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    La necessità della fiaba…

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    A proposito di Yekutiel, di guerra, di crimini di pace… Vittorio da Rios, che ancora ringraziamo
    leggete…

    “Nel suo pellegrinare per il paese con non pochi sacrifici vista l’età, Alex Zanotelli spesso inizia cosi i suoi interventi. Io ho superato gli ottanta anni, e la mia generazione nata durante la seconda guerra mondiale sarà ricordata come una tra le generazioni più maledette dalla storia. E rivolgendosi hai giovani: noi vi lasciamo un mondo malato, forse in modo irrimediabile. Inutile ora ricordare quale universo orrendo ci è dato vivere causa dolore a dolore. Ma con coraggio etico proviamo ad elencare alcune componenti di questo tragico e orrendo universo. Ci sono attualmente nel mondo oltre 40 conflitti e guerre. Ogni 12 secondi un bambino muore per fame e sete quanto mancanza di medicinali. la stessa cifra più o meno riguarda le morti infantili da guerre. 3,5 e oltre miliardi di creature al mondo vivono con meno di due Dollari al giorno. quasi un miliardo sono ridotte alla fame: mancanza giornaliera di cibo. E se ne uccide per fame 27-30 milioni ogni anno. Facciamo un po’ i conti solo in questo inizio di secolo quale spaventose cifre ne emergono. Ma tutto sembra normale alla tribù bianca, essa stessa sempre più lacerata da conflitti e insanabili lacerazioni interne. Una tragica egemonia sul mondo iniziata 530 anni fa e ora giunta alla sua fase ultima. Che fare? Riprendendo la domanda di Lenin nei tragici momenti della storia di inizio 900. Poniamoci una realistica quanto lucida domanda: Come destrutturare in tempi utili il mostro come definito dal grande fisico Luigi Sertorio, Tecnologico di potenza, Finanziario-armiero-produttivo fuori controllo all’uomo stesso? Carissima Francesca Grazie infinite per portarci con la tua penna magica quanto colta e sensibile dentro la assoluta necessità della fiaba. Forse unico rimedio e giusta sutura alle irreversibili ferite e lacerazione fatte all’animo umano, da questo universo orrendo, e al pianeta che ci ospita Grazie all’opera di Beniamin Tammuz alla sua straordinaria creatura di Yekutiel Quanto la sua musica “divina” oggi necessità sia divulgata e udita nelle infinite periferie del mondo, nelle megalopoli, nelle baraccopoli dove vivono sardinizzati una infinità di milioni di creature umane. Nelle carceri di ogni paese dove si consumano quotidianamente le poche ceneri rimaste dello Stato di diritto. Alle nostre carceri cosi disumanizzate assurde anti Costituzionali, dove la stragrande maggioranza della sua popolazione sono i poveracci vittime dei CRIMINI DI SISTEMA. Come vivono oggi i nostri carcerati questo infernale caldo’ stipati in celle sovraffollate, che per avere in cella un ventilatore occorre ancora fare la “domandina” al direttore? Mi viene da pensare chinandomi sull’opera straordinaria di Gaetano Filangieri: “La scienza della legislazione”, un inno unico al diritto, che già al suo tempo quanto la sua breve esistenza avesse udito la musica “divina” ispiratrice, melodia di saggezza di Yekutiel, che tutto lenisce e rende non più infernale questa vita ai più ma armoniosa e vivibile per tutti. Hai Bambini e bambine Afgane. a quelli dello Yemen vittime delle mine anti uomo. Alle giovanissime vittime della tratta a fini della schiavitù sessuale e pedofila. Alle vittime del lavoro schiavizzante di donne i infanzia in molti paesi: Africa, America Latina, Asia, Che producono per le grandi firme dell’alta moda a salari di fame, 50-80-quando va bene Euro al mese, in condizione inumane su capannoni fatiscenti che spesso sono le loro dimore. E chi denuncia e si ribella sparisce nel nulla. Grazie Francesca Un caro saluto.

    Vittorio da Rios

    La melodia che, forse, ci salverà

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    Mi permetto, di questi tempi di guerre e di scontri infuocati, di suggerire la lettura di una fiaba.
    “Il re dormiva quattro volte al giorno”, dello scrittore israeliano Benjamin Tammuz, che forse conoscerete per “Il minotauro”, o per “Il frutteto”, romanzi che attraversano la dolorosa, complessa, lacerante storia della sua terra. Ma Tammuz ha scritto anche alcuni libri per bambini, e questa fiaba. Adattissima, anzi necessaria, anche per gli adulti.
    Vi racconto, molto sintetizzando…
    Il protagonista è Yekutiel, un bambino molto gracile e malaticcio, nato con una gobba, che ne fa un bambino così diverso… E’ spesso costretto a letto, perché attraversa momenti di grande debolezza, ma un giorno, anzi una notte, ha un sogno bellissimo. Percepisce una musica meravigliosa, che è qualcosa come la voce dell’anima della Terra. Appena sveglio Yekutiel, prova quella musica con il suo flauto e da allora, grazie quel canto, entra in contatto costante con la natura, con lo spirito buono del mondo, con il senso profondo della vita. E questa musica, e questa sua magica capacità lo accompagneranno sempre, anche quando sarà adulto. E mai perderà la freschezza e la saggezza, riuscendo a trarre forza anche dalla sua diversità
    Ma vive in un paese che è costantemente in guerra con i popoli confinanti. Le guerre, la loro violenta voce… Così, quando scoppia l’ennesimo conflitto, Yekutiel attraversa la frontiera e con il suo flauto “versa il veleno della pace nei cuori dei nostri arditi combattenti, e tutti quelli che sentono la sua musica diventano mansueti”. Potrebbe essere questo il lieto fine, ma la storia non finisce qui. Le fiabe, d’altra parte, quelle vere (non le versioni edulcorate che a un certo punto sono state confezionate per noi), guardano al mondo, e ce lo spiegano, per quello che è, con tutte le sue brutture.
    E quindi, si può immaginare…
    Un uomo capace di seminare la pace? E cosa c’è di più pericoloso per un paese che di guerra vive!!!
    Così Yekutiel viene arrestato, e lo ritroviamo in un carcere, insieme ad altre persone dall’animo simile al suo. Il dottor De Nicotin, in prigione perché aveva scoperto che il fumo fa male (ma come fa lo stato a comprare le armi per le sue guerre se le persone non rimpolpano più le sue casse con le tasse sulle sigarette?), e il professor Humanitas, in carcere da quando ha scritto un libro nel quale ha osato spiegare che gli uomini sono tutti uguali e questa uguaglianza va incentivata e rispettata (ma se tutti avessero letto quel libro, e capito che gli uomini, gli altri, non sono tutti cattivi e nemici, chi sarebbe più andato in guerra?). Insomma, in un mondo guerrafondaio e violento, personaggi “pericolosissimi” e da azzittire.
    Yekutiel e i suoi nuovi amici riescono a uscire dal carcere, grazie al suono di un flauto segretamente costruito che addolcisce il cuore delle guardie… e poi e poi accadono ancora tante cose, irriassumibili. Comunque, ancora in qualche modo intorno a Yakutiel vengono costruite prigioni: imbrigliato ad esempio dallo stato che cerca ad esempio a un certo punto di sfruttare, per monetizzare, la sua straordinaria dote di musicista, e sempre c’è qualcuno che cerca di rapirlo o ucciderlo. E lui è costretto ad andare in esilio “nel Centro del Mondo, perché la sua anima veniva da là”. Ma era pure convinto che il Centro del Mondo non fosse da alcuna parte perché è dappertutto, quindi avrebbe seguito la sua musica. E dov’è questa musica? “Dentro di me” .
    Yekutiel scompare. Ma dal suo nascondiglio segreto continua a mandare nel mondo le sue melodie, e chiunque le sentiva le suonava, riempendo di musica il mondo. E quando da vecchio tornerà nel suo paese, finalmente lasciato vivere in pace, sarà lì a spiegare alle persone, giovani soprattutto, che lo andavano a trovare, come può essere bello il mondo.
    Racconto bellissimo, dovrebbe essere usato come libro di testo nelle scuole, ma anche agli adulti non farebbe male. Un racconto contro le guerre e sul potere della musica, anche.
    Ricordate qualche anno fa l’immagine del giovane migrante che suonava il violino, lì a pochi chilometri dal confine con la Grecia, dove era bloccato dalla polizia turca insieme ad altre migliaia di profughi? Note de La primavera di Vivaldi, e chissà se l’animo di qualcuno avrà intenerito…
    E ricordate la musica di Bach che Rostropovich corse a suonare sotto il muro di Berlino appena picconato con il suo violoncello? Allora, ho letto, Rostropovich spiego: “Non sono andato a Berlino a suonare per la gente, sono andato lì a suonare affinché Dio mi ascoltasse, direttamente dal Muro di Berlino. Una specie di preghiera di ringraziamento a Dio…”.
    Musicisti… come Yekutiel… come sacerdoti in contatto col divino. A sciogliere i nostri cuori, sul confine delle guerre…

    scritto per Ultimavoce.it

    Carceri, REMS, SPDC… il fascino discreto della contenzione

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    Alcuni pensieri sulla salute mentale in carcere, che è cosa che a mio parere va oltre la questione delle REMS, le residenze teoricamente destinate alle persone con problemi psichiatrici che hanno commesso reato. Teoricamente, perché se la legge che le ha istituite considera le REMS l’ultima ratio rispetto alla necessità della presa in carico delle strutture sul territorio la realtà è spesso altra, tant’è che alle loro porte blindate premono, in lista d’attesa, anche persone che in carcere si ammalano e si aggravano, fra folli rei e rei folli (distinzione che faccio fatica ad assimilare), e che dovrebbero essere destinati, tutti, a tutt’altri percorsi…
    Una pagina che mai andrebbe chiusa perché questa cosa orrenda che è il carcere, rimossa dalla nostra coscienza di bravi cittadini, è luogo, ne sono convinta, dove si sperimenta fin dove si può arrivare nella compressione dei diritti delle persone, a cominciare dal diritto alla salute, nell’indifferenza di chi è fuori. Ed è specchio, purtroppo fedele, delle deformazioni della nostra presunta civiltà, brutture che, ci piaccia o no, tutta la qualificano. Montesquieu insegna…
    Quando anni fa ho cominciato ad affacciarmi su questo mondo e ho chiesto a un volontario di lungo corso come funziona la sanità in carcere, la prima risposta è stata: “Ah, quello che non manca mai, qui, sono gli psicofarmaci”. E Francesco Lo Piccolo, fra l’altro direttore di “Voci di dentro”, con immagine fulminante ha parlato del “carrello della felicità”.
    Già, perché circa il 70 per cento delle persone detenute assumono psicofarmaci, una percentuale superiore a quella della popolazione libera, più vicina a quella delle aree socialmente ed economicamente più depresse. E questo al di là delle articolazioni delle sezioni particolari aperte per chi ha problemi diciamo più gravi, che pure possono prevedere quella cosa barbara che sono le celle lisce che tanto ricordano i vecchi manicomi (e questo è un orrore del sistema punitivo che vale per tutti).
    In carcere, se non ci si entra già malati, ci si ammala, fisicamente e psichicamente, anche se ho letto che qualcuno ha affermato che non ha mai visto nessuno impazzire in carcere. E chissà che si intende per impazzire, quale grado estremo nella scala della sofferenza bisogna raggiungere…
    Tre storie per tutte. Vicende diverse, ma tutte facce come di un unico poliedro.
    Raffaele Laurenza, entrato in carcere perfettamente sano nel corpo e nella mente. Che finisce (la denuncia è dell’associazione Yairahia) nel carcere di Parma, in una sezione dove è circondato da persone con gravi patologie fisiche e psichiche. Si trova così a vivere in una prigione nella prigione “…sono chiuso, non posso parlare con nessuno gli altri sono malati e anziani”. E così eccolo che deve prendere farmaci mai presi in vita sua, è depresso, manifesta episodi d’ansia, non riesce a frequentare la scuola per “difficoltà nell’attenzione e nella concentrazione”. Solo un mese fa è arrivato il trasferimento, pur chiesto con l’urgenza certificata da perizie psichiatriche fin dal novembre dello scorso anno…
    O.D.B., giovane cittadino marocchino in Italia con permesso di soggiorno, in carcere per uno scippo (la carcerazione scatta perché recidivo, alcuni giorni prima aveva rubato un portafoglio). Assolto per “vizio totale di mente”, viene disposto il trasferimento in una REMS per la durata di due anni (e ancora la REMS intesa più che altro come luogo di misura di sicurezza!?), ma poiché non si trova posto, il giovane resta in carcere. E lì rimane, in compagnia delle sue visioni (“dice di essere controllato dagli aeroplani e di poter guarire il Covid coi suoi poteri” ha spiegato all’Agi la sua legale).
    Antonio Raddi, 28 anni, morto due anni fa a Torino, morto dopo aver perso 30 chili, tossicodipendente, nessuno aveva creduto al suo malessere. E sì, in carcere questi giovani vengono semplicemente considerati “tossici”, e chissà chi si cura delle loro fragilità. Antonio Raddi, muore non assistito nonostante lamentasse la sua disperazione. “Qua muoio”, diceva… e aveva ragione, lui come tutte le persone nella sua condizione (e sono sempre di più, soprattutto con la pandemia) per le quali sarebbe necessario piuttosto un percorso terapeutico esterno. Portato di quel manifesto di cultura illiberale, come l’ha definita Patrizio Gonnella di Antigone, che è la Fini-Giovanardi.
    E poi, e poi… in carcere ci si suicida. Solo nel 2021 sono stati 53 i suicidi consumati, 62 l’anno precedente. Quest’anno siamo già a 30, mentre al 22 marzo risultavano essere 381 le persone detenute, di cui si è accertata una patologia di natura psichica, che dovrebbero essere inquadrati in istituti predisposti per affrontarla, ma sono ancora in “normali” carceri, privi, si denuncia, della necessaria assistenza.
    Numeri, raggelanti in sé, ma al di là delle statistiche, proviamo a immaginare volti, a leggervi il riflesso della follia, quella sì, di un sistema che di fatto contraddice e mortifica i suoi stessi dichiarati fini. Il carcere fa ammalare, fa ammalare nel corpo e nella mente, e sicuramente non è e non può essere, a cominciare per la sua struttura che è comunque e sempre luogo d’afflizione, luogo di cura.
    A margine, mi sono sempre chiesta, conoscendo persone prigioniere di lunghissime detenzioni e conoscendo le condizioni di vita, a volte inimmaginabili, fra le mura delle nostre prigioni, in quale camicia di forza mentale bisogna infilarsi per non andare in escandescenze ogni giorno, per considerare accettabile, qualsiasi reato si sia commesso, quell’incubo che è la carcerazione senza fine. Da attingere al “carrello della felicità”, forse. Anzi, quasi sicuramente. Ho conosciuto persona che si è molto vantata di non aver fatto mai ricorso agli psicofarmaci per sopravvivere. Mosche rare… ma qui il discorso si allargherebbe troppo.
    Ritornando a chi in carcere arriva già malato e a chi vi si ammala…
    A monte c’è intanto un problema culturale. A prevalere sembra sia sempre il momento della “sicurezza”, del controllo, della pena rispetto a qualsiasi altro obiettivo (la rieducazione, una reale sicurezza sociale…), mentre i diritti tutti vengono mortificati, compreso quello alla salute e alla salute mentale. Mentre intorno a chi soffre di disturbi mentali si innalza il muro della pericolosità, che è pur sempre una “valutazione”, con tutti i limiti e l’arbitrarietà che a volte questo significa.
    E cos’è questa se non violenza inaudita del sistema? Del sistema carcere e del sistema società tutta, che vuole concentrati dietro un mondo a sbarre sia detenuti per fatti-reato sia tutte le fragilità che non vogliamo vedere né affrontare, né tantomeno accogliere, come invece dovremmo. Perché questo è. Basta dare uno sguardo alla fisionomia della popolazione carceraria…
    E cosa fare, in quale direzione andare per combattere tutto questo.
    Per essere concreti. Intanto, una risposta è anche nella proposta di legge “Disposizioni in materia di salute mentale”, ripresentata in questa legislatura dall’on. Elena Carnevali e dalla senatrice Paola Boldrini, per il rafforzamento delle strutture per la presa in carico sul territorio. Mi sembra molto chiara in proposito se fra l’altro parla di “presa in carico delle persone affette da disturbo mentale che hanno commesso un reato, o che sono a rischio di condanne penali o di misure di sicurezza, o vi sono sottoposte, attraverso programmi terapeutico – riabilitativi individuali, di intensità modulata in rapporto ai bisogni della persona, evitando in prima istanza l’invio alle Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (REMS) e assicurando le attività di tutela della salute mentale e di presa in carico dei detenuti e degli internati negli istituti di pena di competenza territoriale”.
    Fondamentale, se ne è parlato in queste pagine, è anche la riforma di quella tremenda eredità del codice Rocco che è il concetto di irresponsabilità penale, che continua di fatto a creare per le persone solo prigioni. Riconoscendo piuttosto l’irresponsabilità sociale… del nostro ottuso pensiero.
    Ma soprattutto, c’è un problema culturale più ampio e profondo. Dovremmo finirla col pensare che rinchiudere risolva tutto. Dovremmo infine liberarci di questa imperante filosofia delle sbarre (sbarre nelle carceri, nelle REMS, negli SPDC, nei nostri pensieri…). Quando riusciremo finalmente a sottrarci al fascino discreto della contenzione non sarà mai troppo presto…


    scritto per Forum della salute mentale


    Un disinvolto mondo di criminali

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    Le riflessioni di Vittorio da Rios, che ancora ringraziamo, sempre ci aiutano ad allargare lo sguardo sul mondo, a non perdere di vista le ampie dinamiche che tutto condizionano. Leggete…

    “Sempre più di frequente mi ritorna alla memoria osservando le tragedie del mondo, la definizione fatta da Peter Handke dell’attuale classe dirigente: “Un disinvolto mondo di criminali” immortalata nel titolo di un suo libro. Quello raccontato da Francesca è la tragica inumana spietata conseguenza. Dove stiamo andando, e a quale deriva etica morale siamo sopraggiunti? Come rimediare a questo “universo orrendo”? Dobbiamo partire dai dati che impietosamente fanno la radiografia di questa economia che UCCIDE come in più circostanze e nelle sedi internazionali ha denunciato Papa Francesco. Ogni 12 secondi un bambino muore di fame e per mancanza di cure adeguate. Che in un anno danno una cifra di 2,5-3 milioni di morti. Poi vi sono le morti infantili da guerre e violenze, ve ne sono circa 40 attualmente di guerre in essere, che danno cifre spaventose. altri 3-4 milioni di morti. Vi sono qualcosa come 3-3,5 miliardi di creature umane che sopravvivono con meno di 2 Dollari al giorno. Se ne affama qualcosa come 8,5-900 milioni, mancanza endemica di cibo, e se ne uccide per fame 27-30 milioni ogni anno. Che fatta la somma solo in questo inizio di secolo da cifre paurose che crea orrore a pronunciarle quanto scriverle: 560-630 milioni di assassini per fame. L’equivalente della popolazione Europea. In questo tragico disordine mondiale si investe in armi cifre che sono impronunciabili per la loro estensione. Migliaia di miliardi di Euro o Dollari che si voglia. Solo il nostro paese ha in programma di investire in produzione di armi e in sistemi difensivi nel 2022 una cifra che si avvicina ai 30-35 miliardi di Euro per arrivare nel 2023-24 a 40 miliardi di Euro. 2% e oltre del PIL. Tra l’altro mantiene il nostro paese la posizione di Leder nella produzione ed esportazione di armi leggere le quali sono causa del 90% delle uccisioni che avvengono nel mondo. Come uscire da questa tragica condizione umana? Con quali strumenti rimediare lo strapotere della finanza e delle potentissime banche d’affari che di fatto oggi gestiscono Stati e parlamenti? Indispensabile investite sulle nuove generazioni dare gli adeguati strumenti formativi, di grande valore filosofico scientifico culturale. Creare masse critiche. Porre al centro l’importanza della gestione dell’economia con giusti strumenti di equità. Il lavoro è enorme poiché occorre ripensare nuovi paradigmi rispetto a quelli fin qui costruiti, che hanno determinato questa catastrofica planetaria situazione. I nuovi paradigmi riguardano, l’alto sapere filosofico-scientifico, il diritto, le scienza economiche e sociali le varie discipline e saperi che organizzano le produzioni agricole, le varie articolazioni umanistiche scientifiche che si prendono cura del pianeta che ci ospita. Con al centro il potente irrinunciabile assioma: del DIRITTO DI AVERE DIRITTI. come enunciato da un grande maestro del diritto: Stefano Rodotà, Grazie carissima Francesca sempre attenta nel cogliere e denunciare con l’arte e il dono della tua narrazione le tragedie collettive e individuali come quella assurda morte da svenamento di quel giovane quanto sventurato uomo nostro fratello. Un caro saluto”

    Vittorio da Rios

    Per restituire a chi le abbiamo tolte le cose necessarie alla vita…

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    Fra i morti anonimi delle guerre, e i morti delle strade, e quelli delle case, e i pettegolezzi e le curiosità dell’estate… una notizia questa mattina mi è rimasta inchiodata nella testa. O forse era di ieri, ma scorrendo quei fogliettoni che sono i giornali on line, tutto sembra scivolare via come su un rullo e quasi quasi ogni cosa si perde se tutto sembra schiacciato su un’unica dimensione e in un unico tempo… Comunque, non se ne va, questa notizia, come se fosse roba da prima pagina. Ma più ci penso, più da prima pagina davvero mi sembra, perché come poche fotografa il mondo che abbiamo costruito.
    La tremenda fine di quell’uomo morto dissanguato nel giardino di una scuola di Canicattì, per via di una profonda ferita al braccio che si era procurato rompendo il vetro che lo separava dalla macchinetta delle merendine. Dario Valerio Pedalino. 33 anni, disoccupato, “ladro di merendine”. O forse voleva rubare le monete contenute nel distributore di bibite e snack, ma cosa cambia… Rimane quel suo corpo rimasto nell’erba, dove l’uomo si era trascinato prima di perdere i sensi…Ecco, immagine più feroce della nostra società, dove è così ben marcata la linea fra ricchi e poveri, non riesco a immaginare. O forse sì, un’altra me ne viene in mente, quella dell’altro giovane morto incastrato nel cassonetto dei vestiti usati, che stava cercando di prendere. Da Canicattì a Mestre… un sentiero che attraversa l’intero paese. Sentiero trafficatissimo. Da tanta, troppa gente: da coloro che vivono il disagio delle periferie, che è disagio economico e sociale, a quelli la cui vita non vale il prezzo di frutta e verdura che arriva sulle nostre tavole. In mezzo rifugiati, rom, i senza casa “sgomberati” dalle case occupate. Provate voi a completare l’elenco. Siamo sempre il paese dove qualche anno fa un liceo del centro storico romano, nel rapporto di autovalutazione, vantava di non avere fra i suoi studenti stranieri, poveri o disabili…
    Credo sia questa una delle facce peggiori del nostro razzismo. E aveva proprio ragione la nonna di Sancio Panza, lo scudiero di Don Chisciotte, quando diceva: “nel mondo non ci sono che due razze, quella di chi ha e quella di chi non ha”.
    A proposito di chi non ha. Gli ultimi dati Istat li abbiamo letti, vale la pena di ricordarli: per quasi due milioni di famiglie si parla di povertà assoluta, destinata a crescere, data l’inflazione, se viene misurata sulla capacità delle famiglie di sostenere le spese essenziali per vivere. Che significa il minimo per cibarsi, pagare un affitto, curarsi, riscaldare la casa in inverno… Non avere, pensate, neanche il minimo per cibarsi, come il “ladro di merendine”, appunto… E da tempo il Banco alimentare lancia appelli: nei primi mesi di quest’anno sono già 50.000 in più gli assistiti dalle reti di associazioni caritative. Mentre sono in calo le donazioni di alimenti da parte dell’industria.
    A proposito di donazioni, di carità…
    C’è un pensiero, ci sono azioni, di cui penso si avrebbe tanto bisogno oggi. Pensieri e azioni certo scandalosi, come quelli di San Francesco. Ne avevo letto in un intervento di Chiara Frugoni, la storica specialista del Medioevo e di storia della Chiesa che pochi mesi fa ci ha lasciato. Parlava, Chiara Frugoni, di Francesco come una delle poche persone che nel Medioevo si siano fatte carico dei problemi del proprio tempo cercando di avere idee nuove, “profondamente convinto che l’elemosina non fosse altro che parziale restituzione dovuta ai poveri”.
    Principio davvero scandaloso, che Francesco aveva messo nella sua regola, che la Chiesa poi non avrebbe mai approvato. E già, come accettare un principio talmente forte e rivoluzionario! Avrebbe sconvolto il mondo. La regola di quel “pazzo” che, Chiara Frugoni ha ben spiegato, non ha mai detto “sopporta perché acquisterai meriti in paradiso”, perché quello che sentiva davvero, Francesco, è “vera e propria responsabilità morale”.
    Roba da pazzi, roba che avrebbe davvero rivoltato il mondo! Che per carità… certi equilibri ce li siamo tenuti ben stretti.
    Eppure, quel sogno di Francesco, convinto che “la legge naturale prescrive agli uomini di avere l’uso delle cose necessarie alla loro conservazione, ma non li obbliga in alcun modo alla proprietà” (solo l’uso è necessario alla vita degli uomini e, come tale, irrinunciabile), come ha spiegato Chiara Frugoni, avrebbe da insegnarci molte cose, se volessimo provare a cambiarle, le cose. Se volessimo davvero scegliere un’inversione di rotta.
    Cominciando dunque col restituire l’uso delle cose necessarie alla vita di cui noi troppi abbiamo espropriato, costringendoli a rubacchiare le nostre briciole. Anche al prezzo enorme della vita.
    No, proprio non è possibile archiviare, come notizia di ieri, il pensiero di quel corpo dissanguato, a pochi metri da un distributore di merendine…

    scritto per Ultimavoce.it


    Ricostruire su ciò che resta di Pompei. Due disegni di legge per ricominciare

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    Ha ragione Carla, Carla Ferrari Aggradi. E il suo è anche il nostro stupore, se nel convegno nazionale del 10 giugno non c’è stato alcun riferimento all’esperienza basagliana e a quello che ha rappresentato e rappresenta nel mondo il DSM di Trieste… Come se, riprendo le sue parole che meglio non potrebbero fotografare l’assurdo, “quarantaquattro anni dalla legge 180, quarantaquattro anni di psichiatria antimanicomiale, di riscoperta di donne e uomini nascoste dietro la sofferenza mentale, di diritti riconsegnati ai ‘pazienti dei servizi psichiatrici’, di rispetto per la loro sofferenza, per la loro vita… non fossero esistiti”.
    E la risposta al suo invito è: sì. Se storia c’è stata, riprendiamola, quella tessitura…
    Tanto per cominciare riproponendo le “Disposizioni in materia di salute mentale”, il disegno di legge del 2017 firmato a Nerina Dirindin e Luigi Manconi, ripresentato in questa legislatura dall’on. Elena Carnevali e dalla senatrice Paola Boldrini, che dà piena attuazione alla legge 180. Per valorizzare le rimonte e i successi che pure ci sono stati grazie a quella legge e il diritto riconquistato delle persone.
    Come si è iniziato a discutere nell’ultimo incontro del Forum della Salute Mentale. Certo, si è detto, bisognerà iniziare a bussare forte alle porte della politica.
    Che ascolterà? Il dubbio è legittimo, guardandosi intorno…
    E allora… “Bisognerà andare per strada e urlare con la nostra presenta contro tanta piattezza dell’ascolto… urlare col dolore che danno le cose che succedono”. Parole di Peppe Dell’Acqua, che non conosce mezzi termini. E come dargli torto.
    Urlare col dolore che danno le cose che succedono…
    Le cose che succedono hanno il volto di Wissem Ben Abdel Latif, che è il volto di quanti ancora soffocano legati a un letto di contenzione. Hanno la voce muta di Fedele Bizzocca, malato psichiatrico morto nel settembre scorso nel carcere di Trani, che è il silenzio di tutti “i casi problematici in particolare di natura psichiatrica”, persone intrappolate, non meno che nelle parole con le quali le pronunciamo, nelle narrazioni tossiche che facciamo di dolorosi fatti di cronaca… e le persone diventano “mostri” da cui difenderci, invece che persone da curare. Le cose che succedono hanno il nome di Alejandro Meran, intrappolato anche lui, come tanti, nella gabbia dell’irresponsabilità penale…
    Le cose che succedono, in maniera meno eclatante, ma non meno crudele, sono la cronaca di tanta distrazione e di scelte arroganti delle politiche sanitarie degli ultimi tempi, con il fallimentare sistema “ospedale al centro e tanto privato”, che tanta solitudine continua a produrre e che ha di fatto tradito lo spirito della riforma sanitaria del ’78.
    Due, dunque, i corni del problema. L’attuazione su tutto il territorio della penisola dei principi della 180, e delle pratiche che da questa sono discese, e il superamento di quell’obbrobrio che viene direttamente dal codice Rocco a proposito di irresponsabilità penale, misure di sicurezza e tutto il corollario che ne discende. E anche per questo è bello pronto in parlamento il disegno di legge a firma Riccardo Magi, che permetterebbe di superare le vecchie norme del codice Rocco, intanto restituendo, insieme alla responsabilità penale, dignità a chi ne viene privato, e così creando le premesse, come giustamente ha scritto su queste pagine Pietro Pellegrini, per “rifondare su basi nuove il “patto sociale”, la giustizia e la cura delle persone con disturbi mentali”.
    Dare dunque piena attuazione ai principi della 180.
    Riprendendo gli interventi dell’ultimo incontro del Forum, che già segnano l’inizio di un percorso…
    “Tanto per cominciare il disegno di legge può essere un buon ‘manuale’ per mettere in moto la terza rivoluzione: l’attuazione in tutto il territorio di strumenti adeguati come in diversi dipartimenti di salute mentale già avviene. Per rivalutare soprattutto il ruolo delle persone con esperienza. Per richiamare i servizi, i dipartimenti, le regioni, la magistratura a vigilare sull’attuazione delle misure di sicurezza…”
    Un disegno di legge che, individuando concretamente livelli di assistenza, percorsi di cura, prevedendo l’operatività dei servizi sul territorio per 24 ore al giorno, mettendo sempre al centro la persona e i suoi bisogni… intanto ci riporta nell’abito dei principi del piano d’azione della salute mentale dell’OMS, come della Convenzione ONU dei diritti delle persone con disabilità. Che a tratti sembriamo aver trascurato.
    Al centro, ritorna, concreta, in tutte le sue possibili articolazioni, la città che cura, una città che si chiede “come curare” non “dove metterle”, le persone. Dove fra l’altro il servizio di salute mentale può essere servizio di base e non specialistico della psichiatria, al quale i cittadini possono accedere insieme agli altri servizi.
    Insomma, un ddl, come spiega Daniele Piccione, distonico rispetto a quello che sta accadendo, che disegna “una certa idea di mondo” che ci piace. Rimettendo al centro la partecipazione a livello locale, perché dove manca la partecipazione i servizi sono scadenti. E le tristi cronache con protagoniste persone malamente seguite, quando non seguite per niente, ne sono il tremendo ricasco…
    Anche su questo il disegno di legge vuole fare chiarezza e dare precise e concrete indicazioni. Nodo quanto mai cruciale, quello del TSO. Troppo spesso mal interpretato nella sua attuazione, tradotto in pratiche violente, è diventato (ancora parole di Piccioni) “finestra attraverso la quale il tentativo di ritorno della coercizione, delle oppressioni hanno fatto capolino nell’ordinamento”. Cosa ben lontana dall’idea con la quale era nato un provvedimento che voleva essere non sopraffazione, piuttosto abbraccio di cura che passa attraverso confronto e mediazione.
    Insomma, una legge non da modificare, la 180, ma da applicare pienamente, (ci sono regioni dove mai è stata davvero applicata, mentre oggi subisce attacchi là dove ha meglio funzionato…) contro tanti luoghi comuni e cattive psichiatrie che, mettendo al centro la malattia e non l’uomo, la vogliono di fatto cancellare.
    Ben venga dunque questa sorta di contrattacco contro chi la rivoluzione di Basaglia vorrebbe fare agonizzare per poi cassarla del tutto. E la legge proposta ne può diventare vessillo…
    Insomma, una chiamata alle armi, che non può che essere rivolta soprattutto alle più giovani generazioni. Che abbiamo sentito denunciare, fra l’altro, di essere costretti a lavorare con le mani legate, confrontandosi col disinteresse di dirigenti e politici… e pur continuando, come possibile, “a coltivare con le loro forze la vite lì vicino”…
    Mi permetto di rubare una bellissima suggestione suggerita da Salvatore Marzolo che citando dal “Libro di sabbia” di Borges, “la febbre e l’agonia sono piene di inventiva”, si chiede: “Allora forse tocca a noi ricostruire su ciò che resta di Pompei? Metaforicamente parlando… E se spesso si indulge nella celebrazione di Pompei, si può forse trovare un compromesso fra i re sepolti e gli artigiani che oggi coltivano la vite lì vicino e ci fanno comunque un buon vino”.
    Senza però dimenticarla, questa Pompei…
    “Senza dimenticare. Come Enea porta in spalla Anchise e sotto al braccio Ascanio”.
    “Sepolto Anchise con tutti gli onori e i pianti, sarà Ascanio a seminare, coltivare viti, fondare città…” Ridando la parola a Peppe Dell’Acqua, che tutto questo nuovo sommovimento ha voluto e con passione ha sollecitato…


    a proposito di Medea…

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    Solo qualche breve appunto, richiamato dalla tremenda vicenda della giovane madre che ha ucciso la figlioletta, e rileggendo parole a proposito del complesso di Medea…
    Senza voler assolutamente entrare nel merito, né della cronaca, né dei percorsi della mente… ma, molto a margine, pensando a Medea, e al peso insostenibile del suo terribile destino, se per noi tutti è ormai il prototipo della madre assassina. Già, la madre assassina come ce la tramanda Euripide che nella sua tragedia racconta della maga tradita e ripudiata da Giasone e che, folle di gelosia e ferita nell’orgoglio, uccide i figli avuti da lui.
    Condannata dalla morale, dagli Dei e dalla Storia, è questa l’unica Medea che noi conosciamo, che riappare in noi come immagine paurosa e mostruosa, gravida di colpe inemendabili… ogni volta che, e purtroppo accade, ci troviamo di fronte a vicende dolorose e atroci come questa della giovane madre che ha ucciso la sua bambina.
    Eppure…
    “Non riuscivo a crederci. Possibile che una guaritrice ed esperta di magia che doveva essere emersa da antichissimi sostrati mitici, da epoche in cui i figli erano il bene supremo di una tribù e in cui le madri venivano tenute in grande stima proprio per la loro capacità di perpetrare la stirpe, proprio lei avesse ucciso i propri figli?”. Così si era interrogata, all’inizio degli anni ’90, Christa Wolf che entra allora in contatto con Margot Schmidt, una studiosa del mondo antico, di Basilea, e da questa viene portata sulle tracce di tutt’altra storia.
    Secondo gli studi e i documenti trovati dalla Schmidt, fonti antiche parlano piuttosto dei tentativi di Medea di salvare i suoi figli dall’aggressione della gente di Corinto, documenti ben antecedenti a Euripide, che sarebbe stato il primo ad attribuire a Medea l’infanticidio.
    Così la Wolf, ripercorrendo le strade del mito, studiando, analizzando frammenti, ci racconta di un’altra Medea, componendo un romanzo appassionato e appassionante. “Medea, voci”.
    La Medea che ci restituisce la scrittrice tedesca è tutta nella storia della donna straniera, che viene dalla Colchide, che non ha ucciso i suoi figli, ma che dalla gente di Corinto viene respinta ed emarginata, e sarà quella gente a uccidere i suoi figli. La sua colpa? Essere irriducibile alle regole del potere e avere scoperto il crimine sul quale era fondato il regno di Corinto.
    Da leggere, questa vicenda, anche come una storia sul potere, su una cultura “definita sempre più da valori e bisogni maschili che crea la paura della donna…”
    Ed Euripide, che dà voce a questa cultura, sembra che avesse manipolato la realtà per assolvere gli abitanti di Corinto, colpevoli di aver massacrato i figli di Medea. Insomma, ragion di stato… Un saggio di Anna Chiaroni, a postfazione del libro (pubblicato dall’editore e/o), richiamando la storiografia antica, parla del dettaglio dei quindici talenti che Euripide avrebbe ricevuto per scrivere la sua tragedia, modificando la vera storia. Un’opera di mistificazione, che gli studiosi sembra conoscessero da tempo. Quindici talenti d’argento… per ben costruire un mito che è arrivato fino a noi.
    Christa Wolf, ribaltando tutto questo, ripercorrendo i miti antichi, ci regala un bellissimo romanzo, che, insieme all’immagine di una donna forte e generosa, di una donna che “prima di ucciderti dovranno uccidere il tuo orgoglio” … , ci apre al dubbio. Che sempre dovremmo avere davanti a tante consolidate certezze.
    E se volete andare più a fondo, c’è un altro libro con cui accompagnarsi: “L’altra Medea, premesse a un romanzo”, che racconta e tutto spiega il percorso seguito dalla scrittrice, le sue riflessioni…
    Un percorso complesso e interessantissimo. Ne riporto qualche piccolo passo.
    “Credo che la figura di Medea tratteggiata da Euripide sia ineguagliabile, così grande nella sua selvatichezza, che è impossibile misurarcisi. Ma può anche capitare che oggi qualcuno si interroghi su quel tipo di impostazione e si permetta di proporre un’altra versione (…). La mitologia è un paesaggio così ricco di fonti e così bello che ci si può muovere davvero liberamente. Esistono almeno una dozzina di fonti diverse sulle sorti di Medea. In una è regina di Corinto, in altre si narra che venga sollevata da terra dal carro di Atena… Ci sono moltissime fonti diverse, e libera e disinvolta ho potuto andare a cercarmi quel che mi interessava. Infatti, la maggior parte di ciò che trova nel libro non si basa sulle fonti ma è inventato. Quello che propone il libro sono modelli…”
    Pensando agli scrittori, i veri scrittori, che magicamente capaci di attraversare le barriere del tempo, indagando il passato anticipano il futuro. E ci regalano voci, non per assolvere o condannare, ma per aiutarci a non lasciarci imprigionare nella trappola dei luoghi comuni…

    scritto per Ultimavoce.it

    Una legge per l’attuazione della 180

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    C’è un disegno di legge nei cassetti del parlamento, accantonato da qualche anno per via dell’indifferenza di questi tempi… diciamo “non luminosi”, a voler usare un eufemismo. “Disposizioni in materia di salute mentale”, il disegno di legge firmato a Nerina Dirindin e Luigi Manconi, presentato nel 2017. Ma la polvere di cinque anni che vi è caduta sopra, non ne ha offuscato la necessità, che mai come oggi diventa urgenza, guardando alla deriva dei servizi di salute mentale, alle profonde disuguaglianze sul territorio, alla mancanza di risorse economiche e professionali che vengono da più parti denunciate, cui risponde il silenzio distratto delle istituzioni…
    Di cosa si tratta? Di un disegno di legge che dà piena attuazione ai principi della 180.
    “Per valorizzare le rimonte e i successi che pure ci sono stati grazie a quella legge e il diritto riconquistato delle persone…” parole di Peppe dell’Acqua, che tutto bene riassume.
    Un obiettivo semplice e per questo utopico forse, lo definisce.
    Un obiettivo utopico? Ma non era sembrata utopia anche il “semplicissimo” pensiero di Basaglia? L’idea che la libertà è terapeutica e i manicomi andavano abbattuti…
    E allora parliamone, spigolando fra gli interventi dell’ultimo incontro del Forum della Salute Mentale, dove di questo si è discusso.
    “Tanto per cominciare il disegno di legge può essere un buon ‘manuale’ per mettere in moto la terza rivoluzione (ne abbiamo parlato ndr): l’attuazione in tutto il territorio di strumenti adeguati come in diversi dipartimenti di salute mentale già avviene. Per rivalutare soprattutto il ruolo delle persone con esperienza. Per richiamare i servizi, i dipartimenti, le regioni, la magistratura a vigilare sull’attuazione delle misure di sicurezza…”
    Un disegno di legge che, individuando concretamente livelli di assistenza, percorsi di cura, prevedendo l’operatività dei servizi sul territorio per 24 ore al giorno, mettendo sempre al centro la persona e i suoi bisogni… intanto ci riporta nell’abito dei principi del piano d’azione della salute mentale dell’OMS, come della Convenzione ONU dei diritti delle persone con disabilità. Che a tratti sembriamo aver trascurato.
    Al centro, ritorna, concreta, in tutte le sue possibili articolazioni, la città che cura, una città che si chiede “come curare” non “dove metterle”, le persone. Dove fra l’altro il servizio di salute mentale può essere servizio di base e non specialistico della psichiatria, al quale i cittadini possono accedere insieme agli altri servizi.
    Cosa che è esattamente l’opposto delle politiche sanitarie degli ultimi tempi con il fallimentare sistema “ospedale al centro e tanto privato”, che tanta solitudine continua a produrre e che ha di fatto tradito lo spirito della riforma sanitaria del ’78.
    Insomma, come spiega Daniele Piccione, consigliere parlamentare, questo disegno di legge, distonico rispetto a quello che sta accadendo, “è una certa idea di mondo”…
    Piccione, che è profondo conoscitore della Costituzione, in un suo prezioso libro (Basaglia, il pensiero lungo, edizioni Alpha Beta Verlag) spiega come la legge 180 abbia radici, e ben radicate, nella Costituzione. E che Basaglia ci ha ricordato che “i malati di mente” sono cittadini con pieni diritti costituzionali. Pensiero semplicissimo ed enorme al quale bisogna ritornare, nonostante tutto, in questo momento di cupezze in cui tutto sembra andare in senso opposto. O forse proprio per questo.
    E con lucidità rimettere l’accento sulla partecipazione a livello locale, perché dove manca la partecipazione i servizi sono scadenti. E quanti casi di persone non seguite che rischiano di essere protagonisti di tristi cronache…
    Già. La cronaca tante volte sembra sopraffarci. Confusi quando non obnubilati da narrazioni tossiche di dolorosi fatti di cronaca, così facilmente confondiamo e sovrapponiamo misure di sicurezza con la necessità della cura, vedendo “mostri” da cui difenderci, in persone invece da curare.
    Anche su questo il disegno di legge vuole fare chiarezza e dare precise e concrete indicazioni. Nodo quanto mai cruciale, quello del TSO. Troppo spesso mal interpretato nella sua attuazione, tradotto in pratiche violente, è diventato (ancora parole di Piccioni) “finestra attraverso la quale il tentativo di ritorno della coercizione, delle oppressioni hanno fatto capolino nell’ordinamento”. Cosa ben lontana dall’idea con la quale era nato un provvedimento che voleva essere non sopraffazione, piuttosto abbraccio di cura che passa attraverso confronto e mediazione.
    Insomma, una legge non da modificare, la 180, ma da applicare pienamente, contro tanti luoghi comuni e cattive psichiatrie (quelle che dimenticano che al centro è l’uomo e non la malattia) che la vogliono cancellare. Certo, un testo con obbiettivi ambiziosi, questo del disegno di legge Dirindin-Manconi, mentre ci sono regioni dove mai è stata davvero applicata, la 180 subisce i peggiori attacchi proprio là dove meglio ha dato i suoi frutti. Come le recenti cronache triestine raccontano…
    Ma ben venga questa sorta di contrattacco contro chi la rivoluzione di Basaglia vorrebbe respingere nel nulla, cominciando intanto ad arginare l’involuzione dell’oggi.
    E mi sembra, l’avvio di questo dibattito, come il vento d’un soffio, per disperdere la polvere che negli ultimi cinque anni si è depositata sul disegno di legge, che è stato presentato anche in questa legislatura dall’on. Elena Carnevali e dalla senatrice Paola Boldrini. Una chiamata alle armi, anche e soprattutto rivolto alle più giovani generazioni. A tutti coloro che denunciano di essere costretti a lavorare con le mani legate, confrontandosi col disinteresse di dirigenti e politici…
    Per dare inizio alla battaglia. Che significa confrontarsi con le diverse realtà, e anche rivendicare risorse che non siano l’indecenza che è oggi la quota del fondo sanità per salute mentale (neanche il 3 per cento!). E bussare forte alle porte della politica.
    Che ascolterà? E se non ascolta?
    E’ senza mezzi termini Peppe Dell’Acqua: “Bisognerà andare per strada e urlare con la nostra presenta contro tanta piattezza dell’ascolto… urlare col dolore che danno le cose che succedono”.
    Come dire: riscopriamoli infine il coraggio e la passione civile che hanno accompagnato, quarantacinque anni fa, il cammino del cambiamento …

    scritto per Ultimavoce.it


    Captivi

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    Quale società si riflette nelle immagini che arrivano dalle nostre carceri? Pensiero che ritorna e ritorna…
    Ho riaperto le pagine di un libro fotografico di qualche anno fa: Captivi, di Pietro Basoccu. E’ il racconto di un carcere della Sardegna, fatto di immagini tutte rigorosamente in bianco e nero, e non credo meglio si potrebbe dipingere il grigio soffocante di un’ossessione, fatta di ruggine, di ferro e silenzi, che intrappolano l’anima.
    Immagini accompagnate dagli appunti di Pietro Basoccu, medico pediatra e fotografo, che, per una campagna fotografica del 2010, era entrato in carcere allora per la prima volta.
    “Muri muri, ovunque vedo muri, spessi, di granito, che decorano alcune celle e mi riportano alla memoria luoghi sacri… strutture ipogeiche dell’era neolitica…”. Il suo stupore, che è stato anche il mio stupore la prima volta che ho messo piede in un carcere. E sarebbe, ne sono certa, lo stupore di chiunque vi si affacciasse per la prima volta.
    “Voltaire diceva che la civiltà di un paese si misura osservando la condizione delle nostre carceri”, ricorda. “Le sue parole sono per la nostra società una condanna senza appello”. Ancora un pensiero, di Basoccu, che è anche il mio pensiero. E sarebbe il pensiero di chiunque vi entrasse e si guardasse intorno, senza chiudere gli occhi né l’anima.
    Forse è per questo che li tengono ben serrati, portoni e cancellate delle carceri. E ben alte e senza spiragli vengono innalzate le mura di cinta. Perché sono convinta che se le persone potessero vedere (e vedrebbero cose inimmaginabili) qualcosa si incrinerebbe nel guscio duro dei nostri cuori. Ma anche nella corazza presuntuosa delle nostre intelligenze.
    E allora portiamole fuori, le urla silenziose che contro quelle mura si infrangono, anche attraverso queste immagini.
    E’ vero, le parole di Voltaire sono una condanna senza appello per la nostra società. La stessa condanna senza appello che gridano questi sguardi, queste bocche chiuse, queste ombre… ritratte nella quotidianità di dettagli che si fa fatica a immaginare.
    “Lunghi corridoi, porte vecchie e arrugginite che vengono chiuse con grandi chiavi di ferro dorate e poi gabbie, gabbie e gabbie. Qualcuno grida, sporge lamano e il braccio dallo spioncino, altri urlano: ‘Siamo bestie chiuse in gabbia’ …”.
    Ma forse ancor più raggela lo sguardo su quell’unico cortile dove si trascorre l’ora d’aria, uno spazio angusto dove “le persone passeggiano avanti indietro come automi in modo convulso ma ordinato, qualcuno gioca a carte”.
    Portiamole fuori, queste immagini, che nella loro dolorosa bellezza sanno svelare tanta bruttezza. Così tutti potremmo esser presi da un dubbio: e come si può diventare migliori (non è questo che si pretende incarcerando?) circondati solo da bruttezze e squallori?
    Appunta, Basoccu, di una cella, lunga cinque metri e larga quattro e mezzo, con un letto a castello a tre piani, panni appesi alla finestra e borsoni sparpagliati, pacchi di pasta e cestini colmi di rifiuti. E una tenda che nasconde il bagno.
    E arriva insopportabile, da quell’immagine, l’odore del carcere. Per chi l’ha sentito (a me, per sbaglio, è capitato) un odore che poi non dimentichi più. E ti chiedi, ancora, com’è possibile migliorare, ma anche solo vivere, pensare, sperare, nel sentore soffocante di quelle mura.
    Leggevo in questi giorni, in un articolo su lindro.it, di una sentenza di Cassazione che boccia come “inumano e degradante” il wc all’interno della stanza detentiva. E “afferma che la separazione assicurata da un muretto alto un metro e mezzo non cambia le cose, né sotto il profilo della privacy né della salubrità…la terza sezione della Cassazione ha avuto modo di contestare al Ministero che la ‘presenza del wc all’interno della stessa stanza dove il detenuto cucina, mangia e dorme senza un’effettiva separazione aveva inciso sulla condizione detentiva rendendola degradante e comprimendo non solo il diritto alla riservatezza ma anche la salubrità dell’ambiente’. C’era bisogno di una sentenza, per capirlo e saperlo”.
    C’era bisogno di una sentenza e tre gradi di giudizio per capirlo e saperlo. Ma chi ne parla? E cosa e a chi importa?
    Eppure, credo che se potesse uscire, l’odore rappreso del carcere, e raggiungerci tutti, forse un po’ di disgusto lo proveremmo tutti, e forse qualche domanda in più ce la faremmo tutti su tanta nostra cattiva insensatezza.
    Captivi. Non è detto in quale carcere della Sardegna erano state scattate le immagini di questo lavoro. Ma poco importa. Potrebbero essere le immagini colte in un qualunque carcere dell’intera penisola, perché in quegli squarci di ombre è condensata l’essenza stessa del carcere, di una pena che, al di là di tante buone parole, è spregio per l’uomo, per la sua dignità, E’ irriformabile violenza.

    scritto per Voci di dentro