni criminali. L’accusa: inviava i suoi scritti a compagni anarchici. Nulla di segreto, ma riflessioni pubbliche, spesso diffuse on line…
    Ed è solo uno degli sconcertanti episodi che fanno parlare di uso spropositato dell’azione giudiziaria nei confronti degli anarchici.
    Spropositato. Ecco, tanto per cominciare, cosa unisce le due storie. Dei “fatti” non c’è nulla da spiegare, le cose parlano da sé.
    Ma cosa proclama ad alta voce questa sproporzione?
    Proclama che proprio non piace chiunque sia ai margini. Della vita e del pensiero, quello dominante naturalmente. E ai margini sono tutti quelli che, per un verso o per l’altro, sono fuori dal “cerchio magico” di chi possiede, decide, “pensa”, e vorrebbe pensare per tutti noi. Di chi, allontanando intanto da sé l’onere della responsabilità sociale, neppure vuol sentire parlare della rivendicazione dell’uso delle cose necessarie alla vita di cui noi troppi abbiamo espropriato, mentre a difesa della proprietà arriva a legittimare finanche l’omicidio (perché questo abbiamo fatto).
    Eppure, chi possiede, decide, “pensa” e vorrebbe pensare per tutti noi, sa spesso ben usare, come si dice, i guanti bianchi quando si tratta di chi, pur responsabile di reati ai danni di beni pubblici e collettivi, di fatto riconosce in fondo come parte di sé, del sistema di potere nel quale si è ben saldamente inseriti… mentre si preferisce infierire, e che sia lezione per tutti!, su chi, nei modi e nel pensiero, è fuori da tutto questo. Punendo, come Aliprandi ricorda abbia sottolineato la difesa dei due anarchici, non per ciò che si è fatto ma per ciò che si è. Pericolosamente allontanandosi dai principi di legalità e garantismo giuridico.
    Vi piacciano o no gli anarchici, vi piacciano o no anziane signore che, per avere dove dormire, devono occuparla, una casa… come essere indifferenti a tutto questo? Ne va della nostra democrazia…
    A proposito dell’aver mandato in carcere la signora ultraottantenne per pena di così poco conto (in un paese fra l’altro di illustri condannati per i quali il garantismo ha funzionato benissimo), suggerirei la lettura di un libro di Agamben sul pensiero, e la pratica, di san Francesco, “Altissima povertà”, dove si ricorda la dottrina che parla dell’irrinunciabilità dell’uso delle cose necessarie alla vita (cibo, casa…).
    Che è pensiero alto, piuttosto vicino (a parte la sconsiderata e controproducente idea di lanciare bombette per scrostare muri) al pensiero anarchico. Pensando a Tolstoj, ad esempio, che scrisse: “ladro non è quello che prende ciò che gli è necessario, ma quello che trattiene, senza darlo agli altri, ciò che non gli è indispensabile ed è invece necessario ad altri”.
    Certo, nessuno pretende che i reati non siano punti, ma est modus in rebus, e il diritto non può così essere violentato, piegato a derive giustizialiste e feroci.
    E ritorno ad Agamben: “La forma di vita francescana, l’altissima povertà, col suo uso delle cose, è la forma di vita che comincia quando tutte le forme di vita dell’occidente sono giunte alla loro consumazione storica”. Ecco, forse siamo ancora lontani dall’inizio della forma di vita che contempli l’uso delle cose (ma conto che i miei nipoti o almeno i loro figli riescano a vederla). Ma di una cosa comincio ad essere sempre più convinta: della consumazione storica delle forme di vita dell’occidente. Inaccettabili.


    pubblicato su Ultimavoce.it

    dal carcere voci di donna…

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    epa06607208 A mural painted by Banksy, the anonymous British street artist, protests the imprisonment of Zehra Dogan on the Bowery in New York City, USA, 15 March 2018. The 70-foot-long mural was unveiled on Thursday, and it protests the imprisonment of the Turkish artist and journalist Zehra Dogan, who was sentenced last March for painting the destruction of a Turkish town, with the country's flag flying over rubble. EPA-EFE/JASON SZENES


    Sabato, a Firenze, incontro con scritture e scrittori dal carcere. Bella iniziativa del Collettivo Informacarcere del Comitato Evangelico di Firenze.
    Alcune riflessioni, convinta come sono della necessità di portare fuori dal carcere voci. Sapendo che chi scrive nelle prigioni non lo fa certo per riempire il tempo. Quelle che arrivano da dietro quelle mura, così spesso impermeabili anche al solo respiro, sono sempre parole di verità, e più di una volta ho avuto la bella sorpresa di trovare pagine nelle cui vene scorre quel sangue letterario di cui spesso parla Marcello Baraghini, perché dalla vita vera, senza infingimenti, sono dettate.
    Parole che sono sempre grido lanciato al mondo qua fuori, per scuoterne l’indifferenza. E lo sottolineo oggi che, tranne gli “addetti ai lavori”, sembra nessuno voglia ascoltare davvero quel grido. Come se la cosa non ci riguardasse. Invece ci riguarda e come, il carcere è specchio che rimanda immagini, amplificate, di quello che siamo fuori, nel bene e nel male, ma non solo. Il carcere, che è luogo di sospensione del diritto, è luogo dove si sperimenta fin dove si può arrivare, nella violazione dei diritti fondamentali delle persone, nell’indifferenza appunto della società… e i morti dei giorni delle rivolte… e ora questa serie terribile degli ultimi suicidi lo stanno a dimostrare…
    Gli scritti dal carcere hanno molteplice valenza, testimonianze preziosissime per aprirci gli occhi, ma sono anche forma di resistenza, resistenza dentro di sé e “resistenza che si forma e cresce cucendo relazioni”, rubo le parole a Vincenzo Scalia, criminologo, nella postfazione a “La portavoce”, libro curato da Monica Sarsini che nel carcere di Sollicciano ha guidato e tirato le fila di un coro di testimonianze di donne, mettendo insieme tante “sconquassate solitudini”.
    E oggi che arriva la notizia del sessantasettesimo suicidio, ed è ancora voce di donna che si spegne… voglio sottolineare l’importanza di queste voci di donne, importanti soprattutto perché rare. Sono pochissimi i libri che arrivano dal carcere scritti da donne. Certo, in proporzione sono poche, sono solo il 4, 5 per cento della popolazione carceraria. E poi abbiamo letto piuttosto testi di “politiche”, ché la spinta ideologica non è cosa di poco conto. Ma ci vuole tanto tanto coraggio, per chi non è abituato a farlo, a prendere una penna in mano e raccontare e raccontarsi, e fare capire quale violenza su violenza è vivere in un posto pensato tutto al maschile…
    La “portavoce” del titolo del testo cui ho accennato è Cosetta Petreni, autrice della maggior parte dei testi raccolti nel libro, ma anche capace di accompagnare il coro di testimonianze di quella umanità dolente… rom, zingare, transessuali, cubane, persone con problemi di droga… Una ballata malinconica, dove tensioni e violenza si intrecciano a momenti di vera umanità.
    Per capire di cosa si parla, quando si parla di carcere, bastano poche parole, forti come pugnalate:
    “Questo posto enorme, che mi soffoca come la vernice sulla pelle”… “il carcere come un vetro che si è spezzato dentro la carne”.
    E si congratula con se stessa, Cosetta, “per essere ancora sana di testa dopo cinque anni trascorsi dentro a questo tunnel nero”, e si chiede: “Chi mi ha dato tanta forza?”
    Tanta forza che le ha dato anche il coraggio di scrivere, coraggio che, ne sono certa, anche con la scrittura si è poi alimentato, in una sorta di mutuo sostegno. E lo trova tutto, il coraggio necessario, per raccontare la fatica, le risse (ché fra donne non sono rare), le sopraffazioni, i soprusi e insieme un’umanità inaspettata, “quello che scalda il cuore”. Per accompagnare le voci di altre, come Svetlana che… “lì dentro il pensiero del suicidio è consolazione”…
    E tutto questo pure alla fine diventa il proprio mondo.
    Vi stupirà leggere di una visita in ospedale, attraversare il mondo esterno sotto scorta, “ma non c’è vergogna per le guardie armate che accompagnano, anzi fanno sentire sicura, protetta, “perché loro fanno ormai parte del mio mondo”, che osserva e poi… “non vedo l’ora di rientrare nel mio mondo”. Per quanto terribile. Ricordando il trauma dell’ingresso, la puzza, qualcuno più umano e qualcuno che lo è meno, dove “le detenute trans vengono trattate come spazzatura”, dove si va avanti a forza di psicofarmaci, dove tutto si enfatizza, anche i pregiudizi.
    Non è facile prendere una penna in mano e raccontare tutto questo. Molto si deve ai corsi di scrittura organizzati in carcere (e varrebbe la pena di aprire una bella pagina su chi di questo si occupa, in un impegno che sa essere “maieutica”, ma anche mutuo scambio). Così la scrittura, per chi impara a coglierli, offre espedienti per raccontare quello che diversamente non si riuscirebbe a fare. Come spiega Anna Maria Repichini, autrice di una autobiografia, che, riferendosi alla prima notte passata in carcere spiega: “Mi riesce difficile parlare in prima persona di quella notte e per questo ho usato un espediente narrativo. Ho immaginato di scrivere la sceneggiatura di un film basandomi non tanto sulla mia esperienza diretta, quanto sulle ‘prime notti’ che ho visto passare alle mie compagne di cella in tanti anni”.
    Testimone, Anna Maria, a Rebibbia, di tante storie di cui abbiamo letto più o meno distrattamente sui giornali, e che si fa fatica a pronunciare… la mamma che ha ucciso i suoi i bambini… un suicidio… e la cella liscia, che è posto che ti fa impazzire…
    In carcere da subito si è messi difronte a una scelta: accendersi o spegnersi.
    E lei, Anna Maria, sembra abbia proprio colto tutte le possibilità che le ha offerto la detenzione per accendersi e non per spegnersi.
    Il carcere è molto duro da vivere, scrive, e in carcere si può morire. “Proprio perché me ne sono accorta presto, e non avevo nessuna intenzione di morire, ho trovato delle strategie per vivere”.
    Diventando anche un po’ egoista, ammette, perché il carcere insegna soprattutto a combattere per sopravvivere giorno dopo giorno, a diffidare di tutti, “a farmi la mia galera senza commentare, conoscere, sparlare”…
    Ma parlare e testimoniare certo sì. Come raccontano le sue pagine che, come accade con voci di donne, sempre sanno allargare lo sguardo su tutte le altre, in un abbraccio che, nel bene e nel male, tutte sempre le sa accogliere.

    scritto per ultimavoce.it




    C’era una volta, oggi… La frattura

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    Ancora un racconto di Daniela Morandini. Cronaca di un incontro in un Pronto Soccorso. Ché a saper guardarsi intorno c’è sempre qualcosa da imparare…

    La voluta barocca della sedia in ferro battuto cadde con precisione sulla punta del mignolo del mio piede sinistro.
    Andai al pronto soccorso, anche se quel gonfiore e quel colore viola non rientravano nella mia idea cubista di frattura, cioè un dito rovesciato, l’alluce di traverso, il tallone sopra e la caviglia sotto. Osservai la consueta processione di persone non più infrangibili e di giovanotti non più invulnerabili. Quasi inaspettato, dalla porta che conduceva ai meandri dell’ospedale, un omone gentile, con un camice blu, i capelli corti e un codino in cima alla testa, chiamò il mio numero. Trentatré, cinquantaquattro, otto: come avevo scritto sul braccialino che mi avevano dato in accettazione che adesso, chissà perché, si chiama triage. L’omone mi guardò il piede e con la mano sfiorò proprio dove mi faceva male. E’ viola sotto, precisai. E’ normale, rispose e mi pregò di aspettare. Scrupoloso l’infermiere, pensai. Dopo un po’ mi fecero la radiografia. Qualcosa di rotto? Ma i tecnici non si sbilanciano mai e mi dissero che avrei parlato con l’ortopedico. Il medico mi chiamò poco dopo: era lo stesso omone gentile che mi aveva aperto la porta. Mi rimproverai per aver pensato che fosse un’infermiere, senza togliere nulla agli infermieri. Il dottore mi disse che c’era una frattura composta della falange distale del quinto dito del piede sinistro. Avrei voluto chiedergli dove era nato, ma non lo feci. So quanto questa domanda dia fastidio a chi viene da lontano, e faccia sentire ancora più straniero.

    Mentre pensavo a quel suo collega nato in Camerun, insultato perché nero in un pronto soccorso di Lignano, l’ortopedico, con un cerotto, fermò il dito rotto all’altro dito. Si raccomandò di tenere l’arto sollevato, di mettere il ghiaccio ad intermittenza, di usare scarpe con la suola rigida. Quelle che avevo andavano bene.
    Bonsoir madame, concluse, ma si corresse subito: buonasera signora.
    Aurevoir monsieur, merci e tornai a casa senza tradurre.
    Più tardi seppi che il dottore era nato in Burkina Faso, la terra degli uomini giusti, come l’aveva rinominata Thomas Sankara, una specie di Che Guevara subsahariano.

    Daniela Morandini

    Aiutiamo “postazione Eugenia” a rinascere!

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    “Postazione Eugenia” era un apiario. 37 arnie, ma non solo. Creata dieci anni fa da Anna Mancini e Oliviero Reggiani, “postazione Eugenia” è stato luogo di incontro, studio, didattica, divertimento.
    Tutto spazzato via nell’alluvione delle Marche che ha devastato il centro di Pergola, piccolo borgo in provincia di Pesaro-Urbino, dove l’apiario era nato.
    Ma Anna e Oliviero vogliono ricominciare. Insieme con i loro figli che, per aiutarli, hanno organizzato un crowfounding.
    https://www.gofundme.com/f/ricostruiamo-la-postazione-eugenia?utm_source=customer&utm_medium=copy_link&utm_campaign=p_cf+share-flow-1
    L’invito è a sostenerli, a sostenere la rinascita del loro centro.
    Pensando anche alle api, fra le specie così severamente minacciate dalle sconsiderate azioni dell’uomo, che in “postazione Eugenia” sono state al centro di tanta attenzione e cura.
    Perché Anna e Oliviero, apicoltori biologici, nel 2015 hanno deciso di dedicandosi esclusivamente all’apicoltura e alla didattica per cercare di far conoscere a tutti il mondo delle api.
    Le loro parole: “L’ intento che ci proponiamo attraverso l’incontro con i bambini è la presentazione dell’alveare, individuare le api quale indicatore ecologico e introdurre il tema della sostenibilità ambientale nell’ ambito agricolo e delle altre attività umane. I bambini potranno vedere gli strumenti usati dall’ apicoltore e i prodotti dell’attività delle api: la cera, il miele, la propoli e il polline”.
    Gli incontri, dunque nella “postazione Eugenia”, “dove passare un pomeriggio insieme visitando l’apiario, dipingendo i melari e, infine, facendo una merenda con pane e miele. Crediamo fermamente che un laboratorio possa diventare un attimo di indelebile felicità nei ricordi di ogni bambino e forse cambiare e arricchire il suo modo di vedere il mondo”.
    E siamo sicuri felicità è stata per molti, perché moltissimi sono stati i bambini, gli studenti, i turisti, anche, che in questi anni sono stati accolti nel centro.
    Con un pensiero e un augurio ad Anna e Oliviero. Aspettando la rinascita, ché poi andremo tutti a Pergola, a incontrarli, insieme al fantastico mondo delle api.
    https://www.gofundme.com/f/ricostruiamo-la-postazione-eugenia?utm_source=customer&utm_medium=copy_link&utm_campaign=p_cf+share-flow-1


    Marco Cavallo non si sfratta!

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    Si è svolta questa settimana la VII assemblea del Forum della Salute Mentale, che con questo comunicato si rivolge al mondo della politica chiedendo un cambio di passo, di uscire dall’indifferenza e prestare una nuova attenzione a una questione che riguarda milioni di cittadini… la salute mentale.. leggete..

    Contro l’abbandono, la marginalizzazione, l’esclusione, il razzismo. Contro la svendita ai privati del Servizio Sanitario Nazionale e per la ricostruzione di una rete territoriale che rimetta al centro l’individuo con tutti i suoi bisogni. Per rimettersi in cammino, sostenuti dal pensiero, negli ultimi anni messo in ombra ma che non ha mai perso la sua forza e oggi quanto mai necessario, che ha fatto dell’Italia il primo paese al mondo che ha abolito gli ospedali psichiatrici.
    Così, alla vigilia dell’appuntamento elettorale, la VII Assemblea del Forum della Salute Mentale esprime la sua netta determinazione a schierarsi.
    Esprime la sua insoddisfazione nella lettura dei programmi elettorali che poco o nullo spazio riservano al problema della salute mentale, preferendo, piuttosto che affrontare problemi complessi, lanciare messaggi che possano attrarre. Certo, quello della salute mentale è fra gli argomenti che non sembrano “attirare”, respingenti piuttosto. Eppure, si tratta di una questione cruciale che riguarda la vita di milioni di cittadini, e coinvolge scienza medica, vita civile, controllo politico sociale e civiltà giuridica.
    Ma non possiamo non sperare in un cambio radicale e auspichiamo che ci sia, ritrovando, la politica, la forza e la volontà di portare a sistema il meglio delle attività fino ad oggi condotte in Italia e nel mondo, e che pur eccellenti risultati hanno dato.
    E chiediamo di interloquire, come portatori di un pensiero che ha fatto una delle riforme riconosciute, nel mondo, fra le più importanti dell’ultimo mezzo secolo.
    Oggi la legge 180 sembra persa per strada, frantumata, ma ancora pulsa.
    Nel territorio dove è nata e dove ha sviluppato una pratica radicata in un sistema di relazioni giocate intorno alla persona (che non è più solo malattia), e che avremmo voluto vedere trasferita in tutta la penisola, sono bastati tre anni di un’amministrazione a guida di destra per distruggere tutto quello che era stato costruito e che ha pur ben funzionato, in termini di accoglimento, territorialità della cura, comunità, vicinanza, equità, libertà, sicurezza. Con Trieste cade l’ultimo baluardo, Trieste ancora una volta laboratorio, ma in direzione tristemente opposta a quanto costruito dagli anni Settanta a oggi. E vediamo l’uniformarsi nel senso peggiore che possiamo immaginare, quanto la regionalizzazione spinta dovuta dalla riforma del titolo V della Costituzione ha in maniera così evidente scomposto.
    Il nostro è un appello ai partiti, alle forze che pur percependo, vedendo il problema, attraversano un momento di sostanziale indifferenza, spostando lo sguardo su altro. Perché il servizio pubblico interessa così poco? Certo il territorio non produce denaro, la salute mentale finché resta un servizio pubblico ancora nelle mani dei privati, come tutta la salute diventa un affare d’oro. Ma sappiamo che sul territorio ci sono forze disponibili a ricostruire reti territoriali. Amministratori che chiedono, anche loro, confronto e interlocuzione, e se denunciamo una psichiatria che, tornata nel chiuso degli ospedali, si è richiusa su se stessa, pensiamo che siamo ancora in tempo per invertire la rotta e ricostruire i servizi di oggi ricordando quanto fatto in passato.
    Un episodio, che può sembrare marginale, ma non lo è.
    Ricorderete Marco Cavallo, il grande cavallo azzurro di legno e cartapesta che nel 1973 a Trieste ruppe i muri del manicomio di San Giovanni e da allora la storia vivente della battaglia contro tutte le contenzioni… Da un po’ d’anni, quando non è in giro a ribadire il suo no allo stigma e all’esclusione, sverna in uno spazio che era stato messo a disposizione dall’amministrazione di Muggia, a due passi da Trieste. Ebbene, in questi giorni, ha ricevuto “avviso di sfratto” dal sindaco leghista. Sembra che l’amministrazione della cittadina necessiti di spazio. Di quello spazio. Considera Marco Cavallo un ingombro.
    Brutto gesto, brutto segnale. Segno amaro dei tempi.
    Ma noi, che siamo dalla parte di Marco Cavallo, sappiamo che il nostro gigante di cartapesta, che in tanti viaggi, fisici e simbolici, ci ha accompagnato, troverà nuova ospitalità. Questo paese non può permettere che si perda il risultato dello straordinario esperimento che ha trasformato l’assistenza psichiatrica “ricollegando l’esistenza delle persone ai mondi quotidiani”.

    Peppe Dell’Acqua
    per il Forum Salute Mentale




    La ragazza col tovagliolo

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    E chi sarà mai, cosa le sarà successo… quella ragazza col tovagliolo…
    Delicato, dolente… un racconto di Daniela Morandini, che ancora incontra storie. E grazie per condividerle con noi…



    “Ogni sera in quell’albergo sul mare, seguendo una diagonale immaginaria, un po’ più a destra, la ragazza col tovagliolo mangiava al tavolo di fronte al mio. Avrà avuto più o meno trent’anni, era mora, né bella né brutta, normale. Sedeva tra il padre e la madre. Lei sembrava un’insegnante di parecchio tempo fa: capelli corti, camicia allacciata fino all’ultimo bottone. Lui era sicuramente un professore d’orchestra: capelli grigi un po’ lunghi, con il ricciolo dietro. Chissà chi mi dava tutte queste certezze, visto che non avevo mai parlato con loro.
    Ridevano spesso in modo educato. Prima che arrivasse il cameriere, il padre metteva il tovagliolo alla figlia: lo infilava nella maglietta, poi lo apriva bene sul davanti. La ragazza mangiava con estrema attenzione, sembrava calcolasse anche il movimento più piccolo per non sbagliare. Pareva studiasse come portare la forchetta alla bocca. Rifletteva su come muovere il coltello avanti e indietro per tagliare la carne. Era concentrata su come alzare il bicchiere senza rovesciare l’acqua, a volte anche il vino rosso. Prendeva il pane in modo meticoloso, senza fare briciole. Spesso mi adocchiava, come per dire “Visto, che ho fatto bene!”.
    Ma forse mi guardava perché ero l’unica a mangiare da sola, o forse perché semplicemente ero al tavolo di fronte al suo, seguendo la diagonale immaginaria, un po’ più a destra. Solo una volta, dopo aver finito un babà, il padre le pulì gli angoli della bocca con il tovagliolo.
    Mercoledì mi fece un cenno con la testa, io contraccambiai e lei abbassò gli occhi soddisfatta.
    Venerdì la incontrai per le scale, insieme al padre e alla madre: avevano le valige e stavano partendo. Mi disse ciao con una voce inconsueta e andò via.
    Avevo pensato che fosse più alta, ma l’avevo sempre vista seduta.

    Daniela Morandini