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    a proposito dei suicidi in carcere

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    Ancora un intervento di Vittorio Da Rios, che ancora ringraziamo per tanta attenzione…

    “Avevo trent’anni e per i strani casi della vita, “ma quasi niente è il prodotto del caso”, conobbi uno straordinario personaggio, un intellettuale scrittore, e diplomatico olandese. Di questa figura diventata poi un carissimo amico, a suo tempo ne ho già scritto delle riflessioni. Ora lo scritto come sempre stimolante e gravido di fondamentali domande di Francesca sul suicidio in carcere, mi stimola a rifare alcune considerazioni, e riflessioni. Martin, questo il suo nome, aveva trovato nell’alveo del fiume Piave la giusta “quiete” per terminare il suo capolavoro della maturità. E ricordo che lo accompagnai a spedire al suo editore a Rotterdam il dattiloscritto. Cosa trattava questo scritto? Della malattia mentale e delle sofferenze psichiche in generale e del suicidio in particolare. Martin aveva fatto grande esperienza concreta per molto tempo nei luoghi di “sofferenza”, strutture manicomiali, carceri ecc. E il suicidio lo aveva studiato da diverse angolazioni con grande conoscenza teorica: aveva studiato tutti i padri della psichiatria, della psicanalisi e della psicoterapia. Naturale il considerare che il suicidio è antico come l’Ominide, ma nell’era catastrofale odierna ha assunto forme e motivazioni inedite rispetto a paradigmi passati. Un primo aspetto da evidenziare del soggetto suicida: un attimo dopo se potesse ritornare indietro non lo farebbe più. Anche in luoghi di sofferenza estrema come è il carcere. Non intendo entrare dentro i complessi meccanismi della psiche umana, ma da molti “suicidi” mancati emerge questo. Quindi la tragica solitudine interiore, le insopportabili sofferenze psichiche e fisiche in taluni, casi e questo paradigma lo troviamo in carcere, porta momentaneamente ad esaurire tutte le risorse intellettuali culturali e psichiche positive. Il “buio” è totale, la solitudine irreversibile, quindi l’atto estremo. Lo stesso accade per i suicidi “liberi”, né più né meno, i meccanismi psicologici che lo determinano sono gli stessi. Ma la domanda che ci pone Francesca non può non inquietarci e porci innanzi a delle domande estreme che richiedono risposte altrettanto estreme quanto inedite rispetto ai paradigmi culturali odierni. Io mi permetto di citare ancora una volta un grande quanto innovativo giurista: Luigi Ferraioli, e la sua definizione di straordinaria sintesi dell’attuale realtà economica-finanziaria: “Creatrice dei crimini di sistema”. Quindi passiamo dal tradizionale paradigma della colpa “individuale” a responsabilità collettive. E i suicidi in carcere dove le creature sono irrimediabilmente “ristrette”, totalmente indifese, sono non solo responsabilità in fatto di diritto di questo oramai NON PIU’ STATO svenduto e oltraggiato nella sua essenza costitutiva GIURIDICA-COSTITUZIONALE, MA UN ASSASSINIO COLLETTIVO. I suicidi in carcere vanno ritenuti assassini collettivi. Per due semplici ragioni. Da un lato l’attuale paradigma giuridico-repressivo deve iniziare a riflettere e a darne conto. Se non esiste più lo Stato di diritto, e questo è incontrovertibile, con quale autorità oggi si mantiene ancora in essere il sistema carcerario? Dall’altro l’urgenza di ripristinare il DIRITTO previsto dalla Costituzione, nei suoi articoli portanti e fondativi di un efficiente e moderno STATO DI DIRITTO. Ma cosa si intente oggi per diritto e quindi organizzare il sistema di uno Stato moderno per dare a tutto concretezza operativa? E’ un compito collettivo cioè di tutti. Che prevede la deforestazione di gran parte del ginepraio dei testi giuridici, tanti di questi ripetitivi e inutili. E un ridisegnare dentro una riconquistata e matura civiltà del diritto nuovi trattati dei codici penali e civili. In sintesi un grande ripensamento con gli strumenti più evoluti della filosofia del diritto sugli strumenti filosofici-giuridici oggi e in futuro più idonei a determinare in tutte le pieghe della società a costruire concretamente l’applicazione del DIRITTO che prima di tutto è DIRITTO NATURALE: Giustizia sociale, equità economica, formazione culturale, costruzione del sapere collettivo, ecc. Questo agire nel tessuto sociale determina la totale inutilità del sistema carcerario. Retaggio feudale oggi non più tollerabile. E ci sia da stimolo riflessivo queste considerazioni di Lucrezio sulla conoscenza e l’errore. “Infine, se alcuno crede che niente si conosca, ignora anche questo, se si possa conoscere, perché ammette di non saper niente. Con lui dunque lascerò di discutere, perché da se stesso si pone con il capo al posto dei piedi”. Non meno tagliente questo assioma di Lucrezio sul pessimismo storico. “Così il genere umano si travaglia senza alcun frutto e invano sempre, e tra inutili affanni consuma la vita. Senza speranza non è la realtà ma il sapere che nel simbolo fantastico o matematico si appropria la realtà come schema e la perpetua”. Horkheimer e Adorno 1947. In “ragione e miseria” Franca Ongaro Basaglia, e Franco Basaglia fanno rilevare il momento storico in cui attraverso la dignità di malattia riconosciuta al delirio si da l’avvio a questo trasferimento della follia nella malattia mentale in cui la ragione consolida le fondamenta del suo impero, dà la possibilità di capire un altro aspetto essenziale del processo razionale, umanitario, scientifico, attraverso il quale la “malattia” diventa la mediazione tra la ragione ” dominate” e la miseria. Se la ragione borghese è diventata la Ragione Umana, il rapporto fra ragione e follia ” segregata ” è essenzialmente rapporto tra “Potere e Miseria” Un grazie di tutto cuore a Francesca per l’inesauribile impegno etico sociale che da sempre la caratterizza. Un caro saluto.

    Vittorio Da Rios

    Il suicidio in carcere

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    “Posso immaginarmelo/ tranquillamente crepato nel cuore / squassato nell’animo e tremante / davanti a tanto ferro grigio. //Posso credermelo ormai sfibrato / davanti a quelle regole diaboliche/che non aiutano nessuno/ …ed anzi spesso inducono / ad “infernali pratiche”. //Posso senza sforzo alcuno immaginare/ quella molle / morta corda / animarsi di colpo / “stiracchiarsi” / tirarsi sempre più / fin sulla barba / e poi oscillare fino a fermarsi…// Povero Nazareno! / Forse non riuscirà più a difendersi / ed ha scambiato il suo ultimo / tenue filo di speranza /con una robusta corda / da collo”.
    Una poesia, che Giuseppe Perrone aveva dedicato all’amico Nazareno Matina morto il 3 giugno 2011 nel carcere di Spoleto. I parenti di Matina, ricordo, avevano comunque contestato il fatto che di suicidio si fosse trattato, e chiesto l’apertura di un’inchiesta. Che non so cosa sia poi successo, ma ritorna, per me, quella poesia ogni volta che so di persona che in carcere si è tolta la vita.
    E quanto ritornano questi versi, in questi giorni che persone che in carcere si sono suicidate dall’inizio dell’anno sono già 48.

    I numeri, forse li avrete già letti, ma non so… perché purtroppo non sembra notizia da prima pagina. Eppure…
    L’ultimo aggiornamento di Antigone. Un suicidio ogni 5 giorni, quest’anno. E sempre più sono giovani, molto giovani, le persone che si tolgono la vita, fra i 20 e 30 anni, molte, in rapporto al loro numero, le donne. E sono persone che per lo più, ne abbiamo parlato, dovrebbero stare da tutt’altra parte. Persone fragili, magari con problemi di tossicodipendenza, come la giovane donna che qualche giorno fa si è tolta la vita a Roma.
    Annus horribilis, verrebbe da dire…
    Ma terribile, il tempo nel carcere, è sempre. Terribile e indecente, che altra parola non riesco a immaginare pensando a tanti “banalissimi” dettagli cui nemmeno si pensa, come essere chiusi in celle dove continuano ad esserci i water a vista, dove il caldo è soffocante, dove l’acqua è un miraggio… ma vi dice niente, a proposito di questa indecenza, il fatto che addirittura il carcere di S.Maria Capua Vetere ( sì, quello dei pestaggi dell’aprile del 2020 per i quali sono stati rinviati a giudizio un centinaio fra uomini della polizia penitenziari, dirigenti del Dap e funzionari dell’ASL) sia stato costruito senza una rete idrica?
    Da alcuni giorni leggere la rassegna stampa di Ristretti orizzonti, puntualissima su tutto ciò che riguarda le prigioni, è come scorrere una fiera degli orrori. Ogni volta mi chiedo, c’è da chiedersi, come possiamo accettare tutto questo, come possiamo essere così indifferenti, come se chi è in carcere non appartenesse alla nostra stessa umanità. Una cosa è certa, quello che accade è il fallimento più evidente del ruolo punitivo dello stato.
    E, a proposito di chi si toglie la vita nella cella di un carcere, vi giro ancora una domanda, che può sembrare una provocazione, ma forse non lo è: ma quando una persona si uccide in carcere, ed è alla “custodia” dello stato che una vita viene affidata, non è sempre e comunque di omicidio che si tratta? La risposta la trovo nelle parole del filosofo Giuseppe Ferraro:
    “Non c’è delitto perfetto che non sia fare in modo che la vittima designata si faccia suicida. Il caso viene chiuso. Non ci sono prove, né impronte. Sono bastate le persecuzioni, le parole, l’esclusione, la mortificazione, l’emarginazione, la maledizione, la tortura. È stato alla fine la vittima a commettere il suo omicidio”. Così scriveva Ferraro in una lettera a Carmelo Musumeci (L’assassino dei sogni, lettere fra un filosofo e un ergastolano), in una riflessione dopo il suicidio proprio di Nazareno, che era persona condannata all’ergastolo, che è condanna al buio oltre il buio.
    Ma penso le sue parole valgano per tutti, se il carcere per tutti è inferno che separa, che toglie voce alla parola e sequestra l’esistenza. “Nazareno… Si devono chiamare così tutti i suicidi che eseguono per prima mano la loro condanna a morte”, suggerisce Ferraro.
    E quanti Nazareni ancora, prima che la nostra società abbia un sussulto e fermi tutto questo…

    scritto per Ultimavoce.it

    Quando comprenderemo che l’anomalia siamo noi…

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    Ancora a proposito dell’omicidio di Civitanova, questa riflessione di Vittorio da Rios, che come sempre è riflessione profonda, sull’uomo e sul mondo che abbiamo costruito… leggete..

    “Quando comprenderemmo che l’anomalia siamo noi e non l’Africa nera da cui tutti discendiamo. Allora costruiremmo finalmente un nuovo grande planetario umanesimo. L’uomo inedito balducciano! Con l’auspicio che non sia già troppo tardi. Potremmo partire da qui per cercare di ragionare di quella tragedia a cui Francesca ha dedicato uno scritto di alto valore etico morale. Ma basta? O siamo innanzi a qualcosa di drammaticamente collettivo? Io ritengo di si, l’ominide da sempre uccide e spesso lo ha fatto croce in mano. Massacri stermini genocidi. Ma la tribù bianca è andata ben oltre nel secolo breve. Molto oltre quei crimini collettivi pur efferati compiuti in questi ultimi 5 secoli. Ha organizzato l’annientamento dell’altro su basi scientifiche-industriali. E molto pensiero filosofico scientifico e teologico ne ha dato giustificazione teorica. Non pochi intellettuali non hanno saputo più che potuto evitare l’entrata nell’aera catastrofale, l’era attuale del pensiero debole. Benedetto Croce ci ha illuminato con un assioma di valore assoluto. La filosofia è sempre presente nell’agire umano, e dove essa è grande e benefica Gli Stati e le società progrediscono. Dove essa è debole e deleteria ” il pensiero debole” gli Stati e le società si disgregano e vanno in rovina. Non è da qui che dovremmo partire per comprendere quella tragedia? Certo innanzi a un atto cosi crudele, estremo ed efferato, proviamo sgomento, indignazione, rabbia per come è maturato e nel modo in cui si è consumato, un simile assassinio. Francesca evidenzia alcuni tratti psicologici di quel giovane sventurato, come soggetto in grado di instaurare rapporti amichevoli ed affettuosi. Immaginiamo allora che fossero in quel momento applicati nei confronti di Alika Ogorchukwu, e anziché aggredirlo con il bastone che lo aiutava a camminare lo avesse invitato a bere un caffè e donarli se gli aveva i pochi spiccioli che possedeva, Chiederli come stava, da quale luogo proveniva, quale tribolazioni patite per arrivare qui da noi. Sorriderle e dargli la mano da uomo a uomo anzi da fratello a fratello. Come mai non è accaduto questo? Viviamo tutti noi in un clima di sistematica violenza di sistema. Mentre Alika veniva assassinato da un suo fratello “Bianco” sventurato vittima di questo criminale sistema collettivo di violenza e indifferenza, migliaia di fratelli di Alika: Indiani, Pakistani, creature provenienti come lui dall’Africa nera, vivono in condizioni sub umane, A gioia Tauro. Nell’ago Pontino e in molti altri luoghi del nostro paese, gli invisibili braccianti agricoli, senza di loro non si forniscono di verdura i supermercati di mezza Europa. Lavorando 9-12 ore al giorno per pochi Euro all’ora, le morti da calura e sfinimento non sono proprio infrequenti. E devono essere disponibili 24 ore su 24 perché i tir da caricare arrivano anche la notte. Vivono in baracche fatiscenti e quando va bene in roulotte. Chiedevo a un amico Indiano che ben conosce queste situazioni, dove sono le istituzioni del luogo l’autorità giudiziaria, perché questo non è sfruttamento è “Schiavitù” allo stato puro. Assenti mi disse sia Istituzioni che magistratura o quasi. E se tu ne togli 100 l’indomani ne arrivano 200 tale è efficiente l’organizzazione. Quando andiamo nei supermercati a riempire le borse di prodotti teniamo presente da dove arrivano e chi e come vengono prodotti. Certo non bisogna fare di ogni erba un fascio e chi scrive ben conosce la realtà produttiva agricola. La scoperta del futuro è come ha affermato Bronowski già nel 1975 la chiave dell’evoluzione umana? Questa essere legata alla previdenza tecnica degli Ominidi. Alcune decine di migliaia di secoli fa, essi sarebbero passati dal semplice uso degli arnesi alla loro fabbricazione e conservazione per l’avvenire. Da quel momento l’uomo, in grado di acculare conoscenze, di cambiare comportamento in funzione dell’esperienza e di formulare progetti, può dominare il ritmo di adattamento all’ambiente e sarà sempre più in grado di modificarlo. Cosa è accaduto perché questo processo assumesse le tragiche caratteristiche odierne di violenza, di guerre, di sterminio, praticato sia in forma collettiva che individuale, di manipolazione della mente umana e dell’ambiente in cui l’Ominide vive? Unica razionale risposta a tutte le violenze e uccisioni: Si è costruito io lo ripeto spesso; Il mostro tecnologico finanziario-armiero-produttivo-consumistico che oramai è fuori controllo all’uomo stesso Causa e motore della costruzione dei Crimini di sistema. Grazie infinite a Francesca alla sua grande coscienza critica. Sempre dentro le sofferenze e tribolazioni umane che e ci stimola a reagire e prendere coscienza cercando di “RADDRIZZARE IL LEGNO STORTO IN CUI SI RITROVA L’UMANITA”‘ Un caro saluto.

    Vittorio da Rios

    A proposito dell’omicidio di Civitanova… Razzismo, indifferenza, psichiatrie…

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    Alcune brevi riflessioni, e qualche domanda, a proposito dell’omicidio di Alika Ogorchukwu, l’uomo nigeriano ucciso a Civitanova Marche. Alcune riflessioni ora che piano piano la terribile vicenda via via sembra sbiadirsi, sommersa da altri incalzare…
    Il nostro pensiero va alla moglie, alla famiglia e all’intera comunità nigeriana così comprensibilmente sconvolta… mentre, oltre il dolore di chi in questa tragedia è coinvolto, rimangono, pesanti come macigni, gesti e parole, definizioni che lavorano dentro di noi e plasmano il nostro modo di rapportarci agli altri, malintesi per arginare le nostre paure. Malattia, pericolosità, ad esempio…
    Pensando al giovane che quell’omicidio ha compiuto, Filippo Ferlazzo. Chi lo ha conosciuto, chi conosce il suo percorso fra problemi di droga e difficoltà dei rapporti familiari, ne parla come di persona in grado di stabilire rapporti amichevoli, affettuosi, anche. Che avrebbe voluto fare il pittore… ché dipingere, leggo, era pure un modo per “sotterrare i suoi demoni”.
    Ne ho parlato con Peppe Dell’Acqua che non si stanca mai di spiegare che bisogna sempre riportare e ripercorrere la storia della persona, per comprendere, collocare quello che è accaduto all’interno di una storia, e non si stanca mai di ricordarci che ognuno è la sua storia che non può annegare in un “marchio” da affibbiare in tutta fretta, per catalogare, allontanare da noi ciò che non vorremmo riconoscere come parte, nel bene del male, di noi tutti. A cominciare da tanta violenza, la quantità di sangue che ci viene rovesciata addosso quotidianamente da tv, cinema… e poi ritorna nelle cronache intorno…
    Dopo l’omicidio, per Ferlazzo si è parlato subito di “persona socialmente pericolosa” e di “bipolarismo”, per dire di una condizione dove la persona vive oscillazioni periodiche di umore.
    “Dare/ricevere subito una diagnosi psichiatrica, significa portare fuori da noi ciò che vorremmo non ci appartenesse. Ricorrere subito a una diagnosi psichiatrica significa dire che la malattia è l’unico colpevole e dimenticare tutto il resto. Di questo dovremmo liberarci, perché la perizia psichiatrica porta su un altro binario che subito cancella la storia individuale e si perde la strada nella normalità. Dimenticando che il gesto di uccidere è cosa che fa parte dell’umanità, con tutte le conseguenze che per ognuno questo deve comportare. Penso ai poliziotti statunitensi che hanno ucciso uomini di colore…”
    E l’immagine, fra le tante, che subito torna, quella dell’omicidio di George Floyd. Pensateci, il gesto ultimo è esattamente lo stesso… di uomo che si accanisce, soffocandolo, su altro uomo. Bianco l’uno, nero l’altro. Anche per l’omicidio di Civitanova questione di razzismo?
    “Quel giovane ha subito voluto dire di non essere razzista, ma, mi chiedo, avrebbe fotto quello che ha fatto se quell’uomo non fosse stato nero? C’è un razzismo diffuso che è dentro di noi, e che agita tensioni e conflitti nel nostro mondo interno. Chiediamoci se le cose sarebbero andate diversamente se l’altro fosse stato un bianco… il razzismo diffuso è anche dentro di noi e condiziona quando meno ce lo aspettiamo il nostro sentire e i nostri comportamenti… riguardate quel video, dove tutto accade in quattro, cinque minuti…”.
    E come non pensare che a comporre quel razzismo diffuso è anche l’indifferenza, e le responsabilità individuali si intrecciano a quelle collettive. Non sarebbe intervenuto nessuno anche se la vittima fosse stata un bianco e viceversa l’aggressore persona di colore? Non ho la risposta certa, ma chiediamocelo…
    Ritornando alla questione del disturbo mentale, che da un lato, come si diceva, sposta il male e la colpa lontano da noi, dall’altra viene subito messa in gioco ad invocare irresponsabilità, Dell’Acqua mi ricorda un’intervista di qualche tempo fa di Franco Rotelli, a proposito di una serie di tragedie italiane… insomma, la scia di sangue della nostra quotidianità…
    “A me molti di questi protagonisti, spiega Rotelli, sembrano davvero matti. Persone fuori di testa, malate. … E’ gente che non metterei tanto dentro ciò che noi indichiamo quotidianamente come persone normali. Ma, attenzione, l’essere matti tutto dice tranne che uno status di irresponsabilità. Beh, gli avvocati di difesa parlano in quasi tutti i casi di infermità mentale, di incapacità di intendere e volere… No, no. Nella mia decennale esperienza di psichiatra non c’è matto che nel commettere un illecito grave, un crimine, non sapesse che cosa stava facendo. E’ una menzogna quella della ‘incapacità di intendere e volere’ che si rovescia sulla malattia mentale aprendo tutti i varchi alla marginalizzazione delle persone malate e ogni tipo di violazione dei loro diritti – tanto non sono ‘responsabili’. Con la ‘irresponsabilità’ si innesca poi un orrore giuridico con la scomparsa dal processo e dal giudizio della persona incriminata, cosa che non ha alcun senso”.
    Non c’è matto, dunque, che nel commettere un illecito grave, un crimine, non sappia che cosa stia facendo. E le parole che, ho letto, Filippo Ferlazzo ha pronunciato in qualche modo sembrano confermarlo: “Quello che ho fatto è la mia condanna”.
    “Quasi desiderio- conclude Dell’Acqua- di una porta che si chiuda alle sue spalle e lo lasci nella solitudine del suo pensare. La condanna è ritornare col pensiero sulla propria colpa, e dovrebbe avvenire in un modo o nell’altro…”
    E noi che, ricorda Dell’Acqua, siamo tutti figli di Caino, piuttosto che catalogare per allontanare da noi cosa che ci fa paura, dovremmo cercare di comprendere:
    “Sto parlando di una comprensione che ci aiuti a dire con Jean Paul Sartre che “tutto ciò che è umano ci appartiene”. Solo la comprensione nella normalità può esorcizzare la paura che avvertiamo, dolorosa e “tragica” dentro di noi ed intorno a noi”.
    E questo appartenerci non può naturalmente significare giustificare. Significa altro, e ritorno alle parole di Rotelli, che respinge per le persone con disturbo mentale l’orrore giuridico dell’irresponsabilità:
    “Visto che c’è il carcere come luogo di espiazione, devono andare in carcere come le altre persone che commettono reati. Un carcere magari che sia in grado di costruire sul soggetto la pena. Soggettivare che può voler dire considerarli cittadini come tutti gli altri – nei diritti e nei doveri – nella buona e nella cattiva sorte”.
    Visto che c’è il carcere. In attesa, per noi che lo riteniamo necessario, che il sistema delle pene cambi per tutti. Ma qui si aprirebbe altra pagina, a proposito della nostra incivile civiltà…

    Scritto per Forum della salute mentale





    La necessità della fiaba…

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    A proposito di Yekutiel, di guerra, di crimini di pace… Vittorio da Rios, che ancora ringraziamo
    leggete…

    “Nel suo pellegrinare per il paese con non pochi sacrifici vista l’età, Alex Zanotelli spesso inizia cosi i suoi interventi. Io ho superato gli ottanta anni, e la mia generazione nata durante la seconda guerra mondiale sarà ricordata come una tra le generazioni più maledette dalla storia. E rivolgendosi hai giovani: noi vi lasciamo un mondo malato, forse in modo irrimediabile. Inutile ora ricordare quale universo orrendo ci è dato vivere causa dolore a dolore. Ma con coraggio etico proviamo ad elencare alcune componenti di questo tragico e orrendo universo. Ci sono attualmente nel mondo oltre 40 conflitti e guerre. Ogni 12 secondi un bambino muore per fame e sete quanto mancanza di medicinali. la stessa cifra più o meno riguarda le morti infantili da guerre. 3,5 e oltre miliardi di creature al mondo vivono con meno di due Dollari al giorno. quasi un miliardo sono ridotte alla fame: mancanza giornaliera di cibo. E se ne uccide per fame 27-30 milioni ogni anno. Facciamo un po’ i conti solo in questo inizio di secolo quale spaventose cifre ne emergono. Ma tutto sembra normale alla tribù bianca, essa stessa sempre più lacerata da conflitti e insanabili lacerazioni interne. Una tragica egemonia sul mondo iniziata 530 anni fa e ora giunta alla sua fase ultima. Che fare? Riprendendo la domanda di Lenin nei tragici momenti della storia di inizio 900. Poniamoci una realistica quanto lucida domanda: Come destrutturare in tempi utili il mostro come definito dal grande fisico Luigi Sertorio, Tecnologico di potenza, Finanziario-armiero-produttivo fuori controllo all’uomo stesso? Carissima Francesca Grazie infinite per portarci con la tua penna magica quanto colta e sensibile dentro la assoluta necessità della fiaba. Forse unico rimedio e giusta sutura alle irreversibili ferite e lacerazione fatte all’animo umano, da questo universo orrendo, e al pianeta che ci ospita Grazie all’opera di Beniamin Tammuz alla sua straordinaria creatura di Yekutiel Quanto la sua musica “divina” oggi necessità sia divulgata e udita nelle infinite periferie del mondo, nelle megalopoli, nelle baraccopoli dove vivono sardinizzati una infinità di milioni di creature umane. Nelle carceri di ogni paese dove si consumano quotidianamente le poche ceneri rimaste dello Stato di diritto. Alle nostre carceri cosi disumanizzate assurde anti Costituzionali, dove la stragrande maggioranza della sua popolazione sono i poveracci vittime dei CRIMINI DI SISTEMA. Come vivono oggi i nostri carcerati questo infernale caldo’ stipati in celle sovraffollate, che per avere in cella un ventilatore occorre ancora fare la “domandina” al direttore? Mi viene da pensare chinandomi sull’opera straordinaria di Gaetano Filangieri: “La scienza della legislazione”, un inno unico al diritto, che già al suo tempo quanto la sua breve esistenza avesse udito la musica “divina” ispiratrice, melodia di saggezza di Yekutiel, che tutto lenisce e rende non più infernale questa vita ai più ma armoniosa e vivibile per tutti. Hai Bambini e bambine Afgane. a quelli dello Yemen vittime delle mine anti uomo. Alle giovanissime vittime della tratta a fini della schiavitù sessuale e pedofila. Alle vittime del lavoro schiavizzante di donne i infanzia in molti paesi: Africa, America Latina, Asia, Che producono per le grandi firme dell’alta moda a salari di fame, 50-80-quando va bene Euro al mese, in condizione inumane su capannoni fatiscenti che spesso sono le loro dimore. E chi denuncia e si ribella sparisce nel nulla. Grazie Francesca Un caro saluto.

    Vittorio da Rios

    La melodia che, forse, ci salverà

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    Mi permetto, di questi tempi di guerre e di scontri infuocati, di suggerire la lettura di una fiaba.
    “Il re dormiva quattro volte al giorno”, dello scrittore israeliano Benjamin Tammuz, che forse conoscerete per “Il minotauro”, o per “Il frutteto”, romanzi che attraversano la dolorosa, complessa, lacerante storia della sua terra. Ma Tammuz ha scritto anche alcuni libri per bambini, e questa fiaba. Adattissima, anzi necessaria, anche per gli adulti.
    Vi racconto, molto sintetizzando…
    Il protagonista è Yekutiel, un bambino molto gracile e malaticcio, nato con una gobba, che ne fa un bambino così diverso… E’ spesso costretto a letto, perché attraversa momenti di grande debolezza, ma un giorno, anzi una notte, ha un sogno bellissimo. Percepisce una musica meravigliosa, che è qualcosa come la voce dell’anima della Terra. Appena sveglio Yekutiel, prova quella musica con il suo flauto e da allora, grazie quel canto, entra in contatto costante con la natura, con lo spirito buono del mondo, con il senso profondo della vita. E questa musica, e questa sua magica capacità lo accompagneranno sempre, anche quando sarà adulto. E mai perderà la freschezza e la saggezza, riuscendo a trarre forza anche dalla sua diversità
    Ma vive in un paese che è costantemente in guerra con i popoli confinanti. Le guerre, la loro violenta voce… Così, quando scoppia l’ennesimo conflitto, Yekutiel attraversa la frontiera e con il suo flauto “versa il veleno della pace nei cuori dei nostri arditi combattenti, e tutti quelli che sentono la sua musica diventano mansueti”. Potrebbe essere questo il lieto fine, ma la storia non finisce qui. Le fiabe, d’altra parte, quelle vere (non le versioni edulcorate che a un certo punto sono state confezionate per noi), guardano al mondo, e ce lo spiegano, per quello che è, con tutte le sue brutture.
    E quindi, si può immaginare…
    Un uomo capace di seminare la pace? E cosa c’è di più pericoloso per un paese che di guerra vive!!!
    Così Yekutiel viene arrestato, e lo ritroviamo in un carcere, insieme ad altre persone dall’animo simile al suo. Il dottor De Nicotin, in prigione perché aveva scoperto che il fumo fa male (ma come fa lo stato a comprare le armi per le sue guerre se le persone non rimpolpano più le sue casse con le tasse sulle sigarette?), e il professor Humanitas, in carcere da quando ha scritto un libro nel quale ha osato spiegare che gli uomini sono tutti uguali e questa uguaglianza va incentivata e rispettata (ma se tutti avessero letto quel libro, e capito che gli uomini, gli altri, non sono tutti cattivi e nemici, chi sarebbe più andato in guerra?). Insomma, in un mondo guerrafondaio e violento, personaggi “pericolosissimi” e da azzittire.
    Yekutiel e i suoi nuovi amici riescono a uscire dal carcere, grazie al suono di un flauto segretamente costruito che addolcisce il cuore delle guardie… e poi e poi accadono ancora tante cose, irriassumibili. Comunque, ancora in qualche modo intorno a Yakutiel vengono costruite prigioni: imbrigliato ad esempio dallo stato che cerca ad esempio a un certo punto di sfruttare, per monetizzare, la sua straordinaria dote di musicista, e sempre c’è qualcuno che cerca di rapirlo o ucciderlo. E lui è costretto ad andare in esilio “nel Centro del Mondo, perché la sua anima veniva da là”. Ma era pure convinto che il Centro del Mondo non fosse da alcuna parte perché è dappertutto, quindi avrebbe seguito la sua musica. E dov’è questa musica? “Dentro di me” .
    Yekutiel scompare. Ma dal suo nascondiglio segreto continua a mandare nel mondo le sue melodie, e chiunque le sentiva le suonava, riempendo di musica il mondo. E quando da vecchio tornerà nel suo paese, finalmente lasciato vivere in pace, sarà lì a spiegare alle persone, giovani soprattutto, che lo andavano a trovare, come può essere bello il mondo.
    Racconto bellissimo, dovrebbe essere usato come libro di testo nelle scuole, ma anche agli adulti non farebbe male. Un racconto contro le guerre e sul potere della musica, anche.
    Ricordate qualche anno fa l’immagine del giovane migrante che suonava il violino, lì a pochi chilometri dal confine con la Grecia, dove era bloccato dalla polizia turca insieme ad altre migliaia di profughi? Note de La primavera di Vivaldi, e chissà se l’animo di qualcuno avrà intenerito…
    E ricordate la musica di Bach che Rostropovich corse a suonare sotto il muro di Berlino appena picconato con il suo violoncello? Allora, ho letto, Rostropovich spiego: “Non sono andato a Berlino a suonare per la gente, sono andato lì a suonare affinché Dio mi ascoltasse, direttamente dal Muro di Berlino. Una specie di preghiera di ringraziamento a Dio…”.
    Musicisti… come Yekutiel… come sacerdoti in contatto col divino. A sciogliere i nostri cuori, sul confine delle guerre…

    scritto per Ultimavoce.it

    Carceri, REMS, SPDC… il fascino discreto della contenzione

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    Alcuni pensieri sulla salute mentale in carcere, che è cosa che a mio parere va oltre la questione delle REMS, le residenze teoricamente destinate alle persone con problemi psichiatrici che hanno commesso reato. Teoricamente, perché se la legge che le ha istituite considera le REMS l’ultima ratio rispetto alla necessità della presa in carico delle strutture sul territorio la realtà è spesso altra, tant’è che alle loro porte blindate premono, in lista d’attesa, anche persone che in carcere si ammalano e si aggravano, fra folli rei e rei folli (distinzione che faccio fatica ad assimilare), e che dovrebbero essere destinati, tutti, a tutt’altri percorsi…
    Una pagina che mai andrebbe chiusa perché questa cosa orrenda che è il carcere, rimossa dalla nostra coscienza di bravi cittadini, è luogo, ne sono convinta, dove si sperimenta fin dove si può arrivare nella compressione dei diritti delle persone, a cominciare dal diritto alla salute, nell’indifferenza di chi è fuori. Ed è specchio, purtroppo fedele, delle deformazioni della nostra presunta civiltà, brutture che, ci piaccia o no, tutta la qualificano. Montesquieu insegna…
    Quando anni fa ho cominciato ad affacciarmi su questo mondo e ho chiesto a un volontario di lungo corso come funziona la sanità in carcere, la prima risposta è stata: “Ah, quello che non manca mai, qui, sono gli psicofarmaci”. E Francesco Lo Piccolo, fra l’altro direttore di “Voci di dentro”, con immagine fulminante ha parlato del “carrello della felicità”.
    Già, perché circa il 70 per cento delle persone detenute assumono psicofarmaci, una percentuale superiore a quella della popolazione libera, più vicina a quella delle aree socialmente ed economicamente più depresse. E questo al di là delle articolazioni delle sezioni particolari aperte per chi ha problemi diciamo più gravi, che pure possono prevedere quella cosa barbara che sono le celle lisce che tanto ricordano i vecchi manicomi (e questo è un orrore del sistema punitivo che vale per tutti).
    In carcere, se non ci si entra già malati, ci si ammala, fisicamente e psichicamente, anche se ho letto che qualcuno ha affermato che non ha mai visto nessuno impazzire in carcere. E chissà che si intende per impazzire, quale grado estremo nella scala della sofferenza bisogna raggiungere…
    Tre storie per tutte. Vicende diverse, ma tutte facce come di un unico poliedro.
    Raffaele Laurenza, entrato in carcere perfettamente sano nel corpo e nella mente. Che finisce (la denuncia è dell’associazione Yairahia) nel carcere di Parma, in una sezione dove è circondato da persone con gravi patologie fisiche e psichiche. Si trova così a vivere in una prigione nella prigione “…sono chiuso, non posso parlare con nessuno gli altri sono malati e anziani”. E così eccolo che deve prendere farmaci mai presi in vita sua, è depresso, manifesta episodi d’ansia, non riesce a frequentare la scuola per “difficoltà nell’attenzione e nella concentrazione”. Solo un mese fa è arrivato il trasferimento, pur chiesto con l’urgenza certificata da perizie psichiatriche fin dal novembre dello scorso anno…
    O.D.B., giovane cittadino marocchino in Italia con permesso di soggiorno, in carcere per uno scippo (la carcerazione scatta perché recidivo, alcuni giorni prima aveva rubato un portafoglio). Assolto per “vizio totale di mente”, viene disposto il trasferimento in una REMS per la durata di due anni (e ancora la REMS intesa più che altro come luogo di misura di sicurezza!?), ma poiché non si trova posto, il giovane resta in carcere. E lì rimane, in compagnia delle sue visioni (“dice di essere controllato dagli aeroplani e di poter guarire il Covid coi suoi poteri” ha spiegato all’Agi la sua legale).
    Antonio Raddi, 28 anni, morto due anni fa a Torino, morto dopo aver perso 30 chili, tossicodipendente, nessuno aveva creduto al suo malessere. E sì, in carcere questi giovani vengono semplicemente considerati “tossici”, e chissà chi si cura delle loro fragilità. Antonio Raddi, muore non assistito nonostante lamentasse la sua disperazione. “Qua muoio”, diceva… e aveva ragione, lui come tutte le persone nella sua condizione (e sono sempre di più, soprattutto con la pandemia) per le quali sarebbe necessario piuttosto un percorso terapeutico esterno. Portato di quel manifesto di cultura illiberale, come l’ha definita Patrizio Gonnella di Antigone, che è la Fini-Giovanardi.
    E poi, e poi… in carcere ci si suicida. Solo nel 2021 sono stati 53 i suicidi consumati, 62 l’anno precedente. Quest’anno siamo già a 30, mentre al 22 marzo risultavano essere 381 le persone detenute, di cui si è accertata una patologia di natura psichica, che dovrebbero essere inquadrati in istituti predisposti per affrontarla, ma sono ancora in “normali” carceri, privi, si denuncia, della necessaria assistenza.
    Numeri, raggelanti in sé, ma al di là delle statistiche, proviamo a immaginare volti, a leggervi il riflesso della follia, quella sì, di un sistema che di fatto contraddice e mortifica i suoi stessi dichiarati fini. Il carcere fa ammalare, fa ammalare nel corpo e nella mente, e sicuramente non è e non può essere, a cominciare per la sua struttura che è comunque e sempre luogo d’afflizione, luogo di cura.
    A margine, mi sono sempre chiesta, conoscendo persone prigioniere di lunghissime detenzioni e conoscendo le condizioni di vita, a volte inimmaginabili, fra le mura delle nostre prigioni, in quale camicia di forza mentale bisogna infilarsi per non andare in escandescenze ogni giorno, per considerare accettabile, qualsiasi reato si sia commesso, quell’incubo che è la carcerazione senza fine. Da attingere al “carrello della felicità”, forse. Anzi, quasi sicuramente. Ho conosciuto persona che si è molto vantata di non aver fatto mai ricorso agli psicofarmaci per sopravvivere. Mosche rare… ma qui il discorso si allargherebbe troppo.
    Ritornando a chi in carcere arriva già malato e a chi vi si ammala…
    A monte c’è intanto un problema culturale. A prevalere sembra sia sempre il momento della “sicurezza”, del controllo, della pena rispetto a qualsiasi altro obiettivo (la rieducazione, una reale sicurezza sociale…), mentre i diritti tutti vengono mortificati, compreso quello alla salute e alla salute mentale. Mentre intorno a chi soffre di disturbi mentali si innalza il muro della pericolosità, che è pur sempre una “valutazione”, con tutti i limiti e l’arbitrarietà che a volte questo significa.
    E cos’è questa se non violenza inaudita del sistema? Del sistema carcere e del sistema società tutta, che vuole concentrati dietro un mondo a sbarre sia detenuti per fatti-reato sia tutte le fragilità che non vogliamo vedere né affrontare, né tantomeno accogliere, come invece dovremmo. Perché questo è. Basta dare uno sguardo alla fisionomia della popolazione carceraria…
    E cosa fare, in quale direzione andare per combattere tutto questo.
    Per essere concreti. Intanto, una risposta è anche nella proposta di legge “Disposizioni in materia di salute mentale”, ripresentata in questa legislatura dall’on. Elena Carnevali e dalla senatrice Paola Boldrini, per il rafforzamento delle strutture per la presa in carico sul territorio. Mi sembra molto chiara in proposito se fra l’altro parla di “presa in carico delle persone affette da disturbo mentale che hanno commesso un reato, o che sono a rischio di condanne penali o di misure di sicurezza, o vi sono sottoposte, attraverso programmi terapeutico – riabilitativi individuali, di intensità modulata in rapporto ai bisogni della persona, evitando in prima istanza l’invio alle Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (REMS) e assicurando le attività di tutela della salute mentale e di presa in carico dei detenuti e degli internati negli istituti di pena di competenza territoriale”.
    Fondamentale, se ne è parlato in queste pagine, è anche la riforma di quella tremenda eredità del codice Rocco che è il concetto di irresponsabilità penale, che continua di fatto a creare per le persone solo prigioni. Riconoscendo piuttosto l’irresponsabilità sociale… del nostro ottuso pensiero.
    Ma soprattutto, c’è un problema culturale più ampio e profondo. Dovremmo finirla col pensare che rinchiudere risolva tutto. Dovremmo infine liberarci di questa imperante filosofia delle sbarre (sbarre nelle carceri, nelle REMS, negli SPDC, nei nostri pensieri…). Quando riusciremo finalmente a sottrarci al fascino discreto della contenzione non sarà mai troppo presto…


    scritto per Forum della salute mentale


    Un disinvolto mondo di criminali

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    Le riflessioni di Vittorio da Rios, che ancora ringraziamo, sempre ci aiutano ad allargare lo sguardo sul mondo, a non perdere di vista le ampie dinamiche che tutto condizionano. Leggete…

    “Sempre più di frequente mi ritorna alla memoria osservando le tragedie del mondo, la definizione fatta da Peter Handke dell’attuale classe dirigente: “Un disinvolto mondo di criminali” immortalata nel titolo di un suo libro. Quello raccontato da Francesca è la tragica inumana spietata conseguenza. Dove stiamo andando, e a quale deriva etica morale siamo sopraggiunti? Come rimediare a questo “universo orrendo”? Dobbiamo partire dai dati che impietosamente fanno la radiografia di questa economia che UCCIDE come in più circostanze e nelle sedi internazionali ha denunciato Papa Francesco. Ogni 12 secondi un bambino muore di fame e per mancanza di cure adeguate. Che in un anno danno una cifra di 2,5-3 milioni di morti. Poi vi sono le morti infantili da guerre e violenze, ve ne sono circa 40 attualmente di guerre in essere, che danno cifre spaventose. altri 3-4 milioni di morti. Vi sono qualcosa come 3-3,5 miliardi di creature umane che sopravvivono con meno di 2 Dollari al giorno. Se ne affama qualcosa come 8,5-900 milioni, mancanza endemica di cibo, e se ne uccide per fame 27-30 milioni ogni anno. Che fatta la somma solo in questo inizio di secolo da cifre paurose che crea orrore a pronunciarle quanto scriverle: 560-630 milioni di assassini per fame. L’equivalente della popolazione Europea. In questo tragico disordine mondiale si investe in armi cifre che sono impronunciabili per la loro estensione. Migliaia di miliardi di Euro o Dollari che si voglia. Solo il nostro paese ha in programma di investire in produzione di armi e in sistemi difensivi nel 2022 una cifra che si avvicina ai 30-35 miliardi di Euro per arrivare nel 2023-24 a 40 miliardi di Euro. 2% e oltre del PIL. Tra l’altro mantiene il nostro paese la posizione di Leder nella produzione ed esportazione di armi leggere le quali sono causa del 90% delle uccisioni che avvengono nel mondo. Come uscire da questa tragica condizione umana? Con quali strumenti rimediare lo strapotere della finanza e delle potentissime banche d’affari che di fatto oggi gestiscono Stati e parlamenti? Indispensabile investite sulle nuove generazioni dare gli adeguati strumenti formativi, di grande valore filosofico scientifico culturale. Creare masse critiche. Porre al centro l’importanza della gestione dell’economia con giusti strumenti di equità. Il lavoro è enorme poiché occorre ripensare nuovi paradigmi rispetto a quelli fin qui costruiti, che hanno determinato questa catastrofica planetaria situazione. I nuovi paradigmi riguardano, l’alto sapere filosofico-scientifico, il diritto, le scienza economiche e sociali le varie discipline e saperi che organizzano le produzioni agricole, le varie articolazioni umanistiche scientifiche che si prendono cura del pianeta che ci ospita. Con al centro il potente irrinunciabile assioma: del DIRITTO DI AVERE DIRITTI. come enunciato da un grande maestro del diritto: Stefano Rodotà, Grazie carissima Francesca sempre attenta nel cogliere e denunciare con l’arte e il dono della tua narrazione le tragedie collettive e individuali come quella assurda morte da svenamento di quel giovane quanto sventurato uomo nostro fratello. Un caro saluto”

    Vittorio da Rios

    Per restituire a chi le abbiamo tolte le cose necessarie alla vita…

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    Fra i morti anonimi delle guerre, e i morti delle strade, e quelli delle case, e i pettegolezzi e le curiosità dell’estate… una notizia questa mattina mi è rimasta inchiodata nella testa. O forse era di ieri, ma scorrendo quei fogliettoni che sono i giornali on line, tutto sembra scivolare via come su un rullo e quasi quasi ogni cosa si perde se tutto sembra schiacciato su un’unica dimensione e in un unico tempo… Comunque, non se ne va, questa notizia, come se fosse roba da prima pagina. Ma più ci penso, più da prima pagina davvero mi sembra, perché come poche fotografa il mondo che abbiamo costruito.
    La tremenda fine di quell’uomo morto dissanguato nel giardino di una scuola di Canicattì, per via di una profonda ferita al braccio che si era procurato rompendo il vetro che lo separava dalla macchinetta delle merendine. Dario Valerio Pedalino. 33 anni, disoccupato, “ladro di merendine”. O forse voleva rubare le monete contenute nel distributore di bibite e snack, ma cosa cambia… Rimane quel suo corpo rimasto nell’erba, dove l’uomo si era trascinato prima di perdere i sensi…Ecco, immagine più feroce della nostra società, dove è così ben marcata la linea fra ricchi e poveri, non riesco a immaginare. O forse sì, un’altra me ne viene in mente, quella dell’altro giovane morto incastrato nel cassonetto dei vestiti usati, che stava cercando di prendere. Da Canicattì a Mestre… un sentiero che attraversa l’intero paese. Sentiero trafficatissimo. Da tanta, troppa gente: da coloro che vivono il disagio delle periferie, che è disagio economico e sociale, a quelli la cui vita non vale il prezzo di frutta e verdura che arriva sulle nostre tavole. In mezzo rifugiati, rom, i senza casa “sgomberati” dalle case occupate. Provate voi a completare l’elenco. Siamo sempre il paese dove qualche anno fa un liceo del centro storico romano, nel rapporto di autovalutazione, vantava di non avere fra i suoi studenti stranieri, poveri o disabili…
    Credo sia questa una delle facce peggiori del nostro razzismo. E aveva proprio ragione la nonna di Sancio Panza, lo scudiero di Don Chisciotte, quando diceva: “nel mondo non ci sono che due razze, quella di chi ha e quella di chi non ha”.
    A proposito di chi non ha. Gli ultimi dati Istat li abbiamo letti, vale la pena di ricordarli: per quasi due milioni di famiglie si parla di povertà assoluta, destinata a crescere, data l’inflazione, se viene misurata sulla capacità delle famiglie di sostenere le spese essenziali per vivere. Che significa il minimo per cibarsi, pagare un affitto, curarsi, riscaldare la casa in inverno… Non avere, pensate, neanche il minimo per cibarsi, come il “ladro di merendine”, appunto… E da tempo il Banco alimentare lancia appelli: nei primi mesi di quest’anno sono già 50.000 in più gli assistiti dalle reti di associazioni caritative. Mentre sono in calo le donazioni di alimenti da parte dell’industria.
    A proposito di donazioni, di carità…
    C’è un pensiero, ci sono azioni, di cui penso si avrebbe tanto bisogno oggi. Pensieri e azioni certo scandalosi, come quelli di San Francesco. Ne avevo letto in un intervento di Chiara Frugoni, la storica specialista del Medioevo e di storia della Chiesa che pochi mesi fa ci ha lasciato. Parlava, Chiara Frugoni, di Francesco come una delle poche persone che nel Medioevo si siano fatte carico dei problemi del proprio tempo cercando di avere idee nuove, “profondamente convinto che l’elemosina non fosse altro che parziale restituzione dovuta ai poveri”.
    Principio davvero scandaloso, che Francesco aveva messo nella sua regola, che la Chiesa poi non avrebbe mai approvato. E già, come accettare un principio talmente forte e rivoluzionario! Avrebbe sconvolto il mondo. La regola di quel “pazzo” che, Chiara Frugoni ha ben spiegato, non ha mai detto “sopporta perché acquisterai meriti in paradiso”, perché quello che sentiva davvero, Francesco, è “vera e propria responsabilità morale”.
    Roba da pazzi, roba che avrebbe davvero rivoltato il mondo! Che per carità… certi equilibri ce li siamo tenuti ben stretti.
    Eppure, quel sogno di Francesco, convinto che “la legge naturale prescrive agli uomini di avere l’uso delle cose necessarie alla loro conservazione, ma non li obbliga in alcun modo alla proprietà” (solo l’uso è necessario alla vita degli uomini e, come tale, irrinunciabile), come ha spiegato Chiara Frugoni, avrebbe da insegnarci molte cose, se volessimo provare a cambiarle, le cose. Se volessimo davvero scegliere un’inversione di rotta.
    Cominciando dunque col restituire l’uso delle cose necessarie alla vita di cui noi troppi abbiamo espropriato, costringendoli a rubacchiare le nostre briciole. Anche al prezzo enorme della vita.
    No, proprio non è possibile archiviare, come notizia di ieri, il pensiero di quel corpo dissanguato, a pochi metri da un distributore di merendine…

    scritto per Ultimavoce.it


    Ricostruire su ciò che resta di Pompei. Due disegni di legge per ricominciare

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    Ha ragione Carla, Carla Ferrari Aggradi. E il suo è anche il nostro stupore, se nel convegno nazionale del 10 giugno non c’è stato alcun riferimento all’esperienza basagliana e a quello che ha rappresentato e rappresenta nel mondo il DSM di Trieste… Come se, riprendo le sue parole che meglio non potrebbero fotografare l’assurdo, “quarantaquattro anni dalla legge 180, quarantaquattro anni di psichiatria antimanicomiale, di riscoperta di donne e uomini nascoste dietro la sofferenza mentale, di diritti riconsegnati ai ‘pazienti dei servizi psichiatrici’, di rispetto per la loro sofferenza, per la loro vita… non fossero esistiti”.
    E la risposta al suo invito è: sì. Se storia c’è stata, riprendiamola, quella tessitura…
    Tanto per cominciare riproponendo le “Disposizioni in materia di salute mentale”, il disegno di legge del 2017 firmato a Nerina Dirindin e Luigi Manconi, ripresentato in questa legislatura dall’on. Elena Carnevali e dalla senatrice Paola Boldrini, che dà piena attuazione alla legge 180. Per valorizzare le rimonte e i successi che pure ci sono stati grazie a quella legge e il diritto riconquistato delle persone.
    Come si è iniziato a discutere nell’ultimo incontro del Forum della Salute Mentale. Certo, si è detto, bisognerà iniziare a bussare forte alle porte della politica.
    Che ascolterà? Il dubbio è legittimo, guardandosi intorno…
    E allora… “Bisognerà andare per strada e urlare con la nostra presenta contro tanta piattezza dell’ascolto… urlare col dolore che danno le cose che succedono”. Parole di Peppe Dell’Acqua, che non conosce mezzi termini. E come dargli torto.
    Urlare col dolore che danno le cose che succedono…
    Le cose che succedono hanno il volto di Wissem Ben Abdel Latif, che è il volto di quanti ancora soffocano legati a un letto di contenzione. Hanno la voce muta di Fedele Bizzocca, malato psichiatrico morto nel settembre scorso nel carcere di Trani, che è il silenzio di tutti “i casi problematici in particolare di natura psichiatrica”, persone intrappolate, non meno che nelle parole con le quali le pronunciamo, nelle narrazioni tossiche che facciamo di dolorosi fatti di cronaca… e le persone diventano “mostri” da cui difenderci, invece che persone da curare. Le cose che succedono hanno il nome di Alejandro Meran, intrappolato anche lui, come tanti, nella gabbia dell’irresponsabilità penale…
    Le cose che succedono, in maniera meno eclatante, ma non meno crudele, sono la cronaca di tanta distrazione e di scelte arroganti delle politiche sanitarie degli ultimi tempi, con il fallimentare sistema “ospedale al centro e tanto privato”, che tanta solitudine continua a produrre e che ha di fatto tradito lo spirito della riforma sanitaria del ’78.
    Due, dunque, i corni del problema. L’attuazione su tutto il territorio della penisola dei principi della 180, e delle pratiche che da questa sono discese, e il superamento di quell’obbrobrio che viene direttamente dal codice Rocco a proposito di irresponsabilità penale, misure di sicurezza e tutto il corollario che ne discende. E anche per questo è bello pronto in parlamento il disegno di legge a firma Riccardo Magi, che permetterebbe di superare le vecchie norme del codice Rocco, intanto restituendo, insieme alla responsabilità penale, dignità a chi ne viene privato, e così creando le premesse, come giustamente ha scritto su queste pagine Pietro Pellegrini, per “rifondare su basi nuove il “patto sociale”, la giustizia e la cura delle persone con disturbi mentali”.
    Dare dunque piena attuazione ai principi della 180.
    Riprendendo gli interventi dell’ultimo incontro del Forum, che già segnano l’inizio di un percorso…
    “Tanto per cominciare il disegno di legge può essere un buon ‘manuale’ per mettere in moto la terza rivoluzione: l’attuazione in tutto il territorio di strumenti adeguati come in diversi dipartimenti di salute mentale già avviene. Per rivalutare soprattutto il ruolo delle persone con esperienza. Per richiamare i servizi, i dipartimenti, le regioni, la magistratura a vigilare sull’attuazione delle misure di sicurezza…”
    Un disegno di legge che, individuando concretamente livelli di assistenza, percorsi di cura, prevedendo l’operatività dei servizi sul territorio per 24 ore al giorno, mettendo sempre al centro la persona e i suoi bisogni… intanto ci riporta nell’abito dei principi del piano d’azione della salute mentale dell’OMS, come della Convenzione ONU dei diritti delle persone con disabilità. Che a tratti sembriamo aver trascurato.
    Al centro, ritorna, concreta, in tutte le sue possibili articolazioni, la città che cura, una città che si chiede “come curare” non “dove metterle”, le persone. Dove fra l’altro il servizio di salute mentale può essere servizio di base e non specialistico della psichiatria, al quale i cittadini possono accedere insieme agli altri servizi.
    Insomma, un ddl, come spiega Daniele Piccione, distonico rispetto a quello che sta accadendo, che disegna “una certa idea di mondo” che ci piace. Rimettendo al centro la partecipazione a livello locale, perché dove manca la partecipazione i servizi sono scadenti. E le tristi cronache con protagoniste persone malamente seguite, quando non seguite per niente, ne sono il tremendo ricasco…
    Anche su questo il disegno di legge vuole fare chiarezza e dare precise e concrete indicazioni. Nodo quanto mai cruciale, quello del TSO. Troppo spesso mal interpretato nella sua attuazione, tradotto in pratiche violente, è diventato (ancora parole di Piccioni) “finestra attraverso la quale il tentativo di ritorno della coercizione, delle oppressioni hanno fatto capolino nell’ordinamento”. Cosa ben lontana dall’idea con la quale era nato un provvedimento che voleva essere non sopraffazione, piuttosto abbraccio di cura che passa attraverso confronto e mediazione.
    Insomma, una legge non da modificare, la 180, ma da applicare pienamente, (ci sono regioni dove mai è stata davvero applicata, mentre oggi subisce attacchi là dove ha meglio funzionato…) contro tanti luoghi comuni e cattive psichiatrie che, mettendo al centro la malattia e non l’uomo, la vogliono di fatto cancellare.
    Ben venga dunque questa sorta di contrattacco contro chi la rivoluzione di Basaglia vorrebbe fare agonizzare per poi cassarla del tutto. E la legge proposta ne può diventare vessillo…
    Insomma, una chiamata alle armi, che non può che essere rivolta soprattutto alle più giovani generazioni. Che abbiamo sentito denunciare, fra l’altro, di essere costretti a lavorare con le mani legate, confrontandosi col disinteresse di dirigenti e politici… e pur continuando, come possibile, “a coltivare con le loro forze la vite lì vicino”…
    Mi permetto di rubare una bellissima suggestione suggerita da Salvatore Marzolo che citando dal “Libro di sabbia” di Borges, “la febbre e l’agonia sono piene di inventiva”, si chiede: “Allora forse tocca a noi ricostruire su ciò che resta di Pompei? Metaforicamente parlando… E se spesso si indulge nella celebrazione di Pompei, si può forse trovare un compromesso fra i re sepolti e gli artigiani che oggi coltivano la vite lì vicino e ci fanno comunque un buon vino”.
    Senza però dimenticarla, questa Pompei…
    “Senza dimenticare. Come Enea porta in spalla Anchise e sotto al braccio Ascanio”.
    “Sepolto Anchise con tutti gli onori e i pianti, sarà Ascanio a seminare, coltivare viti, fondare città…” Ridando la parola a Peppe Dell’Acqua, che tutto questo nuovo sommovimento ha voluto e con passione ha sollecitato…