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    Fermiamo la strage dei suicidi in carcere

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    77 morti, fino a ieri. 77 suicidi nelle carceri italiane. E per lo più persone giovani, lì a scontare pene irrisorie. In carcere per uno scippo, per il furto di una cuffia, per quella dose di droga che, per quel manifesto della cultura illiberale che è la Fini- Giovanardi, ti fa finire in carcere. Persone “fragili” si commenta spesso. Una compassione che quasi si ritorce in colpa… eh, sì, troppo fragile per resistere alla “cura” dello stato. Che cura intollerabile lo è per tutti, anche per chi quella “cura” non si traduce in abbraccio di morte.
    Fa impressione il silenzio che circonda questa strage. Ne parlano in pochi, solo chi di carcere si occupa da sempre…
    Ristretti orizzonti ancora prova a rompere questo silenzio, lanciando un appello, al quale ci uniamo, ché “mai prima d’ora era stato raggiunto questo abisso”.
    “Fermiamo la strage dei suicidi in carcere”, dunque. Primi firmatari Roberto Saviano, Gherardo Colombo, Luigi Manconi, Giovanni Fiandaca, Massimo Cacciari, Fiammetta Borsellino, Ascanio Celestino, Mimmo Lucano… e ancora filosofi, giuristi, penalisti, rappresentanti di associazioni che si occupano di diritti…
    Un appello per scuotere il mondo della politica, questa politica che è sorda. “Sorda perché sul carcere e sulla pelle dei reclusi si gioca una partita tutta ideologica che non tiene in nessun conto chi vive ‘dentro’, oltre quel muro che divide i ‘buoni’ dai ‘cattivi’”.
    Una politica sorda alle indicazioni che da tempo chi il carcere lo conosce pure sa dare, anche perché sa bene cosa si dovrebbe fare intanto per evitare o contenere questo massacro. In sintesi, “depenalizzare e considerare il carcere solo come extrema ratio, moltiplicare le pene alternative, dare la possibilità al cittadino detenuto di iniziare un vero percorso di inclusione nella comunità. Chi è in custodia nelle mani dello Stato dovrebbe vivere in spazi e contesti umani che rispettino la sua dignità e i suoi diritti”…
    Perché, ne abbiamo parlato altre volte, molto di quel che avviene nelle carceri è “illegale”.
    Qualcosa, per poter iniziare a dare sollievo a chi vive in condizioni che si fa fatica a immaginare, si potrebbe fare subito. Nell’appello vengono indicati alcuni punti:
    1. Aumentare le telefonate per i detenuti.. Bisognerebbe consentire ai detenuti di chiamare tutti i giorni, o quando ne hanno desiderio, i propri cari. (oggi ogni detenuto (tranne quelli che non possono comunicare con l’esterno) ha diritto a una sola telefonata a settimana, per un massimo di dieci minuti.
    2. Alzare a 75 giorni i 45 previsti a semestre per la liberazione anticipata.
    3. Creare spazi da dedicare ai familiari che vogliono essere in contatto con i propri cari reclusi per valorizzare l’affettività.
    4. Aumentare il personale per la salute psicofisica. In quasi tutti gli istituti vi è una grave carenza di psichiatri e psicologi.
    5. Attuare al più presto, con la prospettiva di seguire il solco delle misure alternative, quella parte della riforma Cartabia che contempla la valorizzazione della giustizia riparativa e nel contempo rivitalizza le sanzioni sostitutive delle pene detentive.
    Nulla di rivoluzionario, come vedete… solo un primo passo per arginare il massacro.
    Per aderire basta firmare qui
    https://www.change.org/p/fermiamo-la-strage-dei-suicidi-in-carcere-qui-ed-ora-si-pu%C3%B2-l-appello-del-dubbio?signed=true

    Nulla di rivoluzionario, solo qualche passo per arginare l’indecenza. In attesa che si ripensi seriamente al sistema delle pene.
    Personalmente sono convinta della necessità di pensare e realizzare infine un mondo senza carceri. Ripensare “questa strana pratica, e la singolar pretesa di rinchiudere per correggere, avanzata dai codici moderni”, come spiega Foucault. E non è utopia. Non è un caso (ce lo siamo dimenticati?) che la nostra costituzione parla di condanne e di pene, ma mai pronuncia la parola “carcere”. Che chi l’ha scritta, la nostra Costituzione, ben ne conosceva la barbarie. E teniamocela stretta, questa Costituzione, che ancora da qualche abisso ci tiene lontani…

    scritto per Ultimavoce.it

    Favolina

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    Daniela Morandini oggi ci regala una favolina… suggerimEnto di vie di fuga?

    Ascoltate..

    “Chaimaa aveva un marito lontano e un tappeto sottile, così sottile che, quando lo piegava, diventava piccolo come un sacchetto di farina. L’aveva tessuto e aveva creato il filo per intrecciarlo. Aveva tolto le spine alle foglie di un’agave, le aveva tagliate, calpestate, lasciate nell’acqua, asciugate e attorcigliate finché non erano diventate seta. Quando il marito le scrisse che stava per tornare, Chaimaa andò sulle cime dell’Atlante, raccolse i colori, le foglie di henné, la polpa del fico, il succo del melograno e tinse quei fili.
    Seduta al telaio, costruì una trama come quella di un racconto, serrò i nodi e il tappeto iniziò a narrare storie che ancora dovevano accadere. Appena il marito ritornò, Chaimaa prese il tappeto sottile, ne tolse ogni piega e volò via”.

    Daniela Morandini

    Il casco

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    C’era una volta… e purtroppo qua e là ancora adesso… Bello e tremendo, questo racconto di Daniela Morandini….
    ascoltate:

    Per Natale, bisognava andare a mangiare dai nonni.
    In ingresso c’era uno specchio inclinato, un attaccapanni a muro, una stufa di ghisa e un casco simile a quello del parrucchiere. In sala da pranzo c’era un tavolo intarsiato, una credenza déco con gli specchietti e una damina col cicisbeo sulle ante di vetro. Da un quadro, san Cristoforo, con Gesù bambino sulle spalle, proteggeva viandanti e barcaioli. Pare fosse l’ennesima mutazione di Anubi, il dio egiziano con la testa di un cane.
    In soggiorno, il ritratto di un condottiero con la feluca in testa e una mano infilata nella giacca osservava ogni movimento. Ci rimasi male quando scoprii che non era Napoleone, ma un trisavolo, che aveva cacciato gli austriaci in una storia che non avevo ancora studiato. Il nonno si chiamava Valentino, come il divo del muto. Non era così bello, ma si dava un tono. Era stato un ufficiale medico della Prima guerra mondiale. Dal Friuli finì a Caporetto e poi a Crespino, proprio sul Po, dove Zeus aveva fulminato Fetonte mentre guidava i cavalli di Apollo. Sulla riva di quel fiume, Valentino incontrò Antonietta. “Ricorda che furlàn fa rima con vilàn” diceva la nonna, eppure la loro storia era andata a finire come in ogni romanzo d’appendice: si erano sposati ed erano nati mio padre e suo fratello. “Boia d’un paròn” bofonchiavano i figli dei contadini senza scarpe, mentre i due bimbi vestiti alla marinara volevano essere Lindbergh, sognavano la trasvolata atlantica e costruivano aeroplanini. Una sera di tanti anni prima, mi raccontarono, la nonna che non ne poteva più di non so cosa, prese uno di quei modellini, lo buttò per terra e lo schiacciò con i piedi: mio padre continuò a suonare il pianoforte, mentre il fratello spiava dalla serratura.
    Ora Antonietta era una sorta di parallelepipedo con i capelli azzurrini. Indossava un abito grigio, largo, tipo grembiule. Aveva gli occhi piccoli, cerulei, liquidi, nascosti da occhiali con cerchi concentrici. Una trama di capillari rossi le disegnava la faccia e, forse perché era Natale, qualcuno doveva averle tagliato la barba perché, quando mi abbracciava, pungeva. Portava a tavola quei piatti chiusi dall’anno prima tra gli specchietti, la damina e il cicisbeo. Il brodo sapeva di muffa e dai bicchieri era meglio non bere. Per fortuna c’era il panettone. Quando poi mi davano il permesso di alzarmi, andavo a fare un giro. A sinistra c’era la camera da letto dove non si doveva mettere in disordine, a destra lo studio del nonno Valentino, dove non si poteva andare perché c’erano le medicine. Restava l’ingresso con quella stufa che mi piaceva tanto e quel casco collegato ad una specie di radio. Lo osservai tenendo le distanze, perché mi era stato detto di non toccare, e mi convinsi che quel marchingegno fosse troppo complicato per asciugare i capelli. Probabilmente era un’arma che i russi e gli americani usavano per la guerra che si facevano nello spazio, invece di pensare ai problemi della terra. Più tardi pensai che forse era stato usato per girare una scena di Metropolis, ma non mi risultava che i nonni conoscessero Fritz Lang. Ma qualche tempo dopo capii che quella macchina serviva per far uscire dalla testa non so quale malattia. Dicevano che dava la scossa, che mandava la corrente nel cervello e si guariva, ma non mi persuasero per niente.

    Daniela Morandini

    Cilento, il sogno di un ostativo

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    “Ho fatto parte di questo mondo nocivo, credevo di essere nel giusto, come un soldato obbedivo agli ordini, ma anche quando li davo ritenevo di comportarmi rettamente, secondo l’orientamento che avevo metabolizzato negli anni.
    Sbagliavo, ma la mia ignoranza non mi consentiva di comprenderlo, perché l’ignoranza è una prigione peggiore della prigione stessa, non ti consente di avere un pensiero per fare delle scelte, cosa diversa dalla cultura.
    Tutto ciò non legittima né tantomeno giustifica il mio passato…”
    Ho fra le mani “Cilento, la mia Itaca”, biografia di Pasquale De Feo, in carcere dal 1983. La sua è la vicenda di un ragazzo “selvaggio” che voleva cambiare il suo mondo nell’unico modo, sbagliato, che conosceva. Si affilia ai cutoliani, i primi arresti, poi la condanna all’ergastolo. Ostativo.
    Ho fra le mani il suo libro appena stampato, proprio oggi che in tutta fretta il governo vara il provvedimento sull’ergastolo ostativo, di fatto andando contro le indicazioni della Corte Costituzionale che lo scorso anno aveva infine chiarito come questa pena fosse fuori dal dettato costituzionale. Una pena, molto semplificando, che subordina la concessione dei benefici (permessi, libertà condizionale…) all’essere stati collaboratori di giustizia. “Pentiti”, diciamo, o collaboratori di giustizia, è una scelta processuale, mentre dimentichiamo quello che il vero pentimento è: ripensamento della propria vita che poco o nulla può avere a che vedere con la collaborazione.
    E penso a Pasquale, che non è stato collaboratore, da anni in attesa di un primo permesso da uomo libero… Penso a lui e allo straordinario percorso compiuto in questi lunghi e tormentati anni, durante i quali un vero ripensamento sulla sua vita pure l’ha avuto. Ha studiato, molto ha letto. Molto ha letto soprattutto a proposito della storia d’Italia, interrogandosi sulle cause delle condizioni del nostro Sud e della gente che lo abita. Lo ripeto sempre, la cosa che mi ha subito colpita da quando lo conosco è la sua determinazione nel voler leggere la sua vicenda personale, la sua storia individuale, nell’ambito della Storia, quella con la S maiuscola. E non gli sarò mai grata abbastanza per avermi spinta a leggere, rileggere piuttosto oltre la retorica risorgimentale che abbiamo imparato a scuola, pagine della nostra storia. Aiutandomi a colmare, ad esempio, imperdonabili lacune a proposito della questione del brigantaggio e di tante atrocità rimaste a volte nascoste nelle pieghe della Storia ufficiale…
    E mi ha sorpreso la sua capacità di ripercorrere tutta la sua vita nel bene e nel male, senza infingimenti. Sullo sfondo il Cilento, il paese dove la sua famiglia ha avuto origine, e dove spera di poter tornare. Un sogno sul quale rischia di cadere come una mannaia il provvedimento varato dal governo, pieno di ombre che già fanno parlare di illegittimità quando non di incostituzionalità (fra gli altri è molto chiaro a questo proposito l’ex ministro della Giustizia Giovanni Maria Flick).
    Accenno solo a un punto, la necessità di dover accertare che l’ergastolano ostativo non abbia collegamenti con la criminalità organizzata, che è pur cosa legittima, ma con il decreto si stabilisce che sia il detenuto a dover dimostrare che così non sia. Non solo. Deve dimostrare che è escluso ogni “pericolo di ripristino di tali collegamenti, anche indiretti o tramite terzi”. Insomma, è la persona detenuta che deve fornire elementi di prova contraria. La pretesa di una probatio diabolica, per dirla con le parole dell’Unione delle Camere Penali, che Damiano Aliprandi riprende nella sua approfondita riflessione su “Il Dubbio”… “Ma come si può provare l’insussistenza del pericolo di un futuro evento di tal fatta? Non è questo un modo per rendere impossibile quello che pur si fa mostra di voler ammettere? Con ciò rifiutando in concreto ciò che la Costituzione richiede?”
    E penso a Pasquale De Feo, dopo quarant’anni di prigione. Ma avete idea di cosa siano quarant’anni di prigione?
    Non è naturalmente della necessità di una pena in risposta ai reati che si discute. Ma del suo senso sì. E oggi arriva questo decreto varato in tutta fretta per evitare il nuovo intervento della Corte Costituzionale che aveva dato un anno di tempo al parlamento per rivedere le norme sull’ostatività. Risolvendo le lentezze del parlamento, che già di suo aveva elaborato e non ancora approvato un testo (che il provvedimento del governo ricalca) già peggiorativo delle originali norme sull’ostatività, andando contro le indicazioni della Corte. E c’è un’amara riflessione che va fatta, e non è pensiero solo mio, ma di ben autorevoli giuristi e studiosi: il populismo penale nel nostro paese non è appannaggio della destra, ma atteggiamento trasversale, che tutto permea, tranne pochissime eccezioni, da destra a sinistra.
    Oggi arriva il decreto che rende di fatto estremamente improbabile che un detenuto ostativo possa accedere a benefici penitenziari. E mi chiedo se il ministro Nordio, che oggi sostiene che si siano accolte le indicazioni della Corte Costituzionale solo perché “superato l’automatismo per cui per il semplice fatto di essere condannati per alcuni reati scattassero certi provvedimenti”, sia la stessa persona che tanto nettamente si era pronunciata contro l’ergastolo.
    Pensando a Pasquale De Feo, alla sua Itaca, dove quanti l’abbiamo conosciuto e seguito in questi anni siamo convinti meriti di ritornare.
    “Il mio pensiero va a coloro che per qualche motivo, da aver urtato la loro sensibilità fino alle cose più gravi, ho colpito. Chiedo loro perdono, ma prima voglio perdonare chi ha ucciso mio fratello, perché il perdono bisogna concederlo prima di chiederlo.
    L’odio distrugge tutto ciò che si incontra sul proprio cammino, mentre il perdono libera l’anima e ti cambia la vita restituendoti tutti quei sentimenti belli per i quali nasce l’essere umano”.
    Pensando a Pasquale che chiude dunque il suo libro chiedendo perdono, e dimostrando quanto grande è stato il suo cambiamento. E noi ne siamo sicuri. Se così non fosse, sconfitto sarebbe lo stato che tanti anni lo ha avuto in “cura”.

    scritto per Ultimavoce.it

    Copula mundi

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    “L’Anima […], facendosi intermediaria di tutte le cose, possiede la facoltà di tutte le cose. E se è così, essa trapassa in tutte. Ma poiché è la vera connessione di tutte, quando migra in una non lascia l’altra, ma migra dall’una all’altra e sempre le conserva tutte sicché giustamente si può chiamare il centro della natura, l’intermediaria di tutte le cose, la catena del mondo, il volto del tutto, il nodo e la copula del mondo”.
    Scintilla del pensiero di Marsilio Ficino, che Carlo Miccio sceglie a esergo del suo libro, che tutto informa: “Copula mundi” (edizioni Alphabeta Verlag), appunto. Che letteralmente significa “legame o unificazione”, e che qui è l’anima di un piccolo, marginalissimo mondo: Il Casolare, centro di accoglienza straordinario per profughi e richiedenti asilo, messo più o meno in piedi in un’ala di un vecchio, decaduto, motel dell’Appia, passato nel tempo da albergo di lusso, ad albergo ad ore…
    Carlo Miccio sceglie il romanzo, sospeso fra testimonianza e finzione, per parlare di cose che ben conosce per esperienza personale (ha lavorato per il circuito d’accoglienza gestito dai comuni, lo Sprar, è stato responsabile di un centro di accoglienza straordinario, mediatore in commissione territoriale…), e su cui vale la pena di fermare il nostro sguardo, troppo spesso così distratto.
    Intorno al Casolare, questo centro che è “raccordo di marginalità”, si muove il protagonista, Marco, che qui finisce dopo che la sua condanna per guida in stato d’ebrezza viene convertita in lavoro di pubblica utilità.
    Il racconto si dipana fra i tanti incontri che possono avvenire in un centro d’accoglienza, che diventano confronto con le vite sospese di tanti. Cose, dunque, che Carlo Miccio ben conosce. E questa sua conoscenza si coglie da subito…
    Nella risata di Farah, ragazza somala con lo hijab e le cuffie Sony, approdata nel nostro paese dopo il lungo tempo di un viaggio su un barcone, passato tenendo la mano ad una donna sconosciuta che delirando lentamente si è spenta. Nel rigore di Youssef, mediatore “sciamano capace di trasformare suoni arcani in significati comprensibili”. Nella tenera e sorprendente figura di Piermario, che “a vederlo sembra un po’ scemo, vestito con la maglia di Ibrahimovic che gli fascia la pancia, ma poi invece è lì che sa sempre come muoversi e fa la cosa giusta”… E nel racconto dei tanti incontri e scontri, che sono incontri e scontri anche culturali, sempre lontani dagli stereotipi e “dalle narrazioni tossiche” cui siamo purtroppo abituati.
    L’impatto, per il protagonista, appena arrivato in quel posto “sospeso in una dimensione spazio-temporale tutta sua, a metà tra l’Africa e la campagna locale”, in quell’edificio avvolto da una patina di sporcizia e malaffare dove pure trova “un’atmosfera che sembrava comunque inondata di gentilezza, animata da persone sorridenti perlopiù vittime innocenti”, è davvero sconvolgente.
    E presto impara, per quanto si può, come si può, quanto sia importante un’organizzazione che sappia essere al servizio dell’interesse comune, dove ogni vita ha un suo posto.
    Come la vita nuova nuova di Maria, la bambina di Grace, ragazza della Nigeria, dove ci sono le bufale ma “non c’è mozzarella in Africa”. Maria che nasce dopo una rocambolesca corsa in ospedale, ed è dono intorno a cui tutti si ritrovano.
    Racconto affollatissimo, fra l’altro sullo sfondo un omicidio, di donna bianca a opera di un presunto immigrato (e potete immaginare l’aria che intorno si respira…), e dove l’incontro e il confronto con Valerio, “paladino degli sfigati di tutto il mondo”, diventa per il protagonista un inaspettato fare i conti con una tragica vicenda che viene dal passato, e infine, con la propria vita.
    Proprio in questi giorni, avevo appena chiuso il libro sull’ultima pagina e sul visino della piccola Maria, ho visto un bel documentario sulla natura, arrivato giusto giusto a scardinare una delle certezze più granitiche che abbiamo a proposito della legge del più forte che, guai a metterla in discussione, “è legge di natura” (e anche nostra quando ci conviene, trovandoci ad essere dalla parte del più forte).
    Ebbene, non è esattamente così. Esplorando luoghi impervi e la vita a temperature impossibili, si scopre che quando manca tutto, per piante e animali, non vince il più forte ma chi collabora. Che è poi la morale del precedente libro di Miccio, lavoro che ne ha svelato tutta la capacità narrativa: “La trappola del fuorigioco”, che molto ruota intorno a Johan Cruijff, il fuoriclasse olandese che fu interprete del calcio totale, dove nessuno è ancorato a un ruolo rigido, ma dove il collettivo è tutto. Dove “ci si scambia di ruolo e ci si muove compatti a centrocampo tutti insieme. Il comunismo del calcio totale, ma anche quello dei tarantolati del Salento, dove l’intera comunità è consapevole che la malattia di uno è la malattia di tutti…”.
    Anche lì, colpisce a tratti il linguaggio della tenerezza, lo stesso che si schiude, in Copula mundi, sulla “mano fantasma, probabilmente innamorata”, che con un baffo di vernice trasforma un’indicazione stradale in un abbraccio per la piccola Maria.

    scritto per Ultimavoce.it


    Compagne di scuola

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    C’era una volta… c’era una volta una classe. E due bambine che venivano da lontano…, che il ricordo ancora punge.
    Ascoltate. Daniela Morandini

    Proprio in questo periodo arrivarono due nuove compagne di scuola che non avevano ancora il grembiule. Tutte e due venivano da lontano: una si chiamava Rita, l’altra Alessandra.
    Rita aveva i capelli sciolti, lunghi fino al sedere e i cerchi d’oro alle orecchie. Sembrava molto più grande della sua età, o forse aveva veramente più anni. Era nata a Tripoli, che non sapevo bene dove fosse, ma la maestra ci spiegò che in quel paese un colonnello aveva rimandato a casa gli italiani che avevano fatto le strade e tante altre belle cose. Dalla carta geografica attaccata al muro vidi che quella città era addirittura in Africa. Mi ci volle un po’ di tempo per capire cosa fosse una colonia, che non si comanda a casa degli altri, e magari neanche nella propria. Rita comunque conosceva l’arabo e una volta la maestra la fece andare alla lavagna a scrivere qualcosa. Iniziò a fare dei segni bellissimi col gesso, da destra a sinistra e poi leggeva al contrario, anche se non si capiva niente. Tutte a ridere, ma lei no.
    Ci sarebbe piaciuto sapere quanti leoni e quanti elefanti, avesse incontrato, ma nessuna si azzardava a chiederglielo. Rita parlava poco, per questo la maestra l’aveva messa in banco insieme all’altra compagna nuova. Alessandra veniva da Reggio Calabria, era magrissima e anche lei sembrava più grande. Le mamme dicevano che era una bimba povera, perché viveva in piccola chiesa abbandonata. Non so perché dicessero che fosse povera, io di poveri ne avevo visti pochi, ed erano tutti maschi. Uno stava davanti alla chiesa alla domenica e si appoggiava ad una stampella di legno come quella dei pastori del presepe. L’altro era un frate con la barba lunga, sempre seduto su uno sgabellino, vicino ad un negozio di tortellini, con i sandali senza calze anche se c’era la neve.
    Neanche Alessandra parlava molto, forse doveva strillare tanto a casa perché aveva tantissimo fratelli, cinque o sei, che a turno la venivano a prendere quando suonava la campanella.
    Le compagne nuove entravano in classe tenendosi per mano, in fila come tutte noi, ma non erano brave. Quando la maestra chiedeva qualcosa, non alzavano mai la mano. Facevano fatica a leggere le parole sotto alle figure del cartellone. Scrivevano storto e sbagliavano le addizioni. Forse non volevano stare lì. Non diventarono amiche e nessuna di noi le invitò mai ad una festa.

    Daniela Morandini

    Storie fantastiche dall’Africa

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    Le storie fantastiche, premette Gaetano Marino, nessuno sa da dove siano cominciate, né da dove siano arrivate… se non dall’immaginazione dell’uomo… e camminando camminando, trasformate di bocca in bocca si moltiplicano e arrivano fino a noi, tutte diverse, ma tutte “buone, profumate, calde”, come pagnotte composte delle tante e tante briciole… E hanno tutto il sapore dell’Africa, rimasto intatto, queste fiabe e favole e leggende che Gaetano Marino ha raccolto e accolto e a suo modo trasformato, da quel bravo affabulatore che è. E ad ascoltarle (sì perché non è possibile leggerle senza sentire quella sua voce che tante narrazioni ci ha regalato con quella straordinaria iniziativa che è paroledistorie.net) vengono in mente le narrazioni dei griot, aedi dell’antica tradizione africana. Fiabe, favole, leggende. Penserete siano cose per bambini. Forse, ma non solo per loro. Perché ogni tanto, quando le tensioni (e quant’altro) della vita adulta sembra sopraffarci, farebbe proprio bene a tutti noi regalarci la lettura di una fiaba. Magari prima di andare a dormire. Io l’ho fatto, anche con queste Fantastiche storie dall’Africa. Provate e … vedrete che sogni…

    Certe notti…

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    C’era una volta, oggi… Un bellissimo racconto di Daniela Morandini. Che fa anche un po’ piangere… pensando alle vittime della nostra stupidità..

    Certe notti d’estate, con la finestra aperta, sentivo ruggire i leoni.
    In linea d’aria, non erano lontani: vivevano ai giardini Margherita, per via della regina che diede il nome anche alla pizza.
    Si chiamavano Reno e Bea e li andavo a vedere tutte le domeniche. Abitavano in una grande gabbia circolare, divisa a metà da un muro, come quello di una casa. Una metà era scoperta, l’altra era chiusa, ma con due porte, una per entrare, l’altra per uscire, quasi un teatro. La gabbia era circondata da due recinti, in modo che non ci si potesse avvicinare troppo. Ma più che cattivi, i leoni sembravano seccati e spesso restavano nel lato coperto, forse perché avevano freddo o forse perché non volevano farsi vedere. Uscivano quando c’era il sole, si sdraiavano davanti alle sbarre, o si sedevano come due sfingi (da poco avevo guardato un libro con le figure degli antichi Egizi). Erano come dei gatti, ma molto più grandi. Mi spiegarono che lui, con la criniera piena di nodi, era il re della foresta e che lei era la regina sua moglie. Non capivo come fossero arrivati da così lontano: forse erano stati spodestati dalle tigri, oppure erano stati esiliati dopo una rivolta di popolo, ma non ebbi mai spiegazioni esaurienti.
    Certo è che Reno e Bea non sembravano molto allegri: più che ruggire, sbadigliavano e non degnavano nessuno di uno sguardo. Si lavavano spesso con una lingua che sembrava una bistecca. Fissavano l’orizzonte e facevano finta di niente persino se una mosca gli girava tra gli occhi e si fermava sul naso. Non si spostavano neanche quando entrava il guardiano con un sacco di carne in una mano e un tridente come quello di Nettuno nell’altra. Lo osservavano come si guarda un cameriere molesto e dopo che lui era uscito, lentamente, andavano a mangiare. I bambini li chiamavano per nome, ma Reno e Bea non rispondevano e se qualcuno provava ad attirare la loro attenzione come si fa con i mici si giravano dall’altra parte. Un giorno Reno scappò. Ma se è vero che nel centro di Bologna non si perde neanche un bambino, è altrettanto vero che per chi è nato nella giungla è difficile orientarsi tra i cortei di metalmeccanici e le osterie di fuori porta, che allora usavano ancora. Così lui non fece resistenza e fu riacchiappato quasi subito. Forse era addirittura soddisfatto, perché Bea restò incinta e dopo un po’ nacquero due leoncini di cui non ricordo il nome. Fu una notizia così straordinaria che apparve persino sul giornale e un fiocco rosa e uno celeste furono appesi alle sbarre.
    Proprio in quei giorni, mi portarono al circo dove, a tutti i costi, un pagliaccio insisteva per farsi fotografare con me. Io ero molto preoccupata: quel saltimbanco aveva in braccio un cucciolo di leone che non poteva che essere figlio di Reno e Bea. Qualcuno l’aveva rapito e volevano usarmi come alibi. Ero certa che appena Reno se ne fosse accorto avrebbe sfondato la gabbia, sarebbe arrivato al circo, avrebbe liberato il piccolo, si sarebbe avventato su quella specie di Scaramacai e mi avrebbe mangiato. Ma Reno non arrivò e io fui costretta a fare la foto col leoncino e con quel guitto.
    La domenica dopo, quando andai ai giardini Margherita, stavano smontando la gabbia e i leoni non c’erano più. Mi spiegarono che erano stati riportati nella savana, ecco perché Reno non era venuto al circo. Non che mi dispiacesse, in fondo non avevo mai capito perché dovessero stare chiusi là dentro.
    Più tardi seppi che Reno, Bea e i piccoli erano stati sbranati da altri animali che volevano diventare re della foresta. Da allora, neanche certe notti d’estate con la finestra aperta, ho sentito ruggire i leoni.

    Daniela Morandini

    Condanne spropositate, una pericolosa deriva giustizialista

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    Una riflessione a proposito di due notizie di questa settimana, che non bisognerebbe fare scivolare via. E passo dall’una all’altra, come seguendo il filo che le lega, anche se possono sembrare, e per alcuni versi forse lo sono, questioni l’una lontana dall’altra…
    La prima, ne avrete sentito… La denuncia di Antigone che racconta di una signora di 85 anni (ottantacinque) da due settimane detenuta a San Vittore. Per scontare una condanna di 8 mesi. Il reato: occupazione abusiva di una casa. Pena di brevissima durata, reato non di quelli di “grave pericolosità sociale”, e si aggiunge che l’anziana donna non è autosufficiente, e quindi ha bisogno di continua assistenza. “Fino ad oggi, nonostante i ripetuti solleciti dell’istituto e un’istanza di scarcerazione, la signora si trova ancora ristretta nell’istituto”, così ieri Antigone. Leggo che non è stata trovata durante un controllo ai domiciliari e dunque scatta il carcere… cosa di meglio per stare più tranquilli?
    La seconda notizia… ne hanno parlato pochi attenti. La leggo in un puntuale articolo di Damiano Aliprandi su Il Dubbio. La condanna di due anarchici per “strage contro la pubblica incolumità”, riqualificata in Cassazione addirittura a “strage contro la sicurezza dello Stato”. L’accusa: aver fatto esplodere, nel 2006, presso la Scuola Allievi Carabinieri di Fossano, due ordigni a basso potenziale. Non ci sono stati feriti né danni gravi. Eppure, sottolinea Aliprandi, il reato di strage contro la pubblica incolumità (che arriva dal codice Rocco) è “il reato più grave del nostro ordinamento che non è stato nemmeno applicato per le stragi di Capaci e Via D’Amelio”. E uno dei due condannati è stato spedito dritto dritto al 41 bis, quello che sarebbe destinato ai “peggiori” membri di associazioni criminali. L’accusa: inviava i suoi scritti a compagni anarchici. Nulla di segreto, ma riflessioni pubbliche, spesso diffuse on line…
    Ed è solo uno degli sconcertanti episodi che fanno parlare di uso spropositato dell’azione giudiziaria nei confronti degli anarchici.
    Spropositato. Ecco, tanto per cominciare, cosa unisce le due storie. Dei “fatti” non c’è nulla da spiegare, le cose parlano da sé.
    Ma cosa proclama ad alta voce questa sproporzione?
    Proclama che proprio non piace chiunque sia ai margini. Della vita e del pensiero, quello dominante naturalmente. E ai margini sono tutti quelli che, per un verso o per l’altro, sono fuori dal “cerchio magico” di chi possiede, decide, “pensa”, e vorrebbe pensare per tutti noi. Di chi, allontanando intanto da sé l’onere della responsabilità sociale, neppure vuol sentire parlare della rivendicazione dell’uso delle cose necessarie alla vita di cui noi troppi abbiamo espropriato, mentre a difesa della proprietà arriva a legittimare finanche l’omicidio (perché questo abbiamo fatto).
    Eppure, chi possiede, decide, “pensa” e vorrebbe pensare per tutti noi, sa spesso ben usare, come si dice, i guanti bianchi quando si tratta di chi, pur responsabile di reati ai danni di beni pubblici e collettivi, di fatto riconosce in fondo come parte di sé, del sistema di potere nel quale si è ben saldamente inseriti… mentre si preferisce infierire, e che sia lezione per tutti!, su chi, nei modi e nel pensiero, è fuori da tutto questo. Punendo, come Aliprandi ricorda abbia sottolineato la difesa dei due anarchici, non per ciò che si è fatto ma per ciò che si è. Pericolosamente allontanandosi dai principi di legalità e garantismo giuridico.
    Vi piacciano o no gli anarchici, vi piacciano o no anziane signore che, per avere dove dormire, devono occuparla, una casa… come essere indifferenti a tutto questo? Ne va della nostra democrazia…
    A proposito dell’aver mandato in carcere la signora ultraottantenne per pena di così poco conto (in un paese fra l’altro di illustri condannati per i quali il garantismo ha funzionato benissimo), suggerirei la lettura di un libro di Agamben sul pensiero, e la pratica, di san Francesco, “Altissima povertà”, dove si ricorda la dottrina che parla dell’irrinunciabilità dell’uso delle cose necessarie alla vita (cibo, casa…).
    Che è pensiero alto, piuttosto vicino (a parte la sconsiderata e controproducente idea di lanciare bombette per scrostare muri) al pensiero anarchico. Pensando a Tolstoj, ad esempio, che scrisse: “ladro non è quello che prende ciò che gli è necessario, ma quello che trattiene, senza darlo agli altri, ciò che non gli è indispensabile ed è invece necessario ad altri”.
    Certo, nessuno pretende che i reati non siano punti, ma est modus in rebus, e il diritto non può così essere violentato, piegato a derive giustizialiste e feroci.
    E ritorno ad Agamben: “La forma di vita francescana, l’altissima povertà, col suo uso delle cose, è la forma di vita che comincia quando tutte le forme di vita dell’occidente sono giunte alla loro consumazione storica”. Ecco, forse siamo ancora lontani dall’inizio della forma di vita che contempli l’uso delle cose (ma conto che i miei nipoti o almeno i loro figli riescano a vederla). Ma di una cosa comincio ad essere sempre più convinta: della consumazione storica delle forme di vita dell’occidente. Inaccettabili.


    pubblicato su Ultimavoce.it

    dal carcere voci di donna…

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    epa06607208 A mural painted by Banksy, the anonymous British street artist, protests the imprisonment of Zehra Dogan on the Bowery in New York City, USA, 15 March 2018. The 70-foot-long mural was unveiled on Thursday, and it protests the imprisonment of the Turkish artist and journalist Zehra Dogan, who was sentenced last March for painting the destruction of a Turkish town, with the country's flag flying over rubble. EPA-EFE/JASON SZENES


    Sabato, a Firenze, incontro con scritture e scrittori dal carcere. Bella iniziativa del Collettivo Informacarcere del Comitato Evangelico di Firenze.
    Alcune riflessioni, convinta come sono della necessità di portare fuori dal carcere voci. Sapendo che chi scrive nelle prigioni non lo fa certo per riempire il tempo. Quelle che arrivano da dietro quelle mura, così spesso impermeabili anche al solo respiro, sono sempre parole di verità, e più di una volta ho avuto la bella sorpresa di trovare pagine nelle cui vene scorre quel sangue letterario di cui spesso parla Marcello Baraghini, perché dalla vita vera, senza infingimenti, sono dettate.
    Parole che sono sempre grido lanciato al mondo qua fuori, per scuoterne l’indifferenza. E lo sottolineo oggi che, tranne gli “addetti ai lavori”, sembra nessuno voglia ascoltare davvero quel grido. Come se la cosa non ci riguardasse. Invece ci riguarda e come, il carcere è specchio che rimanda immagini, amplificate, di quello che siamo fuori, nel bene e nel male, ma non solo. Il carcere, che è luogo di sospensione del diritto, è luogo dove si sperimenta fin dove si può arrivare, nella violazione dei diritti fondamentali delle persone, nell’indifferenza appunto della società… e i morti dei giorni delle rivolte… e ora questa serie terribile degli ultimi suicidi lo stanno a dimostrare…
    Gli scritti dal carcere hanno molteplice valenza, testimonianze preziosissime per aprirci gli occhi, ma sono anche forma di resistenza, resistenza dentro di sé e “resistenza che si forma e cresce cucendo relazioni”, rubo le parole a Vincenzo Scalia, criminologo, nella postfazione a “La portavoce”, libro curato da Monica Sarsini che nel carcere di Sollicciano ha guidato e tirato le fila di un coro di testimonianze di donne, mettendo insieme tante “sconquassate solitudini”.
    E oggi che arriva la notizia del sessantasettesimo suicidio, ed è ancora voce di donna che si spegne… voglio sottolineare l’importanza di queste voci di donne, importanti soprattutto perché rare. Sono pochissimi i libri che arrivano dal carcere scritti da donne. Certo, in proporzione sono poche, sono solo il 4, 5 per cento della popolazione carceraria. E poi abbiamo letto piuttosto testi di “politiche”, ché la spinta ideologica non è cosa di poco conto. Ma ci vuole tanto tanto coraggio, per chi non è abituato a farlo, a prendere una penna in mano e raccontare e raccontarsi, e fare capire quale violenza su violenza è vivere in un posto pensato tutto al maschile…
    La “portavoce” del titolo del testo cui ho accennato è Cosetta Petreni, autrice della maggior parte dei testi raccolti nel libro, ma anche capace di accompagnare il coro di testimonianze di quella umanità dolente… rom, zingare, transessuali, cubane, persone con problemi di droga… Una ballata malinconica, dove tensioni e violenza si intrecciano a momenti di vera umanità.
    Per capire di cosa si parla, quando si parla di carcere, bastano poche parole, forti come pugnalate:
    “Questo posto enorme, che mi soffoca come la vernice sulla pelle”… “il carcere come un vetro che si è spezzato dentro la carne”.
    E si congratula con se stessa, Cosetta, “per essere ancora sana di testa dopo cinque anni trascorsi dentro a questo tunnel nero”, e si chiede: “Chi mi ha dato tanta forza?”
    Tanta forza che le ha dato anche il coraggio di scrivere, coraggio che, ne sono certa, anche con la scrittura si è poi alimentato, in una sorta di mutuo sostegno. E lo trova tutto, il coraggio necessario, per raccontare la fatica, le risse (ché fra donne non sono rare), le sopraffazioni, i soprusi e insieme un’umanità inaspettata, “quello che scalda il cuore”. Per accompagnare le voci di altre, come Svetlana che… “lì dentro il pensiero del suicidio è consolazione”…
    E tutto questo pure alla fine diventa il proprio mondo.
    Vi stupirà leggere di una visita in ospedale, attraversare il mondo esterno sotto scorta, “ma non c’è vergogna per le guardie armate che accompagnano, anzi fanno sentire sicura, protetta, “perché loro fanno ormai parte del mio mondo”, che osserva e poi… “non vedo l’ora di rientrare nel mio mondo”. Per quanto terribile. Ricordando il trauma dell’ingresso, la puzza, qualcuno più umano e qualcuno che lo è meno, dove “le detenute trans vengono trattate come spazzatura”, dove si va avanti a forza di psicofarmaci, dove tutto si enfatizza, anche i pregiudizi.
    Non è facile prendere una penna in mano e raccontare tutto questo. Molto si deve ai corsi di scrittura organizzati in carcere (e varrebbe la pena di aprire una bella pagina su chi di questo si occupa, in un impegno che sa essere “maieutica”, ma anche mutuo scambio). Così la scrittura, per chi impara a coglierli, offre espedienti per raccontare quello che diversamente non si riuscirebbe a fare. Come spiega Anna Maria Repichini, autrice di una autobiografia, che, riferendosi alla prima notte passata in carcere spiega: “Mi riesce difficile parlare in prima persona di quella notte e per questo ho usato un espediente narrativo. Ho immaginato di scrivere la sceneggiatura di un film basandomi non tanto sulla mia esperienza diretta, quanto sulle ‘prime notti’ che ho visto passare alle mie compagne di cella in tanti anni”.
    Testimone, Anna Maria, a Rebibbia, di tante storie di cui abbiamo letto più o meno distrattamente sui giornali, e che si fa fatica a pronunciare… la mamma che ha ucciso i suoi i bambini… un suicidio… e la cella liscia, che è posto che ti fa impazzire…
    In carcere da subito si è messi difronte a una scelta: accendersi o spegnersi.
    E lei, Anna Maria, sembra abbia proprio colto tutte le possibilità che le ha offerto la detenzione per accendersi e non per spegnersi.
    Il carcere è molto duro da vivere, scrive, e in carcere si può morire. “Proprio perché me ne sono accorta presto, e non avevo nessuna intenzione di morire, ho trovato delle strategie per vivere”.
    Diventando anche un po’ egoista, ammette, perché il carcere insegna soprattutto a combattere per sopravvivere giorno dopo giorno, a diffidare di tutti, “a farmi la mia galera senza commentare, conoscere, sparlare”…
    Ma parlare e testimoniare certo sì. Come raccontano le sue pagine che, come accade con voci di donne, sempre sanno allargare lo sguardo su tutte le altre, in un abbraccio che, nel bene e nel male, tutte sempre le sa accogliere.

    scritto per ultimavoce.it