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    A proposito delle lettere dal mare della pandemia…

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    Una profonda, attenta riflessione di Vittorio da Rios. A proposito delle lettere “dal mare della disabilità”. Uno spunto, come sempre, per Vittorio, di allargare lo sguardo sul nostro mondo…

    “Francesca con il suo scritto mi ha posto con immediata apertura della porta della memoria a ricordi mai assopiti anzi sempre più vivi e potenti sia a fatti riconducibili alla mia esistenza di un settantunenne che ha avuto il privilegio di vedere “L’erba dalla parte delle radici” da sotto, quanto alla moltitudine di umanità incrociata, toccata da quella che una letteratura contemporanea definisce Handicap. Ora sia chiaro siamo innanzi, nonostante a indubbi processi evolutivi e di conoscenza, sia come approccio antropologico-sociologico, sia come conoscenza medico-scientifica, a paradigmi secolarizzati che richiedono tempi e metodologie per trovare definitivo accoglimento e comprensione come irreversibile condizione umana. Non posso non ricordare una straordinaria figura di uomo e scienziato che ho conosciuto, che in condizioni di incredibili quanto indicibili difficoltà con l’aiuto della amatissima mamma, che ne aveva colto fin da piccolo la straordinaria intelligenza si è laureato in medicina con successiva specializzazione in psicoterapia dell’infanzia e dell’età evolutiva. Parlo di Mauro Cameroni che all’età di circa due anni ebbe una paralisi celebrale che gli ha creato gravi ed irreversibili deficit motori, inibendogli il parlare, il camminare, e era continuamente martoriato da convulsioni di natura spastica. Scrisse un libro pubblicato nel 1983 da Feltrinelli “L’HANDICAP DENTRO E OLTRE”, con una bellissima introduzione di Giovanni Berlinguer il fratello di Enrico. Dove tra l’altro si legge: Sconsiglio la lettura agli Handicappati intellettuali e mentali, categoria ancora assai numerosa e di difficile recupero rispetto agli Handicappati fisici e psichici. L’Autismo… questa patologia che prende fin dalle prime settimane della gestione nell’utero materno della futura o futuro nascituro che inibisce spesso in modo irreversibile la capacità di comunicare, di parlare. è un fenomeno come rileva il Prof. Ernesto Burgio tra i maggiori Epigenetici scienziato e studioso dei processi cancerogeni, e dei meccanismi che determinano l’Autismo, in grande ed esponenziale crescita. Inquinamento ambientale, stress, determinato da sempre più frenetici ritmi di vita, introduzione nella biosfera di cellule artificiali di varia natura che non trovano simbiosi con le tradizionali cellule naturali che compongono il nostro organismo e di qualsiasi forma di vita biologica. Del resto ci ricorda con le sue ricerche, studi, e pubblicazioni di alto valore innovativo il Prof Burgio gli effetti devastanti determinati dall’attuale sistema finanziario-armiero-produttivo-consumistico che sta devastando il pianeta e tutte le sue forme di vita dovute a processi evolutivi di miliardi di anni, gli effetti gli avremmo tra decine di anni e saranno devastanti. Del resto già oggi constatiamo gli inizi di tale fenomeno, con riscontri di aumento di patologie cancerogene che prendono fasce di età sempre più giovani, di processi degenerativi del sistema nervoso centrale e periferico, con gravi e precoci forme invalidanti, con forme di obesità dovuta non a disordini alimentari, ma bensì a modificazioni del genoma e delle informazioni che arrivano al DNA. Del resto come evidenzia il Prof. Burgio gran parte dell’attuale paradigma medico scientifico la stessa trasmissione e formazione medico scientifica-farmacologica, è impostata ad agire sulle conseguenze di determinate patologie, e non sulle cause che le determinano. Ma questo paradigma riguarda un po’ tutto l’agire della cultura attuale basti pensare ad esempio al sistema giudiziario-carcerario. Innanzi a questi scenari che investono milioni di famiglie che si ritrovano con dei loro cari colpiti da patologie invalidanti di varia natura, occorre costruire strumenti culturali, economici concreti sinergie tra il pubblico e privato, e con gli strumenti necessari iniziare ad intervenire sulle cause che stanno devastando l’esistenza e quindi il futuro di un impressionate numero di creature umane. Un piccolo contributo su cui riflettere”

    Vittorio da Rios

    Dal mare della pandemia

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    “Perché non chiedere a persone con disabilità e ai loro familiari di raccontare il tempo del loro lockdown…”
    Non avevo dubbi che l’idea fosse stata di Gabriella, Gabriella La Rovere, che è medico e scrittrice, madre di Benedetta, giovane donna con una rara forma di autismo secondario, che da sempre si batte per dare voce a chi vive situazioni cliniche e familiari difficili (ne abbiamo parlato https://www.ultimavoce.it/lettere-aperte-per-fare-uscire-da-se-il-dolore/):
    E le lettere sono arrivate, e tante, e belle e vere, e commoventi, a volte ironiche, persino. Ma mai lamentevoli.
    Ne è nato un libro, Lettere dal mare della pandemia (Avio Edizioni Scientifiche), curato insieme a Bruna Grasselli, docente di pedagogia, e Maria Matilde Nera, pedagogista. Un libro corale che ci fa affacciare su un mondo che non vogliamo vedere, e che nei mesi del lockdown ha ancora più sofferto di questa nostra cecità. Le persone disabili, come gli anziani… categorie che abbiamo cura di tenere ben confinate in recinti che non ci diano disturbo. Categorie di cui, nei giorni dell’infodemia che pur tanto ci ha travolti e storditi, si è parlato pochissimo, praticamente nulla. E le nostre prigioni sono diventate per loro una prigione nella prigione…
    Lettere dal mare della pandemia riempie un vuoto, inaccettabile perché “non si può stare zitti”.
    Perché non si possono rigettare nel nulla le emozioni, “la paura, la rabbia, la nostalgia, la speranza…” di due milioni e trecentomila famiglie italiane con una persona disabile grave. Se disagiati lo siamo stati tutti, potete immaginare di quale altro spessore il disagio di queste famiglie.
    La paura più grande? Essere separati. E poi “la paura della morte, dell’improvviso dopo di noi, insieme al blocco totale delle attività esterne, delle occasioni di socializzazione, del cosiddetto sollievo, per un certo tempo, impossibilità di reperimento di farmaci antiepilettici, indispensabili alla vita”…
    Un brano di una lettera tra tante.
    “Caro Tommaso, questa lettera te la devo (…) quante volte in tutti questi anni ci siamo ricordati di essere una squadra, tu ed io? Moltissime. E una squadra affronta sempre gli eventi cercando di fare il meglio. In quest’ultimo scorcio di febbraio 2020 è come se per noi si fosse chiuso un sipario, come se, ancora una volta, tra la tua vita e il resto del mondo, si fosse alzata un’ulteriore barriera”. Così Irene Gironi Carnevale a suo figlio Tommaso. Irene che, sapendo che “la sola cosa che non ti avrei potuto togliere era uscire” ingaggia con altre madri una battaglia perché i loro figli potessero uscire di casa per motivi di sopravvivenza fisica e, soprattutto, psichica. La battaglia, quelle madri, l’hanno vinta, ma “era duro sentire insulti dalle finestre, subire controlli come fossimo criminali da parte di forze dell’ordine non all’altezza del proprio compito, dovendo esibire documentazioni umilianti e palesemente inutili” (a margine, questo in un paese dove la fitta rete delle tante restrizioni del lockdown ha allargato le maglie per permettere ai padroni di cani di accompagnare le loro bestiole intorno al palazzo… un problema, quello degli animali domestici, forse più facile da sentire…).
    Molte, è stato sottolineato nel corso della presentazione del libro che si è tenuta questa settimana a Roma, le lettere inviate ai defunti. E chi non c’è più torna in “una corrispondenza d’amorosi sensi”.
    “Caro nonno Dino, – scrive Alessandra Aliboni – ho una bimba di 12 anni, Annina, che ha una grave disabilità in seguito a cure fatte per la leucemia… le difficoltà sono state tante, ma lei si è presa la vita a morsi… e siamo andati avanti giorno dopo giorno, fino al 5 marzo 2020, quando tutto è stato chiuso… Per noi è stato come vivere un isolamento nell’isolamento. Servizi educativi, istituzioni… come se avessero ibernato tutto tranne noi. (…) ma Anna sorride, anzi ride di vero gusto. Ce la farà anche stavolta”.
    “Caro nonno Giacomo – scrive Adriana Mattorre – di questi lunghi mesi ho accettato distanze e sudditanze psicologiche, sanificazioni e successive sacche di isolamento sperando in una soluzione ma ancora adesso siamo soli. (…) Di questo periodo spero che la società si lasci alle spalle l’egoismo a vantaggio di un sentimento di amore verso le diverse fragilità, aspetto un domani migliore senza emarginazioni sociali. Accetterò questa pandemia se ci sarà un cambiamento nella società”.
    Belle lezioni di vita per tutti noi.
    Tornando a Gabriella La Rovere. L’idea, spiega, è nata sfogliando pagine del diario lasciato dalla nonna, dove racconta i giorni della spagnola, la grande influenza, che fra il 1918 e il 1920 uccise nel mondo milioni di persone. Quel diario, riletto cent’anni dopo, è preziosa memoria, come preziosissima memoria da consegnare anche a chi leggerà “fra cent’anni” sono queste lettere, ché la memoria, scriveva Montaigne, è “ricettacolo e astuccio della scienza”.
    Lettere dal mare pieno di ombre della pandemia, affidate alle onde del nostro sentire come un messaggio in bottiglia, che è “richiesta d’aiuto e testimonianza ai posteri di cosa è stata la pandemia da Covid-19 per quella parte di popolazione che è da sempre in emergenza”.
    Leggerle oggi, intanto, è un invito a rispondere a questa richiesta d’aiuto, che se non è mai lamento, (non a caso il sottotitolo è “riemergere e guardare in alto”) è anche grido, per scuotere la nostra tanta, inaccettabile, disattenzione…

    scritto per Ultimavoce.it


    Fermiamo la strage dei suicidi in carcere

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    77 morti, fino a ieri. 77 suicidi nelle carceri italiane. E per lo più persone giovani, lì a scontare pene irrisorie. In carcere per uno scippo, per il furto di una cuffia, per quella dose di droga che, per quel manifesto della cultura illiberale che è la Fini- Giovanardi, ti fa finire in carcere. Persone “fragili” si commenta spesso. Una compassione che quasi si ritorce in colpa… eh, sì, troppo fragile per resistere alla “cura” dello stato. Che cura intollerabile lo è per tutti, anche per chi quella “cura” non si traduce in abbraccio di morte.
    Fa impressione il silenzio che circonda questa strage. Ne parlano in pochi, solo chi di carcere si occupa da sempre…
    Ristretti orizzonti ancora prova a rompere questo silenzio, lanciando un appello, al quale ci uniamo, ché “mai prima d’ora era stato raggiunto questo abisso”.
    “Fermiamo la strage dei suicidi in carcere”, dunque. Primi firmatari Roberto Saviano, Gherardo Colombo, Luigi Manconi, Giovanni Fiandaca, Massimo Cacciari, Fiammetta Borsellino, Ascanio Celestino, Mimmo Lucano… e ancora filosofi, giuristi, penalisti, rappresentanti di associazioni che si occupano di diritti…
    Un appello per scuotere il mondo della politica, questa politica che è sorda. “Sorda perché sul carcere e sulla pelle dei reclusi si gioca una partita tutta ideologica che non tiene in nessun conto chi vive ‘dentro’, oltre quel muro che divide i ‘buoni’ dai ‘cattivi’”.
    Una politica sorda alle indicazioni che da tempo chi il carcere lo conosce pure sa dare, anche perché sa bene cosa si dovrebbe fare intanto per evitare o contenere questo massacro. In sintesi, “depenalizzare e considerare il carcere solo come extrema ratio, moltiplicare le pene alternative, dare la possibilità al cittadino detenuto di iniziare un vero percorso di inclusione nella comunità. Chi è in custodia nelle mani dello Stato dovrebbe vivere in spazi e contesti umani che rispettino la sua dignità e i suoi diritti”…
    Perché, ne abbiamo parlato altre volte, molto di quel che avviene nelle carceri è “illegale”.
    Qualcosa, per poter iniziare a dare sollievo a chi vive in condizioni che si fa fatica a immaginare, si potrebbe fare subito. Nell’appello vengono indicati alcuni punti:
    1. Aumentare le telefonate per i detenuti.. Bisognerebbe consentire ai detenuti di chiamare tutti i giorni, o quando ne hanno desiderio, i propri cari. (oggi ogni detenuto (tranne quelli che non possono comunicare con l’esterno) ha diritto a una sola telefonata a settimana, per un massimo di dieci minuti.
    2. Alzare a 75 giorni i 45 previsti a semestre per la liberazione anticipata.
    3. Creare spazi da dedicare ai familiari che vogliono essere in contatto con i propri cari reclusi per valorizzare l’affettività.
    4. Aumentare il personale per la salute psicofisica. In quasi tutti gli istituti vi è una grave carenza di psichiatri e psicologi.
    5. Attuare al più presto, con la prospettiva di seguire il solco delle misure alternative, quella parte della riforma Cartabia che contempla la valorizzazione della giustizia riparativa e nel contempo rivitalizza le sanzioni sostitutive delle pene detentive.
    Nulla di rivoluzionario, come vedete… solo un primo passo per arginare il massacro.
    Per aderire basta firmare qui
    https://www.change.org/p/fermiamo-la-strage-dei-suicidi-in-carcere-qui-ed-ora-si-pu%C3%B2-l-appello-del-dubbio?signed=true

    Nulla di rivoluzionario, solo qualche passo per arginare l’indecenza. In attesa che si ripensi seriamente al sistema delle pene.
    Personalmente sono convinta della necessità di pensare e realizzare infine un mondo senza carceri. Ripensare “questa strana pratica, e la singolar pretesa di rinchiudere per correggere, avanzata dai codici moderni”, come spiega Foucault. E non è utopia. Non è un caso (ce lo siamo dimenticati?) che la nostra costituzione parla di condanne e di pene, ma mai pronuncia la parola “carcere”. Che chi l’ha scritta, la nostra Costituzione, ben ne conosceva la barbarie. E teniamocela stretta, questa Costituzione, che ancora da qualche abisso ci tiene lontani…

    scritto per Ultimavoce.it

    Favolina

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    Daniela Morandini oggi ci regala una favolina… suggerimEnto di vie di fuga?

    Ascoltate..

    “Chaimaa aveva un marito lontano e un tappeto sottile, così sottile che, quando lo piegava, diventava piccolo come un sacchetto di farina. L’aveva tessuto e aveva creato il filo per intrecciarlo. Aveva tolto le spine alle foglie di un’agave, le aveva tagliate, calpestate, lasciate nell’acqua, asciugate e attorcigliate finché non erano diventate seta. Quando il marito le scrisse che stava per tornare, Chaimaa andò sulle cime dell’Atlante, raccolse i colori, le foglie di henné, la polpa del fico, il succo del melograno e tinse quei fili.
    Seduta al telaio, costruì una trama come quella di un racconto, serrò i nodi e il tappeto iniziò a narrare storie che ancora dovevano accadere. Appena il marito ritornò, Chaimaa prese il tappeto sottile, ne tolse ogni piega e volò via”.

    Daniela Morandini

    Il casco

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    C’era una volta… e purtroppo qua e là ancora adesso… Bello e tremendo, questo racconto di Daniela Morandini….
    ascoltate:

    Per Natale, bisognava andare a mangiare dai nonni.
    In ingresso c’era uno specchio inclinato, un attaccapanni a muro, una stufa di ghisa e un casco simile a quello del parrucchiere. In sala da pranzo c’era un tavolo intarsiato, una credenza déco con gli specchietti e una damina col cicisbeo sulle ante di vetro. Da un quadro, san Cristoforo, con Gesù bambino sulle spalle, proteggeva viandanti e barcaioli. Pare fosse l’ennesima mutazione di Anubi, il dio egiziano con la testa di un cane.
    In soggiorno, il ritratto di un condottiero con la feluca in testa e una mano infilata nella giacca osservava ogni movimento. Ci rimasi male quando scoprii che non era Napoleone, ma un trisavolo, che aveva cacciato gli austriaci in una storia che non avevo ancora studiato. Il nonno si chiamava Valentino, come il divo del muto. Non era così bello, ma si dava un tono. Era stato un ufficiale medico della Prima guerra mondiale. Dal Friuli finì a Caporetto e poi a Crespino, proprio sul Po, dove Zeus aveva fulminato Fetonte mentre guidava i cavalli di Apollo. Sulla riva di quel fiume, Valentino incontrò Antonietta. “Ricorda che furlàn fa rima con vilàn” diceva la nonna, eppure la loro storia era andata a finire come in ogni romanzo d’appendice: si erano sposati ed erano nati mio padre e suo fratello. “Boia d’un paròn” bofonchiavano i figli dei contadini senza scarpe, mentre i due bimbi vestiti alla marinara volevano essere Lindbergh, sognavano la trasvolata atlantica e costruivano aeroplanini. Una sera di tanti anni prima, mi raccontarono, la nonna che non ne poteva più di non so cosa, prese uno di quei modellini, lo buttò per terra e lo schiacciò con i piedi: mio padre continuò a suonare il pianoforte, mentre il fratello spiava dalla serratura.
    Ora Antonietta era una sorta di parallelepipedo con i capelli azzurrini. Indossava un abito grigio, largo, tipo grembiule. Aveva gli occhi piccoli, cerulei, liquidi, nascosti da occhiali con cerchi concentrici. Una trama di capillari rossi le disegnava la faccia e, forse perché era Natale, qualcuno doveva averle tagliato la barba perché, quando mi abbracciava, pungeva. Portava a tavola quei piatti chiusi dall’anno prima tra gli specchietti, la damina e il cicisbeo. Il brodo sapeva di muffa e dai bicchieri era meglio non bere. Per fortuna c’era il panettone. Quando poi mi davano il permesso di alzarmi, andavo a fare un giro. A sinistra c’era la camera da letto dove non si doveva mettere in disordine, a destra lo studio del nonno Valentino, dove non si poteva andare perché c’erano le medicine. Restava l’ingresso con quella stufa che mi piaceva tanto e quel casco collegato ad una specie di radio. Lo osservai tenendo le distanze, perché mi era stato detto di non toccare, e mi convinsi che quel marchingegno fosse troppo complicato per asciugare i capelli. Probabilmente era un’arma che i russi e gli americani usavano per la guerra che si facevano nello spazio, invece di pensare ai problemi della terra. Più tardi pensai che forse era stato usato per girare una scena di Metropolis, ma non mi risultava che i nonni conoscessero Fritz Lang. Ma qualche tempo dopo capii che quella macchina serviva per far uscire dalla testa non so quale malattia. Dicevano che dava la scossa, che mandava la corrente nel cervello e si guariva, ma non mi persuasero per niente.

    Daniela Morandini

    Cilento, il sogno di un ostativo

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    “Ho fatto parte di questo mondo nocivo, credevo di essere nel giusto, come un soldato obbedivo agli ordini, ma anche quando li davo ritenevo di comportarmi rettamente, secondo l’orientamento che avevo metabolizzato negli anni.
    Sbagliavo, ma la mia ignoranza non mi consentiva di comprenderlo, perché l’ignoranza è una prigione peggiore della prigione stessa, non ti consente di avere un pensiero per fare delle scelte, cosa diversa dalla cultura.
    Tutto ciò non legittima né tantomeno giustifica il mio passato…”
    Ho fra le mani “Cilento, la mia Itaca”, biografia di Pasquale De Feo, in carcere dal 1983. La sua è la vicenda di un ragazzo “selvaggio” che voleva cambiare il suo mondo nell’unico modo, sbagliato, che conosceva. Si affilia ai cutoliani, i primi arresti, poi la condanna all’ergastolo. Ostativo.
    Ho fra le mani il suo libro appena stampato, proprio oggi che in tutta fretta il governo vara il provvedimento sull’ergastolo ostativo, di fatto andando contro le indicazioni della Corte Costituzionale che lo scorso anno aveva infine chiarito come questa pena fosse fuori dal dettato costituzionale. Una pena, molto semplificando, che subordina la concessione dei benefici (permessi, libertà condizionale…) all’essere stati collaboratori di giustizia. “Pentiti”, diciamo, o collaboratori di giustizia, è una scelta processuale, mentre dimentichiamo quello che il vero pentimento è: ripensamento della propria vita che poco o nulla può avere a che vedere con la collaborazione.
    E penso a Pasquale, che non è stato collaboratore, da anni in attesa di un primo permesso da uomo libero… Penso a lui e allo straordinario percorso compiuto in questi lunghi e tormentati anni, durante i quali un vero ripensamento sulla sua vita pure l’ha avuto. Ha studiato, molto ha letto. Molto ha letto soprattutto a proposito della storia d’Italia, interrogandosi sulle cause delle condizioni del nostro Sud e della gente che lo abita. Lo ripeto sempre, la cosa che mi ha subito colpita da quando lo conosco è la sua determinazione nel voler leggere la sua vicenda personale, la sua storia individuale, nell’ambito della Storia, quella con la S maiuscola. E non gli sarò mai grata abbastanza per avermi spinta a leggere, rileggere piuttosto oltre la retorica risorgimentale che abbiamo imparato a scuola, pagine della nostra storia. Aiutandomi a colmare, ad esempio, imperdonabili lacune a proposito della questione del brigantaggio e di tante atrocità rimaste a volte nascoste nelle pieghe della Storia ufficiale…
    E mi ha sorpreso la sua capacità di ripercorrere tutta la sua vita nel bene e nel male, senza infingimenti. Sullo sfondo il Cilento, il paese dove la sua famiglia ha avuto origine, e dove spera di poter tornare. Un sogno sul quale rischia di cadere come una mannaia il provvedimento varato dal governo, pieno di ombre che già fanno parlare di illegittimità quando non di incostituzionalità (fra gli altri è molto chiaro a questo proposito l’ex ministro della Giustizia Giovanni Maria Flick).
    Accenno solo a un punto, la necessità di dover accertare che l’ergastolano ostativo non abbia collegamenti con la criminalità organizzata, che è pur cosa legittima, ma con il decreto si stabilisce che sia il detenuto a dover dimostrare che così non sia. Non solo. Deve dimostrare che è escluso ogni “pericolo di ripristino di tali collegamenti, anche indiretti o tramite terzi”. Insomma, è la persona detenuta che deve fornire elementi di prova contraria. La pretesa di una probatio diabolica, per dirla con le parole dell’Unione delle Camere Penali, che Damiano Aliprandi riprende nella sua approfondita riflessione su “Il Dubbio”… “Ma come si può provare l’insussistenza del pericolo di un futuro evento di tal fatta? Non è questo un modo per rendere impossibile quello che pur si fa mostra di voler ammettere? Con ciò rifiutando in concreto ciò che la Costituzione richiede?”
    E penso a Pasquale De Feo, dopo quarant’anni di prigione. Ma avete idea di cosa siano quarant’anni di prigione?
    Non è naturalmente della necessità di una pena in risposta ai reati che si discute. Ma del suo senso sì. E oggi arriva questo decreto varato in tutta fretta per evitare il nuovo intervento della Corte Costituzionale che aveva dato un anno di tempo al parlamento per rivedere le norme sull’ostatività. Risolvendo le lentezze del parlamento, che già di suo aveva elaborato e non ancora approvato un testo (che il provvedimento del governo ricalca) già peggiorativo delle originali norme sull’ostatività, andando contro le indicazioni della Corte. E c’è un’amara riflessione che va fatta, e non è pensiero solo mio, ma di ben autorevoli giuristi e studiosi: il populismo penale nel nostro paese non è appannaggio della destra, ma atteggiamento trasversale, che tutto permea, tranne pochissime eccezioni, da destra a sinistra.
    Oggi arriva il decreto che rende di fatto estremamente improbabile che un detenuto ostativo possa accedere a benefici penitenziari. E mi chiedo se il ministro Nordio, che oggi sostiene che si siano accolte le indicazioni della Corte Costituzionale solo perché “superato l’automatismo per cui per il semplice fatto di essere condannati per alcuni reati scattassero certi provvedimenti”, sia la stessa persona che tanto nettamente si era pronunciata contro l’ergastolo.
    Pensando a Pasquale De Feo, alla sua Itaca, dove quanti l’abbiamo conosciuto e seguito in questi anni siamo convinti meriti di ritornare.
    “Il mio pensiero va a coloro che per qualche motivo, da aver urtato la loro sensibilità fino alle cose più gravi, ho colpito. Chiedo loro perdono, ma prima voglio perdonare chi ha ucciso mio fratello, perché il perdono bisogna concederlo prima di chiederlo.
    L’odio distrugge tutto ciò che si incontra sul proprio cammino, mentre il perdono libera l’anima e ti cambia la vita restituendoti tutti quei sentimenti belli per i quali nasce l’essere umano”.
    Pensando a Pasquale che chiude dunque il suo libro chiedendo perdono, e dimostrando quanto grande è stato il suo cambiamento. E noi ne siamo sicuri. Se così non fosse, sconfitto sarebbe lo stato che tanti anni lo ha avuto in “cura”.

    scritto per Ultimavoce.it

    Copula mundi

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    “L’Anima […], facendosi intermediaria di tutte le cose, possiede la facoltà di tutte le cose. E se è così, essa trapassa in tutte. Ma poiché è la vera connessione di tutte, quando migra in una non lascia l’altra, ma migra dall’una all’altra e sempre le conserva tutte sicché giustamente si può chiamare il centro della natura, l’intermediaria di tutte le cose, la catena del mondo, il volto del tutto, il nodo e la copula del mondo”.
    Scintilla del pensiero di Marsilio Ficino, che Carlo Miccio sceglie a esergo del suo libro, che tutto informa: “Copula mundi” (edizioni Alphabeta Verlag), appunto. Che letteralmente significa “legame o unificazione”, e che qui è l’anima di un piccolo, marginalissimo mondo: Il Casolare, centro di accoglienza straordinario per profughi e richiedenti asilo, messo più o meno in piedi in un’ala di un vecchio, decaduto, motel dell’Appia, passato nel tempo da albergo di lusso, ad albergo ad ore…
    Carlo Miccio sceglie il romanzo, sospeso fra testimonianza e finzione, per parlare di cose che ben conosce per esperienza personale (ha lavorato per il circuito d’accoglienza gestito dai comuni, lo Sprar, è stato responsabile di un centro di accoglienza straordinario, mediatore in commissione territoriale…), e su cui vale la pena di fermare il nostro sguardo, troppo spesso così distratto.
    Intorno al Casolare, questo centro che è “raccordo di marginalità”, si muove il protagonista, Marco, che qui finisce dopo che la sua condanna per guida in stato d’ebrezza viene convertita in lavoro di pubblica utilità.
    Il racconto si dipana fra i tanti incontri che possono avvenire in un centro d’accoglienza, che diventano confronto con le vite sospese di tanti. Cose, dunque, che Carlo Miccio ben conosce. E questa sua conoscenza si coglie da subito…
    Nella risata di Farah, ragazza somala con lo hijab e le cuffie Sony, approdata nel nostro paese dopo il lungo tempo di un viaggio su un barcone, passato tenendo la mano ad una donna sconosciuta che delirando lentamente si è spenta. Nel rigore di Youssef, mediatore “sciamano capace di trasformare suoni arcani in significati comprensibili”. Nella tenera e sorprendente figura di Piermario, che “a vederlo sembra un po’ scemo, vestito con la maglia di Ibrahimovic che gli fascia la pancia, ma poi invece è lì che sa sempre come muoversi e fa la cosa giusta”… E nel racconto dei tanti incontri e scontri, che sono incontri e scontri anche culturali, sempre lontani dagli stereotipi e “dalle narrazioni tossiche” cui siamo purtroppo abituati.
    L’impatto, per il protagonista, appena arrivato in quel posto “sospeso in una dimensione spazio-temporale tutta sua, a metà tra l’Africa e la campagna locale”, in quell’edificio avvolto da una patina di sporcizia e malaffare dove pure trova “un’atmosfera che sembrava comunque inondata di gentilezza, animata da persone sorridenti perlopiù vittime innocenti”, è davvero sconvolgente.
    E presto impara, per quanto si può, come si può, quanto sia importante un’organizzazione che sappia essere al servizio dell’interesse comune, dove ogni vita ha un suo posto.
    Come la vita nuova nuova di Maria, la bambina di Grace, ragazza della Nigeria, dove ci sono le bufale ma “non c’è mozzarella in Africa”. Maria che nasce dopo una rocambolesca corsa in ospedale, ed è dono intorno a cui tutti si ritrovano.
    Racconto affollatissimo, fra l’altro sullo sfondo un omicidio, di donna bianca a opera di un presunto immigrato (e potete immaginare l’aria che intorno si respira…), e dove l’incontro e il confronto con Valerio, “paladino degli sfigati di tutto il mondo”, diventa per il protagonista un inaspettato fare i conti con una tragica vicenda che viene dal passato, e infine, con la propria vita.
    Proprio in questi giorni, avevo appena chiuso il libro sull’ultima pagina e sul visino della piccola Maria, ho visto un bel documentario sulla natura, arrivato giusto giusto a scardinare una delle certezze più granitiche che abbiamo a proposito della legge del più forte che, guai a metterla in discussione, “è legge di natura” (e anche nostra quando ci conviene, trovandoci ad essere dalla parte del più forte).
    Ebbene, non è esattamente così. Esplorando luoghi impervi e la vita a temperature impossibili, si scopre che quando manca tutto, per piante e animali, non vince il più forte ma chi collabora. Che è poi la morale del precedente libro di Miccio, lavoro che ne ha svelato tutta la capacità narrativa: “La trappola del fuorigioco”, che molto ruota intorno a Johan Cruijff, il fuoriclasse olandese che fu interprete del calcio totale, dove nessuno è ancorato a un ruolo rigido, ma dove il collettivo è tutto. Dove “ci si scambia di ruolo e ci si muove compatti a centrocampo tutti insieme. Il comunismo del calcio totale, ma anche quello dei tarantolati del Salento, dove l’intera comunità è consapevole che la malattia di uno è la malattia di tutti…”.
    Anche lì, colpisce a tratti il linguaggio della tenerezza, lo stesso che si schiude, in Copula mundi, sulla “mano fantasma, probabilmente innamorata”, che con un baffo di vernice trasforma un’indicazione stradale in un abbraccio per la piccola Maria.

    scritto per Ultimavoce.it


    Compagne di scuola

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    C’era una volta… c’era una volta una classe. E due bambine che venivano da lontano…, che il ricordo ancora punge.
    Ascoltate. Daniela Morandini

    Proprio in questo periodo arrivarono due nuove compagne di scuola che non avevano ancora il grembiule. Tutte e due venivano da lontano: una si chiamava Rita, l’altra Alessandra.
    Rita aveva i capelli sciolti, lunghi fino al sedere e i cerchi d’oro alle orecchie. Sembrava molto più grande della sua età, o forse aveva veramente più anni. Era nata a Tripoli, che non sapevo bene dove fosse, ma la maestra ci spiegò che in quel paese un colonnello aveva rimandato a casa gli italiani che avevano fatto le strade e tante altre belle cose. Dalla carta geografica attaccata al muro vidi che quella città era addirittura in Africa. Mi ci volle un po’ di tempo per capire cosa fosse una colonia, che non si comanda a casa degli altri, e magari neanche nella propria. Rita comunque conosceva l’arabo e una volta la maestra la fece andare alla lavagna a scrivere qualcosa. Iniziò a fare dei segni bellissimi col gesso, da destra a sinistra e poi leggeva al contrario, anche se non si capiva niente. Tutte a ridere, ma lei no.
    Ci sarebbe piaciuto sapere quanti leoni e quanti elefanti, avesse incontrato, ma nessuna si azzardava a chiederglielo. Rita parlava poco, per questo la maestra l’aveva messa in banco insieme all’altra compagna nuova. Alessandra veniva da Reggio Calabria, era magrissima e anche lei sembrava più grande. Le mamme dicevano che era una bimba povera, perché viveva in piccola chiesa abbandonata. Non so perché dicessero che fosse povera, io di poveri ne avevo visti pochi, ed erano tutti maschi. Uno stava davanti alla chiesa alla domenica e si appoggiava ad una stampella di legno come quella dei pastori del presepe. L’altro era un frate con la barba lunga, sempre seduto su uno sgabellino, vicino ad un negozio di tortellini, con i sandali senza calze anche se c’era la neve.
    Neanche Alessandra parlava molto, forse doveva strillare tanto a casa perché aveva tantissimo fratelli, cinque o sei, che a turno la venivano a prendere quando suonava la campanella.
    Le compagne nuove entravano in classe tenendosi per mano, in fila come tutte noi, ma non erano brave. Quando la maestra chiedeva qualcosa, non alzavano mai la mano. Facevano fatica a leggere le parole sotto alle figure del cartellone. Scrivevano storto e sbagliavano le addizioni. Forse non volevano stare lì. Non diventarono amiche e nessuna di noi le invitò mai ad una festa.

    Daniela Morandini

    Storie fantastiche dall’Africa

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    Le storie fantastiche, premette Gaetano Marino, nessuno sa da dove siano cominciate, né da dove siano arrivate… se non dall’immaginazione dell’uomo… e camminando camminando, trasformate di bocca in bocca si moltiplicano e arrivano fino a noi, tutte diverse, ma tutte “buone, profumate, calde”, come pagnotte composte delle tante e tante briciole… E hanno tutto il sapore dell’Africa, rimasto intatto, queste fiabe e favole e leggende che Gaetano Marino ha raccolto e accolto e a suo modo trasformato, da quel bravo affabulatore che è. E ad ascoltarle (sì perché non è possibile leggerle senza sentire quella sua voce che tante narrazioni ci ha regalato con quella straordinaria iniziativa che è paroledistorie.net) vengono in mente le narrazioni dei griot, aedi dell’antica tradizione africana. Fiabe, favole, leggende. Penserete siano cose per bambini. Forse, ma non solo per loro. Perché ogni tanto, quando le tensioni (e quant’altro) della vita adulta sembra sopraffarci, farebbe proprio bene a tutti noi regalarci la lettura di una fiaba. Magari prima di andare a dormire. Io l’ho fatto, anche con queste Fantastiche storie dall’Africa. Provate e … vedrete che sogni…

    Certe notti…

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    C’era una volta, oggi… Un bellissimo racconto di Daniela Morandini. Che fa anche un po’ piangere… pensando alle vittime della nostra stupidità..

    Certe notti d’estate, con la finestra aperta, sentivo ruggire i leoni.
    In linea d’aria, non erano lontani: vivevano ai giardini Margherita, per via della regina che diede il nome anche alla pizza.
    Si chiamavano Reno e Bea e li andavo a vedere tutte le domeniche. Abitavano in una grande gabbia circolare, divisa a metà da un muro, come quello di una casa. Una metà era scoperta, l’altra era chiusa, ma con due porte, una per entrare, l’altra per uscire, quasi un teatro. La gabbia era circondata da due recinti, in modo che non ci si potesse avvicinare troppo. Ma più che cattivi, i leoni sembravano seccati e spesso restavano nel lato coperto, forse perché avevano freddo o forse perché non volevano farsi vedere. Uscivano quando c’era il sole, si sdraiavano davanti alle sbarre, o si sedevano come due sfingi (da poco avevo guardato un libro con le figure degli antichi Egizi). Erano come dei gatti, ma molto più grandi. Mi spiegarono che lui, con la criniera piena di nodi, era il re della foresta e che lei era la regina sua moglie. Non capivo come fossero arrivati da così lontano: forse erano stati spodestati dalle tigri, oppure erano stati esiliati dopo una rivolta di popolo, ma non ebbi mai spiegazioni esaurienti.
    Certo è che Reno e Bea non sembravano molto allegri: più che ruggire, sbadigliavano e non degnavano nessuno di uno sguardo. Si lavavano spesso con una lingua che sembrava una bistecca. Fissavano l’orizzonte e facevano finta di niente persino se una mosca gli girava tra gli occhi e si fermava sul naso. Non si spostavano neanche quando entrava il guardiano con un sacco di carne in una mano e un tridente come quello di Nettuno nell’altra. Lo osservavano come si guarda un cameriere molesto e dopo che lui era uscito, lentamente, andavano a mangiare. I bambini li chiamavano per nome, ma Reno e Bea non rispondevano e se qualcuno provava ad attirare la loro attenzione come si fa con i mici si giravano dall’altra parte. Un giorno Reno scappò. Ma se è vero che nel centro di Bologna non si perde neanche un bambino, è altrettanto vero che per chi è nato nella giungla è difficile orientarsi tra i cortei di metalmeccanici e le osterie di fuori porta, che allora usavano ancora. Così lui non fece resistenza e fu riacchiappato quasi subito. Forse era addirittura soddisfatto, perché Bea restò incinta e dopo un po’ nacquero due leoncini di cui non ricordo il nome. Fu una notizia così straordinaria che apparve persino sul giornale e un fiocco rosa e uno celeste furono appesi alle sbarre.
    Proprio in quei giorni, mi portarono al circo dove, a tutti i costi, un pagliaccio insisteva per farsi fotografare con me. Io ero molto preoccupata: quel saltimbanco aveva in braccio un cucciolo di leone che non poteva che essere figlio di Reno e Bea. Qualcuno l’aveva rapito e volevano usarmi come alibi. Ero certa che appena Reno se ne fosse accorto avrebbe sfondato la gabbia, sarebbe arrivato al circo, avrebbe liberato il piccolo, si sarebbe avventato su quella specie di Scaramacai e mi avrebbe mangiato. Ma Reno non arrivò e io fui costretta a fare la foto col leoncino e con quel guitto.
    La domenica dopo, quando andai ai giardini Margherita, stavano smontando la gabbia e i leoni non c’erano più. Mi spiegarono che erano stati riportati nella savana, ecco perché Reno non era venuto al circo. Non che mi dispiacesse, in fondo non avevo mai capito perché dovessero stare chiusi là dentro.
    Più tardi seppi che Reno, Bea e i piccoli erano stati sbranati da altri animali che volevano diventare re della foresta. Da allora, neanche certe notti d’estate con la finestra aperta, ho sentito ruggire i leoni.

    Daniela Morandini