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    Le perle di Lidia

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    Di questi tempi di guerra, di voci tuonanti, di volti di persone in fuga…, che dalla loro, per noi fino a ieri, anonima vita rimbalzano senza fiato nelle prime pagine, per essere ora per noi i volti del pianto, nel terrore della guerra…Mi ritorna alla mente un volto gentile di donna, dall’aria composta, per il ritratto di una foto. Un cenno di sorriso, sotto un caschetto di capelli biondi, un foulard garbatamente annodato al collo, fissato da un discreto fermaglio dorato… E ritorna un nome, Lidia Zabozhko, venuta in Italia dall’Ucraina una ventina d’anni fa. La sua storia incontrata una dozzina d’anni fa… quando per vivere faceva la domestica presso una famiglia italiana. La professoressa Lidia Zabozhko, ad essere precisi. Perché sì, prima di venire in Italia, Lidia era docente di lingua ucraina e psicologia in un’università di Kiev, e per un periodo era stata anche vicerettore dell’ateneo… Ma poi il suo paese ha attraversato una crisi economica e per quasi un anno non ha ricevuto lo stipendio. Ma non è finta lì. Come diceva Gian Burrasca, le disgrazie arrivano sempre due a due come le ciliegie… e non c’è affatto da sorriderne (anche Il giornalino di Gian Burrasca è sempre stato per me un libro serissimo…). La professoressa Zabozhko non riceve lo stipendio, perde i soldi in banca e, il lutto più grave, suo marito si ammala e muore. Rimane sola con quattro figli. Così decide, per poter mantenere i suoi figli, di lasciare il suo paese e approdare in Italia. A fare la domestica. Lavora per una famiglia che è sempre stata gentile con lei, “una famiglia generosa e buona”. E, grazie immagino anche alla relativa tranquillità che le garantiscono, dopo il lavoro di domestica, la sera trova il tempo per coltivare la sua passione per la scrittura. Quando l’ho sentita, aveva da poco pubblicato il suo sesto libro, come anche gli altri pubblicato in Ucraina: “Strada di donna”, che racconta la vita di cinque ucraine emigrate in Italia, due insegnanti, una di musica e l’altra di lingue straniere, un’economista, un’operaia, un’infermiera. Per testimoniare di storie diverse eppure uguali…
    Sognava allora di poter rientrare in Ucraina entro pochi anni.
    Le avevamo allora proposto un gioco (per la trasmissione radiofonica sulle fiabe condotta con Daniela Morandini “C’era una volta e c’è ancora adesso”): di entrare in una favola, quella di Lusi. Molto riassumendo, Lusi è la protagonista di un racconto di Thomas Theodor Heine, scrittore vissuto a cavallo fra ottocento e novecento, che ha ripreso i temi della narrativa popolare e li ha trasferiti negli ambienti borghesi della Germania d’inizio secolo (Novecento intendo). Lusi, il cui vero nome era Melusina, era la domestica di una ricca coppia, ed era una domestica davvero brava, anche se qualche volta diceva e faceva cose davvero strane. Passava ad esempio il suo giorno libero chiusa in bagno e portava sempre al collo un’appariscente collana di perle… Quando arrivò la crisi economica e le cose cominciarono ad andar male, per aiutare i suoi padroni Lusi offrì la sua collana. Che tutti credevano falsa, ma quando i padroni videro che le perle della loro domestica erano vere, si insospettirono… chiamarono la polizia, che arrivò in proprio il giorno che Lusi trascorreva il suo pomeriggio libero nel bagno, immersa nella vasca dalla quale lasciava affiorare una lunga coda di pesce… Insomma, Lusi era una sirena… che tentò di spiegare perché era lì (aveva accolto e amato il figlio dei padroni che era caduto in mare e, mentre era in punto di morte, gli aveva promesso che avrebbe aiutato la sua famiglia)… ma nessuno volle ascoltarla, e sarebbe finita in un carcere se non fosse riuscita a tuffarsi nel fiume che scorreva vicino alla casa (ah, i suoi padroni comunque tennero la collana di perle, la vendettero e furono di nuovo ricchi)…
    Ecco, invitata a entrare nella fiaba di Lusi, Lidia Zabozhko si è subito sentita a suo agio. “Io, come sirena…” ci ha subito detto… Come sirena sapeva benissimo dei doni che aveva portato, anche se sapeva pure che non tutti, da queste parti, sono sempre pronti a riconoscerne il valore, ma ci ha assicurato che avrebbe continuato a scrivere e comporre i suoi testi. Le sarebbe piaciuto, ci disse, che i suoi libri venissero tradotti e pubblicati in Italia…
    Non so se poi è davvero tornata a casa, se ha ripreso a insegnare, dove sia adesso, che le accade in questi giorni. Se di nuovo è dovuta fuggire… se, fuggendo, sia riuscita a portare con sé, come viatico, il tesoro delle sue perle…
    Un pensiero Lidia/Lusi, a proposito di persone (tutte le persone, che non sempre siamo pronti a riconoscere) che vengono da altri mondi, a volte così lontani, a volte, sospinti dalla Storia, così vicini…

    scritto per ultimavoce.it


    storia di Eros, che in carcere non sarebbe mai dovuto entrare

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    Eros Priore. Il suo nome forse non vi dirà niente. Ma la sua parabola, di persona “problematica” che in una dozzina d’anni passa da un TSO al carcere di Velletri, poi a quello di Secondigliano, e poi alla Rems di Subiaco, per approdare alla casa circondariale-casa di lavoro di Vasto, da dove il 23 gennaio scorso esce, a 61 anni, distrutto anche nel fisico, pochi giorni, per subito morire… è il racconto di un meccanismo feroce che non può lasciarci indifferenti.
    Ma chi era Eros Priore? Cosa aveva combinato di tanto grave da finire anche in un carcere?
    “Chi era… una persona certo poco gestibile, un caratteriale, ma che non aveva mai fatto male a nessuno. Una sorta di Forrest Gump, lo definirei… nel suo paese, Colleferro, era anche benvoluto… lo racconta anche il parroco che ne conosceva le fragilità” risponde Francesco Lo Piccolo, giornalista che da anni si occupa del reinserimento di ex detenuti, e dirige Voci di Dentro, rivista scritta da detenuti delle carceri abruzzesi. Che la vita di Eros da tempo aveva seguito, e questa vicenda “incivile e barbara” ha denunciato dalle pagine di Huffpost
    Il TSO, il trattamento sanitario obbligatorio, Eros Priore, irascibile quando obbligato o se si sentiva “guardato storto”, lo subisce dopo un litigio, nel Centro di Igiene mentale di Colleferro… da lì inizia “un calvario fatto di comunità che definiva lager, legacci, psicofarmaci, visite mediche, perizie… per poi finire in carcere. Un calvario per motivi di sicurezza, per risocializzare – come prescrivono i giudici – una persona ritenuta socialmente pericolosa, caratteriale, visionario che si rifiuta di prendere psicofarmaci, che non accetta cure, comunità e restrizioni di alcuna natura…”.
    Ma tutto accade a Eros, fuorché essere curato e tantomeno risocializzato. Perché non è cura la somministrazione costante di psicofarmaci quando esclude, come denuncia la sorella di Eros, l’attenzione all’umanità che pure è in ciascuno. Immaginate poi cosa può accadere quando “la cura” diventa il carcere, foss’anche una casa-lavoro, dove però Eros, invalido, non può lavorare. Lì alle problematiche di salute mentale si aggiunge dell’altro. Eros si ammala, è stato necessario asportare parte dell’intestino, subisce una stomia e lì rimane, in un’estate che trasforma quel carcere in una fornace (è il suo lamento…), con il sacchetto esterno per la raccolta delle feci più del tempo necessario per mancanza, quell’estate, di personale medico che potesse rioperarlo. Ha un tumore ai polmoni e nell’ultimo video-colloquio con la sorella si presenta reggendosi su una scopa, che gli fa da stampella… E viene rimandato a casa, il tempo di essere trasferito in ospedale per morire.
    Se cerchi il perché di tutto questo, rischi di perderti nei dettagli, di burocrazie, vuoti, timori, non risposte… ma al di là di inadeguatezze individuali o collettive, alla fine la risposta è in un kafkiano meccanismo di rimpallo per cui alla fine, quando non si sa che fare, rimane il carcere. Un tremendo cortocircuito fra sistema giudiziario, penale e sanitario.
    Una storia che, per chi l’ha seguita, non è facile buttarsi alle spalle. Così Francesco Lo Piccolo ha cercato di capirne di più, e mi racconta: “Sono andato questa settimana a parlare con la direttrice della casa lavoro di Vasto dove era internato Eros Priori. Mi ha spiegato che Priori era una persona bizzarra ma tranquilla (forse per i farmaci) e che in più occasioni ha fatto presente alla Sorveglianza che il suo stato di salute (resezione dell’intestino e applicazione del sacchetto per le feci) non era compatibile con la detenzione. La stessa incompatibilità era stata accertata anche dal Medico dell’Unità Operativa di Sanità Penitenziaria del Provveditorato dell’Amministrazione Penitenziaria di Abruzzo e Molise. La risposta (ovvero la scarcerazione e l’invio a casa dalla sorella) purtroppo è stata sempre negativa, mi è stato detto, a causa della diagnosi di pericolosità sociale accertata dal Dipartimento di Salute Mentale di Colleferro che aveva definito Priori affetto da schizofrenia e delirio”.
    Il controllo, dunque, prevale sulla cura.
    La non cura in carcere, in generale, è tanta… basti dire che Francesco Ceraudo, pioniere della sanità penitenziaria, ha titolato il libro sulla sua esperienza nei lunghi anni nelle carceri italiane “Uomini come bestie”. Pensate poi come possano essere seguite e curate persone con problemi psichiatrici, anche solo considerando che la media nazionale di ore di presenza degli psichiatri in carcere è di 8,9 ore ogni 100 detenuti, 13,5 ore se parliamo di psicologi. “Lo psichiatra dedica meno di 5 minuti a settimana, lo psicologo 8 minuti a settimana per persona detenuta”, dicono i dati raccolti da Lo Piccolo che non si ferma nel portare avanti la sua denuncia.
    Stiamo parlando di medie, ma valutate voi, se nell’universo carcere più della metà dei detenuti è in terapia psichiatrica…
    Tornando alla triste storia di Eros Priore… Quasi una beffa, se proprio due giorni dopo la sua morte, arriva la pronuncia della CEDU, la Corte europea dei diritti dell’uomo, che condanna l’Italia per aver tenuto in carcere per più di due anni un cittadino con problemi psichici. Detenzione “illecita”, il carcere è “vietato” per i malati psichici.
    Eros in carcere non sarebbe dovuto mai entrare. E quante sono le persone che in carcere ancora stanno, pur dovendo stare, se si volesse dar seguito alla pronuncia della CEDU, da tutt’altra parte. Ma tant’è. E dimentichiamo in fretta storie come questa.
    Eppure, molto ci sarebbe da cercare, per capire e trovare strade.
    Confrontandomi, ancora, con Francesco Lo Piccolo che, appena tornato dal suo ostinato indagare (ha ascoltato anche l’avvocato di Priore, il parroco di Colleferro…), mi ha detto: “Alla fine, resto della mia idea: un debole in una società dove è facile approfittarsi di chi non sa difendersi. E dove alla cura, all’aiuto e alla comprensione si preferisce la costrizione e il carcere. E che, pur di fronte all’evidenza, pur di fronte alla sua sofferenza anche fisica (dopo la resezione dell’intestino Priori non stava neppure in piedi) si è preferito non vederlo, facendo parlare le carte, il fascicolo, la fredda diagnosi. Un meccanismo infernale che si è protratto anche di fronte alla diagnosi di tumore all’ultimo stadio. Non c’è una responsabilità, ce ne sono tante, soprattutto di chi non sa guardare in faccia il prossimo, come peraltro faceva ed insegnava Franco Basaglia”.






    Arriva il Taser, arma “meno che letale”

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    E alla fine è arrivato. Il taser, in dotazione alle forze di polizia.
    Circa tre anni fa, ne avevo sentito parlare, appena un cenno, dopo la morte di Jefferson Tomalà, un ragazzo di vent’anni, di origine ecuadoregna, ucciso a Genova con cinque colpi di pistola, nel corso di un “presunto” TSO. In realtà non era in corso nessun TSO, “ma quanta fragilità, quanta impreparazione…- commentò Peppe dell’Acqua – quanta confusione, di fronte a una persona esasperata e disperata, impaurita, evidentemente poco capace di controllo… scandalosa vicenda, mentre, con confusione, si parla di TSO con l’idea che sia una misura di polizia…”.
    Una vicenda scandalosa, come scandaloso mi sembrò che la cosa che sembrò urgente fosse dare in dotazione alle forze di polizia la pistola taser (così almeno aveva subito dichiarato il capo della Polizia). Non ragionare su come meglio aiutare, gestire, controllare anche, una persona in un momento di confusa, disperata agitazione, ma affrettarsi a dotarsi di quest’arma “che non uccide”.
    Facendo già allora una breve ricerca, ho capito che sì, il taser non uccide, “solo” spara addosso alla persona da “portare alla ragione” due dardi che sono collegati all’arma con cavetti e mandano una scarica elettrica ad alta tensione, alta tensione e basso amperaggio. Potente ma di durata brevissima, appena quel che serve per far collassare il sistema nervoso, produrre convulsioni, momentaneamente paralizzare. L’effetto, insomma, di una crisi epilettica. Che, per carità, non uccide. Per averne una vaga idea, andate a rivedere “La forma dell’acqua”. C’è una scena in cui “l’alieno” viene ridotto all’impotenza da scariche elettriche. Ecco, una cosa del genere.
    Arma “meno che letale”. Eppure, secondo le Nazioni Unite è strumento di tortura. E da tempo Amnesty ha denunciato che negli Stati Uniti, in uso da anni, faccia decine e decine di morti. Per la cronaca, dopo che, secondo dati della Reuters, negli Stati Uniti in un solo anno ci sarebbero stati almeno 48 morti provocati dal taser, in California si è iniziato a testare un nuovo strumento per immobilizzare le persone (una specie di “lazo” alla Spiderman). E non sono pochi, e non di ieri, gli studi che, sempre negli Stati Uniti, hanno certificato i rischi dell’uso del taser. Qualcuno si era affrettato a controbattere che probabilmente chi è morto, dopo aver subito la scarica elettrica, è morto per suoi preesistenti problemi cardiaci… Certo, come pensare che Stefano Cucchi non sarebbe morto se non fosse stato così debole da non resistere al brutale pestaggio…
    E una delle obiezioni di chi esprime perplessità, è che chi impugna quest’arma non necessariamente può conoscere le condizioni psicofisiche di chi ha difronte, sapere se la vittima sia cardiopatica o, se tossicodipendente o alcolizzato, indebolita dalla sua dipendenza…
    Il taser, continuano ad assicurarci, è arma che “non uccide” e che è stata nel frattempo testata. Invito a leggere quanto dichiarato da Maurizio Santomauro, direttore del centro di Cardio stimolazione del Policlinico della Federico II, (Napoli è una delle città dove sono state date in dotazione parte dei quasi 4.500 taser da oggi in uso) che sottolinea che gli impulsi elettrici “potrebbero innescare un’aritmia cardiaca oltre alla contrazione dei muscoli periferici. E così, da strumento di prevenzione il taser potrebbe trasformarsi in arma micidiale”. Chi usa quest’arma dovrebbe sempre avere a portata di mano un defibrillatore…
    Arma “meno che letale”, ma lo choc da impulsi elettrici può portare conseguenze anche non immediate.
    Arma “meno che letale”, ma anche una caduta, battere con violenza la testa su un marciapiede cadendo come corpo morto cade… può portare a gravi conseguenze, a morte anche…
    Tant’è che, fra tanto plauso, c’è chi esprime perplessità anche nel corpo di polizia: “Il progetto avrebbe dovuto partire con maggiori garanzie per operatori e cittadini”, è il sindacato lavoratori della polizia, Silp-Cgil, a parlare così.
    Un dubbio, ancora. Con quanta più facilità si rischia di usare questo “dispositivo disabilitante”, visto che è “meno che letale”?
    Un’arma “meno che letale” contro i malviventi, ma ripensando alla tragica storia di Jefferson, che malvivente non era, e che se di fronte avesse avuto persona armata solo di taser, magari, non sarebbe stata uccisa… viene da chiedersi quante altre persone, gli agitati, le persone un po’ perse e magari sconvolte, persone esasperate (e quante ne incontriamo di questi tempi per strada) con scarsa capacità di autocontrollo… di quelli insomma che con gesti inconsulti temiamo attentino alla nostra tranquillità, corrono il rischio di essere inchiodati allo spasmo di una sorta di elettrochoc. Con un dubbio: siamo di fronte a una nuova camicia di forza?
    E fa rabbrividire che chi esprime soddisfazione sollecita l’introduzione di quest’arma “meno che letale” in carcere. Questa sorta di “camicia di forza elettrica”… Certo coerente con l’immagine che ormai spesso torna delle carceri come nuovi manicomi.
    Ritorna, sconvolgente, e su cui riflettere, l’immagine del “mostro” prigioniero de “La forma dell’acqua”…
    scritto per Ultimavoce

    Senza speranza e senza disperazione

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    Questa domenica al TPO di Bologna il Gruppo Elettrogeno Teatro mette in scena “Finché galera non ci separi”, un lavoro che “accompagna lo spettatore dentro la vita dei detenuti, incatenata irrimediabilmente alla quotidianità, con le sue nostalgie, i suoi rammarichi, le speranze indefinite e illusorie, la disperazione, la voglia di morire, la forza di vivere e resistere”… un reading teatrale tratto dalle poesie di Emidio Paolucci, ergastolano detenuto nel carcere di Pescara, interpretate da Pierpaolo Capovilla… nell’ambito del progetto “Fiori blu”.
    E leggendo l’annuncio sono saltata dalla sorpresa. Le poesie di Emidio Paolucci le conosco bene… raccolte in “Senza speranza e senza disperazione”… e sono andata a rileggere gli appunti di pensieri che a lui e alle sue poesie, che davvero colpiscono molto, ho subito regalato…
    Li ripropongo…
    “A cosa serve la poesia? A catturare i tuoi deserti…”. E’ la prima immagine alla quale si rimane inchiodati scorrendo i versi, un’immagine fulminante di verità.
    Perché c’è un deserto grande quanto un oceano nel quale si prosciuga la vita di chi è in carcere, ed è il vuoto di vita affettiva e sessuale. Che è pena che si aggiunge a pena, che è punizione aggiuntiva di corpi. Cosa che in molti paesi in Europa e fuori dall’Europa è stata superata, ma in Italia ce la teniamo ben stretta, come struttura inconscia dell’apparato repressivo. Noi, di qua dalle mura, neppure pensiamo a quale grande tortura, che si aggiunge alla pena della detenzione, sia questa privazione, che è compressione violenta e devastante di pulsioni naturali, che porta malattie, che porta dolore. Una privazione che si traduce in negazione della persona, se nei tempi e nei modi della relazione anche affettiva e sessuale tutti noi costruiamo la nostra persona e la nostra vita, se noi siamo quello che vediamo nello sguardo dell’altro e in quello ci riconosciamo.
    Proviamo a immaginare quali torsioni della personalità ne derivano, quale lacerazione. Annullare questo dolore negandolo, porta spesso alla negazione della vita stessa…
    E se il carcere e le condizioni generali di chi vi è relegato sono una delle grandi rimozioni della nostra società, la questione della privazione della vita affettiva e sessuale è rimozione nella rimozione. Leggevo che persino nella letteratura sociologica e giuridica il tema della sessualità di chi vive recluso è stato quasi completamente abbandonato. Mentre chi è dentro sembra quasi abbia timore a parlarne, come per non risvegliare, anche solo appena appena evocandolo, un dolore insostenibile.
    Ebbene, Emidio Paolucci ribalta completamente l’orizzonte. E lo fa senza veli, senza ipocrisie, sfacciatamente, urlando verità come solo con parole vere si può fare, senza avere paura del loro suono.
    E cattura questo deserto raccontandone il vuoto con immagini affollatissime di donna, che sono tutte e sono nessuna, con il loro carico di amore, di sesso, di sentimenti, regalati, negati, di tenerezze e di furori che tornano dal passato o nascono nel pensiero del presente…
    Traboccano di sesso queste pagine, di sesso e donne. Illusione di donne che appaiono e scompaiono come fantasmi. Ma pure a volte sembrano rivestirsi di sangue e di carne, divenire corpo, e gonfiarsi tanto da occupare l’intero spazio, fino a toccarti, fino a graffiarti la pelle, entrare e uscire attraversando mura, senza aspettare permessi… come ben sa possa succedere chi con i fantasmi ha dimestichezza… Parlano, questi fantasmi di donna. Parlano, come tutto in queste pagine, di carcere.
    E così Emidio Paolucci, in un posto che è il deserto della comunicazione, ci comunica tutta la vita che non c’è e quel nulla che se ne può afferrare. Il niente che scandisce il tempo della prigionia, i mattini vuoti, l’abitudine a fare a meno di tutto… Forse anche per questo nessuna delle donne che compaiono ha un nome. Una sola ne ha, e si pronuncia Carmen, e scopri essere nome di figlia, per la quale “avevo immaginato cose un po’ diverse quand’eri piccolina”… e ora “mi tocca tacere/ mentre tu mi porti stelle /con uno sfondo sconosciuto”.
    Per tutte le altre, nessun nome, forse tutti risucchiati dal nulla di quel tempo, che si consuma senza una carezza… senza una palpatina… “sì, senza una scopata/ una di quelle che alla fine ti tolgono il fiato/ e ti lasciano a raccogliere il respiro/, con gli occhi sul soffitto…”
    In carcere sono poche, pochissime le cose personali che si possono avere con sé. Centellinate, pensate, anche le fotografie. In alcuni istituti disposizioni le limitano a un numero preciso e non ne ho ancora capito la logica… Fra le fotografie che ha con sé l’autore ce ne sono tre, le foto del fratello scomparso, che accenna a un sorriso “ignaro di quello che la vita gli negherà”… Leggete, in “Tre scatti”, tutto quello che resterà di lui.
    Se in carcere tutto è sottratto, si moltiplicano invece le paure. Leggete “Le mie paure, Ray”, quasi una nenia, per un elenco inesorabile, ce ne sono di terribili, che chi è fuori non sa, come la “paura che tutto questo diventi familiare”… come la “paura che il latte sia scaduto”…
    Ah, certo c’è anche il caffè, “l’unica cosa che qui esce”… l’unico odore che sappiamo, perché nessuno che non vi sia stato può immaginare l’odore del carcere, che è odore che si fa corpo, di scatola chiusa, e di ferro e di vuoto e di umido e di freddo che, se non si è bravi, ma molto bravi, rischia presto di irrigidire anche l’anima.
    Ancora, ascoltate, la compulsione di c’è posta, c’è, c’è posta? La posta… spesso l’unico filo per tessere parole con l’esterno, per suggerne un po’ di vita. Ancora attesa di tutto quello per cui non si dovrebbe attendere. Come l’avvento di questa donna, che diventa amore e dolore e gioia e noia, una tale noia per quella ossessiva assente presenza, da trovarsi un giorno, svegliandosi, ad avere voglia di mandarla via. “Che ci fai la mattina accanto a me”… Suona quasi un arrendersi al sistema che tutto vuole chiudere al mondo. Ma dura poco.
    Alla fine, rileggendo queste pagine per cercare di cogliere un percorso da invitare a seguire, mi è sembrato di trovarmi di fronte a un continuo tentativo di scrivere lettere d’amore… e l’amore, unica cosa che ci regala brani di eternità, che ferma in istanti la pienezza del tempo, è fatto di carne, di sangue, di lettere, di fastidi, miserie, tradimenti, attese, oscenità, anche… Una lunghissima lettera d’amore che “ho iniziato a scrivere e poi l’ho strappata”…
    Ormai da tempo scambio lettere con persone in carcere. Lunghe, infinite detenzioni, ergastolani, i miei amici di penna… ecco, penso spesso che le loro parole non sono mai il chiacchiericcio al quale siamo abituati, le formalità nelle quali perdiamo il tempo dei nostri giorni, sino a fare della nostra vita, per rubare un verso a Kavafis, “una stucchevole estranea”… In ogni parola, in ogni pensiero delle loro lettere, ritrovo il ritorno all’essenza vera delle cose. Per tenersela cara, questa vita, per altri versi in un modo o nell’altro in un altro tempo sciupata. Se la tengono cara, ognuno scavando nella storia propria e del mondo, alla ricerca delle proprie parole di verità. Che è la forza della letteratura, credo, come è la forza del suono della poesia.
    Insomma, benvenuti in questo deserto…


    L’arte tra bocca e cibo, peso corporeo e peso della parola. A proposito di disturbi alimentari

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    Indomabile me. E la suggestione di involucro che serra come in una prigione diventa inquieta zebratura agitata dal vento. Indomabile me, acquarello di Sara Fruet, che credo meglio non potrebbe accompagnare la testimonianza della sua vita di giovane donna stravolta dall’anoressia e del doloroso percorso che pur l’ha portata infine a scoprire “che la felicità non uccide”.
    Una testimonianza che è stato “il seme” dal quale è nato l’interessantissimo lavoro di Anna Maria Farabbi sui disturbi alimentari. “L’arte tra bocca e cibo, peso corporeo e peso della parola” (editore Al3vie). Un contributo davvero nuovo e che credo molto possa offrire a chi attraversa il dramma del disturbo alimentare. Bulimia e anoressia, facce della stessa medaglia, malattie della società dell’opulenza, dei tempi moderni…
    Questione delicatissima e grave che non può lasciarci indifferenti: secondo le ultime statistiche, solo nel nostro paese sono circa tre milioni le persone che ne soffrono. E sono soprattutto adolescenti, in stragrande maggioranza donne, e fra gli adolescenti questo male è una delle principali cause di morte.
    Anna Maria Farabbi è poeta, narratrice, saggista, traduttrice. E’ soprattutto poeta, e il suo progetto non poteva che attraversare il linguaggio dell’arte. “Nessuna impostazione clinica”, spiega. “Ho concepito l’opera come una ruota”. Una ruota con dieci raggi, ogni raggio è un artista, lei compresa, che “nella sua arte porge il suo rapporto con questa problematica”.
    In questa “orizzontalità circolare” dove non esistono gerarchie, intervengono una filosofa, un poeta, un docente di Etnomusicologia, una pittrice, un regista, una ballerina, uno scultore, un fotografo, un fumettista, una narratrice… ognuno con la propria testimonianza, diretta o di osservatore. Tutto tessuto dall’esperienza di incontro con persone in sofferenza (e non solo a proposito di disturbi alimentari) con le quali Anna Maria Farabbi ha lavorato, ché “la poesia, più propriamente il canto, l’approccio poetico alla vita e a ogni sua relazione… riescono a toccare interiormente l’altra creatura, soprattutto quando questa si trova in difficile, drammatica o tragica condizione esistenziale”.
    E l’approccio poetico alla vita e alle relazioni di ogni sguardo d’artista affolla di umanità questo libro corale. Impossibile da riassumere…
    L’invito è a sfogliare pagina dopo pagina le voci, che sul limite della ruota disegnata da Anna Maria Farabbi appaiono come nella proiezione di una lanterna magica, ciascuno col proprio respiro…
    Così, Paola Bianchini, che è filosofa e psicoterapeuta, squarcia la ferita identitaria da cui nasce il disturbo, che del corpo si serve per manifestare il disagio. E invita ad allearsi piuttosto con la vita.
    Cosa guardate /della mia dissolvenza? Cosa vedete/ della rinuncia che sono? / Ogni volta piagata, piegata/ a gettare fuori il cibo:/ un rifiuto che rinneghi. / le tue forme: ecco il giudizio/ e nessuno specchio in casa… E’ Marco Bellini che, cercando versi per esprimere la dignità del dolore, offre la sua parola poetica.
    Arriva poi la sorpresa di un canto popolare, “La cena della sposa”, offerto nelle sue varianti regionali da Giancarlo Palombini, e che si estende fino alle radici consumistiche, bulimiche, del nostro sistema occidentale. Che cenerà la sposa le dieci sere? “Dieci scatole di confetti/ per saziar li sposi a-l-letti/Nove cuppie di buon pane / per saziare un borgo sano,/.. otto mazzi di radice.. sette vacche ben cornute… sei castroni ben lanuti/ cinque porci ben cingiuti / quattro lepre che van saltando…
    Una nenia che lascia il posto al drammatico, coraggioso racconto della pittrice Sara Fruet che (“tu mi stai uccidendo e io per sopravvivere ti uccido”) trasmuta nella forma nutriente dei colori.
    E poi lo sguardo di Marco Pozzi, regista di Maledimiele, a dirci della dispercezione di sé… sorpreso dalle immagini devastanti ma al tempo stesso con grande potere di seduzione delle foto di giovani donne che una ragazza “allungava e strecciava come fossero le statue di Giacometti. Qualcosa che era vicino all’arte”.
    E poi il peso danzante di Mary Garret, testimone di come il disturbo alimentare possa essere indotto dalla pressione dell’ambiente intorno. E cosa ci si aspetta da una ballerina, se non essere di piuma…
    Ancora, la tensione espressiva delle sculture di Piero Marchese, che è anche educatore, e nella mescolanza di umano e animalesco fa intravedere dolore e infelicità di chi pensa di non poter reggere il confronto con le icone della bellezza, nel nostro mondo di culturalmente bulimici…
    Si è ancora inquieti difronte a tali immagini, che compare la fotografia di Alberto Terrile a scegliere la via della “condescensio passionis”, la discesa in una sofferenza condivisa, per donarci il ritratto di una madre che ha perso la figlia.
    Arrivi senza fiato alla “scarnificazione della gioia” nel lavoro sull’anoressia di Ludovic Debeurme, autore di graphic novel. Che con “Lucille”, e la sua scrittura disegnata che non ha bisogno di colori, “ho voluto affrontare il significato dell’insieme delle relazioni e della loro fragilità”. La tristezza “greve” che spoglia giorno dopo giorno la persona anoressica.
    Elvira Aglini, infine, narratrice, generosa testimone del percorso seguito grazie al progetto ospitato dall’associazione Il Pellicano, spazio di testimonianza creato e condotto appunto da Anna Maria Farabbi. E a ogni incontro la domanda era: quando si nominerà la bestia?
    A margine di ogni intervento, un QR code e un link è la porta d’ingresso ad approfondimenti multimediali. Foto, quadri, una scultura, voci, un film, a riannodare fili, per aiutare, anche, ad avere fiducia nella guarigione da un male così complesso e grave.
    Il cibo e la parola, dunque. Il cibo, “ponte di nutrimento comunicativo a partire dall’apertura della bocca verso la madremammella chiedendo il latte di esistenza”; e la parola, che, se non udita, può trasmutare in urlo silenzioso di dolore.

    scritto per ultimavoce.it

    Eterogenesi dei fini…

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    Guardandosi intorno, di questi tempi, di queste guerre… una riflessione, che volentieri accogliamo, di Mario Spada, a proposito di ideali, ideologie e un’eterogenesi dei fini intorno a cui interrogarsi…

    “Molti della mia generazione misero in gioco la propria gioventù dedicando un impegno straordinario nella lotta alle diseguaglianze sociali. Che fosse “la meglio gioventù” è probabile in quanto contava nelle sue file giovani generosi e coraggiosi che hanno messo in pratica ciò che per Einstein era un dovere morale:
    “La vita non è degna di essere vissuta se non è vissuta per qualcun altro”. Nei numerosi cortei che hanno segnato quella stagione di lotte sociali tra gli slogan ce n’era uno che inneggiava ai Padri del comunismo: Viva Marx, viva Lenin, viva Mao Tse Tung. E’ inquietante vedere a distanza di anni che i leader dei Paesi che violano la sovranità di paesi democratici portando guerra e distruzioni, che costringono milioni di persone a esodi biblici, che minacciano la pace nel mondo evocando una guerra atomica, si sono formati sugli stessi ideali: la rivoluzione comunista auspicata da Marx e praticata da Lenin e Mao Tse Tung. Putin, Xi Jinping e Kim Jong-Un hanno plasmato la propria formazione sui testi sacri del comunismo ortodosso che ha presto dimenticato la sostanziale estinzione dello Stato predicato da Marx e dallo stesso Lenin nei suoi primi scritti. Costoro sono responsabili di un’involuzione autoritaria che ha generato fenomeni di schizofrenia sociale come la convivenza di un partito unico che dovrebbe promuovere l’eguaglianza con i privilegi di oligarchie che risulterebbero anomale perfino in un paese capitalista.
    Un bel libro aiuta a capire come le più buone intenzioni di eguaglianza e progresso sociale si sono rovesciate nel loro opposto in una imprevedibile eterogenesi dei fini: “ Rivoluzione “ di Enzo Traverso fa un’acuta analisi “strutturale” delle rivoluzioni che hanno segnato la storia degli ultimi due secoli dedicando un’attenzione particolare alla rivoluzione bolscevica . Nella Russia rivoluzionaria la genesi della svolta autoritaria avviene quando i bolscevichi reagiscono alle minacce della controrivoluzione mettendo in moto un rapido processo di militarizzazione del partito. Lenin in “Stato e rivoluzione” mette in evidenza la necessità di reprimere la resistenza degli sfruttatori con un partito “ capace di prendere il potere e condurre tutto il popolo al socialismo, capace di dirigere e organizzare un nuovo regime ,di essere il maestro , il capo di tutti i lavoratori, di tutti gli sfruttati. “L’auspicata dittatura del proletariato si trasforma in dittatura del partito con un processo di sostituzione rivendicato anche da Trotskij in “Terrorismo e comunismo” : “ in questa “sostituzione” del potere del partito al potere della classe operaia non c’è nulla di accidentale: in realtà non c’è stata affatto una sostituzione. I comunisti esprimono gli interessi fondamentali della classe operaia”. La sostituzione giustifica i passaggi successivi incarnati dallo stalinismo: dal culto della libertà, bandiera della Rivoluzione, si passa al culto dell’obbedienza di partito il quale è investito di una missione messianica con gli adepti che aderiscono a rituali di tipo religioso iniziati con la venerazione della salma di Lenin come se fosse una reliquia. Il dissenso diventa eresia, l’autoinvestitura messianica giustifica qualunque azione anche quelle che sono l’opposto dei principi ideali della Rivoluzione. Il passaggio dal culto della libertà al culto dell’obbedienza fa emergere nei Paesi che si dicono socialisti un personale politico in prevalenza burocratico e mediocre che per convenienza si ritiene depositario della missione messianica del comunismo.
    Quella che fu la “meglio gioventù” che rifiuta questa sgradita compagnia ideale non deve avere alcun rimorso per ciò in cui ha creduto. Quei cortei e quei giovani che invocavano una giustizia sociale identificata nel comunismo hanno permesso a milioni di operai e contadini sfruttati di alzare la testa, di rivendicare diritti, di sentirsi liberi. Nessuna indulgenza per coloro che hanno congelato la spinta innovativa e rigeneratrice della Rivoluzione in una rappresentazione falsa della sovranità popolare attraverso il partito egemone che si sostituisce ad essa. Chi ama la libertà non può che stare da una parte sola”.

    Mario Spada


    Principi di Danimarca… “Ero stato assegnato a quella fogna fin da ragazzino”

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    “Le storie come le mie ricominciano sempre. Prendete un ragazzino e destinatelo alla povertà. Poi speditelo lontano da sua madre, in un posto dove non vuole stare e, se disobbedisce, punitelo severamente. Fategli anche subire qualche molestia dai preti. Quando diventa grande, mostrategli che polizia e carabinieri sono lì per fregarlo, in nome della legge e della sicurezza delle persone per bene. Cosa potete aspettarvi? Che vi dica grazie?……forse arriverà anche a pensare di lottare insieme agli altri e di potere vincere”. Un messaggio per tutti noi, che arriva dalle pagine di “Correvo pensando ad Angela”, biografia di Pasquale Abatangelo, “delinquente politicizzato”, come dice è sempre stato definito, protagonista di “una storia degli anni Settanta, che non è stata solo una storia individuale”, e che molto racconta di quegli anni…
    Ma non è del libro, che pure molto merita, e dei conflitti sociali di quegli anni che voglio ora parlare, piuttosto del fatto che leggendo della sua vicenda personale, dalla nascita in una famiglia di sfollati, poveri, all’incamminarsi lungo un percorso che lo porta in collegio e poi nel carcere minorile, infine nel carcere “vero”, ho pensato a quanto questo percorso sia stato uguale a quello di tanti altri che poi dietro le mura di una prigione ho incontrato. E quanto anche per questi valgano le sue parole: “ero stato assegnato a quella fogna fin da ragazzino”. Infanzie e adolescenze segnate dalle difficoltà, dal collegio, dal carcere minorile.
    Cosa che certo nulla vuole giustificare, ma indurre a riflettere e cercare spiegazioni certo sì. Ne abbiamo il dovere. Anche, e soprattutto, per chi a quel marchio di “delinquente” è rimasto inchiodato, delinquente senza aggettivi, ché il riscatto sembra lontano, se nessuno sembra voler riconoscere percorsi personali che nell’ombra delle mura di un carcere pur sono stati faticosamente avviati.
    Perché percorsi altri dovrebbero nascere molto prima di finire in un collegio, o in un carcere minorile.
    Guardandosi intorno… quante possibili “storie che ricominciano sempre” nelle strade delle nostre città… basta guardare le statistiche sulla povertà, o anche solo i numeri dell’abbandono scolastico, in Italia fra i più alti d’Europa, “grazie” alle regioni del Sud. E non sarà un caso che nelle nostre prigioni, da un estremo all’altro della penisola, sempre è eco di voci del Sud…
    Non mi imbarco in analisi d’ordine sociologico ed economico, che oltretutto, difronte a numeri e ragionamenti di micro o macroeconomia, noi “non addetti” si fa presto a dare una scrollata di spalle e… ci pensi la politica. Ma c’è un piano sul quale siamo tutti coinvolti, e riguarda il nostro atteggiamento nei confronti di chi sappiamo ai margini e lì pensiamo in fondo in fondo debba per sempre restare inchiodato.
    Lo ha raccontato bene in un suo libro Carla Melazzini, che con Cesare Moreno aveva fondato l’associazione “Maestri di strada”, che tanti ragazzi di Napoli e dintorni ha seguito e cercato di avviare a un futuro migliore di quello a cui sembravano destinati.
    “Insegnare al principe di Danimarca”, il libro. Si parla, fra gli altri, di un ragazzino la cui madre aveva lasciato la famiglia per fuggire insieme a un uomo di altra “famiglia” e il cui cuore era segnato dal dolore, soffocato dal desiderio di vendicare in qualche modo il padre, di punire chi l’aveva così tradito e oltraggiato.
    Beh, pensateci un po’: non è lo stesso impulso che muove il più celebre Amleto? Il principe di Danimarca che, conosciuta la verità sull’uccisione del padre, del tradimento dello zio che ne usurpa il trono e ne sposa la Regina, decide di vendicarlo.
    Eppure… Amleto, protagonista di tanta letteratura, è diventato uno dei nostri più amati “eroi”, mentre siamo tutti pronti a giudicare male e respingere quel ragazzino nel nulla della sua periferia, nella confusione suo smarrimento.
    Penso che questo libro, queste storie di ragazzi che senza i “Maestri di strada” sulla strada sarebbero rimasti, condannati anche da noi alle dinamiche dei loro difficili mondi, mi ha insegnato tanto, a proposito del riflettere e cercare di capire contesti.
    Carla Melazzini non c’è più. Rimane il bel progetto nato per prendersi cura dei ragazzi delle periferie, e delle periferie delle loro anime. Ed è sicuramente quello che, pur fra tante difficoltà, e per quanto possibile, è stato fatto a Napoli e dintorni.
    Una delle tante cose che bisognerebbe fare ovunque ci sia il rischio che “storie come le mie ricominciano sempre”.
    scritto per Voci di dentro


    Il grande cuore di Pietro Tartamella

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    E
    sarò io a svegliare
    i passeri
    domani
    conducendo un canto
    ai loro nidi.
    La nebbia
    sonnolenta
    tra i rami li vedrà
    alla primaluce
    volare a festa
    col mio pane.

    Un pensiero, con i suoi dolcissimi versi, a Pietro Tartamella, che all’alba di sabato se ne è andato. Se ne è andato un poeta che a tanti ha insegnato, instancabile, l’arte dell’ospitalità, della condivisione, delle parole dell’accoglienza e della poesia da dischiudere al mondo. E di quante persone come lui ci sarebbe bisogno per cambiarlo, questo mondo, viene da pensare proprio oggi che tuona la guerra con le sue parole di respingimenti e morte.
    Pietro… (ne abbiamo parlato, in queste pagine) che la sua vita di artista di strada a un certo punto ha trasferito nel casolare di Borgata Madonna della Rovere, Cascina Macondo, diventato il fulcro di infinite attività, luogo di incontro e di continuo “pellegrinaggio” di amici che ad ogni suo invito, intorno ai suoi progetti, lì si sono radunati arrivati da ogni dove.
    Anni fa l’avevo cercato proprio per raccontare alla radio la storia, che tanto mi aveva incuriosito, di questa sua, sua e della moglie Anna Maria, Cascina Macondo, affascinata dall’immagine che ne è il simbolo: un bel veliero, che ha le vele di foglie e naviga su un mare di sassi, in viaggio solcando i mari, per ritrovare il filo delle parole… e sempre intorno alle parole girano le mille attività della Cascina. Era impossibile non lasciarsi incantare e travolgere dalle sue iniziative e dalle sue potenti affabulazioni. Che spesso si traducevano in libri.
    Voglio ricordarlo, Pietro, con uno dei primi libri che mi aveva mandato, testimonianza del suo grande impegno anche nelle carceri: “La stretta di mano e il cioccolatino”, in qualche modo resoconto di un progetto che ha coinvolto, fra Belgio, Italia, Polonia, Serbia, Grecia, dodici prigioni con circa 200 detenuti, impegnati in percorsi didattici, laboratori creativi e tante altre iniziative. E’ stato come un fiume lo scorrere di queste pagine, un’antologia di diari, riflessioni, racconti, poesie, haiku. Il racconto dei mille giorni di un progetto nato per portare scrittura ed arti nelle carceri. Ma soprattutto per portarne fuori, dalle carceri, scrittura e arti.
    Coerente con il suo impegno, che è “semplicemente”, mi spiegò un giorno Pietro, tirare fuori il bello che è già dentro le persone.
    Aprendo una pagina a caso, de “La stretta di mano e il cioccolatino”, ecco, un po’ del “bello” tirato fuori dall’anima di F.:
    Viaggia la musica / come la pittura / le cicogne / gli emigranti / come le notizie / dei giornali / strappate ai passanti / dal vento / come le notizie /che invecchieranno / immediatamente / nelle pattumiere del tempo / … / ma l’amore della musica conduce sempre alla musica dell’amore / e quando la musica è quella della sofferenza…
    Pensando al suo sogno di una società “solidalista”, come scriveva, a conferma di quello che da tempo penso anch’io: che c’è un’Italia molto migliore della rappresentazione che mediamente se ne dà e di chi la rappresenta.
    E mi piace ancora pensarlo seduto sotto l’ombra del grande rovere, a pochi passi dalla Cascina. Da poco si era tutti come prigionieri della pandemia, e Pietro Tartamella, lì seduto al centro di un’ideale prigione senza pareti, ha invitato amici e conoscenti a sfilare davanti a lui per raccontare di viaggi, di tutti i modi possibili di viaggiare, che è anche solo attraversare una strada, perdersi in un sogno… Sono fiorite tante storie, frammenti di esistenze raccolte nelle pieghe del nostro andare. Che tutte, trattenute come ai limiti di un cerchio dalla forza centripeta del suo stare, vi si muovevano intorno come in una danza… Una danza felice, nonostante tutto.
    Ecco, mi piace pensarlo ancora lì, a dettare il ritmo di quella danza. Ricordando un suo appunto…
    Per tutta la vita hai sognato e lottato
    Per lasciare una traccia di te nel cuore della gente
    E ti accorgi alla fine di quanta gente
    Ha lasciato di sé una traccia nel tuo cuore.
    Parole che tanto dicono di lui e del suo grande accogliente cuore…

    scritto per ultimavoce.it

    Dal pianeta degli umani…

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    “Dal pianeta degli umani”


    Appiattiti nell’istante in cui vengono pronunciati nello schermo a due dimensioni, il tempo e le cose vanno via in fretta. Le notizie dopo un’ora sono già morte.
    Eppure, ogni nostra azione, ogni nostro sentire, ogni paesaggio, ogni strada, ogni pietra… hanno dentro di sé la storia che ci ha partoriti, che ha costruito, nel bene e nel male, il nostro presente, anche se noi, quella storia, non la vediamo più. Noi che non riusciamo a vedere neanche presenze vicinissime che appena un soffio prima ci sono passate accanto, pur lasciando tracce, che neppure vogliamo leggere. C’era una volta, e chissà, forse c’è ancora adesso…
    Ripesco questo appunto/riflessione sulla fiaba mentre ancora riscorrono e risuonano nella mente le spiazzanti immagini e le potenti sonorità del lungometraggio di Giovanni Cioni, “Dal pianeta degli umani”. Appena visto in un cinema romano, il Troisi, per la cronaca.
    “C’era una volta, a quei tempi, ai nostri tempi. È una fiaba, non è mai successo. È una storia vera”…
    Ti spiazza fin dall’inizio questo film, che vuole essere una fiaba, della fiaba sceglie in qualche modo il linguaggio, entrando il regista, con la sua voce, a narrare. Ed è voce cui fa da contrappunto un coro di rane, che nella narrazione entrano, perché… “le rane sono invisibili e sono ovunque. Animali di passaggio tra la vita e la morte, fra l’acqua e la terra. Testimoni della storia, raccontano la fiaba del mondo”, spiega Giovanni Cioni.
    Qui si testimonia di una storia tutta racchiusa in un breve tratto di terra, vicino Ventimiglia, al confine con la Francia. Confine dove passano i migranti dell’oggi, e dove c’è un sentiero nascosto, “il sentiero della morte” lo chiamano, e potete immaginare… Solo tracce di questi migranti, come fossero già fantasmi. Quei fantasmi che noi vogliamo respinti nel nulla…
    Fra la bellezza del mare e l’umore nero di quel sentiero, c’è, in alto sulla costa, una villa, villa Grimaldi, che di un altro “sconfinamento”, si racconta, è stata teatro. Negli anni Venti del ‘900 vi ha abitato e operato un medico russo, di origine ebraica, Voronoff, a quei tempi diventato molto famoso per i suoi studi sul ringiovanimento. Trapiantava sugli uomini testicoli di scimmie. E le urla dei poveri animali si dice arrivassero fino al mare.
    E i fantasmi di oggi si intrecciano con i fantasmi di ieri. Come non sentire, seguendo le tracce del sentiero della morte, il crepitare sommesso delle foglie sotto i passi in fuga… e a guardare quel che resta delle gabbie delle scimmie, come non sentirne ancora lo strazio…
    L’idea del confine, dunque, che non è solo confine dello spazio o del tempo, ma è anche confine dell’umano. Una riflessione sulla vita e sulla morte, sul sogno di sconfiggerla, questa morte, con tutte le aberrazioni che questo ha comportato e ancora (non lo vediamo?) comporta. Una riflessione sul vero e sul non vero. Se è vero solo quello che vediamo. “C’era una volta, a quei tempi, ai nostri tempi. È una fiaba, non è mai successo. È una storia vera”…
    Il racconto delle voci e delle immagini sconfina continuamente dall’oggi all’ieri e dall’ieri all’oggi. Dalla voce di un migrante alla narrazione di un cronista del Ventennio, dal documento “storico” (terribile quello delle scimmie vittime degli esperimenti di Voronoff, sbeffeggiante quello su Mussolini, tenerissimo quello che ci porta sulle spiagge delle vacanze al mare…) a quel che rimane del giardino della villa di Voronoff, dall’azzurro del cielo sulla costa al bianco e nero di vecchi film. E tutto lega il mare, e la voce delle rane, che cantano nelle cisterne dove Cioni le ha incontrate (e registrato il canto), e la voce del regista che a tratti con quella del mare si confonde.
    Insomma, una bella “scossa”. Spiazza davvero questo lungometraggio di Giovanni Cioni, decisamente fuori dal comune. Ed è difficile, credo, uscirne indenni.
    Ho visto altri suoi lavori. “Non è sogno”, film nato nel laboratorio teatrale Nuvole, del carcere di Capanne, a Perugia, dove tutto gira intorno al conflitto fra la libertà e il destino, ma anche fra la verità e l’apparenza, fra la vita e il sogno… “Dal ritorno”, il ritorno senza fine di Ivano, soldato italiano in Grecia, nel ’43, prigioniero dei Tedeschi, deportato a Mauthausen, dove fu addetto ai forni crematori. Forme e formule, sempre diverse, che tutte indagano l’Uomo.
    Ripensando a quest’ultimo lavoro, sentendo ancora battere nella testa i toni, a tratti quasi un canto, della sua voce narrante… la verità è che Giovanni Cioni è un poeta… e come tutti i poeti da quello che vede si lascia emozionare, sconvolgere, rapire, portare, anche nella scrittura cinematografica, dove le emozioni lo portano.
    “Dal pianeta degli umani”, che finalmente comincia a circolare, ha vinto il Festival dei popoli del 2021, ed è ora in lizza per il David di Donatello, nella rosa dei dieci selezionati. In gara con registi del calibro di Tornatore e Bellocchio.
    Se volete avere anche voi una “scossa”, andate a vederlo. Cioni riesce benissimo a farci sprofondare nella dimensione che le fiabe, da sempre nate da una profondità che nella nostra corsa quotidiana sembriamo dimenticare, sanno da sempre leggere. E arrendetevi a questa sua fiaba.

    scritto per ultimavoce.it



    “Storia naturale della distruzione” A proposito di guerre…

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    Das Dresdener Rathaus ist mit 16 Sandsteinfiguren geschm¸ckt. Unter ihnen "Die G¸te" des Bildhauers August Schreitm¸ller, die hier vom Rauthausturm hinunter auf die Ruinen von Dresden blickt. In den N‰chten vom 13. bis zum 15. Februar hatten die Alliierten die Stadt bombardiert und dabei fast vollst‰ndig zerstˆrt.

    Era metà febbraio. Precisamente fra il 13 e il 15 febbraio del 1945 che su Dresda si scatenò l’inferno. Circa 4000 tonnellate di bombe, fra esplosive e incendiarie… Un bombardamento “strategico”, di quelli studiati da Regno Unito e Stati Uniti, per fiaccare il morale della popolazione e indebolire l’industria bellica. Altri bombardamenti c’erano stati, Lubecca, Berlino, Amburgo… La strage dei civili fu enorme. E mentre sui giornali dell’oggi rimbalzano notizie di tattiche e minacce, e mosse e contromosse come passi di una folle danza di guerra, tanto vicina ai confini della nostra Europa, ritorna indimenticabile un’immagine…
    Durante l’esodo dei profughi iniziato la notte stessa dell’attacco ad Amburgo, un testimone parla di un gruppo di sfollati che cercano di prendere un treno in una stazione della Baviera. “Durante questo tentativo una valigia di cartone cade sul marciapiede, si rompe, ne esce fuori il contenuto. Giocattoli, un necessaire per il cucito, biancheria bruciacchiata. Per finire, il cadavere di un bambino carbonizzato, ridotto a una mummia, che una donna ormai al limite della follia si trascina appresso come vestigio di un passato solo pochi giorni prima ancora intatto”.
    Immagine fortissima, incancellabile, trovata in un libro di quelli che ritengo essenziali e da leggere e rileggere perché, lontana da noi (fino a ieri) la prospettiva di una guerra che ci coinvolga direttamente, forse orami assuefatti a immagini di guerre vicine e lontane che, comunque non “toccandoci”, si susseguono e susseguendosi sembrano dileguarsi… non fermiamo se non distrattamente il nostro pensiero su cosa sia esattamente una guerra, cosa diviene, quella guerra, nella carne e nella mente delle persone.
    Suggerisco dunque di andare a rileggere i testi delle lezioni tenute nel 1997 a Zurigo da W.G.Sebald, sulle bombe che piovvero sulle città tedesche nella seconda guerra mondiale. Sono parte di un volume: Storia naturale della distruzione, edito da Adelphi.
    Perché, a esempio, chi di noi sa esattamente cosa significhi un bombardamento? Da buona ignorante, fino a quando non ho letto queste pagine di Sebald, neanche vi avevo mai realmente pensato. Quasi morire sotto un bombardamento fosse più o meno morire come colpiti da una tegola in testa… Poi, leggendo di Dresda, ho saputo esattamente quello che accadde ai tedeschi soffocati nei rifugi, a che temperatura fonde un corpo, alle menti ferite di chi sopravvive a un bombardamento e tante altre cose inimmaginabili. E hanno segnato per me, quelle lezioni, un punto di non ritorno sull’idea che ho della guerra, su quello che davvero produce sui corpi, negli animi delle persone.
    E su quello che produce nelle pietre delle città, che espressioni degli uomini pure sono…
    Andando a Berlino, quando l’inizio di questo millennio era appena “scoccato”, sono andata a visitare la Gedächtniskirche, centro simbolico della città che è anche un monumento alla pace, con quello che rimane dell’antica chiesa distrutta durante l’ultima guerra, e lì, alzando lo sguardo sul cielo che poggia sulla ferita della torre,
    ecco venire incontro come topografie di guerra…
    Architetture del conflitto. Come garitte. Come cicatrici. Come deserti. Pensando a tutte le tracce delle offese delle guerre fatte e di quelle che ancora stiamo segnando. Tracce che per sempre urlano dalle stanze cave delle case distrutte, dai tetti senza tetto delle chiese, dalle strade senza più strade delle città… E le mura morte… e le cose che non ci sono più…
    Penso ancora sia lì, nella Gedächtniskirche, in quel che resta delle sue vecchie mura e nelle sue ferite, il senso feroce di tutte le distruzioni di cui nella “Storia naturale della distruzione” si parla.
    E anche se il cielo quel giorno era azzurro, veniva da tapparsi le orecchie. Perché davvero tutto era ancora lì. A contorcersi nel fuoco e nel fumo… Perché anche le mura sono fatte del sangue e della carne e dell’anima di chi le ha costruite…
    Nell’ultimo numero di Internazionale Goffredo Fofi, nella sua rubrica di libri, ricorda che esistono libri inutili e libri necessari (per la cronaca, suggerisce fra gli altri “Rivoluzione” di Enzo Traverso, che sono andata subito a comprare). E’ verissimo. E nella mia, permettetemi, lista, metto queste lezioni di Sebald, per capire di cosa parliamo quando si allude a conflitti, per capire davvero cosa è “l’efferato e inarrestabile meccanismo” che è dentro la parola “guerra”.

    scritto per Ultimavoce.it