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    “Non è sogno”. Un film per parlare di carcere nelle scuole

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    “Perché faccio così schifo, perché dobbiamo essere così diversi da come ci crediamo?”. “Eh… figlio mio… Noi siamo in un sogno dentro un sogno…”“Ma qual è la verità? È quello che penso io de me? O quello che pensa la gente, o quello che pensa quello là lì dentro?
    “Non so com’è la vita fuori, sono entrato giovanissimo”… “comm’è brutto addormì sule, senza mai nisciun”… “Io mi sono anche impiccato. L’ho fatto per attirare l’attenzione, la prima volta. Ma l’ultima volta no” … “io fra un po’ esco, vado fuori nel mondo, pieno di sciacalli, di delinquenti, devo iniziare tutto daccapo”.
    Dialoghi fra Otello e Iago, da “Le nuvole di Pasolini”, intrecciati a echi de “La vita è sogno” di Calderon de la Barca, a riflessioni sul conflitto fra libertà e destino, verità e apparenza, che trasmutano nelle storie e nei volti degli attori del laboratorio teatrale Le Nuvole, del carcere di Capanne, a Perugia.
    Ho visto tre volte il film “Non è sogno”, di Giovanni Cioni, inchiodata alla sua forza, alla bellezza di un linguaggio fuori dall’ordinario. E mi sono chiesta delle reazioni che può aver provocato la visione di questo film in una platea di ragazzi che si affacciano alla vita.
    Perché Giovanni Cioni, convinto dell’importanza del confronto con i giovani, questo suo lavoro, con protagonisti che recitano una parte di un film che diventa recita della vita, ha iniziato a portarlo nelle scuole. Alcuni mesi fa in un cinema di Lucca, dove erano radunate classi di più licei, la settimana scorsa in un aula del Liceo Scientifico e Liceo Artistico G.Marconi di Foligno
    E certo nulla è scontato, per un film di un’ora e 40 non necessariamente facile, magari in condizioni di proiezione con luce e suono non perfetti come può essere in un’aula. E qualche timore la prima volta Giovanni Cioni l’ha avuto: “Mi sono detto: chissà se reggeranno questo film o usciranno via, perché è un tipo di cinema che non hanno mai visto”.
    E invece…
    “L’ho rivisto insieme a loro e ho sentito che ‘c’erano’. Dai silenzi, la senti, l’attenzione, tesa fino alla fine, davanti ai racconti che le persone fanno di sé: quando Ismael racconta di aver ferito con un cacciavite due connazionali che hanno provato a rubargli i soldi che aveva messo da parte per rifarsi una vita, o quando racconta della ragazza che aveva conosciuto a S.Vittore e le chiede di non andare più a trovarlo perché doveva stare ancora tanti anni lì dentro… quando ascoltano di Domenico che scrive una lettera alla figlia lontana… A Lucca, dove abbiamo avuto molto tempo per discuterne dopo, le domande non finivano mai”.
    Quali curiosità, quali stupori…
    “Non mi aspettavo di trovarmi davanti a ‘persone’, ha detto esplicitamente un ragazzo. E poi la necessità di sapere se ho continuato a sentirle, a incontrarle quelle persone…”
    “Tu parli di una certa categoria spettrale, di quelli che stanno in carcere, e il primo pensiero è sempre che se sono in carcere qualcosa hanno fatto… ma il cinema ti mette davanti a visi, gesti, a presenze… E’ stata importante anche la scelta di una rappresentazione frontale, sobria, su uno schermo verde, che permette di concentrarsi sui visi, sugli occhi e non c’è bisogno di altre immagini”.
    E devono averla colta tutta, questi ragazzi, la potenza di un modo di fare cinema, quella di Giovanni Cioni, che riesce a filmare la parola per raccontare l’anima, sempre alla ricerca dell’uomo e di quello che ci fa umani.
    “Mi sono reso conto che andando fuori dai linguaggi precostituiti si può davvero riuscire a parlare alla persone e questa è cosa molto confortante rivolgendosi a ragazzi che sono cresciuti in questi anni, nutriti di quello che hanno visto in televisione o sulle piattaforme”.
    Lo scorso anno avevo anch’io incontrato, virtualmente via Skype, alcuni ragazzi di una classe del liceo di Foligno, per parlare di ergastolo attraverso la storia di una persona che la docente di italiano e latino, Stefania Meniconi, aveva fatto conoscere loro. E mi sono molto piacevolmente stupita del coinvolgimento appassionato di quei giovani, scoprendo anche che qualcuno, nel confrontarsi con quella storia, aveva detto di aver cambiato opinione a proposito di chi è in carcere.
    “A quell’età ricordo benissimo come certi incontri hanno cambiato la mia vita (gli incontri ci cambiano sempre, ma a quell’età in modo particolare). Malgrado i condizionamenti c’è quel momento in cui riconosci che c’è qualcosa che va al di là di quello che conoscevi di già, e magari ti senti perso, magari puoi avere una reazione di rifiuto o di scandalo, ma poi questa cosa lavora dentro di te”.
    Parliamo sempre “del carcere degli altri”, ma sembra abbiano ben percepito, gli studenti, quanto il carcere sia riflesso della società, che il carcere siamo anche noi…
    “L’ho capito subito da come ti ascoltano, ti guardano, reagiscono, sì… perché si tratta di andare al di là del discorso del valore educativo del carcere (che non è), che pure ha la sua importanza, ma c’è anche il discorso su cosa racconta di noi il carcere, anche perché chi sta dentro ha la visione del mondo di fuori fondamentalmente attraverso la televisione. Un circolo vizioso terrificante”.
    E come hanno percepito gli studenti l’innesto letterario (Pasolini, Calderon de la Barca…)? Che magari all’inizio disorienta…
    “Hanno ben capito che il dialogo di Pasolini parlava della situazione dei detenuti, hanno ben percepito il senso de ‘la vita è sogno’, che magari all’inizio disorienta, ma poi diventa esplicito. Un ragazzo ha commentato: bello fare un film in carcere facendo finta che non si sia in carcere, arriva alle persone!”
    A volte, in contesti “non avvertiti”, può capitare ci sia qualche rifiuto…
    “Questo a volte è il riflesso della spietatezza del discorso che c’è ora, che non vuoi più neanche stare a sentire, e vediamo quello che succede a proposito delle riflessioni sulla guerra… ma proprio dove ci sono queste reazioni viscerali è interessante intervenire. I ragazzi sono comunque la società di domani, vivono il condizionamento e reagiscono al condizionamento, non sono ‘arruolati’ come lo sono tanti adulti, e il confrontarsi con l’altro, con l’umano, li tocca. Sono convinto di questo”.
    Ne siamo convinti anche noi, e ci auguriamo che questo cammino di Giovanni Cioni e del suo film attraverso le scuole continui e continui e continui…

    scritto per Ultimavoce.it




    Dal papiro alla scrittura, quasi una macchina del tempo

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    Daniela Morandini ci parla di un bel progetto itinerante di inclusione sociale, “Dal papiro alla scrittura”.
    E grazie a Università Suor Orsola Benincasa, Cooperativa Aecora Sarni, Editore D’Amato, Parco Archeologico di Ercolano… che insieme l’hanno voluto e realizzato.

    “A Sturno, vicino ad Avellino, è in costruzione una macchina del tempo. Sembra una roulotte, poggia su un carrello e pare discendere da antichi marchingegni teatrali. Attraverserà la Campania, racconterà la storia dal papiro alla scrittura, e trasformerà gli studenti in autori.
    Il viaggio comincia da Ercolano, dalla Villa dei Papiri e dalla sua biblioteca, sepolti dal Vesuvio nel 79 d.C. . Sono quasi duemila rotoli che, in greco e in latino, trattano di filosofia e di Antonio e Cleopatra. Molti sono carbonizzati, ma molti altri parlano ancora.
    La macchina di Sturno racconta questi segni e modifica la sua forma per illustrare l’evoluzione del libro. Una pedana si abbassa e diventa un palco, quasi un teatro per portare in scena la pagina scritta. Una parte laterale si alza e si trasforma in monitor, quasi un cinema. E’ uno schermo bianco per leggere e narrare. Qui verrà proiettato anche l’ultimo lavoro di Cristian Izzo: la fiaba di quei bambini che, durante un temporale, riusciranno a salvarsi in un camion carico di libri.
    Nei laboratori collegati a questo congegno, maestri ed immagini commenteranno pergamene e tavolette di cera. Spiegheranno codici e caratteri mobili, carte ed e-book facendo attenzione soprattutto a chi vive condizioni particolari, come, ad esempio, chi ha disturbi dello spettro autistico.
    Da una scuola all’altra, da Salerno a Caserta, questa macchina del tempo si trasformerà anche in tipografia. Gli studenti, non più solo lettori, potranno scrivere, impaginare, e pubblicare il proprio libro, usando tutti gli strumenti dell’editoria, persino una stampante braille. Perché i libri non escludono nessuno”.
    Daniela Morandini

    Sguardi verso il cielo….

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    “Sono da tempo affascinato dalle icone, che silenziosamente mostrano, per mezzo della rappresentazione, ciò che le sacre scritture ci comunicano attraverso la parola e l’udito”.
    Così mi scriveva anni fa Giovanni Lentini, dal carcere di Fossombrone. Tanto affascinato che infine disegnatore di icone è diventato. Anzi, “scrittore di icone”, mi correggerebbe. Perché le icone si “scrivono” e non si dipingono, mi ha insegnato, perché espressione della parola della rivelazione, che con attenta fedeltà viene scritta, come preghiera silenziosa per entrare in comunicazione col divino…
    Tanto affascinato che l’iconografia in carcere è stato il tema della sua tesi di laurea, alla facoltà Teologica ortodossa “San Gregorio Magno”, e il 30 aprile è fra i relatori all’inaugurazione, presso la fondazione Monte di Pietà di Fossombrone, di “Sguardi verso il cielo”, mostra di icone sacre realizzate dal laboratorio “Luce dentro” della casa di reclusione del centro marchigia
    E merita di essere ascoltato, Giovanni Lentini, con la storia del suo lungo percorso di studio, e di ricerca di sé, iniziato, dal buio della sua lunga pena, più di quindici anni fa nel carcere di Bologna, dove per la prima volta aveva avuto l’opportunità di frequentare un laboratorio di icone e avviare uno studio mai più abbandonato.
    “Nella ripetitività stordente delle mie giornate carcerarie, in cui cerco di scappare e di ridipingere nuovi orizzonti di tipo esistenziali, sono riuscito a ritagliarmi, nel laboratorio Luce dentro, spazi di libertà. A volte mi chiedo se si tratta di quella libertà spirituale di cui parla l’apostolo Paolo nella seconda lettera ai Corinzi: “il Signore è lo spirito e dove c’è lo spirito del Signore c’è libertà”.
    La ripetitività stordente delle giornate carcerarie… Una ripetitività che tutto ottunde. Il rischio di esserne sopraffatti, di perdersi, di diventare quella “cosa” che il sistema vuole (indipendentemente dalla buona volontà di tanti che vi lavorano) è enorme. Continuo a non capire, e ad ammirare moltissimo chi vi riesce, come si possa migliorare circondati dalla bruttezza che il carcere sempre e ovunque è.
    “Chi ha vissuto il carcere sa come il tempo vuoto, la noia, la privazione delle cose più scontate per gli altri possano provocare nell’uomo la perdita del senso del suo esistere. Questo avviene perché in carcere l’individuo frantuma il proprio sé, e si affaccia l’idea del ‘nulla’, da cui ci si può salvare solo se riesce a reinventarsi”.
    Così, nei colori, nella purezza delle linee, nel garbo dei gesti, di sguardi verso l’alto delle icone sacre… Giovanni Lentini racconta di essere riuscito a trasformarsi.
    E’ riuscito, soprattutto spiega, a recuperare due cose che la vita carceraria annulla: la libertà e la bellezza. Quella bellezza che, ricorda, Dostoevskij scrisse “salverà il mondo”.
    E mi sembra che questo pensiero, che è desiderio, sia già tutto lì, nella raffigurazione di “San Giorgio”. Nella serenità soffusa del volto, nel gesto del braccio, gentile e forte, accompagnato dall’eleganza e dalla purezza del bellissimo cavallo bianco che trafigge, sconfiggendolo, il drago. E con lui, tutta la bruttezza del mondo. Non sarà un caso che sia stato uno dei suoi primi lavori. A segnare la direzione del cammino.
    Molto deve Giovanni Lentini, e sempre le ringrazia, alle persone che in questo cammino lo hanno aiutato e accompagnato. Pensando, fra tanti, al suo primo maestro, Antonio Calandriello che da Bologna ha continuato a seguirlo nonostante la lunga distanza che separa Bologna (città in cui vive) da Fossombrone, “per farmi visita, per darmi nozioni artistiche, seguirmi e fornirmi del materiale necessario per realizzare i miei lavori”.
    Adesso Gianni (mi permetto dopo tanto tempo di scambio epistolare il suo più familiare nome) sa essere anche lui “maestro”.
    “L’iconografia mi ha fatto riscoprire che non sono l’uomo ancorato al mio passato deviante, o soltanto il detenuto abituato sempre e solo a ricevere dagli altri, ma un uomo capace di mettere a disposizione degli altri il mio sapere”. E lo fa, condividendo il suo sapere e la sua esperienza artistica con altri detenuti, e non solo.
    In attesa, e sperando, in un ribaltamento del sistema, che passi da una pena retributiva, che restituisce al male altro male, “ad una concezione riparativa nella quale chi ha commesso reato diventi soggetto attivo del cambiamento”.
    Pensando alle prime lettere che ci siamo scambiati, prima ancora di ottenere di essere trasferito a Fossombrone, più vicino alla sua famiglia, prima che il suo percorso lo portasse ad ottenere i primi permessi… in quei momenti difficili Gianni mi raccontava di quanto gli mancasse il mare, lui che amava fare immersioni da sub. Mare che lo scorso anno, durante uno dei permessi, ha potuto rivedere. E penso che immergersi, come ha saputo fare, nell’impegno d’arte e di fede che tanta forza gli ha donato deve essere stato anche anticipo della libertà immensa infine ritrovata riabbracciando il mare.
    Per un tuffo nella bellezza della preghiera silenziosa delle icone, per provare a percepire i percorsi di vita che sono dietro ogni tratto, ogni colore, ogni volto… e magari trovare percorsi di pace, che di questi tempi non sarebbe male… ‘Sguardi verso il cielo’, dunque. Per chi si trovasse nei paraggi, dal 30 aprile al 21 maggio, nell’atrio della Fondazione Monte di Pietà di Fossombrone.

    scritto per Ultimavoce






    Sofia aveva lunghi capelli

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    “Sofia aveva lunghi capelli”. Bel titolo, per quell’immagine di capelli lunghi lunghi che rimane sottesa pagina dopo pagina, attesa dopo attesa, assenza dopo assenza, nella non vita di quell’incubo buio che diventa la vita di persona condannata all’ergastolo. Autore Giuseppe Perrone. Che in questo suo libro, scegliendo la forma del romanzo, racconta il sogno di Matteo, ergastolano, di trasformare il suo “fine pena mai” in una pena di trent’anni. Un sogno che è anche una lunghissima, estenuante battaglia contro l’“assurdo giuridico e filosofico della detenzione perpetua”, portata avanti, nel romanzo, a fianco di un combattivo, appassionato avvocato. Poi c’è lei, Sofia, che è l’amore che tutto sostiene e motiva…
    E non riesco a non vedere in Matteo e nell’avvocato Conte due facce di lui, Giuseppe Perrone. Che ho conosciuto anni fa, nel carcere di Rebibbia. Una condanna all’ergastolo, quello del fine pena mai ma proprio mai degli ostativi, e una voglia incontenibile di spiegare al mondo chi è oggi, dopo trent’anni di detenzione, ma soprattutto dopo anni di continuo impegno per costruire l’uomo nuovo che è diventato. Quel Giuseppe Perrone che oggi ha quattro lauree, è titolare di borse di studio, è stato appassionato discepolo e attore di un laboratorio di pratica filosofica, crede nella giustizia, nella legalità, nella cultura e tutto questo ha perseguito con una tenacia che non è da tutti. E tutto questo suo impegno è lì, condensato nel romanzo, nei dialoghi-discussione con i compagni di cella, nei pensieri, nelle mosse dell’avvocato, nello sguardo dolente sull’esistenza…
    Ma Sofia aveva lunghi capelli è anche il racconto di una vita carceraria “scandita nell’assurdità minuta e quotidiana”.
    “Essendo il carcere una vita ristretta non servono discorsi di molte parole” scrive il protagonista nella lettera indirizzata al padre ormai anziano e malato. “Volendo ne basta una manciata. Non so che effetto ti farà leggerle: aria, colloquio, appuntato, doccia, cella, spesa e poche altre… masturbazione è una”.
    Raggelante è il calcolo della media di 72 secondi al giorno di telefonate con la famiglia, più della riflessione sulla freddezza delle tinte alle pareti, più di quel marchio di “uomo a sbarre” dietro cui il mondo di fuori vuole incatenare per sempre chi ha commesso un reato. Perché questo è l’ergastolo ostativo. Una pena insensata che è negazione del diritto alla speranza, e violazione dell’articolo della Costituzione che vuole la pena finalizzata al reinserimento della persona nella società.
    Nella nota introduttiva Filippo La Porta parla di una dolente ballata sul carcere, dalla lingua “tesa, vibrante, di uno scritto pieno di sofferenza senza redenzione e anche di amore struggente per la vita. (..) Sembra di leggere una delle lettere dei condannati a morte della Resistenza”.
    Tutto molto, molto encomiabile.
    E, avendo avuto l’opportunità di leggere questo testo quando era ancora un file in cerca d’editore, con gran piacere sarei andata, il 23 marzo scorso, all’incontro organizzato dall’università di Tor Vergata dove fra l’altro si sarebbe parlato di questo libro (pubblicato infine da Castelvecchi) e, pensate un po’, proprio la direttrice di Rebibbia aveva proposto che Giuseppe Perrone presenziasse all’evento.
    E invece, quando tutto è pronto…
    E invece, quando tutto è pronto il magistrato di sorveglianza, che decide infine di permessi e quant’altro, in un primo momento accetta la proposta, ma poi ha un ripensamento.
    Tutta la sua amarezza Giuseppe la affida a una lunga lettera, pubblicata due giorni fa su un quotidiano, Il Riformista. Eccone un brano.
    “Nonostante siano passati trent’anni, ho una moglie che mi ama e siamo genitori di un bambino che non abbraccio dall’inizio della pandemia. Quanta sofferenza in questa assenza. Con Sonia abbiamo deciso di non far entrare più in carcere il bambino, sperando in un beneficio che invece mi è stato negato, malgrado l’ottimo percorso rieducativo. (…) Il magistrato di sorveglianza ha prima approvato la proposta, poi ha cambiato idea. Saputo dell’approvazione, Sonia ha preso le ferie, ha comprato i biglietti del treno Lecce-Roma, ha prenotato l’albergo e “preparato” il bambino dicendogli che ‘sarebbero andati da papà’. Col diniego tutto è svanito. Inevitabile il danno affettivo del bambino, non dico di mia moglie”.
    Un colpo al cuore, per Giuseppe che ha ostinatamente creduto che la cultura potesse liberarlo dalla pena, anche fisica, e che ancora ci ricorda che sì, ha commesso un reato, “ma io non sono il mio reato, ho fatto del male, ma io non sono il male”.
    Lui che sa bene chi è stato, ma chiede anche di guardare all’uomo che è diventato, e valutare come possa mai rappresentare ancora un pericolo per la società…
    Sofia, con i suoi lunghi capelli, è l’amore, la ragione di vita che sostiene il cammino di Matteo. Lo stesso amore che, col volto di Sonia e dei suoi immaginiamo lunghissimi capelli, continuerà a sostenere Giuseppe che, siamo sicuri, non si arrenderà.
    Continuerà il suo ammirevole percorso che, come quello di non pochi altri, andrebbe fatto conoscere a chi sta così malamente “traducendo”, in una legge che sembra tutte stravolgerle, le indicazioni della Corte Costituzionale che pur così chiaramente ha chiesto di riportare nell’ambito della Carta la pena soggetta alle preclusioni assolute del 4bis, che così apertamente la contraddice e viola.

    scritto per Ultimavoce.it

    La Terra è blu come un’arancia…

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    “Vedo la Terra. E’ blu”.
    Così, sessantuno anni fa Yuri Gagarin, in un giorno d’aprile, dall’oblò della sua navetta spaziale, ha spalancato gli occhi, e li ha fatti spalancare anche a noi, sul colore della Terra. E chissà fino ad allora di che colore l’avevamo immaginata. Io non ricordo. Certo, quella frase del primo astronauta l’ha certificato per tutti.
    La Terra dunque è blu, quasi a volerla riportare a quel blu che è colore della calma, della tranquillità, dell’armonia che tutto abbraccia. Come a un punto fermo, nel turbine universale delle cose, che tante volte ci stordisce e ci confonde.
    Una Terra blu, calma e accogliente per tutti, ma proprio tutti, come immagino l’abbia pensata l’eventuale Dio, che da sempre di quel colore l’ha vista. E chissà se è lo stesso Dio che Gianna (Gianna Schiavetti, più di trenta ricoveri coatti e terapie farmacologiche che non ha mai accettato) invocava… “caro Dio carissimo, ma ci sei? Esisti o sei un’illusione?”. E … “ho dato un ultimatum al Padreterno chiedendo di aiutare gli ammalati psichici che non possono usare il proprio libero arbitrio…”
    Quel Dio a Gianna credo non abbia mai risposto. Ma la Terra rimane ancora la speranza dell’accoglienza di quel blu. Anche quando ha il sapore dell’impossibile.
    Anche se credo sarebbe piaciuto molto a Gianna, che ora non c’è più, sapere piuttosto che “la Terra è blu come un’arancia”.
    Sì, la Terra è blu come un’arancia. Lo sancì nella prima metà del secolo scorso Paul Eluard, poeta surrealista, nel solco della rottura delle convenzioni semantiche del codice linguistico. In un articolo di Walter Siti leggo che la chiave di lettura di quel verso così spiazzante è in un nome di donna, Gala, che Eluard amò infinitamente. Ne amò “i capelli d’arance nel vuoto del mondo”, la amò come “una stella chiamata azzurro e la cui forma è terrestre”. Ed ecco qui svelato il mistero, spiega Siti: “la Terra è blu come un’arancia perché Gala è così, gli occhi blu e i capelli d’arance, e una bocca capace di ‘attestare l’impossibile’”.
    E il cerchio si chiude. Sul quell’ “impossibile” che Basaglia ha dimostrato poter diventare possibile, che è cosa in cui ancora ci ostiniamo a credere. Come nella visione di questa Terra blu. Blu come un’arancia.
    Ah!, il 12 aprile, lo ha stabilito l’Unesco, è giornata internazionale del volo dell’uomo nello spazio. E un augurio all’avventura di questo Forum, che quest’anno, in un giorno d’aprile, riprende il volo…

    scritto per Forum della salute mentale. la Terra è blu

    Il violino di Sebastian

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    “Il violino di Sebastian”, ancora un magico racconto di Daniela Morandini. Nasce, questo racconto, ci spiega, da una leggenda gitana, dall’arte liutaia di Peppe Desiderio e dalle note di Alexis Lefèvre.
    La leggenda della tradizione orale narra di un uomo che, protetto da una fata, inventa il violino e conquista la libertà. Questa riscrittura ripercorre la fiaba, si intreccia alla creazione del violino, a vecchie canzoni e ad una musica che va oltre il flamenco, attraversando la scelleratezza del mondo degli umani intorno a noi…


    “In un tempo lontano, quando ancora non c’erano i violini, vivevano un Uomo e una Donna. Erano poveri, ma così poveri che il loro paniere quasi sempre era vuoto.
    Un giorno, mentre la Donna lavorava al suo povero orto, apparse Mantuya, la Regina di tutte le fate.
    “Trova una zucca che mi somigli – disse- e avrai un figlio che incanterà il mondo”.
    Ma quando il bambino non fu più bambino, la guerra scoppiò e il padre fu costretto a lasciare la Madre:
    “Ritornerò quaggiù nel mio paese/ dove si sente il mare/ quaggiù c’è la mia casa nascosta tra gli ulivi/ ritornerò da te, se Dio vorrà…”
    Sebastian decise allora di andare lontano, e prima di abbracciare la Madre scrisse all’Imperatore:
    “A tutti griderò di non partire più/ e di non obbedire per andare a morire per non importa chi/ per cui se servirà del sangue ad ogni costo/ andate a dare il vostro se vi divertirà/ e dica pure ai suoi, se vengono a cercarmi/ che possono spararmi/ io armi non ne ho”.
    Attraversò mari e deserti, finché un giorno, in una grande città, udì l’editto di un Re:
    “Chi più mi stupirà/ avrà in sposa la mia figlia più bella”.
    Ma erano solo fandonie. Il re fece arrestare ogni giovane e anche Sebastian finì in prigione. Una notte gli apparve Mantuya, la Regina di tutte le fate:
    “Non disperare figliolo – disse – ricorda quella zucca che tua madre mangiò. Prendi questa vecchia cassa e spezza le catene”.
    Infine, si strappò quattro capelli: “Conservali con cura” disse, e lanciò la profezia: “Costruirai una Cosa Mai vista e tutto il mondo incanterai”.
    Di nascosto dai suoi aguzzini, il giovane raccolse ogni legno. Ne fece fasce e controfasce. Le piegò col fuoco, ed iniziò a riprodurre la forma di Mantuya. Posò quella sagoma sul fondo della cassa e ne disegnò il profilo. Sgrossò, levigò, finché ottenne due parti, una concava, l’altra convessa. Ad ogni passaggio eliminò spessori sottili. Rifinì i bordi e intagliò la prima fessura a forma di effe. All’interno pose un listello di legno, un po’ inclinato. E cominciò a mettere insieme i pezzi. Rifinì i bordi con una lama affilatissima. Tutto doveva diventare una cosa sola. Ma ancora non riusciva ad afferrare quel corpo.
    Con leggerezza sgrossò un ramo. Intagliò le volute a spirale che formarono la testa di un riccio. Verniciò cento, mille volte. Persino l’anima costruì. Eppure, qualcosa mancava ancora.
    Allora ricordò quei capelli che gli aveva donato Mantuya. Posò quei fili sullo strumento e all’improvviso un lamento lunghissimo e un riso di gioia attraversarono quel luogo oscuro: era nato il violino.
    La musica arrivò fino al Tiranno, che subito ordinò di liberare Sebastian.
    Il giovane uscì, partì, ascoltò e suonò. Costruì un Castello per la Madre. Non sposò la figlia del Re e continuò il suo buon cammino. Suonò davanti alle chiese e di fronte al mare. Incantò le dame di Napoli e i gitani andalusi. Parlò ai signori e alla povera gente. Conquistò i teatri di Parigi e di San Pietroburgo.
    Qualcuno insinuò che in quel violino si nascondesse il Diavolo. Ma non andò così: ne siamo certi noi che una volta lo abbiamo ascoltato. C’era Mantuya in quel suono, perché Sebastian mai più vide né galere, né guerre”.

    Daniela Morandini




    La terza rivoluzione

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    La Terra è blu
    il Forum della Salute mentale, e la terza rivoluzione che verrà…

    Il Forum Salute Mentale. Che cos’è?
    “Altro non è che una piazza. Una piazza in cui le persone che per ragioni e a titolo diverso frequentano i luoghi della salute mentale si incontrano, si riconoscono, parlano”. La risposta con le parole di Peppe dell’Acqua, psichiatra, ex responsabile dei servizi psichiatrici di Trieste, che tanto ha lavorato al fianco di Basaglia, e che questa piazza ha “aperto” nel 2003 insieme a persone convinte della necessità di ricucire la frattura che negli anni ha allontanato le pratiche nel campo della salute mentale da quanto enunciato e pur praticato nel solco della rivoluzione guidata da Basaglia…
    Perché ne parliamo? Perché se questa dissociazione, quel solco, nonostante l’impegno di molti, purtroppo continua sempre più ad allargarsi, il Forum oggi vuole rinascere, e rinasce intorno a una sorta di “chiamata alle armi”, pensando, e perché no?, a una terza rivoluzione…
    Quantomai necessaria se, guardandosi intorno… come non vedere la distruzione nei fatti e la negazione feroce del pensiero e del percorso avviato con Basaglia…
    A cominciare da quello che da qualche tempo si denuncia a Trieste, che pure di quella rivoluzione è stato il cuore, lì dove “tutto è accaduto”, dove oggi, come denuncia Dell’Acqua, “molte psichiatrie ‘della distanza e della pericolosità’, che abbiamo tenuto lontano dalla nostra regione con fatiche indicibili, sembrano ora gradite e attraenti per i nostri amministratori”.
    Di salute mentale, di psichiatrie, diciamo la verità, se ne parla molto poco, e solo magari quando leggiamo di cronache di pratiche violente e di morti, per contenzioni, ad esempio… Ricorderete di Elena, morta nell’agosto del 2019 nell’incendio del reparto di Psichiatria dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, mentre era in un letto di contenzione. Magari forse avrete appena sentito parlare della morte di Wissem, il giovane tunisino morto dopo cinque giorni legato in due ospedali romani. Storie che comunque presto vengono dimenticate, archiviate come “incidenti che pur accadono”.
    Ma, a parte chi se ne occupa, chi parla più di tutte le persone che, a tanti e diversi livelli, vivono l’esperienza del disturbo mentale? Perlopiù invisibili.
    Se da un lato la pratica della contenzione non è mai stata abbandonata, anzi, parole di Dell’Acqua, “i ‘legatori’ vengono allo scoperto e rivendicano con parole gentili dignità alle loro orrende pratiche” nonostante sia ormai accettato che la contenzione non è mai atto terapeutico (e se solo vi affacciaste un attimo sulla tremenda realtà della maggioranza dei Servizi di diagnosi e cura, fra squallore, miseria, abbandono e sbarre)… dall’altro rischiano di scomparire, lì dove sono nati, servizi in grado di accogliere davvero e seguire persone che vivono l’insistenza del disturbo mentale nella loro vita, che poi si tratta spesso di persone ammalate di quell’emarginazione che la malattia la produce… E quindi i centri aperti 24 ore, ad esempio, e tutte quelle articolazioni sul territorio che “colgono la malattia nella vita e non in un letto d’ospedale” (parole di Franco Rotelli), e che costruiscono “la città che cura”.
    Insomma, esattamente il contrario della grande dimensione, che purtroppo riguarda tutta la sanità e per tanti versi la indebolisce, con la benedizione di tanto imperante spirito mercantilistico. Una dimensione nella quale soprattutto le persone che soffrono di disturbo mentale vengono respinte nell’invisibilità, nella quiete spaventosamente muta dei trattamenti delle psichiatrie del farmaco.
    Insomma, contro tante cattive pratiche la “chiamata alle armi” è per una rivoluzione che riprenda e ridia forza a una scelta culturale, che significa anche restituire a chi l’ha perso il proprio discorso, riaccolto a vivere con tutti gli altri, e significa una scelta di campo e una presa in carico delle persone, progetti personalizzati, impegno su piccola scala… che “dovrebbero rappresentare la potente alternativa alle modalità burocratiche e de-soggettivanti che dominano le (cattive) pratiche nella quasi totalità dei dipartimenti di salute mentale”.
    Ascoltando le parole, gli interventi, le testimonianze, le voci di realtà, che arrivano da tutta la penisola, dei primi incontri di questo Forum che vuole rinascere, alla fine, nonostante tutto, forte emerge il desiderio e l’impegno per ritrovare quella “dimensione amorosa, soggettiva, utopica e un po’ sognante che si è andata perdendo”, che è quella che è stata la forza della rivoluzione di Basaglia e di tutto il movimento che vi si era coagulato intorno.
    Aspettando, e ce lo auguriamo, la terza rivoluzione che verrà. Con immaginiamo in testa, ancora una volta, Marco Cavallo, l’enorme cavallo di cartapesta nato nel fantastico laboratorio dell’Ospedale psichiatrico di Trieste che l’ultima domenica di febbraio del 1973 attraversò le strade della città accompagnato dal corteo degli ospiti dell’ospedale psichiatrico, da allora simbolo della lotta contro tutti i manicomi.
    Il Forum è anche un sito, con un titolo dal primo impatto forse un po’ spiazzante: La Terra è blu. Il richiamo è alle parole del primo astronauta, Yuri Gagarin, che vedendola, con meraviglia, così esclamò: “La vedo, la Terra è blu!”. Era il 12 aprile aprile di sessantuno anni fa, e il 12 aprile, lo ha stabilito nel dicembre scorso l’Unesco, è ora giornata internazionale del volo dell’uomo nello spazio. E quest’anno, nella luce umida di questo aprile, riprende il volo anche l’avventura di questa piazza virtuale che al pensiero e all’impegno dell’altra piazza vuole fare da eco, con l’augurio e la visione di una Terra che nel colore blu della tranquillità, dell’armonia che tutto abbraccia, sia davvero accogliente per tutti. Una Terra blu come un’arancia (e questa sembra un’altra storia, ma, se andate a leggere, vedrete che pure ci sta).

    scritto per ultima voce

    Parliamo di Wissem

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    Un pensiero forse non troppo politicamente corretto. Forse può far scandalizzare. Eppure lo pronunciamo, questo pensiero “scorretto”: forse non è proprio così male che si trovasse in un corridoio.
    Parliamo di Wissem Ben Abdel Latif, tunisino, 26 anni appena, morto nel novembre scorso dopo essere stato legato a un letto per cinque giorni in due diversi ospedali romani (il Grassi di Ostia, dove era stato trasferito dal CPR di Ponte Galeria, poi nell’ospedale San Camillo di Roma).
    Sono passati più di quattro mesi dalla sua morte, e sulla tremenda vicenda, sulla sua morte ingiusta, ancora molto è da chiarire, a cominciare dal perché sia stato legato a un letto un giovane che (rileggendo, di flash in flash, brevi cronache) aveva denunciato le condizioni del CPR dove era finito e nei giorni successivi secondo alcuni testimoni sarebbe stato malmenato da uno o più agenti, e dopo non so quali altri “passaggi” si ritrova legato a un letto con diagnosi di “disagio schizo-affettivo”. Muore per arresto cardiocircolatorio. Ora si scopre che “le carte dicono che in quei cinque giorni sia stato alimentato un’unica volta”. L’indagine della procura chiarirà…
    Ma intanto, come non fare alcune riflessioni, leggendo del Garante intervenuto con un sopralluogo dopo la denuncia della morte del giovane tunisino e della risposta, alle raccomandazioni ricevute, della Direzione generale dell’ospedale dove Wissem è morto. Se le cose sono anche nelle parole con le quali le pronunciamo…
    Ha scandalizzato il fatto che nell’ultima tappa della sua via crucis italiana il giovane tunisino sia stato lasciato, legato al letto, in un corridoio. Senza un minimo di riservatezza. La riservatezza che, certo, avrebbe evitato turbamenti a chi per un motivo o l’altro si trovasse in quel corridoio. La riservatezza che forse avrebbe restituito un minimo di dignità alla sua persona, nascondendo agli occhi di altri il suo stato.
    Eppure, eppure… Meglio invisibile? In coerenza con quell’ “invisibilità dei nostri pazienti” che ha accoratamente denunciato in un incontro su questo Forum Carla Ferrari Aggradi, in questa società che rifugge dal dolore…
    E non posso che rigirare la domanda a Peppe Dell’Acqua, al quale ormai da anni chiedo conforto, quando parole e dubbi, su certe storie, mi lacerano la mente.
    Meglio invisibile, Peppe?

    “Penso ai direttori dei manicomi di un tempo che impedivano ai fotografi di entrare nei manicomi per ‘rispetto della dignità degli internati’. Che dire… La questione è altra. Benché da più di qualche anno stiamo immaginando una campagna per abolire la contenzione, questo esercizio di “riduzione” dell’altro continua. Anzi sembra, si sa e non si dice, che sia dominante, e si dice solo quando accadono tragedie come questa, per cui c’è chi se ne occupa.
    Ma penso anche che sempre l’attenzione di chi poi interviene, giudice o garante che sia, si limiti a controllare il rispetto di regole, di protocolli che, diciamo la verità, sono stati fatti proprio per permettere che si ricorra a questo brutale esercizio terapeutico. E quali parole critiche per questo “trattamento” in sé? Non ne trovo. Penso alla vicenda della ragazza morta nell’incendio del reparto di Psichiatria dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, mentre era in un letto di contenzione, dove la procura ha concluso le indagini con la richiesta del rinvio a giudizio di due operai del Pronto intervento anti-incendio! Come se non esistesse un primario, una regione Lombardia che favorito e regolamentato la contenzione. E poi… Negli ultimi decenni sembra non accada niente di cui parlare se non quando muore qualcuno per contenzione o violenza delle cure psichiatriche. Mentre tanto ci sarebbe da dire.
    Si sa che abolire contenzioni, porte chiuse dei Diagnosi e Cura, abolire le strutture residenziali… significa cominciare a parlare di cosa debba essere un’organizzazione articolata di servizi di salute mentale, una presa in carico possibile, capace di affrontare questa come altre situazioni”.

    E allora, forse non è proprio così male che Wissem fosse stato lasciato in corridoio (insieme ad altri per cui non s’è trovato di meglio), ché magari qualcuno è rimasto turbato, da quel corpo che urlava nel silenzio il suo dolore. E magari qualcuno avrà pure pensato che quello che fa scandalo è piuttosto che quel giovane uomo fosse legato a un letto…

    “L’immagine che mi è venuta, pensandoci, è quella di una persona che muore di fame sotto un tavolo di bendidìo… Possibile che nessuno pensi mai che una persona invece che essere contenuta possa essere accudita, accompagnata, circondata da parole e abbracci. E questo è pure possibile, grazie alle associazioni di volontariato, ai tanti giovani che sono presenti quando ci sono buoni servizi, nei Servizi di salute mentale come nei Diagnosi e Cura. Lì dove non si contiene (e sono purtroppo pochi i luoghi dove non si contiene, non più di due ogni dieci servizi di Diagnosi e cura) si ricorre sempre a persone (operatori, cooperative, associazioni) che possono, e sanno farlo, trascorrere anche due tre giorni accanto alla persona che sta male. Mentre per lo più non si fa altro che mettere grate, impedire sguardi altri, impedire spesso persino gli ingressi”.

    Scorrendo la risposta data dall’amministrazione dell’ospedale ai rilievi del Garante fa certo piacere leggere della rassicurazione che “siano state attivate azioni di miglioramento organizzativo e strutturale a tutela dei diritti dei Pazienti ricoverati”. Pazienti con la P maiuscola, come se quella maiuscola già da sola fosse un anticipo di restituzione di dignità. Miracoli del burocratese, che a tratti potrebbe anche far sorridere se a tratti qua e là non raggelasse. E un po’ inquieta la considerazione finale del documento che… “gli eventi critici debbano essere occasione di azioni di miglioramento e di trasformazione organizzativa” …

    “La lettura dei documenti raggela. Sembra un esercizio di distanziamento dalla realtà di quel Diagnosi e Cura (che è quella della maggior parte dei centri) o comunque di tutti i luoghi di restrizione della libertà. Un distanziamento che cerca di mettere dentro parole che appaiono pulite, tecniche, se non addirittura ‘terapeutiche’, per comportamenti che non sono altro che riduzione, distanziamento, violenza, che vengono esercitate sul corpo delle persone. I rapporti di chi interviene forse dovrebbero riportare sempre che il ricorrere alla contenzione, esercitarla da parte degli operatori, significa radicare, far crescere culture assolutamente distanti da qualsiasi immagine terapeutica; significa raggelare la tensione umana di vicinanza che dovrebbe avere l’operatore, e sono ferite che anche l’operatore poi si porta dietro. Ma bisognerebbe anche ricordare che il problema non è solo quello della morte fisica (accidenti ne accadono sempre). Ci sono le ferite che le persone subiscono, ferite morali, psicologiche. Essere legati, impediti a muoversi ed esercitare quel minimo di presenza che significa stare con gli altri, provoca ferite indelebili che contorcono lo spirito, l’immagine di sé. Esattamente come è accaduto ai sopravvissuti ai campi di concentramento, che hanno dovuto far passare decenni prima di cominciare a parlare. Si è impediti dalla vergogna. Come si fa a dire ‘io sono stato legato per una settimana’?! I giudici dovrebbero interrogare, chiedere di questo a chi subisce la violenza della contenzione. Sì, la lettura dei documenti, il linguaggio burocratese raggela. Questa storia… ma chi era Wissem, da dove è venuto? E perché quando è stato portato nel Diagnosi e Cura, per un ricovero sembra non formalizzato in TSO, dove dobbiamo pensare che protestasse, sia stato poi legato, legato e trasferito… operazioni di un’insensatezza totale. La psichiatria, d’altra parte, per farsi non può che oggettivare l’altro. L’altro, ora oggetto senza più nome e senza più diritto diventa povero corpo, scompare allo sguardo. Le sue parole non possono più essere ascoltate..”

    E chissà che ne pensa Wissem, di tutto il bene che discenderà dal suo essere stato “evento critico”…

    “Credo che resterà molto deluso. Questi ‘eventi critici’ non fanno altro che incentivare le forme di controllo meccanico, l’addestramento del personale alla lotta non alla holding. Eppure, bastava che ci fosse qualcuno che avendo uno sguardo libero dalle psichiatrie, capace di mettere tra parentesi la diagnosi e valorizzare la sua protesta, e forse tutta la storia sarebbe stata un’altra cosa”.

    Già. L’ “evento critico” per molti motivi fra l’altro forse evitabile, perché nello Spdc, Wissem non sarebbe mai dovuto finire. Perché, va ricordato, poco dopo la sua morte l’avvocato della sua famiglia, Francesco Romeo, ha spiegato che: “ il 24 novembre, mentre il giovane Wissem era ricoverato e legato in stato di contenzione presso l’Ospedale Grassi di Ostia, il Giudice di Pace di Siracusa sospendeva l’esecutività del decreto di respingimento e del provvedimento di trattenimento presso il CPR di Ponte Galeria (…). Wissem non ne ha avuto notizia, è rimasto ricoverato in stato di contenzione prima al Grassi di Ostia e dopo al San Camillo, ma alla data del 24 novembre scorso avrebbe dovuto essere rimesso in libertà”.
    A margine, ma neanche poi troppo. Si rileva, nel rapporto del Garante, l’inadeguatezza alle esigenze dei pazienti dei locali del Spdc dell’ospedale. Con un dehors “spazio di cemento, privo di copertura dagli agenti atmosferici, trovato sporco nel giorno della visita, con arredi {qualche sedia) visibilmente rimediati e non pensati per i pazienti. (…) II muro che lo delimita è oltretutto facilmente scavalcabile”.

    “Osservare la miseria dei luoghi, tutti i luoghi della psichiatria, i diagnosi e cura, ma anche gli ambulatori, le strutture residenziali… sono luoghi dove a parte la mancanza totale di etica c’è una questione di estetica… come se il bello, la confortevolezza, la comodità, la bellezza di un arredo non avessero nessun senso per questi luoghi dove le persone, i ricoverati, sono costrette a passare l’intera giornata. Leggo di mobili di questo soggiorno azzurri, come per una scuola per l’infanzia, ed è doloroso vedere i televisori piantati in alto sui muri… E poi le stanze oscurate e sempre con le luci accese, le persiane rotte e sempre abbassate…
    E poi si sottolinea che non c’è la sociologa, l’animatore, una terapia riabilitativa, e dalla direzione dell’ospedale si risponde con puntualizzazione di numeri e funzioni… Ma si dimentica che un Spdc è un servizio per l’emergenza, che dovrebbe durare il tempo di un attimo, che la terapia riabilitativa non avrebbe nessun senso se non per essere vicino alle persone e accompagnarle nel corso della giornata. Il TSO non impedisce che una persona possa andare in un giardino, semmai se serve accompagnata. La terapia riabilitativa interna in un Diagnosi e Cura non ha senso”.

    E si parla di ora d’aria, come nelle carceri.

    “Li ho visti ovunque questi luoghi che vogliono garantire un’ora d’aria. Ai pazienti? Ai detenuti? Ma neanche il TSO comporta un sequestro della persona, ma una negoziazione costante. Qualcuno ha negoziato qualcosa con Wissen?”

    Eppure, è ormai accettato che la contenzione non è mai atto terapeutico, basta leggere la sentenza Mastrogiovanni (il maestro morto il 4 agosto 2009 all’ospedale San Luca di Vallo della Lucania dopo essere rimasto legato 83 ore. Medici e infermieri sono stati condannati per sequestro di persona) che lo afferma in maniera inconfutabile.
    Tornando all’immagine di quel muretto che mi è rimasto in mente come respiro di punto di fuga… Nella risposta dell’Ospedale ai rilievi del Garante non leggiamo che si pensa di alzare un po’ quel muretto così facilmente scavalcabile (o per lo meno non è specificato). E qui non mi riesce di contenere un pensiero un po’ “anarchico”: speriamo se lo siano dimenticato!
    Pensando a Wissem. Non sappiamo se almeno la sua anima sia riuscita a scavalcarlo, quel muretto, appesantita dal macigno di tanto incomprensibile dolore, ma gli auguriamo di avercela fatta. E speriamo che rimanga così com’è quel quasi possibile varco, a suggerire che non la contenzione ma la libertà è terapeutica. Per Wissem sicuramente lo sarebbe stato.
    Ecco, un pensiero ‘laterale’, ripercorrendo l’intera sua vicenda, da quando ha messo piede nel nostro paese, come non pensare che alla generosità (per carità sacrosanta) di cui siamo capaci di questi tempi fa da contrappunto la rigida graduatoria che abbiamo così chiara, a proposito dei beneficiari della nostra strabica accoglienza.

    Scritto per Forum salute mentale


    Scinne cu ‘mme

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    Un’incantata storia di Daniela Morandini. Nasce, ci spiega, dalle piccole sculture di Peppe Desiderio, liutaio: pesci ricavati dagli intagli di un violino. E Grazie ai Maestri ai quali sono stati presi in prestito immagini, canzoni e poesie, narra di un Pesce liberato dal legno e di una Sirena che non vuole diventare umana. Ascoltate… e lasciatevi trascinare fino in fondo al mare….

    “C’era una volta, nel Mediterraneo, un Pesce che, scaraventato da una tempesta fuori dall’acqua, si trovò imprigionato in un pezzo di legno. Un ramo d’ulivo. Era il tempo in cui le sirene avevano compreso di possedere un’arma ancora più terribile del canto: il silenzio.
    Ci vollero anni, anni e ancora anni. Secoli forse.
    Ma quel pesce un giorno si ributtò in mare e le Sirene, anche se per poco, tornarono a parlare.
    Il Pesce raccontò che sott’acqua non si invecchia mai: si rinasce. Tra le braccia di un lungo tempo. E non si combatte l’uno contro l’altro, come accade in questo mare. Inoltre, avvisò:
    “Vengo perché navigando abbiate d’ora in poi maggior cautela”.
    Con grande gioia rammentò di quando, in quella caverna, la corrente furiosa seguì per il canale. Perché è difficile indovinare il vero colore del mare: ce ne sono tanti, vari, irraggiungibili.
    Solitamente lo definiscono azzurro, ma non lo è sempre.
    Il Pesce continuò a svelare cose straordinarie dei segreti più profondi, e le rotte perigliose rivelò ai naviganti.
    “Il mare non appartiene ai despoti” ammonì.
    “Alla sua superficie essi possono ancora esercitare diritti iniqui, divorarsi, recarvi tutti gli orrori di questa terra: ma sotto il suo livello, il loro potere cessa, la loro influenza si estingue, tutta la loro potenza svanisce”.
    E allora cantò:

    Scinne cu’mme
    Nfonno o’ mare a truvà
    Chello ca nun tenimmo acca’

    Vieni cu ’mme
    E accumincia a capi’…
    (…) guarda stu mare
    Ca ci infonne e paure
    Sta cercanne e ce mbarà

    E ancora:

    Sagli cu’mme e accumincia a canta’
    Insieme a note che l’aria da’
    Senza guardà
    Tu continua a vula’

    Così il Pesce continuò a infiltrarsi tra le rocce, a sfiorare la sabbia ondulata, i tappeti di alghe verdi e marrone. Gli piaceva quel paesaggio silenzioso che si stendeva sotto di lui. Gli pareva di volare. E se pur sapessero danzar anch’essi, quanto erano stupiti i pesci più piccoli:

    Sta forza
    Ca’ ‘o friddo nn’arrogna,
    chi mago t’ ‘ha data?
    Stu sciato ‘a do’ t’esce?

    “Ma quale magia! Qui non si inganna nessuno!” Esclamò il Pesce indicando il Capodoglio:
    “Guardatelo: il suo grande genio è nel non far niente di speciale per provarlo”.
    Ma tutti sanno che il Capodoglio procede celando i terrori del tronco sommerso, nascondendo l’orrore della mandibola.
    “Siate pazienti!” esortò il Pesce, che mai dimenticava gli insegnamenti del Maestro:

    …specialmente ‘e notte
    nun è ca dico:
    “ ’o mare fa paura”,
    ma dico:
    “ O mare sta facenno ‘o mare”.

    Quanto spavento però quando sentì le grida del ramponiere:

    Dda è, ddà è
    Lu vitti, lu vitti
    Piglia la fiocina
    Uccidilu, uccidilu ahhh!

    Rispunnia la fimminedda,
    cu nu filu, filu e vuci:
    scappa, scappa amuri miu,
    ca sinnò t’accidinu!

    E la varca la trascinava
    E lu sangu ci curriva
    E lu masculo chiangiva…
    ahi ahi, ahi ahi ahi

    La strage non si arrestò. Un Capitano gettò proprio sul Capodoglio tutto l’odio dai tempi di Adamo. La fiocina sporse della spalla del Grande Pesce formando un angolo. Il mare si colorò del sangue rosso che gli sgorgava dal cuore, poi si allargò come una nube.
    E così piansero i Pesci:


    Strad’ ‘e curallo
    Lastre fatt’ e sale
    Perle din’t all’acqua
    So lacreme ‘e mare.
    Navi affunnate
    Varche senz’e vele
    Isole deserte
    Sott’a ‘n atu cielo

    Con le lacrime agli occhi sognarono di fuggire:

    E nuje sunnammo ‘o mare,
    parti’ e gghi luntano,
    addo’ nun fa’ rummore
    niente, manco ‘stu core.

    Tra i singhiozzi, si intravide una carena. Eolo soffiò come mai prima di allora, e si infuriarono le onde. Il Pesce non parlò, né si mosse. Fu allora che si udì un frastuono. Quanto terrore ebbero persino i mostri del mare! Fu un attimo: il fragore di un tuono sott’acqua rimbombò più alto, più terribile, e la nave s’inabissò simile a piombo.
    Forte ruggì la tempesta e tanti uomini volarono verso Sud, per sempre. Il pesce non sentì né gemiti, né sospiri, ma per quattro volte vide cinquanta uomini vivi, cadere uno dopo l’altro, con sordi tonfi, inanimati pezzi.
    Lo spasmo e le maledizioni con cui morirono non scomparsero. E il Pesce non poté distogliere gli occhi dai loro, né alzarli in preghiera. Immerso nella disperazione, comprese come ci siano idee, emozioni, pensieri del profondo che, espressi, diventano del tutto incomprensibili.
    Fu allora che apparve un Essere Arcaico dall’aria scabra di primigenia bellezza:
    “Che ce dicimmo a fa’ parole amare…”
    “Chi sei? Da dove vieni?”
    “Di Calliope sono figlia e vengo da tutti i mari del mondo. Non crediate alla favole inventate su di noi”, aggiunse dispiegando il suo prodigioso splendore.
    “Noi non uccidiamo nessuno, noi amiamo soltanto”.
    Ma la sua voce non rassicurò i Pesci, che rabbrividirono al remare di una ciurma, nell’acqua proprio sopra di loro.
    La Sirena riconobbe quella gente e lanciò un grido spaventoso:
    “Non voglio diventare umana! Se solo avessi io previsto tutto questo…! “ sibilò.
    E ammutolì, non perché fosse muta: era il mondo ad essere diventato sordo.
    Poi furiosa scandagliò, rovistò, frugò tra le cime perdute dal Vecchio Marinaio, finché ritrovò l’antica veste. La sciacquò, la risciacquò e la depose sull’isola. Sgranò gli occhi rotondi, mostrò i dentini aguzzi e spiegò le ali.
    La Sirena ritornò solo molto, molto, molto tempo dopo.
    Era una lontana sera di maggio e rivelò al Pesce di avere scoperto ciò che cercava.
    “Che cosa” chiese lui, fingendo di non capire.
    “Ho trovato l’eternità: è il mare mescolato al sole”.
    E così come erano venuti, se ne andarono tra i colori che si scioglievano”

    Daniela Morandini

    Tatreez, il linguaggio non scritto della resistenza… )

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    Tatreez, il ricamo tradizionale palestinese. Una vera arte, tessuta di fili dai vivaci colori che si inseguono e si intrecciano nel delicato gioco del punto a croce. Ma non è solo ornamento di abiti femminili tradizionali.
    “Molto diffuso nella società palestinese, esprime un patrimonio di conoscenze e abilità che si caratterizzano come una pratica sociale e intergenerazionale”, così ha fra l’altro motivato l’Unesco la sua decisione, nel dicembre scorso, di includere l’arte del ricamo palestinese nel Patrimonio culturale immateriale dell’umanità.
    Tatreez non è solo ornamento, ma anche “potente mezzo di comunicazione non verbale” che parla dei luoghi d’origine, dello stato sociale, del pensiero religioso e politico di chi ricama.
    E peccato non essere a Cagliari, dove Terra di Canaan porta, in proposito, una bella mostra: “Il ricamo palestinese, arte, tradizione e identità di un popolo”. L’allestimento è di Luciano Bonino, stilista che da tempo intreccia tradizione sarda e ricamo palestinese. Incantevoli contaminazioni…
    Così dal 26 marzo al 10 aprile la chiesa di Santa Chiara diventa palcoscenico dell’esplosione di colori di ricami che si alternano agli sguardi, in foto d’epoca, delle donne palestinesi con indosso i loro begli abiti.
    E peccato non poter essere a Cagliari. Perché la chiesa di Santa Chiara diventa anche luogo d’incontri intorno alla storia della Palestina, delle sue donne, di cooperative femminili, di brani della sua economia, della letteratura palestinese, di cultura e arte come forma di resistenza (il programma nella pagina FB di Terra di Canaan, che suggerisco di esplorare, e questo è l’invito alla mostra https://www.youtube.com/watch?v=TTQ7gVIihcI ).
    L’antica arte del ricamo, si sottolinea, rappresenta oggi certo un’importante risorsa economica per le donne e le loro famiglie, ma è anche forma di resistenza ai tentativi di cancellazione della cultura e dell’identità palestinese.
    C’è un mondo intero da leggere in quei ricami. Perché, bisogna sapere, prima della Nakba (la “catastrofe” del ‘48, quando circa 700.000 palestinesi furono costretti ad abbandonare i territori occupati da Israele) ogni centro della Palestina, città o villaggio, aveva un proprio “punto” di ricamo e ognuno un colore predominante. Insomma, se la forma dell’abito era più o meno lo stesso, la tintura utilizzata, ad esempio, a Gaza era diversa dal rosso di Hebron, come diversa era la scelta se privilegiare richiami floreali, o grappoli d’uva… Poi arrivano gli anni ’70 e, dove Israele vieta l’uso della bandiera palestinese, sugli abiti delle donne, a Hebron, Qalandia…, compaiono simboli: i colori della bandiera palestinese, la cupola di Aqsa… e gli aghi diventano armi…
    Fra gli incontri in programma a Cagliari, un cenno a quello sulla “letteratura palestinese come forma di resistenza”. Con Omar Suboh che, riflettendo sul fatto che “l’effetto principale del monopolio delle armi, dell’informazione, dell’istruzione e dei programmi universitari ha di fatto eliminato la Storia per il popolo di quella terra”, scrive fra l’altro che “la letteratura risponde alla possibilità di rievocare i luoghi cancellati per farli rinascere e rivivere attraverso una poetica dello spazio, in particolare per i palestinesi «mai fissi in un luogo», come ha scritto Darwish, ma soprattutto perché «l’unico valore di chi vive sotto occupazione è il grado di resistenza all’occupante», e quale modo migliore dell’arte, della poesia e della narrativa può rispondere a questa esigenza?”
    Come lo può la “letteratura”, mi permetto di aggiungere, di questi ricami. Che sono linguaggio non scritto per diffondere e tramandare storie. Di madre in figlia, di donna in donna. Immaginando queste donne curve sui ricami che nel silenzio scambiano fra loro parole di punti, così tramandando la Storia e resistendo al presente.
    Non sembri un salto pindarico, ma “leggendo” questi ricami, fermandosi sugli occhi di queste donne che ci arrivano da un passato che è appena ieri, viene da pensare alla storia di Filomela.
    Filomela, figura della mitologia greca, figlia di Pandione, re d’Atene. Fu violentata dal cognato, Tereo, e questo, perché non lo accusasse, le tagliò la lingua. Ma la violenza subita Filomela la raccontò in un ricamo, e il suo silenzio diventa, nel disegno ricamato sul tessuto, miracolo della parola.
    “Ogni filo è brandello di carne in cancrena / Ogni nodo il nome che mi sopraffece…”, mi piace ricordare i versi di Grazia Frisina che, riprendendo per la sua poesia il racconto dalle metamorfosi di Ovidio, mi ha fatto conoscere questa storia.
    E non posso non pensare a questi versi anche per le donne palestinesi e la loro terra violentata: “… come stendardo sventolerò questo arazzo / contro la complice sordità del cosmo”.
    Ecco, ricami sventolati come stendardi. Anche questi, a volerli ascoltare, rumorosissimi, come il silenzio sa essere.

    scritto per ultimavoce.it