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    Per restituire a chi le abbiamo tolte le cose necessarie alla vita…

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    Fra i morti anonimi delle guerre, e i morti delle strade, e quelli delle case, e i pettegolezzi e le curiosità dell’estate… una notizia questa mattina mi è rimasta inchiodata nella testa. O forse era di ieri, ma scorrendo quei fogliettoni che sono i giornali on line, tutto sembra scivolare via come su un rullo e quasi quasi ogni cosa si perde se tutto sembra schiacciato su un’unica dimensione e in un unico tempo… Comunque, non se ne va, questa notizia, come se fosse roba da prima pagina. Ma più ci penso, più da prima pagina davvero mi sembra, perché come poche fotografa il mondo che abbiamo costruito.
    La tremenda fine di quell’uomo morto dissanguato nel giardino di una scuola di Canicattì, per via di una profonda ferita al braccio che si era procurato rompendo il vetro che lo separava dalla macchinetta delle merendine. Dario Valerio Pedalino. 33 anni, disoccupato, “ladro di merendine”. O forse voleva rubare le monete contenute nel distributore di bibite e snack, ma cosa cambia… Rimane quel suo corpo rimasto nell’erba, dove l’uomo si era trascinato prima di perdere i sensi…Ecco, immagine più feroce della nostra società, dove è così ben marcata la linea fra ricchi e poveri, non riesco a immaginare. O forse sì, un’altra me ne viene in mente, quella dell’altro giovane morto incastrato nel cassonetto dei vestiti usati, che stava cercando di prendere. Da Canicattì a Mestre… un sentiero che attraversa l’intero paese. Sentiero trafficatissimo. Da tanta, troppa gente: da coloro che vivono il disagio delle periferie, che è disagio economico e sociale, a quelli la cui vita non vale il prezzo di frutta e verdura che arriva sulle nostre tavole. In mezzo rifugiati, rom, i senza casa “sgomberati” dalle case occupate. Provate voi a completare l’elenco. Siamo sempre il paese dove qualche anno fa un liceo del centro storico romano, nel rapporto di autovalutazione, vantava di non avere fra i suoi studenti stranieri, poveri o disabili…
    Credo sia questa una delle facce peggiori del nostro razzismo. E aveva proprio ragione la nonna di Sancio Panza, lo scudiero di Don Chisciotte, quando diceva: “nel mondo non ci sono che due razze, quella di chi ha e quella di chi non ha”.
    A proposito di chi non ha. Gli ultimi dati Istat li abbiamo letti, vale la pena di ricordarli: per quasi due milioni di famiglie si parla di povertà assoluta, destinata a crescere, data l’inflazione, se viene misurata sulla capacità delle famiglie di sostenere le spese essenziali per vivere. Che significa il minimo per cibarsi, pagare un affitto, curarsi, riscaldare la casa in inverno… Non avere, pensate, neanche il minimo per cibarsi, come il “ladro di merendine”, appunto… E da tempo il Banco alimentare lancia appelli: nei primi mesi di quest’anno sono già 50.000 in più gli assistiti dalle reti di associazioni caritative. Mentre sono in calo le donazioni di alimenti da parte dell’industria.
    A proposito di donazioni, di carità…
    C’è un pensiero, ci sono azioni, di cui penso si avrebbe tanto bisogno oggi. Pensieri e azioni certo scandalosi, come quelli di San Francesco. Ne avevo letto in un intervento di Chiara Frugoni, la storica specialista del Medioevo e di storia della Chiesa che pochi mesi fa ci ha lasciato. Parlava, Chiara Frugoni, di Francesco come una delle poche persone che nel Medioevo si siano fatte carico dei problemi del proprio tempo cercando di avere idee nuove, “profondamente convinto che l’elemosina non fosse altro che parziale restituzione dovuta ai poveri”.
    Principio davvero scandaloso, che Francesco aveva messo nella sua regola, che la Chiesa poi non avrebbe mai approvato. E già, come accettare un principio talmente forte e rivoluzionario! Avrebbe sconvolto il mondo. La regola di quel “pazzo” che, Chiara Frugoni ha ben spiegato, non ha mai detto “sopporta perché acquisterai meriti in paradiso”, perché quello che sentiva davvero, Francesco, è “vera e propria responsabilità morale”.
    Roba da pazzi, roba che avrebbe davvero rivoltato il mondo! Che per carità… certi equilibri ce li siamo tenuti ben stretti.
    Eppure, quel sogno di Francesco, convinto che “la legge naturale prescrive agli uomini di avere l’uso delle cose necessarie alla loro conservazione, ma non li obbliga in alcun modo alla proprietà” (solo l’uso è necessario alla vita degli uomini e, come tale, irrinunciabile), come ha spiegato Chiara Frugoni, avrebbe da insegnarci molte cose, se volessimo provare a cambiarle, le cose. Se volessimo davvero scegliere un’inversione di rotta.
    Cominciando dunque col restituire l’uso delle cose necessarie alla vita di cui noi troppi abbiamo espropriato, costringendoli a rubacchiare le nostre briciole. Anche al prezzo enorme della vita.
    No, proprio non è possibile archiviare, come notizia di ieri, il pensiero di quel corpo dissanguato, a pochi metri da un distributore di merendine…

    scritto per Ultimavoce.it


    Ricostruire su ciò che resta di Pompei. Due disegni di legge per ricominciare

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    Ha ragione Carla, Carla Ferrari Aggradi. E il suo è anche il nostro stupore, se nel convegno nazionale del 10 giugno non c’è stato alcun riferimento all’esperienza basagliana e a quello che ha rappresentato e rappresenta nel mondo il DSM di Trieste… Come se, riprendo le sue parole che meglio non potrebbero fotografare l’assurdo, “quarantaquattro anni dalla legge 180, quarantaquattro anni di psichiatria antimanicomiale, di riscoperta di donne e uomini nascoste dietro la sofferenza mentale, di diritti riconsegnati ai ‘pazienti dei servizi psichiatrici’, di rispetto per la loro sofferenza, per la loro vita… non fossero esistiti”.
    E la risposta al suo invito è: sì. Se storia c’è stata, riprendiamola, quella tessitura…
    Tanto per cominciare riproponendo le “Disposizioni in materia di salute mentale”, il disegno di legge del 2017 firmato a Nerina Dirindin e Luigi Manconi, ripresentato in questa legislatura dall’on. Elena Carnevali e dalla senatrice Paola Boldrini, che dà piena attuazione alla legge 180. Per valorizzare le rimonte e i successi che pure ci sono stati grazie a quella legge e il diritto riconquistato delle persone.
    Come si è iniziato a discutere nell’ultimo incontro del Forum della Salute Mentale. Certo, si è detto, bisognerà iniziare a bussare forte alle porte della politica.
    Che ascolterà? Il dubbio è legittimo, guardandosi intorno…
    E allora… “Bisognerà andare per strada e urlare con la nostra presenta contro tanta piattezza dell’ascolto… urlare col dolore che danno le cose che succedono”. Parole di Peppe Dell’Acqua, che non conosce mezzi termini. E come dargli torto.
    Urlare col dolore che danno le cose che succedono…
    Le cose che succedono hanno il volto di Wissem Ben Abdel Latif, che è il volto di quanti ancora soffocano legati a un letto di contenzione. Hanno la voce muta di Fedele Bizzocca, malato psichiatrico morto nel settembre scorso nel carcere di Trani, che è il silenzio di tutti “i casi problematici in particolare di natura psichiatrica”, persone intrappolate, non meno che nelle parole con le quali le pronunciamo, nelle narrazioni tossiche che facciamo di dolorosi fatti di cronaca… e le persone diventano “mostri” da cui difenderci, invece che persone da curare. Le cose che succedono hanno il nome di Alejandro Meran, intrappolato anche lui, come tanti, nella gabbia dell’irresponsabilità penale…
    Le cose che succedono, in maniera meno eclatante, ma non meno crudele, sono la cronaca di tanta distrazione e di scelte arroganti delle politiche sanitarie degli ultimi tempi, con il fallimentare sistema “ospedale al centro e tanto privato”, che tanta solitudine continua a produrre e che ha di fatto tradito lo spirito della riforma sanitaria del ’78.
    Due, dunque, i corni del problema. L’attuazione su tutto il territorio della penisola dei principi della 180, e delle pratiche che da questa sono discese, e il superamento di quell’obbrobrio che viene direttamente dal codice Rocco a proposito di irresponsabilità penale, misure di sicurezza e tutto il corollario che ne discende. E anche per questo è bello pronto in parlamento il disegno di legge a firma Riccardo Magi, che permetterebbe di superare le vecchie norme del codice Rocco, intanto restituendo, insieme alla responsabilità penale, dignità a chi ne viene privato, e così creando le premesse, come giustamente ha scritto su queste pagine Pietro Pellegrini, per “rifondare su basi nuove il “patto sociale”, la giustizia e la cura delle persone con disturbi mentali”.
    Dare dunque piena attuazione ai principi della 180.
    Riprendendo gli interventi dell’ultimo incontro del Forum, che già segnano l’inizio di un percorso…
    “Tanto per cominciare il disegno di legge può essere un buon ‘manuale’ per mettere in moto la terza rivoluzione: l’attuazione in tutto il territorio di strumenti adeguati come in diversi dipartimenti di salute mentale già avviene. Per rivalutare soprattutto il ruolo delle persone con esperienza. Per richiamare i servizi, i dipartimenti, le regioni, la magistratura a vigilare sull’attuazione delle misure di sicurezza…”
    Un disegno di legge che, individuando concretamente livelli di assistenza, percorsi di cura, prevedendo l’operatività dei servizi sul territorio per 24 ore al giorno, mettendo sempre al centro la persona e i suoi bisogni… intanto ci riporta nell’abito dei principi del piano d’azione della salute mentale dell’OMS, come della Convenzione ONU dei diritti delle persone con disabilità. Che a tratti sembriamo aver trascurato.
    Al centro, ritorna, concreta, in tutte le sue possibili articolazioni, la città che cura, una città che si chiede “come curare” non “dove metterle”, le persone. Dove fra l’altro il servizio di salute mentale può essere servizio di base e non specialistico della psichiatria, al quale i cittadini possono accedere insieme agli altri servizi.
    Insomma, un ddl, come spiega Daniele Piccione, distonico rispetto a quello che sta accadendo, che disegna “una certa idea di mondo” che ci piace. Rimettendo al centro la partecipazione a livello locale, perché dove manca la partecipazione i servizi sono scadenti. E le tristi cronache con protagoniste persone malamente seguite, quando non seguite per niente, ne sono il tremendo ricasco…
    Anche su questo il disegno di legge vuole fare chiarezza e dare precise e concrete indicazioni. Nodo quanto mai cruciale, quello del TSO. Troppo spesso mal interpretato nella sua attuazione, tradotto in pratiche violente, è diventato (ancora parole di Piccioni) “finestra attraverso la quale il tentativo di ritorno della coercizione, delle oppressioni hanno fatto capolino nell’ordinamento”. Cosa ben lontana dall’idea con la quale era nato un provvedimento che voleva essere non sopraffazione, piuttosto abbraccio di cura che passa attraverso confronto e mediazione.
    Insomma, una legge non da modificare, la 180, ma da applicare pienamente, (ci sono regioni dove mai è stata davvero applicata, mentre oggi subisce attacchi là dove ha meglio funzionato…) contro tanti luoghi comuni e cattive psichiatrie che, mettendo al centro la malattia e non l’uomo, la vogliono di fatto cancellare.
    Ben venga dunque questa sorta di contrattacco contro chi la rivoluzione di Basaglia vorrebbe fare agonizzare per poi cassarla del tutto. E la legge proposta ne può diventare vessillo…
    Insomma, una chiamata alle armi, che non può che essere rivolta soprattutto alle più giovani generazioni. Che abbiamo sentito denunciare, fra l’altro, di essere costretti a lavorare con le mani legate, confrontandosi col disinteresse di dirigenti e politici… e pur continuando, come possibile, “a coltivare con le loro forze la vite lì vicino”…
    Mi permetto di rubare una bellissima suggestione suggerita da Salvatore Marzolo che citando dal “Libro di sabbia” di Borges, “la febbre e l’agonia sono piene di inventiva”, si chiede: “Allora forse tocca a noi ricostruire su ciò che resta di Pompei? Metaforicamente parlando… E se spesso si indulge nella celebrazione di Pompei, si può forse trovare un compromesso fra i re sepolti e gli artigiani che oggi coltivano la vite lì vicino e ci fanno comunque un buon vino”.
    Senza però dimenticarla, questa Pompei…
    “Senza dimenticare. Come Enea porta in spalla Anchise e sotto al braccio Ascanio”.
    “Sepolto Anchise con tutti gli onori e i pianti, sarà Ascanio a seminare, coltivare viti, fondare città…” Ridando la parola a Peppe Dell’Acqua, che tutto questo nuovo sommovimento ha voluto e con passione ha sollecitato…


    a proposito di Medea…

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    Solo qualche breve appunto, richiamato dalla tremenda vicenda della giovane madre che ha ucciso la figlioletta, e rileggendo parole a proposito del complesso di Medea…
    Senza voler assolutamente entrare nel merito, né della cronaca, né dei percorsi della mente… ma, molto a margine, pensando a Medea, e al peso insostenibile del suo terribile destino, se per noi tutti è ormai il prototipo della madre assassina. Già, la madre assassina come ce la tramanda Euripide che nella sua tragedia racconta della maga tradita e ripudiata da Giasone e che, folle di gelosia e ferita nell’orgoglio, uccide i figli avuti da lui.
    Condannata dalla morale, dagli Dei e dalla Storia, è questa l’unica Medea che noi conosciamo, che riappare in noi come immagine paurosa e mostruosa, gravida di colpe inemendabili… ogni volta che, e purtroppo accade, ci troviamo di fronte a vicende dolorose e atroci come questa della giovane madre che ha ucciso la sua bambina.
    Eppure…
    “Non riuscivo a crederci. Possibile che una guaritrice ed esperta di magia che doveva essere emersa da antichissimi sostrati mitici, da epoche in cui i figli erano il bene supremo di una tribù e in cui le madri venivano tenute in grande stima proprio per la loro capacità di perpetrare la stirpe, proprio lei avesse ucciso i propri figli?”. Così si era interrogata, all’inizio degli anni ’90, Christa Wolf che entra allora in contatto con Margot Schmidt, una studiosa del mondo antico, di Basilea, e da questa viene portata sulle tracce di tutt’altra storia.
    Secondo gli studi e i documenti trovati dalla Schmidt, fonti antiche parlano piuttosto dei tentativi di Medea di salvare i suoi figli dall’aggressione della gente di Corinto, documenti ben antecedenti a Euripide, che sarebbe stato il primo ad attribuire a Medea l’infanticidio.
    Così la Wolf, ripercorrendo le strade del mito, studiando, analizzando frammenti, ci racconta di un’altra Medea, componendo un romanzo appassionato e appassionante. “Medea, voci”.
    La Medea che ci restituisce la scrittrice tedesca è tutta nella storia della donna straniera, che viene dalla Colchide, che non ha ucciso i suoi figli, ma che dalla gente di Corinto viene respinta ed emarginata, e sarà quella gente a uccidere i suoi figli. La sua colpa? Essere irriducibile alle regole del potere e avere scoperto il crimine sul quale era fondato il regno di Corinto.
    Da leggere, questa vicenda, anche come una storia sul potere, su una cultura “definita sempre più da valori e bisogni maschili che crea la paura della donna…”
    Ed Euripide, che dà voce a questa cultura, sembra che avesse manipolato la realtà per assolvere gli abitanti di Corinto, colpevoli di aver massacrato i figli di Medea. Insomma, ragion di stato… Un saggio di Anna Chiaroni, a postfazione del libro (pubblicato dall’editore e/o), richiamando la storiografia antica, parla del dettaglio dei quindici talenti che Euripide avrebbe ricevuto per scrivere la sua tragedia, modificando la vera storia. Un’opera di mistificazione, che gli studiosi sembra conoscessero da tempo. Quindici talenti d’argento… per ben costruire un mito che è arrivato fino a noi.
    Christa Wolf, ribaltando tutto questo, ripercorrendo i miti antichi, ci regala un bellissimo romanzo, che, insieme all’immagine di una donna forte e generosa, di una donna che “prima di ucciderti dovranno uccidere il tuo orgoglio” … , ci apre al dubbio. Che sempre dovremmo avere davanti a tante consolidate certezze.
    E se volete andare più a fondo, c’è un altro libro con cui accompagnarsi: “L’altra Medea, premesse a un romanzo”, che racconta e tutto spiega il percorso seguito dalla scrittrice, le sue riflessioni…
    Un percorso complesso e interessantissimo. Ne riporto qualche piccolo passo.
    “Credo che la figura di Medea tratteggiata da Euripide sia ineguagliabile, così grande nella sua selvatichezza, che è impossibile misurarcisi. Ma può anche capitare che oggi qualcuno si interroghi su quel tipo di impostazione e si permetta di proporre un’altra versione (…). La mitologia è un paesaggio così ricco di fonti e così bello che ci si può muovere davvero liberamente. Esistono almeno una dozzina di fonti diverse sulle sorti di Medea. In una è regina di Corinto, in altre si narra che venga sollevata da terra dal carro di Atena… Ci sono moltissime fonti diverse, e libera e disinvolta ho potuto andare a cercarmi quel che mi interessava. Infatti, la maggior parte di ciò che trova nel libro non si basa sulle fonti ma è inventato. Quello che propone il libro sono modelli…”
    Pensando agli scrittori, i veri scrittori, che magicamente capaci di attraversare le barriere del tempo, indagando il passato anticipano il futuro. E ci regalano voci, non per assolvere o condannare, ma per aiutarci a non lasciarci imprigionare nella trappola dei luoghi comuni…

    scritto per Ultimavoce.it

    Una legge per l’attuazione della 180

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    C’è un disegno di legge nei cassetti del parlamento, accantonato da qualche anno per via dell’indifferenza di questi tempi… diciamo “non luminosi”, a voler usare un eufemismo. “Disposizioni in materia di salute mentale”, il disegno di legge firmato a Nerina Dirindin e Luigi Manconi, presentato nel 2017. Ma la polvere di cinque anni che vi è caduta sopra, non ne ha offuscato la necessità, che mai come oggi diventa urgenza, guardando alla deriva dei servizi di salute mentale, alle profonde disuguaglianze sul territorio, alla mancanza di risorse economiche e professionali che vengono da più parti denunciate, cui risponde il silenzio distratto delle istituzioni…
    Di cosa si tratta? Di un disegno di legge che dà piena attuazione ai principi della 180.
    “Per valorizzare le rimonte e i successi che pure ci sono stati grazie a quella legge e il diritto riconquistato delle persone…” parole di Peppe dell’Acqua, che tutto bene riassume.
    Un obiettivo semplice e per questo utopico forse, lo definisce.
    Un obiettivo utopico? Ma non era sembrata utopia anche il “semplicissimo” pensiero di Basaglia? L’idea che la libertà è terapeutica e i manicomi andavano abbattuti…
    E allora parliamone, spigolando fra gli interventi dell’ultimo incontro del Forum della Salute Mentale, dove di questo si è discusso.
    “Tanto per cominciare il disegno di legge può essere un buon ‘manuale’ per mettere in moto la terza rivoluzione (ne abbiamo parlato ndr): l’attuazione in tutto il territorio di strumenti adeguati come in diversi dipartimenti di salute mentale già avviene. Per rivalutare soprattutto il ruolo delle persone con esperienza. Per richiamare i servizi, i dipartimenti, le regioni, la magistratura a vigilare sull’attuazione delle misure di sicurezza…”
    Un disegno di legge che, individuando concretamente livelli di assistenza, percorsi di cura, prevedendo l’operatività dei servizi sul territorio per 24 ore al giorno, mettendo sempre al centro la persona e i suoi bisogni… intanto ci riporta nell’abito dei principi del piano d’azione della salute mentale dell’OMS, come della Convenzione ONU dei diritti delle persone con disabilità. Che a tratti sembriamo aver trascurato.
    Al centro, ritorna, concreta, in tutte le sue possibili articolazioni, la città che cura, una città che si chiede “come curare” non “dove metterle”, le persone. Dove fra l’altro il servizio di salute mentale può essere servizio di base e non specialistico della psichiatria, al quale i cittadini possono accedere insieme agli altri servizi.
    Cosa che è esattamente l’opposto delle politiche sanitarie degli ultimi tempi con il fallimentare sistema “ospedale al centro e tanto privato”, che tanta solitudine continua a produrre e che ha di fatto tradito lo spirito della riforma sanitaria del ’78.
    Insomma, come spiega Daniele Piccione, consigliere parlamentare, questo disegno di legge, distonico rispetto a quello che sta accadendo, “è una certa idea di mondo”…
    Piccione, che è profondo conoscitore della Costituzione, in un suo prezioso libro (Basaglia, il pensiero lungo, edizioni Alpha Beta Verlag) spiega come la legge 180 abbia radici, e ben radicate, nella Costituzione. E che Basaglia ci ha ricordato che “i malati di mente” sono cittadini con pieni diritti costituzionali. Pensiero semplicissimo ed enorme al quale bisogna ritornare, nonostante tutto, in questo momento di cupezze in cui tutto sembra andare in senso opposto. O forse proprio per questo.
    E con lucidità rimettere l’accento sulla partecipazione a livello locale, perché dove manca la partecipazione i servizi sono scadenti. E quanti casi di persone non seguite che rischiano di essere protagonisti di tristi cronache…
    Già. La cronaca tante volte sembra sopraffarci. Confusi quando non obnubilati da narrazioni tossiche di dolorosi fatti di cronaca, così facilmente confondiamo e sovrapponiamo misure di sicurezza con la necessità della cura, vedendo “mostri” da cui difenderci, in persone invece da curare.
    Anche su questo il disegno di legge vuole fare chiarezza e dare precise e concrete indicazioni. Nodo quanto mai cruciale, quello del TSO. Troppo spesso mal interpretato nella sua attuazione, tradotto in pratiche violente, è diventato (ancora parole di Piccioni) “finestra attraverso la quale il tentativo di ritorno della coercizione, delle oppressioni hanno fatto capolino nell’ordinamento”. Cosa ben lontana dall’idea con la quale era nato un provvedimento che voleva essere non sopraffazione, piuttosto abbraccio di cura che passa attraverso confronto e mediazione.
    Insomma, una legge non da modificare, la 180, ma da applicare pienamente, contro tanti luoghi comuni e cattive psichiatrie (quelle che dimenticano che al centro è l’uomo e non la malattia) che la vogliono cancellare. Certo, un testo con obbiettivi ambiziosi, questo del disegno di legge Dirindin-Manconi, mentre ci sono regioni dove mai è stata davvero applicata, la 180 subisce i peggiori attacchi proprio là dove meglio ha dato i suoi frutti. Come le recenti cronache triestine raccontano…
    Ma ben venga questa sorta di contrattacco contro chi la rivoluzione di Basaglia vorrebbe respingere nel nulla, cominciando intanto ad arginare l’involuzione dell’oggi.
    E mi sembra, l’avvio di questo dibattito, come il vento d’un soffio, per disperdere la polvere che negli ultimi cinque anni si è depositata sul disegno di legge, che è stato presentato anche in questa legislatura dall’on. Elena Carnevali e dalla senatrice Paola Boldrini. Una chiamata alle armi, anche e soprattutto rivolto alle più giovani generazioni. A tutti coloro che denunciano di essere costretti a lavorare con le mani legate, confrontandosi col disinteresse di dirigenti e politici…
    Per dare inizio alla battaglia. Che significa confrontarsi con le diverse realtà, e anche rivendicare risorse che non siano l’indecenza che è oggi la quota del fondo sanità per salute mentale (neanche il 3 per cento!). E bussare forte alle porte della politica.
    Che ascolterà? E se non ascolta?
    E’ senza mezzi termini Peppe Dell’Acqua: “Bisognerà andare per strada e urlare con la nostra presenta contro tanta piattezza dell’ascolto… urlare col dolore che danno le cose che succedono”.
    Come dire: riscopriamoli infine il coraggio e la passione civile che hanno accompagnato, quarantacinque anni fa, il cammino del cambiamento …

    scritto per Ultimavoce.it


    Captivi

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    Quale società si riflette nelle immagini che arrivano dalle nostre carceri? Pensiero che ritorna e ritorna…
    Ho riaperto le pagine di un libro fotografico di qualche anno fa: Captivi, di Pietro Basoccu. E’ il racconto di un carcere della Sardegna, fatto di immagini tutte rigorosamente in bianco e nero, e non credo meglio si potrebbe dipingere il grigio soffocante di un’ossessione, fatta di ruggine, di ferro e silenzi, che intrappolano l’anima.
    Immagini accompagnate dagli appunti di Pietro Basoccu, medico pediatra e fotografo, che, per una campagna fotografica del 2010, era entrato in carcere allora per la prima volta.
    “Muri muri, ovunque vedo muri, spessi, di granito, che decorano alcune celle e mi riportano alla memoria luoghi sacri… strutture ipogeiche dell’era neolitica…”. Il suo stupore, che è stato anche il mio stupore la prima volta che ho messo piede in un carcere. E sarebbe, ne sono certa, lo stupore di chiunque vi si affacciasse per la prima volta.
    “Voltaire diceva che la civiltà di un paese si misura osservando la condizione delle nostre carceri”, ricorda. “Le sue parole sono per la nostra società una condanna senza appello”. Ancora un pensiero, di Basoccu, che è anche il mio pensiero. E sarebbe il pensiero di chiunque vi entrasse e si guardasse intorno, senza chiudere gli occhi né l’anima.
    Forse è per questo che li tengono ben serrati, portoni e cancellate delle carceri. E ben alte e senza spiragli vengono innalzate le mura di cinta. Perché sono convinta che se le persone potessero vedere (e vedrebbero cose inimmaginabili) qualcosa si incrinerebbe nel guscio duro dei nostri cuori. Ma anche nella corazza presuntuosa delle nostre intelligenze.
    E allora portiamole fuori, le urla silenziose che contro quelle mura si infrangono, anche attraverso queste immagini.
    E’ vero, le parole di Voltaire sono una condanna senza appello per la nostra società. La stessa condanna senza appello che gridano questi sguardi, queste bocche chiuse, queste ombre… ritratte nella quotidianità di dettagli che si fa fatica a immaginare.
    “Lunghi corridoi, porte vecchie e arrugginite che vengono chiuse con grandi chiavi di ferro dorate e poi gabbie, gabbie e gabbie. Qualcuno grida, sporge lamano e il braccio dallo spioncino, altri urlano: ‘Siamo bestie chiuse in gabbia’ …”.
    Ma forse ancor più raggela lo sguardo su quell’unico cortile dove si trascorre l’ora d’aria, uno spazio angusto dove “le persone passeggiano avanti indietro come automi in modo convulso ma ordinato, qualcuno gioca a carte”.
    Portiamole fuori, queste immagini, che nella loro dolorosa bellezza sanno svelare tanta bruttezza. Così tutti potremmo esser presi da un dubbio: e come si può diventare migliori (non è questo che si pretende incarcerando?) circondati solo da bruttezze e squallori?
    Appunta, Basoccu, di una cella, lunga cinque metri e larga quattro e mezzo, con un letto a castello a tre piani, panni appesi alla finestra e borsoni sparpagliati, pacchi di pasta e cestini colmi di rifiuti. E una tenda che nasconde il bagno.
    E arriva insopportabile, da quell’immagine, l’odore del carcere. Per chi l’ha sentito (a me, per sbaglio, è capitato) un odore che poi non dimentichi più. E ti chiedi, ancora, com’è possibile migliorare, ma anche solo vivere, pensare, sperare, nel sentore soffocante di quelle mura.
    Leggevo in questi giorni, in un articolo su lindro.it, di una sentenza di Cassazione che boccia come “inumano e degradante” il wc all’interno della stanza detentiva. E “afferma che la separazione assicurata da un muretto alto un metro e mezzo non cambia le cose, né sotto il profilo della privacy né della salubrità…la terza sezione della Cassazione ha avuto modo di contestare al Ministero che la ‘presenza del wc all’interno della stessa stanza dove il detenuto cucina, mangia e dorme senza un’effettiva separazione aveva inciso sulla condizione detentiva rendendola degradante e comprimendo non solo il diritto alla riservatezza ma anche la salubrità dell’ambiente’. C’era bisogno di una sentenza, per capirlo e saperlo”.
    C’era bisogno di una sentenza e tre gradi di giudizio per capirlo e saperlo. Ma chi ne parla? E cosa e a chi importa?
    Eppure, credo che se potesse uscire, l’odore rappreso del carcere, e raggiungerci tutti, forse un po’ di disgusto lo proveremmo tutti, e forse qualche domanda in più ce la faremmo tutti su tanta nostra cattiva insensatezza.
    Captivi. Non è detto in quale carcere della Sardegna erano state scattate le immagini di questo lavoro. Ma poco importa. Potrebbero essere le immagini colte in un qualunque carcere dell’intera penisola, perché in quegli squarci di ombre è condensata l’essenza stessa del carcere, di una pena che, al di là di tante buone parole, è spregio per l’uomo, per la sua dignità, E’ irriformabile violenza.

    scritto per Voci di dentro



    due lettere… due madri… il loro dolore…

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    Ho fra le mani due lettere. Di due madri che combattono al fianco dei loro figli con malattie, disabilità così gravi che tutta la loro vita hanno assorbito… e potete immaginare i decenni di fatica, difficoltà, dolore… Cui si aggiungono ostacoli che diventano muri, che meccanismi della nostra società spesso oppongono loro, respingendo, oltraggiando anche… Leggo dell’una e leggo dell’altra, storie diverse, e così eguali se entrambe sentono il bisogno di rendere pubblico il dolore di questo momento più difficile di tanti altri pur attraversati.
    Pensavo di estrarne stralci, da commentare, magari. Ma difficile trovare parole più chiare e forti delle loro. Quindi ve le sottopongo nella loro interezza.
    Solo qualche cenno.
    La prima è di Gabriella La Rovere, che è medico e scrittrice, e da sempre si batte per dare voce, attraverso la sua esperienza, alle condizioni di chi vive situazioni cliniche e familiari difficili, per provare a scuotere coscienze. Denuncia un sistema che nega il ricovero nella struttura sanitaria di cui sua figlia ora ha bisogno.
    La seconda è di Elena Improta, fra l’altro impegnata da sempre nelle politiche sociali, presidente della Onlus “Oltre lo sguardo”. E’ una richiesta di aiuto per giovane uomo gravemente disabile in causa da 26 anni per risarcimento danni da parto, e che ora si sente comprensibilmente “oltraggiata” da una sentenza che respinge il risarcimento e condanna lei e il figlio “al pagamento delle spese per un importo talmente spropositato da apparire punitivo e dissuasivo…”

    Leggete…


    Avere una figlia con una malattia rara significa convivere con un dolore sordo, costante, ed esserne anche il medico carica tutto di lacerante consapevolezza, di pesanti responsabilità.
    La sclerosi tuberosa è una malattia bastarda nella quale le formazioni tumorali (di solito benigne, ma non è detto!) interessano tanti organi danneggiandone la funzione. Ed ecco perciò l’epilessia non controllata dai farmaci, il ritardo mentale, l’autismo, la lenta evoluzione verso l’insufficienza renale, il possibile interessamento polmonare, cardiaco, e così via.
    Mia figlia ha anche un aneurisma del sifone carotideo sinistro, una complicanza ancora più rara all’interno della sua straziante rarità, che le conferisce l’onore (!) di essere il 19esimo caso al mondo. La scelta di cosa fare è spettata a me, e mentre la parte materna urlava il suo dolore contro il Cielo, quella professionale valutava i pro e i contro di un intervento chirurgico rischioso che poteva portare a conseguenze ancora più gravi, considerava la paziente nella sua particolare unicità e optava verso una vita piena, degna di essere vissuta per tutto il tempo che le sarebbe stato concesso.
    Pensavo che tutto questo fosse più che sufficiente, invece la vita mi ha posto davanti un altro mostro contro il quale è difficile, quasi impossibile combattere: la schizofrenia e l’evoluzione psicotica grave che trasforma mia figlia in un essere rabbioso, con occhi e voce diversi, e che nel novembre 2019 ha tentato più volte di aggredirmi, fino a riuscirci. La nostra vita è cambiata, i momenti di serenità sono pochissimi perché vivo nella paura della sua perdita di controllo ad ogni minimo imprevisto. L’interessamento ingravescente cerebrale l’ha resa molto incerta nel camminare e a tutt’oggi non sono sicura che non possa perdere la coordinazione motoria portandola all’uso della sedia a rotelle.
    È indubbio che le nostre esistenze debbano dividersi ed è qui che inizia un’altra brutta storia, fatta di omissioni e “leggerezze”. Attualmente, quando una persona autistica diventa maggiorenne, passa in carico al Centro di Salute Mentale (CSM) del proprio territorio che, il più delle volte, non ha la giusta competenza per affrontarne il complesso mondo, riducendo il tutto a carichi di farmaci, spesso in grado di innescare effetti paradossi.
    Nonostante ripetute segnalazioni – le mie e quelle di due operatrici di una cooperativa che collabora con il distretto sanitario, una delle quali aggredita fisicamente – da più di un anno il CSM è inadempiente nell’autorizzare l’inserimento di mia figlia in una residenza sanitaria. In Umbria, dove viviamo, c’è l’Istituto Serafico di Assisi, struttura molto qualificata sia dal punto di vista pedagogico-abilitativo che medico. L’inserimento sarebbe possibile perché c’è posto e mia figlia vi ha già trascorso 30 giorni, in seguito al nullaosta del Giudice Tutelare del Tribunale di Spoleto al quale avevo sottoposto il caso e che aveva convenuto l’esattezza della mia richiesta.
    Sorvolo, ma non dimentico, la gogna alla quale sono stata sottoposta con insinuazioni becere di voler “rinchiudere” mia figlia, di essere una donna “psichicamente provata”. Sono sopravvissuta a Bettelheim e, per fortuna, la medicina è una scienza, non mero empirismo
    In tutto questo tempo (perso) il CSM e il Distretto Sanitario hanno affermato a voce che non ci sono i soldi e, su suggerimento delle assistenti sociali, continuano a proporre una residenza socio-assistenziale perché più economica, a dispetto del quadro clinico, indiscutibilmente grave. A questo punto non posso che prendere atto che una sanità che, in condizioni di innegabile gravità clinica, opta per il risparmio deve prendersi tutte le responsabilità morali, sociali e penali del caso.

    Dott.ssa Gabriella La Rovere





    Sono Elena mamma di un giovane uomo di 32 anni affetto da una gravissima disabilità, oltraggiato dall’esito ad oggi di una causa civile di risarcimento per i danni subiti al parto, iniziata nell’aprile 1996 presso il Tribunale di Roma ….Il diritto di Mario ad un giusto processo è stato innanzitutto violato e calpestato da 26 anni di causa , devastanti da un punto di vista emotivo, psicologico ed economico, durante i quali ho sempre mantenuto fiducia nella Giustizia e nell’Ordinamento Giudiziario.
    Oggi, per la prima volta in questi 26 anni di silenziosa e fiduciosa sofferenza, alla vigilia del mio 59mo compleanno, sono costretta a dare voce al mio sgomento ed incredulità davanti all’esito incomprensibile della causa in sede di rinvio…
    La Corte di Cassazione nel 2017 riconosceva che doveva ritenersi provata l’esistenza di nesso causale tra la condotta omissiva dei medici e la patologia subita dal paziente
    Oggi dopo 5 anni dopo un iter quanto meno tortuoso ed incoerente la Corte di Appello ribalta le conclusioni della Corte di Cassazione , respinge il risarcimento e condanna me e Mario al pagamento delle spese per un importo talmente spropositato da apparire punitivo e dissuasivo…. Quasi 300mila euro …
    Non posso credere che questa sia Giustizia !!!
    Mi appello a voi Presidente Mattarella
    Presidente Draghi , Ministro Cartabia “

    Ho speso la mia esistenza a tutelare i diritti di Mario e non solo !
    Ora sono molto provata e stanca sono traumatizzata da questo evento che mi toglie energia per poter prendermi ancora cura di Mario sono spaventata e morta dentro.
    Procederò facendo nuovamente ricorso in Cassazione sperando di averne la forza fisica e mentale continuerò a fare sacrifici e privazioni Ma resta l’umiliazione di una madre e di un figlio , restano pochi anni davanti a noi e spenderli con questa prospettiva mi annienta
    La magistratura non può permettere tutto questo dopo 26 anni! Come ridurre i tempi della giustizia civile? Come velocizzare questi procedimenti?
    I medici in sala parto hanno tolto a Mario l’opportunità di essere una persona neurotipica, i Giudici gli stanno togliendo l’opportunità di vivere dignitosamente da persona con disabilità, peraltro da sempre generosa e pronta ad aiutare altre persone con disabilità… lo abbiamo ampiamente dimostrato negli ultimi 16 anni.

    Io e Mario due volte oltraggiati, abbiate compassione per questa nostra lettera

    Elena Improta


    Difficile aggiungere parole. Solo una breve osservazione, per ricordare che il dolore che ci viene raccontato è il dolore di tante altre persone, di tante altre famiglie, di tante altre donne, soprattutto, perché sono in stragrande maggioranza le donne a farsi carico dell’assistenza di familiari malati. E sono soprattutto figli.
    Il rifiuto, che arrivi dal sistema sanitario come per Gabriella o dal sistema giudiziario come per Elena, è l’espressione di un sistema che dimentica cosa sia il diritto alla cura, come pure pensato e sancito dalla legge di riforma sanitaria del ’78, e dove il confronto fra diritti e interessi di soggetti diversi, pubblici e privati, diventa scontro, e non mediazione, nell’abbraccio del cittadino, come dovrebbe infine essere…

    scritto per Ultimavoce.it

    La prigione e la piazza

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    La cosa più sconfortante, occupandosi di carcere e delle persone che vi sono sigillate dentro, è rendersi conto di quanto sia grande l’indifferenza. Quando non la ferocia, aizzata spesso a uso e consumo delle convenienze politiche del momento. E quanto è più facile voltare lo sguardo da un’altra parte, non sapendo, o preferendo non sapere, che la violazione dei più elementari diritti umani nelle carceri è cosa quotidiana.
    Convinti che quanto di terribile possa essere la carcerazione è roba che tocca “altri”. I cattivi, gli indegni, i miserabili che non vogliamo vedere in giro, a inquietare lo scorrere delle nostre esistenze.
    Eppure, siamo convinti che se le persone davvero sapessero, se davvero vedessero, se potessero confrontarsi con la verità bruciante di storie altre, con i propri dubbi e paure, anche, qualcosa in molti cambierebbe.
    Così, ragionando di questo, con Sandra Berardi, fondatrice dell’associazione Yairahia, che si occupa di diritti dei detenuti, ci siamo dette, o meglio, l’idea prima è stata sua, che mi ha detto: ma perché, invece di andare a portare testimonianze e discuterne, come normalmente si fa, in contesti in cui si è, in linea di massima, già tutti d’accordo, per una volta non provare a uscire dai dibattiti fra gli addetti ai lavori e portare il carcere in piazza?
    Già, portare la discussione sul carcere nelle strade, fra la gente, con i racconti, i libri, i dossier, le testimonianze dirette… per restituire la parola agli esclusi, alle loro voci che troppo spesso si infrangono sulle mura di “un’istituzione totale che ha storicamente fallito la sua missione”.
    Così è nata l’idea della mostra-mercato, di libri dal e sul carcere, “La prigione e la piazza”, promossa dalle associazioni Yairaiha Onlus e Napoli Monitor. E che subito ha trovato l’adesione e la collaborazione di La Partita, dell’Ex Caserma liberata di Bari, del Comitato verità e giustizia per i morti del S.Anna di Modena, di Economia Carceraria, dell’Associazione Bianca Guidetti Serra, degli editori Strade Bianche di Stampa Alternativa e Sensibili alle Foglie, di Nuvola Rossa, e del Comitato verità e giustizia per Wissem Ben Abdel Latif.
    Una mostra-mercato che fra la primavera e l’autunno girerà l’Italia. Le regioni del Centro- Sud, per ora. Ma già il calendario potrebbe allungarsi, già altre sono le piazze che offrono il loro spazio. E sarà l’occasione di incontri/dibattiti per approfondire tanti aspetti della questione carceraria. Dall’ergastolo, ai regimi differenziati, alla salute, alla violenza in carcere, al pensiero abolizionista…
    E ora si parte. Questa settimana appuntamento il 13 e il 14, a partire dalle 16 di venerdì, a Napoli, a Piazza del Gesù Nuovo, tanto per cominciare, nel cuore della città che per prima ci accoglie. E saranno parole come pietre, con le testimonianze di persone che il carcere l’hanno visto da vicino, come Sandra Berardi, che molte prigioni ha ispezionato al seguito dell’ex deputata europea Eleonora Forenza, o Nicoletta Dosio, volto storico del movimento No Tav, che il carcere l’ha vissuto sulla sua pelle.
    Parole come pietre con, fra gli altri, il Comitato verità e giustizia per i morti del carcere sant’Anna di Modena.
    Perché se qua fuori noi ce ne siamo dimenticati, ci sono morti che ancora aspettano la giustizia di un briciolo di verità… se, con l’esplosione della pandemia di covid, “al disinteresse generale nei confronti dell’umanità reclusa si è aggiunta una narrazione tossica da parte dei media che hanno raccontato in maniera pregiudiziale le rivolte del marzo 2020, tacendo perlopiù la disastrosa non-gestione dell’emergenza pandemica nelle carceri, e ignorando gli scandali dei pestaggi e dei quattordici detenuti morti in circostanze dubbie durante le rivolte”.
    La luna / questa notte / riempie il cielo / riversa sulla terra / la sua luce bianca / illumina / ogni angolo / penetra nelle grotte/ senza parlare / visita i luoghi / dove vivono le ombre/ col volto di uomini / che odorano di grotta / di muschio.
    Uomini che odorano di grotta. E’ una poesia di Giovanna Farina, che ha subito quarant’anni di detenzione, che ci fa intuire qualcosa dell’odore del carcere, indimenticabile, per chi ne sia stato anche solo una volta sfiorato.
    Quell’odore… proveremo a portarlo un po’ in giro, sulle strade della gente libera, che possa esserne toccata. Che non è cosa poi così impossibile.
    “Non sapevo, non ne avevo idea…”, mi ha avvicinato una volta stupito, al termine di un incontro sull’ergastolo, un uomo che teneva per mano il suo ragazzino. E quasi mi ringraziava, e voleva saperne di più e di più… Ecco, basta questo, per uscire dallo sconforto, e provarci ancora, in luoghi aperti, dove le parole siano libere di raggiungere chiunque.
    Dunque, si parte da Napoli, per poi, di piazza in piazza, far sentire la voce degli ergastolani ostativi (quelli del fine pena mai ma proprio mai), raccontare che significa essere ammalati in carcere, e come in carcere ci si ammala, interrogare e interrogarci sul senso di una pena insensata come la reclusione in luoghi di segregazione sociale e di isolamento fisico, sempre più lontani dai perimetri urbani delle città e dal loro tessuto sociale. Quali alternative è possibile pensare, o meglio, abbiamo il dovere di pensare.
    Perché è proprio vero, come ricorda Elvio Fassone nel suo bellissimo Fine pena ora : “Per toccare il male basta allungare la mano; per toccare il bene serve uno sguardo speciale”.

    scritto per ultimavoce.it



    Il Vangelo in piazza, contro la sacralità delle religioni. Enzo Mazzi e i suoi compagni di cammino.

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    “… Perché la contesa ha qui le sue profonde radici. Qui, nel nostro sistema di guerra che impone la legge del più forte alimentando la guerra di tutti contro tutti. Qui, nel nostro sistema di produzione-consumo che succhia quasi gratis e restituisce prodotti a prezzo d’oro, spesso in forma di armi. Qui -oh bestemmia!- nelle nostre obbedienze agli assoluti religioso-ecclesiastici, i quali usano simbologia e parole di pace, ma nella sostanza e oltre le stesse intenzioni alimentano le contrapposizioni di identità religiose forti, escludenti, violente. Siamo tutti assassini… (…)
    E allora dopo gli appuntamenti nei luoghi del calvario bisognerà tornare subito qui, a rischiare magari demonizzazione e morte morale, qui nella lotta su diversi fronti, ciascuno con più forza nell’ambito in cui è collocato, contro le teste principali dell’idra”.
    Da Noi e Sarajevo. Dov’eravamo mentre uccidevano. Parole di fuoco scritte per “Avvenimenti” nel novembre del 1992 da Enzo Mazzi. E come non correre, di questi tempi, alle pagine sull’impegno del movimento pacifista in tutte le sue articolazioni, scritte, in quei giorni di un’altra guerra nel cuore dell’Europa, dal parroco della comunità fiorentina dell’Isolotto che, forte del suo radicalismo cristiano, ha segnato la storia di una delle comunità di base più vivaci del cattolicesimo critico, protagonista della lotta per una Chiesa rinnovata, libera da gerarchie, senza compromessi col potere politico…
    Letto oggi, questo articolo mi è sembrato un po’ il cuore della raccolta di scritti di Mazzi voluta e curata dalla Comunità dell’Isolotto per ricordarlo a dieci anni dalla sua scomparsa. “Compagni di cammino. Verso l’esodo dal dominio del sacro. Scritti 1981-2011”. Bella pubblicazione, affollata di voci di una memoria da non perdere, quanto mai da riascoltare, di questi tempi…
    Vi sono raccolti 38 articoli di Enzo Mazzi, pubblicati su vari quotidiani e periodici fra 1981 e il 2011. La scelta, dall’Archivio Storico, che immagino enorme, della Comunità dell’Isolotto, è andata a scritti su persone con cui la Comunità e Mazzi hanno intrecciato nel tempo relazioni, condiviso iniziative, momenti di lotta e di impegno. E sono sacerdoti, intellettuali, uomini e donne di piccoli e grandi movimenti… tutti protagonisti di una “controstoria” appassionata e appassionante che va oltre i confini del nostro paese.
    Sfilano le figure, umilissime e immense, di Giorgio La Pira, Lorenzo Milani, Oscar Romero, Leonardo Boff, Ernesto Balducci, Juan Gerardi Conedera… e Beppino Englaro, Piergiorgio Welby, Franco Basaglia… insieme al movimento dei Beati costruttori di pace, quello delle Donne di piazza Castelnuovo di Palermo, il movimento rivoluzionario del Nicaragua, la comunità rom di Firenze… e poi e poi e poi…
    A scorrerne anche solo l’indice, già ci si incanta difronte alla ricchezza di tanti, e fattivi, incontri. Protagonisti uomini e donne che hanno speso la vita, e qualcuno violentemente l’ha persa, nel cercare di costruire una società, un mondo, solidale con gli oppressi, con i più deboli, che le nostre economie di rapina con violenta indifferenza sanno così bene schiacciare… Impegno e movimenti che hanno incontrato l’ostilità, a volte feroce, proprio della Chiesa, spaventata dalla radicalizzazione evangelica, da quei suoi preti “fuori” dalla logica del potere delle gerarchie, così scandalosamente vicini al mondo operaio e contadino, ai poveri del mondo, ai movimenti rivoluzionari, persino. Quei suoi preti così indisciplinati, che chiedevano un ritorno allo spirito originario del Vangelo.
    E sono fortissimi i toni delle pubbliche parole di Mazzi in difesa dei preti colpiti da interventi disciplinari, i don Vitaliano, don Barbero, don Santoro… i preti-operai, i “disobbedienti”, figure forse a molti meno note, ma non meno importanti. Enzo Mazzi pagò anche lui quel suo impegno, con la rimozione forzata da parroco nel ’68, dopo l’esplosione delle tensioni con una delle curie al tempo più conservatrici della Chiesa italiana, e contro alcuni della Comunità dell’Isolotto vi fu addirittura un processo…
    Dall’incontro con gli uomini della Teologia della liberazione, all’abbraccio con il popolo del Saharawi, allo schierarsi al fianco di don Vitaliano, e con lui con tutto il movimento dei no global, un pensiero torna continuamente e tutto lega: la necessità del superamento della “cultura sacrale” per arrivare alla “laicità della fede”.
    Ancora fanno tremare le parole che vengono ricordate di Ernesto Balducci, cui molto Mazzi ha fatto riferimento: “Dio è la cifra assoluta dell’aggressività umana (…). L’aggressività passata attraverso Dio, sacralizzata ai vertici, ridiscende su di noi… Noi siamo i promotori di una rivoluzione non violenta all’interno della Chiesa…”. Leggere questi scritti è avventurarsi nel mondo di chi, convinto della necessità dell’eliminazione del sacro reificato dal potere, ha scelto l’uscita dalle strutture del potere, dalle ricchezze, per negare l’assoluto sul quale “pretendono di fondarsi anche le Chiese”, e per andare incontro a tutti. Andarvi incontro nelle strade, nelle piazze, in una “dimensione orizzontale della vita”. Forti di quella fede laica, “radicata nella parola di Dio, e in quella sola, parola viva, storicamente dinamica, non pietrificata” del messaggio di Bonhoeffer, il teologo “eretico” impiccato nel lager di Flossenburg.
    Quella “parola viva” che si interroga sulla finitezza come essenza stessa della vita, e non può che accogliere in un abbraccio, nel 2009, Beppino Englaro che: “mia figlia aveva un senso del morire come parte del vivere e non avrebbe accettato di essere una vittima sacrificale di una concezione sacrale della morte come realtà separata e opposta alla vita”. O che racconta del ’68 di Basaglia fra il popolo dell’Isolotto, quando “la liberazione dei pazzi era strettamente legata al sogno e ai tentativi di liberazione della società intera da ogni forma di alienazione attraverso la rete delle relazioni: la comunità liberante”. O che, con Mario Gozzini, con Don Milani, nei giorni del dibattito sul crocefisso nei luoghi pubblici, grida: “meno Croce, più Vangelo”.
    Indimenticabili compagni di cammino. Un cammino che ancora altre guerre ha attraversato, e tanto altro ci sarebbe da dire e da citare… ma come non riprendere, di questi tempi, ancora un pensiero sulla guerra. Anzi, contro la guerra.
    Scrivendo del Forum contro la guerra che si tenne a Firenze nel febbraio del 2005 (erano i tempi che si tuonava in Iraq):
    “La guerra è da bandire non solo perché crea vittime, ma anche perché soffoca la vita dell’intero pianeta in quanto sistema e divora l’esistenza anche quando non dà spettacolo di orrendi massacri. (…) Si deve affermare una strategia di pace che sia uscita risolutiva da ogni forma di militarizzazione del territorio e delle relazioni internazionali, che costruisca un’alternativa concreta, basata sulla diplomazia dal basso, sull’interposizione non violenta, sulla cooperazione e convivenza tra i popoli”
    Ha nevicato, su Firenze, nei giorni del Forum, ricorda don Mazzi. E’ durata poco, quella neve, ricorda. Ma salutando con entusiasmo i giorni del Forum, il disobbediente parroco dell’Isolotto ha voluto leggere quel breve bianco, che pure sembra avvolgere tutto nel segno della morte, come manto che “in realtà cova la vita”.
    E piacerebbe anche a noi cogliere, in questi giorni, sprazzi di quella neve…