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    Per Amal…

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    Amal ha 17 anni e una grave malattia neuromuscolare, che gli rende molto difficile muovere alcuni muscoli del corpo. Ma non è tutto, Amal da un anno è in carcere senza alcun tipo di accusa formale. Così Amal, giovanissimo e malato è costretto a una ‘detenzione amministrativa’ dietro le sbarre. Il papà, dopo una delle sue numerose visite al figlio in carcere, ha detto: “Non poteva muovere le labbra, non poteva muovere gli occhi, non poteva sorridere, questi sono i sintomi della sua malattia e siamo molto preoccupati”… L’unica speranza di Amal è che si crei abbastanza pressione pubblica e internazionale attorno al suo caso da indurre il governo israeliano a rilasciarlo
    Lanciato tramite Change.org, circola da qualche giorno in rete questo appello.
    Storia di Amal Nakhleh, accusato dalle autorità israeliane di aver lanciato pietre contro i soldati. Amal cui, leggo nell’appello, un anno fa è stato asportato un tumore ai polmoni. I suoi genitori temono che durante la detenzione possa morire.
    Leggo, ancora, gli accorati appelli per la sua liberazione, dell’agenzia dell’Onu che si occupa dei rifugiati palestinesi, l’UNRWA, dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite, dell’Unicef… Si chiede l’immediato rilascio per due motivi: le sue gravissime condizioni mediche e perché minorenne. Eppure, alcuni giorni fa la sua detenzione è stata prorogata fino a metà maggio, senza alcun processo…
    Guardando il volto di Amal, che sembra poco più che un bambino. Diventa oggi il volto di tutti i minori palestinesi chiusi nelle carceri israeliane. Che sono storie cui si fa fatica a pensare.
    Secondo i dati raccolti dalle organizzazioni che si occupano della condizione dei Palestinesi, ogni anno in Israele vengono processati tra i 500 e i 700 minori. E sono processi che si svolgono nei tribunali militari, perché nei Territori Occupati della Cisgiordania si applica la legge di guerra, la giurisdizione è dunque delle corti militari. Secondo le denunce di molti osservatori, ragazzi palestinesi subiscono spesso arresti e detenzioni arbitrari. L’accusa più comune è quella di lancio di pietre. Un reato per il quale è prevista una pena che può arrivare fino a 20 anni di carcere. E se attualmente sono circa 5mila i prigionieri politici nelle carceri israeliane, fra questi anche donne e minori, secondo i dati più recenti quasi 500 palestinesi sono detenuti senza aver mai subito un processo, e fra loro 6 minorenni. Detenzioni “amministrative”, come quella di Amal, che possono protrarsi a tempo indeterminato.
    Condizione terribile, quella dei minori palestinesi detenuti da Israele. A tratti arrivano notizie di violenze, torture, anche… Una condizione terribile che ben ha descritto l’ultimo rapporto di Save the Children, nell’autunno del 2020. “La condizione dei minori palestinesi nelle carceri israeliane è allarmante. Sono infatti costretti a subire trattamenti disumani come percosse, perquisizioni corporali, abusi psicologici, settimane in isolamento, e viene loro negato l’accesso a un avvocato durante gli interrogatori”. Un rapporto dal titolo che già molto dice: “Senza difesa”. E, si sottolinea, questi minori sono gli unici al mondo che vengono sistematicamente perseguiti attraverso un sistema giudiziario militare invece che civile, con tutto quel che comporta in termini di assenza di tutela dei diritti.
    E tanto ancora ci sarebbe da dire.
    Ma solo una riflessione…
    Che stridore, guardare il volto bambino di Amal, pensarlo in carcere, pensare alle sue condizioni di salute, leggere degli appelli, finora caduti nel vuoto, per la sua liberazione proprio in questi giorni, a ridosso della Giornata della Memoria.
    Tragico destino quello dei Palestinesi. Essere vittime delle vittime. Come scrisse, toccando uno dei nodi profondi della questione palestinese, Edward Said.
    Visitando Gerusalemme, salendo sulla Collina del Ricordo, allo Yad Vashem, il memoriale dei morti della Shoa, degli uomini, delle donne, dei bambini… No, viene da pensare, se potessero vedere, se potessero sentire, non sarebbero affatto fieri di tutto questo altro inumano dolore. “Non in mio nome…” forse, sussurra, qualcuno…

    scritto per Ultimavoce

    L’altra Shoa

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    Operazione T4, il nome del progetto di eliminazione sistematica di malati di mente, portatori di handicap, persone affette da malattie genetiche… Uno sterminio del quale poco si parla, quello delle persone disabili, vittime troppo spesso dimenticate, come i rom, gli omosessuali, i testimoni di Geova… Eppure, tutto è cominciato ancora lì, nella Germania nazista.
    Frugando e cercando per saperne qualcosa di più, mi sono imbattuta anni fa nel sito documentatissimo, che purtroppo ora vedo non più attivo, dell’associazione Olokaustus, e con l’allora suo presidente, lo storico Giovanni De Martis.
    Riprendendo dagli appunti di quella conversazione, che molto mi ha insegnato in proposito…
    Intanto, a leggere lo sterminio dei disabili soprattutto come preludio dell’Olocausto. Un preludio cronologico, nel senso che lo sterminio dei disabili tedeschi iniziò a essere programmato appena dopo l’arrivo al potere dei nazisti, verso la metà degli anni ’30, e “tecnico-preparatorio” di quello che sarebbe in seguito accaduto. Perché fu nelle cliniche psichiatriche che vennero sperimentate le prime camere a gas.
    Si sperimentarono anche altri metodi, fra cui le iniezioni con sostanze letali, che però non si dimostrarono molto “pratiche” (furono comunque utilizzate dai medici nei campi di concentramento per sopprimere le loro cavie umane).
    Insomma, l’operazione T4 “risolse” il principale problema delle gerarchie naziste: come uccidere in fretta il maggior numero di persone possibile.
    Quello che mi colpì molto del racconto del professor De Martis è stato il grande ruolo avuto dalla classe medica, per l’iniziale rapporto di fiducia con le famiglie dei disabili, dei malati, e per l’uso che è stato fatto, di questa fiducia…
    “Pensate… il nostro medico di base ci dice che sono in corso esperimenti che possono guarire in maniera definitiva, facendo accendere così grandi speranze, da parte di una persona insospettabile… Questo intervento dei medici di base ha permesso prima di avviare l’operazione T4, poi condurla nei nosocomi, nelle cliniche psichiatriche”.
    Aveva parlato, il professor de Martis, di un doppio binario di moralità che ha reso possibile tutto questo. “Un doppio binario che esisteva anche prima dei nazisti e che esiste ancora. Durante la Prima guerra mondiale noi abbiamo dati che ci dicono che la mortalità nei manicomi era triplicata rispetto alla mortalità prima dello scoppio del conflitto, e gli stessi psichiatri riconoscono di aver ridotto le razioni alimentari per via dell’idea che nei momenti di crisi bisogna far vivere il migliore rispetto al peggiore. Un’idea che è ancora molto diffusa. Soprattutto nei momenti di crisi economica molte voci si alzano dubitando dell’importanza di aiutare i più deboli”.
    I malati, gli improduttivi, i nati deformi erano da denunciare… “Ma tutto questo è stato possibile anche per il sentire generale della gente normale che in qualche modo ha assimilato e accettato la propaganda sulle idee e le teorie eugenetiche”.
    Propaganda nelle scuole, nei cinema, documentari… Propaganda di grande forza, basata su affermazioni molto semplici. Si spiegava ad esempio quanto costava mantenere un disabile e cosa si poteva fare con quel denaro. “Sono argomenti che nei momenti di grande crisi possono attecchire nella mente di chi si trova in difficoltà. Funziona sempre”.
    Già, funziona sempre…
    Nella prima fase del T4 ufficiale morirono circa 96mila persone, ma dalle ricerche fatte si è scoperto che in alcune cliniche si continuò ad uccidere anche dopo la fine della guerra. Gli studiosi tedeschi parlano probabilmente di altre 260/300mila persone disabili uccise.
    Ma l’eliminazione del debole, del malato, del disabile, è cosa che affonda le radici nella nostra storia lontana…
    Viene in mente quanto letto in un libro di Carlo Lepri, che è psicologo e formatore, (“Viaggiatori inattesi”), che cita fra l’altro il Convito di Platone: “E’ brutto per un medico il voler tentare di curare ciò che per natura è cattivo”. Per spiegare che la necessità è quella di associare la disabilità con un errore della natura e gli uomini vi devono porre rimedio.
    Propone, Lepri, la sintesi più efficace in quest’immagine dalle epistole di Seneca: “Noi uccidiamo i cani idrofobi, abbattiamo il bue furioso, distruggiamo la progenie snaturata, e affoghiamo anche i bambini che al momento della nascita siano deboli o anormali… E aggiunge che non è la rabbia ma la ragione che separa il nocivo dal sano, per farci intendere che questa posizione non è dettata solo da posizione emotiva, ma è un fatto razionale”.
    Tutto questo motivato dalla difficoltà che in tutta la sua storia l’umanità ha incontrato nel fare i conti con la diversità… da Sparta per arrivare alle teorie eugenetiche, allo scritto della fine degli anni ‘30 di un famoso biologo tedesco che: “ogni contadino sa che se uccidesse i migliori esemplari dei propri animali domestici e continuasse a far riprodurre gli esemplari più scadenti, le sue razze d’allevamento andrebbero incontro a una irrimediabile degenerazione”. Duemila anni dopo Seneca, rimane il tentativo di associare la diversità con l’animale malato, con l’errore della natura. Da eliminare.
    Insomma, la storia, quando si ricorda delle persone con disabilità, sembra lo faccia spesso più che altro per proporne l’eliminazione, mentre i disabili sono rimasti a lungo un popolo silenzioso. Non è da molto che hanno iniziato a scriverla loro, la loro storia, e questo sta facendo fare passi avanti…
    E ben venga oggi l’iniziativa della Biblioteca nazionale centrale di Roma. “Prima di tutto vennero a prendere i disabili”, un incontro dedicato alle migliaia di persone uccise e torturate in nome dell’eugenetica nazista. Perché il rischio, oggi, rimane un’idea di efficienza, di produttività… cui la civiltà di cui tanto ci vantiamo ancora sembra non fare sufficientemente argine.

    scritto per ultimavoce.it

    La terra è di chi la canta

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    Luisu infila grosse calze di lana grezza, e la cenere del camino la senti che ancora è calda… il suo sguardo scruta il buio di un ripostiglio… si allunga sul percorso dei sentieri, si intreccia fra i rami di un albero di limone… le sue mani intrecciano paglia, tagliano rami secchi… calcano la terra dove ha appena piantato tuberi… in un momento di riposo il suo sguardo si solleva a guardare il cielo da un letto di fiori sottili… il panorama intorno sono profili di clivi, e dossi e ancora sentieri fra gli alberi… gli oggetti intorno sono arnesi che lavorano la terra, e li immagini accompagnati da gesti antichi… sulla sua mensa anche il pane sembra avere il sapore buono della terra, come le pietre del vecchio casolare umido d’edera.
    Luisu, Luigino, viene incontro dalle pagine del lavoro fotografico di Pietro Basoccu, medico-pediatra-fotografo d’Ogliastra (ne parlo a tratti, sempre rapita dal mondo, rigorosamente in bianco e nero, che racconta… https://www.ultimavoce.it/sotto-il-cielo-d-ogliastra-uno-sguardo-sulluomo/ ) a raccontare questa volta (“Luisu”, Soter Editrice) quel legame particolarissimo che ha l’uomo con la terra.
    “Il rapporto stretto con la terra è una caratteristica di ogni essere umano a prescindere dall’epoca in cui vive… Per alcuni uomini tutta la vita è votata alla campagna, all’agricoltura. Dalla terra traggono tutto o in parte il necessario per vivere, la terra è rifugio e conforto”, spiega Basoccu, che apre lo sguardo su “uomini intrisi di cultura contadina che vivono e conoscono il ritmo della terra e delle stagioni”.
    Ma mentre guardo, e sfoglio, e sento l’odore del fogliame, vedo comparire come in filigrana, e non riesco ad evitare che vi si sovrappongano, le immagini del mondo contadino che mi ha svelato Mario Trudu.
    E mi perdoni Luisu se accosto la sua immagine a quella di un ergastolano. Ex ergastolano, ché Mario, due condanne per sequestro di persona (del primo si è sempre dichiarato innocente), non c’è più. Portato via da una morte cattiva e ingiusta dopo 40 anni di detenzione, e vi risparmio dettagli. E perdonatemi, ma imparando a cogliere, seguendo di prigione in prigione gli ultimi dieci anni della vita prigioniera di Mario Trudu, i moti profondi del suo animo, mi sono convinta che dopo una pena infinita, e senza spiragli, non si è più colpevoli ma vittime di uno Stato che solo cerca vendetta.
    Guardo Luisu e penso a Mario che mi spiegava come ciò che gli ha permesso di resistere tanto tempo dentro quattro mura (e che mura!) è stato il ricordo della sua terra. Della terra, della vita fra i monti, fra i boschi… e sempre, quando ne parlava, gli si illuminavano gli occhi. “Sin da bambino ero attratto dalla campagna. Avrei voluto rimanervi giorno e notte, niente mi attirava più dei boschi, dei campi, dei fiumi, degli animali”, scriveva.
    Guardo, nelle foto di Basoccu, le mani di Luisu, e rivedo quelle di Mario… solide, forti, mani di pastore che tutto sapevano fare.
    Guardo il ritratto di grappoli di cipolle, il pane, i semi sulle tavole… e penso alla cantina della casa di cui Mario mi raccontava e “chiudendo gli occhi ancora ne sento l’odore, sento il sapore di tutto quel ben di dio”.
    “Eroi della zappa” definiva la sua gente. Rendendo omaggio alla memoria dei suoi tanti ‘Thiu.
    Non potete immaginare quanta gioia ha espresso parlando dell’albero che riusciva a vedere dalla sua nuova cella quando fu trasferito nel carcere di San Gimignano… “Mio Dio!.. mi aggrappai con le mani alle sbarre, vi appoggiai la testa, come se avessi paura che ammirare tanta bellezza mi facesse mancare le forze”. Dopo 35 anni che le sue finestre affacciavano solo su mura, restò aggrappato a quelle sbarre tutta la notte…
    Molto da lui ho imparato del rapporto dell’uomo con la terra, dell’immensa forza che può nascere da questo legame quando profondo come il suo, che è legame ininterrotto con la propria essenza profonda. E le immagini di Pietro Basoccu, attraverso il protagonista di questo suo racconto, me lo riportano tutto.
    Guardo Luisu sorridere sulla soglia del pollaio e penso a quando Mario mi confidò che sognava ancora di poter finire i suoi giorni ritornando alla terra, ai suoi boschi, accanto ai suoi animali.
    E’ vero, ciò che in quarant’anni di non vita lo ha tenuto in vita è stato il ricordo della sua terra. Che non è solo ricordare, come chiunque di noi può immaginare e fare, è qualcosa di più. E’ immaginare di esser altrove con tanta forza da avere anche la sensazione fisica di essere in quell’altrove. E questa cosa, questa forza d’attrazione immensa, questo richiamo che dalla sua terra arrivava, l’ho capita la prima volta che in primavera, in Ogliastra, ho visto i campi di asfodelo fioriti…
    La terra, si dice, è di chi la canta. Parlandone come in un canto, anche in quello che è diventato poi un libro (“Cent’anni di memoria”) Mario ha dichiarato la sua appartenenza alla terra e l’appartenenza della terra a lui.
    Ed è la stessa indissolubile appartenenza che Basoccu ci racconta con queste sue immagini, come dichiara il sorriso di Luisu, che ammicca a un mondo di cui conosce il pulsare segreto.
    Ha ragione Pietro Basoccu, che ancora una volta ci regala un densissimo sguardo sull’uomo: “Sono uomini intrisi di cultura contadina. Non c’è distinzione fra passato presente e futuro. Non è che un’illusione, per quanto tenace. Anche Laerte, re contadino, insegna al figlio ad amare la terra e a conoscerne la ciclicità e sarà questa comune anima contadina a permettergli di capire che quello che gli si era presentato davanti era il figlio che mancava da vent’anni”. Pensando a Omero…
    E non sarà un caso che Omero, di cui conosceva a memoria i versi, era il cantore preferito di Mario. E mi chiedo quali versi ha nel cuore Luisu, che con pennellate di scatti Basoccu ha con la sua terra cantato.

    scritto per Ultimavoce.it

    Correvo pensando ad Anna

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    “Sono un delinquente politicizzato. Così mi hanno sempre chiamato i giornalisti, i giudici, i direttori di carcere. Non me ne è mai fregato niente, ma è giusto che avverta il lettore…”.
    Esordisce così, nel suo “Correvo pensando ad Anna”, Pasquale Abatangelo. Il lettore è avvisato. La storia che gli verrà incontro, addentrandosi nelle pagine del libro, non fa sconti a nessuno. Neanche al suo autore, protagonista di “una storia degli anni Settanta, che non è stata solo una storia individuale”. Da leggere, se vogliamo capire qualcosa in più delle dinamiche che nel bene e nel male hanno animato quegli anni tanto sofferti della storia del nostro paese, a entrare nel senso delle scelte di tante persone che ne sono state protagoniste, vivendo nei conflitti sociali generati dal Sessantotto, mettendo in gioco fino in fondo la propria vita. Pensando di poter cambiare il mondo.
    Inizia, la vicenda personale di Abatangelo, in una famiglia di sfollati, affollata di figli e povera, e fa i primi passi lungo un percorso uguale a quello di tanti altri che poi dietro le mura di una prigione ho incontrato. Entrato in carcere molto presto, “ero stato assegnato a quella fogna fin da ragazzino. Venivo dal collegio e dal carcere minorile”.
    Il carcere. Che, come sempre, è scuola di violenza, che è Violenza, dove la contenzione è prassi (e chi ha letto “Il carcere in Italia”, la ricerca sociologica sulla violenza penale di Ricci e Salierno, che all’alba degli anni Settanta per prima svelò i meccanismi più segreti dell’ingranaggio più oscuro dello Stato che è il sistema penitenziario, sa di cosa si parla). Un violento, Abatangelo, ma che ha molto chiaro di essere fra quei violenti “che odiavano la criminalità organizzata”.
    E il carcere non è solo rabbia. La ribellione individuale diventa corale, con l’incontro con gli studenti del Sessantotto finiti in prigione, e la nascita della stagione delle lotte in carcere. Incrocia, la sua vicenda, la nascita dei Nap, i Nuclei Armati Proletari di cui ha fatto parte, e le vite di tanti altri che volevano cambiare la storia impugnando le armi. Incontrerete tanti nomi e sigle che hanno riempito le cronache anche di sangue di quegli anni. Abatangelo era fra l’altro nella lista dei tredici detenuti politici di cui le Brigate Rosse chiesero la liberazione, in cambio del rilascio del presidente della Dc Aldo Moro. Ha scontato venti anni di detenzione, sei anni di semilibertà, quattro di libertà vigilata. Non si è mai pentito o dissociato
    Tutto racconta, Pasquale Abatangelo, delinquente sì, ma politicizzato, che molto ha studiato e riflettuto. Tutto racconta senza paura delle contraddizioni, molto interrogando e interrogandosi. Molto parlando di quel luogo “ribollente” che era il carcere in quegli anni, considerando “il nostro agire e passare nella storia, presi in un vento più grande di noi, che inseguiamo mentre spinge ai crocevia dove la vita obbliga a capire davvero chi siamo”.
    Così spiega l’editore (PGRECO): “Ho pubblicato questo libro di Pasquale Abatangelo perché i giovani possano conoscere la storia recente di una generazione che ha sofferto e saputo affrontare le vicissitudini della vita. Un giovane che ha saputo modificarsi attraverso lo studio e la lotta del proprio quotidiano. Una storia vera e forte come tante storie di giovani che hanno lottato credendo di poter cambiare il mondo”.
    Giudizi politici di questo percorso io non ne do, ché non ne posso né so dare… e non è ciò che mai cerco, neanche in un libro “bollente” come questo. Ma l’emozione che a tratti mi ha dato vi assicuro è fortissima. Perché libro pieno di quella forza che solo la verità sa dare, scritto senza alchimie di formule né infingimenti, senza ipocrisie… senza assegnarsi ruoli, né da eroe né da vittima… a cominciare da quell’incipit… che è un chiaro onesto avviso al lettore.
    Come chiara è la patente di autore, autore con la A maiuscola, che guadagna. E che bel riscatto, anche questa sua scrittura, che non mente…
    Scrittura con a tratti passaggi molto belli, espressioni che ti fiaccano l’anima, che fanno, a volte, piangere, e non sai nemmeno perché. O forse lo sai, pensando alle domande che in quegli stessi anni, noi che più o meno c’eravamo, ci siamo fatti…
    Ragionando da qualche tempo sulla necessità della scrittura, è cosa che dà gioia trovarne di quella “necessaria”, che compone le pagine della vera letteratura, pagine “scritte col sangue”, per usare un’espressione del “maestro” Marcello Baraghini. Ascoltate…
    “Durante la notte non chiusi occhio. Il veleno mi saliva alla gola. Grattavo continuamente i tatuaggi che mi riempivano il corpo, come vecchie onorificenze sbiadite dalla storia”.
    E forte un messaggio arriva oggi per tutti. “Le storie come le mie ricominciano sempre. Prendete un ragazzino e destinatelo alla povertà. Poi speditelo lontano da sua madre, in un posto dove non vuole stare e, se disobbedisce, punitelo severamente. Fategli anche subire qualche molestia dai preti. Quando diventa grande, mostrategli che polizia e carabinieri sono lì per fregarlo, in nome della legge e della sicurezza delle persone per bene. Cosa potete aspettarvi? Che vi dica grazie?……forse arriverà anche a pensare di lottare insieme agli altri e di potere vincere”.
    Sempre fermo, Pasquale Abatangelo, nella convinzione dell’importanza di rendere testimonianza, dell’essenza del suo essere comunista, che significa “passare il testimone… pensando a chi chiede l’elemosina agli angoli delle strade, agli immigrati sfruttati e respinti, ai ragazzi delle periferie cui è rubata ogni prospettiva…”.
    Ancora una riflessione, molto personale. Più forte di tutte, devo dire, mi è rimasta altra impressione, forse per via della suggestione soffiata dal titolo, “Correvo pensando ad Anna”. Come quando un quadro, uno specchio, un riflesso di luci… messo all’ingresso di una casa, imprime la suggestione che poi ti accompagnerà senza mai abbandonarti all’interno di ogni ambiente, e lo scopri particolare che tanto particolare non è… così tutta la lettura del libro è stata accompagnata per me dalla presenza silente e fortissima di quell’Anna, che di Abatangelo è stata moglie, che tutta la vita del suo uomo ha seguito, nei momenti, pochi, fisicamente insieme, e nei momenti, infiniti, separati dalle mura di un carcere, dal riflesso di un vetro divisorio, dalle lontananze… sempre pronta ad esserci quando possibile, come possibile, dove possibile. Parla tantissimo, la presenza silente di Anna, ricchissima di quell’amore che penso ognuno almeno una volta ha sognato, nella vita, di incontrare…

    scritto per ultimavoce.it

    C’è un angelo sopra a Salerno…

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    Salerno chiama Berlino… le vie del cielo sono infinite… e guardate Daniela Morandini cosa sa leggervi…

    “C’è un angelo sopra a Salerno che mi riporta ad un suo omologo tedesco, nato dall’obiettivo di Wim Wenders. Si chiama Damiel, dorme sulla Siegessaule, la Colonna della Vittoria di Berlino. Angelo laico col cappotto nero, studia in biblioteca, si commuove sulla Potsdamer Platz, prende l’autobus sul Ku’damm, si innamora dell’acrobata di un circo. Attraversa il Muro come se non ci fosse, perché, in quegli anni, quel Muro spaccava ancora l’Occidente.
    E c’è un altro angelo nato a Salerno, disegnato su un muro che resiste vicino ad un arco. Non so come si chiami. Neanche la sua strada lo sa: solo “Vicolo dell’Angelo” c’è scritto sulla targa.
    E’ un cherubino col costume da bagno verde, un po’ barocco, un po’ pagano e un po’ guaglione. Non dorme mai e si spinge tra le inferriate di una finestrella dipinta.
    E visto che le luci sono ancora accese, magari è Benino, il pastore che dorme nel presepe, e che si è svegliato per viaggiare nella conoscenza. In ogni caso, il putto di Salerno si sporge sempre di più e per non precipitare infila un piede nella rete di un pescatore e lancia una barchetta di carta:
    …tutto è allumato cumm’a miezjurno… c’è scritto.
    Allora mi tornano in mente le parole dell’ angelo tedesco:
    Quando il bambino era bambino, se ne andava
    a braccia appese,
    voleva che il ruscello fosse
    un fiume
    il fiume un torrente,
    e questa pozza il mare
    .
    Colori diversi, stesso cielo. Chissà dove si sono incontrati quei due…”

    Daniela Morandini

    La foto del murales di via dell’Angelo è di Isaura Fertitta

    Il cammino di Hamdan

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    Una storia da ascoltare, in questo tempo d’avvento, come un “canto di Natale”. E che proprio da Betlemme arriva, con lo sguardo dolce di Hamdan, Hamdan Jewe’i, che ho conosciuto, giovane palestinese, quando, quasi nove anni fa, era arrivato in Italia per costruire, insieme all’associazione Moire, un ponte fra il nostro paese e la Palestina e cercare di fare qualcosa per le persone disabili della sua terra. Lui che, nato con una grave disabilità alle gambe, ha vissuto sulla sua pelle cosa significa essere emarginato, reso invisibile da paure e pregiudizi…
    Ritorna, la sua storia, con la riedizione di un libretto che racconta il suo incredibile cammino iniziato nel campo profughi di Deisha, vicino Betlemme, e il grande coraggio che gli ha permesso spezzare catene di reclusioni. A cominciare da quella della sua disabilità, che, come per tanti come lui, si è sommata alla prigione dell’occupazione israeliana e tutte le sue violenze.
    Il cammino di Hamdan, appunto.
    Che parte dal ricordo della stanza nella quale è stato per tanti anni rinchiuso perché di un bambino disabile c’è solo da vergognarsi, soprattutto se si vive in un povero villaggio, in una famiglia che, racconta, “non aveva gli strumenti per capire come comportarsi con me, non erano abbastanza ‘civili’ per capire il concetto di integrazione sociale”. In un luogo dove è difficile trovare aiuto, strutture che aiutino, e aiutino a capire… E pensate quanti ragazzi nelle sue condizioni, ché a quelli nati con disabilità, si aggiunge il grande numero di quelli che “disabili” fa la violenza dell’occupazione.
    Chiuso nella sua piccola stanza, Hamdan sognava “di uscire e studiare le stelle e di scoprirne i segreti, di sentirmi finalmente parte dell’universo, del respiro segreto della notte”. E quando i suoi non c’erano osava spingersi trascinandosi oltre la veranda della cucina, a scrutare la luce della luna, mentre grande era la sua lotta per superare la paura di essere riacciuffato e punito.
    “Uscire, cioè varcare le porte del sé. Le porte del sé sono di pesante metallo lavorato, il duro metallo della paura di non essere amati, accettati desiderati. Le porte del sé sono pericolose da attraversare; ci si può perdere per sempre nella distorsione della propria immagine e rimanere intrappolati, avvinghiati a un sogno irrealizzabile o a un’angoscia insostenibile (…), dure come la selce le porte da varcare per diventare se stessi e cominciare a vivere”.
    Rileggendo questo libro, che è una densa, pacata conversazione con Franca Dumano, che molto ha seguito e sostenuto il cammino di Hamdan, ritorna l’eco della sua voce, e ricordo che quando l’incontrai mi colpì il fatto che non c’era rimprovero nei suoi toni, mentre narrava la prigionia, la violenza che questa aveva fatto crescere in lui. Tanto che il giorno in cui la madre aprì la porta della stanza in cui era rinchiuso, l’aggredì e fuggì via… Ma nessun astio, nel suo racconto. Tanta tenerezza, piuttosto, nel ricordo dei giorni della sua mamma-bambina, sposa a quattordici anni, che dopo la fuga, riaccogliendolo e abbracciandolo, gli ha chiesto: “Aiutami Hamdan, aiutami a capire…”
    Ed è allora che inizia la sua nuova vita. I suoi passi poggiati su stampelle, lenti, ma decisi e inarrestabili, lo portano attraverso ospedali e cure, e scoperte e nuovi amici, l’inizio dell’impegno per i diritti delle persone disabili, i viaggi, anche all’estero, anche in Italia, cui tanto da subito si è sentito legato. Nonostante la fatica e gli ostacoli che, potete immaginare, si sono moltiplicati con l’innalzamento della barriera di separazione, “il muro della vergogna”, che Israele ha iniziato a costruire nel 2002.
    Attraversa, il cammino di Hamdan, la storia della Palestina. “I media riportano solo notizie di eventi drammatici, ma è giusto testimoniare la vita e gli sforzi delle persone comuni, i tentativi dei bambini di giocare con qualunque cosa e di cercare di sorridere”. Nonostante la situazione drammatica, la povertà, la carenza di cibo e di acqua potabile e tutte le malattie che ne derivano, nonostante gli incubi causati da gravi sindromi post traumatiche.
    Molta strada ha fatto Hamdan, anche con l’aiuto degli amici incontrati nel suo cammino. Ora ha una sua “piccola famiglia”, come la chiama, e continua l’attività di “guida” nei campi, Aida, Deisha…, e nella città di Gerico, per testimoniare la condizione palestinese. Per testimoniare “soprattutto il bisogno di pace e normalità delle persone. Di costruire esistenze e non sopravvivenze”.
    Una scelta fatta anche se per lui, con le sue gambe malformate e doloranti, camminare per ore su terreni scoscesi e strade sconnesse è davvero faticoso. Ma qualche anno fa un bel regalo, per la sua immensa voglia di vivere e comunicare, è stato lo scooter (modello assistito per disabili) comprato grazie alla raccolta fondi organizzata dai suoi amici.
    E continua il cammino di Hamdan. Attraversa oggi il tempo della pandemia, che ancora costruisce reclusioni… ma siamo sicuri che mai si fermerà, convinto com’è della necessità del dialogo che sciolga, per tutti, catene…
    Ho letto il suo racconto come un canto di Natale. Ripensando alle pagine di Roberto de Simone sul presepe napoletano, che nella tradizione più classica, si ricorda, è simbolo di un viaggio misterico. E’ la rappresentazione della discesa in un mondo dove, superata l’angoscia del buio, sarà possibile partecipare all’avvento della luce. Epifania alla quale tutti, ma proprio tutti, spezzando catene e abbattendo muri, sono chiamati a partecipare…

    scritto per Ultimavoce.it


    IntimaLente, uno sguardo sul mondo

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    IntimaLente è il Festival di Film Etnografici che da un decennio si svolge a Caserta.
    Un festival che vuole promuovere il cinema documentaristico con particolare attenzione alle tematiche e alle metodologie antropologiche. Che sempre sono lavoro di escavazione nel passato che ancora costruisce il nostro presente.
    E come non sentirli, i suoni e le voci del passato, voci del sacro e voci del profano, che mai si stancano di bussare alla nostra porta, anche solo sbirciando nel programma di questa undicesima edizione, che si apre martedì con tre “classici”, dal ricchissimo archivio di IntimaLente che in questi undici anni si è affollato di opere…
    Uno sparo e poi… “Mio padre fu ammazzato con un colpo alla nuca”. E rivedi il racconto di quell’eccidio dimenticato, una terribile mattina del novembre del 1943, nel piccolo borgo di Conca, in provincia di Caserta, dove diciannove persone vennero trucidate da una pattuglia di tedeschi. Nelle voci e nelle immagini di chi non vuole dimenticare, raccolte in “Terra bruciata! Il laboratorio italiano della ferocia nazista”, di Luca Gianfrancesco.
    E poi il timbro struggente del suono di un sax, che accompagna le voci di “Miserere”, storico filmato del Laboratorio di ricerche sociali sulla processione del Venerdì Santo di Sessa (un tuffo negli anni ’80).
    E poi te l’immagini, la sala inondata dagli applausi, tutti per Santa Rosalia, dal film-documentario di Rino della Corte, “La Santa Protesta, ovvero Viva Palermo e Viva Santa Rosalia”. Con la Santa che sul finale sfila per le strade di quella sua città, nelle vesti della statua che un gruppo di artisti ha pensato per lei, per una santa che affianca le proteste dell’oggi e diventa simbolo della lotta per i diritti cui partecipa tutta Palermo, e il linguaggio del passato trasmuta nel linguaggio del presente, dove la preghiera è, ancora, preghiera di tutti…
    Bella introduzione al tempo poi dedicato ai documentari che vengono presentati quest’anno. Dodici, selezionati dai circa 350 arrivati.
    “Ma ci sono stati anni in cui ci sono stati proposti fino a 3000 documentari…” racconta con orgoglio Augusto Ferraiuolo, che del festival è ideatore e direttore artistico insieme a Pasquale Corrado, e che è riuscito a dare a questo appuntamento una dimensione internazionale grazie al fatto che, antropologo e docente fra la Campania e Boston, ha lavorato, come dice, su due fronti dell’Atlantico.
    “Il carattere internazionale del festival è sia desiderato che inevitabile. È infatti lo
    specifico carattere della disciplina antropologica e il mezzo stesso, il film, a determinare lo sconfinamento oltre il locale e il particolare, per una prospettiva veramente contemporanea e globale”.
    Insomma, tanta multiculturalità, che è ricerca di uno sguardo diverso dal nostro, e
    anche se questa edizione vede partecipare più italiani che non nelle altre, la dimensione prevalente rimane quella internazionale.
    Saltando da un continente all’altro… da un documentario sulla fede durante la quarantena di autrice americana che vive a Roma, a un film indiano che tratta di musica indiana data per scomparsa. “In realtà il prodotto folclorico non scompare, non scompare mai, ma sempre si trasforma…”
    Tantissimi sono i documentari sull’immigrazione e sull’emigrazione. Tutti sono, e ben vengano, lavori fuori dal giro accademico… “C’è tanto fuori dall’accademia che non viene preso in considerazione”.
    Peccato, perché, come si scopre con IntimaLente, c’è un mondo ricchissimo di sorprese. Come la filmografia documentarista di carattere antropologico di un paese come l’Iran, o come l’India. “Filmografia di grande qualità da parte di nazioni che a riguardo non hanno una grossa storia”.
    Per non parlare delle interessanti riflessioni che vengono dall’Africa.
    “In antropologia di Africa si è scritto tantissimo, ma sono sempre stati gli occidentali a farlo. Oggi, anche grazie a questo mezzo, il documentario, arrivano, molte e sorprendenti, le voci di chi dall’Africa parla di sé. Ed è anche il ribaltamento dell’idea del bianco che guarda l’esotico. Come in uno dei più interessanti film di qualche anno fa: un africano che filma occidentali che filmano africani, un metadiscorso… chi guarda chi…”.
    E mentre lo ascolto parlare, Augusto Ferraiuolo, viene voglia di prendere un treno e andarsi subito a tuffare in questo suo archivio. Per poter perdersi in un cartone sul Ramayana indiano dove, pensate, si affaccia Billie Holiday (per la cronaca: “Sita sings the blues”, di Nina Paley, film maker di New York che fra l’altro combatte l’idea del copyright), o lasciarsi stordire dai colori e dai suoni di “Sinfonia di mercado”, viaggio nel mercato ortofrutticolo di Bogotà…
    Negli ultimi tempi, molti, e belli, assicura Ferraiuolo, sono i lavori sull’Afghanistan. Filmografia quanto mai attuale e interessante. Tanto che si pensa, prossimamente, ad un appuntamento a parte.
    Nell’attesa, dal 15 al 18 dicembre, IntimaLente, presso le sale della ex-pretura del Teatro Comunale di Caserta.

    Scritto per Ultimavoce.it


    Il muro di Alda

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    Sbirciando sullo sfondo immagini del muro di Alda. Brani di pareti sulle quali Alda Merini prendeva appunti. Nomi, numeri di telefono, schizzi… Il muro degli angeli, ho letto chiamasse quello dove poggiava la testiera del letto. E cosa meglio, per scriverci sopra, del suo rossetto, rosso come il fuoco delle sue passioni…
    La immagino benissimo lì a scrivere sul muro, con gesto provocante di bambina. Già, bambina, se tutti da bambini abbiamo avuto una voglia matta di scrivere sui muri, per lì lasciare le nostre prime tracce sul mondo. E libertà è stato anche poter scrivere/sporcare il muro della casa finalmente propria, senza temere rimproveri…
    I matti e i bambini… Peccato che i matti venivano poi imprigionati, e i bambini, ahinoi, educati.
    Un proverbio napoletano che sempre m’incanta ricorda che “a pazze e a peccerille dio l’aiuta”, proverbio che Basile mette a chiusura del primo racconto della prima giornata del suo “Cunto de li cunti”. Il racconto dell’orco. E non è un caso. Minacciati da tanti orchi, pazzi e bimbi per fortuna li aiuta dio, e questo dio qualcosa infine ha fatto, se ora almeno sappiamo che i manicomi non devono esistere più. Rimangono, purtroppo, un’infinità di costrizioni altre, che neppure sto a elencare. Rimangono, ancora prigionieri forse di troppa malintesa educazione, i bambini, e guai a loro se imbrattano pareti…
    Guardando e riguardando il profilo curvo di lei mentre, sullo sfondo di quel muro “imbrattato”, sfumacchia una sigaretta, avida come sempre di fumo e di fantasmi, come non pensare che ognuno dovrebbe avere un muro che parla per noi. Un bel muro sporco, e come lei dichiarare al mondo: “amo la sporcizia, la amo, la desidero, la bramo”.
    E sentirla ancora stupirsi “… ma non sapevo che nascere folle / aprire le zolle / potesse scatenar tempesta…”
    Quanto sarebbe migliore il mondo se imparasse a rispettare i matti e i bambini… I matti, i bambini e i poeti che…
    “… lavorano di notte/ quando il tempo non urge su di loro,/ quando tace il rumore della folla/ e termina il linciaggio delle ore./ I poeti lavorano nel buio / come falchi notturni od usignoli / dal dolcissimo canto / e temono di offendere Iddio / ma i poeti nel loro silenzio / fanno ben più rumore / di una dorata cupola di stelle”.


    Il testo nasce in risposta all’invito della Xedizioni a contribuire all’iniziativa nata insieme a Gerardo Ferrara, in seguito alla donazione di Eric Toccaceli di alcune sue straordinarie foto di Alda Merini. “L’obiettivo è realizzare un volume che insieme agli scatti di Toccaceli raccolga pensieri, storie, disegni, foto di donne che di Alda Merini condividono lo spirito, l’amore, l’inquietudine. E le foto di Eric Toccaceli diventano pretesto, “detonatore”, una sorta di trapasso della figura e del pensiero di Alda che possa incoraggiare a raccontare o raccontarsi nella stessa pagina in cui Alda scrisse per tutti…”

    Le donne, la violenza…

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    “Come mi duole la testa, madre, dentro di me qualcosa resiste a scendere ancora una volta in quelle grotte, negli inferi, nell’Ade, dove fin dai tempi antichi si muore e si rinasce, dove con l’humus dei morti si cuoce ciò che è vivo, dalle Madri dunque, dalla dea della morte, all’indietro. Ma che significa avanti, che significa indietro”.
    Parlando di donne, ritornano ancora una volta le parole di Medea. Non quella di cui abbiamo letto nel testo di Euripide, che la racconta maga, barbara e assassina e che ancora pensiamo capace di uccidere i suoi figli. L’altra Medea, quella che Christa Wolf ha ritrovato in antiche fonti che parlano dei suoi tentativi per salvare i propri figli, tra l’altro “conducendoli nel santuario di Era dove li crede al sicuro, mentre però i Corinzi li uccidono”. Fonti antecedenti Euripide, che sembra avesse manipolato la storia per ragioni di stato. Perché c’è sempre bisogno di una donna da lapidare… c’è sempre qualcuno da piegare a quel che a noi meglio serve…
    Scorre la Storia, cambiano i tempi, le dinamiche, le ragioni… Ma nel fondo più profondo del nostro aggrovigliato sentire, checché se ne dica, rimane intatta l’amara pulsione di sempre: che nasce dall’idea di dominio sulla donna come su cosa in proprio possesso, e in qualche modo di propria pertinenza, da usare a proprio uso e consumo. Che quindi violento e sfregio (questa cosa) se vuole sottrarsi al mio dominio, se mi sfugge, se non accetta le mie regole. Oppure uccido. E uccido con lei anche i suoi figli, soprattutto se poi mi ucciderò anch’io, perché non riesco a immaginare come possano mai sopravvivermi coloro, madri e figli, che “disperatamente” amo. Scorrendo le cronache, le terribili cronache quotidiane di violenza e di morte, tanto quotidiane da farci l’abitudine… Siamo sempre un paese che ha abrogato il delitto d’onore solo un pugno di decenni fa.
    E quell’amara pulsione di sempre guida condotte private e condotte pubbliche. Come non pensare alla violenza sul corpo delle donne, usata da sempre come arma di guerra? Ne distogliamo lo sguardo inorriditi, ce ne scandalizziamo, condanniamo con roboanti proclami ufficiali. Eppure, eppure…
    Come non pensare con avvilimento alla risoluzione approvata nella primavera del 2019 dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu che ha condannato l’uso dello stupro come arma in guerra, ma perché la risoluzione venisse approvata è stato necessario rinunciare all’istituzione di un meccanismo formale per monitorare le atrocità durante la guerra. E si è dovuto rinunciare persino alla parte che riguardava “l’assistenza alla salute riproduttiva”, cosa che riconosceva il diritto delle donne vittime di stupro ad abortire, ché altrimenti gli Stati Uniti avrebbero opposto il loro veto. Insomma, ancora “il tuo corpo è nostro e lo gestiamo noi”.
    Siamo sempre fermi là. All’idea maschia del dominio su cosa nella sostanza considerata in proprio possesso. Una condizione che le donne condividono con i bambini e, aggiungo, con gli animali. Sì, non scandalizzatevi, anche con gli animali.
    Qualche anno fa, nello scorrere compulsivo di immagini sulle libere reti del nostro web, mi passarono sotto gli occhi in sequenza alcune immagini: un mucchietto di quattordici cuccioli di cane fra i rifiuti dove erano stati buttati e, subito dopo, i corpi dei bambini straziati negli attacchi delle ultime guerre, a Gaza, in Siria…
    Mi sono fermata e le ho messe le une accanto alle altre, passando lo sguardo dai cuccioli di cane a quei cuccioli d’uomo, cagnolini e bambini fra i detriti della nostra crudele inciviltà.
    Troppo? Eppure, eppure… non si cancelleranno mai dalla mia mente le parole di Milan Kundera, ne L’insostenibile leggerezza dell’essere: “Il vero esame morale dell’umanità, l’esame fondamentale (posto così in profondità da sfuggire al nostro sguardo) è il suo rapporto con coloro che sono alla sua mercé: gli animali. E qui sta il fondamentale fallimento dell’uomo, tanto fondamentale che da esso derivano tutti gli altri”. Animali, bambini, donne, stranieri…
    Finché non morirà questa cultura che ci fa pensare che in qualche modo un essere vivente possa essere nella nostra disponibilità, in nostro possesso, perché nella sostanza in qualche modo a noi inferiore, nulla potrà cambiare.
    Ancora una riflessione, anche se forse vi sembrerà un salto azzardato, che non c’entri nulla… ma parlando di violenza subita dalle donne, non riesco a non pensare in questi giorni alla bambina nata in Ucraina dopo una maternità surrogata, e poi abbandonata dai genitori italiani che pure l’avevano “voluta”. Non riesco a non pensare alla bambina e alla donna che sarà. Non so cosa sia passato nella mente di quei genitori, immagino anche dubbi e tormenti… Rimane l’immensa violenza fatta a questa bambina. Non ricordo chi ha detto che oggi confondiamo i desideri con i diritti… e quanta violenza sulla pelle di questa bambina, vittima di un desiderio, malinteso diritto, andato a male…
    Per questa bambina, per la donna che sarà e per tutte le altre donne vittime di chi continua a pensare che siano nella propria disponibilità, ancora il pianto di Medea, l’altra…
    “Come mi duole la testa, madre…”

    scritto per il numero di novembre della rivista “Voci di dentro”

    Lo strazio dei bambini

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    Non riesco a togliermelo dalla testa, da quando Monica, Monica Murru avvocato, mi ha raccontato della vicenda che sta seguendo di… chiamiamolo Andrea, sei anni appena, straziato fra due genitori separati. Portato via dal padre un giorno d’estate, per un breve concordato periodo da trascorrere in Belgio, in casa di lui, ma alle soglie dell’inverno ancora lì, trattenuto lontano dal paese della Sardegna nel quale è cresciuto, dalla madre, che pure è volata in quel lontano nord, ma che dopo un breve incontro quasi rubato ancora soffre la pena di essere tenuta lontano, del tutto arbitrariamente, dal suo bambino.
    Sullo sfondo le affannate tappe di una guerra che si era conclusa con l’affido condiviso. Ma che dopo il rapimento, perché di rapimento di fatto si tratta, ripresa ora a colpi di denunce, di pronunce di tribunali, che ogni Stato ha i suoi, di ragioni e contro ragioni, che ogni burocrazia ha le sue. E a scorrerne le pagine c’è da rabbrividire. E non tanto, o certo anche, pensando alla prepotenza di un padre che sottrae con l’inganno un bambino alla madre, e pensando alla disperazione della madre che sa quanto un bambino di sei anni abbia bisogno di lei. Ma c’è da rabbrividire soprattutto al pensiero di quella tremenda macchina che ha del mostruoso se, impantanandosi in ragioni burocratiche, riesce a non vedere lo strazio del piccolo Andrea, a non guardare a tutta questa triste storia con lo sguardo e il sentire di lui.Sì, il sentire di un bambino che della mamma, com’è naturale che sia, ha sempre chiesto, che non capisce perché lei non possa riprenderlo con sé, che di lei a tratti inizia a dubitare, che del padre inizia ad avere paura… lacerato dalla violenta battaglia emotiva che si combatte dentro di lui. Forzato a vivere in un mondo estraneo, a sedersi sul banco di una scuola dove non ci sono i compagni con i quali è cresciuto.
    Ci siamo tutti commossi e indignati alla storia di Eitan, il piccolo orfano del disastro della funivia di Stresa, portato in Israele. E sembra ci sia bastato. Sembra la vicenda di Andrea non faccia poi tanto notizia, come non fanno notizia le storie di tutti gli altri Andrea, ché il mondo ne è pieno. E qui da noi neppure si scherza. Si parla di circa 200-250 bambini contesi ogni anno fra l’Italia e l’estero…
    Ho conosciuto anni fa la storia di un bambino rapito dal padre, anche lui che aveva appena sei anni. O meglio, di un ex bambino rapito che ha voluto poi raccontare la sua storia, fra Genova e il Medioriente. E forse questo un po’ lo ha in qualche modo aiutato a trovare pace: “Negli anni non ho mai smesso di stupirmi di come, dall’età in cui è cominciato tutto e per i successivi 7-8 anni, i ricordi siano così vividi, seppur a tratti frammentati. Un’amica di famiglia sostiene che sia stata una reazione della mia mente di bambino a quello che è accaduto… Non riesco ad evitare di vederla come un ironico, e spesso crudele contrappasso. A volte mi prendono, alla sprovvista, dettagli che possono sembrare insignificanti ma che nella mia mente sono ben fissi, come paletti d’acciaio”. Omar Rizq, “I miei due cuori nomadi”. Un libro pieno di saggezza e, ancora, di lacerazione. Con tutte le differenze con la storia di Andrea, che invito a leggere, per capire qualcosa…
    Lo strazio dei bambini. Tutto sempre parte da lì, da quello che pensiamo di poter infliggere a chi crediamo in nostro possesso. Bambini, come cuccioli di cane. L’impressione è di vivere in un mondo (soprattutto questo nostro occidentale) nel quale si fa un bel po’ di confusione fra desideri e diritti, come se tutto quello che si desidera sia da ottenere, oltre ogni limite. E inizia addirittura a prendere piede la stramba idea che i desideri “siano” diritti.
    E che cosa mostruosa diventa il “diritto” di possedere un bambino. Di averlo con sé a tutti i costi, e non importa se i bambini diventino come oggetti, cose di cui disporre a nostro piacimento. Senza nessuna attenzione per il suo essere persona, e come tale con il diritto, soprattutto, di essere rispettato.
    C’è una foto, del breve incontro che la mamma è riuscita ad avere con Andrea appena arrivata in Belgio, prima che le venisse di nuovo impedito di avvicinarlo. Lui avvinghiato al corpo di lei. Le braccia strette intorno al suo collo, le manine infilate fra i capelli, le ginocchia strette intorno ai suoi fianchi e il viso immerso in quello di lei quasi a volersi tuffare in quella mamma che le manca tanto… Pensate a quali pressioni, a quale tempesta dentro di lui.
    E come non pensare al sentire di lui, oggi. Straziato fra un oscillare di pensieri e paure che sono mostri tremendi. Come non pensare ai danni enormi che provocherà su di lui tutto questo.
    Ritrovo una poesia di Vittorio Sereni, che non so se c’entri, ma forse c’entra molto…

    Quei bambini che giocano
    un giorno perdoneranno
    se presto ci togliamo di mezzo.
    Perdoneranno. Un giorno.
    Ma la distorsione del tempo
    il corso della vita deviato su false piste
    l’emorragia dei giorni
    dal varco del corrotto intendimento:
    questo no, non lo perdoneranno.


    Francesca de Carolis
    per https://www.ultimavoce.it/