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    La terza rivoluzione

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    La Terra è blu
    il Forum della Salute mentale, e la terza rivoluzione che verrà…

    Il Forum Salute Mentale. Che cos’è?
    “Altro non è che una piazza. Una piazza in cui le persone che per ragioni e a titolo diverso frequentano i luoghi della salute mentale si incontrano, si riconoscono, parlano”. La risposta con le parole di Peppe dell’Acqua, psichiatra, ex responsabile dei servizi psichiatrici di Trieste, che tanto ha lavorato al fianco di Basaglia, e che questa piazza ha “aperto” nel 2003 insieme a persone convinte della necessità di ricucire la frattura che negli anni ha allontanato le pratiche nel campo della salute mentale da quanto enunciato e pur praticato nel solco della rivoluzione guidata da Basaglia…
    Perché ne parliamo? Perché se questa dissociazione, quel solco, nonostante l’impegno di molti, purtroppo continua sempre più ad allargarsi, il Forum oggi vuole rinascere, e rinasce intorno a una sorta di “chiamata alle armi”, pensando, e perché no?, a una terza rivoluzione…
    Quantomai necessaria se, guardandosi intorno… come non vedere la distruzione nei fatti e la negazione feroce del pensiero e del percorso avviato con Basaglia…
    A cominciare da quello che da qualche tempo si denuncia a Trieste, che pure di quella rivoluzione è stato il cuore, lì dove “tutto è accaduto”, dove oggi, come denuncia Dell’Acqua, “molte psichiatrie ‘della distanza e della pericolosità’, che abbiamo tenuto lontano dalla nostra regione con fatiche indicibili, sembrano ora gradite e attraenti per i nostri amministratori”.
    Di salute mentale, di psichiatrie, diciamo la verità, se ne parla molto poco, e solo magari quando leggiamo di cronache di pratiche violente e di morti, per contenzioni, ad esempio… Ricorderete di Elena, morta nell’agosto del 2019 nell’incendio del reparto di Psichiatria dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, mentre era in un letto di contenzione. Magari forse avrete appena sentito parlare della morte di Wissem, il giovane tunisino morto dopo cinque giorni legato in due ospedali romani. Storie che comunque presto vengono dimenticate, archiviate come “incidenti che pur accadono”.
    Ma, a parte chi se ne occupa, chi parla più di tutte le persone che, a tanti e diversi livelli, vivono l’esperienza del disturbo mentale? Perlopiù invisibili.
    Se da un lato la pratica della contenzione non è mai stata abbandonata, anzi, parole di Dell’Acqua, “i ‘legatori’ vengono allo scoperto e rivendicano con parole gentili dignità alle loro orrende pratiche” nonostante sia ormai accettato che la contenzione non è mai atto terapeutico (e se solo vi affacciaste un attimo sulla tremenda realtà della maggioranza dei Servizi di diagnosi e cura, fra squallore, miseria, abbandono e sbarre)… dall’altro rischiano di scomparire, lì dove sono nati, servizi in grado di accogliere davvero e seguire persone che vivono l’insistenza del disturbo mentale nella loro vita, che poi si tratta spesso di persone ammalate di quell’emarginazione che la malattia la produce… E quindi i centri aperti 24 ore, ad esempio, e tutte quelle articolazioni sul territorio che “colgono la malattia nella vita e non in un letto d’ospedale” (parole di Franco Rotelli), e che costruiscono “la città che cura”.
    Insomma, esattamente il contrario della grande dimensione, che purtroppo riguarda tutta la sanità e per tanti versi la indebolisce, con la benedizione di tanto imperante spirito mercantilistico. Una dimensione nella quale soprattutto le persone che soffrono di disturbo mentale vengono respinte nell’invisibilità, nella quiete spaventosamente muta dei trattamenti delle psichiatrie del farmaco.
    Insomma, contro tante cattive pratiche la “chiamata alle armi” è per una rivoluzione che riprenda e ridia forza a una scelta culturale, che significa anche restituire a chi l’ha perso il proprio discorso, riaccolto a vivere con tutti gli altri, e significa una scelta di campo e una presa in carico delle persone, progetti personalizzati, impegno su piccola scala… che “dovrebbero rappresentare la potente alternativa alle modalità burocratiche e de-soggettivanti che dominano le (cattive) pratiche nella quasi totalità dei dipartimenti di salute mentale”.
    Ascoltando le parole, gli interventi, le testimonianze, le voci di realtà, che arrivano da tutta la penisola, dei primi incontri di questo Forum che vuole rinascere, alla fine, nonostante tutto, forte emerge il desiderio e l’impegno per ritrovare quella “dimensione amorosa, soggettiva, utopica e un po’ sognante che si è andata perdendo”, che è quella che è stata la forza della rivoluzione di Basaglia e di tutto il movimento che vi si era coagulato intorno.
    Aspettando, e ce lo auguriamo, la terza rivoluzione che verrà. Con immaginiamo in testa, ancora una volta, Marco Cavallo, l’enorme cavallo di cartapesta nato nel fantastico laboratorio dell’Ospedale psichiatrico di Trieste che l’ultima domenica di febbraio del 1973 attraversò le strade della città accompagnato dal corteo degli ospiti dell’ospedale psichiatrico, da allora simbolo della lotta contro tutti i manicomi.
    Il Forum è anche un sito, con un titolo dal primo impatto forse un po’ spiazzante: La Terra è blu. Il richiamo è alle parole del primo astronauta, Yuri Gagarin, che vedendola, con meraviglia, così esclamò: “La vedo, la Terra è blu!”. Era il 12 aprile aprile di sessantuno anni fa, e il 12 aprile, lo ha stabilito nel dicembre scorso l’Unesco, è ora giornata internazionale del volo dell’uomo nello spazio. E quest’anno, nella luce umida di questo aprile, riprende il volo anche l’avventura di questa piazza virtuale che al pensiero e all’impegno dell’altra piazza vuole fare da eco, con l’augurio e la visione di una Terra che nel colore blu della tranquillità, dell’armonia che tutto abbraccia, sia davvero accogliente per tutti. Una Terra blu come un’arancia (e questa sembra un’altra storia, ma, se andate a leggere, vedrete che pure ci sta).

    scritto per ultima voce

    Parliamo di Wissem

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    Un pensiero forse non troppo politicamente corretto. Forse può far scandalizzare. Eppure lo pronunciamo, questo pensiero “scorretto”: forse non è proprio così male che si trovasse in un corridoio.
    Parliamo di Wissem Ben Abdel Latif, tunisino, 26 anni appena, morto nel novembre scorso dopo essere stato legato a un letto per cinque giorni in due diversi ospedali romani (il Grassi di Ostia, dove era stato trasferito dal CPR di Ponte Galeria, poi nell’ospedale San Camillo di Roma).
    Sono passati più di quattro mesi dalla sua morte, e sulla tremenda vicenda, sulla sua morte ingiusta, ancora molto è da chiarire, a cominciare dal perché sia stato legato a un letto un giovane che (rileggendo, di flash in flash, brevi cronache) aveva denunciato le condizioni del CPR dove era finito e nei giorni successivi secondo alcuni testimoni sarebbe stato malmenato da uno o più agenti, e dopo non so quali altri “passaggi” si ritrova legato a un letto con diagnosi di “disagio schizo-affettivo”. Muore per arresto cardiocircolatorio. Ora si scopre che “le carte dicono che in quei cinque giorni sia stato alimentato un’unica volta”. L’indagine della procura chiarirà…
    Ma intanto, come non fare alcune riflessioni, leggendo del Garante intervenuto con un sopralluogo dopo la denuncia della morte del giovane tunisino e della risposta, alle raccomandazioni ricevute, della Direzione generale dell’ospedale dove Wissem è morto. Se le cose sono anche nelle parole con le quali le pronunciamo…
    Ha scandalizzato il fatto che nell’ultima tappa della sua via crucis italiana il giovane tunisino sia stato lasciato, legato al letto, in un corridoio. Senza un minimo di riservatezza. La riservatezza che, certo, avrebbe evitato turbamenti a chi per un motivo o l’altro si trovasse in quel corridoio. La riservatezza che forse avrebbe restituito un minimo di dignità alla sua persona, nascondendo agli occhi di altri il suo stato.
    Eppure, eppure… Meglio invisibile? In coerenza con quell’ “invisibilità dei nostri pazienti” che ha accoratamente denunciato in un incontro su questo Forum Carla Ferrari Aggradi, in questa società che rifugge dal dolore…
    E non posso che rigirare la domanda a Peppe Dell’Acqua, al quale ormai da anni chiedo conforto, quando parole e dubbi, su certe storie, mi lacerano la mente.
    Meglio invisibile, Peppe?

    “Penso ai direttori dei manicomi di un tempo che impedivano ai fotografi di entrare nei manicomi per ‘rispetto della dignità degli internati’. Che dire… La questione è altra. Benché da più di qualche anno stiamo immaginando una campagna per abolire la contenzione, questo esercizio di “riduzione” dell’altro continua. Anzi sembra, si sa e non si dice, che sia dominante, e si dice solo quando accadono tragedie come questa, per cui c’è chi se ne occupa.
    Ma penso anche che sempre l’attenzione di chi poi interviene, giudice o garante che sia, si limiti a controllare il rispetto di regole, di protocolli che, diciamo la verità, sono stati fatti proprio per permettere che si ricorra a questo brutale esercizio terapeutico. E quali parole critiche per questo “trattamento” in sé? Non ne trovo. Penso alla vicenda della ragazza morta nell’incendio del reparto di Psichiatria dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, mentre era in un letto di contenzione, dove la procura ha concluso le indagini con la richiesta del rinvio a giudizio di due operai del Pronto intervento anti-incendio! Come se non esistesse un primario, una regione Lombardia che favorito e regolamentato la contenzione. E poi… Negli ultimi decenni sembra non accada niente di cui parlare se non quando muore qualcuno per contenzione o violenza delle cure psichiatriche. Mentre tanto ci sarebbe da dire.
    Si sa che abolire contenzioni, porte chiuse dei Diagnosi e Cura, abolire le strutture residenziali… significa cominciare a parlare di cosa debba essere un’organizzazione articolata di servizi di salute mentale, una presa in carico possibile, capace di affrontare questa come altre situazioni”.

    E allora, forse non è proprio così male che Wissem fosse stato lasciato in corridoio (insieme ad altri per cui non s’è trovato di meglio), ché magari qualcuno è rimasto turbato, da quel corpo che urlava nel silenzio il suo dolore. E magari qualcuno avrà pure pensato che quello che fa scandalo è piuttosto che quel giovane uomo fosse legato a un letto…

    “L’immagine che mi è venuta, pensandoci, è quella di una persona che muore di fame sotto un tavolo di bendidìo… Possibile che nessuno pensi mai che una persona invece che essere contenuta possa essere accudita, accompagnata, circondata da parole e abbracci. E questo è pure possibile, grazie alle associazioni di volontariato, ai tanti giovani che sono presenti quando ci sono buoni servizi, nei Servizi di salute mentale come nei Diagnosi e Cura. Lì dove non si contiene (e sono purtroppo pochi i luoghi dove non si contiene, non più di due ogni dieci servizi di Diagnosi e cura) si ricorre sempre a persone (operatori, cooperative, associazioni) che possono, e sanno farlo, trascorrere anche due tre giorni accanto alla persona che sta male. Mentre per lo più non si fa altro che mettere grate, impedire sguardi altri, impedire spesso persino gli ingressi”.

    Scorrendo la risposta data dall’amministrazione dell’ospedale ai rilievi del Garante fa certo piacere leggere della rassicurazione che “siano state attivate azioni di miglioramento organizzativo e strutturale a tutela dei diritti dei Pazienti ricoverati”. Pazienti con la P maiuscola, come se quella maiuscola già da sola fosse un anticipo di restituzione di dignità. Miracoli del burocratese, che a tratti potrebbe anche far sorridere se a tratti qua e là non raggelasse. E un po’ inquieta la considerazione finale del documento che… “gli eventi critici debbano essere occasione di azioni di miglioramento e di trasformazione organizzativa” …

    “La lettura dei documenti raggela. Sembra un esercizio di distanziamento dalla realtà di quel Diagnosi e Cura (che è quella della maggior parte dei centri) o comunque di tutti i luoghi di restrizione della libertà. Un distanziamento che cerca di mettere dentro parole che appaiono pulite, tecniche, se non addirittura ‘terapeutiche’, per comportamenti che non sono altro che riduzione, distanziamento, violenza, che vengono esercitate sul corpo delle persone. I rapporti di chi interviene forse dovrebbero riportare sempre che il ricorrere alla contenzione, esercitarla da parte degli operatori, significa radicare, far crescere culture assolutamente distanti da qualsiasi immagine terapeutica; significa raggelare la tensione umana di vicinanza che dovrebbe avere l’operatore, e sono ferite che anche l’operatore poi si porta dietro. Ma bisognerebbe anche ricordare che il problema non è solo quello della morte fisica (accidenti ne accadono sempre). Ci sono le ferite che le persone subiscono, ferite morali, psicologiche. Essere legati, impediti a muoversi ed esercitare quel minimo di presenza che significa stare con gli altri, provoca ferite indelebili che contorcono lo spirito, l’immagine di sé. Esattamente come è accaduto ai sopravvissuti ai campi di concentramento, che hanno dovuto far passare decenni prima di cominciare a parlare. Si è impediti dalla vergogna. Come si fa a dire ‘io sono stato legato per una settimana’?! I giudici dovrebbero interrogare, chiedere di questo a chi subisce la violenza della contenzione. Sì, la lettura dei documenti, il linguaggio burocratese raggela. Questa storia… ma chi era Wissem, da dove è venuto? E perché quando è stato portato nel Diagnosi e Cura, per un ricovero sembra non formalizzato in TSO, dove dobbiamo pensare che protestasse, sia stato poi legato, legato e trasferito… operazioni di un’insensatezza totale. La psichiatria, d’altra parte, per farsi non può che oggettivare l’altro. L’altro, ora oggetto senza più nome e senza più diritto diventa povero corpo, scompare allo sguardo. Le sue parole non possono più essere ascoltate..”

    E chissà che ne pensa Wissem, di tutto il bene che discenderà dal suo essere stato “evento critico”…

    “Credo che resterà molto deluso. Questi ‘eventi critici’ non fanno altro che incentivare le forme di controllo meccanico, l’addestramento del personale alla lotta non alla holding. Eppure, bastava che ci fosse qualcuno che avendo uno sguardo libero dalle psichiatrie, capace di mettere tra parentesi la diagnosi e valorizzare la sua protesta, e forse tutta la storia sarebbe stata un’altra cosa”.

    Già. L’ “evento critico” per molti motivi fra l’altro forse evitabile, perché nello Spdc, Wissem non sarebbe mai dovuto finire. Perché, va ricordato, poco dopo la sua morte l’avvocato della sua famiglia, Francesco Romeo, ha spiegato che: “ il 24 novembre, mentre il giovane Wissem era ricoverato e legato in stato di contenzione presso l’Ospedale Grassi di Ostia, il Giudice di Pace di Siracusa sospendeva l’esecutività del decreto di respingimento e del provvedimento di trattenimento presso il CPR di Ponte Galeria (…). Wissem non ne ha avuto notizia, è rimasto ricoverato in stato di contenzione prima al Grassi di Ostia e dopo al San Camillo, ma alla data del 24 novembre scorso avrebbe dovuto essere rimesso in libertà”.
    A margine, ma neanche poi troppo. Si rileva, nel rapporto del Garante, l’inadeguatezza alle esigenze dei pazienti dei locali del Spdc dell’ospedale. Con un dehors “spazio di cemento, privo di copertura dagli agenti atmosferici, trovato sporco nel giorno della visita, con arredi {qualche sedia) visibilmente rimediati e non pensati per i pazienti. (…) II muro che lo delimita è oltretutto facilmente scavalcabile”.

    “Osservare la miseria dei luoghi, tutti i luoghi della psichiatria, i diagnosi e cura, ma anche gli ambulatori, le strutture residenziali… sono luoghi dove a parte la mancanza totale di etica c’è una questione di estetica… come se il bello, la confortevolezza, la comodità, la bellezza di un arredo non avessero nessun senso per questi luoghi dove le persone, i ricoverati, sono costrette a passare l’intera giornata. Leggo di mobili di questo soggiorno azzurri, come per una scuola per l’infanzia, ed è doloroso vedere i televisori piantati in alto sui muri… E poi le stanze oscurate e sempre con le luci accese, le persiane rotte e sempre abbassate…
    E poi si sottolinea che non c’è la sociologa, l’animatore, una terapia riabilitativa, e dalla direzione dell’ospedale si risponde con puntualizzazione di numeri e funzioni… Ma si dimentica che un Spdc è un servizio per l’emergenza, che dovrebbe durare il tempo di un attimo, che la terapia riabilitativa non avrebbe nessun senso se non per essere vicino alle persone e accompagnarle nel corso della giornata. Il TSO non impedisce che una persona possa andare in un giardino, semmai se serve accompagnata. La terapia riabilitativa interna in un Diagnosi e Cura non ha senso”.

    E si parla di ora d’aria, come nelle carceri.

    “Li ho visti ovunque questi luoghi che vogliono garantire un’ora d’aria. Ai pazienti? Ai detenuti? Ma neanche il TSO comporta un sequestro della persona, ma una negoziazione costante. Qualcuno ha negoziato qualcosa con Wissen?”

    Eppure, è ormai accettato che la contenzione non è mai atto terapeutico, basta leggere la sentenza Mastrogiovanni (il maestro morto il 4 agosto 2009 all’ospedale San Luca di Vallo della Lucania dopo essere rimasto legato 83 ore. Medici e infermieri sono stati condannati per sequestro di persona) che lo afferma in maniera inconfutabile.
    Tornando all’immagine di quel muretto che mi è rimasto in mente come respiro di punto di fuga… Nella risposta dell’Ospedale ai rilievi del Garante non leggiamo che si pensa di alzare un po’ quel muretto così facilmente scavalcabile (o per lo meno non è specificato). E qui non mi riesce di contenere un pensiero un po’ “anarchico”: speriamo se lo siano dimenticato!
    Pensando a Wissem. Non sappiamo se almeno la sua anima sia riuscita a scavalcarlo, quel muretto, appesantita dal macigno di tanto incomprensibile dolore, ma gli auguriamo di avercela fatta. E speriamo che rimanga così com’è quel quasi possibile varco, a suggerire che non la contenzione ma la libertà è terapeutica. Per Wissem sicuramente lo sarebbe stato.
    Ecco, un pensiero ‘laterale’, ripercorrendo l’intera sua vicenda, da quando ha messo piede nel nostro paese, come non pensare che alla generosità (per carità sacrosanta) di cui siamo capaci di questi tempi fa da contrappunto la rigida graduatoria che abbiamo così chiara, a proposito dei beneficiari della nostra strabica accoglienza.

    Scritto per Forum salute mentale


    Scinne cu ‘mme

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    Un’incantata storia di Daniela Morandini. Nasce, ci spiega, dalle piccole sculture di Peppe Desiderio, liutaio: pesci ricavati dagli intagli di un violino. E Grazie ai Maestri ai quali sono stati presi in prestito immagini, canzoni e poesie, narra di un Pesce liberato dal legno e di una Sirena che non vuole diventare umana. Ascoltate… e lasciatevi trascinare fino in fondo al mare….

    “C’era una volta, nel Mediterraneo, un Pesce che, scaraventato da una tempesta fuori dall’acqua, si trovò imprigionato in un pezzo di legno. Un ramo d’ulivo. Era il tempo in cui le sirene avevano compreso di possedere un’arma ancora più terribile del canto: il silenzio.
    Ci vollero anni, anni e ancora anni. Secoli forse.
    Ma quel pesce un giorno si ributtò in mare e le Sirene, anche se per poco, tornarono a parlare.
    Il Pesce raccontò che sott’acqua non si invecchia mai: si rinasce. Tra le braccia di un lungo tempo. E non si combatte l’uno contro l’altro, come accade in questo mare. Inoltre, avvisò:
    “Vengo perché navigando abbiate d’ora in poi maggior cautela”.
    Con grande gioia rammentò di quando, in quella caverna, la corrente furiosa seguì per il canale. Perché è difficile indovinare il vero colore del mare: ce ne sono tanti, vari, irraggiungibili.
    Solitamente lo definiscono azzurro, ma non lo è sempre.
    Il Pesce continuò a svelare cose straordinarie dei segreti più profondi, e le rotte perigliose rivelò ai naviganti.
    “Il mare non appartiene ai despoti” ammonì.
    “Alla sua superficie essi possono ancora esercitare diritti iniqui, divorarsi, recarvi tutti gli orrori di questa terra: ma sotto il suo livello, il loro potere cessa, la loro influenza si estingue, tutta la loro potenza svanisce”.
    E allora cantò:

    Scinne cu’mme
    Nfonno o’ mare a truvà
    Chello ca nun tenimmo acca’

    Vieni cu ’mme
    E accumincia a capi’…
    (…) guarda stu mare
    Ca ci infonne e paure
    Sta cercanne e ce mbarà

    E ancora:

    Sagli cu’mme e accumincia a canta’
    Insieme a note che l’aria da’
    Senza guardà
    Tu continua a vula’

    Così il Pesce continuò a infiltrarsi tra le rocce, a sfiorare la sabbia ondulata, i tappeti di alghe verdi e marrone. Gli piaceva quel paesaggio silenzioso che si stendeva sotto di lui. Gli pareva di volare. E se pur sapessero danzar anch’essi, quanto erano stupiti i pesci più piccoli:

    Sta forza
    Ca’ ‘o friddo nn’arrogna,
    chi mago t’ ‘ha data?
    Stu sciato ‘a do’ t’esce?

    “Ma quale magia! Qui non si inganna nessuno!” Esclamò il Pesce indicando il Capodoglio:
    “Guardatelo: il suo grande genio è nel non far niente di speciale per provarlo”.
    Ma tutti sanno che il Capodoglio procede celando i terrori del tronco sommerso, nascondendo l’orrore della mandibola.
    “Siate pazienti!” esortò il Pesce, che mai dimenticava gli insegnamenti del Maestro:

    …specialmente ‘e notte
    nun è ca dico:
    “ ’o mare fa paura”,
    ma dico:
    “ O mare sta facenno ‘o mare”.

    Quanto spavento però quando sentì le grida del ramponiere:

    Dda è, ddà è
    Lu vitti, lu vitti
    Piglia la fiocina
    Uccidilu, uccidilu ahhh!

    Rispunnia la fimminedda,
    cu nu filu, filu e vuci:
    scappa, scappa amuri miu,
    ca sinnò t’accidinu!

    E la varca la trascinava
    E lu sangu ci curriva
    E lu masculo chiangiva…
    ahi ahi, ahi ahi ahi

    La strage non si arrestò. Un Capitano gettò proprio sul Capodoglio tutto l’odio dai tempi di Adamo. La fiocina sporse della spalla del Grande Pesce formando un angolo. Il mare si colorò del sangue rosso che gli sgorgava dal cuore, poi si allargò come una nube.
    E così piansero i Pesci:


    Strad’ ‘e curallo
    Lastre fatt’ e sale
    Perle din’t all’acqua
    So lacreme ‘e mare.
    Navi affunnate
    Varche senz’e vele
    Isole deserte
    Sott’a ‘n atu cielo

    Con le lacrime agli occhi sognarono di fuggire:

    E nuje sunnammo ‘o mare,
    parti’ e gghi luntano,
    addo’ nun fa’ rummore
    niente, manco ‘stu core.

    Tra i singhiozzi, si intravide una carena. Eolo soffiò come mai prima di allora, e si infuriarono le onde. Il Pesce non parlò, né si mosse. Fu allora che si udì un frastuono. Quanto terrore ebbero persino i mostri del mare! Fu un attimo: il fragore di un tuono sott’acqua rimbombò più alto, più terribile, e la nave s’inabissò simile a piombo.
    Forte ruggì la tempesta e tanti uomini volarono verso Sud, per sempre. Il pesce non sentì né gemiti, né sospiri, ma per quattro volte vide cinquanta uomini vivi, cadere uno dopo l’altro, con sordi tonfi, inanimati pezzi.
    Lo spasmo e le maledizioni con cui morirono non scomparsero. E il Pesce non poté distogliere gli occhi dai loro, né alzarli in preghiera. Immerso nella disperazione, comprese come ci siano idee, emozioni, pensieri del profondo che, espressi, diventano del tutto incomprensibili.
    Fu allora che apparve un Essere Arcaico dall’aria scabra di primigenia bellezza:
    “Che ce dicimmo a fa’ parole amare…”
    “Chi sei? Da dove vieni?”
    “Di Calliope sono figlia e vengo da tutti i mari del mondo. Non crediate alla favole inventate su di noi”, aggiunse dispiegando il suo prodigioso splendore.
    “Noi non uccidiamo nessuno, noi amiamo soltanto”.
    Ma la sua voce non rassicurò i Pesci, che rabbrividirono al remare di una ciurma, nell’acqua proprio sopra di loro.
    La Sirena riconobbe quella gente e lanciò un grido spaventoso:
    “Non voglio diventare umana! Se solo avessi io previsto tutto questo…! “ sibilò.
    E ammutolì, non perché fosse muta: era il mondo ad essere diventato sordo.
    Poi furiosa scandagliò, rovistò, frugò tra le cime perdute dal Vecchio Marinaio, finché ritrovò l’antica veste. La sciacquò, la risciacquò e la depose sull’isola. Sgranò gli occhi rotondi, mostrò i dentini aguzzi e spiegò le ali.
    La Sirena ritornò solo molto, molto, molto tempo dopo.
    Era una lontana sera di maggio e rivelò al Pesce di avere scoperto ciò che cercava.
    “Che cosa” chiese lui, fingendo di non capire.
    “Ho trovato l’eternità: è il mare mescolato al sole”.
    E così come erano venuti, se ne andarono tra i colori che si scioglievano”

    Daniela Morandini

    Tatreez, il linguaggio non scritto della resistenza… )

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    Tatreez, il ricamo tradizionale palestinese. Una vera arte, tessuta di fili dai vivaci colori che si inseguono e si intrecciano nel delicato gioco del punto a croce. Ma non è solo ornamento di abiti femminili tradizionali.
    “Molto diffuso nella società palestinese, esprime un patrimonio di conoscenze e abilità che si caratterizzano come una pratica sociale e intergenerazionale”, così ha fra l’altro motivato l’Unesco la sua decisione, nel dicembre scorso, di includere l’arte del ricamo palestinese nel Patrimonio culturale immateriale dell’umanità.
    Tatreez non è solo ornamento, ma anche “potente mezzo di comunicazione non verbale” che parla dei luoghi d’origine, dello stato sociale, del pensiero religioso e politico di chi ricama.
    E peccato non essere a Cagliari, dove Terra di Canaan porta, in proposito, una bella mostra: “Il ricamo palestinese, arte, tradizione e identità di un popolo”. L’allestimento è di Luciano Bonino, stilista che da tempo intreccia tradizione sarda e ricamo palestinese. Incantevoli contaminazioni…
    Così dal 26 marzo al 10 aprile la chiesa di Santa Chiara diventa palcoscenico dell’esplosione di colori di ricami che si alternano agli sguardi, in foto d’epoca, delle donne palestinesi con indosso i loro begli abiti.
    E peccato non poter essere a Cagliari. Perché la chiesa di Santa Chiara diventa anche luogo d’incontri intorno alla storia della Palestina, delle sue donne, di cooperative femminili, di brani della sua economia, della letteratura palestinese, di cultura e arte come forma di resistenza (il programma nella pagina FB di Terra di Canaan, che suggerisco di esplorare, e questo è l’invito alla mostra https://www.youtube.com/watch?v=TTQ7gVIihcI ).
    L’antica arte del ricamo, si sottolinea, rappresenta oggi certo un’importante risorsa economica per le donne e le loro famiglie, ma è anche forma di resistenza ai tentativi di cancellazione della cultura e dell’identità palestinese.
    C’è un mondo intero da leggere in quei ricami. Perché, bisogna sapere, prima della Nakba (la “catastrofe” del ‘48, quando circa 700.000 palestinesi furono costretti ad abbandonare i territori occupati da Israele) ogni centro della Palestina, città o villaggio, aveva un proprio “punto” di ricamo e ognuno un colore predominante. Insomma, se la forma dell’abito era più o meno lo stesso, la tintura utilizzata, ad esempio, a Gaza era diversa dal rosso di Hebron, come diversa era la scelta se privilegiare richiami floreali, o grappoli d’uva… Poi arrivano gli anni ’70 e, dove Israele vieta l’uso della bandiera palestinese, sugli abiti delle donne, a Hebron, Qalandia…, compaiono simboli: i colori della bandiera palestinese, la cupola di Aqsa… e gli aghi diventano armi…
    Fra gli incontri in programma a Cagliari, un cenno a quello sulla “letteratura palestinese come forma di resistenza”. Con Omar Suboh che, riflettendo sul fatto che “l’effetto principale del monopolio delle armi, dell’informazione, dell’istruzione e dei programmi universitari ha di fatto eliminato la Storia per il popolo di quella terra”, scrive fra l’altro che “la letteratura risponde alla possibilità di rievocare i luoghi cancellati per farli rinascere e rivivere attraverso una poetica dello spazio, in particolare per i palestinesi «mai fissi in un luogo», come ha scritto Darwish, ma soprattutto perché «l’unico valore di chi vive sotto occupazione è il grado di resistenza all’occupante», e quale modo migliore dell’arte, della poesia e della narrativa può rispondere a questa esigenza?”
    Come lo può la “letteratura”, mi permetto di aggiungere, di questi ricami. Che sono linguaggio non scritto per diffondere e tramandare storie. Di madre in figlia, di donna in donna. Immaginando queste donne curve sui ricami che nel silenzio scambiano fra loro parole di punti, così tramandando la Storia e resistendo al presente.
    Non sembri un salto pindarico, ma “leggendo” questi ricami, fermandosi sugli occhi di queste donne che ci arrivano da un passato che è appena ieri, viene da pensare alla storia di Filomela.
    Filomela, figura della mitologia greca, figlia di Pandione, re d’Atene. Fu violentata dal cognato, Tereo, e questo, perché non lo accusasse, le tagliò la lingua. Ma la violenza subita Filomela la raccontò in un ricamo, e il suo silenzio diventa, nel disegno ricamato sul tessuto, miracolo della parola.
    “Ogni filo è brandello di carne in cancrena / Ogni nodo il nome che mi sopraffece…”, mi piace ricordare i versi di Grazia Frisina che, riprendendo per la sua poesia il racconto dalle metamorfosi di Ovidio, mi ha fatto conoscere questa storia.
    E non posso non pensare a questi versi anche per le donne palestinesi e la loro terra violentata: “… come stendardo sventolerò questo arazzo / contro la complice sordità del cosmo”.
    Ecco, ricami sventolati come stendardi. Anche questi, a volerli ascoltare, rumorosissimi, come il silenzio sa essere.

    scritto per ultimavoce.it




    Le perle di Lidia

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    Di questi tempi di guerra, di voci tuonanti, di volti di persone in fuga…, che dalla loro, per noi fino a ieri, anonima vita rimbalzano senza fiato nelle prime pagine, per essere ora per noi i volti del pianto, nel terrore della guerra…Mi ritorna alla mente un volto gentile di donna, dall’aria composta, per il ritratto di una foto. Un cenno di sorriso, sotto un caschetto di capelli biondi, un foulard garbatamente annodato al collo, fissato da un discreto fermaglio dorato… E ritorna un nome, Lidia Zabozhko, venuta in Italia dall’Ucraina una ventina d’anni fa. La sua storia incontrata una dozzina d’anni fa… quando per vivere faceva la domestica presso una famiglia italiana. La professoressa Lidia Zabozhko, ad essere precisi. Perché sì, prima di venire in Italia, Lidia era docente di lingua ucraina e psicologia in un’università di Kiev, e per un periodo era stata anche vicerettore dell’ateneo… Ma poi il suo paese ha attraversato una crisi economica e per quasi un anno non ha ricevuto lo stipendio. Ma non è finta lì. Come diceva Gian Burrasca, le disgrazie arrivano sempre due a due come le ciliegie… e non c’è affatto da sorriderne (anche Il giornalino di Gian Burrasca è sempre stato per me un libro serissimo…). La professoressa Zabozhko non riceve lo stipendio, perde i soldi in banca e, il lutto più grave, suo marito si ammala e muore. Rimane sola con quattro figli. Così decide, per poter mantenere i suoi figli, di lasciare il suo paese e approdare in Italia. A fare la domestica. Lavora per una famiglia che è sempre stata gentile con lei, “una famiglia generosa e buona”. E, grazie immagino anche alla relativa tranquillità che le garantiscono, dopo il lavoro di domestica, la sera trova il tempo per coltivare la sua passione per la scrittura. Quando l’ho sentita, aveva da poco pubblicato il suo sesto libro, come anche gli altri pubblicato in Ucraina: “Strada di donna”, che racconta la vita di cinque ucraine emigrate in Italia, due insegnanti, una di musica e l’altra di lingue straniere, un’economista, un’operaia, un’infermiera. Per testimoniare di storie diverse eppure uguali…
    Sognava allora di poter rientrare in Ucraina entro pochi anni.
    Le avevamo allora proposto un gioco (per la trasmissione radiofonica sulle fiabe condotta con Daniela Morandini “C’era una volta e c’è ancora adesso”): di entrare in una favola, quella di Lusi. Molto riassumendo, Lusi è la protagonista di un racconto di Thomas Theodor Heine, scrittore vissuto a cavallo fra ottocento e novecento, che ha ripreso i temi della narrativa popolare e li ha trasferiti negli ambienti borghesi della Germania d’inizio secolo (Novecento intendo). Lusi, il cui vero nome era Melusina, era la domestica di una ricca coppia, ed era una domestica davvero brava, anche se qualche volta diceva e faceva cose davvero strane. Passava ad esempio il suo giorno libero chiusa in bagno e portava sempre al collo un’appariscente collana di perle… Quando arrivò la crisi economica e le cose cominciarono ad andar male, per aiutare i suoi padroni Lusi offrì la sua collana. Che tutti credevano falsa, ma quando i padroni videro che le perle della loro domestica erano vere, si insospettirono… chiamarono la polizia, che arrivò in proprio il giorno che Lusi trascorreva il suo pomeriggio libero nel bagno, immersa nella vasca dalla quale lasciava affiorare una lunga coda di pesce… Insomma, Lusi era una sirena… che tentò di spiegare perché era lì (aveva accolto e amato il figlio dei padroni che era caduto in mare e, mentre era in punto di morte, gli aveva promesso che avrebbe aiutato la sua famiglia)… ma nessuno volle ascoltarla, e sarebbe finita in un carcere se non fosse riuscita a tuffarsi nel fiume che scorreva vicino alla casa (ah, i suoi padroni comunque tennero la collana di perle, la vendettero e furono di nuovo ricchi)…
    Ecco, invitata a entrare nella fiaba di Lusi, Lidia Zabozhko si è subito sentita a suo agio. “Io, come sirena…” ci ha subito detto… Come sirena sapeva benissimo dei doni che aveva portato, anche se sapeva pure che non tutti, da queste parti, sono sempre pronti a riconoscerne il valore, ma ci ha assicurato che avrebbe continuato a scrivere e comporre i suoi testi. Le sarebbe piaciuto, ci disse, che i suoi libri venissero tradotti e pubblicati in Italia…
    Non so se poi è davvero tornata a casa, se ha ripreso a insegnare, dove sia adesso, che le accade in questi giorni. Se di nuovo è dovuta fuggire… se, fuggendo, sia riuscita a portare con sé, come viatico, il tesoro delle sue perle…
    Un pensiero Lidia/Lusi, a proposito di persone (tutte le persone, che non sempre siamo pronti a riconoscere) che vengono da altri mondi, a volte così lontani, a volte, sospinti dalla Storia, così vicini…

    scritto per ultimavoce.it


    storia di Eros, che in carcere non sarebbe mai dovuto entrare

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    Eros Priore. Il suo nome forse non vi dirà niente. Ma la sua parabola, di persona “problematica” che in una dozzina d’anni passa da un TSO al carcere di Velletri, poi a quello di Secondigliano, e poi alla Rems di Subiaco, per approdare alla casa circondariale-casa di lavoro di Vasto, da dove il 23 gennaio scorso esce, a 61 anni, distrutto anche nel fisico, pochi giorni, per subito morire… è il racconto di un meccanismo feroce che non può lasciarci indifferenti.
    Ma chi era Eros Priore? Cosa aveva combinato di tanto grave da finire anche in un carcere?
    “Chi era… una persona certo poco gestibile, un caratteriale, ma che non aveva mai fatto male a nessuno. Una sorta di Forrest Gump, lo definirei… nel suo paese, Colleferro, era anche benvoluto… lo racconta anche il parroco che ne conosceva le fragilità” risponde Francesco Lo Piccolo, giornalista che da anni si occupa del reinserimento di ex detenuti, e dirige Voci di Dentro, rivista scritta da detenuti delle carceri abruzzesi. Che la vita di Eros da tempo aveva seguito, e questa vicenda “incivile e barbara” ha denunciato dalle pagine di Huffpost
    Il TSO, il trattamento sanitario obbligatorio, Eros Priore, irascibile quando obbligato o se si sentiva “guardato storto”, lo subisce dopo un litigio, nel Centro di Igiene mentale di Colleferro… da lì inizia “un calvario fatto di comunità che definiva lager, legacci, psicofarmaci, visite mediche, perizie… per poi finire in carcere. Un calvario per motivi di sicurezza, per risocializzare – come prescrivono i giudici – una persona ritenuta socialmente pericolosa, caratteriale, visionario che si rifiuta di prendere psicofarmaci, che non accetta cure, comunità e restrizioni di alcuna natura…”.
    Ma tutto accade a Eros, fuorché essere curato e tantomeno risocializzato. Perché non è cura la somministrazione costante di psicofarmaci quando esclude, come denuncia la sorella di Eros, l’attenzione all’umanità che pure è in ciascuno. Immaginate poi cosa può accadere quando “la cura” diventa il carcere, foss’anche una casa-lavoro, dove però Eros, invalido, non può lavorare. Lì alle problematiche di salute mentale si aggiunge dell’altro. Eros si ammala, è stato necessario asportare parte dell’intestino, subisce una stomia e lì rimane, in un’estate che trasforma quel carcere in una fornace (è il suo lamento…), con il sacchetto esterno per la raccolta delle feci più del tempo necessario per mancanza, quell’estate, di personale medico che potesse rioperarlo. Ha un tumore ai polmoni e nell’ultimo video-colloquio con la sorella si presenta reggendosi su una scopa, che gli fa da stampella… E viene rimandato a casa, il tempo di essere trasferito in ospedale per morire.
    Se cerchi il perché di tutto questo, rischi di perderti nei dettagli, di burocrazie, vuoti, timori, non risposte… ma al di là di inadeguatezze individuali o collettive, alla fine la risposta è in un kafkiano meccanismo di rimpallo per cui alla fine, quando non si sa che fare, rimane il carcere. Un tremendo cortocircuito fra sistema giudiziario, penale e sanitario.
    Una storia che, per chi l’ha seguita, non è facile buttarsi alle spalle. Così Francesco Lo Piccolo ha cercato di capirne di più, e mi racconta: “Sono andato questa settimana a parlare con la direttrice della casa lavoro di Vasto dove era internato Eros Priori. Mi ha spiegato che Priori era una persona bizzarra ma tranquilla (forse per i farmaci) e che in più occasioni ha fatto presente alla Sorveglianza che il suo stato di salute (resezione dell’intestino e applicazione del sacchetto per le feci) non era compatibile con la detenzione. La stessa incompatibilità era stata accertata anche dal Medico dell’Unità Operativa di Sanità Penitenziaria del Provveditorato dell’Amministrazione Penitenziaria di Abruzzo e Molise. La risposta (ovvero la scarcerazione e l’invio a casa dalla sorella) purtroppo è stata sempre negativa, mi è stato detto, a causa della diagnosi di pericolosità sociale accertata dal Dipartimento di Salute Mentale di Colleferro che aveva definito Priori affetto da schizofrenia e delirio”.
    Il controllo, dunque, prevale sulla cura.
    La non cura in carcere, in generale, è tanta… basti dire che Francesco Ceraudo, pioniere della sanità penitenziaria, ha titolato il libro sulla sua esperienza nei lunghi anni nelle carceri italiane “Uomini come bestie”. Pensate poi come possano essere seguite e curate persone con problemi psichiatrici, anche solo considerando che la media nazionale di ore di presenza degli psichiatri in carcere è di 8,9 ore ogni 100 detenuti, 13,5 ore se parliamo di psicologi. “Lo psichiatra dedica meno di 5 minuti a settimana, lo psicologo 8 minuti a settimana per persona detenuta”, dicono i dati raccolti da Lo Piccolo che non si ferma nel portare avanti la sua denuncia.
    Stiamo parlando di medie, ma valutate voi, se nell’universo carcere più della metà dei detenuti è in terapia psichiatrica…
    Tornando alla triste storia di Eros Priore… Quasi una beffa, se proprio due giorni dopo la sua morte, arriva la pronuncia della CEDU, la Corte europea dei diritti dell’uomo, che condanna l’Italia per aver tenuto in carcere per più di due anni un cittadino con problemi psichici. Detenzione “illecita”, il carcere è “vietato” per i malati psichici.
    Eros in carcere non sarebbe dovuto mai entrare. E quante sono le persone che in carcere ancora stanno, pur dovendo stare, se si volesse dar seguito alla pronuncia della CEDU, da tutt’altra parte. Ma tant’è. E dimentichiamo in fretta storie come questa.
    Eppure, molto ci sarebbe da cercare, per capire e trovare strade.
    Confrontandomi, ancora, con Francesco Lo Piccolo che, appena tornato dal suo ostinato indagare (ha ascoltato anche l’avvocato di Priore, il parroco di Colleferro…), mi ha detto: “Alla fine, resto della mia idea: un debole in una società dove è facile approfittarsi di chi non sa difendersi. E dove alla cura, all’aiuto e alla comprensione si preferisce la costrizione e il carcere. E che, pur di fronte all’evidenza, pur di fronte alla sua sofferenza anche fisica (dopo la resezione dell’intestino Priori non stava neppure in piedi) si è preferito non vederlo, facendo parlare le carte, il fascicolo, la fredda diagnosi. Un meccanismo infernale che si è protratto anche di fronte alla diagnosi di tumore all’ultimo stadio. Non c’è una responsabilità, ce ne sono tante, soprattutto di chi non sa guardare in faccia il prossimo, come peraltro faceva ed insegnava Franco Basaglia”.






    Arriva il Taser, arma “meno che letale”

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    E alla fine è arrivato. Il taser, in dotazione alle forze di polizia.
    Circa tre anni fa, ne avevo sentito parlare, appena un cenno, dopo la morte di Jefferson Tomalà, un ragazzo di vent’anni, di origine ecuadoregna, ucciso a Genova con cinque colpi di pistola, nel corso di un “presunto” TSO. In realtà non era in corso nessun TSO, “ma quanta fragilità, quanta impreparazione…- commentò Peppe dell’Acqua – quanta confusione, di fronte a una persona esasperata e disperata, impaurita, evidentemente poco capace di controllo… scandalosa vicenda, mentre, con confusione, si parla di TSO con l’idea che sia una misura di polizia…”.
    Una vicenda scandalosa, come scandaloso mi sembrò che la cosa che sembrò urgente fosse dare in dotazione alle forze di polizia la pistola taser (così almeno aveva subito dichiarato il capo della Polizia). Non ragionare su come meglio aiutare, gestire, controllare anche, una persona in un momento di confusa, disperata agitazione, ma affrettarsi a dotarsi di quest’arma “che non uccide”.
    Facendo già allora una breve ricerca, ho capito che sì, il taser non uccide, “solo” spara addosso alla persona da “portare alla ragione” due dardi che sono collegati all’arma con cavetti e mandano una scarica elettrica ad alta tensione, alta tensione e basso amperaggio. Potente ma di durata brevissima, appena quel che serve per far collassare il sistema nervoso, produrre convulsioni, momentaneamente paralizzare. L’effetto, insomma, di una crisi epilettica. Che, per carità, non uccide. Per averne una vaga idea, andate a rivedere “La forma dell’acqua”. C’è una scena in cui “l’alieno” viene ridotto all’impotenza da scariche elettriche. Ecco, una cosa del genere.
    Arma “meno che letale”. Eppure, secondo le Nazioni Unite è strumento di tortura. E da tempo Amnesty ha denunciato che negli Stati Uniti, in uso da anni, faccia decine e decine di morti. Per la cronaca, dopo che, secondo dati della Reuters, negli Stati Uniti in un solo anno ci sarebbero stati almeno 48 morti provocati dal taser, in California si è iniziato a testare un nuovo strumento per immobilizzare le persone (una specie di “lazo” alla Spiderman). E non sono pochi, e non di ieri, gli studi che, sempre negli Stati Uniti, hanno certificato i rischi dell’uso del taser. Qualcuno si era affrettato a controbattere che probabilmente chi è morto, dopo aver subito la scarica elettrica, è morto per suoi preesistenti problemi cardiaci… Certo, come pensare che Stefano Cucchi non sarebbe morto se non fosse stato così debole da non resistere al brutale pestaggio…
    E una delle obiezioni di chi esprime perplessità, è che chi impugna quest’arma non necessariamente può conoscere le condizioni psicofisiche di chi ha difronte, sapere se la vittima sia cardiopatica o, se tossicodipendente o alcolizzato, indebolita dalla sua dipendenza…
    Il taser, continuano ad assicurarci, è arma che “non uccide” e che è stata nel frattempo testata. Invito a leggere quanto dichiarato da Maurizio Santomauro, direttore del centro di Cardio stimolazione del Policlinico della Federico II, (Napoli è una delle città dove sono state date in dotazione parte dei quasi 4.500 taser da oggi in uso) che sottolinea che gli impulsi elettrici “potrebbero innescare un’aritmia cardiaca oltre alla contrazione dei muscoli periferici. E così, da strumento di prevenzione il taser potrebbe trasformarsi in arma micidiale”. Chi usa quest’arma dovrebbe sempre avere a portata di mano un defibrillatore…
    Arma “meno che letale”, ma lo choc da impulsi elettrici può portare conseguenze anche non immediate.
    Arma “meno che letale”, ma anche una caduta, battere con violenza la testa su un marciapiede cadendo come corpo morto cade… può portare a gravi conseguenze, a morte anche…
    Tant’è che, fra tanto plauso, c’è chi esprime perplessità anche nel corpo di polizia: “Il progetto avrebbe dovuto partire con maggiori garanzie per operatori e cittadini”, è il sindacato lavoratori della polizia, Silp-Cgil, a parlare così.
    Un dubbio, ancora. Con quanta più facilità si rischia di usare questo “dispositivo disabilitante”, visto che è “meno che letale”?
    Un’arma “meno che letale” contro i malviventi, ma ripensando alla tragica storia di Jefferson, che malvivente non era, e che se di fronte avesse avuto persona armata solo di taser, magari, non sarebbe stata uccisa… viene da chiedersi quante altre persone, gli agitati, le persone un po’ perse e magari sconvolte, persone esasperate (e quante ne incontriamo di questi tempi per strada) con scarsa capacità di autocontrollo… di quelli insomma che con gesti inconsulti temiamo attentino alla nostra tranquillità, corrono il rischio di essere inchiodati allo spasmo di una sorta di elettrochoc. Con un dubbio: siamo di fronte a una nuova camicia di forza?
    E fa rabbrividire che chi esprime soddisfazione sollecita l’introduzione di quest’arma “meno che letale” in carcere. Questa sorta di “camicia di forza elettrica”… Certo coerente con l’immagine che ormai spesso torna delle carceri come nuovi manicomi.
    Ritorna, sconvolgente, e su cui riflettere, l’immagine del “mostro” prigioniero de “La forma dell’acqua”…
    scritto per Ultimavoce

    Senza speranza e senza disperazione

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    Questa domenica al TPO di Bologna il Gruppo Elettrogeno Teatro mette in scena “Finché galera non ci separi”, un lavoro che “accompagna lo spettatore dentro la vita dei detenuti, incatenata irrimediabilmente alla quotidianità, con le sue nostalgie, i suoi rammarichi, le speranze indefinite e illusorie, la disperazione, la voglia di morire, la forza di vivere e resistere”… un reading teatrale tratto dalle poesie di Emidio Paolucci, ergastolano detenuto nel carcere di Pescara, interpretate da Pierpaolo Capovilla… nell’ambito del progetto “Fiori blu”.
    E leggendo l’annuncio sono saltata dalla sorpresa. Le poesie di Emidio Paolucci le conosco bene… raccolte in “Senza speranza e senza disperazione”… e sono andata a rileggere gli appunti di pensieri che a lui e alle sue poesie, che davvero colpiscono molto, ho subito regalato…
    Li ripropongo…
    “A cosa serve la poesia? A catturare i tuoi deserti…”. E’ la prima immagine alla quale si rimane inchiodati scorrendo i versi, un’immagine fulminante di verità.
    Perché c’è un deserto grande quanto un oceano nel quale si prosciuga la vita di chi è in carcere, ed è il vuoto di vita affettiva e sessuale. Che è pena che si aggiunge a pena, che è punizione aggiuntiva di corpi. Cosa che in molti paesi in Europa e fuori dall’Europa è stata superata, ma in Italia ce la teniamo ben stretta, come struttura inconscia dell’apparato repressivo. Noi, di qua dalle mura, neppure pensiamo a quale grande tortura, che si aggiunge alla pena della detenzione, sia questa privazione, che è compressione violenta e devastante di pulsioni naturali, che porta malattie, che porta dolore. Una privazione che si traduce in negazione della persona, se nei tempi e nei modi della relazione anche affettiva e sessuale tutti noi costruiamo la nostra persona e la nostra vita, se noi siamo quello che vediamo nello sguardo dell’altro e in quello ci riconosciamo.
    Proviamo a immaginare quali torsioni della personalità ne derivano, quale lacerazione. Annullare questo dolore negandolo, porta spesso alla negazione della vita stessa…
    E se il carcere e le condizioni generali di chi vi è relegato sono una delle grandi rimozioni della nostra società, la questione della privazione della vita affettiva e sessuale è rimozione nella rimozione. Leggevo che persino nella letteratura sociologica e giuridica il tema della sessualità di chi vive recluso è stato quasi completamente abbandonato. Mentre chi è dentro sembra quasi abbia timore a parlarne, come per non risvegliare, anche solo appena appena evocandolo, un dolore insostenibile.
    Ebbene, Emidio Paolucci ribalta completamente l’orizzonte. E lo fa senza veli, senza ipocrisie, sfacciatamente, urlando verità come solo con parole vere si può fare, senza avere paura del loro suono.
    E cattura questo deserto raccontandone il vuoto con immagini affollatissime di donna, che sono tutte e sono nessuna, con il loro carico di amore, di sesso, di sentimenti, regalati, negati, di tenerezze e di furori che tornano dal passato o nascono nel pensiero del presente…
    Traboccano di sesso queste pagine, di sesso e donne. Illusione di donne che appaiono e scompaiono come fantasmi. Ma pure a volte sembrano rivestirsi di sangue e di carne, divenire corpo, e gonfiarsi tanto da occupare l’intero spazio, fino a toccarti, fino a graffiarti la pelle, entrare e uscire attraversando mura, senza aspettare permessi… come ben sa possa succedere chi con i fantasmi ha dimestichezza… Parlano, questi fantasmi di donna. Parlano, come tutto in queste pagine, di carcere.
    E così Emidio Paolucci, in un posto che è il deserto della comunicazione, ci comunica tutta la vita che non c’è e quel nulla che se ne può afferrare. Il niente che scandisce il tempo della prigionia, i mattini vuoti, l’abitudine a fare a meno di tutto… Forse anche per questo nessuna delle donne che compaiono ha un nome. Una sola ne ha, e si pronuncia Carmen, e scopri essere nome di figlia, per la quale “avevo immaginato cose un po’ diverse quand’eri piccolina”… e ora “mi tocca tacere/ mentre tu mi porti stelle /con uno sfondo sconosciuto”.
    Per tutte le altre, nessun nome, forse tutti risucchiati dal nulla di quel tempo, che si consuma senza una carezza… senza una palpatina… “sì, senza una scopata/ una di quelle che alla fine ti tolgono il fiato/ e ti lasciano a raccogliere il respiro/, con gli occhi sul soffitto…”
    In carcere sono poche, pochissime le cose personali che si possono avere con sé. Centellinate, pensate, anche le fotografie. In alcuni istituti disposizioni le limitano a un numero preciso e non ne ho ancora capito la logica… Fra le fotografie che ha con sé l’autore ce ne sono tre, le foto del fratello scomparso, che accenna a un sorriso “ignaro di quello che la vita gli negherà”… Leggete, in “Tre scatti”, tutto quello che resterà di lui.
    Se in carcere tutto è sottratto, si moltiplicano invece le paure. Leggete “Le mie paure, Ray”, quasi una nenia, per un elenco inesorabile, ce ne sono di terribili, che chi è fuori non sa, come la “paura che tutto questo diventi familiare”… come la “paura che il latte sia scaduto”…
    Ah, certo c’è anche il caffè, “l’unica cosa che qui esce”… l’unico odore che sappiamo, perché nessuno che non vi sia stato può immaginare l’odore del carcere, che è odore che si fa corpo, di scatola chiusa, e di ferro e di vuoto e di umido e di freddo che, se non si è bravi, ma molto bravi, rischia presto di irrigidire anche l’anima.
    Ancora, ascoltate, la compulsione di c’è posta, c’è, c’è posta? La posta… spesso l’unico filo per tessere parole con l’esterno, per suggerne un po’ di vita. Ancora attesa di tutto quello per cui non si dovrebbe attendere. Come l’avvento di questa donna, che diventa amore e dolore e gioia e noia, una tale noia per quella ossessiva assente presenza, da trovarsi un giorno, svegliandosi, ad avere voglia di mandarla via. “Che ci fai la mattina accanto a me”… Suona quasi un arrendersi al sistema che tutto vuole chiudere al mondo. Ma dura poco.
    Alla fine, rileggendo queste pagine per cercare di cogliere un percorso da invitare a seguire, mi è sembrato di trovarmi di fronte a un continuo tentativo di scrivere lettere d’amore… e l’amore, unica cosa che ci regala brani di eternità, che ferma in istanti la pienezza del tempo, è fatto di carne, di sangue, di lettere, di fastidi, miserie, tradimenti, attese, oscenità, anche… Una lunghissima lettera d’amore che “ho iniziato a scrivere e poi l’ho strappata”…
    Ormai da tempo scambio lettere con persone in carcere. Lunghe, infinite detenzioni, ergastolani, i miei amici di penna… ecco, penso spesso che le loro parole non sono mai il chiacchiericcio al quale siamo abituati, le formalità nelle quali perdiamo il tempo dei nostri giorni, sino a fare della nostra vita, per rubare un verso a Kavafis, “una stucchevole estranea”… In ogni parola, in ogni pensiero delle loro lettere, ritrovo il ritorno all’essenza vera delle cose. Per tenersela cara, questa vita, per altri versi in un modo o nell’altro in un altro tempo sciupata. Se la tengono cara, ognuno scavando nella storia propria e del mondo, alla ricerca delle proprie parole di verità. Che è la forza della letteratura, credo, come è la forza del suono della poesia.
    Insomma, benvenuti in questo deserto…


    L’arte tra bocca e cibo, peso corporeo e peso della parola. A proposito di disturbi alimentari

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    Indomabile me. E la suggestione di involucro che serra come in una prigione diventa inquieta zebratura agitata dal vento. Indomabile me, acquarello di Sara Fruet, che credo meglio non potrebbe accompagnare la testimonianza della sua vita di giovane donna stravolta dall’anoressia e del doloroso percorso che pur l’ha portata infine a scoprire “che la felicità non uccide”.
    Una testimonianza che è stato “il seme” dal quale è nato l’interessantissimo lavoro di Anna Maria Farabbi sui disturbi alimentari. “L’arte tra bocca e cibo, peso corporeo e peso della parola” (editore Al3vie). Un contributo davvero nuovo e che credo molto possa offrire a chi attraversa il dramma del disturbo alimentare. Bulimia e anoressia, facce della stessa medaglia, malattie della società dell’opulenza, dei tempi moderni…
    Questione delicatissima e grave che non può lasciarci indifferenti: secondo le ultime statistiche, solo nel nostro paese sono circa tre milioni le persone che ne soffrono. E sono soprattutto adolescenti, in stragrande maggioranza donne, e fra gli adolescenti questo male è una delle principali cause di morte.
    Anna Maria Farabbi è poeta, narratrice, saggista, traduttrice. E’ soprattutto poeta, e il suo progetto non poteva che attraversare il linguaggio dell’arte. “Nessuna impostazione clinica”, spiega. “Ho concepito l’opera come una ruota”. Una ruota con dieci raggi, ogni raggio è un artista, lei compresa, che “nella sua arte porge il suo rapporto con questa problematica”.
    In questa “orizzontalità circolare” dove non esistono gerarchie, intervengono una filosofa, un poeta, un docente di Etnomusicologia, una pittrice, un regista, una ballerina, uno scultore, un fotografo, un fumettista, una narratrice… ognuno con la propria testimonianza, diretta o di osservatore. Tutto tessuto dall’esperienza di incontro con persone in sofferenza (e non solo a proposito di disturbi alimentari) con le quali Anna Maria Farabbi ha lavorato, ché “la poesia, più propriamente il canto, l’approccio poetico alla vita e a ogni sua relazione… riescono a toccare interiormente l’altra creatura, soprattutto quando questa si trova in difficile, drammatica o tragica condizione esistenziale”.
    E l’approccio poetico alla vita e alle relazioni di ogni sguardo d’artista affolla di umanità questo libro corale. Impossibile da riassumere…
    L’invito è a sfogliare pagina dopo pagina le voci, che sul limite della ruota disegnata da Anna Maria Farabbi appaiono come nella proiezione di una lanterna magica, ciascuno col proprio respiro…
    Così, Paola Bianchini, che è filosofa e psicoterapeuta, squarcia la ferita identitaria da cui nasce il disturbo, che del corpo si serve per manifestare il disagio. E invita ad allearsi piuttosto con la vita.
    Cosa guardate /della mia dissolvenza? Cosa vedete/ della rinuncia che sono? / Ogni volta piagata, piegata/ a gettare fuori il cibo:/ un rifiuto che rinneghi. / le tue forme: ecco il giudizio/ e nessuno specchio in casa… E’ Marco Bellini che, cercando versi per esprimere la dignità del dolore, offre la sua parola poetica.
    Arriva poi la sorpresa di un canto popolare, “La cena della sposa”, offerto nelle sue varianti regionali da Giancarlo Palombini, e che si estende fino alle radici consumistiche, bulimiche, del nostro sistema occidentale. Che cenerà la sposa le dieci sere? “Dieci scatole di confetti/ per saziar li sposi a-l-letti/Nove cuppie di buon pane / per saziare un borgo sano,/.. otto mazzi di radice.. sette vacche ben cornute… sei castroni ben lanuti/ cinque porci ben cingiuti / quattro lepre che van saltando…
    Una nenia che lascia il posto al drammatico, coraggioso racconto della pittrice Sara Fruet che (“tu mi stai uccidendo e io per sopravvivere ti uccido”) trasmuta nella forma nutriente dei colori.
    E poi lo sguardo di Marco Pozzi, regista di Maledimiele, a dirci della dispercezione di sé… sorpreso dalle immagini devastanti ma al tempo stesso con grande potere di seduzione delle foto di giovani donne che una ragazza “allungava e strecciava come fossero le statue di Giacometti. Qualcosa che era vicino all’arte”.
    E poi il peso danzante di Mary Garret, testimone di come il disturbo alimentare possa essere indotto dalla pressione dell’ambiente intorno. E cosa ci si aspetta da una ballerina, se non essere di piuma…
    Ancora, la tensione espressiva delle sculture di Piero Marchese, che è anche educatore, e nella mescolanza di umano e animalesco fa intravedere dolore e infelicità di chi pensa di non poter reggere il confronto con le icone della bellezza, nel nostro mondo di culturalmente bulimici…
    Si è ancora inquieti difronte a tali immagini, che compare la fotografia di Alberto Terrile a scegliere la via della “condescensio passionis”, la discesa in una sofferenza condivisa, per donarci il ritratto di una madre che ha perso la figlia.
    Arrivi senza fiato alla “scarnificazione della gioia” nel lavoro sull’anoressia di Ludovic Debeurme, autore di graphic novel. Che con “Lucille”, e la sua scrittura disegnata che non ha bisogno di colori, “ho voluto affrontare il significato dell’insieme delle relazioni e della loro fragilità”. La tristezza “greve” che spoglia giorno dopo giorno la persona anoressica.
    Elvira Aglini, infine, narratrice, generosa testimone del percorso seguito grazie al progetto ospitato dall’associazione Il Pellicano, spazio di testimonianza creato e condotto appunto da Anna Maria Farabbi. E a ogni incontro la domanda era: quando si nominerà la bestia?
    A margine di ogni intervento, un QR code e un link è la porta d’ingresso ad approfondimenti multimediali. Foto, quadri, una scultura, voci, un film, a riannodare fili, per aiutare, anche, ad avere fiducia nella guarigione da un male così complesso e grave.
    Il cibo e la parola, dunque. Il cibo, “ponte di nutrimento comunicativo a partire dall’apertura della bocca verso la madremammella chiedendo il latte di esistenza”; e la parola, che, se non udita, può trasmutare in urlo silenzioso di dolore.

    scritto per ultimavoce.it

    Eterogenesi dei fini…

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    Guardandosi intorno, di questi tempi, di queste guerre… una riflessione, che volentieri accogliamo, di Mario Spada, a proposito di ideali, ideologie e un’eterogenesi dei fini intorno a cui interrogarsi…

    “Molti della mia generazione misero in gioco la propria gioventù dedicando un impegno straordinario nella lotta alle diseguaglianze sociali. Che fosse “la meglio gioventù” è probabile in quanto contava nelle sue file giovani generosi e coraggiosi che hanno messo in pratica ciò che per Einstein era un dovere morale:
    “La vita non è degna di essere vissuta se non è vissuta per qualcun altro”. Nei numerosi cortei che hanno segnato quella stagione di lotte sociali tra gli slogan ce n’era uno che inneggiava ai Padri del comunismo: Viva Marx, viva Lenin, viva Mao Tse Tung. E’ inquietante vedere a distanza di anni che i leader dei Paesi che violano la sovranità di paesi democratici portando guerra e distruzioni, che costringono milioni di persone a esodi biblici, che minacciano la pace nel mondo evocando una guerra atomica, si sono formati sugli stessi ideali: la rivoluzione comunista auspicata da Marx e praticata da Lenin e Mao Tse Tung. Putin, Xi Jinping e Kim Jong-Un hanno plasmato la propria formazione sui testi sacri del comunismo ortodosso che ha presto dimenticato la sostanziale estinzione dello Stato predicato da Marx e dallo stesso Lenin nei suoi primi scritti. Costoro sono responsabili di un’involuzione autoritaria che ha generato fenomeni di schizofrenia sociale come la convivenza di un partito unico che dovrebbe promuovere l’eguaglianza con i privilegi di oligarchie che risulterebbero anomale perfino in un paese capitalista.
    Un bel libro aiuta a capire come le più buone intenzioni di eguaglianza e progresso sociale si sono rovesciate nel loro opposto in una imprevedibile eterogenesi dei fini: “ Rivoluzione “ di Enzo Traverso fa un’acuta analisi “strutturale” delle rivoluzioni che hanno segnato la storia degli ultimi due secoli dedicando un’attenzione particolare alla rivoluzione bolscevica . Nella Russia rivoluzionaria la genesi della svolta autoritaria avviene quando i bolscevichi reagiscono alle minacce della controrivoluzione mettendo in moto un rapido processo di militarizzazione del partito. Lenin in “Stato e rivoluzione” mette in evidenza la necessità di reprimere la resistenza degli sfruttatori con un partito “ capace di prendere il potere e condurre tutto il popolo al socialismo, capace di dirigere e organizzare un nuovo regime ,di essere il maestro , il capo di tutti i lavoratori, di tutti gli sfruttati. “L’auspicata dittatura del proletariato si trasforma in dittatura del partito con un processo di sostituzione rivendicato anche da Trotskij in “Terrorismo e comunismo” : “ in questa “sostituzione” del potere del partito al potere della classe operaia non c’è nulla di accidentale: in realtà non c’è stata affatto una sostituzione. I comunisti esprimono gli interessi fondamentali della classe operaia”. La sostituzione giustifica i passaggi successivi incarnati dallo stalinismo: dal culto della libertà, bandiera della Rivoluzione, si passa al culto dell’obbedienza di partito il quale è investito di una missione messianica con gli adepti che aderiscono a rituali di tipo religioso iniziati con la venerazione della salma di Lenin come se fosse una reliquia. Il dissenso diventa eresia, l’autoinvestitura messianica giustifica qualunque azione anche quelle che sono l’opposto dei principi ideali della Rivoluzione. Il passaggio dal culto della libertà al culto dell’obbedienza fa emergere nei Paesi che si dicono socialisti un personale politico in prevalenza burocratico e mediocre che per convenienza si ritiene depositario della missione messianica del comunismo.
    Quella che fu la “meglio gioventù” che rifiuta questa sgradita compagnia ideale non deve avere alcun rimorso per ciò in cui ha creduto. Quei cortei e quei giovani che invocavano una giustizia sociale identificata nel comunismo hanno permesso a milioni di operai e contadini sfruttati di alzare la testa, di rivendicare diritti, di sentirsi liberi. Nessuna indulgenza per coloro che hanno congelato la spinta innovativa e rigeneratrice della Rivoluzione in una rappresentazione falsa della sovranità popolare attraverso il partito egemone che si sostituisce ad essa. Chi ama la libertà non può che stare da una parte sola”.

    Mario Spada