“Le Macerie”. A Pitigliano viene indicata così l’area devastata dal bombardamento alleato del giugno del ’44, quando il fronte di guerra passò di lì. Persero la vita 78 persone.
Oggi “Le Macerie”, e nome mai fu più appropriato, è luogo di memoria, di storia recente, ma anche lontanissima, ché le prime operazioni di recupero della zona bombardata portarono alla luce preziosi reperti archeologici d’epoca etrusca… E se ricordare è anche resistere, non poteva che nascere qui, nel centro storico dell’incantevole città toscana scavata nel tufo, il Festival internazionale della Letteratura Resistente, parto di quella mente pirotecnica che è Marcello Baraghini, storico fondatore di Stampa Alternativa, che ha qui il suo quartier generale. E si riparte, questa settimana, dal 23 al 28 agosto, con la XXI^ edizione. A Pitigliano che, si ricorda, fu il primo paese della Toscana a essere liberato dall’oppressione nazifascista, “anzi, a liberarsi da solo”.
“Dietro a questa liberazione di popolo” spiega Baraghini, “ci fu Pietro Casciani. Combattente che, rientrato nella sua Pitigliano, respinse le profferte fasciste e anzi, si rivoltò fino a essere costretto alla latitanza. Nelle macchie di Montauto costituì il Reparto Lupi organizzando, con competenza e passione, una vera resistenza di popolo”.
E l’epopea di Pietro Casciani, ricostruita dagli storici Franco Dominici e Giulietto Betti ne “Il partigiano Pietro Casciani. Storia del reparto Lupi di Pitigliano”, (edito da Strade Bianche di Stampa Alternativa) inaugurerà il Festival di quest’anno, e tutto lo informerà…
“Tributo d’amore e gratitudine per un eroe della resistenza e per rammentarci l’esigenza di resistere oggi a un nuovo orrendo fascismo ben imbellettato e confezionato”.
Insomma, un presidio nazionale di cultura, “un’alternativa al cibo per il corpo, che è abbondante, variegato e a volte anche invasivo: il cibo per la mente”.
Sempre fedele, Baraghini, al suo essere “editore all’incontrario”, con i suoi libri sempre anche liberamente scaricabili (perché la cultura è di tutti, o non è), ideatore, per chi non lo ricordasse, della collana dei Millelire, quei libricini che hanno spezzato la logica del prezzo di mercato… insomma, quasi quasi da meritarsi una condanna per “vilipendio al consumismo”. Che speriamo di no… che c’è tanto bisogno di qualcuno che apra crepe nel meccanismo della società-mercato, che tutti ci imbriglia, che tutti ci fa tutti prigionieri di una qualche proprietà, liberando intanto i nostri scambi culturali…
“Editore all’incontrario”, dunque. Definizione, questa, azzeccatissima, che gli fu data da una contadina, Luciana Bellini, che partecipò, con un libro di interviste a donne militanti per la riforma agraria (“La terra delle donne”), alla prima edizione del festival, nel 2001. Quel festival fu dedicato, con le sue Strade Bianche, pensate un po’, agli scrittori analfabeti: una contadina, un carbonaio, un tombarolo…
Sempre fedele, dunque, al mondo “fuori dai protocolli di gran galà e cerimonie, dai salotti letterari, dai vernissage in doppio petto. Di qualità culturale sorprendente. Solo appena meno frivolo…”. Non per nulla qualche anno fa Marcello ha tirato fuori dal suo cappello magico il “Premio Stregone”, provocatoria alternativa al premio Strega. Che, per la cronaca, due anni fa fu assegnato a Mario Trudu, ergastolano, con la sua bellissima, straziante, Iliade.
E sì, sono di parte, ma Marcello è stato il primo editore che ha accolto con entusiasmo i testi che gli ho proposto di testimonianze dalle carceri, i libri dei miei scrittori- prigionieri, nelle cui pagine scorre quel “sangue letterario”, che fa la differenza. Dando così il suo bel contributo a rompere prigioni, perché scrivere “è” rompere prigioni, che non sono solo quelle feroci dell’insensatezza del nostro sistema carcerario, ma anche quelle dell’ipocrisia, dell’indifferenza, dell’ignoranza, del presunto essere “giusti” che è di tutti noi.
A Pitigliano ci saremo anche noi, a portare ancora testimonianze da quel mondo crudele e, ne sono sempre più convinta, insensato che sono le nostre carceri. Con la mostra “La prigione e la piazza”, con la quale dalla scorsa primavera stiamo attraversando l’Italia, e con Sandra Berardi presenteremo, il 26, “Covid e carcere”, che è storia di un’altra resistenza. Quella di chi non si stanca mai di denunciare la violenza, la violazione dei diritti, anche i più elementari, che ogni giorno funesta le nostre prigioni. E la cronaca dei suicidi di questi mesi ne è tragica testimonianza…
Ma, resistere, resistere, resistere, l’invito. Cominciando dunque dai libri “liberi” che incontreremo a Pitigliano. Seguendo il filo dei concerti che accompagneranno le serate in questo viaggio “oltre le macerie”.
Pensando al futuro. Perché ogni giorno ci sarà uno spazio di creatività dedicato ai bambini. Per colorarle e trasformarle insieme a loro, tutte queste macerie…
Diario dalla prigione
“Solo tre mesi, ma sufficienti a provare concretamente cosa sia il carcere: un’istituzione totale fondata su principi non certo di giustizia, ma di repressione e di vendetta, controproducente per qualsiasi volontà di riscatto”.
Solo tre mesi, ma Nicoletta Dosio, in prigione perché “colpevole” di far parte del movimento che da trent’anni lotta in Val di Susa contro quell’ormai inutile quanto devastante “grande opera” che è il TAV, vede e vive sulla sua pelle quanto basta per capire tutto. E ci offre le pagine dello straordinario diario di quei tre mesi: “Fogli dal carcere. Il diario della prigionia di una militante No Tav” (RedstarPress)Nicoletta Dosio, che con i suoi 75 anni avrebbe potuto chiedere i domiciliari, ha scelto il carcere, per continuare ad essere al fianco di chi ha lottato e lotta con lei per la propria terra, ma anche perché non può accettare l’idea di fare della sua casa la sua prigione. E anche per questo motivo (può sembrare paradossale ma non lo è) il suo diario diventa un inno alla libertà. Come lo sono la sua fierezza, il suo non genuflettersi mai…
Lo sguardo di Nicoletta Dosio è attento, dolorante e fiero al tempo stesso. E anche dalla prigione su tutto si allunga, mai smette di ascoltare il respiro della sua Valle. Così il dentro e il fuori si incontrano, nel suo sguardo e nel suo sentire, che diventano, ancora, denuncia.
E’ fine d’anno quando Nicoletta entra in carcere, a Le Vallette, dove “niente comete per noi, niente streghe liberatrici, solo uno spicchio di luna crescente in uno spazio vuoto” mentre intravede oltre i blindi “ragazze venute dagli inferni dell’emigrazione che si trascinano appresso la loro povertà, più povere e dimenticate del bambino per il quale migliaia di anni fa i Magi si misero in viaggio guidati dalla stella”.
E racconta… la mortificante perquisizione corporale (essere nuda davanti alle guardie), l’essere condotta in ospedale in manette, la cattiva arroganza delle guardiane, i momenti di riposo da quel nulla che è il carcere.
E ascolta… i lamenti flebili e disperati, le voci dell’intimità infranta dei colloqui… E osserva a registra…
A proposito di C. , donna con problemi psichiatrici, rinchiusa in cella di rigore, “Mi chiedo come possa essere questa la medicina per il suo disagio di vivere. Ho chiesto di andare in infermeria. Passando, ho buttato un occhio attraverso lo spioncino. Lei, completamente nuda, giace su un materasso a terra, in una cella vuota. Dorme. Intorno fa freddo: il freddo di gennaio in carcere. Mi rivolgo alla secondina che mi sta accompagnando: “Perché?”. “Si impiccherebbe con le sue mutande”. “Ma è questa la soluzione?”. “Dosio, sbrigati!”.
Due anni dopo arriverà lo scandalo del “Sestante”, le denunce, la sua chiusura. Ma il carcere rimane tutto in questa allucinante violenta assurdità.
“Tra queste mura c’è davvero il mondo e non solo in senso geografico: vite sommerse, gettate dalla marea su questa spiaggia senza sole, dove si può davvero morire per un sì o per un no” .
Se il dentro è l’incontro con un’umanità sofferente che Nicoletta sa sempre accogliere e abbracciare, il fuori sono le voci dei tanti che le scrivono, e l’eco dei ragazzi, degli uomini e delle donne del Movimento che mai la lasciano sola. Il fuori sono anche i boschi della Valle, che sempre, mentre guarda oltre le sbarre, arrivano a riflettersi nei suoi occhi.
L’inno alla libertà, che arriva comunque da queste pagine, è accompagnato e composto da un intreccio di sussurri.
Come l’improvvisa brezza di liberazione, che accarezza tutte nello scoprire che l’uomo crocifisso (“esposto in ogni cella per ricordare che la vita è espiazione e che mettersi contro il potere significa prima o poi finire male”) non c’è più, deve essere sceso dal patibolo lasciando la croce vuota. Insomma, qualcuna era riuscita a portarlo via, a liberarlo, infine.
Come la poesia dello sguardo di una giovane sinti che raccoglie e fa volare via oltre le sbarre uno scarafaggio, mentre… “Perché non lo hai schiacciato?” domanda la guardiana. (Mi ha ricordato, questo, la fiaba di uno zingaro che costruiva gabbiette per uccelli, ma che non poté vivere di questo suo lavoro, perché riusciva a costruire solo gabbiette dalla quali gli uccelli potessero volare via).
Come, ancora, il bianco degli alberi di ciliegio che marzo riveste di fiori, ché “la primavera elude costrizioni e divieti”.
Commuove, leggendo la prefazione di Haidi Giuliani, la mamma di Carlo ucciso durante il G8 di Genova, l’intreccio di queste due voci di donna, il loro incontro fra una marcia sull’onda del movimento No Tav “lungo lo sterrato che conduce al cantiere” e un chiacchierare lieve di animali e di boschi.
Anche Haidi Giuliani conosce il carcere, per averne visitati molti durante il suo essere parlamentare (e magari qualche parlamentare in più sentisse il dovere di varcare quei cancelli…), anche lei sa bene che in carcere di criminali veri ce ne sono pochi. I più sono persone con le quali la nostra ricca civiltà è piuttosto in debito. “In debito con chi non è stato aiutato a progettare una vita degna di questo nome, con chi non è sato accolto, curato e messo nella condizione di lavorare serenamente”. Traspare dalle sue parole il legame di una forte amicizia, che è amicizia di sentire e di intenti, di due donne “dalla parte della vita”.
Nicoletta Dosio dal carcere è uscita ma, come anche da altri ho sentito dire, il carcere è cosa che poi sempre ci si porta dentro. Per Nicoletta, soprattutto, per un suo nobile sentire, ché “la liberazione o è collettiva o non lo è”. Perché quando lo si è conosciuto, il carcere, in tutta la sua bruttura, il pensiero di chi sai rimane lì dentro è cosa difficile da scrollarsi di dosso.
“Fogli dal carcere”, dunque. Che accende anche per noi una luce sul singolare accanimento giudiziario nei confronti degli attivisti del Movimento No Tav, che tutto va avanti nella nostra indifferenza. Ma vale la pena di leggere per capire qualcosa in più della nostra moderna democrazia.
scritto per Ultimavoce.it http://ultimavoce.it
a proposito dei suicidi in carcere
Ancora un intervento di Vittorio Da Rios, che ancora ringraziamo per tanta attenzione…
“Avevo trent’anni e per i strani casi della vita, “ma quasi niente è il prodotto del caso”, conobbi uno straordinario personaggio, un intellettuale scrittore, e diplomatico olandese. Di questa figura diventata poi un carissimo amico, a suo tempo ne ho già scritto delle riflessioni. Ora lo scritto come sempre stimolante e gravido di fondamentali domande di Francesca sul suicidio in carcere, mi stimola a rifare alcune considerazioni, e riflessioni. Martin, questo il suo nome, aveva trovato nell’alveo del fiume Piave la giusta “quiete” per terminare il suo capolavoro della maturità. E ricordo che lo accompagnai a spedire al suo editore a Rotterdam il dattiloscritto. Cosa trattava questo scritto? Della malattia mentale e delle sofferenze psichiche in generale e del suicidio in particolare. Martin aveva fatto grande esperienza concreta per molto tempo nei luoghi di “sofferenza”, strutture manicomiali, carceri ecc. E il suicidio lo aveva studiato da diverse angolazioni con grande conoscenza teorica: aveva studiato tutti i padri della psichiatria, della psicanalisi e della psicoterapia. Naturale il considerare che il suicidio è antico come l’Ominide, ma nell’era catastrofale odierna ha assunto forme e motivazioni inedite rispetto a paradigmi passati. Un primo aspetto da evidenziare del soggetto suicida: un attimo dopo se potesse ritornare indietro non lo farebbe più. Anche in luoghi di sofferenza estrema come è il carcere. Non intendo entrare dentro i complessi meccanismi della psiche umana, ma da molti “suicidi” mancati emerge questo. Quindi la tragica solitudine interiore, le insopportabili sofferenze psichiche e fisiche in taluni, casi e questo paradigma lo troviamo in carcere, porta momentaneamente ad esaurire tutte le risorse intellettuali culturali e psichiche positive. Il “buio” è totale, la solitudine irreversibile, quindi l’atto estremo. Lo stesso accade per i suicidi “liberi”, né più né meno, i meccanismi psicologici che lo determinano sono gli stessi. Ma la domanda che ci pone Francesca non può non inquietarci e porci innanzi a delle domande estreme che richiedono risposte altrettanto estreme quanto inedite rispetto ai paradigmi culturali odierni. Io mi permetto di citare ancora una volta un grande quanto innovativo giurista: Luigi Ferraioli, e la sua definizione di straordinaria sintesi dell’attuale realtà economica-finanziaria: “Creatrice dei crimini di sistema”. Quindi passiamo dal tradizionale paradigma della colpa “individuale” a responsabilità collettive. E i suicidi in carcere dove le creature sono irrimediabilmente “ristrette”, totalmente indifese, sono non solo responsabilità in fatto di diritto di questo oramai NON PIU’ STATO svenduto e oltraggiato nella sua essenza costitutiva GIURIDICA-COSTITUZIONALE, MA UN ASSASSINIO COLLETTIVO. I suicidi in carcere vanno ritenuti assassini collettivi. Per due semplici ragioni. Da un lato l’attuale paradigma giuridico-repressivo deve iniziare a riflettere e a darne conto. Se non esiste più lo Stato di diritto, e questo è incontrovertibile, con quale autorità oggi si mantiene ancora in essere il sistema carcerario? Dall’altro l’urgenza di ripristinare il DIRITTO previsto dalla Costituzione, nei suoi articoli portanti e fondativi di un efficiente e moderno STATO DI DIRITTO. Ma cosa si intente oggi per diritto e quindi organizzare il sistema di uno Stato moderno per dare a tutto concretezza operativa? E’ un compito collettivo cioè di tutti. Che prevede la deforestazione di gran parte del ginepraio dei testi giuridici, tanti di questi ripetitivi e inutili. E un ridisegnare dentro una riconquistata e matura civiltà del diritto nuovi trattati dei codici penali e civili. In sintesi un grande ripensamento con gli strumenti più evoluti della filosofia del diritto sugli strumenti filosofici-giuridici oggi e in futuro più idonei a determinare in tutte le pieghe della società a costruire concretamente l’applicazione del DIRITTO che prima di tutto è DIRITTO NATURALE: Giustizia sociale, equità economica, formazione culturale, costruzione del sapere collettivo, ecc. Questo agire nel tessuto sociale determina la totale inutilità del sistema carcerario. Retaggio feudale oggi non più tollerabile. E ci sia da stimolo riflessivo queste considerazioni di Lucrezio sulla conoscenza e l’errore. “Infine, se alcuno crede che niente si conosca, ignora anche questo, se si possa conoscere, perché ammette di non saper niente. Con lui dunque lascerò di discutere, perché da se stesso si pone con il capo al posto dei piedi”. Non meno tagliente questo assioma di Lucrezio sul pessimismo storico. “Così il genere umano si travaglia senza alcun frutto e invano sempre, e tra inutili affanni consuma la vita. Senza speranza non è la realtà ma il sapere che nel simbolo fantastico o matematico si appropria la realtà come schema e la perpetua”. Horkheimer e Adorno 1947. In “ragione e miseria” Franca Ongaro Basaglia, e Franco Basaglia fanno rilevare il momento storico in cui attraverso la dignità di malattia riconosciuta al delirio si da l’avvio a questo trasferimento della follia nella malattia mentale in cui la ragione consolida le fondamenta del suo impero, dà la possibilità di capire un altro aspetto essenziale del processo razionale, umanitario, scientifico, attraverso il quale la “malattia” diventa la mediazione tra la ragione ” dominate” e la miseria. Se la ragione borghese è diventata la Ragione Umana, il rapporto fra ragione e follia ” segregata ” è essenzialmente rapporto tra “Potere e Miseria” Un grazie di tutto cuore a Francesca per l’inesauribile impegno etico sociale che da sempre la caratterizza. Un caro saluto.
Vittorio Da Rios
Il suicidio in carcere
“Posso immaginarmelo/ tranquillamente crepato nel cuore / squassato nell’animo e tremante / davanti a tanto ferro grigio. //Posso credermelo ormai sfibrato / davanti a quelle regole diaboliche/che non aiutano nessuno/ …ed anzi spesso inducono / ad “infernali pratiche”. //Posso senza sforzo alcuno immaginare/ quella molle / morta corda / animarsi di colpo / “stiracchiarsi” / tirarsi sempre più / fin sulla barba / e poi oscillare fino a fermarsi…// Povero Nazareno! / Forse non riuscirà più a difendersi / ed ha scambiato il suo ultimo / tenue filo di speranza /con una robusta corda / da collo”.
Una poesia, che Giuseppe Perrone aveva dedicato all’amico Nazareno Matina morto il 3 giugno 2011 nel carcere di Spoleto. I parenti di Matina, ricordo, avevano comunque contestato il fatto che di suicidio si fosse trattato, e chiesto l’apertura di un’inchiesta. Che non so cosa sia poi successo, ma ritorna, per me, quella poesia ogni volta che so di persona che in carcere si è tolta la vita.
E quanto ritornano questi versi, in questi giorni che persone che in carcere si sono suicidate dall’inizio dell’anno sono già 48.
I numeri, forse li avrete già letti, ma non so… perché purtroppo non sembra notizia da prima pagina. Eppure…
L’ultimo aggiornamento di Antigone. Un suicidio ogni 5 giorni, quest’anno. E sempre più sono giovani, molto giovani, le persone che si tolgono la vita, fra i 20 e 30 anni, molte, in rapporto al loro numero, le donne. E sono persone che per lo più, ne abbiamo parlato, dovrebbero stare da tutt’altra parte. Persone fragili, magari con problemi di tossicodipendenza, come la giovane donna che qualche giorno fa si è tolta la vita a Roma.
Annus horribilis, verrebbe da dire…
Ma terribile, il tempo nel carcere, è sempre. Terribile e indecente, che altra parola non riesco a immaginare pensando a tanti “banalissimi” dettagli cui nemmeno si pensa, come essere chiusi in celle dove continuano ad esserci i water a vista, dove il caldo è soffocante, dove l’acqua è un miraggio… ma vi dice niente, a proposito di questa indecenza, il fatto che addirittura il carcere di S.Maria Capua Vetere ( sì, quello dei pestaggi dell’aprile del 2020 per i quali sono stati rinviati a giudizio un centinaio fra uomini della polizia penitenziari, dirigenti del Dap e funzionari dell’ASL) sia stato costruito senza una rete idrica?
Da alcuni giorni leggere la rassegna stampa di Ristretti orizzonti, puntualissima su tutto ciò che riguarda le prigioni, è come scorrere una fiera degli orrori. Ogni volta mi chiedo, c’è da chiedersi, come possiamo accettare tutto questo, come possiamo essere così indifferenti, come se chi è in carcere non appartenesse alla nostra stessa umanità. Una cosa è certa, quello che accade è il fallimento più evidente del ruolo punitivo dello stato.
E, a proposito di chi si toglie la vita nella cella di un carcere, vi giro ancora una domanda, che può sembrare una provocazione, ma forse non lo è: ma quando una persona si uccide in carcere, ed è alla “custodia” dello stato che una vita viene affidata, non è sempre e comunque di omicidio che si tratta? La risposta la trovo nelle parole del filosofo Giuseppe Ferraro:
“Non c’è delitto perfetto che non sia fare in modo che la vittima designata si faccia suicida. Il caso viene chiuso. Non ci sono prove, né impronte. Sono bastate le persecuzioni, le parole, l’esclusione, la mortificazione, l’emarginazione, la maledizione, la tortura. È stato alla fine la vittima a commettere il suo omicidio”. Così scriveva Ferraro in una lettera a Carmelo Musumeci (L’assassino dei sogni, lettere fra un filosofo e un ergastolano), in una riflessione dopo il suicidio proprio di Nazareno, che era persona condannata all’ergastolo, che è condanna al buio oltre il buio.
Ma penso le sue parole valgano per tutti, se il carcere per tutti è inferno che separa, che toglie voce alla parola e sequestra l’esistenza. “Nazareno… Si devono chiamare così tutti i suicidi che eseguono per prima mano la loro condanna a morte”, suggerisce Ferraro.
E quanti Nazareni ancora, prima che la nostra società abbia un sussulto e fermi tutto questo…
scritto per Ultimavoce.it
Quando comprenderemo che l’anomalia siamo noi…
Ancora a proposito dell’omicidio di Civitanova, questa riflessione di Vittorio da Rios, che come sempre è riflessione profonda, sull’uomo e sul mondo che abbiamo costruito… leggete..
“Quando comprenderemmo che l’anomalia siamo noi e non l’Africa nera da cui tutti discendiamo. Allora costruiremmo finalmente un nuovo grande planetario umanesimo. L’uomo inedito balducciano! Con l’auspicio che non sia già troppo tardi. Potremmo partire da qui per cercare di ragionare di quella tragedia a cui Francesca ha dedicato uno scritto di alto valore etico morale. Ma basta? O siamo innanzi a qualcosa di drammaticamente collettivo? Io ritengo di si, l’ominide da sempre uccide e spesso lo ha fatto croce in mano. Massacri stermini genocidi. Ma la tribù bianca è andata ben oltre nel secolo breve. Molto oltre quei crimini collettivi pur efferati compiuti in questi ultimi 5 secoli. Ha organizzato l’annientamento dell’altro su basi scientifiche-industriali. E molto pensiero filosofico scientifico e teologico ne ha dato giustificazione teorica. Non pochi intellettuali non hanno saputo più che potuto evitare l’entrata nell’aera catastrofale, l’era attuale del pensiero debole. Benedetto Croce ci ha illuminato con un assioma di valore assoluto. La filosofia è sempre presente nell’agire umano, e dove essa è grande e benefica Gli Stati e le società progrediscono. Dove essa è debole e deleteria ” il pensiero debole” gli Stati e le società si disgregano e vanno in rovina. Non è da qui che dovremmo partire per comprendere quella tragedia? Certo innanzi a un atto cosi crudele, estremo ed efferato, proviamo sgomento, indignazione, rabbia per come è maturato e nel modo in cui si è consumato, un simile assassinio. Francesca evidenzia alcuni tratti psicologici di quel giovane sventurato, come soggetto in grado di instaurare rapporti amichevoli ed affettuosi. Immaginiamo allora che fossero in quel momento applicati nei confronti di Alika Ogorchukwu, e anziché aggredirlo con il bastone che lo aiutava a camminare lo avesse invitato a bere un caffè e donarli se gli aveva i pochi spiccioli che possedeva, Chiederli come stava, da quale luogo proveniva, quale tribolazioni patite per arrivare qui da noi. Sorriderle e dargli la mano da uomo a uomo anzi da fratello a fratello. Come mai non è accaduto questo? Viviamo tutti noi in un clima di sistematica violenza di sistema. Mentre Alika veniva assassinato da un suo fratello “Bianco” sventurato vittima di questo criminale sistema collettivo di violenza e indifferenza, migliaia di fratelli di Alika: Indiani, Pakistani, creature provenienti come lui dall’Africa nera, vivono in condizioni sub umane, A gioia Tauro. Nell’ago Pontino e in molti altri luoghi del nostro paese, gli invisibili braccianti agricoli, senza di loro non si forniscono di verdura i supermercati di mezza Europa. Lavorando 9-12 ore al giorno per pochi Euro all’ora, le morti da calura e sfinimento non sono proprio infrequenti. E devono essere disponibili 24 ore su 24 perché i tir da caricare arrivano anche la notte. Vivono in baracche fatiscenti e quando va bene in roulotte. Chiedevo a un amico Indiano che ben conosce queste situazioni, dove sono le istituzioni del luogo l’autorità giudiziaria, perché questo non è sfruttamento è “Schiavitù” allo stato puro. Assenti mi disse sia Istituzioni che magistratura o quasi. E se tu ne togli 100 l’indomani ne arrivano 200 tale è efficiente l’organizzazione. Quando andiamo nei supermercati a riempire le borse di prodotti teniamo presente da dove arrivano e chi e come vengono prodotti. Certo non bisogna fare di ogni erba un fascio e chi scrive ben conosce la realtà produttiva agricola. La scoperta del futuro è come ha affermato Bronowski già nel 1975 la chiave dell’evoluzione umana? Questa essere legata alla previdenza tecnica degli Ominidi. Alcune decine di migliaia di secoli fa, essi sarebbero passati dal semplice uso degli arnesi alla loro fabbricazione e conservazione per l’avvenire. Da quel momento l’uomo, in grado di acculare conoscenze, di cambiare comportamento in funzione dell’esperienza e di formulare progetti, può dominare il ritmo di adattamento all’ambiente e sarà sempre più in grado di modificarlo. Cosa è accaduto perché questo processo assumesse le tragiche caratteristiche odierne di violenza, di guerre, di sterminio, praticato sia in forma collettiva che individuale, di manipolazione della mente umana e dell’ambiente in cui l’Ominide vive? Unica razionale risposta a tutte le violenze e uccisioni: Si è costruito io lo ripeto spesso; Il mostro tecnologico finanziario-armiero-produttivo-consumistico che oramai è fuori controllo all’uomo stesso Causa e motore della costruzione dei Crimini di sistema. Grazie infinite a Francesca alla sua grande coscienza critica. Sempre dentro le sofferenze e tribolazioni umane che e ci stimola a reagire e prendere coscienza cercando di “RADDRIZZARE IL LEGNO STORTO IN CUI SI RITROVA L’UMANITA”‘ Un caro saluto.
Vittorio da Rios
A proposito dell’omicidio di Civitanova… Razzismo, indifferenza, psichiatrie…
Alcune brevi riflessioni, e qualche domanda, a proposito dell’omicidio di Alika Ogorchukwu, l’uomo nigeriano ucciso a Civitanova Marche. Alcune riflessioni ora che piano piano la terribile vicenda via via sembra sbiadirsi, sommersa da altri incalzare…
Il nostro pensiero va alla moglie, alla famiglia e all’intera comunità nigeriana così comprensibilmente sconvolta… mentre, oltre il dolore di chi in questa tragedia è coinvolto, rimangono, pesanti come macigni, gesti e parole, definizioni che lavorano dentro di noi e plasmano il nostro modo di rapportarci agli altri, malintesi per arginare le nostre paure. Malattia, pericolosità, ad esempio…
Pensando al giovane che quell’omicidio ha compiuto, Filippo Ferlazzo. Chi lo ha conosciuto, chi conosce il suo percorso fra problemi di droga e difficoltà dei rapporti familiari, ne parla come di persona in grado di stabilire rapporti amichevoli, affettuosi, anche. Che avrebbe voluto fare il pittore… ché dipingere, leggo, era pure un modo per “sotterrare i suoi demoni”.
Ne ho parlato con Peppe Dell’Acqua che non si stanca mai di spiegare che bisogna sempre riportare e ripercorrere la storia della persona, per comprendere, collocare quello che è accaduto all’interno di una storia, e non si stanca mai di ricordarci che ognuno è la sua storia che non può annegare in un “marchio” da affibbiare in tutta fretta, per catalogare, allontanare da noi ciò che non vorremmo riconoscere come parte, nel bene del male, di noi tutti. A cominciare da tanta violenza, la quantità di sangue che ci viene rovesciata addosso quotidianamente da tv, cinema… e poi ritorna nelle cronache intorno…
Dopo l’omicidio, per Ferlazzo si è parlato subito di “persona socialmente pericolosa” e di “bipolarismo”, per dire di una condizione dove la persona vive oscillazioni periodiche di umore.
“Dare/ricevere subito una diagnosi psichiatrica, significa portare fuori da noi ciò che vorremmo non ci appartenesse. Ricorrere subito a una diagnosi psichiatrica significa dire che la malattia è l’unico colpevole e dimenticare tutto il resto. Di questo dovremmo liberarci, perché la perizia psichiatrica porta su un altro binario che subito cancella la storia individuale e si perde la strada nella normalità. Dimenticando che il gesto di uccidere è cosa che fa parte dell’umanità, con tutte le conseguenze che per ognuno questo deve comportare. Penso ai poliziotti statunitensi che hanno ucciso uomini di colore…”
E l’immagine, fra le tante, che subito torna, quella dell’omicidio di George Floyd. Pensateci, il gesto ultimo è esattamente lo stesso… di uomo che si accanisce, soffocandolo, su altro uomo. Bianco l’uno, nero l’altro. Anche per l’omicidio di Civitanova questione di razzismo?
“Quel giovane ha subito voluto dire di non essere razzista, ma, mi chiedo, avrebbe fotto quello che ha fatto se quell’uomo non fosse stato nero? C’è un razzismo diffuso che è dentro di noi, e che agita tensioni e conflitti nel nostro mondo interno. Chiediamoci se le cose sarebbero andate diversamente se l’altro fosse stato un bianco… il razzismo diffuso è anche dentro di noi e condiziona quando meno ce lo aspettiamo il nostro sentire e i nostri comportamenti… riguardate quel video, dove tutto accade in quattro, cinque minuti…”.
E come non pensare che a comporre quel razzismo diffuso è anche l’indifferenza, e le responsabilità individuali si intrecciano a quelle collettive. Non sarebbe intervenuto nessuno anche se la vittima fosse stata un bianco e viceversa l’aggressore persona di colore? Non ho la risposta certa, ma chiediamocelo…
Ritornando alla questione del disturbo mentale, che da un lato, come si diceva, sposta il male e la colpa lontano da noi, dall’altra viene subito messa in gioco ad invocare irresponsabilità, Dell’Acqua mi ricorda un’intervista di qualche tempo fa di Franco Rotelli, a proposito di una serie di tragedie italiane… insomma, la scia di sangue della nostra quotidianità…
“A me molti di questi protagonisti, spiega Rotelli, sembrano davvero matti. Persone fuori di testa, malate. … E’ gente che non metterei tanto dentro ciò che noi indichiamo quotidianamente come persone normali. Ma, attenzione, l’essere matti tutto dice tranne che uno status di irresponsabilità. Beh, gli avvocati di difesa parlano in quasi tutti i casi di infermità mentale, di incapacità di intendere e volere… No, no. Nella mia decennale esperienza di psichiatra non c’è matto che nel commettere un illecito grave, un crimine, non sapesse che cosa stava facendo. E’ una menzogna quella della ‘incapacità di intendere e volere’ che si rovescia sulla malattia mentale aprendo tutti i varchi alla marginalizzazione delle persone malate e ogni tipo di violazione dei loro diritti – tanto non sono ‘responsabili’. Con la ‘irresponsabilità’ si innesca poi un orrore giuridico con la scomparsa dal processo e dal giudizio della persona incriminata, cosa che non ha alcun senso”.
Non c’è matto, dunque, che nel commettere un illecito grave, un crimine, non sappia che cosa stia facendo. E le parole che, ho letto, Filippo Ferlazzo ha pronunciato in qualche modo sembrano confermarlo: “Quello che ho fatto è la mia condanna”.
“Quasi desiderio- conclude Dell’Acqua- di una porta che si chiuda alle sue spalle e lo lasci nella solitudine del suo pensare. La condanna è ritornare col pensiero sulla propria colpa, e dovrebbe avvenire in un modo o nell’altro…”
E noi che, ricorda Dell’Acqua, siamo tutti figli di Caino, piuttosto che catalogare per allontanare da noi cosa che ci fa paura, dovremmo cercare di comprendere:
“Sto parlando di una comprensione che ci aiuti a dire con Jean Paul Sartre che “tutto ciò che è umano ci appartiene”. Solo la comprensione nella normalità può esorcizzare la paura che avvertiamo, dolorosa e “tragica” dentro di noi ed intorno a noi”.
E questo appartenerci non può naturalmente significare giustificare. Significa altro, e ritorno alle parole di Rotelli, che respinge per le persone con disturbo mentale l’orrore giuridico dell’irresponsabilità:
“Visto che c’è il carcere come luogo di espiazione, devono andare in carcere come le altre persone che commettono reati. Un carcere magari che sia in grado di costruire sul soggetto la pena. Soggettivare che può voler dire considerarli cittadini come tutti gli altri – nei diritti e nei doveri – nella buona e nella cattiva sorte”.
Visto che c’è il carcere. In attesa, per noi che lo riteniamo necessario, che il sistema delle pene cambi per tutti. Ma qui si aprirebbe altra pagina, a proposito della nostra incivile civiltà…
Scritto per Forum della salute mentale
La necessità della fiaba…
A proposito di Yekutiel, di guerra, di crimini di pace… Vittorio da Rios, che ancora ringraziamo
leggete…
“Nel suo pellegrinare per il paese con non pochi sacrifici vista l’età, Alex Zanotelli spesso inizia cosi i suoi interventi. Io ho superato gli ottanta anni, e la mia generazione nata durante la seconda guerra mondiale sarà ricordata come una tra le generazioni più maledette dalla storia. E rivolgendosi hai giovani: noi vi lasciamo un mondo malato, forse in modo irrimediabile. Inutile ora ricordare quale universo orrendo ci è dato vivere causa dolore a dolore. Ma con coraggio etico proviamo ad elencare alcune componenti di questo tragico e orrendo universo. Ci sono attualmente nel mondo oltre 40 conflitti e guerre. Ogni 12 secondi un bambino muore per fame e sete quanto mancanza di medicinali. la stessa cifra più o meno riguarda le morti infantili da guerre. 3,5 e oltre miliardi di creature al mondo vivono con meno di due Dollari al giorno. quasi un miliardo sono ridotte alla fame: mancanza giornaliera di cibo. E se ne uccide per fame 27-30 milioni ogni anno. Facciamo un po’ i conti solo in questo inizio di secolo quale spaventose cifre ne emergono. Ma tutto sembra normale alla tribù bianca, essa stessa sempre più lacerata da conflitti e insanabili lacerazioni interne. Una tragica egemonia sul mondo iniziata 530 anni fa e ora giunta alla sua fase ultima. Che fare? Riprendendo la domanda di Lenin nei tragici momenti della storia di inizio 900. Poniamoci una realistica quanto lucida domanda: Come destrutturare in tempi utili il mostro come definito dal grande fisico Luigi Sertorio, Tecnologico di potenza, Finanziario-armiero-produttivo fuori controllo all’uomo stesso? Carissima Francesca Grazie infinite per portarci con la tua penna magica quanto colta e sensibile dentro la assoluta necessità della fiaba. Forse unico rimedio e giusta sutura alle irreversibili ferite e lacerazione fatte all’animo umano, da questo universo orrendo, e al pianeta che ci ospita Grazie all’opera di Beniamin Tammuz alla sua straordinaria creatura di Yekutiel Quanto la sua musica “divina” oggi necessità sia divulgata e udita nelle infinite periferie del mondo, nelle megalopoli, nelle baraccopoli dove vivono sardinizzati una infinità di milioni di creature umane. Nelle carceri di ogni paese dove si consumano quotidianamente le poche ceneri rimaste dello Stato di diritto. Alle nostre carceri cosi disumanizzate assurde anti Costituzionali, dove la stragrande maggioranza della sua popolazione sono i poveracci vittime dei CRIMINI DI SISTEMA. Come vivono oggi i nostri carcerati questo infernale caldo’ stipati in celle sovraffollate, che per avere in cella un ventilatore occorre ancora fare la “domandina” al direttore? Mi viene da pensare chinandomi sull’opera straordinaria di Gaetano Filangieri: “La scienza della legislazione”, un inno unico al diritto, che già al suo tempo quanto la sua breve esistenza avesse udito la musica “divina” ispiratrice, melodia di saggezza di Yekutiel, che tutto lenisce e rende non più infernale questa vita ai più ma armoniosa e vivibile per tutti. Hai Bambini e bambine Afgane. a quelli dello Yemen vittime delle mine anti uomo. Alle giovanissime vittime della tratta a fini della schiavitù sessuale e pedofila. Alle vittime del lavoro schiavizzante di donne i infanzia in molti paesi: Africa, America Latina, Asia, Che producono per le grandi firme dell’alta moda a salari di fame, 50-80-quando va bene Euro al mese, in condizione inumane su capannoni fatiscenti che spesso sono le loro dimore. E chi denuncia e si ribella sparisce nel nulla. Grazie Francesca Un caro saluto.
Vittorio da Rios
La melodia che, forse, ci salverà
Mi permetto, di questi tempi di guerre e di scontri infuocati, di suggerire la lettura di una fiaba.
“Il re dormiva quattro volte al giorno”, dello scrittore israeliano Benjamin Tammuz, che forse conoscerete per “Il minotauro”, o per “Il frutteto”, romanzi che attraversano la dolorosa, complessa, lacerante storia della sua terra. Ma Tammuz ha scritto anche alcuni libri per bambini, e questa fiaba. Adattissima, anzi necessaria, anche per gli adulti.
Vi racconto, molto sintetizzando…
Il protagonista è Yekutiel, un bambino molto gracile e malaticcio, nato con una gobba, che ne fa un bambino così diverso… E’ spesso costretto a letto, perché attraversa momenti di grande debolezza, ma un giorno, anzi una notte, ha un sogno bellissimo. Percepisce una musica meravigliosa, che è qualcosa come la voce dell’anima della Terra. Appena sveglio Yekutiel, prova quella musica con il suo flauto e da allora, grazie quel canto, entra in contatto costante con la natura, con lo spirito buono del mondo, con il senso profondo della vita. E questa musica, e questa sua magica capacità lo accompagneranno sempre, anche quando sarà adulto. E mai perderà la freschezza e la saggezza, riuscendo a trarre forza anche dalla sua diversità
Ma vive in un paese che è costantemente in guerra con i popoli confinanti. Le guerre, la loro violenta voce… Così, quando scoppia l’ennesimo conflitto, Yekutiel attraversa la frontiera e con il suo flauto “versa il veleno della pace nei cuori dei nostri arditi combattenti, e tutti quelli che sentono la sua musica diventano mansueti”. Potrebbe essere questo il lieto fine, ma la storia non finisce qui. Le fiabe, d’altra parte, quelle vere (non le versioni edulcorate che a un certo punto sono state confezionate per noi), guardano al mondo, e ce lo spiegano, per quello che è, con tutte le sue brutture.
E quindi, si può immaginare…
Un uomo capace di seminare la pace? E cosa c’è di più pericoloso per un paese che di guerra vive!!!
Così Yekutiel viene arrestato, e lo ritroviamo in un carcere, insieme ad altre persone dall’animo simile al suo. Il dottor De Nicotin, in prigione perché aveva scoperto che il fumo fa male (ma come fa lo stato a comprare le armi per le sue guerre se le persone non rimpolpano più le sue casse con le tasse sulle sigarette?), e il professor Humanitas, in carcere da quando ha scritto un libro nel quale ha osato spiegare che gli uomini sono tutti uguali e questa uguaglianza va incentivata e rispettata (ma se tutti avessero letto quel libro, e capito che gli uomini, gli altri, non sono tutti cattivi e nemici, chi sarebbe più andato in guerra?). Insomma, in un mondo guerrafondaio e violento, personaggi “pericolosissimi” e da azzittire.
Yekutiel e i suoi nuovi amici riescono a uscire dal carcere, grazie al suono di un flauto segretamente costruito che addolcisce il cuore delle guardie… e poi e poi accadono ancora tante cose, irriassumibili. Comunque, ancora in qualche modo intorno a Yakutiel vengono costruite prigioni: imbrigliato ad esempio dallo stato che cerca ad esempio a un certo punto di sfruttare, per monetizzare, la sua straordinaria dote di musicista, e sempre c’è qualcuno che cerca di rapirlo o ucciderlo. E lui è costretto ad andare in esilio “nel Centro del Mondo, perché la sua anima veniva da là”. Ma era pure convinto che il Centro del Mondo non fosse da alcuna parte perché è dappertutto, quindi avrebbe seguito la sua musica. E dov’è questa musica? “Dentro di me” .
Yekutiel scompare. Ma dal suo nascondiglio segreto continua a mandare nel mondo le sue melodie, e chiunque le sentiva le suonava, riempendo di musica il mondo. E quando da vecchio tornerà nel suo paese, finalmente lasciato vivere in pace, sarà lì a spiegare alle persone, giovani soprattutto, che lo andavano a trovare, come può essere bello il mondo.
Racconto bellissimo, dovrebbe essere usato come libro di testo nelle scuole, ma anche agli adulti non farebbe male. Un racconto contro le guerre e sul potere della musica, anche.
Ricordate qualche anno fa l’immagine del giovane migrante che suonava il violino, lì a pochi chilometri dal confine con la Grecia, dove era bloccato dalla polizia turca insieme ad altre migliaia di profughi? Note de La primavera di Vivaldi, e chissà se l’animo di qualcuno avrà intenerito…
E ricordate la musica di Bach che Rostropovich corse a suonare sotto il muro di Berlino appena picconato con il suo violoncello? Allora, ho letto, Rostropovich spiego: “Non sono andato a Berlino a suonare per la gente, sono andato lì a suonare affinché Dio mi ascoltasse, direttamente dal Muro di Berlino. Una specie di preghiera di ringraziamento a Dio…”.
Musicisti… come Yekutiel… come sacerdoti in contatto col divino. A sciogliere i nostri cuori, sul confine delle guerre…
scritto per Ultimavoce.it
Carceri, REMS, SPDC… il fascino discreto della contenzione
Alcuni pensieri sulla salute mentale in carcere, che è cosa che a mio parere va oltre la questione delle REMS, le residenze teoricamente destinate alle persone con problemi psichiatrici che hanno commesso reato. Teoricamente, perché se la legge che le ha istituite considera le REMS l’ultima ratio rispetto alla necessità della presa in carico delle strutture sul territorio la realtà è spesso altra, tant’è che alle loro porte blindate premono, in lista d’attesa, anche persone che in carcere si ammalano e si aggravano, fra folli rei e rei folli (distinzione che faccio fatica ad assimilare), e che dovrebbero essere destinati, tutti, a tutt’altri percorsi…
Una pagina che mai andrebbe chiusa perché questa cosa orrenda che è il carcere, rimossa dalla nostra coscienza di bravi cittadini, è luogo, ne sono convinta, dove si sperimenta fin dove si può arrivare nella compressione dei diritti delle persone, a cominciare dal diritto alla salute, nell’indifferenza di chi è fuori. Ed è specchio, purtroppo fedele, delle deformazioni della nostra presunta civiltà, brutture che, ci piaccia o no, tutta la qualificano. Montesquieu insegna…
Quando anni fa ho cominciato ad affacciarmi su questo mondo e ho chiesto a un volontario di lungo corso come funziona la sanità in carcere, la prima risposta è stata: “Ah, quello che non manca mai, qui, sono gli psicofarmaci”. E Francesco Lo Piccolo, fra l’altro direttore di “Voci di dentro”, con immagine fulminante ha parlato del “carrello della felicità”.
Già, perché circa il 70 per cento delle persone detenute assumono psicofarmaci, una percentuale superiore a quella della popolazione libera, più vicina a quella delle aree socialmente ed economicamente più depresse. E questo al di là delle articolazioni delle sezioni particolari aperte per chi ha problemi diciamo più gravi, che pure possono prevedere quella cosa barbara che sono le celle lisce che tanto ricordano i vecchi manicomi (e questo è un orrore del sistema punitivo che vale per tutti).
In carcere, se non ci si entra già malati, ci si ammala, fisicamente e psichicamente, anche se ho letto che qualcuno ha affermato che non ha mai visto nessuno impazzire in carcere. E chissà che si intende per impazzire, quale grado estremo nella scala della sofferenza bisogna raggiungere…
Tre storie per tutte. Vicende diverse, ma tutte facce come di un unico poliedro.
Raffaele Laurenza, entrato in carcere perfettamente sano nel corpo e nella mente. Che finisce (la denuncia è dell’associazione Yairahia) nel carcere di Parma, in una sezione dove è circondato da persone con gravi patologie fisiche e psichiche. Si trova così a vivere in una prigione nella prigione “…sono chiuso, non posso parlare con nessuno gli altri sono malati e anziani”. E così eccolo che deve prendere farmaci mai presi in vita sua, è depresso, manifesta episodi d’ansia, non riesce a frequentare la scuola per “difficoltà nell’attenzione e nella concentrazione”. Solo un mese fa è arrivato il trasferimento, pur chiesto con l’urgenza certificata da perizie psichiatriche fin dal novembre dello scorso anno…
O.D.B., giovane cittadino marocchino in Italia con permesso di soggiorno, in carcere per uno scippo (la carcerazione scatta perché recidivo, alcuni giorni prima aveva rubato un portafoglio). Assolto per “vizio totale di mente”, viene disposto il trasferimento in una REMS per la durata di due anni (e ancora la REMS intesa più che altro come luogo di misura di sicurezza!?), ma poiché non si trova posto, il giovane resta in carcere. E lì rimane, in compagnia delle sue visioni (“dice di essere controllato dagli aeroplani e di poter guarire il Covid coi suoi poteri” ha spiegato all’Agi la sua legale).
Antonio Raddi, 28 anni, morto due anni fa a Torino, morto dopo aver perso 30 chili, tossicodipendente, nessuno aveva creduto al suo malessere. E sì, in carcere questi giovani vengono semplicemente considerati “tossici”, e chissà chi si cura delle loro fragilità. Antonio Raddi, muore non assistito nonostante lamentasse la sua disperazione. “Qua muoio”, diceva… e aveva ragione, lui come tutte le persone nella sua condizione (e sono sempre di più, soprattutto con la pandemia) per le quali sarebbe necessario piuttosto un percorso terapeutico esterno. Portato di quel manifesto di cultura illiberale, come l’ha definita Patrizio Gonnella di Antigone, che è la Fini-Giovanardi.
E poi, e poi… in carcere ci si suicida. Solo nel 2021 sono stati 53 i suicidi consumati, 62 l’anno precedente. Quest’anno siamo già a 30, mentre al 22 marzo risultavano essere 381 le persone detenute, di cui si è accertata una patologia di natura psichica, che dovrebbero essere inquadrati in istituti predisposti per affrontarla, ma sono ancora in “normali” carceri, privi, si denuncia, della necessaria assistenza.
Numeri, raggelanti in sé, ma al di là delle statistiche, proviamo a immaginare volti, a leggervi il riflesso della follia, quella sì, di un sistema che di fatto contraddice e mortifica i suoi stessi dichiarati fini. Il carcere fa ammalare, fa ammalare nel corpo e nella mente, e sicuramente non è e non può essere, a cominciare per la sua struttura che è comunque e sempre luogo d’afflizione, luogo di cura.
A margine, mi sono sempre chiesta, conoscendo persone prigioniere di lunghissime detenzioni e conoscendo le condizioni di vita, a volte inimmaginabili, fra le mura delle nostre prigioni, in quale camicia di forza mentale bisogna infilarsi per non andare in escandescenze ogni giorno, per considerare accettabile, qualsiasi reato si sia commesso, quell’incubo che è la carcerazione senza fine. Da attingere al “carrello della felicità”, forse. Anzi, quasi sicuramente. Ho conosciuto persona che si è molto vantata di non aver fatto mai ricorso agli psicofarmaci per sopravvivere. Mosche rare… ma qui il discorso si allargherebbe troppo.
Ritornando a chi in carcere arriva già malato e a chi vi si ammala…
A monte c’è intanto un problema culturale. A prevalere sembra sia sempre il momento della “sicurezza”, del controllo, della pena rispetto a qualsiasi altro obiettivo (la rieducazione, una reale sicurezza sociale…), mentre i diritti tutti vengono mortificati, compreso quello alla salute e alla salute mentale. Mentre intorno a chi soffre di disturbi mentali si innalza il muro della pericolosità, che è pur sempre una “valutazione”, con tutti i limiti e l’arbitrarietà che a volte questo significa.
E cos’è questa se non violenza inaudita del sistema? Del sistema carcere e del sistema società tutta, che vuole concentrati dietro un mondo a sbarre sia detenuti per fatti-reato sia tutte le fragilità che non vogliamo vedere né affrontare, né tantomeno accogliere, come invece dovremmo. Perché questo è. Basta dare uno sguardo alla fisionomia della popolazione carceraria…
E cosa fare, in quale direzione andare per combattere tutto questo.
Per essere concreti. Intanto, una risposta è anche nella proposta di legge “Disposizioni in materia di salute mentale”, ripresentata in questa legislatura dall’on. Elena Carnevali e dalla senatrice Paola Boldrini, per il rafforzamento delle strutture per la presa in carico sul territorio. Mi sembra molto chiara in proposito se fra l’altro parla di “presa in carico delle persone affette da disturbo mentale che hanno commesso un reato, o che sono a rischio di condanne penali o di misure di sicurezza, o vi sono sottoposte, attraverso programmi terapeutico – riabilitativi individuali, di intensità modulata in rapporto ai bisogni della persona, evitando in prima istanza l’invio alle Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (REMS) e assicurando le attività di tutela della salute mentale e di presa in carico dei detenuti e degli internati negli istituti di pena di competenza territoriale”.
Fondamentale, se ne è parlato in queste pagine, è anche la riforma di quella tremenda eredità del codice Rocco che è il concetto di irresponsabilità penale, che continua di fatto a creare per le persone solo prigioni. Riconoscendo piuttosto l’irresponsabilità sociale… del nostro ottuso pensiero.
Ma soprattutto, c’è un problema culturale più ampio e profondo. Dovremmo finirla col pensare che rinchiudere risolva tutto. Dovremmo infine liberarci di questa imperante filosofia delle sbarre (sbarre nelle carceri, nelle REMS, negli SPDC, nei nostri pensieri…). Quando riusciremo finalmente a sottrarci al fascino discreto della contenzione non sarà mai troppo presto…
scritto per Forum della salute mentale
Un disinvolto mondo di criminali
Le riflessioni di Vittorio da Rios, che ancora ringraziamo, sempre ci aiutano ad allargare lo sguardo sul mondo, a non perdere di vista le ampie dinamiche che tutto condizionano. Leggete…
“Sempre più di frequente mi ritorna alla memoria osservando le tragedie del mondo, la definizione fatta da Peter Handke dell’attuale classe dirigente: “Un disinvolto mondo di criminali” immortalata nel titolo di un suo libro. Quello raccontato da Francesca è la tragica inumana spietata conseguenza. Dove stiamo andando, e a quale deriva etica morale siamo sopraggiunti? Come rimediare a questo “universo orrendo”? Dobbiamo partire dai dati che impietosamente fanno la radiografia di questa economia che UCCIDE come in più circostanze e nelle sedi internazionali ha denunciato Papa Francesco. Ogni 12 secondi un bambino muore di fame e per mancanza di cure adeguate. Che in un anno danno una cifra di 2,5-3 milioni di morti. Poi vi sono le morti infantili da guerre e violenze, ve ne sono circa 40 attualmente di guerre in essere, che danno cifre spaventose. altri 3-4 milioni di morti. Vi sono qualcosa come 3-3,5 miliardi di creature umane che sopravvivono con meno di 2 Dollari al giorno. Se ne affama qualcosa come 8,5-900 milioni, mancanza endemica di cibo, e se ne uccide per fame 27-30 milioni ogni anno. Che fatta la somma solo in questo inizio di secolo da cifre paurose che crea orrore a pronunciarle quanto scriverle: 560-630 milioni di assassini per fame. L’equivalente della popolazione Europea. In questo tragico disordine mondiale si investe in armi cifre che sono impronunciabili per la loro estensione. Migliaia di miliardi di Euro o Dollari che si voglia. Solo il nostro paese ha in programma di investire in produzione di armi e in sistemi difensivi nel 2022 una cifra che si avvicina ai 30-35 miliardi di Euro per arrivare nel 2023-24 a 40 miliardi di Euro. 2% e oltre del PIL. Tra l’altro mantiene il nostro paese la posizione di Leder nella produzione ed esportazione di armi leggere le quali sono causa del 90% delle uccisioni che avvengono nel mondo. Come uscire da questa tragica condizione umana? Con quali strumenti rimediare lo strapotere della finanza e delle potentissime banche d’affari che di fatto oggi gestiscono Stati e parlamenti? Indispensabile investite sulle nuove generazioni dare gli adeguati strumenti formativi, di grande valore filosofico scientifico culturale. Creare masse critiche. Porre al centro l’importanza della gestione dell’economia con giusti strumenti di equità. Il lavoro è enorme poiché occorre ripensare nuovi paradigmi rispetto a quelli fin qui costruiti, che hanno determinato questa catastrofica planetaria situazione. I nuovi paradigmi riguardano, l’alto sapere filosofico-scientifico, il diritto, le scienza economiche e sociali le varie discipline e saperi che organizzano le produzioni agricole, le varie articolazioni umanistiche scientifiche che si prendono cura del pianeta che ci ospita. Con al centro il potente irrinunciabile assioma: del DIRITTO DI AVERE DIRITTI. come enunciato da un grande maestro del diritto: Stefano Rodotà, Grazie carissima Francesca sempre attenta nel cogliere e denunciare con l’arte e il dono della tua narrazione le tragedie collettive e individuali come quella assurda morte da svenamento di quel giovane quanto sventurato uomo nostro fratello. Un caro saluto”
Vittorio da Rios






