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    Contro la violenza sulle donne. Giovanni Farina, una voce dal carcere

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    “Oh, guardatevi dalla gelosia, mio signore. E’ un mostro dagli occhi verdi che dileggia il cibo di cui si nutre. Beato vive quel cornuto il quale, conscio della sua sorte, non ama la donna che lo tradisce: ma oh, come conta i minuti della sua dannazione chi ama e sospetta; sospetta e si strugge d’amore”…
    Iago a Otello, nel terzo atto della tragedia di Shakespeare.
    Trovo queste parole in apertura di “Femminicidio: da Otello ai nostri giorni”. E fin qui… ma forse vi stupirete nel sapere che questo libro è stato scritto da Giovanni Farina. Giovanni Farina, qualcuno lo ricorderà implicato nel sequestro Soffiantini (l’ultima zampata dell’anonima si disse allora…), che concepisce l’idea di questo libro alcuni anni fa, quando ancora era nel carcere di Catanzaro, e lo conclude mentre si trova a Firenze, durante il suo 40° (quarantesimo) anno di detenzione. Una vicenda giudiziaria molto complessa, la sua, iniziata con una detenzione per un reato da cui poi è stato assolto, poi due condanne per sequestro di persona, poi anche assoluzioni, 16 anni al 41 bis… ma non è dei quarant’anni trascorsi in carcere senza avere ucciso nessuno che vi voglio parlare, né della sua intricatissima vicenda giudiziaria. E’ che ha stupito anche me, che da anni ne seguo il calvario (perché non so come altro definire 40 anni di carcere senza avere ucciso nessuno…), che persona detenuta da così tanto tempo e che tanto ha scritto sulla sua vita, fra narrazioni e poesia, abbia sentito il bisogno di far conoscere il suo pensiero sulla violenza contro le donne.
    Il perché lo spiega lui, quarto figlio di sei, e quattro sono donne: “Sono cresciuto in un nucleo familiare formato in prevalenza da donne, e di mia coscienza non riesco a capire chi usa loro violenza. Nella mia famiglia, di origine sarda, le donne erano molto considerate. Lavorava fianco a fianco con l’uomo nella campagna e a questo si aggiungevano le fatiche della casa e dei figli. In Sardegna nei tempi passati in tutte le case c’erano delle statuine della donna-madre, in pietra o in osso, che raffiguravano l’ava fondatrice della famiglia, il genio tutelare della casa. C’era un grande rispetto per la donna madre e protettrice del focolaio familiare”. Un grande rispetto per la donna in quella che Giuseppe Dessì, come fa notare Serafina Mascia nell’introduzione al libro di Farina, ha definito “matriarcato clandestino”…
    Così, leggendo l’Otello, e poi inquietandosi per le notizie di uccisioni di donne che “attraverso la televisione arrivano anche dentro le mura del carcere”, è nata questa sua accorata riflessione.
    E riconosco, nelle pagine che da Otello e il suo delitto d’onore (perché non è amore né gelosia, ma delitto per l’onore offeso, si spiega…), passando per la storia di Olympe de Gouge, scrittrice ghigliottinata nella Francia della Rivoluzione, arriva a Ilaria Alpi e poi a Monica, Chiara… quella grande umanità che ho letto negli occhi di Giovanni quando infine, qualche anno fa, l’ho incontrato al Gozzini di Firenze.
    Non è la prima volta che, nell’incontro con persone con lunghe detenzioni, ascolto parole di grande rispetto e amore per le donne. “E’ perché non le hai potute frequentare abbastanza!”, mi sono permessa di scherzare tempo fa con altro detenuto. In carcere, sapete, è negato il diritto all’affettività. Che è barbarie che in Europa solo in Italia avviene. In Italia e in Inghilterra, ad essere precisi…
    Per questo a ridosso della giornata contro la violenza contro le donne, mi piace lasciare la parola a chi dal carcere vi ha profondamente riflettuto, che da maschio parli ai maschi, che sa riconoscere che il problema è culturale, non altro: “Molti uomini hanno ancora l’idea della femmina addomesticata al proprio volere. Com’è mediocre l’uomo che pensa questo e molte volte se ne vanta! Com’è più bello, stimolante, luminoso, il confronto sincero con parità di pensiero con la propria compagna che ti ascolta e ascolti! Com’è più vero, più simile alla vita un rapporto esposto al mondo, alle scelte soggette al mutamento. Perfino il dolore dell’abbandono è di gran lunga preferibile alla mortificazione dell’obbligo”. Parole di verità, che tanto spesso da chi è in carcere ascolto.
    Da qualche mese Giovanni Farina può finalmente uscire dal carcere. E’ in permesso temporaneo in affidamento ai servizi sociali presso Casa Caciolle, e spera di poter continuare a scontare all’esterno l’ultimo periodo della pena. Così sabato scorso nello Spazio CTI-Teatro, c’è stato un incontro per presentare i libri che negli anni ha scritto, ché tanto Giovanni, che molto scrive e bene, ha da dire. E anche di questo naturalmente si è parlato.
    Fra il pubblico c’era l’ex direttrice del Gozzini, Margherita Michelini. Persona di grande bravura e umanità, che l’animo di quel suo detenuto ha sicuramente compreso. Un breve intervento il suo, per dire che da tempo non usciva di casa perché molto malata. Ma che sabato sera è uscita, per la prima volta, per finalmente incontrarlo fuori e abbracciarlo. Immaginate la commozione di tutti. Le donne…
    “Le donne, la cosa più sacra del mondo”. Mi diceva sempre altra persona, Mario Trudu, che pure di carcere in carcere andavo a trovare. E che tutte chiamava “stimatissime”. “Le donne, non si toccano neanche con un fiore”, e si commuoveva. E forse anche lui, contro la violenza che le vede vittime, qualcosa avrebbe avuto da dire, da maschio per parlare ai maschi…

    scritto per https://www.ultimavoce.it/

    Le Donne del Muro Alto

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    E quanto è stata grande, palpitante, lì sul palcoscenico dell’auditorium del MAXXI, a Roma, l’emozione delle Donne del Muro Alto, le attrici della compagnia teatrale nata nove anni fa a Rebibbia, grazie alla regista Francesca Tricarico e all’associazione Ananke. Libere di portare fuori la loro voce, libere di raccontare e raccontarsi. Già, perché se il carcere è un muro che tutto inghiotte, e difficile è farne arrivare le voci, ancora più difficile, rarissimo, quando si tratta di voci di donne. Le donne… così “poche” rispetto al numero degli uomini, in un universo pensato tutto al maschile, ancora a subire una doppia discriminazione…
    E invece eccole lì, a rappresentare uno spettacolo “scritto e fortemente voluto dalle attrici detenute e dalla regista per raccontare come l’amore, così come il teatro, può divenire, e forse lo è sempre stato, pretesto di altro, molto altro”.
    Titolo: Ramona e Giulietta, sottotitolo Quando l’amore è un pretesto, particolarissima rilettura di Romeo e Giulietta, dove ad amarsi sono due donne. Argomento “scottante”, ma il testo racconta molto, molto di più. “Qui non siamo in una poesia di Shakespeare”, è una dolorante battuta, di un testo che sa anche avere momenti di dolce ironia. Ah, le donne…
    “Ramona e Giulietta” è nata dopo che in un carcere italiano era stata celebrata la prima unione civile fra donne. Cosa che ha scatenato reazioni opposte, fra chi approvava il diritto all’affettività, comunque, e chi considerava inaccettabile questo “amore saffico”…
    “Nelle sezioni -mi aveva raccontato Francesca- tra le donne con cui stavo lavorando, e non solo, l’atmosfera era tesa e c’era una rabbia che non avevo mai visto prima. Avevo la sensazione che da un momento all’altro la situazione potesse esplodere. Ho così deciso di iniziare un lavoro di ascolto proprio sulla rabbia, scoprendo infine che la tensione tra loro era dovuta all’eco di questa unione, alla divisione in corso tra chi sosteneva queste unioni e chi le rifiutava”.
    E scrivendo, e lavorando, e confrontandosi, è stato possibile capire da dove nasceva tutta questa rabbia. Non dal “fastidio” per un amore lesbico, ma dall’impossibilità delle donne di avere relazioni con i loro uomini.
    Ed è nato lo spettacolo…
    Così “Ramona e Giulietta”, oltre la nascita di un profondo legame fra le due donne, racconta la terribile realtà di un mondo che nega la vita. Ci ricorda che l’affettività in carcere in Italia è negata. E provate a immaginare, brevi o lunghe che siano le detenzioni. Provate a immaginare, oltre alla pena della privazione della libertà, una pena nella pena che è negazione di una parte fondamentale della vita dell’individuo. Pensate a quale compressione del corpo e dello spirito. Cosa che, lo sapevate?, in Europa, accade solo in Italia.
    E come non pensare, vedendo le attrici muoversi sul palco, che tutto questo l’hanno vissuto sulla propria pelle, come non fremere con loro e per loro, che qui nella finzione senza finzione raccontano.
    Ancora le parole di Francesca Tricarico: “Il teatro in carcere non ha paura della verità o del giudizio perché queste donne sono già state giudicate”. Ed è un teatro che non ha paura del confronto in una società che sempre meno accetta la verità… Una bella lezione per tutti noi, che facciamo finta che il carcere non sia parte della nostra società. E che la violenza (perché è violenza negare alle persone l’affettività) è anche la nostra violenza. Così come la fame d’amore di quelle donne è anche la nostra fame d’amore.
    No, non hanno paura della verità queste donne. E più di una volta, ad ascoltarle, mi sono commossa. Pensando al loro cammino, ora che attraversano la difficile fase del reinserimento fuori le mura del carcere. Pensando al loro forte impegno in questo lavoro, in questo teatro, che diventa per loro “ponte” con la società che troppo spesso le vuole respingere. Più di una volta mi sono commossa pensando che la verità che raccontano è anche la nostra. La restrizione, mi aveva spiegato Francesca Tricarico, semplicemente amplifica le cose, che il teatro mette a fuoco e amplifica a sua volta. Ed è qui ancora a parlare di noi.
    Brave, le Donne del muro alto. Accompagnate dalle musiche di Giulia Anania. E perché nessuno rimanga nell’indistinto (già molto lo fa l’istituzione), voglio ricordarne i nomi: Bruna Arceri, Alessandra Collacciani, Annamaria Repichini, Sara Paci, Daniela Ion Sav, Raquel Robaina Tort.
    Al MAXXI, nell’ambito del festival del cinema di Roma, è stata solo una tappa della prima tournée della compagnia di attrici, che tutte sono ex detenute e signore ammesse alle misure alternative alla detenzione della Casa Circondariale Femminile di Rebibbia.
    Sarà, ne sono certa, un lungo cammino. E vi auguro di incontrarle. Pensando a quel che scrisse Goliarda Sapienza, finita per alcuni giorni in carcere per un furto in un momento di difficoltà: “La mia esperienza è stata breve ma intensa. Non la rimpiango per niente. Anzi, ho fatto benissimo ad andarci. Perché lì dentro ci sono persone come sono io. Ma non io che ho rubato, cioè io anche se non rubavo. Persone dotate di una grande fantasia, bisognose di emozioni e piene del desiderio di superarsi. Persone forti, che mi hanno insegnato la solidarietà e il calore umano. Quello che fuori non ho trovato da nessuna parte”.



    carcere e covid, fra emergenze e menzogne

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    Tutti, immagino, le abbiamo viste, le terribili immagini della mattanza del carcere di Santa Maria Capua Vetere. “Una delle più gravi violazioni della storia repubblicana del paese”, l’ha definita Antigone. Tutti le abbiamo viste, e infine l’inchiesta va avanti, mentre finalmente è stata riaperta l’inchiesta, in un primo momento archiviata, sui morti dei giorni della rivolta nel carcere di Modena. Tredici poveri morti, di cui sembra non interessi granché ad alcuno, mentre se ne aggiunge un quattordicesimo, Lamine Hakimi, ventottenne algerino morto a distanza di tempo da quei giorni, per cui si parlò di suicidio, ma morto, secondo un documento degli inquirenti, a causa delle “torture e dei maltrattamenti subiti” e delle “indebite condizioni di isolamento sociale”. Vi risparmio i dettagli, anche questi raccapriccianti, di una storia rimasta in sordina…
    Ma dopo tanto scandalo, quanto ancora se ne parla? In questo paese dove siamo così bravi ad archiviare tutto quello che pensiamo non tocchi la nostra vita. E non c’è nulla di più sbagliato se il carcere è un pezzo di noi, prodotto della nostra bella società…
    Per questo ho trovato importante e necessario il libro di Sandra Berardi, “Carcere e covid, dalle fake news alle leggi emergenziali”. E sono di parte, avendone curato l’editing per Strade Bianche di Stampa Alternativa. Ma quando ho letto la tesi di laurea dalla quale questo libro poi è stato tratto, ho pensato che andasse subito pubblicata, per non dimenticare troppo presto, e per aprire gli occhi su una realtà che, ci piaccia o no, ci coinvolge tutti. Un testo ricco di informazioni e documentazioni su quanto è accaduto nelle carceri italiane al tempo del covid. Su cosa è accaduto dentro, ma anche tutto quello che vi è girato intorno… Scritto da persona, Sandra Berardi, fondatrice di Yairahia, associazione che si occupa dei diritti delle persone private della libertà, che la realtà del carcere conosce benissimo. Anche per averne visitate molte, di carceri, al seguito dell’europarlamentare Eleonora Forenza.
    Questo suo libro mette in fila fatti e documenti, raccontando intanto come l’emergenza covid abbia fatto esplodere le contraddizioni delle condizioni che vivono i detenuti. Partendo dai giorni delle rivolte del marzo 2020, se ne spiegano i motivi che le hanno prodotte, i timori, le paure, le confuse comunicazioni, l’interruzione delle visite dei parenti (e potete immaginare quando psicologicamente pesi), mentre dalla televisione si apprendono le angoscianti notizie sul terribile virus… Lo sguardo si allarga anche a quello che è accaduto in quei giorni nel mondo e nel confronto l’Italia non brilla per civiltà.
    Prima confusione, mancanza di riposte tempestive… poi una legislazione d’emergenza che corre sempre su un secondo binario rispetto a quello che riguarda noi “liberi”, o presunti tali…
    Ma subito il libro mette a confronto quello che accade (e le informazioni sono anche di prima mano, vengono dalle lettere di detenuti e dalle prime denunce dei parenti) con la rappresentazione che ne hanno fatta i media.
    Già, l’informazione. Che in un primo momento aveva iniziato a raccontare… in fondo i detenuti sui tetti, il fumo, poi i tredici morti, sono cose che fanno notizia. Ma le notizie si bruciano in fretta. Dopo pochi giorni su tutto si stende un velo. Tranne poche eccezioni, di giornalisti ostinati e fuori dal coro, dopo pochi giorni vengono archiviati persino i morti. E, la cosa che più stupisce, è stata mediamente accettata, a proposito delle vittime, la testi dell’”overdose”… che francamente chi appena appena sa qualcosa di carcere non poteva che trovare inaccettabile, quando non tragicamente ridicola. Pensateci un po’… cosa può accadere all’interno delle carceri durante una rivolta, e sappiamo da che parte è la forza… Fra l’altro se fosse stato vero che nel mezzo di una battaglia le persone non trovino di meglio da fare che riempirsi di droga fino a morirne, la notizia sarebbe comunque enorme, da interrogarsi molto…
    Ma non è solo silenzio.
    Quello che ben svela il libro è il ruolo che hanno avuto i media nella costruzione deviata dell’opinione pubblica attraverso un’informazione falsata. Cosa che riesce addirittura a condizionare le scelte politiche e legislative. E penso ai provvedimenti che hanno rimandato in cella persone che legittimamente ne erano state allontanate su provvedimento della magistratura di sorveglianza, per motivi di salute. Dopo la campagna stampa, che ha parlato di un presunto allarme per “300 boss” fuori grazie al covid, rimandate in cella giusto il tempo di morire. Con buona pace dello stato di diritto… Lo ripeto sempre, il carcere è area di sospensione del diritto, e questo lo conferma ancora una volta.
    A proposito di pandemia, in molti si era sperato che, oltre le cose devastanti che ha prodotto, potesse aiutare ad aprire gli occhi, a cambiare qualcosa. Per quanto riguarda il carcere, logica avrebbe voluto che venissero presi provvedimenti non solo sanitari, per contenere la diffusione del virus all’interno degli istituti di pena, ma si pensasse anche a ridurre l’affollamento, limitare e contenere le carcerazioni “inutili”.
    Più del 30 per cento delle persone recluse, lo ricorda Samuele Ciambriello, garante dei detenuti della Campania, ha da scontare pene inferiori ai tre anni, e quindi potrebbero accedere a misure alternative. Ma niente… E pensare che persino l’Iran, che non certo brilla in democrazia, allo scoppiare della pandemia ha subito adottato misure deflattive. Da noi nulla.
    E purtroppo l’informazione mainstream, soffiando sulle paure, non aiuta…
    Noi pensiamo sia cosa che non ci riguardi, e troviamo persino accettabile che ci sia questa sorta di secondo binario su cui viaggia la legislazione anche d’emergenza. Ma questa è cosa che corrode la democrazia. Credo inizieremmo a pensarci se notassimo, come il libro di Sandra Berardi spiega molto bene, che il linguaggio dell’emergenza rivolto a tutti noi fuori ha molte parole d’ordine in comune con il linguaggio carcerario, ed è cosa che non dovrebbe farci stare molto tranquilli…
    Insomma, un libro che fa ben aprire gli occhi…
    Fra l’altro liberamente scaricabile in rete dal sito di Strade Bianche di Stampa Alternativa. Perché, come da sempre, il suo fondatore, Marcello Baraghini, è determinato a fare dell’editoria un servizio fruibile per tutti, e non solo fonte di profitti. E ne siamo convinti anche noi.

    scritto per UltimaVoce

    https://www.ultimavoce.it/il-covid-in-carcere-tra-emergenze-e-menzogne/




    Ieri a Napoli

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    Ieri a Napoli…

    le donne del muro alto…

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    Un appuntamento da non perdere…
    “RAMONA e GIULIETTA”
    Quando l’amore è un pretesto
    Tragicommedia in atto unico
    Mercoledì 20 ottobre, ore 16 Auditorium del MAXXI (via Guido Reni 4A, Roma)

    “In collaborazione con la XVI edizione della Festa del Cinema di Roma, la prima tourneè della compagnia di attrici ex detenute e signore ammesse alle misure alternative alla detenzione della Casa Circondariale Femminile di Rebibbia, farà tappa al Museo Maxxi di Roma.
    Lo spettacolo realizzato dall’ ass. Per Ananke, sostenuto dalla Regione Lazio e Lush, è frutto di un intenso lavoro all’interno della Casa Circondariale Femminile di Rebibbia che l’ass. Per Ananke svolge dal 2013 con la regista Francesca Tricarico. Un lavoro iniziato all’interno dell’istituto, che si è deciso di proseguire anche all’esterno con le attrici ammesse alle misure alternative alla detenzione ed ex detenute per dare continuità a quanto realizzato da e con queste donne in carcere, che attraverso il teatro hanno l’opportunità di confrontarsi con la società esterna nella delicata fase del reinserimento sociale, di far sentire la loro voce.
    La prima tournée per le signore ammesse alle misure alternative che hanno la possibilità di uscire dal proprio domicilio, dove stanno terminando di scontare la pena, per raccontare e raccontarsi attraverso la storia portata in scena. Libere per fare arte, per produrre cultura.
    Ramona e Giulietta è stato in carcere, e forse anche di più all’esterno, l’opportunità di scardinare quello che ancora oggi, e probabilmente più di ieri, è un tabù fuori e dentro le mura carcerarie.
    L’amore tra Ramona e Giulietta, due donne che nonostante i cancelli, le sbarre, i pregiudizi trovano la forza di amarsi e gridare il loro amore. Uno “sfogo” del carcere o un sentimento vero? La domanda che ha accompagnato ossessivamente tutta la fase di allestimento dello spettacolo e lo spettacolo stesso, che ha visto durante la riscrittura dell’opera suddividersi davvero in due fazioni le partecipanti al lavoro. Uno spettacolo scritto e fortemente voluto dalle attrici detenute e dalla regista per raccontare come l’amore, così come il teatro, può divenire e forse lo è sempre stato, pretesto di altro, molto altro. “Quando l’amore è un pretesto”, il sottotitolo scelto, un pretesto per dare sfogo alla rabbia del singolo che diviene rabbia collettiva, un pretesto per raccontare il carcere, un pretesto per interrogarsi su come e quanto il carcere sia una potente lente di ingrandimento della società esterna. Una personale rilettura di una delle più celebri opere shakespeariane da parte delle attrici della casa circondariale femminile di Roma Rebibbia, Le Donne del Muro Alto, co, con la regia di Francesca Tricarico e le musiche di Giulia Anania.
    «Un nuovo lavoro quello con le signore ammesse alle misure alternative ed ex detenute – spiega Francesca Tricarico, regista e coordinatrice del progetto – che vuole accompagnare le nostre attrici nella delicata fase del reinserimento fuori le mura carcerarie, ma soprattutto continuare a far sentire la loro voce attraverso il teatro, protette dal racconto e dai grandi autori, affinché il ponte tra la società esterna e il carcere sia sempre più percorribile. Il teatro è una forma di consapevolezza di sé e dell’altro, della società, per chi lo pratica ma anche per chi lo osserva in
    qualità di spettatore. La forza, l’urgenza, la necessità delle nostre attrici in scena di raccontare, di emozionare ed emozionarsi dimostra che non esiste un noi ed un loro perché il carcere è parte della società. Il teatro è in grado di creare un incontro e confronto dentro e fuori le mura del carcere, per attori e spettatori».

    RAMONA e GIULIETTA
    Testo e Regia Francesca Tricarico
    Musica di e con Giulia Anania
    Con Bruna Arceri, Alessandra Collacciani, Annamaria Repichini,
    Sara Paci, Daniela Ion Sav, Raquel Robaina Tort
    Aiuto regia Chiara Borsella e Sara Paci
    Costumi Marina Sciarelli
    Scenografie Paola Castrignanò
    Produzione Ass. Per Ananke con il sostegno delle Officine di Teatro Sociale della regione Lazio e Lus

    “Posa, posa!”. Eduardo a Positano

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    Appuntamento a Positano, dunque. Il 15 ottobre…
    Ma come nasce questa mostra? Cos’è scoppiato tutto intorno? Ascoltate come ce lo racconta Daniela Morandini…

    “Ho digitalizzato questi negativi quando la pandemia ha imposto di chiudere i teatri e, forse, anche le menti.
    Sono le foto di scena degli ultimi capolavori di Eduardo, 1979-80: Sik Sik, Gennareniello, Il berretto a sonagli. Maschere, sentimenti e voci di dentro che mi hanno accompagnato per quasi cinquant’anni.
    Eppure, rimettere a fuoco questi primi piani mi ha restituito segni che sembravano definitivi.
    Gli eredi De Filippo mi hanno autorizzato ad andare avanti.
    E’ nata quindi l’idea di una mostra a Positano, proprio davanti a questo mare, dove Eduardo, dalla sua isola di Isca, riscrisse in lingua partenopea La tempesta di Shakespeare.
    Mi ha dato fiducia Il Comune della città verticale. Mi ha supportato Peppe Desiderio dell’Associazione Iosiamo, che qui lavora per la bellezza e per la libertà d’espressione. Mi ha sopportato Roberto Staiano, il paziente grafico di Meta, che ha rimediato alle mie incertezze e ai miei errori.
    Insieme abbiamo costruito una mostra che vuole uscire, entrare nelle scuole e riportare nelle classi del Sud un po’ di quella magia che è andata perduta e che i millennial non conoscono.
    A questo progetto e’ arrivato l’abbraccio forte e discreto di chi, negli anni Settanta, ha costruito un capitolo irripetibile della nostra cultura.
    Cantore immenso della tradizione e della napoletanità contemporanea, Peppe Barra non può fare a meno di ripartire da sua madre, Concetta Barra:
    “Quante volte sono andato a vederlo a teatro quando recitava con mamma! Eduardo era un genio con gli occhi da bambino! Ho avuto la fortuna di conoscerlo bene e, anche se non abbiamo lavorato insieme, mi ha lasciato tante emozioni, tanti consigli saggi…Ecco, quelle magie ora sono qui…”
    E pare volerci portare in un cunto Giovanni Mauriello, Fondatore storico della Nuova Compagnia di Canto popolare, e fiabesco interprete delle danze di sfessania, quei balli dionisiaci dei comici dell’arte, che percuotevano, battevano, ripetevano fino all’ossessione

    Uno doie tre quatto
    cinche sei sette otto …
    o Lucia,Lucia,Lucia,Lucia mia
    (anonimo 1799)

    “Chissà perché noi napoletani continuiamo a mettere ‘a carne ‘a sotto i maccarùne ‘a coppa.. – si chiede Mauriello-. Vuol dire che sono saltate le regole, che qualcuno fa qualcosa che non sa fare, che le cose importanti stanno sotto e quelle da poco stanno sopra. Qualcuno di noi se n’è andato, qualcun altro non c’è più. Qui a Napoli siamo creativi, ma non ci sappiamo organizzare, o forse non è più il momento buono…Fatto sta che la rivoluzione della Nuova Compagnia di Canto Popolare è stata svilita…Pensate a quante persone appendono i tamburelli al muro, solo perché fa scic…!.
    E allora mi piacciono questi ritratti di Sik Sik, di Gennareniello , di Ciampa . Questi personaggi ci chiamarono a suonare al San Ferdinando, tra un atto e l’ altro. Eduardo ci aprì le porte per il primo concerto al Festival di Spoleto…E poi Roberto De Simone… La gatta Cenerentola…Mi voleva bene Eduardo…”
    E da allora, tra tammurriate e villanelle, non si è mai fermata Fausta Vetere, la Voce femminile della Nuova Compagnia di Canto Popolare:
    “Sono rimasta l’ultima della NCCP originale, e mi sento molto responsabile. E’ cambiato tutto, ma bisogna insistere a capire, ripensare. Erano gli anni ’70 quando Eduardo ci venne a sentire per la prima volta al Conservatorio, ma se ne andò quasi subito.
    Sono uscito – mi spiegò- perché la gente non ascoltava voi perché c’ero io.”

    Eduardo tornò da quei musicisti al Teatro Esse, esse come sperienza , secondo il linguaggio di Leonardo da Vinci. Qui si muoveva la ricerca di Gennaro Vitiello, la voglia di aprire la cultura della città e di andare oltre la tradizione dialettale.
    “ Siete troppo bravi– continua Fausta Vetere- fuitevenne da Napoli , ci disse Eduardo con tanta amarezza-. Fu lui che ci fece andare al Festival dei Due Mondi e che ci aprì le porte del successo.
    Mi chiamava ‘a signora e, ogni volta che veniva in camerino: mi chiedeva:
    “ Me facite -Donna ‘Sabella?- ”, perché sua moglie si chiamava così, come la principessa di Salerno.
    Sono consapevole di essere l’ultima della vecchia NCCP, ecco perché credo che le vostre foto non siano normali. Dietro alla faccia del Maestro, alla maschera, dietro ad ogni ruga, c’è Napoli, le invasioni, i Borboni, i suoni, i vissuti, le storie. Queste foto scavano dietro…”
    La fiducia che il drammaturgo partenopeo diede a questi musicisti torna ancora più forte nelle parole della sua Compagnia, ora vecchi attori con il fare da galantuomini.
    Lucio Allocca, oggi popolare per un Un posto al sole, quasi si commuove, ci manda una locandina ingiallita e ci racconta:
    “La mattina del debutto di Sabato, domenica e lunedì, nel ’69, all’Eliseo di Roma, Eduardo mi disse:
    Lei oggi cambia personaggio: invece del dottor Cefercola, farà Federico, l’amico del figlio,perché l’altro attore se n’è andato… Tanto la parte la sapete,no…?”
    Quell’attore era Luca della Porta, cioè Luca De Filippo, allora sotto esame, in attesa che il padre gli concedesse il suo nome.
    “Così debuttai – prosegue Allocca con un sorriso di compiacimento-. Eduardo fu contentissimo, mi aumentò la paga ma, soprattutto, fece ristampare subito le locandine con il mio nome. Nessuna pecetta, come quando si sostituisce un attore! Quanta fiducia in quel gesto!”.
    Rimbalzano così i concetti di fiducia e di percezione del tempo. Marzio Honorato, anche lui ora tra i protagonisti di Un posto al sole, aveva ventisette anni, quando entrò nella Compagnia di Eduardo:
    “Ero giovane e, a volte, il Direttore, perché si faceva chiamare così, mi sembrava austero, scostante. Si lavorava e basta. Non mi rendevo conto che stava scartando l’inutile. Ho capito con gli anni cosa significa pulire, non perdere tempo per nulla, togliere il superfluo…Come nelle vostre stampe in bianco e nero”.
    Anche Sergio Solli, giovanissimo nelle foto di Gennareniello di questa mostra, ci parla di rigore e ci ricorda che “ Eduardo, prima di morire, disse:
    E’ stata una vita di sacrificio e di gelo: così si fa il teatro e io così ho fatto, mail cuore ha tremato tutte le sere. Anche stasera mi batte il cuore e continuerà a battere anche quando si sarà fermato.
    Infatti –continua Solli- il cuore di Eduardo continua a battere in tutti i teatri d’Italia e anche qui”.
    Quel modo essenziale di essere lo ribadisce anche Giancarlo Sepe, memore di quando, nel ’77 a Spoleto, si presentò al drammaturgo che, con Nino Rota, stava lavorando alla messa in scena di “Napoli milionaria”. Sepe gli spiegò che il suo piccolo teatro, La Comunità di Roma, stava subendo un processo legato alla vendita delle tessere dell’Associazione culturale, che consentiva l’ingresso a quello spazio.
    “ Cheste so’ cos’e pazze- mi disse solo Eduardo, poi preparò una lettera da leggere in tribunale e tutto finì bene. Io -aggiunge Sepe- ho poi ho messo in scena tante sue commedie… ma non è sufficiente a ricordare la grandezza di chi, insieme con Pirandello, è stato il più grande autore italiano del ‘900”.
    ”E non sottovalutiamo –aggiunge Marisa Laurito- anche quanto Eduardo ha fatto per i ragazzi, soprattutto per quelli a rischio: li chiamava bambini a metà “.
    Le idee si sovrappongono, i ricordi si amplificano, la nostalgia si fonde alla voglia di andare avanti. Con queste foto, sono arrivate emozioni, gratitudine. Abbiamo percepito anche un po’ di pucundria, quell’antico sentire partenopeo che non si può tradurre: solitudine…malinconia…tristezza…
    Ma ci è arrivato forte anche il sentimento urbano di Francesco Limite, un poeta di Napoli:
    “Vedo in copertina la faccia rugosa di Sik Sik: Io c’ero al San Ferdinando, affacciato alla balconata, proteso come a volerla accarezzare quella faccia… Eduardo è stato il mio primo teatro, i primi versi che ho letto..ma questa non è un’ eccezione, soprattutto non lo é per un poeta metropolitano…”

    Daniela Morandini









    Se la legalità si separa dalla moralità…

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    La notizia è per me di quelle difficili da digerire. Mimmo Lucano, il sindaco della Riace fatta rivivere grazie all’inserimento di famiglie di migranti, condannato a 13 anni per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. E vi risparmio il resto. Addirittura, quasi il doppio di quello che aveva chiesto l’accusa… E immagino come si sia sentito “morire dentro” come ha detto, Mimmo Lucano. Lui che si aspettava l’assoluzione.
    Non ho “letto le carte”, e non m’imbarco in questioni di diritto né di politica … ma non riesco a non pensare a quel migliaio di innocenti che finiscono ogni anno in carcere e che per qualcuno sono “cosa fisiologica”… non riesco a non pensare a vicende più o meno famose, più o meno scandalose, più o meno lontane o vicine nel tempo, di condanne in primo grado di persone poi assolte in appello, che la vita si sono ritrovate distrutte. I nomi fateli voi…
    Non riesco a non pensare a questo perché Domenico Lucano io l’avevo conosciuto quando era ancora piuttosto giovane, e da subito molto mi aveva colpito la visione che aveva del mondo, dei rapporti umani, dell’accoglienza, di cosa debba essere una collettività, quando sa proteggere e salvare, salvandosi, anche.
    Lucano l’avevo conosciuto esattamente venti anni fa, quando avevo saputo del progetto di nuova vita che stava nascendo a Riace e… perché non andare a vedere? A Riace, allora, ci andai in vacanza, quando, grazie all’associazione Città Futura, di cui Lucano era fra i fondatori, si stava sviluppando un progetto di “albergo diffuso”. Che è stato un modo per ridare vita alle case lasciate vuote da chi era migrato. Un progetto finanziato da Banca Etica che aveva permesso di risistemare le case che venivano poi affittate ai turisti.
    Domenico Lucano allora non era sindaco, e forse neppure ci pensava, a diventarlo, ma era anima attivissima di quel borgo di origine medievale, sulle alture un po’ all’interno, fra il massiccio montuoso delle Serre calabresi e il mare della costa ionica, lì a pochi chilometri di distanza.
    E i suoi sogni e il suo entusiasmo sembravano incontenibili. E raccontava, raccontava… portandoci in giro fra le strade del borgo, a visitare le nuove piccole botteghe che stavano riaprendo, i laboratori tessili dove già lavoravano le donne che con le loro famiglie erano venute dal mare… Insomma, il battito del suo cuore, pensai allora, sembrava battere al ritmo del cuore risvegliato del suo paese. Aveva, Domenico Lucano, fortissimo, il senso della comunità, e conosceva l’importanza dello spazio pubblico. Di quello accogliente che nelle grandi città abbiamo da tempo dimenticato.
    Ne ho parlato altre volte, e riprendo il vecchio appunto, per ricordare un episodio che mi colpì moltissimo.
    Nel bel mezzo della mia vacanza, una sera al Comune diedero una piccola festa: tutti invitati a brindare, ad assaggiare i prodotti locali, a parlare di quel che Riace stava diventando…
    A un certo punto è entrato nella sala un omino dall’età indefinibile, piuttosto magro e in abiti un po’ larghi e sdruciti, ma che lì subito si è mosso come a casa, servendosi qua e là di poco cibo, senza dire nulla, come chi sa che non era necessario pronunciare parole, ma sempre sorridendo, fra ritrosia e improvvisi attimi d’espansione… Tutti lo hanno salutato con affetto, ognuno aveva per lui una parola… e quell’omino è rimasto con noi fino alla fine della festa. Indecifrabile e sereno.
    “Non fa male a nessuno… E’ il nostro mattarello del villaggio”, aveva detto Domenico guardandolo con affetto”.
    In altra realtà, pensai, e penso tuttora, molto probabilmente quell’uomo avrebbe perso i suoi giorni nella fredda tristezza di luoghi chiusi al mondo. Rinchiuso “per il suo bene”, magari… e per la tranquillità degli altri…
    E invece: “Abita in strada- aveva spiegato Domenico Lucano-. Lo seguiamo un po’ tutti. Lo teniamo d’occhio e lo accudiamo”.
    Bella idea di comunità che tutti sa accogliere, salvare e accudire. Provate a immaginare. E questa idea di comunità, pensai allora e penso ancora, dovrebbe avere un sindaco che ama e vuole vedere crescere la sua città…
    Un visionario mi sembrò in quei giorni Domenico Lucano. Ma continuo a pensare che di visionari ha bisogno il mondo.
    Tutto quello che poi è successo… le accuse, l’allontanamento dal paese, ora il processo, non hanno scalfito l’idea che mi ero fatta di lui, incontrando la sua anima. Della limpidezza del suo sentire, che forse è inciampata in qualche irregolarità, ma che nulla toglie alla generosità e alla bellezza del suo impegno. Che ora si scontra con una macchina fredda e implacabile.
    “Quando la legalità si separa dalla moralità le regole diventano vuote, repressive, diventano strumento d’ingiustizia”, ritornano le parole di Giuseppe Ferraro, filosofo che molto sa di giustizia e carceri e dintorni… Il mio è parere personale e arbitrario, certo, ma non riesco a non vedere, nella sentenza di oggi, il trionfo amaro di tanta fredda legalità… non riesco a non vederci quelle “regole vuote, repressive”, che diventano strumento di quella ingiustizia che per qualcuno sarà pure fisiologica… ma che lascia tanta amarezza.

    (scritto per Ultimavoce … https://www.ultimavoce.it/la-condanna-a-mimmo-lucano-e-frutto-di-regole-vuote-e-fredda-legalita/








    Diversamente in vita

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    dal numero di settembre di Voci di dentro (che invito a leggere tutto), il mio contributo…

    Il corpo, dunque. Seguendo da anni vite prigioniere, il primo pensiero va sempre a quali contorsioni fisiche e spirituali comporta il costringere corpi in condizioni così innaturali come, tanto per cominciare, la limitazione dello spazio. E quando questa condizione ha il tempo infinito della pena dell’ergastolo… E quando, pena nella pena, lo spazio ancor più si restringe fino a condensarsi nel nulla di quella condizione, che non riesco a definire diversamente che non tortura, del 41bis.
    Ma nulla può spiegare meglio delle parole di chi queste pene le subisce.
    “Noi ergastolani prima diventiamo carcerati, poi il carcere. Ecco, non è un luogo comune quando si afferma che diventiamo arredamento del carcere, perché non potrò oppormi a lungo. Prima o poi sarò “il carcere” arrugginirò come il ferro, sarò umido e pieno di muffa come i muri, mi aprirò e mi chiuderò alla stessa ora e morirò ogni volta in un giorno diverso, fin quando esisterà l’ergastolo, fin quando resterà il mio corpo”. Questa è la prima testimonianza, raccolta anni fa, che tutto mi sembrò svelare su un sistema che rende le persone cose. Una rabbrividente costrizione del corpo che non può che presto trasmutare in una più profonda, totalizzante, costrizione psico-fisica.
    E se questo è l’ergastolo di una carcerazione “normale”, immaginate quali deformazioni in regime di 41bis. A partire da quel corpo che, anche volendo e poi potendo, non riesci più a usare. Potrei raccontarvi di persona che, dopo dieci anni di quel regime, mi ha confidato di avere poi impiegato mesi e mesi prima di riuscire anche solo a sfiorare la mano persona cara. Eppure… “poterli toccare, accarezzare, stringerli, tenergli le mani, era per me come fare riserva d’ossigeno”, aveva raccontato altra persona ricordando i colloqui con i familiari che la distanza aveva reso rarissimi…
    Corpi amputati, quando non corpi sottratti al sé.
    “Immaginami dietro un blocco di cemento per quattro persone isolato ermeticamente nel fondo di un pozzo. In questo fondo cella e passeggio hanno in comune la finestra per cui il fazzoletto di cielo del tetto del passeggio si intravede dalla cella. In pratica non ho uno spazio orizzontale verso cui guardare come avviene quando ci si affaccia dai piani “alti”. Di fronte la cella ho la saletta. Cioè faccio un passo ed entro nella saletta (un contenitore profondo che prende luce da uno pseudo lanternino al soffitto), altri due passi ed entro nel passeggio. Chiuso ventidue ore al giorno, sottoposto ad un trattamento paranoico che moltiplica gratuitamente le afflizioni: l’acqua è gialla, e quella potabile la beve solo chi può acquistarla, il vitto è calibrato come da tabella Ministeriale e quindi la quantità è disperante, e si sazia chi può acquistarne biscotti, unico alimento al modello settantadue due… In un luogo privo di stimoli sensoriali in cui gli spazi sono claustrofobici le patologie proliferano, quelle mentali si amplificano e l’instabilità emotiva diviene il denominatore comune della vita psichica.
    In questa realtà della mia salute rimane ben poco; vivo stati di panico continui. La pressione arteriosa è da infarto e non trovo rimedio farmacologico. Purtroppo, non riesco ad adattarmi alla struttura priva di finestra (ma anche i miei compagni non riescono a vivere serenamente). …; ora con quasi ventitré anni di carcere sopravvivo l’ineluttabilità della morte come unica speranza, e questo mi dà serenità.
    La pace mi è restituita dalla fine di ogni sogno perché non ho nessun poetico luogo mentale che non sia stato crudelmente profanato. Questa è la mia forza”.
    Questo scriveva appena arrivato, nel luglio del 2015, nel carcere di Bancali, a Sassari, Davide Emmanuello, ora al ventiseiesimo anno di 41 bis, la cui vicenda da anni cerco di seguire.
    Le sue parole mi riportano a un libro di riflessione e riflessioni su ogni tipo di reclusione, Il bosco di Bistorco (edito anni fa da sensibili alle Foglie, a firma di Renato Curcio, Nicola Valentino e Stefano Petrelli)), che parte dalla convinzione che la forza di vivere abbia bisogno della “capacità del corpo di cavalcare nei territori degli stati modificati”, e quindi si immagina il prigioniero come persona che, oltre che nel luogo di reclusione, abbia anche posti dell’altrove dove il cuore lo porta.
    Fra l’altro vi si legge che nelle chiese e nei monasteri cristiani l’icona, posta sempre in alto, guida lo sguardo verso l’Altissimo. E’ una tecnica d’induzione di trance centrata sulla torsione in alto degli occhi. La preghiera contemplativa che così si effettua, si spiega, “consente ai mistici di evadere dalla prigione del corpo, dalla prigione del mondo entrando in comunione con Dio”..
    Non so quanto Emmanuello sia in comunione con Dio, che pure cita spesso, ma appunto ancora queste sue riflessioni:
    “La bibbia racconta che Dio chiese a Caino: dov’è tuo fratello? Oggi se lo stesso Dio incontrasse un uomo che tiene prigioniero sepolto qui a Bancali un recluso, resterebbe di sasso a constatare che non è Caino, ma Abele a seppellire il proprio fratello… Ciò che infine dobbiamo ricordarci sempre è che la sofferenza non è altro che ciò che ciascuno fa del proprio dolore. Noi sappiamo fare di questo dolore la storia di uomini che trascendono dalla propria realtà dando senso a ciò che si oggettiva spiritualmente. Così il non vivere non vince la serenità che conquistiamo ogni giorno…”
    Non sarà un mistico Emmanuello, ma come non pensare alla torsione dello sguardo verso l’alto, se l’unica luce che riceve il corpo è quella che “arriva da uno pseudo lanternino sul soffitto”, in spazi ridotti e claustrofobici, ordinati in senso verticale, cosicché allo sguardo è tolto ogni orizzonte… Pensando al tratto di cielo che “vedo alzandolo sguardo in verticale nello spazio del passeggio”, mi chiedo quanti e quali posti dell’altrove, per evadere dalla tremenda prigione che può diventare il corpo.


    Giù il berretto

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    Maro Trudu, condannato per sequestro di persona, ha trascorso la sua vita in carcere. A liberarlo, dopo 41 (quarantuno) anni è stata la morte. Morte ingiusta e crudele: Mario era alla fine gravemente malato e gli è stato concesso di uscire solo il tempo di qualche giorno in ospedale, per subito morire, senza poter rivedere neanche per un istante la sua casa. Perché Mario era un “ostativo”, con condanna senza spiragli perché non era stato collaboratore di giustizia. Oggi la Corte Costituzionale rileva l’incostituzionalità dell’ergastolo ostativo. E suona ora come una beffa, se al suo contestare l’insensatezza di una pena che viola lo spirito della nostra Costituzione sempre gli si è opposto un muro invalicabile di “no”. Ho seguito gli ultimi dieci anni della vita prigioniera di Mario. Eravamo diventati amici. Dieci anni quando possibile di incontri, dieci anni, soprattutto, di lettere e lettere. Spesso erano “compiti” che mi dava, pensieri e documenti da diffondere per portare fuori la sua voce, a volte erano invettive, a volte ricordi… pagine che tutte, con scrittura di rara forza, raccontano il suo mai interrotto corpo a corpo con l’Ingiustizia. Come questa lettera, che pure inizia con un tenerissimo moto di riguardo nei miei confronti, che ancora mi commuove… “Gentilissima amica, voglio distrarti un po’ dal tuo lavoro, riposati un po’… ti racconto una storia…” . Mario era un narratore formidabile…

    Ascoltate quanto mi ha scritto Natalino Piras (scrittore che da quando ha conosciuto gli scritti di Mario, sempre li ha accompagnati col suo sguardo) quando ho condiviso con lui le pagine che leggerete…

    “Un racconto straordinario per il contesto e per la capacità di intessere il presente di una cella carceraria con le voci di memoria, quella della madre su tutte, e le digressioni sulla civiltà/inciviltà del computer, il suo fermare il tempo perché l’ingiustizia continui a prevalere. Per chi lo conosce, la cifra e il valore narrativo di Mario Trudu sono elementi ormai acquisiti, il suo linguaggio insieme diretto, graffiante, inquisitorio, alla maniera sciasciana, ma pure dentro “s’anticu affettu chi non morit mai”, quello per le cose e soprattutto per persone che una volta entrate e riconosciute amiche non vanno mai via. Un’amicizia, quella che Mario nutre per te, al suo massimo grado di rappresentabilità, senza infingimenti e senza necessità di traduzioni. Così come non hanno bisogno di traduzione i passaggi in sardo subito esplicati in un italiano tanto petroso quanto fluido: nella doppia valenza del berretto, da mettere e levare, diverso dal cappello, roba da signori. 

    Per me è sorprendente ritrovare in questa lettera di un ergastolano fine pena mai a un’amica la struttura portante del pamphlet, pubblicato postumo, “Il villaggio elettronico” di Michelangelo Pira che profetizza l’avvento di internet a partire dai “segni/sinnos” dalla società pastorale estensibili a tutto il resto del mondo, la ramificazione del locale/globale con il proprio centro di emanazione al centro.

    E pure ci vedo questo verso del premio Nobel irlandese Seamus Heaney : “Il mio corpo era alfabeto Braille”. Rende bene anche in sardo: “Su corpus meu est alfabeto Braille”. Nessuna cecità che non possa essere superata. Tranne quella dei giudici e degli inquisitori che Mario Trudu tengono in carcere, continuando a deprivarlo del bene primario della libertà”.…

    Credo sia il momento, a due anni dalla morte di Mario Trudu, di iniziare a tirarle un po’ fuori, queste sue lettere-racconti-invettive. Per onorare la nostra amicizia, la sua memoria, la sua battaglia infinita…

    leggete, liberamente scaricabile da Strade Bianche …

    http://www.stradebianchelibri.com/trudu-mario—giu-il-berretto.html

    Eduardo artefice magico

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    E mi sono davvero emozionata quando, scorrendo il catalogo, ho visto questa foto… ché copia uguale Daniela mi regalò anni fa. Da allora è, poggiata al computer, al centro della mia scrivania… la guardo, e mi sento a casa… che ha la voce delle cose e dei pensieri con cui sono cresciuta…
    “Non ci vuole niente, sa, signora mia, non s’allarmi! Niente ci vuole a far la pazza, creda a me! Gliel’insegno io come si fa. Basta che Lei si metta a gridare in faccia a tutti la verità…”
    Non sentite anche voi?
    Grazie Daniela!

    “Eduardo artefice magico”, la mostra delle foto di Daniela Morandini sul teatro di Eduardo de Filippo dal 15 ottobre al 2 novembre. Sala dell’ufficio cultura e turismo, viale Regina Giovanna, 13 – Positano.
    e se intanto volete saperne di più, l’articolo di Elisa Guida… https://www.laltrariva.net/posa-posa-eduardo-a-positano/