Una riflessione a proposito di due notizie di questa settimana, che non bisognerebbe fare scivolare via. E passo dall’una all’altra, come seguendo il filo che le lega, anche se possono sembrare, e per alcuni versi forse lo sono, questioni l’una lontana dall’altra…
La prima, ne avrete sentito… La denuncia di Antigone che racconta di una signora di 85 anni (ottantacinque) da due settimane detenuta a San Vittore. Per scontare una condanna di 8 mesi. Il reato: occupazione abusiva di una casa. Pena di brevissima durata, reato non di quelli di “grave pericolosità sociale”, e si aggiunge che l’anziana donna non è autosufficiente, e quindi ha bisogno di continua assistenza. “Fino ad oggi, nonostante i ripetuti solleciti dell’istituto e un’istanza di scarcerazione, la signora si trova ancora ristretta nell’istituto”, così ieri Antigone. Leggo che non è stata trovata durante un controllo ai domiciliari e dunque scatta il carcere… cosa di meglio per stare più tranquilli?
La seconda notizia… ne hanno parlato pochi attenti. La leggo in un puntuale articolo di Damiano Aliprandi su Il Dubbio. La condanna di due anarchici per “strage contro la pubblica incolumità”, riqualificata in Cassazione addirittura a “strage contro la sicurezza dello Stato”. L’accusa: aver fatto esplodere, nel 2006, presso la Scuola Allievi Carabinieri di Fossano, due ordigni a basso potenziale. Non ci sono stati feriti né danni gravi. Eppure, sottolinea Aliprandi, il reato di strage contro la pubblica incolumità (che arriva dal codice Rocco) è “il reato più grave del nostro ordinamento che non è stato nemmeno applicato per le stragi di Capaci e Via D’Amelio”. E uno dei due condannati è stato spedito dritto dritto al 41 bis, quello che sarebbe destinato ai “peggiori” membri di associazioni criminali. L’accusa: inviava i suoi scritti a compagni anarchici. Nulla di segreto, ma riflessioni pubbliche, spesso diffuse on line…
Ed è solo uno degli sconcertanti episodi che fanno parlare di uso spropositato dell’azione giudiziaria nei confronti degli anarchici.
Spropositato. Ecco, tanto per cominciare, cosa unisce le due storie. Dei “fatti” non c’è nulla da spiegare, le cose parlano da sé.
Ma cosa proclama ad alta voce questa sproporzione?
Proclama che proprio non piace chiunque sia ai margini. Della vita e del pensiero, quello dominante naturalmente. E ai margini sono tutti quelli che, per un verso o per l’altro, sono fuori dal “cerchio magico” di chi possiede, decide, “pensa”, e vorrebbe pensare per tutti noi. Di chi, allontanando intanto da sé l’onere della responsabilità sociale, neppure vuol sentire parlare della rivendicazione dell’uso delle cose necessarie alla vita di cui noi troppi abbiamo espropriato, mentre a difesa della proprietà arriva a legittimare finanche l’omicidio (perché questo abbiamo fatto).
Eppure, chi possiede, decide, “pensa” e vorrebbe pensare per tutti noi, sa spesso ben usare, come si dice, i guanti bianchi quando si tratta di chi, pur responsabile di reati ai danni di beni pubblici e collettivi, di fatto riconosce in fondo come parte di sé, del sistema di potere nel quale si è ben saldamente inseriti… mentre si preferisce infierire, e che sia lezione per tutti!, su chi, nei modi e nel pensiero, è fuori da tutto questo. Punendo, come Aliprandi ricorda abbia sottolineato la difesa dei due anarchici, non per ciò che si è fatto ma per ciò che si è. Pericolosamente allontanandosi dai principi di legalità e garantismo giuridico.
Vi piacciano o no gli anarchici, vi piacciano o no anziane signore che, per avere dove dormire, devono occuparla, una casa… come essere indifferenti a tutto questo? Ne va della nostra democrazia…
A proposito dell’aver mandato in carcere la signora ultraottantenne per pena di così poco conto (in un paese fra l’altro di illustri condannati per i quali il garantismo ha funzionato benissimo), suggerirei la lettura di un libro di Agamben sul pensiero, e la pratica, di san Francesco, “Altissima povertà”, dove si ricorda la dottrina che parla dell’irrinunciabilità dell’uso delle cose necessarie alla vita (cibo, casa…).
Che è pensiero alto, piuttosto vicino (a parte la sconsiderata e controproducente idea di lanciare bombette per scrostare muri) al pensiero anarchico. Pensando a Tolstoj, ad esempio, che scrisse: “ladro non è quello che prende ciò che gli è necessario, ma quello che trattiene, senza darlo agli altri, ciò che non gli è indispensabile ed è invece necessario ad altri”.
Certo, nessuno pretende che i reati non siano punti, ma est modus in rebus, e il diritto non può così essere violentato, piegato a derive giustizialiste e feroci.
E ritorno ad Agamben: “La forma di vita francescana, l’altissima povertà, col suo uso delle cose, è la forma di vita che comincia quando tutte le forme di vita dell’occidente sono giunte alla loro consumazione storica”. Ecco, forse siamo ancora lontani dall’inizio della forma di vita che contempli l’uso delle cose (ma conto che i miei nipoti o almeno i loro figli riescano a vederla). Ma di una cosa comincio ad essere sempre più convinta: della consumazione storica delle forme di vita dell’occidente. Inaccettabili.
pubblicato su Ultimavoce.it
Condanne spropositate, una pericolosa deriva giustizialista
dal carcere voci di donna…

Sabato, a Firenze, incontro con scritture e scrittori dal carcere. Bella iniziativa del Collettivo Informacarcere del Comitato Evangelico di Firenze.
Alcune riflessioni, convinta come sono della necessità di portare fuori dal carcere voci. Sapendo che chi scrive nelle prigioni non lo fa certo per riempire il tempo. Quelle che arrivano da dietro quelle mura, così spesso impermeabili anche al solo respiro, sono sempre parole di verità, e più di una volta ho avuto la bella sorpresa di trovare pagine nelle cui vene scorre quel sangue letterario di cui spesso parla Marcello Baraghini, perché dalla vita vera, senza infingimenti, sono dettate.
Parole che sono sempre grido lanciato al mondo qua fuori, per scuoterne l’indifferenza. E lo sottolineo oggi che, tranne gli “addetti ai lavori”, sembra nessuno voglia ascoltare davvero quel grido. Come se la cosa non ci riguardasse. Invece ci riguarda e come, il carcere è specchio che rimanda immagini, amplificate, di quello che siamo fuori, nel bene e nel male, ma non solo. Il carcere, che è luogo di sospensione del diritto, è luogo dove si sperimenta fin dove si può arrivare, nella violazione dei diritti fondamentali delle persone, nell’indifferenza appunto della società… e i morti dei giorni delle rivolte… e ora questa serie terribile degli ultimi suicidi lo stanno a dimostrare…
Gli scritti dal carcere hanno molteplice valenza, testimonianze preziosissime per aprirci gli occhi, ma sono anche forma di resistenza, resistenza dentro di sé e “resistenza che si forma e cresce cucendo relazioni”, rubo le parole a Vincenzo Scalia, criminologo, nella postfazione a “La portavoce”, libro curato da Monica Sarsini che nel carcere di Sollicciano ha guidato e tirato le fila di un coro di testimonianze di donne, mettendo insieme tante “sconquassate solitudini”.
E oggi che arriva la notizia del sessantasettesimo suicidio, ed è ancora voce di donna che si spegne… voglio sottolineare l’importanza di queste voci di donne, importanti soprattutto perché rare. Sono pochissimi i libri che arrivano dal carcere scritti da donne. Certo, in proporzione sono poche, sono solo il 4, 5 per cento della popolazione carceraria. E poi abbiamo letto piuttosto testi di “politiche”, ché la spinta ideologica non è cosa di poco conto. Ma ci vuole tanto tanto coraggio, per chi non è abituato a farlo, a prendere una penna in mano e raccontare e raccontarsi, e fare capire quale violenza su violenza è vivere in un posto pensato tutto al maschile…
La “portavoce” del titolo del testo cui ho accennato è Cosetta Petreni, autrice della maggior parte dei testi raccolti nel libro, ma anche capace di accompagnare il coro di testimonianze di quella umanità dolente… rom, zingare, transessuali, cubane, persone con problemi di droga… Una ballata malinconica, dove tensioni e violenza si intrecciano a momenti di vera umanità.
Per capire di cosa si parla, quando si parla di carcere, bastano poche parole, forti come pugnalate:
“Questo posto enorme, che mi soffoca come la vernice sulla pelle”… “il carcere come un vetro che si è spezzato dentro la carne”.
E si congratula con se stessa, Cosetta, “per essere ancora sana di testa dopo cinque anni trascorsi dentro a questo tunnel nero”, e si chiede: “Chi mi ha dato tanta forza?”
Tanta forza che le ha dato anche il coraggio di scrivere, coraggio che, ne sono certa, anche con la scrittura si è poi alimentato, in una sorta di mutuo sostegno. E lo trova tutto, il coraggio necessario, per raccontare la fatica, le risse (ché fra donne non sono rare), le sopraffazioni, i soprusi e insieme un’umanità inaspettata, “quello che scalda il cuore”. Per accompagnare le voci di altre, come Svetlana che… “lì dentro il pensiero del suicidio è consolazione”…
E tutto questo pure alla fine diventa il proprio mondo.
Vi stupirà leggere di una visita in ospedale, attraversare il mondo esterno sotto scorta, “ma non c’è vergogna per le guardie armate che accompagnano, anzi fanno sentire sicura, protetta, “perché loro fanno ormai parte del mio mondo”, che osserva e poi… “non vedo l’ora di rientrare nel mio mondo”. Per quanto terribile. Ricordando il trauma dell’ingresso, la puzza, qualcuno più umano e qualcuno che lo è meno, dove “le detenute trans vengono trattate come spazzatura”, dove si va avanti a forza di psicofarmaci, dove tutto si enfatizza, anche i pregiudizi.
Non è facile prendere una penna in mano e raccontare tutto questo. Molto si deve ai corsi di scrittura organizzati in carcere (e varrebbe la pena di aprire una bella pagina su chi di questo si occupa, in un impegno che sa essere “maieutica”, ma anche mutuo scambio). Così la scrittura, per chi impara a coglierli, offre espedienti per raccontare quello che diversamente non si riuscirebbe a fare. Come spiega Anna Maria Repichini, autrice di una autobiografia, che, riferendosi alla prima notte passata in carcere spiega: “Mi riesce difficile parlare in prima persona di quella notte e per questo ho usato un espediente narrativo. Ho immaginato di scrivere la sceneggiatura di un film basandomi non tanto sulla mia esperienza diretta, quanto sulle ‘prime notti’ che ho visto passare alle mie compagne di cella in tanti anni”.
Testimone, Anna Maria, a Rebibbia, di tante storie di cui abbiamo letto più o meno distrattamente sui giornali, e che si fa fatica a pronunciare… la mamma che ha ucciso i suoi i bambini… un suicidio… e la cella liscia, che è posto che ti fa impazzire…
In carcere da subito si è messi difronte a una scelta: accendersi o spegnersi.
E lei, Anna Maria, sembra abbia proprio colto tutte le possibilità che le ha offerto la detenzione per accendersi e non per spegnersi.
Il carcere è molto duro da vivere, scrive, e in carcere si può morire. “Proprio perché me ne sono accorta presto, e non avevo nessuna intenzione di morire, ho trovato delle strategie per vivere”.
Diventando anche un po’ egoista, ammette, perché il carcere insegna soprattutto a combattere per sopravvivere giorno dopo giorno, a diffidare di tutti, “a farmi la mia galera senza commentare, conoscere, sparlare”…
Ma parlare e testimoniare certo sì. Come raccontano le sue pagine che, come accade con voci di donne, sempre sanno allargare lo sguardo su tutte le altre, in un abbraccio che, nel bene e nel male, tutte sempre le sa accogliere.
scritto per ultimavoce.it
C’era una volta, oggi… La frattura
Ancora un racconto di Daniela Morandini. Cronaca di un incontro in un Pronto Soccorso. Ché a saper guardarsi intorno c’è sempre qualcosa da imparare…
La voluta barocca della sedia in ferro battuto cadde con precisione sulla punta del mignolo del mio piede sinistro.
Andai al pronto soccorso, anche se quel gonfiore e quel colore viola non rientravano nella mia idea cubista di frattura, cioè un dito rovesciato, l’alluce di traverso, il tallone sopra e la caviglia sotto. Osservai la consueta processione di persone non più infrangibili e di giovanotti non più invulnerabili. Quasi inaspettato, dalla porta che conduceva ai meandri dell’ospedale, un omone gentile, con un camice blu, i capelli corti e un codino in cima alla testa, chiamò il mio numero. Trentatré, cinquantaquattro, otto: come avevo scritto sul braccialino che mi avevano dato in accettazione che adesso, chissà perché, si chiama triage. L’omone mi guardò il piede e con la mano sfiorò proprio dove mi faceva male. E’ viola sotto, precisai. E’ normale, rispose e mi pregò di aspettare. Scrupoloso l’infermiere, pensai. Dopo un po’ mi fecero la radiografia. Qualcosa di rotto? Ma i tecnici non si sbilanciano mai e mi dissero che avrei parlato con l’ortopedico. Il medico mi chiamò poco dopo: era lo stesso omone gentile che mi aveva aperto la porta. Mi rimproverai per aver pensato che fosse un’infermiere, senza togliere nulla agli infermieri. Il dottore mi disse che c’era una frattura composta della falange distale del quinto dito del piede sinistro. Avrei voluto chiedergli dove era nato, ma non lo feci. So quanto questa domanda dia fastidio a chi viene da lontano, e faccia sentire ancora più straniero.
Mentre pensavo a quel suo collega nato in Camerun, insultato perché nero in un pronto soccorso di Lignano, l’ortopedico, con un cerotto, fermò il dito rotto all’altro dito. Si raccomandò di tenere l’arto sollevato, di mettere il ghiaccio ad intermittenza, di usare scarpe con la suola rigida. Quelle che avevo andavano bene.
Bonsoir madame, concluse, ma si corresse subito: buonasera signora.
Aurevoir monsieur, merci e tornai a casa senza tradurre.
Più tardi seppi che il dottore era nato in Burkina Faso, la terra degli uomini giusti, come l’aveva rinominata Thomas Sankara, una specie di Che Guevara subsahariano.
Daniela Morandini
Aiutiamo “postazione Eugenia” a rinascere!
“Postazione Eugenia” era un apiario. 37 arnie, ma non solo. Creata dieci anni fa da Anna Mancini e Oliviero Reggiani, “postazione Eugenia” è stato luogo di incontro, studio, didattica, divertimento.
Tutto spazzato via nell’alluvione delle Marche che ha devastato il centro di Pergola, piccolo borgo in provincia di Pesaro-Urbino, dove l’apiario era nato.
Ma Anna e Oliviero vogliono ricominciare. Insieme con i loro figli che, per aiutarli, hanno organizzato un crowfounding.
https://www.gofundme.com/f/ricostruiamo-la-postazione-eugenia?utm_source=customer&utm_medium=copy_link&utm_campaign=p_cf+share-flow-1
L’invito è a sostenerli, a sostenere la rinascita del loro centro.
Pensando anche alle api, fra le specie così severamente minacciate dalle sconsiderate azioni dell’uomo, che in “postazione Eugenia” sono state al centro di tanta attenzione e cura.
Perché Anna e Oliviero, apicoltori biologici, nel 2015 hanno deciso di dedicandosi esclusivamente all’apicoltura e alla didattica per cercare di far conoscere a tutti il mondo delle api.
Le loro parole: “L’ intento che ci proponiamo attraverso l’incontro con i bambini è la presentazione dell’alveare, individuare le api quale indicatore ecologico e introdurre il tema della sostenibilità ambientale nell’ ambito agricolo e delle altre attività umane. I bambini potranno vedere gli strumenti usati dall’ apicoltore e i prodotti dell’attività delle api: la cera, il miele, la propoli e il polline”.
Gli incontri, dunque nella “postazione Eugenia”, “dove passare un pomeriggio insieme visitando l’apiario, dipingendo i melari e, infine, facendo una merenda con pane e miele. Crediamo fermamente che un laboratorio possa diventare un attimo di indelebile felicità nei ricordi di ogni bambino e forse cambiare e arricchire il suo modo di vedere il mondo”.
E siamo sicuri felicità è stata per molti, perché moltissimi sono stati i bambini, gli studenti, i turisti, anche, che in questi anni sono stati accolti nel centro.
Con un pensiero e un augurio ad Anna e Oliviero. Aspettando la rinascita, ché poi andremo tutti a Pergola, a incontrarli, insieme al fantastico mondo delle api.
https://www.gofundme.com/f/ricostruiamo-la-postazione-eugenia?utm_source=customer&utm_medium=copy_link&utm_campaign=p_cf+share-flow-1
Marco Cavallo non si sfratta!
Si è svolta questa settimana la VII assemblea del Forum della Salute Mentale, che con questo comunicato si rivolge al mondo della politica chiedendo un cambio di passo, di uscire dall’indifferenza e prestare una nuova attenzione a una questione che riguarda milioni di cittadini… la salute mentale.. leggete..
Contro l’abbandono, la marginalizzazione, l’esclusione, il razzismo. Contro la svendita ai privati del Servizio Sanitario Nazionale e per la ricostruzione di una rete territoriale che rimetta al centro l’individuo con tutti i suoi bisogni. Per rimettersi in cammino, sostenuti dal pensiero, negli ultimi anni messo in ombra ma che non ha mai perso la sua forza e oggi quanto mai necessario, che ha fatto dell’Italia il primo paese al mondo che ha abolito gli ospedali psichiatrici.
Così, alla vigilia dell’appuntamento elettorale, la VII Assemblea del Forum della Salute Mentale esprime la sua netta determinazione a schierarsi.
Esprime la sua insoddisfazione nella lettura dei programmi elettorali che poco o nullo spazio riservano al problema della salute mentale, preferendo, piuttosto che affrontare problemi complessi, lanciare messaggi che possano attrarre. Certo, quello della salute mentale è fra gli argomenti che non sembrano “attirare”, respingenti piuttosto. Eppure, si tratta di una questione cruciale che riguarda la vita di milioni di cittadini, e coinvolge scienza medica, vita civile, controllo politico sociale e civiltà giuridica.
Ma non possiamo non sperare in un cambio radicale e auspichiamo che ci sia, ritrovando, la politica, la forza e la volontà di portare a sistema il meglio delle attività fino ad oggi condotte in Italia e nel mondo, e che pur eccellenti risultati hanno dato.
E chiediamo di interloquire, come portatori di un pensiero che ha fatto una delle riforme riconosciute, nel mondo, fra le più importanti dell’ultimo mezzo secolo.
Oggi la legge 180 sembra persa per strada, frantumata, ma ancora pulsa.
Nel territorio dove è nata e dove ha sviluppato una pratica radicata in un sistema di relazioni giocate intorno alla persona (che non è più solo malattia), e che avremmo voluto vedere trasferita in tutta la penisola, sono bastati tre anni di un’amministrazione a guida di destra per distruggere tutto quello che era stato costruito e che ha pur ben funzionato, in termini di accoglimento, territorialità della cura, comunità, vicinanza, equità, libertà, sicurezza. Con Trieste cade l’ultimo baluardo, Trieste ancora una volta laboratorio, ma in direzione tristemente opposta a quanto costruito dagli anni Settanta a oggi. E vediamo l’uniformarsi nel senso peggiore che possiamo immaginare, quanto la regionalizzazione spinta dovuta dalla riforma del titolo V della Costituzione ha in maniera così evidente scomposto.
Il nostro è un appello ai partiti, alle forze che pur percependo, vedendo il problema, attraversano un momento di sostanziale indifferenza, spostando lo sguardo su altro. Perché il servizio pubblico interessa così poco? Certo il territorio non produce denaro, la salute mentale finché resta un servizio pubblico ancora nelle mani dei privati, come tutta la salute diventa un affare d’oro. Ma sappiamo che sul territorio ci sono forze disponibili a ricostruire reti territoriali. Amministratori che chiedono, anche loro, confronto e interlocuzione, e se denunciamo una psichiatria che, tornata nel chiuso degli ospedali, si è richiusa su se stessa, pensiamo che siamo ancora in tempo per invertire la rotta e ricostruire i servizi di oggi ricordando quanto fatto in passato.
Un episodio, che può sembrare marginale, ma non lo è.
Ricorderete Marco Cavallo, il grande cavallo azzurro di legno e cartapesta che nel 1973 a Trieste ruppe i muri del manicomio di San Giovanni e da allora la storia vivente della battaglia contro tutte le contenzioni… Da un po’ d’anni, quando non è in giro a ribadire il suo no allo stigma e all’esclusione, sverna in uno spazio che era stato messo a disposizione dall’amministrazione di Muggia, a due passi da Trieste. Ebbene, in questi giorni, ha ricevuto “avviso di sfratto” dal sindaco leghista. Sembra che l’amministrazione della cittadina necessiti di spazio. Di quello spazio. Considera Marco Cavallo un ingombro.
Brutto gesto, brutto segnale. Segno amaro dei tempi.
Ma noi, che siamo dalla parte di Marco Cavallo, sappiamo che il nostro gigante di cartapesta, che in tanti viaggi, fisici e simbolici, ci ha accompagnato, troverà nuova ospitalità. Questo paese non può permettere che si perda il risultato dello straordinario esperimento che ha trasformato l’assistenza psichiatrica “ricollegando l’esistenza delle persone ai mondi quotidiani”.
Peppe Dell’Acqua
per il Forum Salute Mentale
La ragazza col tovagliolo
E chi sarà mai, cosa le sarà successo… quella ragazza col tovagliolo…
Delicato, dolente… un racconto di Daniela Morandini, che ancora incontra storie. E grazie per condividerle con noi…
“Ogni sera in quell’albergo sul mare, seguendo una diagonale immaginaria, un po’ più a destra, la ragazza col tovagliolo mangiava al tavolo di fronte al mio. Avrà avuto più o meno trent’anni, era mora, né bella né brutta, normale. Sedeva tra il padre e la madre. Lei sembrava un’insegnante di parecchio tempo fa: capelli corti, camicia allacciata fino all’ultimo bottone. Lui era sicuramente un professore d’orchestra: capelli grigi un po’ lunghi, con il ricciolo dietro. Chissà chi mi dava tutte queste certezze, visto che non avevo mai parlato con loro.
Ridevano spesso in modo educato. Prima che arrivasse il cameriere, il padre metteva il tovagliolo alla figlia: lo infilava nella maglietta, poi lo apriva bene sul davanti. La ragazza mangiava con estrema attenzione, sembrava calcolasse anche il movimento più piccolo per non sbagliare. Pareva studiasse come portare la forchetta alla bocca. Rifletteva su come muovere il coltello avanti e indietro per tagliare la carne. Era concentrata su come alzare il bicchiere senza rovesciare l’acqua, a volte anche il vino rosso. Prendeva il pane in modo meticoloso, senza fare briciole. Spesso mi adocchiava, come per dire “Visto, che ho fatto bene!”.
Ma forse mi guardava perché ero l’unica a mangiare da sola, o forse perché semplicemente ero al tavolo di fronte al suo, seguendo la diagonale immaginaria, un po’ più a destra. Solo una volta, dopo aver finito un babà, il padre le pulì gli angoli della bocca con il tovagliolo.
Mercoledì mi fece un cenno con la testa, io contraccambiai e lei abbassò gli occhi soddisfatta.
Venerdì la incontrai per le scale, insieme al padre e alla madre: avevano le valige e stavano partendo. Mi disse ciao con una voce inconsueta e andò via.
Avevo pensato che fosse più alta, ma l’avevo sempre vista seduta.
Daniela Morandini
La magia del Festival delle Abilità
“Inclusione è una parola magica, quando esiste svanisce”, parola di Antonio Giuseppe Malafarina, giornalista, autore fra l’altro del blog del Corriere “Gli invisibili”. E meglio non si potrebbe cogliere lo spirito del Festival delle Abilità, che da venerdì 16 fino a domenica 25 affollerà il parco biblioteca Chiesa Rossa di Milano. Affollerà mi sembra la parola giusta, ché a scorre il programma c’è davvero da perdersi…
Fra mostre di fotografia, pittura, libri, e spettacoli di teatro, musica, danza, e poi laboratori, e talk, su famiglie, Yoga, sugli animali… (e comunque tutto il programma lo trovate qui https://festivaldelleabilita.org/ ) una rassegna di arti performative, si spiega, una festa di inclusione sociale che vuole permettere a tutti di mettere in risalto le proprie capacità a prescindere dalla propria condizione.
Insomma, un evento culturale che vuole valorizzare i talenti delle persone, con o senza disabilità.
Scorrendo il programma, ritrovo nomi incontrati nel periodo in cui mi sono occupata della trasmissione radiofonica “diversi da chi?”… e ancora mi riempie di ammirazione e di stupore sapere di Felice Tagliaferri, scultore di fama internazionale, oggi al festival milanese per guidare un laboratorio di scultura. Tagliaferri, che a 14 anni perse la vista. Avrete sentito parlare del suo “Cristo Rivelato”, una riproduzione del Cristo Velato della Cappella Sansevero, a Napoli, che lo scultore realizzò dopo che non gli fu permesso, in visita alla cappella, di toccare la famosa scultura di Sanmartino, unico modo per lui di apprezzarla. Il suo Cristo, che tutti hanno potuto toccare, rivelato a tutti, ma proprio a tutti.
La sua opera, il suo impegno, risuona qui come le note di un canto, che insieme a quello di tutti gli altri, compone quell’inno alla libertà che il festival vuole essere. La libertà di vivere come tutti “per riscrivere l’immaginario della cultura contemporanea, per farci dimenticare il prefisso dis dalla parola disabili e promuovere una cultura dell’abilità”.
E a proposito di inno alla libertà, fra tante suggestioni che arrivano scorrendo il programma del festival, mi fermo su un nome, che mi è stato segnalato da Martina Gerosa, infaticabile costruttrice di ponti: Gholam Najafi, giovane Afghano, a dieci anni fuggito dall’Afghanistan, e approdato in Italia, dove ora risiede, dove si è laureato, e fa lo scrittore, il traduttore, il mediatore culturale… Al festival presenterà il suo libro, “Il mio Afghanistan”. La sua storia, difficile come potete immaginare, il suo coraggio, inimmaginabile, e ora è qui, preziosissima voce, a spiegare che “l’intreccio di lingue e di culture ci salverà”..
Leggendo di lui, il mio pensiero va anche a Franco Bomprezzi, alla cui memoria è dedicato un premio. Franco Bomprezzi, eccezionale collega, scrittore e poi blogger, che adesso non c’è più. Costretto per una malattia fin da piccolo su sedia a rotelle, per tutta la vita ha lottato contro i pregiudizi. Ne avrete letto in molti i suoi illuminanti interventi, fra le tante cose che ha fatto, nelle pagine del Corriere. Risento il tono caldo e sorridente della sua voce…
“Ho anch’io il vizio di vivere”, diceva. Il vizio di vivere di un comunicatore. “Voglio essere un comunicatore, ossia una persona che mette in comunicazione mondi e culture che spesso non si parlano, non si ascoltano, non si conoscono”. E grande comunicatore è stato. Mi ha insegnato molto a proposito di abilità e disabilità, su come raccontarla, la disabilità, senza ipocrisie e falsi pietismi. Voglio ricordare ancora una volta che a Franco non piaceva per nulla quel “diversamente abile” che a un tratto è “qualifica” che ha iniziato a imperversare ovunque. “Non sono e non sarò mai diversamente abile”, insisteva.
E come non pensare a quanto questo festival è informato al suo pensiero. Il festival delle abilità, appunto. Delle abilità di tutti, che nulla e nessuno è “diversamente”…
Sarebbe piaciuto moltissimo a Franco questo incontro così affollato e ricco. Gli sarebbe piaciuto molto incontrare Gholam Najafi e intrecciare con lui pensieri.
Sì, sarà l’intreccio di lingue e di culture a salvarci. Diversamente saremo tutti “ugualmente” persi.
Non è sogno
Dall’ultimo numero di Voci di dentro…
https://ita.calameo.com/read/00034215419a33d1b7f3d
Nella IVCs del liceo scientifico e artistico Guglielmo Marconi di Foligno le ore di educazione civica del secondo quadrimestre sono state dedicate al tema della detenzione. Argomento complesso, non semplice, ma la guida della loro professoressa di italiano, Stefania Meniconi, ha condotto gli studenti in un interessante percorso, che molto li ha coinvolti. Tanti gli aspetti della questione affrontati e al termine del percorso gli studenti hanno incontrato i volti dei protagonisti di “Non è sogno”, il film di Giovani Cioni girato nel laboratorio le Nuvole del carcere di Perugia. “Parliamo sempre ‘del carcere degli altri’, ma sembra abbiano ben percepito, gli studenti, quanto il carcere sia riflesso della società, che il carcere siamo anche noi…” parole di Cioni, che questo film sta portando nelle scuole.
Un argomento, quello delle carceri e di chi vi è rinchiuso dentro, troppo spesso “allontanato”, quando non ignorato, nella nostra società che sempre più tende a considerare quel mondo altro da sé, come se non fosse invece della società prodotto e parte integrante. Ma siamo convinti che se le persone davvero sapessero, se davvero vedessero, se potessero confrontarsi con la verità bruciante di tante storie, con i propri dubbi e paure, anche, qualcosa in molti cambierebbe. Ed è vero, è proprio dai giovani che bisogna cominciare, dagli adolescenti, che vivono quell’età in cui spesso accadono “incontri” che cambiano la vita, semi qua e là gettati che rimangono acquattati nell’animo e nella testa, in attesa, in altro tempo magari, di germogliare… Lo dimostra il percorso seguito nell’istituto di Foligno, cui i ragazzi hanno risposto con tanta attenzione, con le loro emozioni, i turbamenti, le incertezze, le contraddizioni, anche, di chi si affaccia alle durezze della vita e si confronta con i limiti del bene, con la sconfinatezza, a volte, del male…
Abbiamo chiesto loro di raccontare questo percorso, di condividere con noi le loro impressioni, cosa ha significato, soprattutto, incontrare, sia pure solo attraverso un filmato, i sogni prigionieri dei protagonisti reclusi di un film girato in carcere…
A rispondere, sollecite, e sensibilissime, sono state ragazze. Ecco le loro voci, così come sono arrivate. Un buon punto di partenza, per avviarne, altre ancora, di riflessioni…
In questo secondo quadrimestre, l’argomento su cui si è aperto il dibattito, durante le ore settimanali dedicate a educazione civica, è stato la detenzione in Italia. Essendo un tema molto ampio, le discussioni tenute in classe hanno spaziato su più sotto-argomenti ed elementi caratteristici della prigionia. In primo luogo, abbiamo trattato il tema della pena di morte. Purtroppo, non ero presente quella mattina. Assente a questa prima discussione, non conosco il parere dei miei compagni ed è un peccato perché trovo molto interessante e costruttivo ascoltare l’opinione altrui. Personalmente sono contraria a questa pratica, credo sia un gesto disumano. Il tempo, più o meno lungo, trascorso in prigione dovrebbe essere un momento di presa di coscienza delle proprie colpe e dei propri sbagli. Il personale all’interno di queste istituzioni dovrebbe rappresentare un punto di riferimento, una guida per i propri detenuti, non lasciando nessuno da parte. L’uomo è una creatura molto orgogliosa, il pentimento è quindi un passo molto importante ed essenziale, spesso difficile da raggiungere se non si presentano situazioni adeguate. La prigione dovrebbe
essere un ambiente riabilitativo, persino per chi è condannato all’ergastolo. La condanna a morte non solo è un’attività brutale, ma non permette il percorso regolativo per cui la reclusione è stata creata. Inoltre, come abbiamo letto nel testo tratto da “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria, condannare un carcerato a morte non porta che a incrementare paura e orrore all’interno della società al di fuori di quelle che sono le mura penitenziarie. Spesso può frenare azioni immorali l’idea di una lunga reclusione in ambiente ostile e tormentato come quello del carcere, più che la pena di morte, per chi non ha niente da perdere.
Il secondo dibattito riguardava la storia di un prigioniero siciliano. Le notizie che abbiamo ricavato sono frutto di un’iniziativa intrapresa dalla nostra professoressa Stefania Meniconi la quale, tramite lettere, è riuscita a instaurare un rapporto con quest’uomo. In queste lettere racconta la sua storia, la causa della sua condanna e di come, in un periodo della sua vita, abbia tentato il suicidio. Ciò che ha fatto riflettere e ha dato inizio alla conversazione è come le circostanze in cui si nasce segnino inevitabilmente il destino di una persona. Circondato da ambienti e persone malfamate è caduto anch’egli nella trappola mafiosa. In particolare, mi ha colpito una riflessione esposta dalla professoressa alla classe. Essendo lei coetanea del detenuto, comparava la sua vita con quella del mafioso, riflettendo come esse, in entrambi i casi partite da zero, si fossero potute sviluppare in maniera così diversa. Io ho la fortuna di vivere in una città tranquilla, in una famiglia stabile economicamente che può permettermi di avere un futuro. Ma non tutti hanno queste possibilità e spesso c’è chi non conosce neanche la sensazione che si prova nello svegliarsi sereni. È ovvio che la sensibilità di una persona influisca sul comportarsi correttamente o meno, ma non metto in dubbio che certe circostanze mettano a dura prova la morale dell’uomo. Da fuori è difficile giustificare certi comportamenti perché non abbiamo motivo di rubare o uccidere, quando però diventano scenari ricorrenti nella tua quotidianità si può far fatica a distinguerli da ciò che è sbagliato. Spesso diventa una questione di vita o di morte e di fronte a ciò non sempre si è capaci di essere razionali. Con questo non voglio scagionare nessuno ma bisognerebbe aiutare chi non ha le stesse possibilità per cambiare qualcosa.
Abbiamo terminato questo percorso con la visione di un film di Giovanni Cioni. Un film molto particolare, con un’impostazione diversa rispetto a quelli che vedo solitamente. Mi è piaciuto molto perché si muoveva tra momenti più divertenti e momenti seri e profondi. Ho apprezzato il fatto che per ciascun detenuto non è stata mai specificata la colpa. Ladro, assassino, mafioso di fronte alla camera erano tutti uguali, quasi come se il fatto che fossero detenuti non rappresentasse il centro del film. Abbiamo visto sorrisi come lacrime, abbiamo visto rabbia come pacatezza. D’altronde sono uomini, dentro o fuori le sbarre. In molti di loro si percepiva la sofferenza e il rimpianto rispetto a ciò che identifica il proprio passato. Tutti erano d’accordo sul fatto che l’ambiente carcerario fosse orribile, speranzosi di poter rivedere la luce vera prima o poi. Per chi dovesse uscire mi auguro che il ricordo di questa loro “vita non vita” in carcere li spinga a iniziare un nuovo capitolo lontano da questi ambienti.
Margherita Macrì
Partecipare a questa unità didattica relativa alla condizione carceraria è stato molto interessante. Abbiamo avuto la possibilità di parlarne in classe e non solo, siamo riusciti a prendere visione del film “Non è sogno” di Giovanni Cioni… Il film in questione presentava l’indagine dietro le sbarre sulla condizione dell’uomo di fronte all’esistenza, alla realtà del mondo. Inizialmente ci troviamo in un film all’interno di un film che prende le mosse dalla ripetizione di un breve dialogo tra Totò e Ninetto Davoli in “Che cosa sono le nuvole” di Pier Paolo Pasolini e di alcune frasi tratte da “La vita è sogno” di Calderón de la Barca. A pronunciarle sono i detenuti del carcere di Capanne all’interno del Laboratorio Nuvole. Progressivamente dai testi si passa al vissuto di persone che si raccontano senza filtri. Vederli recitare è stato molto bello, si mostravano con tutta la loro semplicità, c’è chi per dire alcune battute aveva necessità di ripeterle allo sfinimento e chi aveva la necessità di sentirle pronunciare più volte per poi ripeterle. Tra un momento di risate e l’altro, Giovanni Cioni ha immortalato anche attimi di silenzio, quel silenzio che permette sia a noi che agli attori di riflettere, noi però vedevamo i volti degli attori, potevamo osservare la loro espressione facciale, i loro occhi che sembrano vuoti ma in realtà erano pieni di sentimenti a noi nascosti. Persone come noi, solo che vivono dentro una struttura per il loro passato, per punizione e per essere aiutati. Mi è piaciuto moltissimo. Sarà banale come pensiero personale ma per me la semplicità del film, degli attori e di tutto il resto mi ha particolarmente colpita, in particolar modo le risate e gli occhi degli attori. In generale penso che parlare di questi argomenti sia molto istruttivo, in particolar modo quando si presentano opportunità di apprendimento che stimolano i ragazzi ad essere più curiosi riguardo al mondo, riguardo alla realtà.
Altina Jusufi
Per noi giovani, penso che relazionarci con un mondo parallelo al nostro e molto
complicato, quello del carcere, sia un bel modo per renderci conto di ciò che provano
certe persone e delle situazioni difficili che la vita gli pone. Noi, che viviamo da
privilegiati, a volte nemmeno ci accorgiamo delle condizioni di alcune persone. Invece, in questa maniera, abbiamo potuto capire, almeno in parte, come vivono e come vengono trattati. Grazie al film di Giovanni Cioni abbiamo visto con i nostri stessi occhi alcuni dei carcerati. Mi sono commossa quasi tutto il tempo e ho pensato: cosa hanno fatto per meritarsi tutto ciò? Certo, è stata una loro azione a farli finire dove sono ora, ma sicuramente c’è qualcosa di molto più complicato e profondo dentro ognuno di loro che li ha spinti ad agire in una certa maniera. Sebbene ridessero e scherzassero, ho visto nei loro volti tanta tristezza, tanta sofferenza, tanta solitudine e soprattutto tanta speranza nel provare a rimediare ai loro errori e cercare di vivere una vita migliore di adesso. Con i loro sguardi urlavano libertà e serenità. Mi hanno colpito in particolare le scene in cui parlavano della terapia che dovevano seguire. Si vedeva in un colpo d’occhio che facevano uso di farmaci. Non erano veramente loro. Erano coperti da una maschera, che non li rende loro stessi al 100%. Inoltre, sono stati altrettanto profondi i momenti in cui parlavano ai loro familiari. I loro occhi splendevano di speranza e di amore per i loro cari. Spero con tutto il cuore che la vita permetterà loro di trovare un po’di felicità e di raggiungere il loro piccolo ma enorme desiderio: tornare a vivere, circondati da vero amore.
Marconi Valentina
Le prime scene del film sono dedicate alla recitazione, con tanto di ciack e di backstage, delle battute di “Cosa sono le nuvole” di Pasolini e de “La vita è sogno” di Calderon de la Barca e, partendo proprio da queste scene di metateatro, vengono raccontate poi le vicende dei carcerati.
Sentire la storia di Domenico, un ragazzo ergastolano che non ha più la possibilità di
crescere sua figlia, fa riflettere sul vero valore che hanno la famiglia e l’amore verso i propri cari. Egli, infatti, tramite una dolce lettera indirizzata alla figlia, le chiede di poterla incontrare con maggiore frequenza, in modo da poterla tirar su anche da dietro le sbarre.
Molto interessante è stata anche un’altra scena: due dei protagonisti discutono sul reato da loro commesso. Mentre uno sostiene di non essersi effettivamente pentito, l’altro afferma di essere felice di stare in prigione poiché il carcere l’ha aiutato a comprendere l’ingiustizia compiuta.
Sicuramente diversa sarebbe stata la pena riservata a Domenico, accusato di aver ucciso alcune persone, se in Italia fosse ancora in vigore la pena di morte. Atto orrido e disumano, che va conto i diritti fondamentali dell’uomo e che nega ai colpevoli la possibilità di pentirsi e di riabilitarsi, fine che invece ha la galera.
Proprio per parlare del compito che hanno le carceri di reintrodurre i prigionieri nella società, abbiamo avuto come ospite in classe il papà di Leonardo, che gestisce una cooperativa volta proprio alla riabilitazione dei detenuti. Essi così svolgono lavori utili alla società, come tagliare l’erba delle aiuole o ripulire le strade.
Elena Pescetelli
Il tema della prigione è un argomento molto importante ai giorni nostri, anche se non viene molto trattato. Il film mi ha lasciato forti emozioni, perché vedere che ci sono persone che si preoccupano di coloro che non sono molto stabili mentalmente, non è una cosa che si dà per scontata. Nel documentario vengono esposti tutti i pensieri ed i sentimenti dei carcerati, raccontando tutti i loro pentimenti e riflessioni. Questo filmato mi ha colpito particolarmente perché si vedono i prigionieri ridere e scherzare, provando ad imparare i copioni assegnati e ironizzando con gli agenti, molto comprensibili nei loro confronti. Mi ha impressionato notevolmente quando i detenuti raccontano le loro vecchie storie e le loro famiglie, Emozionano chi ascolta, riuscendo a farli immedesimare e capire il loro dolore.
Io credo che i carcerati debbano ricevere, oltre alle punizioni in prigione, anche del supporto psicologico, poiché le loro azioni vengono commesse molto probabilmente a causa di traumi passati o malattie mentali. Non penso che debba esserci l’utilizzo della pena di morte, se non per i colpevoli più spregevoli come gli stupratori o i serial killer. Questa esecuzione mortale non risolverebbe nulla, ma anzi risulterebbe comoda ai detenuti, che preferirebbero la morte ai lavori forzati. A mio parere essi andrebbero capiti e aiutati, specialmente se si vede un loro interesse nel cambiare.
Mercuri Rebecca
Sia la figura del detenuto che quella del carceriere infondono un senso di profonda separazione e solitudine, come se ci fossero, di fronte ad ogni persona, delle sbarre immaginarie che possono essere rappresentate da malintesi, giudizi, bassa autostima, paura del confronto e quant’altro possa essere considerato un elemento di divisione che ci fa sentire soli in un mondo che non riesce a comprenderci. Tanti sono i fattori che isolano l’uomo dal resto della comunità, dalle idee politiche all’orientamento sessuale, dal ceto sociale al livello di istruzione, dall’origine etnica alle idee religiose, eppure l’esperienza dei detenuti in questo carcere fa riaffiorare quel pizzico di solidarietà e di umanità e sperare in un mondo migliore. Che siano detenuti per uno scippo o per qualcosa di molto più grave, o che la loro pena sia all’inizio o quasi scontata del tutto, c’è tra loro complicità e comprensione che ci permettono di vedere che in fondo in fondo ognuno di noi ha bisogno di essere amato per quello che è. Riflettendo sul nostro vissuto, dopo due anni di pandemia, per tutti noi è come se fossimo stati in un carcere, a volte con l’impossibilità di relazionarci con gli altri, sia al lavoro che a scuola che in famiglia, a volte con l’impossibilità di dare un ultimo abbraccio a un nostro caro. Siamo costretti a stare lontani da tutto perché con le mascherine che nascondono i sorrisi, sempre più in silenzio, diamo voce ai social che in fondo ci dividono ancora di più, aspettando che le cose vadano meglio. Dovremmo provare a dare voce ai nostri sogni e alle nostre aspirazioni, Per far sì che le sbarre che ci dividono, un giorno, possano scomparire e che l’umanità e la solidarietà abbiano la meglio su tutto.
Giulia Onori
dal numero di settembre di Voci di dentro
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Pesci rossi
C’era una volta, e c’è ancora adesso… ancora un racconto di Daniela Morandini, che forse è fantasia e forse no… guardandosi intorno… ieri come oggi… e buna lettura!
“Quando ero piccola, si usava avere in tinello una vasca con i pesci rossi. Il tinello, vicino alla cucina, era la stanza dove si mangiava tutti i giorni. La vasca dei pesci era una palla di vetro come quella dei maghi, aperta sopra però. I pesci si compravano in un negozio dove c’erano anche dei canarini che, chiusi in una gabbietta, ciondolavano su un’altalena, perché chissà cosa aveva combinato. Vicino alla porta, con una zampetta legata ad un trespolo, c’era un pappagallo verde. Dicevano che sapesse parlare, ma non era vero. Se gli domandavi il suo nome, rispondeva “Loreto”, ma se gli chiedevi quanti anni avesse, ripeteva ancora “Loreto”. I pesci nuotavano in vasche lunghe e verdine. Ce n’era anche qualcuno nero, ma quelli non li voleva nessuno. Ce n’erano anche di minuscoli che, chissà come, si spostavano tutti insieme. Ma soprattutto c’erano i pesci rossi: andavano avanti e indietro tra un palombaro di plastica, un forziere dei pirati, e qualche anfora greca che forse qualcuno aveva messo lì per confondere le idee.
“Quale vuoi, bella bambina?” chiedeva il signore del negozio sempre con la stessa enfasi, cambiando solo le finali se si rivolgeva ad un maschietto.
Era fastidioso sentirsi chiamare bella bambina. Intollerabile poi se il signore ti dava un pizzicotto sulla guancia. Comunque era inutile fare storie e i pesci rossi sembravano tutti uguali. Bastava dire: “Quello” e lui inforcava un retino e ne pescava uno a caso. Il predestinato cominciava a dimenarsi, a sbattere la coda, a tentare di scappare, ma finiva in un sacchettino trasparente, con i manici, pieno d’acqua, da portare a casa dopo aver pagato.
C’era anche un altro modo per prendere i pesci rossi. Alla festa di santa Lucia, che poverina portava i suoi occhi in un piattino, oltre ai banchetti dei cammelli e dello zucchero filato, c’era quello delle lampadine fulminate. Chi ne colpiva di più vinceva una bambola o un elefante di pannolenci. Ma, anche se qualcuno ti aiutava a imbracciare quella specie di fucilino, era impossibile centrare il bersaglio. Allora ti davano il premio di consolazione: il pesce rosso nel sacchettino trasparente. Chissà poi perché ci si doveva consolare. Mica si diventa tristi se non si spara a una lampadina. Comunque, bisognava portare a casa quel sacchettino. Lo si agganciava al deflettore della macchina per non rovesciare l’acqua, mentre il premio, che non era mai stato in automobile, strabuzzava gli occhi. Arrivati in bagno, si apriva il rubinetto, si metteva la palla di vetro nel lavandino e vi si buttava il pesce rosso che, travolto dalla tempesta, rotolava su se stesso. Riempita per tre quarti e chiuso il rubinetto, la palla veniva asciugata e sistemata in tinello. Il malcapitato cominciava allora a girare in tondo senza fermarsi mai: non c’erano via di fuga e il vetro lo faceva sembrare ancora più grande. A ora di mangiare, si apriva una bustina di bricioline dal cattivo odore, ma che al pesce piacevano molto, perché si precipitava a galla con la bocca spalancata. In poco tempo diventava una specie di balena in miniatura, finché una mattina non lo trovavi galleggiare esanime.
Quando invece finiva la novità e ci si dimenticava di quelle bricioline, i pesci rossi sbiadivano: diventavano rosa, quasi giallini, addirittura biancastri. Anche loro, prima o poi, si sarebbero trovati a galla stecchiti. In questi casi venivano presi per la coda e buttati nel water, si tirava lo scarico e andavano a finire chissà dove. Spesso venivano sostituiti in fretta con pesci nuovi, per non far piangere i bambini, dicevano. Ma persino i più piccoli se ne accorgevano, anche se non commentavano, perché era meglio andare a giocare in cortile.
In quella palla di vetro i pesci rossi, oltre a mangiare e a nuotare
intorno a se stessi, espellevano filini sottili, scuri, che fluttuavano nella vasca. Per questo, bisognava pulirla tutte le sere. Dopo aver chiuso il tappo, si buttava il pesce nel lavandino con un po’ d’acqua. Si lavava la vasca nell’altro bagno, si metteva acqua nuova, poi si riacchiappava il pesce con le mani, non serviva neanche il retino, tanto era rassegnato il poveretto.
Una sera prima di cena, entrando di corsa in tinello, mi scontrai con mia madre che era appena uscita dal bagno e aveva ancora in mano la vasca rotonda. Fu un attimo: la palla di vetro andò in frantumi, mia madre si tagliò dappertutto, mi fulminò con uno sguardo e il pesce rosso morì sul tappeto”.
Daniela Morandini








