More
    Home Blog Pagina 24

    Il cammino di Hamdan

    0

    Una storia da ascoltare, in questo tempo d’avvento, come un “canto di Natale”. E che proprio da Betlemme arriva, con lo sguardo dolce di Hamdan, Hamdan Jewe’i, che ho conosciuto, giovane palestinese, quando, quasi nove anni fa, era arrivato in Italia per costruire, insieme all’associazione Moire, un ponte fra il nostro paese e la Palestina e cercare di fare qualcosa per le persone disabili della sua terra. Lui che, nato con una grave disabilità alle gambe, ha vissuto sulla sua pelle cosa significa essere emarginato, reso invisibile da paure e pregiudizi…
    Ritorna, la sua storia, con la riedizione di un libretto che racconta il suo incredibile cammino iniziato nel campo profughi di Deisha, vicino Betlemme, e il grande coraggio che gli ha permesso spezzare catene di reclusioni. A cominciare da quella della sua disabilità, che, come per tanti come lui, si è sommata alla prigione dell’occupazione israeliana e tutte le sue violenze.
    Il cammino di Hamdan, appunto.
    Che parte dal ricordo della stanza nella quale è stato per tanti anni rinchiuso perché di un bambino disabile c’è solo da vergognarsi, soprattutto se si vive in un povero villaggio, in una famiglia che, racconta, “non aveva gli strumenti per capire come comportarsi con me, non erano abbastanza ‘civili’ per capire il concetto di integrazione sociale”. In un luogo dove è difficile trovare aiuto, strutture che aiutino, e aiutino a capire… E pensate quanti ragazzi nelle sue condizioni, ché a quelli nati con disabilità, si aggiunge il grande numero di quelli che “disabili” fa la violenza dell’occupazione.
    Chiuso nella sua piccola stanza, Hamdan sognava “di uscire e studiare le stelle e di scoprirne i segreti, di sentirmi finalmente parte dell’universo, del respiro segreto della notte”. E quando i suoi non c’erano osava spingersi trascinandosi oltre la veranda della cucina, a scrutare la luce della luna, mentre grande era la sua lotta per superare la paura di essere riacciuffato e punito.
    “Uscire, cioè varcare le porte del sé. Le porte del sé sono di pesante metallo lavorato, il duro metallo della paura di non essere amati, accettati desiderati. Le porte del sé sono pericolose da attraversare; ci si può perdere per sempre nella distorsione della propria immagine e rimanere intrappolati, avvinghiati a un sogno irrealizzabile o a un’angoscia insostenibile (…), dure come la selce le porte da varcare per diventare se stessi e cominciare a vivere”.
    Rileggendo questo libro, che è una densa, pacata conversazione con Franca Dumano, che molto ha seguito e sostenuto il cammino di Hamdan, ritorna l’eco della sua voce, e ricordo che quando l’incontrai mi colpì il fatto che non c’era rimprovero nei suoi toni, mentre narrava la prigionia, la violenza che questa aveva fatto crescere in lui. Tanto che il giorno in cui la madre aprì la porta della stanza in cui era rinchiuso, l’aggredì e fuggì via… Ma nessun astio, nel suo racconto. Tanta tenerezza, piuttosto, nel ricordo dei giorni della sua mamma-bambina, sposa a quattordici anni, che dopo la fuga, riaccogliendolo e abbracciandolo, gli ha chiesto: “Aiutami Hamdan, aiutami a capire…”
    Ed è allora che inizia la sua nuova vita. I suoi passi poggiati su stampelle, lenti, ma decisi e inarrestabili, lo portano attraverso ospedali e cure, e scoperte e nuovi amici, l’inizio dell’impegno per i diritti delle persone disabili, i viaggi, anche all’estero, anche in Italia, cui tanto da subito si è sentito legato. Nonostante la fatica e gli ostacoli che, potete immaginare, si sono moltiplicati con l’innalzamento della barriera di separazione, “il muro della vergogna”, che Israele ha iniziato a costruire nel 2002.
    Attraversa, il cammino di Hamdan, la storia della Palestina. “I media riportano solo notizie di eventi drammatici, ma è giusto testimoniare la vita e gli sforzi delle persone comuni, i tentativi dei bambini di giocare con qualunque cosa e di cercare di sorridere”. Nonostante la situazione drammatica, la povertà, la carenza di cibo e di acqua potabile e tutte le malattie che ne derivano, nonostante gli incubi causati da gravi sindromi post traumatiche.
    Molta strada ha fatto Hamdan, anche con l’aiuto degli amici incontrati nel suo cammino. Ora ha una sua “piccola famiglia”, come la chiama, e continua l’attività di “guida” nei campi, Aida, Deisha…, e nella città di Gerico, per testimoniare la condizione palestinese. Per testimoniare “soprattutto il bisogno di pace e normalità delle persone. Di costruire esistenze e non sopravvivenze”.
    Una scelta fatta anche se per lui, con le sue gambe malformate e doloranti, camminare per ore su terreni scoscesi e strade sconnesse è davvero faticoso. Ma qualche anno fa un bel regalo, per la sua immensa voglia di vivere e comunicare, è stato lo scooter (modello assistito per disabili) comprato grazie alla raccolta fondi organizzata dai suoi amici.
    E continua il cammino di Hamdan. Attraversa oggi il tempo della pandemia, che ancora costruisce reclusioni… ma siamo sicuri che mai si fermerà, convinto com’è della necessità del dialogo che sciolga, per tutti, catene…
    Ho letto il suo racconto come un canto di Natale. Ripensando alle pagine di Roberto de Simone sul presepe napoletano, che nella tradizione più classica, si ricorda, è simbolo di un viaggio misterico. E’ la rappresentazione della discesa in un mondo dove, superata l’angoscia del buio, sarà possibile partecipare all’avvento della luce. Epifania alla quale tutti, ma proprio tutti, spezzando catene e abbattendo muri, sono chiamati a partecipare…

    scritto per Ultimavoce.it


    IntimaLente, uno sguardo sul mondo

    0

    IntimaLente è il Festival di Film Etnografici che da un decennio si svolge a Caserta.
    Un festival che vuole promuovere il cinema documentaristico con particolare attenzione alle tematiche e alle metodologie antropologiche. Che sempre sono lavoro di escavazione nel passato che ancora costruisce il nostro presente.
    E come non sentirli, i suoni e le voci del passato, voci del sacro e voci del profano, che mai si stancano di bussare alla nostra porta, anche solo sbirciando nel programma di questa undicesima edizione, che si apre martedì con tre “classici”, dal ricchissimo archivio di IntimaLente che in questi undici anni si è affollato di opere…
    Uno sparo e poi… “Mio padre fu ammazzato con un colpo alla nuca”. E rivedi il racconto di quell’eccidio dimenticato, una terribile mattina del novembre del 1943, nel piccolo borgo di Conca, in provincia di Caserta, dove diciannove persone vennero trucidate da una pattuglia di tedeschi. Nelle voci e nelle immagini di chi non vuole dimenticare, raccolte in “Terra bruciata! Il laboratorio italiano della ferocia nazista”, di Luca Gianfrancesco.
    E poi il timbro struggente del suono di un sax, che accompagna le voci di “Miserere”, storico filmato del Laboratorio di ricerche sociali sulla processione del Venerdì Santo di Sessa (un tuffo negli anni ’80).
    E poi te l’immagini, la sala inondata dagli applausi, tutti per Santa Rosalia, dal film-documentario di Rino della Corte, “La Santa Protesta, ovvero Viva Palermo e Viva Santa Rosalia”. Con la Santa che sul finale sfila per le strade di quella sua città, nelle vesti della statua che un gruppo di artisti ha pensato per lei, per una santa che affianca le proteste dell’oggi e diventa simbolo della lotta per i diritti cui partecipa tutta Palermo, e il linguaggio del passato trasmuta nel linguaggio del presente, dove la preghiera è, ancora, preghiera di tutti…
    Bella introduzione al tempo poi dedicato ai documentari che vengono presentati quest’anno. Dodici, selezionati dai circa 350 arrivati.
    “Ma ci sono stati anni in cui ci sono stati proposti fino a 3000 documentari…” racconta con orgoglio Augusto Ferraiuolo, che del festival è ideatore e direttore artistico insieme a Pasquale Corrado, e che è riuscito a dare a questo appuntamento una dimensione internazionale grazie al fatto che, antropologo e docente fra la Campania e Boston, ha lavorato, come dice, su due fronti dell’Atlantico.
    “Il carattere internazionale del festival è sia desiderato che inevitabile. È infatti lo
    specifico carattere della disciplina antropologica e il mezzo stesso, il film, a determinare lo sconfinamento oltre il locale e il particolare, per una prospettiva veramente contemporanea e globale”.
    Insomma, tanta multiculturalità, che è ricerca di uno sguardo diverso dal nostro, e
    anche se questa edizione vede partecipare più italiani che non nelle altre, la dimensione prevalente rimane quella internazionale.
    Saltando da un continente all’altro… da un documentario sulla fede durante la quarantena di autrice americana che vive a Roma, a un film indiano che tratta di musica indiana data per scomparsa. “In realtà il prodotto folclorico non scompare, non scompare mai, ma sempre si trasforma…”
    Tantissimi sono i documentari sull’immigrazione e sull’emigrazione. Tutti sono, e ben vengano, lavori fuori dal giro accademico… “C’è tanto fuori dall’accademia che non viene preso in considerazione”.
    Peccato, perché, come si scopre con IntimaLente, c’è un mondo ricchissimo di sorprese. Come la filmografia documentarista di carattere antropologico di un paese come l’Iran, o come l’India. “Filmografia di grande qualità da parte di nazioni che a riguardo non hanno una grossa storia”.
    Per non parlare delle interessanti riflessioni che vengono dall’Africa.
    “In antropologia di Africa si è scritto tantissimo, ma sono sempre stati gli occidentali a farlo. Oggi, anche grazie a questo mezzo, il documentario, arrivano, molte e sorprendenti, le voci di chi dall’Africa parla di sé. Ed è anche il ribaltamento dell’idea del bianco che guarda l’esotico. Come in uno dei più interessanti film di qualche anno fa: un africano che filma occidentali che filmano africani, un metadiscorso… chi guarda chi…”.
    E mentre lo ascolto parlare, Augusto Ferraiuolo, viene voglia di prendere un treno e andarsi subito a tuffare in questo suo archivio. Per poter perdersi in un cartone sul Ramayana indiano dove, pensate, si affaccia Billie Holiday (per la cronaca: “Sita sings the blues”, di Nina Paley, film maker di New York che fra l’altro combatte l’idea del copyright), o lasciarsi stordire dai colori e dai suoni di “Sinfonia di mercado”, viaggio nel mercato ortofrutticolo di Bogotà…
    Negli ultimi tempi, molti, e belli, assicura Ferraiuolo, sono i lavori sull’Afghanistan. Filmografia quanto mai attuale e interessante. Tanto che si pensa, prossimamente, ad un appuntamento a parte.
    Nell’attesa, dal 15 al 18 dicembre, IntimaLente, presso le sale della ex-pretura del Teatro Comunale di Caserta.

    Scritto per Ultimavoce.it


    Il muro di Alda

    0

    Sbirciando sullo sfondo immagini del muro di Alda. Brani di pareti sulle quali Alda Merini prendeva appunti. Nomi, numeri di telefono, schizzi… Il muro degli angeli, ho letto chiamasse quello dove poggiava la testiera del letto. E cosa meglio, per scriverci sopra, del suo rossetto, rosso come il fuoco delle sue passioni…
    La immagino benissimo lì a scrivere sul muro, con gesto provocante di bambina. Già, bambina, se tutti da bambini abbiamo avuto una voglia matta di scrivere sui muri, per lì lasciare le nostre prime tracce sul mondo. E libertà è stato anche poter scrivere/sporcare il muro della casa finalmente propria, senza temere rimproveri…
    I matti e i bambini… Peccato che i matti venivano poi imprigionati, e i bambini, ahinoi, educati.
    Un proverbio napoletano che sempre m’incanta ricorda che “a pazze e a peccerille dio l’aiuta”, proverbio che Basile mette a chiusura del primo racconto della prima giornata del suo “Cunto de li cunti”. Il racconto dell’orco. E non è un caso. Minacciati da tanti orchi, pazzi e bimbi per fortuna li aiuta dio, e questo dio qualcosa infine ha fatto, se ora almeno sappiamo che i manicomi non devono esistere più. Rimangono, purtroppo, un’infinità di costrizioni altre, che neppure sto a elencare. Rimangono, ancora prigionieri forse di troppa malintesa educazione, i bambini, e guai a loro se imbrattano pareti…
    Guardando e riguardando il profilo curvo di lei mentre, sullo sfondo di quel muro “imbrattato”, sfumacchia una sigaretta, avida come sempre di fumo e di fantasmi, come non pensare che ognuno dovrebbe avere un muro che parla per noi. Un bel muro sporco, e come lei dichiarare al mondo: “amo la sporcizia, la amo, la desidero, la bramo”.
    E sentirla ancora stupirsi “… ma non sapevo che nascere folle / aprire le zolle / potesse scatenar tempesta…”
    Quanto sarebbe migliore il mondo se imparasse a rispettare i matti e i bambini… I matti, i bambini e i poeti che…
    “… lavorano di notte/ quando il tempo non urge su di loro,/ quando tace il rumore della folla/ e termina il linciaggio delle ore./ I poeti lavorano nel buio / come falchi notturni od usignoli / dal dolcissimo canto / e temono di offendere Iddio / ma i poeti nel loro silenzio / fanno ben più rumore / di una dorata cupola di stelle”.


    Il testo nasce in risposta all’invito della Xedizioni a contribuire all’iniziativa nata insieme a Gerardo Ferrara, in seguito alla donazione di Eric Toccaceli di alcune sue straordinarie foto di Alda Merini. “L’obiettivo è realizzare un volume che insieme agli scatti di Toccaceli raccolga pensieri, storie, disegni, foto di donne che di Alda Merini condividono lo spirito, l’amore, l’inquietudine. E le foto di Eric Toccaceli diventano pretesto, “detonatore”, una sorta di trapasso della figura e del pensiero di Alda che possa incoraggiare a raccontare o raccontarsi nella stessa pagina in cui Alda scrisse per tutti…”

    Le donne, la violenza…

    0

    “Come mi duole la testa, madre, dentro di me qualcosa resiste a scendere ancora una volta in quelle grotte, negli inferi, nell’Ade, dove fin dai tempi antichi si muore e si rinasce, dove con l’humus dei morti si cuoce ciò che è vivo, dalle Madri dunque, dalla dea della morte, all’indietro. Ma che significa avanti, che significa indietro”.
    Parlando di donne, ritornano ancora una volta le parole di Medea. Non quella di cui abbiamo letto nel testo di Euripide, che la racconta maga, barbara e assassina e che ancora pensiamo capace di uccidere i suoi figli. L’altra Medea, quella che Christa Wolf ha ritrovato in antiche fonti che parlano dei suoi tentativi per salvare i propri figli, tra l’altro “conducendoli nel santuario di Era dove li crede al sicuro, mentre però i Corinzi li uccidono”. Fonti antecedenti Euripide, che sembra avesse manipolato la storia per ragioni di stato. Perché c’è sempre bisogno di una donna da lapidare… c’è sempre qualcuno da piegare a quel che a noi meglio serve…
    Scorre la Storia, cambiano i tempi, le dinamiche, le ragioni… Ma nel fondo più profondo del nostro aggrovigliato sentire, checché se ne dica, rimane intatta l’amara pulsione di sempre: che nasce dall’idea di dominio sulla donna come su cosa in proprio possesso, e in qualche modo di propria pertinenza, da usare a proprio uso e consumo. Che quindi violento e sfregio (questa cosa) se vuole sottrarsi al mio dominio, se mi sfugge, se non accetta le mie regole. Oppure uccido. E uccido con lei anche i suoi figli, soprattutto se poi mi ucciderò anch’io, perché non riesco a immaginare come possano mai sopravvivermi coloro, madri e figli, che “disperatamente” amo. Scorrendo le cronache, le terribili cronache quotidiane di violenza e di morte, tanto quotidiane da farci l’abitudine… Siamo sempre un paese che ha abrogato il delitto d’onore solo un pugno di decenni fa.
    E quell’amara pulsione di sempre guida condotte private e condotte pubbliche. Come non pensare alla violenza sul corpo delle donne, usata da sempre come arma di guerra? Ne distogliamo lo sguardo inorriditi, ce ne scandalizziamo, condanniamo con roboanti proclami ufficiali. Eppure, eppure…
    Come non pensare con avvilimento alla risoluzione approvata nella primavera del 2019 dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu che ha condannato l’uso dello stupro come arma in guerra, ma perché la risoluzione venisse approvata è stato necessario rinunciare all’istituzione di un meccanismo formale per monitorare le atrocità durante la guerra. E si è dovuto rinunciare persino alla parte che riguardava “l’assistenza alla salute riproduttiva”, cosa che riconosceva il diritto delle donne vittime di stupro ad abortire, ché altrimenti gli Stati Uniti avrebbero opposto il loro veto. Insomma, ancora “il tuo corpo è nostro e lo gestiamo noi”.
    Siamo sempre fermi là. All’idea maschia del dominio su cosa nella sostanza considerata in proprio possesso. Una condizione che le donne condividono con i bambini e, aggiungo, con gli animali. Sì, non scandalizzatevi, anche con gli animali.
    Qualche anno fa, nello scorrere compulsivo di immagini sulle libere reti del nostro web, mi passarono sotto gli occhi in sequenza alcune immagini: un mucchietto di quattordici cuccioli di cane fra i rifiuti dove erano stati buttati e, subito dopo, i corpi dei bambini straziati negli attacchi delle ultime guerre, a Gaza, in Siria…
    Mi sono fermata e le ho messe le une accanto alle altre, passando lo sguardo dai cuccioli di cane a quei cuccioli d’uomo, cagnolini e bambini fra i detriti della nostra crudele inciviltà.
    Troppo? Eppure, eppure… non si cancelleranno mai dalla mia mente le parole di Milan Kundera, ne L’insostenibile leggerezza dell’essere: “Il vero esame morale dell’umanità, l’esame fondamentale (posto così in profondità da sfuggire al nostro sguardo) è il suo rapporto con coloro che sono alla sua mercé: gli animali. E qui sta il fondamentale fallimento dell’uomo, tanto fondamentale che da esso derivano tutti gli altri”. Animali, bambini, donne, stranieri…
    Finché non morirà questa cultura che ci fa pensare che in qualche modo un essere vivente possa essere nella nostra disponibilità, in nostro possesso, perché nella sostanza in qualche modo a noi inferiore, nulla potrà cambiare.
    Ancora una riflessione, anche se forse vi sembrerà un salto azzardato, che non c’entri nulla… ma parlando di violenza subita dalle donne, non riesco a non pensare in questi giorni alla bambina nata in Ucraina dopo una maternità surrogata, e poi abbandonata dai genitori italiani che pure l’avevano “voluta”. Non riesco a non pensare alla bambina e alla donna che sarà. Non so cosa sia passato nella mente di quei genitori, immagino anche dubbi e tormenti… Rimane l’immensa violenza fatta a questa bambina. Non ricordo chi ha detto che oggi confondiamo i desideri con i diritti… e quanta violenza sulla pelle di questa bambina, vittima di un desiderio, malinteso diritto, andato a male…
    Per questa bambina, per la donna che sarà e per tutte le altre donne vittime di chi continua a pensare che siano nella propria disponibilità, ancora il pianto di Medea, l’altra…
    “Come mi duole la testa, madre…”

    scritto per il numero di novembre della rivista “Voci di dentro”

    Lo strazio dei bambini

    0


    Non riesco a togliermelo dalla testa, da quando Monica, Monica Murru avvocato, mi ha raccontato della vicenda che sta seguendo di… chiamiamolo Andrea, sei anni appena, straziato fra due genitori separati. Portato via dal padre un giorno d’estate, per un breve concordato periodo da trascorrere in Belgio, in casa di lui, ma alle soglie dell’inverno ancora lì, trattenuto lontano dal paese della Sardegna nel quale è cresciuto, dalla madre, che pure è volata in quel lontano nord, ma che dopo un breve incontro quasi rubato ancora soffre la pena di essere tenuta lontano, del tutto arbitrariamente, dal suo bambino.
    Sullo sfondo le affannate tappe di una guerra che si era conclusa con l’affido condiviso. Ma che dopo il rapimento, perché di rapimento di fatto si tratta, ripresa ora a colpi di denunce, di pronunce di tribunali, che ogni Stato ha i suoi, di ragioni e contro ragioni, che ogni burocrazia ha le sue. E a scorrerne le pagine c’è da rabbrividire. E non tanto, o certo anche, pensando alla prepotenza di un padre che sottrae con l’inganno un bambino alla madre, e pensando alla disperazione della madre che sa quanto un bambino di sei anni abbia bisogno di lei. Ma c’è da rabbrividire soprattutto al pensiero di quella tremenda macchina che ha del mostruoso se, impantanandosi in ragioni burocratiche, riesce a non vedere lo strazio del piccolo Andrea, a non guardare a tutta questa triste storia con lo sguardo e il sentire di lui.Sì, il sentire di un bambino che della mamma, com’è naturale che sia, ha sempre chiesto, che non capisce perché lei non possa riprenderlo con sé, che di lei a tratti inizia a dubitare, che del padre inizia ad avere paura… lacerato dalla violenta battaglia emotiva che si combatte dentro di lui. Forzato a vivere in un mondo estraneo, a sedersi sul banco di una scuola dove non ci sono i compagni con i quali è cresciuto.
    Ci siamo tutti commossi e indignati alla storia di Eitan, il piccolo orfano del disastro della funivia di Stresa, portato in Israele. E sembra ci sia bastato. Sembra la vicenda di Andrea non faccia poi tanto notizia, come non fanno notizia le storie di tutti gli altri Andrea, ché il mondo ne è pieno. E qui da noi neppure si scherza. Si parla di circa 200-250 bambini contesi ogni anno fra l’Italia e l’estero…
    Ho conosciuto anni fa la storia di un bambino rapito dal padre, anche lui che aveva appena sei anni. O meglio, di un ex bambino rapito che ha voluto poi raccontare la sua storia, fra Genova e il Medioriente. E forse questo un po’ lo ha in qualche modo aiutato a trovare pace: “Negli anni non ho mai smesso di stupirmi di come, dall’età in cui è cominciato tutto e per i successivi 7-8 anni, i ricordi siano così vividi, seppur a tratti frammentati. Un’amica di famiglia sostiene che sia stata una reazione della mia mente di bambino a quello che è accaduto… Non riesco ad evitare di vederla come un ironico, e spesso crudele contrappasso. A volte mi prendono, alla sprovvista, dettagli che possono sembrare insignificanti ma che nella mia mente sono ben fissi, come paletti d’acciaio”. Omar Rizq, “I miei due cuori nomadi”. Un libro pieno di saggezza e, ancora, di lacerazione. Con tutte le differenze con la storia di Andrea, che invito a leggere, per capire qualcosa…
    Lo strazio dei bambini. Tutto sempre parte da lì, da quello che pensiamo di poter infliggere a chi crediamo in nostro possesso. Bambini, come cuccioli di cane. L’impressione è di vivere in un mondo (soprattutto questo nostro occidentale) nel quale si fa un bel po’ di confusione fra desideri e diritti, come se tutto quello che si desidera sia da ottenere, oltre ogni limite. E inizia addirittura a prendere piede la stramba idea che i desideri “siano” diritti.
    E che cosa mostruosa diventa il “diritto” di possedere un bambino. Di averlo con sé a tutti i costi, e non importa se i bambini diventino come oggetti, cose di cui disporre a nostro piacimento. Senza nessuna attenzione per il suo essere persona, e come tale con il diritto, soprattutto, di essere rispettato.
    C’è una foto, del breve incontro che la mamma è riuscita ad avere con Andrea appena arrivata in Belgio, prima che le venisse di nuovo impedito di avvicinarlo. Lui avvinghiato al corpo di lei. Le braccia strette intorno al suo collo, le manine infilate fra i capelli, le ginocchia strette intorno ai suoi fianchi e il viso immerso in quello di lei quasi a volersi tuffare in quella mamma che le manca tanto… Pensate a quali pressioni, a quale tempesta dentro di lui.
    E come non pensare al sentire di lui, oggi. Straziato fra un oscillare di pensieri e paure che sono mostri tremendi. Come non pensare ai danni enormi che provocherà su di lui tutto questo.
    Ritrovo una poesia di Vittorio Sereni, che non so se c’entri, ma forse c’entra molto…

    Quei bambini che giocano
    un giorno perdoneranno
    se presto ci togliamo di mezzo.
    Perdoneranno. Un giorno.
    Ma la distorsione del tempo
    il corso della vita deviato su false piste
    l’emorragia dei giorni
    dal varco del corrotto intendimento:
    questo no, non lo perdoneranno.


    Francesca de Carolis
    per https://www.ultimavoce.it/

    Contro la violenza sulle donne. Giovanni Farina, una voce dal carcere

    0

    “Oh, guardatevi dalla gelosia, mio signore. E’ un mostro dagli occhi verdi che dileggia il cibo di cui si nutre. Beato vive quel cornuto il quale, conscio della sua sorte, non ama la donna che lo tradisce: ma oh, come conta i minuti della sua dannazione chi ama e sospetta; sospetta e si strugge d’amore”…
    Iago a Otello, nel terzo atto della tragedia di Shakespeare.
    Trovo queste parole in apertura di “Femminicidio: da Otello ai nostri giorni”. E fin qui… ma forse vi stupirete nel sapere che questo libro è stato scritto da Giovanni Farina. Giovanni Farina, qualcuno lo ricorderà implicato nel sequestro Soffiantini (l’ultima zampata dell’anonima si disse allora…), che concepisce l’idea di questo libro alcuni anni fa, quando ancora era nel carcere di Catanzaro, e lo conclude mentre si trova a Firenze, durante il suo 40° (quarantesimo) anno di detenzione. Una vicenda giudiziaria molto complessa, la sua, iniziata con una detenzione per un reato da cui poi è stato assolto, poi due condanne per sequestro di persona, poi anche assoluzioni, 16 anni al 41 bis… ma non è dei quarant’anni trascorsi in carcere senza avere ucciso nessuno che vi voglio parlare, né della sua intricatissima vicenda giudiziaria. E’ che ha stupito anche me, che da anni ne seguo il calvario (perché non so come altro definire 40 anni di carcere senza avere ucciso nessuno…), che persona detenuta da così tanto tempo e che tanto ha scritto sulla sua vita, fra narrazioni e poesia, abbia sentito il bisogno di far conoscere il suo pensiero sulla violenza contro le donne.
    Il perché lo spiega lui, quarto figlio di sei, e quattro sono donne: “Sono cresciuto in un nucleo familiare formato in prevalenza da donne, e di mia coscienza non riesco a capire chi usa loro violenza. Nella mia famiglia, di origine sarda, le donne erano molto considerate. Lavorava fianco a fianco con l’uomo nella campagna e a questo si aggiungevano le fatiche della casa e dei figli. In Sardegna nei tempi passati in tutte le case c’erano delle statuine della donna-madre, in pietra o in osso, che raffiguravano l’ava fondatrice della famiglia, il genio tutelare della casa. C’era un grande rispetto per la donna madre e protettrice del focolaio familiare”. Un grande rispetto per la donna in quella che Giuseppe Dessì, come fa notare Serafina Mascia nell’introduzione al libro di Farina, ha definito “matriarcato clandestino”…
    Così, leggendo l’Otello, e poi inquietandosi per le notizie di uccisioni di donne che “attraverso la televisione arrivano anche dentro le mura del carcere”, è nata questa sua accorata riflessione.
    E riconosco, nelle pagine che da Otello e il suo delitto d’onore (perché non è amore né gelosia, ma delitto per l’onore offeso, si spiega…), passando per la storia di Olympe de Gouge, scrittrice ghigliottinata nella Francia della Rivoluzione, arriva a Ilaria Alpi e poi a Monica, Chiara… quella grande umanità che ho letto negli occhi di Giovanni quando infine, qualche anno fa, l’ho incontrato al Gozzini di Firenze.
    Non è la prima volta che, nell’incontro con persone con lunghe detenzioni, ascolto parole di grande rispetto e amore per le donne. “E’ perché non le hai potute frequentare abbastanza!”, mi sono permessa di scherzare tempo fa con altro detenuto. In carcere, sapete, è negato il diritto all’affettività. Che è barbarie che in Europa solo in Italia avviene. In Italia e in Inghilterra, ad essere precisi…
    Per questo a ridosso della giornata contro la violenza contro le donne, mi piace lasciare la parola a chi dal carcere vi ha profondamente riflettuto, che da maschio parli ai maschi, che sa riconoscere che il problema è culturale, non altro: “Molti uomini hanno ancora l’idea della femmina addomesticata al proprio volere. Com’è mediocre l’uomo che pensa questo e molte volte se ne vanta! Com’è più bello, stimolante, luminoso, il confronto sincero con parità di pensiero con la propria compagna che ti ascolta e ascolti! Com’è più vero, più simile alla vita un rapporto esposto al mondo, alle scelte soggette al mutamento. Perfino il dolore dell’abbandono è di gran lunga preferibile alla mortificazione dell’obbligo”. Parole di verità, che tanto spesso da chi è in carcere ascolto.
    Da qualche mese Giovanni Farina può finalmente uscire dal carcere. E’ in permesso temporaneo in affidamento ai servizi sociali presso Casa Caciolle, e spera di poter continuare a scontare all’esterno l’ultimo periodo della pena. Così sabato scorso nello Spazio CTI-Teatro, c’è stato un incontro per presentare i libri che negli anni ha scritto, ché tanto Giovanni, che molto scrive e bene, ha da dire. E anche di questo naturalmente si è parlato.
    Fra il pubblico c’era l’ex direttrice del Gozzini, Margherita Michelini. Persona di grande bravura e umanità, che l’animo di quel suo detenuto ha sicuramente compreso. Un breve intervento il suo, per dire che da tempo non usciva di casa perché molto malata. Ma che sabato sera è uscita, per la prima volta, per finalmente incontrarlo fuori e abbracciarlo. Immaginate la commozione di tutti. Le donne…
    “Le donne, la cosa più sacra del mondo”. Mi diceva sempre altra persona, Mario Trudu, che pure di carcere in carcere andavo a trovare. E che tutte chiamava “stimatissime”. “Le donne, non si toccano neanche con un fiore”, e si commuoveva. E forse anche lui, contro la violenza che le vede vittime, qualcosa avrebbe avuto da dire, da maschio per parlare ai maschi…

    scritto per https://www.ultimavoce.it/

    Le Donne del Muro Alto

    0


    E quanto è stata grande, palpitante, lì sul palcoscenico dell’auditorium del MAXXI, a Roma, l’emozione delle Donne del Muro Alto, le attrici della compagnia teatrale nata nove anni fa a Rebibbia, grazie alla regista Francesca Tricarico e all’associazione Ananke. Libere di portare fuori la loro voce, libere di raccontare e raccontarsi. Già, perché se il carcere è un muro che tutto inghiotte, e difficile è farne arrivare le voci, ancora più difficile, rarissimo, quando si tratta di voci di donne. Le donne… così “poche” rispetto al numero degli uomini, in un universo pensato tutto al maschile, ancora a subire una doppia discriminazione…
    E invece eccole lì, a rappresentare uno spettacolo “scritto e fortemente voluto dalle attrici detenute e dalla regista per raccontare come l’amore, così come il teatro, può divenire, e forse lo è sempre stato, pretesto di altro, molto altro”.
    Titolo: Ramona e Giulietta, sottotitolo Quando l’amore è un pretesto, particolarissima rilettura di Romeo e Giulietta, dove ad amarsi sono due donne. Argomento “scottante”, ma il testo racconta molto, molto di più. “Qui non siamo in una poesia di Shakespeare”, è una dolorante battuta, di un testo che sa anche avere momenti di dolce ironia. Ah, le donne…
    “Ramona e Giulietta” è nata dopo che in un carcere italiano era stata celebrata la prima unione civile fra donne. Cosa che ha scatenato reazioni opposte, fra chi approvava il diritto all’affettività, comunque, e chi considerava inaccettabile questo “amore saffico”…
    “Nelle sezioni -mi aveva raccontato Francesca- tra le donne con cui stavo lavorando, e non solo, l’atmosfera era tesa e c’era una rabbia che non avevo mai visto prima. Avevo la sensazione che da un momento all’altro la situazione potesse esplodere. Ho così deciso di iniziare un lavoro di ascolto proprio sulla rabbia, scoprendo infine che la tensione tra loro era dovuta all’eco di questa unione, alla divisione in corso tra chi sosteneva queste unioni e chi le rifiutava”.
    E scrivendo, e lavorando, e confrontandosi, è stato possibile capire da dove nasceva tutta questa rabbia. Non dal “fastidio” per un amore lesbico, ma dall’impossibilità delle donne di avere relazioni con i loro uomini.
    Ed è nato lo spettacolo…
    Così “Ramona e Giulietta”, oltre la nascita di un profondo legame fra le due donne, racconta la terribile realtà di un mondo che nega la vita. Ci ricorda che l’affettività in carcere in Italia è negata. E provate a immaginare, brevi o lunghe che siano le detenzioni. Provate a immaginare, oltre alla pena della privazione della libertà, una pena nella pena che è negazione di una parte fondamentale della vita dell’individuo. Pensate a quale compressione del corpo e dello spirito. Cosa che, lo sapevate?, in Europa, accade solo in Italia.
    E come non pensare, vedendo le attrici muoversi sul palco, che tutto questo l’hanno vissuto sulla propria pelle, come non fremere con loro e per loro, che qui nella finzione senza finzione raccontano.
    Ancora le parole di Francesca Tricarico: “Il teatro in carcere non ha paura della verità o del giudizio perché queste donne sono già state giudicate”. Ed è un teatro che non ha paura del confronto in una società che sempre meno accetta la verità… Una bella lezione per tutti noi, che facciamo finta che il carcere non sia parte della nostra società. E che la violenza (perché è violenza negare alle persone l’affettività) è anche la nostra violenza. Così come la fame d’amore di quelle donne è anche la nostra fame d’amore.
    No, non hanno paura della verità queste donne. E più di una volta, ad ascoltarle, mi sono commossa. Pensando al loro cammino, ora che attraversano la difficile fase del reinserimento fuori le mura del carcere. Pensando al loro forte impegno in questo lavoro, in questo teatro, che diventa per loro “ponte” con la società che troppo spesso le vuole respingere. Più di una volta mi sono commossa pensando che la verità che raccontano è anche la nostra. La restrizione, mi aveva spiegato Francesca Tricarico, semplicemente amplifica le cose, che il teatro mette a fuoco e amplifica a sua volta. Ed è qui ancora a parlare di noi.
    Brave, le Donne del muro alto. Accompagnate dalle musiche di Giulia Anania. E perché nessuno rimanga nell’indistinto (già molto lo fa l’istituzione), voglio ricordarne i nomi: Bruna Arceri, Alessandra Collacciani, Annamaria Repichini, Sara Paci, Daniela Ion Sav, Raquel Robaina Tort.
    Al MAXXI, nell’ambito del festival del cinema di Roma, è stata solo una tappa della prima tournée della compagnia di attrici, che tutte sono ex detenute e signore ammesse alle misure alternative alla detenzione della Casa Circondariale Femminile di Rebibbia.
    Sarà, ne sono certa, un lungo cammino. E vi auguro di incontrarle. Pensando a quel che scrisse Goliarda Sapienza, finita per alcuni giorni in carcere per un furto in un momento di difficoltà: “La mia esperienza è stata breve ma intensa. Non la rimpiango per niente. Anzi, ho fatto benissimo ad andarci. Perché lì dentro ci sono persone come sono io. Ma non io che ho rubato, cioè io anche se non rubavo. Persone dotate di una grande fantasia, bisognose di emozioni e piene del desiderio di superarsi. Persone forti, che mi hanno insegnato la solidarietà e il calore umano. Quello che fuori non ho trovato da nessuna parte”.



    carcere e covid, fra emergenze e menzogne

    0

    Tutti, immagino, le abbiamo viste, le terribili immagini della mattanza del carcere di Santa Maria Capua Vetere. “Una delle più gravi violazioni della storia repubblicana del paese”, l’ha definita Antigone. Tutti le abbiamo viste, e infine l’inchiesta va avanti, mentre finalmente è stata riaperta l’inchiesta, in un primo momento archiviata, sui morti dei giorni della rivolta nel carcere di Modena. Tredici poveri morti, di cui sembra non interessi granché ad alcuno, mentre se ne aggiunge un quattordicesimo, Lamine Hakimi, ventottenne algerino morto a distanza di tempo da quei giorni, per cui si parlò di suicidio, ma morto, secondo un documento degli inquirenti, a causa delle “torture e dei maltrattamenti subiti” e delle “indebite condizioni di isolamento sociale”. Vi risparmio i dettagli, anche questi raccapriccianti, di una storia rimasta in sordina…
    Ma dopo tanto scandalo, quanto ancora se ne parla? In questo paese dove siamo così bravi ad archiviare tutto quello che pensiamo non tocchi la nostra vita. E non c’è nulla di più sbagliato se il carcere è un pezzo di noi, prodotto della nostra bella società…
    Per questo ho trovato importante e necessario il libro di Sandra Berardi, “Carcere e covid, dalle fake news alle leggi emergenziali”. E sono di parte, avendone curato l’editing per Strade Bianche di Stampa Alternativa. Ma quando ho letto la tesi di laurea dalla quale questo libro poi è stato tratto, ho pensato che andasse subito pubblicata, per non dimenticare troppo presto, e per aprire gli occhi su una realtà che, ci piaccia o no, ci coinvolge tutti. Un testo ricco di informazioni e documentazioni su quanto è accaduto nelle carceri italiane al tempo del covid. Su cosa è accaduto dentro, ma anche tutto quello che vi è girato intorno… Scritto da persona, Sandra Berardi, fondatrice di Yairahia, associazione che si occupa dei diritti delle persone private della libertà, che la realtà del carcere conosce benissimo. Anche per averne visitate molte, di carceri, al seguito dell’europarlamentare Eleonora Forenza.
    Questo suo libro mette in fila fatti e documenti, raccontando intanto come l’emergenza covid abbia fatto esplodere le contraddizioni delle condizioni che vivono i detenuti. Partendo dai giorni delle rivolte del marzo 2020, se ne spiegano i motivi che le hanno prodotte, i timori, le paure, le confuse comunicazioni, l’interruzione delle visite dei parenti (e potete immaginare quando psicologicamente pesi), mentre dalla televisione si apprendono le angoscianti notizie sul terribile virus… Lo sguardo si allarga anche a quello che è accaduto in quei giorni nel mondo e nel confronto l’Italia non brilla per civiltà.
    Prima confusione, mancanza di riposte tempestive… poi una legislazione d’emergenza che corre sempre su un secondo binario rispetto a quello che riguarda noi “liberi”, o presunti tali…
    Ma subito il libro mette a confronto quello che accade (e le informazioni sono anche di prima mano, vengono dalle lettere di detenuti e dalle prime denunce dei parenti) con la rappresentazione che ne hanno fatta i media.
    Già, l’informazione. Che in un primo momento aveva iniziato a raccontare… in fondo i detenuti sui tetti, il fumo, poi i tredici morti, sono cose che fanno notizia. Ma le notizie si bruciano in fretta. Dopo pochi giorni su tutto si stende un velo. Tranne poche eccezioni, di giornalisti ostinati e fuori dal coro, dopo pochi giorni vengono archiviati persino i morti. E, la cosa che più stupisce, è stata mediamente accettata, a proposito delle vittime, la testi dell’”overdose”… che francamente chi appena appena sa qualcosa di carcere non poteva che trovare inaccettabile, quando non tragicamente ridicola. Pensateci un po’… cosa può accadere all’interno delle carceri durante una rivolta, e sappiamo da che parte è la forza… Fra l’altro se fosse stato vero che nel mezzo di una battaglia le persone non trovino di meglio da fare che riempirsi di droga fino a morirne, la notizia sarebbe comunque enorme, da interrogarsi molto…
    Ma non è solo silenzio.
    Quello che ben svela il libro è il ruolo che hanno avuto i media nella costruzione deviata dell’opinione pubblica attraverso un’informazione falsata. Cosa che riesce addirittura a condizionare le scelte politiche e legislative. E penso ai provvedimenti che hanno rimandato in cella persone che legittimamente ne erano state allontanate su provvedimento della magistratura di sorveglianza, per motivi di salute. Dopo la campagna stampa, che ha parlato di un presunto allarme per “300 boss” fuori grazie al covid, rimandate in cella giusto il tempo di morire. Con buona pace dello stato di diritto… Lo ripeto sempre, il carcere è area di sospensione del diritto, e questo lo conferma ancora una volta.
    A proposito di pandemia, in molti si era sperato che, oltre le cose devastanti che ha prodotto, potesse aiutare ad aprire gli occhi, a cambiare qualcosa. Per quanto riguarda il carcere, logica avrebbe voluto che venissero presi provvedimenti non solo sanitari, per contenere la diffusione del virus all’interno degli istituti di pena, ma si pensasse anche a ridurre l’affollamento, limitare e contenere le carcerazioni “inutili”.
    Più del 30 per cento delle persone recluse, lo ricorda Samuele Ciambriello, garante dei detenuti della Campania, ha da scontare pene inferiori ai tre anni, e quindi potrebbero accedere a misure alternative. Ma niente… E pensare che persino l’Iran, che non certo brilla in democrazia, allo scoppiare della pandemia ha subito adottato misure deflattive. Da noi nulla.
    E purtroppo l’informazione mainstream, soffiando sulle paure, non aiuta…
    Noi pensiamo sia cosa che non ci riguardi, e troviamo persino accettabile che ci sia questa sorta di secondo binario su cui viaggia la legislazione anche d’emergenza. Ma questa è cosa che corrode la democrazia. Credo inizieremmo a pensarci se notassimo, come il libro di Sandra Berardi spiega molto bene, che il linguaggio dell’emergenza rivolto a tutti noi fuori ha molte parole d’ordine in comune con il linguaggio carcerario, ed è cosa che non dovrebbe farci stare molto tranquilli…
    Insomma, un libro che fa ben aprire gli occhi…
    Fra l’altro liberamente scaricabile in rete dal sito di Strade Bianche di Stampa Alternativa. Perché, come da sempre, il suo fondatore, Marcello Baraghini, è determinato a fare dell’editoria un servizio fruibile per tutti, e non solo fonte di profitti. E ne siamo convinti anche noi.

    scritto per UltimaVoce

    https://www.ultimavoce.it/il-covid-in-carcere-tra-emergenze-e-menzogne/




    Ieri a Napoli

    0

    Ieri a Napoli…

    le donne del muro alto…

    0

    Un appuntamento da non perdere…
    “RAMONA e GIULIETTA”
    Quando l’amore è un pretesto
    Tragicommedia in atto unico
    Mercoledì 20 ottobre, ore 16 Auditorium del MAXXI (via Guido Reni 4A, Roma)

    “In collaborazione con la XVI edizione della Festa del Cinema di Roma, la prima tourneè della compagnia di attrici ex detenute e signore ammesse alle misure alternative alla detenzione della Casa Circondariale Femminile di Rebibbia, farà tappa al Museo Maxxi di Roma.
    Lo spettacolo realizzato dall’ ass. Per Ananke, sostenuto dalla Regione Lazio e Lush, è frutto di un intenso lavoro all’interno della Casa Circondariale Femminile di Rebibbia che l’ass. Per Ananke svolge dal 2013 con la regista Francesca Tricarico. Un lavoro iniziato all’interno dell’istituto, che si è deciso di proseguire anche all’esterno con le attrici ammesse alle misure alternative alla detenzione ed ex detenute per dare continuità a quanto realizzato da e con queste donne in carcere, che attraverso il teatro hanno l’opportunità di confrontarsi con la società esterna nella delicata fase del reinserimento sociale, di far sentire la loro voce.
    La prima tournée per le signore ammesse alle misure alternative che hanno la possibilità di uscire dal proprio domicilio, dove stanno terminando di scontare la pena, per raccontare e raccontarsi attraverso la storia portata in scena. Libere per fare arte, per produrre cultura.
    Ramona e Giulietta è stato in carcere, e forse anche di più all’esterno, l’opportunità di scardinare quello che ancora oggi, e probabilmente più di ieri, è un tabù fuori e dentro le mura carcerarie.
    L’amore tra Ramona e Giulietta, due donne che nonostante i cancelli, le sbarre, i pregiudizi trovano la forza di amarsi e gridare il loro amore. Uno “sfogo” del carcere o un sentimento vero? La domanda che ha accompagnato ossessivamente tutta la fase di allestimento dello spettacolo e lo spettacolo stesso, che ha visto durante la riscrittura dell’opera suddividersi davvero in due fazioni le partecipanti al lavoro. Uno spettacolo scritto e fortemente voluto dalle attrici detenute e dalla regista per raccontare come l’amore, così come il teatro, può divenire e forse lo è sempre stato, pretesto di altro, molto altro. “Quando l’amore è un pretesto”, il sottotitolo scelto, un pretesto per dare sfogo alla rabbia del singolo che diviene rabbia collettiva, un pretesto per raccontare il carcere, un pretesto per interrogarsi su come e quanto il carcere sia una potente lente di ingrandimento della società esterna. Una personale rilettura di una delle più celebri opere shakespeariane da parte delle attrici della casa circondariale femminile di Roma Rebibbia, Le Donne del Muro Alto, co, con la regia di Francesca Tricarico e le musiche di Giulia Anania.
    «Un nuovo lavoro quello con le signore ammesse alle misure alternative ed ex detenute – spiega Francesca Tricarico, regista e coordinatrice del progetto – che vuole accompagnare le nostre attrici nella delicata fase del reinserimento fuori le mura carcerarie, ma soprattutto continuare a far sentire la loro voce attraverso il teatro, protette dal racconto e dai grandi autori, affinché il ponte tra la società esterna e il carcere sia sempre più percorribile. Il teatro è una forma di consapevolezza di sé e dell’altro, della società, per chi lo pratica ma anche per chi lo osserva in
    qualità di spettatore. La forza, l’urgenza, la necessità delle nostre attrici in scena di raccontare, di emozionare ed emozionarsi dimostra che non esiste un noi ed un loro perché il carcere è parte della società. Il teatro è in grado di creare un incontro e confronto dentro e fuori le mura del carcere, per attori e spettatori».

    RAMONA e GIULIETTA
    Testo e Regia Francesca Tricarico
    Musica di e con Giulia Anania
    Con Bruna Arceri, Alessandra Collacciani, Annamaria Repichini,
    Sara Paci, Daniela Ion Sav, Raquel Robaina Tort
    Aiuto regia Chiara Borsella e Sara Paci
    Costumi Marina Sciarelli
    Scenografie Paola Castrignanò
    Produzione Ass. Per Ananke con il sostegno delle Officine di Teatro Sociale della regione Lazio e Lus