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    due lettere… due madri… il loro dolore…

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    Ho fra le mani due lettere. Di due madri che combattono al fianco dei loro figli con malattie, disabilità così gravi che tutta la loro vita hanno assorbito… e potete immaginare i decenni di fatica, difficoltà, dolore… Cui si aggiungono ostacoli che diventano muri, che meccanismi della nostra società spesso oppongono loro, respingendo, oltraggiando anche… Leggo dell’una e leggo dell’altra, storie diverse, e così eguali se entrambe sentono il bisogno di rendere pubblico il dolore di questo momento più difficile di tanti altri pur attraversati.
    Pensavo di estrarne stralci, da commentare, magari. Ma difficile trovare parole più chiare e forti delle loro. Quindi ve le sottopongo nella loro interezza.
    Solo qualche cenno.
    La prima è di Gabriella La Rovere, che è medico e scrittrice, e da sempre si batte per dare voce, attraverso la sua esperienza, alle condizioni di chi vive situazioni cliniche e familiari difficili, per provare a scuotere coscienze. Denuncia un sistema che nega il ricovero nella struttura sanitaria di cui sua figlia ora ha bisogno.
    La seconda è di Elena Improta, fra l’altro impegnata da sempre nelle politiche sociali, presidente della Onlus “Oltre lo sguardo”. E’ una richiesta di aiuto per giovane uomo gravemente disabile in causa da 26 anni per risarcimento danni da parto, e che ora si sente comprensibilmente “oltraggiata” da una sentenza che respinge il risarcimento e condanna lei e il figlio “al pagamento delle spese per un importo talmente spropositato da apparire punitivo e dissuasivo…”

    Leggete…


    Avere una figlia con una malattia rara significa convivere con un dolore sordo, costante, ed esserne anche il medico carica tutto di lacerante consapevolezza, di pesanti responsabilità.
    La sclerosi tuberosa è una malattia bastarda nella quale le formazioni tumorali (di solito benigne, ma non è detto!) interessano tanti organi danneggiandone la funzione. Ed ecco perciò l’epilessia non controllata dai farmaci, il ritardo mentale, l’autismo, la lenta evoluzione verso l’insufficienza renale, il possibile interessamento polmonare, cardiaco, e così via.
    Mia figlia ha anche un aneurisma del sifone carotideo sinistro, una complicanza ancora più rara all’interno della sua straziante rarità, che le conferisce l’onore (!) di essere il 19esimo caso al mondo. La scelta di cosa fare è spettata a me, e mentre la parte materna urlava il suo dolore contro il Cielo, quella professionale valutava i pro e i contro di un intervento chirurgico rischioso che poteva portare a conseguenze ancora più gravi, considerava la paziente nella sua particolare unicità e optava verso una vita piena, degna di essere vissuta per tutto il tempo che le sarebbe stato concesso.
    Pensavo che tutto questo fosse più che sufficiente, invece la vita mi ha posto davanti un altro mostro contro il quale è difficile, quasi impossibile combattere: la schizofrenia e l’evoluzione psicotica grave che trasforma mia figlia in un essere rabbioso, con occhi e voce diversi, e che nel novembre 2019 ha tentato più volte di aggredirmi, fino a riuscirci. La nostra vita è cambiata, i momenti di serenità sono pochissimi perché vivo nella paura della sua perdita di controllo ad ogni minimo imprevisto. L’interessamento ingravescente cerebrale l’ha resa molto incerta nel camminare e a tutt’oggi non sono sicura che non possa perdere la coordinazione motoria portandola all’uso della sedia a rotelle.
    È indubbio che le nostre esistenze debbano dividersi ed è qui che inizia un’altra brutta storia, fatta di omissioni e “leggerezze”. Attualmente, quando una persona autistica diventa maggiorenne, passa in carico al Centro di Salute Mentale (CSM) del proprio territorio che, il più delle volte, non ha la giusta competenza per affrontarne il complesso mondo, riducendo il tutto a carichi di farmaci, spesso in grado di innescare effetti paradossi.
    Nonostante ripetute segnalazioni – le mie e quelle di due operatrici di una cooperativa che collabora con il distretto sanitario, una delle quali aggredita fisicamente – da più di un anno il CSM è inadempiente nell’autorizzare l’inserimento di mia figlia in una residenza sanitaria. In Umbria, dove viviamo, c’è l’Istituto Serafico di Assisi, struttura molto qualificata sia dal punto di vista pedagogico-abilitativo che medico. L’inserimento sarebbe possibile perché c’è posto e mia figlia vi ha già trascorso 30 giorni, in seguito al nullaosta del Giudice Tutelare del Tribunale di Spoleto al quale avevo sottoposto il caso e che aveva convenuto l’esattezza della mia richiesta.
    Sorvolo, ma non dimentico, la gogna alla quale sono stata sottoposta con insinuazioni becere di voler “rinchiudere” mia figlia, di essere una donna “psichicamente provata”. Sono sopravvissuta a Bettelheim e, per fortuna, la medicina è una scienza, non mero empirismo
    In tutto questo tempo (perso) il CSM e il Distretto Sanitario hanno affermato a voce che non ci sono i soldi e, su suggerimento delle assistenti sociali, continuano a proporre una residenza socio-assistenziale perché più economica, a dispetto del quadro clinico, indiscutibilmente grave. A questo punto non posso che prendere atto che una sanità che, in condizioni di innegabile gravità clinica, opta per il risparmio deve prendersi tutte le responsabilità morali, sociali e penali del caso.

    Dott.ssa Gabriella La Rovere





    Sono Elena mamma di un giovane uomo di 32 anni affetto da una gravissima disabilità, oltraggiato dall’esito ad oggi di una causa civile di risarcimento per i danni subiti al parto, iniziata nell’aprile 1996 presso il Tribunale di Roma ….Il diritto di Mario ad un giusto processo è stato innanzitutto violato e calpestato da 26 anni di causa , devastanti da un punto di vista emotivo, psicologico ed economico, durante i quali ho sempre mantenuto fiducia nella Giustizia e nell’Ordinamento Giudiziario.
    Oggi, per la prima volta in questi 26 anni di silenziosa e fiduciosa sofferenza, alla vigilia del mio 59mo compleanno, sono costretta a dare voce al mio sgomento ed incredulità davanti all’esito incomprensibile della causa in sede di rinvio…
    La Corte di Cassazione nel 2017 riconosceva che doveva ritenersi provata l’esistenza di nesso causale tra la condotta omissiva dei medici e la patologia subita dal paziente
    Oggi dopo 5 anni dopo un iter quanto meno tortuoso ed incoerente la Corte di Appello ribalta le conclusioni della Corte di Cassazione , respinge il risarcimento e condanna me e Mario al pagamento delle spese per un importo talmente spropositato da apparire punitivo e dissuasivo…. Quasi 300mila euro …
    Non posso credere che questa sia Giustizia !!!
    Mi appello a voi Presidente Mattarella
    Presidente Draghi , Ministro Cartabia “

    Ho speso la mia esistenza a tutelare i diritti di Mario e non solo !
    Ora sono molto provata e stanca sono traumatizzata da questo evento che mi toglie energia per poter prendermi ancora cura di Mario sono spaventata e morta dentro.
    Procederò facendo nuovamente ricorso in Cassazione sperando di averne la forza fisica e mentale continuerò a fare sacrifici e privazioni Ma resta l’umiliazione di una madre e di un figlio , restano pochi anni davanti a noi e spenderli con questa prospettiva mi annienta
    La magistratura non può permettere tutto questo dopo 26 anni! Come ridurre i tempi della giustizia civile? Come velocizzare questi procedimenti?
    I medici in sala parto hanno tolto a Mario l’opportunità di essere una persona neurotipica, i Giudici gli stanno togliendo l’opportunità di vivere dignitosamente da persona con disabilità, peraltro da sempre generosa e pronta ad aiutare altre persone con disabilità… lo abbiamo ampiamente dimostrato negli ultimi 16 anni.

    Io e Mario due volte oltraggiati, abbiate compassione per questa nostra lettera

    Elena Improta


    Difficile aggiungere parole. Solo una breve osservazione, per ricordare che il dolore che ci viene raccontato è il dolore di tante altre persone, di tante altre famiglie, di tante altre donne, soprattutto, perché sono in stragrande maggioranza le donne a farsi carico dell’assistenza di familiari malati. E sono soprattutto figli.
    Il rifiuto, che arrivi dal sistema sanitario come per Gabriella o dal sistema giudiziario come per Elena, è l’espressione di un sistema che dimentica cosa sia il diritto alla cura, come pure pensato e sancito dalla legge di riforma sanitaria del ’78, e dove il confronto fra diritti e interessi di soggetti diversi, pubblici e privati, diventa scontro, e non mediazione, nell’abbraccio del cittadino, come dovrebbe infine essere…

    scritto per Ultimavoce.it

    La prigione e la piazza

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    La cosa più sconfortante, occupandosi di carcere e delle persone che vi sono sigillate dentro, è rendersi conto di quanto sia grande l’indifferenza. Quando non la ferocia, aizzata spesso a uso e consumo delle convenienze politiche del momento. E quanto è più facile voltare lo sguardo da un’altra parte, non sapendo, o preferendo non sapere, che la violazione dei più elementari diritti umani nelle carceri è cosa quotidiana.
    Convinti che quanto di terribile possa essere la carcerazione è roba che tocca “altri”. I cattivi, gli indegni, i miserabili che non vogliamo vedere in giro, a inquietare lo scorrere delle nostre esistenze.
    Eppure, siamo convinti che se le persone davvero sapessero, se davvero vedessero, se potessero confrontarsi con la verità bruciante di storie altre, con i propri dubbi e paure, anche, qualcosa in molti cambierebbe.
    Così, ragionando di questo, con Sandra Berardi, fondatrice dell’associazione Yairahia, che si occupa di diritti dei detenuti, ci siamo dette, o meglio, l’idea prima è stata sua, che mi ha detto: ma perché, invece di andare a portare testimonianze e discuterne, come normalmente si fa, in contesti in cui si è, in linea di massima, già tutti d’accordo, per una volta non provare a uscire dai dibattiti fra gli addetti ai lavori e portare il carcere in piazza?
    Già, portare la discussione sul carcere nelle strade, fra la gente, con i racconti, i libri, i dossier, le testimonianze dirette… per restituire la parola agli esclusi, alle loro voci che troppo spesso si infrangono sulle mura di “un’istituzione totale che ha storicamente fallito la sua missione”.
    Così è nata l’idea della mostra-mercato, di libri dal e sul carcere, “La prigione e la piazza”, promossa dalle associazioni Yairaiha Onlus e Napoli Monitor. E che subito ha trovato l’adesione e la collaborazione di La Partita, dell’Ex Caserma liberata di Bari, del Comitato verità e giustizia per i morti del S.Anna di Modena, di Economia Carceraria, dell’Associazione Bianca Guidetti Serra, degli editori Strade Bianche di Stampa Alternativa e Sensibili alle Foglie, di Nuvola Rossa, e del Comitato verità e giustizia per Wissem Ben Abdel Latif.
    Una mostra-mercato che fra la primavera e l’autunno girerà l’Italia. Le regioni del Centro- Sud, per ora. Ma già il calendario potrebbe allungarsi, già altre sono le piazze che offrono il loro spazio. E sarà l’occasione di incontri/dibattiti per approfondire tanti aspetti della questione carceraria. Dall’ergastolo, ai regimi differenziati, alla salute, alla violenza in carcere, al pensiero abolizionista…
    E ora si parte. Questa settimana appuntamento il 13 e il 14, a partire dalle 16 di venerdì, a Napoli, a Piazza del Gesù Nuovo, tanto per cominciare, nel cuore della città che per prima ci accoglie. E saranno parole come pietre, con le testimonianze di persone che il carcere l’hanno visto da vicino, come Sandra Berardi, che molte prigioni ha ispezionato al seguito dell’ex deputata europea Eleonora Forenza, o Nicoletta Dosio, volto storico del movimento No Tav, che il carcere l’ha vissuto sulla sua pelle.
    Parole come pietre con, fra gli altri, il Comitato verità e giustizia per i morti del carcere sant’Anna di Modena.
    Perché se qua fuori noi ce ne siamo dimenticati, ci sono morti che ancora aspettano la giustizia di un briciolo di verità… se, con l’esplosione della pandemia di covid, “al disinteresse generale nei confronti dell’umanità reclusa si è aggiunta una narrazione tossica da parte dei media che hanno raccontato in maniera pregiudiziale le rivolte del marzo 2020, tacendo perlopiù la disastrosa non-gestione dell’emergenza pandemica nelle carceri, e ignorando gli scandali dei pestaggi e dei quattordici detenuti morti in circostanze dubbie durante le rivolte”.
    La luna / questa notte / riempie il cielo / riversa sulla terra / la sua luce bianca / illumina / ogni angolo / penetra nelle grotte/ senza parlare / visita i luoghi / dove vivono le ombre/ col volto di uomini / che odorano di grotta / di muschio.
    Uomini che odorano di grotta. E’ una poesia di Giovanna Farina, che ha subito quarant’anni di detenzione, che ci fa intuire qualcosa dell’odore del carcere, indimenticabile, per chi ne sia stato anche solo una volta sfiorato.
    Quell’odore… proveremo a portarlo un po’ in giro, sulle strade della gente libera, che possa esserne toccata. Che non è cosa poi così impossibile.
    “Non sapevo, non ne avevo idea…”, mi ha avvicinato una volta stupito, al termine di un incontro sull’ergastolo, un uomo che teneva per mano il suo ragazzino. E quasi mi ringraziava, e voleva saperne di più e di più… Ecco, basta questo, per uscire dallo sconforto, e provarci ancora, in luoghi aperti, dove le parole siano libere di raggiungere chiunque.
    Dunque, si parte da Napoli, per poi, di piazza in piazza, far sentire la voce degli ergastolani ostativi (quelli del fine pena mai ma proprio mai), raccontare che significa essere ammalati in carcere, e come in carcere ci si ammala, interrogare e interrogarci sul senso di una pena insensata come la reclusione in luoghi di segregazione sociale e di isolamento fisico, sempre più lontani dai perimetri urbani delle città e dal loro tessuto sociale. Quali alternative è possibile pensare, o meglio, abbiamo il dovere di pensare.
    Perché è proprio vero, come ricorda Elvio Fassone nel suo bellissimo Fine pena ora : “Per toccare il male basta allungare la mano; per toccare il bene serve uno sguardo speciale”.

    scritto per ultimavoce.it



    Il Vangelo in piazza, contro la sacralità delle religioni. Enzo Mazzi e i suoi compagni di cammino.

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    “… Perché la contesa ha qui le sue profonde radici. Qui, nel nostro sistema di guerra che impone la legge del più forte alimentando la guerra di tutti contro tutti. Qui, nel nostro sistema di produzione-consumo che succhia quasi gratis e restituisce prodotti a prezzo d’oro, spesso in forma di armi. Qui -oh bestemmia!- nelle nostre obbedienze agli assoluti religioso-ecclesiastici, i quali usano simbologia e parole di pace, ma nella sostanza e oltre le stesse intenzioni alimentano le contrapposizioni di identità religiose forti, escludenti, violente. Siamo tutti assassini… (…)
    E allora dopo gli appuntamenti nei luoghi del calvario bisognerà tornare subito qui, a rischiare magari demonizzazione e morte morale, qui nella lotta su diversi fronti, ciascuno con più forza nell’ambito in cui è collocato, contro le teste principali dell’idra”.
    Da Noi e Sarajevo. Dov’eravamo mentre uccidevano. Parole di fuoco scritte per “Avvenimenti” nel novembre del 1992 da Enzo Mazzi. E come non correre, di questi tempi, alle pagine sull’impegno del movimento pacifista in tutte le sue articolazioni, scritte, in quei giorni di un’altra guerra nel cuore dell’Europa, dal parroco della comunità fiorentina dell’Isolotto che, forte del suo radicalismo cristiano, ha segnato la storia di una delle comunità di base più vivaci del cattolicesimo critico, protagonista della lotta per una Chiesa rinnovata, libera da gerarchie, senza compromessi col potere politico…
    Letto oggi, questo articolo mi è sembrato un po’ il cuore della raccolta di scritti di Mazzi voluta e curata dalla Comunità dell’Isolotto per ricordarlo a dieci anni dalla sua scomparsa. “Compagni di cammino. Verso l’esodo dal dominio del sacro. Scritti 1981-2011”. Bella pubblicazione, affollata di voci di una memoria da non perdere, quanto mai da riascoltare, di questi tempi…
    Vi sono raccolti 38 articoli di Enzo Mazzi, pubblicati su vari quotidiani e periodici fra 1981 e il 2011. La scelta, dall’Archivio Storico, che immagino enorme, della Comunità dell’Isolotto, è andata a scritti su persone con cui la Comunità e Mazzi hanno intrecciato nel tempo relazioni, condiviso iniziative, momenti di lotta e di impegno. E sono sacerdoti, intellettuali, uomini e donne di piccoli e grandi movimenti… tutti protagonisti di una “controstoria” appassionata e appassionante che va oltre i confini del nostro paese.
    Sfilano le figure, umilissime e immense, di Giorgio La Pira, Lorenzo Milani, Oscar Romero, Leonardo Boff, Ernesto Balducci, Juan Gerardi Conedera… e Beppino Englaro, Piergiorgio Welby, Franco Basaglia… insieme al movimento dei Beati costruttori di pace, quello delle Donne di piazza Castelnuovo di Palermo, il movimento rivoluzionario del Nicaragua, la comunità rom di Firenze… e poi e poi e poi…
    A scorrerne anche solo l’indice, già ci si incanta difronte alla ricchezza di tanti, e fattivi, incontri. Protagonisti uomini e donne che hanno speso la vita, e qualcuno violentemente l’ha persa, nel cercare di costruire una società, un mondo, solidale con gli oppressi, con i più deboli, che le nostre economie di rapina con violenta indifferenza sanno così bene schiacciare… Impegno e movimenti che hanno incontrato l’ostilità, a volte feroce, proprio della Chiesa, spaventata dalla radicalizzazione evangelica, da quei suoi preti “fuori” dalla logica del potere delle gerarchie, così scandalosamente vicini al mondo operaio e contadino, ai poveri del mondo, ai movimenti rivoluzionari, persino. Quei suoi preti così indisciplinati, che chiedevano un ritorno allo spirito originario del Vangelo.
    E sono fortissimi i toni delle pubbliche parole di Mazzi in difesa dei preti colpiti da interventi disciplinari, i don Vitaliano, don Barbero, don Santoro… i preti-operai, i “disobbedienti”, figure forse a molti meno note, ma non meno importanti. Enzo Mazzi pagò anche lui quel suo impegno, con la rimozione forzata da parroco nel ’68, dopo l’esplosione delle tensioni con una delle curie al tempo più conservatrici della Chiesa italiana, e contro alcuni della Comunità dell’Isolotto vi fu addirittura un processo…
    Dall’incontro con gli uomini della Teologia della liberazione, all’abbraccio con il popolo del Saharawi, allo schierarsi al fianco di don Vitaliano, e con lui con tutto il movimento dei no global, un pensiero torna continuamente e tutto lega: la necessità del superamento della “cultura sacrale” per arrivare alla “laicità della fede”.
    Ancora fanno tremare le parole che vengono ricordate di Ernesto Balducci, cui molto Mazzi ha fatto riferimento: “Dio è la cifra assoluta dell’aggressività umana (…). L’aggressività passata attraverso Dio, sacralizzata ai vertici, ridiscende su di noi… Noi siamo i promotori di una rivoluzione non violenta all’interno della Chiesa…”. Leggere questi scritti è avventurarsi nel mondo di chi, convinto della necessità dell’eliminazione del sacro reificato dal potere, ha scelto l’uscita dalle strutture del potere, dalle ricchezze, per negare l’assoluto sul quale “pretendono di fondarsi anche le Chiese”, e per andare incontro a tutti. Andarvi incontro nelle strade, nelle piazze, in una “dimensione orizzontale della vita”. Forti di quella fede laica, “radicata nella parola di Dio, e in quella sola, parola viva, storicamente dinamica, non pietrificata” del messaggio di Bonhoeffer, il teologo “eretico” impiccato nel lager di Flossenburg.
    Quella “parola viva” che si interroga sulla finitezza come essenza stessa della vita, e non può che accogliere in un abbraccio, nel 2009, Beppino Englaro che: “mia figlia aveva un senso del morire come parte del vivere e non avrebbe accettato di essere una vittima sacrificale di una concezione sacrale della morte come realtà separata e opposta alla vita”. O che racconta del ’68 di Basaglia fra il popolo dell’Isolotto, quando “la liberazione dei pazzi era strettamente legata al sogno e ai tentativi di liberazione della società intera da ogni forma di alienazione attraverso la rete delle relazioni: la comunità liberante”. O che, con Mario Gozzini, con Don Milani, nei giorni del dibattito sul crocefisso nei luoghi pubblici, grida: “meno Croce, più Vangelo”.
    Indimenticabili compagni di cammino. Un cammino che ancora altre guerre ha attraversato, e tanto altro ci sarebbe da dire e da citare… ma come non riprendere, di questi tempi, ancora un pensiero sulla guerra. Anzi, contro la guerra.
    Scrivendo del Forum contro la guerra che si tenne a Firenze nel febbraio del 2005 (erano i tempi che si tuonava in Iraq):
    “La guerra è da bandire non solo perché crea vittime, ma anche perché soffoca la vita dell’intero pianeta in quanto sistema e divora l’esistenza anche quando non dà spettacolo di orrendi massacri. (…) Si deve affermare una strategia di pace che sia uscita risolutiva da ogni forma di militarizzazione del territorio e delle relazioni internazionali, che costruisca un’alternativa concreta, basata sulla diplomazia dal basso, sull’interposizione non violenta, sulla cooperazione e convivenza tra i popoli”
    Ha nevicato, su Firenze, nei giorni del Forum, ricorda don Mazzi. E’ durata poco, quella neve, ricorda. Ma salutando con entusiasmo i giorni del Forum, il disobbediente parroco dell’Isolotto ha voluto leggere quel breve bianco, che pure sembra avvolgere tutto nel segno della morte, come manto che “in realtà cova la vita”.
    E piacerebbe anche a noi cogliere, in questi giorni, sprazzi di quella neve…



    “Non è sogno”. Un film per parlare di carcere nelle scuole

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    “Perché faccio così schifo, perché dobbiamo essere così diversi da come ci crediamo?”. “Eh… figlio mio… Noi siamo in un sogno dentro un sogno…”“Ma qual è la verità? È quello che penso io de me? O quello che pensa la gente, o quello che pensa quello là lì dentro?
    “Non so com’è la vita fuori, sono entrato giovanissimo”… “comm’è brutto addormì sule, senza mai nisciun”… “Io mi sono anche impiccato. L’ho fatto per attirare l’attenzione, la prima volta. Ma l’ultima volta no” … “io fra un po’ esco, vado fuori nel mondo, pieno di sciacalli, di delinquenti, devo iniziare tutto daccapo”.
    Dialoghi fra Otello e Iago, da “Le nuvole di Pasolini”, intrecciati a echi de “La vita è sogno” di Calderon de la Barca, a riflessioni sul conflitto fra libertà e destino, verità e apparenza, che trasmutano nelle storie e nei volti degli attori del laboratorio teatrale Le Nuvole, del carcere di Capanne, a Perugia.
    Ho visto tre volte il film “Non è sogno”, di Giovanni Cioni, inchiodata alla sua forza, alla bellezza di un linguaggio fuori dall’ordinario. E mi sono chiesta delle reazioni che può aver provocato la visione di questo film in una platea di ragazzi che si affacciano alla vita.
    Perché Giovanni Cioni, convinto dell’importanza del confronto con i giovani, questo suo lavoro, con protagonisti che recitano una parte di un film che diventa recita della vita, ha iniziato a portarlo nelle scuole. Alcuni mesi fa in un cinema di Lucca, dove erano radunate classi di più licei, la settimana scorsa in un aula del Liceo Scientifico e Liceo Artistico G.Marconi di Foligno
    E certo nulla è scontato, per un film di un’ora e 40 non necessariamente facile, magari in condizioni di proiezione con luce e suono non perfetti come può essere in un’aula. E qualche timore la prima volta Giovanni Cioni l’ha avuto: “Mi sono detto: chissà se reggeranno questo film o usciranno via, perché è un tipo di cinema che non hanno mai visto”.
    E invece…
    “L’ho rivisto insieme a loro e ho sentito che ‘c’erano’. Dai silenzi, la senti, l’attenzione, tesa fino alla fine, davanti ai racconti che le persone fanno di sé: quando Ismael racconta di aver ferito con un cacciavite due connazionali che hanno provato a rubargli i soldi che aveva messo da parte per rifarsi una vita, o quando racconta della ragazza che aveva conosciuto a S.Vittore e le chiede di non andare più a trovarlo perché doveva stare ancora tanti anni lì dentro… quando ascoltano di Domenico che scrive una lettera alla figlia lontana… A Lucca, dove abbiamo avuto molto tempo per discuterne dopo, le domande non finivano mai”.
    Quali curiosità, quali stupori…
    “Non mi aspettavo di trovarmi davanti a ‘persone’, ha detto esplicitamente un ragazzo. E poi la necessità di sapere se ho continuato a sentirle, a incontrarle quelle persone…”
    “Tu parli di una certa categoria spettrale, di quelli che stanno in carcere, e il primo pensiero è sempre che se sono in carcere qualcosa hanno fatto… ma il cinema ti mette davanti a visi, gesti, a presenze… E’ stata importante anche la scelta di una rappresentazione frontale, sobria, su uno schermo verde, che permette di concentrarsi sui visi, sugli occhi e non c’è bisogno di altre immagini”.
    E devono averla colta tutta, questi ragazzi, la potenza di un modo di fare cinema, quella di Giovanni Cioni, che riesce a filmare la parola per raccontare l’anima, sempre alla ricerca dell’uomo e di quello che ci fa umani.
    “Mi sono reso conto che andando fuori dai linguaggi precostituiti si può davvero riuscire a parlare alla persone e questa è cosa molto confortante rivolgendosi a ragazzi che sono cresciuti in questi anni, nutriti di quello che hanno visto in televisione o sulle piattaforme”.
    Lo scorso anno avevo anch’io incontrato, virtualmente via Skype, alcuni ragazzi di una classe del liceo di Foligno, per parlare di ergastolo attraverso la storia di una persona che la docente di italiano e latino, Stefania Meniconi, aveva fatto conoscere loro. E mi sono molto piacevolmente stupita del coinvolgimento appassionato di quei giovani, scoprendo anche che qualcuno, nel confrontarsi con quella storia, aveva detto di aver cambiato opinione a proposito di chi è in carcere.
    “A quell’età ricordo benissimo come certi incontri hanno cambiato la mia vita (gli incontri ci cambiano sempre, ma a quell’età in modo particolare). Malgrado i condizionamenti c’è quel momento in cui riconosci che c’è qualcosa che va al di là di quello che conoscevi di già, e magari ti senti perso, magari puoi avere una reazione di rifiuto o di scandalo, ma poi questa cosa lavora dentro di te”.
    Parliamo sempre “del carcere degli altri”, ma sembra abbiano ben percepito, gli studenti, quanto il carcere sia riflesso della società, che il carcere siamo anche noi…
    “L’ho capito subito da come ti ascoltano, ti guardano, reagiscono, sì… perché si tratta di andare al di là del discorso del valore educativo del carcere (che non è), che pure ha la sua importanza, ma c’è anche il discorso su cosa racconta di noi il carcere, anche perché chi sta dentro ha la visione del mondo di fuori fondamentalmente attraverso la televisione. Un circolo vizioso terrificante”.
    E come hanno percepito gli studenti l’innesto letterario (Pasolini, Calderon de la Barca…)? Che magari all’inizio disorienta…
    “Hanno ben capito che il dialogo di Pasolini parlava della situazione dei detenuti, hanno ben percepito il senso de ‘la vita è sogno’, che magari all’inizio disorienta, ma poi diventa esplicito. Un ragazzo ha commentato: bello fare un film in carcere facendo finta che non si sia in carcere, arriva alle persone!”
    A volte, in contesti “non avvertiti”, può capitare ci sia qualche rifiuto…
    “Questo a volte è il riflesso della spietatezza del discorso che c’è ora, che non vuoi più neanche stare a sentire, e vediamo quello che succede a proposito delle riflessioni sulla guerra… ma proprio dove ci sono queste reazioni viscerali è interessante intervenire. I ragazzi sono comunque la società di domani, vivono il condizionamento e reagiscono al condizionamento, non sono ‘arruolati’ come lo sono tanti adulti, e il confrontarsi con l’altro, con l’umano, li tocca. Sono convinto di questo”.
    Ne siamo convinti anche noi, e ci auguriamo che questo cammino di Giovanni Cioni e del suo film attraverso le scuole continui e continui e continui…

    scritto per Ultimavoce.it




    Dal papiro alla scrittura, quasi una macchina del tempo

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    Daniela Morandini ci parla di un bel progetto itinerante di inclusione sociale, “Dal papiro alla scrittura”.
    E grazie a Università Suor Orsola Benincasa, Cooperativa Aecora Sarni, Editore D’Amato, Parco Archeologico di Ercolano… che insieme l’hanno voluto e realizzato.

    “A Sturno, vicino ad Avellino, è in costruzione una macchina del tempo. Sembra una roulotte, poggia su un carrello e pare discendere da antichi marchingegni teatrali. Attraverserà la Campania, racconterà la storia dal papiro alla scrittura, e trasformerà gli studenti in autori.
    Il viaggio comincia da Ercolano, dalla Villa dei Papiri e dalla sua biblioteca, sepolti dal Vesuvio nel 79 d.C. . Sono quasi duemila rotoli che, in greco e in latino, trattano di filosofia e di Antonio e Cleopatra. Molti sono carbonizzati, ma molti altri parlano ancora.
    La macchina di Sturno racconta questi segni e modifica la sua forma per illustrare l’evoluzione del libro. Una pedana si abbassa e diventa un palco, quasi un teatro per portare in scena la pagina scritta. Una parte laterale si alza e si trasforma in monitor, quasi un cinema. E’ uno schermo bianco per leggere e narrare. Qui verrà proiettato anche l’ultimo lavoro di Cristian Izzo: la fiaba di quei bambini che, durante un temporale, riusciranno a salvarsi in un camion carico di libri.
    Nei laboratori collegati a questo congegno, maestri ed immagini commenteranno pergamene e tavolette di cera. Spiegheranno codici e caratteri mobili, carte ed e-book facendo attenzione soprattutto a chi vive condizioni particolari, come, ad esempio, chi ha disturbi dello spettro autistico.
    Da una scuola all’altra, da Salerno a Caserta, questa macchina del tempo si trasformerà anche in tipografia. Gli studenti, non più solo lettori, potranno scrivere, impaginare, e pubblicare il proprio libro, usando tutti gli strumenti dell’editoria, persino una stampante braille. Perché i libri non escludono nessuno”.
    Daniela Morandini

    Sguardi verso il cielo….

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    “Sono da tempo affascinato dalle icone, che silenziosamente mostrano, per mezzo della rappresentazione, ciò che le sacre scritture ci comunicano attraverso la parola e l’udito”.
    Così mi scriveva anni fa Giovanni Lentini, dal carcere di Fossombrone. Tanto affascinato che infine disegnatore di icone è diventato. Anzi, “scrittore di icone”, mi correggerebbe. Perché le icone si “scrivono” e non si dipingono, mi ha insegnato, perché espressione della parola della rivelazione, che con attenta fedeltà viene scritta, come preghiera silenziosa per entrare in comunicazione col divino…
    Tanto affascinato che l’iconografia in carcere è stato il tema della sua tesi di laurea, alla facoltà Teologica ortodossa “San Gregorio Magno”, e il 30 aprile è fra i relatori all’inaugurazione, presso la fondazione Monte di Pietà di Fossombrone, di “Sguardi verso il cielo”, mostra di icone sacre realizzate dal laboratorio “Luce dentro” della casa di reclusione del centro marchigia
    E merita di essere ascoltato, Giovanni Lentini, con la storia del suo lungo percorso di studio, e di ricerca di sé, iniziato, dal buio della sua lunga pena, più di quindici anni fa nel carcere di Bologna, dove per la prima volta aveva avuto l’opportunità di frequentare un laboratorio di icone e avviare uno studio mai più abbandonato.
    “Nella ripetitività stordente delle mie giornate carcerarie, in cui cerco di scappare e di ridipingere nuovi orizzonti di tipo esistenziali, sono riuscito a ritagliarmi, nel laboratorio Luce dentro, spazi di libertà. A volte mi chiedo se si tratta di quella libertà spirituale di cui parla l’apostolo Paolo nella seconda lettera ai Corinzi: “il Signore è lo spirito e dove c’è lo spirito del Signore c’è libertà”.
    La ripetitività stordente delle giornate carcerarie… Una ripetitività che tutto ottunde. Il rischio di esserne sopraffatti, di perdersi, di diventare quella “cosa” che il sistema vuole (indipendentemente dalla buona volontà di tanti che vi lavorano) è enorme. Continuo a non capire, e ad ammirare moltissimo chi vi riesce, come si possa migliorare circondati dalla bruttezza che il carcere sempre e ovunque è.
    “Chi ha vissuto il carcere sa come il tempo vuoto, la noia, la privazione delle cose più scontate per gli altri possano provocare nell’uomo la perdita del senso del suo esistere. Questo avviene perché in carcere l’individuo frantuma il proprio sé, e si affaccia l’idea del ‘nulla’, da cui ci si può salvare solo se riesce a reinventarsi”.
    Così, nei colori, nella purezza delle linee, nel garbo dei gesti, di sguardi verso l’alto delle icone sacre… Giovanni Lentini racconta di essere riuscito a trasformarsi.
    E’ riuscito, soprattutto spiega, a recuperare due cose che la vita carceraria annulla: la libertà e la bellezza. Quella bellezza che, ricorda, Dostoevskij scrisse “salverà il mondo”.
    E mi sembra che questo pensiero, che è desiderio, sia già tutto lì, nella raffigurazione di “San Giorgio”. Nella serenità soffusa del volto, nel gesto del braccio, gentile e forte, accompagnato dall’eleganza e dalla purezza del bellissimo cavallo bianco che trafigge, sconfiggendolo, il drago. E con lui, tutta la bruttezza del mondo. Non sarà un caso che sia stato uno dei suoi primi lavori. A segnare la direzione del cammino.
    Molto deve Giovanni Lentini, e sempre le ringrazia, alle persone che in questo cammino lo hanno aiutato e accompagnato. Pensando, fra tanti, al suo primo maestro, Antonio Calandriello che da Bologna ha continuato a seguirlo nonostante la lunga distanza che separa Bologna (città in cui vive) da Fossombrone, “per farmi visita, per darmi nozioni artistiche, seguirmi e fornirmi del materiale necessario per realizzare i miei lavori”.
    Adesso Gianni (mi permetto dopo tanto tempo di scambio epistolare il suo più familiare nome) sa essere anche lui “maestro”.
    “L’iconografia mi ha fatto riscoprire che non sono l’uomo ancorato al mio passato deviante, o soltanto il detenuto abituato sempre e solo a ricevere dagli altri, ma un uomo capace di mettere a disposizione degli altri il mio sapere”. E lo fa, condividendo il suo sapere e la sua esperienza artistica con altri detenuti, e non solo.
    In attesa, e sperando, in un ribaltamento del sistema, che passi da una pena retributiva, che restituisce al male altro male, “ad una concezione riparativa nella quale chi ha commesso reato diventi soggetto attivo del cambiamento”.
    Pensando alle prime lettere che ci siamo scambiati, prima ancora di ottenere di essere trasferito a Fossombrone, più vicino alla sua famiglia, prima che il suo percorso lo portasse ad ottenere i primi permessi… in quei momenti difficili Gianni mi raccontava di quanto gli mancasse il mare, lui che amava fare immersioni da sub. Mare che lo scorso anno, durante uno dei permessi, ha potuto rivedere. E penso che immergersi, come ha saputo fare, nell’impegno d’arte e di fede che tanta forza gli ha donato deve essere stato anche anticipo della libertà immensa infine ritrovata riabbracciando il mare.
    Per un tuffo nella bellezza della preghiera silenziosa delle icone, per provare a percepire i percorsi di vita che sono dietro ogni tratto, ogni colore, ogni volto… e magari trovare percorsi di pace, che di questi tempi non sarebbe male… ‘Sguardi verso il cielo’, dunque. Per chi si trovasse nei paraggi, dal 30 aprile al 21 maggio, nell’atrio della Fondazione Monte di Pietà di Fossombrone.

    scritto per Ultimavoce






    Sofia aveva lunghi capelli

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    “Sofia aveva lunghi capelli”. Bel titolo, per quell’immagine di capelli lunghi lunghi che rimane sottesa pagina dopo pagina, attesa dopo attesa, assenza dopo assenza, nella non vita di quell’incubo buio che diventa la vita di persona condannata all’ergastolo. Autore Giuseppe Perrone. Che in questo suo libro, scegliendo la forma del romanzo, racconta il sogno di Matteo, ergastolano, di trasformare il suo “fine pena mai” in una pena di trent’anni. Un sogno che è anche una lunghissima, estenuante battaglia contro l’“assurdo giuridico e filosofico della detenzione perpetua”, portata avanti, nel romanzo, a fianco di un combattivo, appassionato avvocato. Poi c’è lei, Sofia, che è l’amore che tutto sostiene e motiva…
    E non riesco a non vedere in Matteo e nell’avvocato Conte due facce di lui, Giuseppe Perrone. Che ho conosciuto anni fa, nel carcere di Rebibbia. Una condanna all’ergastolo, quello del fine pena mai ma proprio mai degli ostativi, e una voglia incontenibile di spiegare al mondo chi è oggi, dopo trent’anni di detenzione, ma soprattutto dopo anni di continuo impegno per costruire l’uomo nuovo che è diventato. Quel Giuseppe Perrone che oggi ha quattro lauree, è titolare di borse di studio, è stato appassionato discepolo e attore di un laboratorio di pratica filosofica, crede nella giustizia, nella legalità, nella cultura e tutto questo ha perseguito con una tenacia che non è da tutti. E tutto questo suo impegno è lì, condensato nel romanzo, nei dialoghi-discussione con i compagni di cella, nei pensieri, nelle mosse dell’avvocato, nello sguardo dolente sull’esistenza…
    Ma Sofia aveva lunghi capelli è anche il racconto di una vita carceraria “scandita nell’assurdità minuta e quotidiana”.
    “Essendo il carcere una vita ristretta non servono discorsi di molte parole” scrive il protagonista nella lettera indirizzata al padre ormai anziano e malato. “Volendo ne basta una manciata. Non so che effetto ti farà leggerle: aria, colloquio, appuntato, doccia, cella, spesa e poche altre… masturbazione è una”.
    Raggelante è il calcolo della media di 72 secondi al giorno di telefonate con la famiglia, più della riflessione sulla freddezza delle tinte alle pareti, più di quel marchio di “uomo a sbarre” dietro cui il mondo di fuori vuole incatenare per sempre chi ha commesso un reato. Perché questo è l’ergastolo ostativo. Una pena insensata che è negazione del diritto alla speranza, e violazione dell’articolo della Costituzione che vuole la pena finalizzata al reinserimento della persona nella società.
    Nella nota introduttiva Filippo La Porta parla di una dolente ballata sul carcere, dalla lingua “tesa, vibrante, di uno scritto pieno di sofferenza senza redenzione e anche di amore struggente per la vita. (..) Sembra di leggere una delle lettere dei condannati a morte della Resistenza”.
    Tutto molto, molto encomiabile.
    E, avendo avuto l’opportunità di leggere questo testo quando era ancora un file in cerca d’editore, con gran piacere sarei andata, il 23 marzo scorso, all’incontro organizzato dall’università di Tor Vergata dove fra l’altro si sarebbe parlato di questo libro (pubblicato infine da Castelvecchi) e, pensate un po’, proprio la direttrice di Rebibbia aveva proposto che Giuseppe Perrone presenziasse all’evento.
    E invece, quando tutto è pronto…
    E invece, quando tutto è pronto il magistrato di sorveglianza, che decide infine di permessi e quant’altro, in un primo momento accetta la proposta, ma poi ha un ripensamento.
    Tutta la sua amarezza Giuseppe la affida a una lunga lettera, pubblicata due giorni fa su un quotidiano, Il Riformista. Eccone un brano.
    “Nonostante siano passati trent’anni, ho una moglie che mi ama e siamo genitori di un bambino che non abbraccio dall’inizio della pandemia. Quanta sofferenza in questa assenza. Con Sonia abbiamo deciso di non far entrare più in carcere il bambino, sperando in un beneficio che invece mi è stato negato, malgrado l’ottimo percorso rieducativo. (…) Il magistrato di sorveglianza ha prima approvato la proposta, poi ha cambiato idea. Saputo dell’approvazione, Sonia ha preso le ferie, ha comprato i biglietti del treno Lecce-Roma, ha prenotato l’albergo e “preparato” il bambino dicendogli che ‘sarebbero andati da papà’. Col diniego tutto è svanito. Inevitabile il danno affettivo del bambino, non dico di mia moglie”.
    Un colpo al cuore, per Giuseppe che ha ostinatamente creduto che la cultura potesse liberarlo dalla pena, anche fisica, e che ancora ci ricorda che sì, ha commesso un reato, “ma io non sono il mio reato, ho fatto del male, ma io non sono il male”.
    Lui che sa bene chi è stato, ma chiede anche di guardare all’uomo che è diventato, e valutare come possa mai rappresentare ancora un pericolo per la società…
    Sofia, con i suoi lunghi capelli, è l’amore, la ragione di vita che sostiene il cammino di Matteo. Lo stesso amore che, col volto di Sonia e dei suoi immaginiamo lunghissimi capelli, continuerà a sostenere Giuseppe che, siamo sicuri, non si arrenderà.
    Continuerà il suo ammirevole percorso che, come quello di non pochi altri, andrebbe fatto conoscere a chi sta così malamente “traducendo”, in una legge che sembra tutte stravolgerle, le indicazioni della Corte Costituzionale che pur così chiaramente ha chiesto di riportare nell’ambito della Carta la pena soggetta alle preclusioni assolute del 4bis, che così apertamente la contraddice e viola.

    scritto per Ultimavoce.it

    La Terra è blu come un’arancia…

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    “Vedo la Terra. E’ blu”.
    Così, sessantuno anni fa Yuri Gagarin, in un giorno d’aprile, dall’oblò della sua navetta spaziale, ha spalancato gli occhi, e li ha fatti spalancare anche a noi, sul colore della Terra. E chissà fino ad allora di che colore l’avevamo immaginata. Io non ricordo. Certo, quella frase del primo astronauta l’ha certificato per tutti.
    La Terra dunque è blu, quasi a volerla riportare a quel blu che è colore della calma, della tranquillità, dell’armonia che tutto abbraccia. Come a un punto fermo, nel turbine universale delle cose, che tante volte ci stordisce e ci confonde.
    Una Terra blu, calma e accogliente per tutti, ma proprio tutti, come immagino l’abbia pensata l’eventuale Dio, che da sempre di quel colore l’ha vista. E chissà se è lo stesso Dio che Gianna (Gianna Schiavetti, più di trenta ricoveri coatti e terapie farmacologiche che non ha mai accettato) invocava… “caro Dio carissimo, ma ci sei? Esisti o sei un’illusione?”. E … “ho dato un ultimatum al Padreterno chiedendo di aiutare gli ammalati psichici che non possono usare il proprio libero arbitrio…”
    Quel Dio a Gianna credo non abbia mai risposto. Ma la Terra rimane ancora la speranza dell’accoglienza di quel blu. Anche quando ha il sapore dell’impossibile.
    Anche se credo sarebbe piaciuto molto a Gianna, che ora non c’è più, sapere piuttosto che “la Terra è blu come un’arancia”.
    Sì, la Terra è blu come un’arancia. Lo sancì nella prima metà del secolo scorso Paul Eluard, poeta surrealista, nel solco della rottura delle convenzioni semantiche del codice linguistico. In un articolo di Walter Siti leggo che la chiave di lettura di quel verso così spiazzante è in un nome di donna, Gala, che Eluard amò infinitamente. Ne amò “i capelli d’arance nel vuoto del mondo”, la amò come “una stella chiamata azzurro e la cui forma è terrestre”. Ed ecco qui svelato il mistero, spiega Siti: “la Terra è blu come un’arancia perché Gala è così, gli occhi blu e i capelli d’arance, e una bocca capace di ‘attestare l’impossibile’”.
    E il cerchio si chiude. Sul quell’ “impossibile” che Basaglia ha dimostrato poter diventare possibile, che è cosa in cui ancora ci ostiniamo a credere. Come nella visione di questa Terra blu. Blu come un’arancia.
    Ah!, il 12 aprile, lo ha stabilito l’Unesco, è giornata internazionale del volo dell’uomo nello spazio. E un augurio all’avventura di questo Forum, che quest’anno, in un giorno d’aprile, riprende il volo…

    scritto per Forum della salute mentale. la Terra è blu

    Il violino di Sebastian

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    “Il violino di Sebastian”, ancora un magico racconto di Daniela Morandini. Nasce, questo racconto, ci spiega, da una leggenda gitana, dall’arte liutaia di Peppe Desiderio e dalle note di Alexis Lefèvre.
    La leggenda della tradizione orale narra di un uomo che, protetto da una fata, inventa il violino e conquista la libertà. Questa riscrittura ripercorre la fiaba, si intreccia alla creazione del violino, a vecchie canzoni e ad una musica che va oltre il flamenco, attraversando la scelleratezza del mondo degli umani intorno a noi…


    “In un tempo lontano, quando ancora non c’erano i violini, vivevano un Uomo e una Donna. Erano poveri, ma così poveri che il loro paniere quasi sempre era vuoto.
    Un giorno, mentre la Donna lavorava al suo povero orto, apparse Mantuya, la Regina di tutte le fate.
    “Trova una zucca che mi somigli – disse- e avrai un figlio che incanterà il mondo”.
    Ma quando il bambino non fu più bambino, la guerra scoppiò e il padre fu costretto a lasciare la Madre:
    “Ritornerò quaggiù nel mio paese/ dove si sente il mare/ quaggiù c’è la mia casa nascosta tra gli ulivi/ ritornerò da te, se Dio vorrà…”
    Sebastian decise allora di andare lontano, e prima di abbracciare la Madre scrisse all’Imperatore:
    “A tutti griderò di non partire più/ e di non obbedire per andare a morire per non importa chi/ per cui se servirà del sangue ad ogni costo/ andate a dare il vostro se vi divertirà/ e dica pure ai suoi, se vengono a cercarmi/ che possono spararmi/ io armi non ne ho”.
    Attraversò mari e deserti, finché un giorno, in una grande città, udì l’editto di un Re:
    “Chi più mi stupirà/ avrà in sposa la mia figlia più bella”.
    Ma erano solo fandonie. Il re fece arrestare ogni giovane e anche Sebastian finì in prigione. Una notte gli apparve Mantuya, la Regina di tutte le fate:
    “Non disperare figliolo – disse – ricorda quella zucca che tua madre mangiò. Prendi questa vecchia cassa e spezza le catene”.
    Infine, si strappò quattro capelli: “Conservali con cura” disse, e lanciò la profezia: “Costruirai una Cosa Mai vista e tutto il mondo incanterai”.
    Di nascosto dai suoi aguzzini, il giovane raccolse ogni legno. Ne fece fasce e controfasce. Le piegò col fuoco, ed iniziò a riprodurre la forma di Mantuya. Posò quella sagoma sul fondo della cassa e ne disegnò il profilo. Sgrossò, levigò, finché ottenne due parti, una concava, l’altra convessa. Ad ogni passaggio eliminò spessori sottili. Rifinì i bordi e intagliò la prima fessura a forma di effe. All’interno pose un listello di legno, un po’ inclinato. E cominciò a mettere insieme i pezzi. Rifinì i bordi con una lama affilatissima. Tutto doveva diventare una cosa sola. Ma ancora non riusciva ad afferrare quel corpo.
    Con leggerezza sgrossò un ramo. Intagliò le volute a spirale che formarono la testa di un riccio. Verniciò cento, mille volte. Persino l’anima costruì. Eppure, qualcosa mancava ancora.
    Allora ricordò quei capelli che gli aveva donato Mantuya. Posò quei fili sullo strumento e all’improvviso un lamento lunghissimo e un riso di gioia attraversarono quel luogo oscuro: era nato il violino.
    La musica arrivò fino al Tiranno, che subito ordinò di liberare Sebastian.
    Il giovane uscì, partì, ascoltò e suonò. Costruì un Castello per la Madre. Non sposò la figlia del Re e continuò il suo buon cammino. Suonò davanti alle chiese e di fronte al mare. Incantò le dame di Napoli e i gitani andalusi. Parlò ai signori e alla povera gente. Conquistò i teatri di Parigi e di San Pietroburgo.
    Qualcuno insinuò che in quel violino si nascondesse il Diavolo. Ma non andò così: ne siamo certi noi che una volta lo abbiamo ascoltato. C’era Mantuya in quel suono, perché Sebastian mai più vide né galere, né guerre”.

    Daniela Morandini