Appuntamento a Positano, dunque. Il 15 ottobre…
Ma come nasce questa mostra? Cos’è scoppiato tutto intorno? Ascoltate come ce lo racconta Daniela Morandini…
“Ho digitalizzato questi negativi quando la pandemia ha imposto di chiudere i teatri e, forse, anche le menti.
Sono le foto di scena degli ultimi capolavori di Eduardo, 1979-80: Sik Sik, Gennareniello, Il berretto a sonagli. Maschere, sentimenti e voci di dentro che mi hanno accompagnato per quasi cinquant’anni.
Eppure, rimettere a fuoco questi primi piani mi ha restituito segni che sembravano definitivi.
Gli eredi De Filippo mi hanno autorizzato ad andare avanti.
E’ nata quindi l’idea di una mostra a Positano, proprio davanti a questo mare, dove Eduardo, dalla sua isola di Isca, riscrisse in lingua partenopea La tempesta di Shakespeare.
Mi ha dato fiducia Il Comune della città verticale. Mi ha supportato Peppe Desiderio dell’Associazione Iosiamo, che qui lavora per la bellezza e per la libertà d’espressione. Mi ha sopportato Roberto Staiano, il paziente grafico di Meta, che ha rimediato alle mie incertezze e ai miei errori.
Insieme abbiamo costruito una mostra che vuole uscire, entrare nelle scuole e riportare nelle classi del Sud un po’ di quella magia che è andata perduta e che i millennial non conoscono.
A questo progetto e’ arrivato l’abbraccio forte e discreto di chi, negli anni Settanta, ha costruito un capitolo irripetibile della nostra cultura.
Cantore immenso della tradizione e della napoletanità contemporanea, Peppe Barra non può fare a meno di ripartire da sua madre, Concetta Barra:
“Quante volte sono andato a vederlo a teatro quando recitava con mamma! Eduardo era un genio con gli occhi da bambino! Ho avuto la fortuna di conoscerlo bene e, anche se non abbiamo lavorato insieme, mi ha lasciato tante emozioni, tanti consigli saggi…Ecco, quelle magie ora sono qui…”
E pare volerci portare in un cunto Giovanni Mauriello, Fondatore storico della Nuova Compagnia di Canto popolare, e fiabesco interprete delle danze di sfessania, quei balli dionisiaci dei comici dell’arte, che percuotevano, battevano, ripetevano fino all’ossessione
Uno doie tre quatto
cinche sei sette otto …
o Lucia,Lucia,Lucia,Lucia mia
(anonimo 1799)
“Chissà perché noi napoletani continuiamo a mettere ‘a carne ‘a sotto i maccarùne ‘a coppa.. – si chiede Mauriello-. Vuol dire che sono saltate le regole, che qualcuno fa qualcosa che non sa fare, che le cose importanti stanno sotto e quelle da poco stanno sopra. Qualcuno di noi se n’è andato, qualcun altro non c’è più. Qui a Napoli siamo creativi, ma non ci sappiamo organizzare, o forse non è più il momento buono…Fatto sta che la rivoluzione della Nuova Compagnia di Canto Popolare è stata svilita…Pensate a quante persone appendono i tamburelli al muro, solo perché fa scic…!.
E allora mi piacciono questi ritratti di Sik Sik, di Gennareniello , di Ciampa . Questi personaggi ci chiamarono a suonare al San Ferdinando, tra un atto e l’ altro. Eduardo ci aprì le porte per il primo concerto al Festival di Spoleto…E poi Roberto De Simone… La gatta Cenerentola…Mi voleva bene Eduardo…”
E da allora, tra tammurriate e villanelle, non si è mai fermata Fausta Vetere, la Voce femminile della Nuova Compagnia di Canto Popolare:
“Sono rimasta l’ultima della NCCP originale, e mi sento molto responsabile. E’ cambiato tutto, ma bisogna insistere a capire, ripensare. Erano gli anni ’70 quando Eduardo ci venne a sentire per la prima volta al Conservatorio, ma se ne andò quasi subito.
Sono uscito – mi spiegò- perché la gente non ascoltava voi perché c’ero io.”
Eduardo tornò da quei musicisti al Teatro Esse, esse come sperienza , secondo il linguaggio di Leonardo da Vinci. Qui si muoveva la ricerca di Gennaro Vitiello, la voglia di aprire la cultura della città e di andare oltre la tradizione dialettale.
“ Siete troppo bravi– continua Fausta Vetere- fuitevenne da Napoli , ci disse Eduardo con tanta amarezza-. Fu lui che ci fece andare al Festival dei Due Mondi e che ci aprì le porte del successo.
Mi chiamava ‘a signora e, ogni volta che veniva in camerino: mi chiedeva:
“ Me facite -Donna ‘Sabella?- ”, perché sua moglie si chiamava così, come la principessa di Salerno.
Sono consapevole di essere l’ultima della vecchia NCCP, ecco perché credo che le vostre foto non siano normali. Dietro alla faccia del Maestro, alla maschera, dietro ad ogni ruga, c’è Napoli, le invasioni, i Borboni, i suoni, i vissuti, le storie. Queste foto scavano dietro…”
La fiducia che il drammaturgo partenopeo diede a questi musicisti torna ancora più forte nelle parole della sua Compagnia, ora vecchi attori con il fare da galantuomini.
Lucio Allocca, oggi popolare per un Un posto al sole, quasi si commuove, ci manda una locandina ingiallita e ci racconta:
“La mattina del debutto di Sabato, domenica e lunedì, nel ’69, all’Eliseo di Roma, Eduardo mi disse:
Lei oggi cambia personaggio: invece del dottor Cefercola, farà Federico, l’amico del figlio,perché l’altro attore se n’è andato… Tanto la parte la sapete,no…?”
Quell’attore era Luca della Porta, cioè Luca De Filippo, allora sotto esame, in attesa che il padre gli concedesse il suo nome.
“Così debuttai – prosegue Allocca con un sorriso di compiacimento-. Eduardo fu contentissimo, mi aumentò la paga ma, soprattutto, fece ristampare subito le locandine con il mio nome. Nessuna pecetta, come quando si sostituisce un attore! Quanta fiducia in quel gesto!”.
Rimbalzano così i concetti di fiducia e di percezione del tempo. Marzio Honorato, anche lui ora tra i protagonisti di Un posto al sole, aveva ventisette anni, quando entrò nella Compagnia di Eduardo:
“Ero giovane e, a volte, il Direttore, perché si faceva chiamare così, mi sembrava austero, scostante. Si lavorava e basta. Non mi rendevo conto che stava scartando l’inutile. Ho capito con gli anni cosa significa pulire, non perdere tempo per nulla, togliere il superfluo…Come nelle vostre stampe in bianco e nero”.
Anche Sergio Solli, giovanissimo nelle foto di Gennareniello di questa mostra, ci parla di rigore e ci ricorda che “ Eduardo, prima di morire, disse:
E’ stata una vita di sacrificio e di gelo: così si fa il teatro e io così ho fatto, mail cuore ha tremato tutte le sere. Anche stasera mi batte il cuore e continuerà a battere anche quando si sarà fermato.
Infatti –continua Solli- il cuore di Eduardo continua a battere in tutti i teatri d’Italia e anche qui”.
Quel modo essenziale di essere lo ribadisce anche Giancarlo Sepe, memore di quando, nel ’77 a Spoleto, si presentò al drammaturgo che, con Nino Rota, stava lavorando alla messa in scena di “Napoli milionaria”. Sepe gli spiegò che il suo piccolo teatro, La Comunità di Roma, stava subendo un processo legato alla vendita delle tessere dell’Associazione culturale, che consentiva l’ingresso a quello spazio.
“ Cheste so’ cos’e pazze- mi disse solo Eduardo, poi preparò una lettera da leggere in tribunale e tutto finì bene. Io -aggiunge Sepe- ho poi ho messo in scena tante sue commedie… ma non è sufficiente a ricordare la grandezza di chi, insieme con Pirandello, è stato il più grande autore italiano del ‘900”.
”E non sottovalutiamo –aggiunge Marisa Laurito- anche quanto Eduardo ha fatto per i ragazzi, soprattutto per quelli a rischio: li chiamava bambini a metà “.
Le idee si sovrappongono, i ricordi si amplificano, la nostalgia si fonde alla voglia di andare avanti. Con queste foto, sono arrivate emozioni, gratitudine. Abbiamo percepito anche un po’ di pucundria, quell’antico sentire partenopeo che non si può tradurre: solitudine…malinconia…tristezza…
Ma ci è arrivato forte anche il sentimento urbano di Francesco Limite, un poeta di Napoli:
“Vedo in copertina la faccia rugosa di Sik Sik: Io c’ero al San Ferdinando, affacciato alla balconata, proteso come a volerla accarezzare quella faccia… Eduardo è stato il mio primo teatro, i primi versi che ho letto..ma questa non è un’ eccezione, soprattutto non lo é per un poeta metropolitano…”
Daniela Morandini
“Posa, posa!”. Eduardo a Positano
Se la legalità si separa dalla moralità…
La notizia è per me di quelle difficili da digerire. Mimmo Lucano, il sindaco della Riace fatta rivivere grazie all’inserimento di famiglie di migranti, condannato a 13 anni per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. E vi risparmio il resto. Addirittura, quasi il doppio di quello che aveva chiesto l’accusa… E immagino come si sia sentito “morire dentro” come ha detto, Mimmo Lucano. Lui che si aspettava l’assoluzione.
Non ho “letto le carte”, e non m’imbarco in questioni di diritto né di politica … ma non riesco a non pensare a quel migliaio di innocenti che finiscono ogni anno in carcere e che per qualcuno sono “cosa fisiologica”… non riesco a non pensare a vicende più o meno famose, più o meno scandalose, più o meno lontane o vicine nel tempo, di condanne in primo grado di persone poi assolte in appello, che la vita si sono ritrovate distrutte. I nomi fateli voi…
Non riesco a non pensare a questo perché Domenico Lucano io l’avevo conosciuto quando era ancora piuttosto giovane, e da subito molto mi aveva colpito la visione che aveva del mondo, dei rapporti umani, dell’accoglienza, di cosa debba essere una collettività, quando sa proteggere e salvare, salvandosi, anche.
Lucano l’avevo conosciuto esattamente venti anni fa, quando avevo saputo del progetto di nuova vita che stava nascendo a Riace e… perché non andare a vedere? A Riace, allora, ci andai in vacanza, quando, grazie all’associazione Città Futura, di cui Lucano era fra i fondatori, si stava sviluppando un progetto di “albergo diffuso”. Che è stato un modo per ridare vita alle case lasciate vuote da chi era migrato. Un progetto finanziato da Banca Etica che aveva permesso di risistemare le case che venivano poi affittate ai turisti.
Domenico Lucano allora non era sindaco, e forse neppure ci pensava, a diventarlo, ma era anima attivissima di quel borgo di origine medievale, sulle alture un po’ all’interno, fra il massiccio montuoso delle Serre calabresi e il mare della costa ionica, lì a pochi chilometri di distanza.
E i suoi sogni e il suo entusiasmo sembravano incontenibili. E raccontava, raccontava… portandoci in giro fra le strade del borgo, a visitare le nuove piccole botteghe che stavano riaprendo, i laboratori tessili dove già lavoravano le donne che con le loro famiglie erano venute dal mare… Insomma, il battito del suo cuore, pensai allora, sembrava battere al ritmo del cuore risvegliato del suo paese. Aveva, Domenico Lucano, fortissimo, il senso della comunità, e conosceva l’importanza dello spazio pubblico. Di quello accogliente che nelle grandi città abbiamo da tempo dimenticato.
Ne ho parlato altre volte, e riprendo il vecchio appunto, per ricordare un episodio che mi colpì moltissimo.
Nel bel mezzo della mia vacanza, una sera al Comune diedero una piccola festa: tutti invitati a brindare, ad assaggiare i prodotti locali, a parlare di quel che Riace stava diventando…
A un certo punto è entrato nella sala un omino dall’età indefinibile, piuttosto magro e in abiti un po’ larghi e sdruciti, ma che lì subito si è mosso come a casa, servendosi qua e là di poco cibo, senza dire nulla, come chi sa che non era necessario pronunciare parole, ma sempre sorridendo, fra ritrosia e improvvisi attimi d’espansione… Tutti lo hanno salutato con affetto, ognuno aveva per lui una parola… e quell’omino è rimasto con noi fino alla fine della festa. Indecifrabile e sereno.
“Non fa male a nessuno… E’ il nostro mattarello del villaggio”, aveva detto Domenico guardandolo con affetto”.
In altra realtà, pensai, e penso tuttora, molto probabilmente quell’uomo avrebbe perso i suoi giorni nella fredda tristezza di luoghi chiusi al mondo. Rinchiuso “per il suo bene”, magari… e per la tranquillità degli altri…
E invece: “Abita in strada- aveva spiegato Domenico Lucano-. Lo seguiamo un po’ tutti. Lo teniamo d’occhio e lo accudiamo”.
Bella idea di comunità che tutti sa accogliere, salvare e accudire. Provate a immaginare. E questa idea di comunità, pensai allora e penso ancora, dovrebbe avere un sindaco che ama e vuole vedere crescere la sua città…
Un visionario mi sembrò in quei giorni Domenico Lucano. Ma continuo a pensare che di visionari ha bisogno il mondo.
Tutto quello che poi è successo… le accuse, l’allontanamento dal paese, ora il processo, non hanno scalfito l’idea che mi ero fatta di lui, incontrando la sua anima. Della limpidezza del suo sentire, che forse è inciampata in qualche irregolarità, ma che nulla toglie alla generosità e alla bellezza del suo impegno. Che ora si scontra con una macchina fredda e implacabile.
“Quando la legalità si separa dalla moralità le regole diventano vuote, repressive, diventano strumento d’ingiustizia”, ritornano le parole di Giuseppe Ferraro, filosofo che molto sa di giustizia e carceri e dintorni… Il mio è parere personale e arbitrario, certo, ma non riesco a non vedere, nella sentenza di oggi, il trionfo amaro di tanta fredda legalità… non riesco a non vederci quelle “regole vuote, repressive”, che diventano strumento di quella ingiustizia che per qualcuno sarà pure fisiologica… ma che lascia tanta amarezza.
(scritto per Ultimavoce … https://www.ultimavoce.it/la-condanna-a-mimmo-lucano-e-frutto-di-regole-vuote-e-fredda-legalita/
Diversamente in vita
dal numero di settembre di Voci di dentro (che invito a leggere tutto), il mio contributo…
Il corpo, dunque. Seguendo da anni vite prigioniere, il primo pensiero va sempre a quali contorsioni fisiche e spirituali comporta il costringere corpi in condizioni così innaturali come, tanto per cominciare, la limitazione dello spazio. E quando questa condizione ha il tempo infinito della pena dell’ergastolo… E quando, pena nella pena, lo spazio ancor più si restringe fino a condensarsi nel nulla di quella condizione, che non riesco a definire diversamente che non tortura, del 41bis.
Ma nulla può spiegare meglio delle parole di chi queste pene le subisce.
“Noi ergastolani prima diventiamo carcerati, poi il carcere. Ecco, non è un luogo comune quando si afferma che diventiamo arredamento del carcere, perché non potrò oppormi a lungo. Prima o poi sarò “il carcere” arrugginirò come il ferro, sarò umido e pieno di muffa come i muri, mi aprirò e mi chiuderò alla stessa ora e morirò ogni volta in un giorno diverso, fin quando esisterà l’ergastolo, fin quando resterà il mio corpo”. Questa è la prima testimonianza, raccolta anni fa, che tutto mi sembrò svelare su un sistema che rende le persone cose. Una rabbrividente costrizione del corpo che non può che presto trasmutare in una più profonda, totalizzante, costrizione psico-fisica.
E se questo è l’ergastolo di una carcerazione “normale”, immaginate quali deformazioni in regime di 41bis. A partire da quel corpo che, anche volendo e poi potendo, non riesci più a usare. Potrei raccontarvi di persona che, dopo dieci anni di quel regime, mi ha confidato di avere poi impiegato mesi e mesi prima di riuscire anche solo a sfiorare la mano persona cara. Eppure… “poterli toccare, accarezzare, stringerli, tenergli le mani, era per me come fare riserva d’ossigeno”, aveva raccontato altra persona ricordando i colloqui con i familiari che la distanza aveva reso rarissimi…
Corpi amputati, quando non corpi sottratti al sé.
“Immaginami dietro un blocco di cemento per quattro persone isolato ermeticamente nel fondo di un pozzo. In questo fondo cella e passeggio hanno in comune la finestra per cui il fazzoletto di cielo del tetto del passeggio si intravede dalla cella. In pratica non ho uno spazio orizzontale verso cui guardare come avviene quando ci si affaccia dai piani “alti”. Di fronte la cella ho la saletta. Cioè faccio un passo ed entro nella saletta (un contenitore profondo che prende luce da uno pseudo lanternino al soffitto), altri due passi ed entro nel passeggio. Chiuso ventidue ore al giorno, sottoposto ad un trattamento paranoico che moltiplica gratuitamente le afflizioni: l’acqua è gialla, e quella potabile la beve solo chi può acquistarla, il vitto è calibrato come da tabella Ministeriale e quindi la quantità è disperante, e si sazia chi può acquistarne biscotti, unico alimento al modello settantadue due… In un luogo privo di stimoli sensoriali in cui gli spazi sono claustrofobici le patologie proliferano, quelle mentali si amplificano e l’instabilità emotiva diviene il denominatore comune della vita psichica.
In questa realtà della mia salute rimane ben poco; vivo stati di panico continui. La pressione arteriosa è da infarto e non trovo rimedio farmacologico. Purtroppo, non riesco ad adattarmi alla struttura priva di finestra (ma anche i miei compagni non riescono a vivere serenamente). …; ora con quasi ventitré anni di carcere sopravvivo l’ineluttabilità della morte come unica speranza, e questo mi dà serenità.
La pace mi è restituita dalla fine di ogni sogno perché non ho nessun poetico luogo mentale che non sia stato crudelmente profanato. Questa è la mia forza”.
Questo scriveva appena arrivato, nel luglio del 2015, nel carcere di Bancali, a Sassari, Davide Emmanuello, ora al ventiseiesimo anno di 41 bis, la cui vicenda da anni cerco di seguire.
Le sue parole mi riportano a un libro di riflessione e riflessioni su ogni tipo di reclusione, Il bosco di Bistorco (edito anni fa da sensibili alle Foglie, a firma di Renato Curcio, Nicola Valentino e Stefano Petrelli)), che parte dalla convinzione che la forza di vivere abbia bisogno della “capacità del corpo di cavalcare nei territori degli stati modificati”, e quindi si immagina il prigioniero come persona che, oltre che nel luogo di reclusione, abbia anche posti dell’altrove dove il cuore lo porta.
Fra l’altro vi si legge che nelle chiese e nei monasteri cristiani l’icona, posta sempre in alto, guida lo sguardo verso l’Altissimo. E’ una tecnica d’induzione di trance centrata sulla torsione in alto degli occhi. La preghiera contemplativa che così si effettua, si spiega, “consente ai mistici di evadere dalla prigione del corpo, dalla prigione del mondo entrando in comunione con Dio”..
Non so quanto Emmanuello sia in comunione con Dio, che pure cita spesso, ma appunto ancora queste sue riflessioni:
“La bibbia racconta che Dio chiese a Caino: dov’è tuo fratello? Oggi se lo stesso Dio incontrasse un uomo che tiene prigioniero sepolto qui a Bancali un recluso, resterebbe di sasso a constatare che non è Caino, ma Abele a seppellire il proprio fratello… Ciò che infine dobbiamo ricordarci sempre è che la sofferenza non è altro che ciò che ciascuno fa del proprio dolore. Noi sappiamo fare di questo dolore la storia di uomini che trascendono dalla propria realtà dando senso a ciò che si oggettiva spiritualmente. Così il non vivere non vince la serenità che conquistiamo ogni giorno…”
Non sarà un mistico Emmanuello, ma come non pensare alla torsione dello sguardo verso l’alto, se l’unica luce che riceve il corpo è quella che “arriva da uno pseudo lanternino sul soffitto”, in spazi ridotti e claustrofobici, ordinati in senso verticale, cosicché allo sguardo è tolto ogni orizzonte… Pensando al tratto di cielo che “vedo alzandolo sguardo in verticale nello spazio del passeggio”, mi chiedo quanti e quali posti dell’altrove, per evadere dalla tremenda prigione che può diventare il corpo.
Giù il berretto
Maro Trudu, condannato per sequestro di persona, ha trascorso la sua vita in carcere. A liberarlo, dopo 41 (quarantuno) anni è stata la morte. Morte ingiusta e crudele: Mario era alla fine gravemente malato e gli è stato concesso di uscire solo il tempo di qualche giorno in ospedale, per subito morire, senza poter rivedere neanche per un istante la sua casa. Perché Mario era un “ostativo”, con condanna senza spiragli perché non era stato collaboratore di giustizia. Oggi la Corte Costituzionale rileva l’incostituzionalità dell’ergastolo ostativo. E suona ora come una beffa, se al suo contestare l’insensatezza di una pena che viola lo spirito della nostra Costituzione sempre gli si è opposto un muro invalicabile di “no”. Ho seguito gli ultimi dieci anni della vita prigioniera di Mario. Eravamo diventati amici. Dieci anni quando possibile di incontri, dieci anni, soprattutto, di lettere e lettere. Spesso erano “compiti” che mi dava, pensieri e documenti da diffondere per portare fuori la sua voce, a volte erano invettive, a volte ricordi… pagine che tutte, con scrittura di rara forza, raccontano il suo mai interrotto corpo a corpo con l’Ingiustizia. Come questa lettera, che pure inizia con un tenerissimo moto di riguardo nei miei confronti, che ancora mi commuove… “Gentilissima amica, voglio distrarti un po’ dal tuo lavoro, riposati un po’… ti racconto una storia…” . Mario era un narratore formidabile…
Ascoltate quanto mi ha scritto Natalino Piras (scrittore che da quando ha conosciuto gli scritti di Mario, sempre li ha accompagnati col suo sguardo) quando ho condiviso con lui le pagine che leggerete…
“Un racconto straordinario per il contesto e per la capacità di intessere il presente di una cella carceraria con le voci di memoria, quella della madre su tutte, e le digressioni sulla civiltà/inciviltà del computer, il suo fermare il tempo perché l’ingiustizia continui a prevalere. Per chi lo conosce, la cifra e il valore narrativo di Mario Trudu sono elementi ormai acquisiti, il suo linguaggio insieme diretto, graffiante, inquisitorio, alla maniera sciasciana, ma pure dentro “s’anticu affettu chi non morit mai”, quello per le cose e soprattutto per persone che una volta entrate e riconosciute amiche non vanno mai via. Un’amicizia, quella che Mario nutre per te, al suo massimo grado di rappresentabilità, senza infingimenti e senza necessità di traduzioni. Così come non hanno bisogno di traduzione i passaggi in sardo subito esplicati in un italiano tanto petroso quanto fluido: nella doppia valenza del berretto, da mettere e levare, diverso dal cappello, roba da signori.
Per me è sorprendente ritrovare in questa lettera di un ergastolano fine pena mai a un’amica la struttura portante del pamphlet, pubblicato postumo, “Il villaggio elettronico” di Michelangelo Pira che profetizza l’avvento di internet a partire dai “segni/sinnos” dalla società pastorale estensibili a tutto il resto del mondo, la ramificazione del locale/globale con il proprio centro di emanazione al centro.
E pure ci vedo questo verso del premio Nobel irlandese Seamus Heaney : “Il mio corpo era alfabeto Braille”. Rende bene anche in sardo: “Su corpus meu est alfabeto Braille”. Nessuna cecità che non possa essere superata. Tranne quella dei giudici e degli inquisitori che Mario Trudu tengono in carcere, continuando a deprivarlo del bene primario della libertà”.…
Credo sia il momento, a due anni dalla morte di Mario Trudu, di iniziare a tirarle un po’ fuori, queste sue lettere-racconti-invettive. Per onorare la nostra amicizia, la sua memoria, la sua battaglia infinita…
leggete, liberamente scaricabile da Strade Bianche …
http://www.stradebianchelibri.com/trudu-mario—giu-il-berretto.html
Eduardo artefice magico
E mi sono davvero emozionata quando, scorrendo il catalogo, ho visto questa foto… ché copia uguale Daniela mi regalò anni fa. Da allora è, poggiata al computer, al centro della mia scrivania… la guardo, e mi sento a casa… che ha la voce delle cose e dei pensieri con cui sono cresciuta…
“Non ci vuole niente, sa, signora mia, non s’allarmi! Niente ci vuole a far la pazza, creda a me! Gliel’insegno io come si fa. Basta che Lei si metta a gridare in faccia a tutti la verità…”
Non sentite anche voi?
Grazie Daniela!
“Eduardo artefice magico”, la mostra delle foto di Daniela Morandini sul teatro di Eduardo de Filippo dal 15 ottobre al 2 novembre. Sala dell’ufficio cultura e turismo, viale Regina Giovanna, 13 – Positano.
e se intanto volete saperne di più, l’articolo di Elisa Guida… https://www.laltrariva.net/posa-posa-eduardo-a-positano/
Caserta Decida
Quando mi hanno detto che a Caserta c’è un candidato sindaco di 27 anni, da emigrata dalla mia città al nord del Garigliano quando neppure avevo la sua età, ho sentito il cuore già un po’ cominciare a battere… e sono subito andata a cercare di saperne di più, di Raffaele Giovine, questo giovane uomo che, a capo di Caserta Decide, affronta una sfida non da poco.
Spulciando qua e là, ho letto della sua vita fra movimento e volontariato, ho ascoltato alcuni suoi interventi…
Beh, notevole. Tanto per cominciare, per la freschezza. Quasi un sogno…
Poi subito, la prima cosa che viene in mente è un richiamo a quello straordinario “ottimismo della pratica” che Basaglia opponeva al “pessimismo della ragione”, quel “cambiare il mondo attraverso il nostro specifico”, proponendo quei cambiamenti radicali che solo dalla capacità di immaginare il futuro possono nascere. E Raffaele Giovine di questa capacità di immaginare il futuro, un futuro radicalmente nuovo, ne ha davvero molta. Un’immaginazione che ha basi solidissime.
Mi sembra dica molto, su questa sua capacità, la vicenda di Villa Giaquinto, che a Caserta penso tutti conoscano. L’aver restituito a suo tempo alla città uno spazio pubblico che rinasce dall’abbandono, grazie alla volontà del fare. E mi sembra abbia, quella vicenda, quasi i termini di una parabola. Parabola della rinascita… a cominciare dall’albero caduto e dall’accetta e poi dalla motosega offerti da due cittadini ben lieti che qualcuno iniziasse a occuparsi del parco, fino alla rete di persone che piano piano si è coagulata intorno a chi ha saputo immaginare la rinascita di uno spazio pubblico che sembrava perso, cosa che pure era evidentemente desiderio di molti.
Parabola anche dell’ottusità di chi a questo ha provato a opporsi: verrebbe da ridere, se non venisse piuttosto da piangere, leggendo di quanto la burocrazia si è ingegnata per ostacolare in qualche modo quel progetto che proponeva un metodo-linguaggio nuovo e forse proprio per questo “pericolosamente rivoluzionario”. A cominciare dalla denuncia per “furto di legna” che per prima è arrivata…
In nuce, in questa storia, mi sembra ci siano anche alcuni punti cardini del progetto che il giovane candidato sindaco ha per la sua città, come il recupero della tradizione degli usi civici… e perché non affidare il patrimonio dismesso di Caserta, i beni confiscati alle mafie, a cooperative di giovani che possano farne un impegno sociale… questi giovani cui tanti “no” sono stati opposti nel tempo…
E racconta bene, quel che è accaduto intorno a Villa Giaquinto, anche un’idea bellissima che Raffaele Giovine ha di sé: un sé che non è mai “io”, ma è sempre un “noi”.
Ascoltando i suoi progetti, viene da pensare all’idea della “città che cura”, che è partecipare insieme, da ruoli e professioni diverse, a un progetto che poi diventa patrimonio collettivo. Ancora l’idea di una pratica che nasce dal pensiero di Basaglia, che sarebbe ora venisse trasposta dall’ambito socio-sanitario alla gestione complessiva delle città, come pure da più parti si chiede e si indica, quando si parla di “città della prossimità”, ad esempio…
Modello utopico? Rivoluzionario? Per fortuna c’è chi le rivoluzioni ancora riesce a immaginarle…
La rivoluzione immaginata per Caserta da Giovine, partendo dalle persone e dai bisogni dei singoli, e parlando di cose ben concrete (lavoro, economia, ecologia), sembra allargarsi costantemente in un respiro che abbraccia la città intera, e poi il paese tutto, e poi l’Europa… che è lo sguardo nuovo che si oppone a quello vecchio che stenta a morire e ancora spesso intralcia. Nuovo, anche nell’umiltà e nella ricerca del confronto che si sentono forti nelle parole di Raffaele, rari da trovare così sincere.
Qualcuno, leggo, lo ha definito un ingenuo.
La sua risposta? Essere ingenui è una categoria per sognare.
Insomma, Raffaele Giovine “ha fatto un sogno”… Bellissimo, direi, e immagino sia lo stesso di tutte le persone che lo sostengono. Scorrendo le liste… età media 34 anni, e si pareggiano uomini e donne, e questo in un moto spontaneo, mi sembra, che non ha bisogno di “quote rosa” per trovare bilanciamenti “politicamente corretti”, che tanto sanno (perdonatemi, so che vado in questo controcorrente) di vecchio e paralizzante. E tutti questi giovani sostenitori sono, immagino, la prima cellula di quel “noi” che, per quel sogno da tradurre in realtà, si candida a essere l’anima pulsante della città.
Fra quel “noi”, con gran piacere scopro solo ora (le zie sono sempre le ultime a sapere) che c’è un mio nipote, Enrico. Enrico de Carolis, che così racconta quel “noi”: “Siamo dei visionari. Ma questo non fa di noi degli illusi. Abbiamo molto chiaro cosa significhi lavorare per il Bene Comune. Sappiamo che dovremo confrontarci con delle procedure amministrative che a noi possono sembrare oscure e complesse. Questo non ci scoraggia. La nostra è la visione, appunto, di una città fatta a misura d’uomo che trovi soluzioni per le politiche sociali e culturali, che, attraverso uno sviluppo ecosostenibile, metta in essere progetti, su cui già stiamo lavorando, che creino lavoro e socialità. Noi siamo il futuro di Caserta e, per questo, abbiamo deciso di cominciare da adesso a contribuire per rendere vivibile e “Bella” la nostra città. Lo facciamo già da tempo nella gestione dei beni comuni, nelle pratiche politiche che incidono nelle problematiche sociali. Era arrivato il momento di fare un salto di qualità, di non delegare ad altri le nostre istanze e i nostri sogni. Il nostro attivismo politico si traduce in due parole: Visione e Concretezza”.
E allora, evviva i visionari e la loro concretezza…
Vi dirò… oggi che qui a Roma, giuro, non so proprio a chi dare il mio voto, ché voci così radicalmente nuove ancora non ho sentito, mi piacerebbe, il 3 d’ottobre, ritornare ad essere per un giorno cittadina di Caserta, per portare il mio voto a questo “noi” che riapre alla speranza…
(nella foto, Raffaele Giovine ed Enrico de Carolis… una manifestazione ai tempi del liceo… )
Openresonance
“E qui in questo libro, gli ultimi lavori. Nascono dall’accostamento di linee e colori, dall’intreccio di nastri e tagli, dal mettere e toglie, seguendo il caso e adattandomi al divenire stesso dell’opera, o sotto dettatura di processi inconsci…”
Così si presenta e presenta il suo lavoro, fra l’altro, Eugenio Azzola, nel libro-catalogo Openresonance…
Ed è stata per me una grande sorpresa, ché Azzola l’avevo conosciuto grazie a un prezioso libro nato dalla sua esperienza, durante il servizio civile, nell’ex Ospedale psichiatrico di Trieste, “La quinta felicità” (ne ho più di una volta parlato https://www.laltrariva.net/la-quinta-felicita-2/). Dieci mesi, scrive ricordando, che sono diventati sei anni, “in questo ambiente dolorosamente reale ma allo stesso tempo fantastico e gioioso, in cui ci si trova e ci si perde, senza fine”. Eugenio Azzola e la tenerezza dei suoi “matti”… E di quegli anni non poco deve essergli rimasto nell’animo se all’inizio del catalogo la citazione di Jack Kerouac a quel mondo rimanda: “Le uniche persone per me sono i matti, quelli che sono matti nel vivere, matti nel parlare, matti da essere salvati, desiderosi di tutto allo stesso tempo, quelli che non sbadigliano mai o dicono un luogo comune, ma bruciano, bruciano, bruciano come favolosi bengala gialli esplodendo come ragni da una parte e dall’altra delle stelle e nel mezzo vedi il centro di luce blu che scoppia e tutti fanno “Oooh!”.
Scopro ora di Eugenio Azzola l’arte. Leggo, anche, del suo essere musicista, chitarrista… e tutto in queste immagini sento fondersi… in linee come pentagrammi dove risuonano voci che sono geometrie di campi, che sono profili di città, che sono pensieri, che sono pioggia, o recinti, o sono ombre o luci o colori…
Ancora parlando di questi suoi lavori, Azzola, pensando che “mi possano liberare da ogni apparato concettuale, e sono il luogo dove il senso, per quanto possibile, non dovrebbe rimanere invischiato”, si chiede e ci chiede cosa siano allora: paesaggi dalle emozioni sottili? Ritratti di momenti rimacinati nel perenne divenire della vita? Quali risposte…
Non sono critico o teorico di questioni d’arte, ma penso che mettersi davanti a un quadro sia un po’ come leggere una poesia, che la si ascolta e la si riconosce. Così, davanti a un’opera, bisogna guardarla lasciando che risuoni in noi, e in ciascuno soffi parole…
Ancora sfogliando e risfogliando le pagine di questo Openresonance, riconosco griglie di paesaggi urbani, e dita di preghiere ostinate nella nebbia, e degli uni e delle altre sussurri come arpeggi…
Carcere e covid, dalle fake news alle leggi emergenziali
Cosa sappiamo, cosa è accaduto davvero nelle carceri italiane dal momento in cui “fuori” esplode l’emergenza covid? Partendo da un quadro completo e dettagliato delle condizioni delle carceri che sono state premessa delle rivolte del marzo del 2020, queste pagine ci aiutano a dare risposte, svelando la ferocia di un sistema le cui contraddizioni l’emergenza ha fatto esplodere. Puntando il dito, soprattutto, sul ruolo dei media nella costruzione deviata dell’opinione pubblica, sull’informazione falsata che arriva a condizionare, e non solo in tempo di covid, le scelte politiche e legislative, a discapito dello Stato di diritto. Oggi che le inchieste della magistratura squarciano infine il velo sulla mattanza subita dai detenuti di Santa Maria Capua Vetere, queste pagine sono un forte invito a non lasciarci blandire dai cori ufficiali, ad ancora chiedere conto, a partire ad esempio dai morti di quelle rivolte, a fare domande su un intero sistema da più parti ormai riconosciuto di dubbia legittimità. … un testo tutto da (scaricare e) leggere… http://www.stradebianchelibri.com/berardi-sandra—carcere-e-covid.html
Dal carcere di Saluzzo, una lettera per tutti noi…
Un gruppo di detenuti del carcere Rodolfo Morandi di Saluzzo ha deciso di scrivere ogni anno, a ridosso dell’8 settembre, una lettera aperta alla cittadinanza. Anche quest’anno abbiamo raccolto il testimone, tra vecchi e nuovi detenuti che fanno parte del gruppo di scrittura “Cascina Macondo” che ci dà la possibilità di avere una finestra da cui poter respirare una boccata di ossigeno. Eccoci pronti per l’impegno preso quattro anni or sono, di scrivere la nostra lettera aperta alla cittadinanza, a ridosso dell’8 settembre, giorno in cui si festeggia l’armistizio e la nascita della resistenza.
Abbiamo scelto questa data fortemente simbolica per far sentire la nostra voce nella speranza che qualcuno possa trarre conclusioni costruttive. Il 2020 è stato l’anno del Covid, e il 2021 non è stato da meno. Le attività culturali e didattiche sospese, le visite dei familiari annullate, il volontariato inconsapevolmente assente… sono solo alcune delle difficoltà che abbiamo dovuto gestire. In questi spazi di silenzio abbiamo imparato quanto sia importante per noi la collettività. Noi sappiamo bene cosa significhi essere in “cattività”, stare chiusi senza la possibilità di fare quello che si vuole.
E pensiamo ai messaggi inviati in questi anni. Nella prima lettera: “non fatevi mai giustizia da soli, perché potreste scoprire un giorno che quella non era giustizia”. Nella seconda: “costruite qualcosa dentro di voi, coltivate l’amore di chi vi conosce e agevolate il formarsi di quello degli altri, perché può succedere che resti solo quello di tutti i beni e di tutte le condizioni che sembra si possano controllare”. Nella terza non c’era un vero e proprio messaggio, ma partecipando quantomeno emotivamente a tutto quello che il mondo intero viveva come “la pandemia”, dichiaravamo la nostra vicinanza ai famigliari di quanti erano rimasti colpiti da tristi eventi.
Un appello particolare lo rivolgiamo ora alle fondazioni. Che la nostra voce possa giungere sino a voi, dunque, fondazioni e cittadini liberi, per dirvi che dietro l’angolo chiuso da alte mura, ci siamo anche noi. Forse avrete meno riconoscimenti, ma abbiate la curiosità di visitare il carcere e di interagire con noi dentro le mura, sovvenzionate generosamente quelle onlus, associazioni, cooperative sociali e chiunque abbia progetti educativi. Chi ha varcato la soglia del carcere e ha avuto modo di conoscerci davvero, sa che possiamo dare molto, specie se gli interlocutori sono onesti, preparati e portatori di valori e umanità. Investite su di noi. Conoscenza, studio, lavoro, diritto, cultura, arte… Poter essere risorsa utile alla comunità. Siamo l’ultima ruota del carro, ma anche quella ruota ha il diritto-dovere di contribuire a far muovere il carro. Ringraziamo tutti coloro che hanno dato voce e spazio a questa lettera.
8 settembre 2021 – Carcere di Reclusione “Rodolfo Morandi” – Saluzzo
Ally Said Mhando, Antonio Bonura, Camillo Bellopede, Donato, Emilio Toscani, Gian Luca Landonio, Giuseppe Casciola, Giuseppe Sanfilippo, Guglielmo Giuliano, Leonardo Mannolo, Luigi Scognamiglio, Maurizio Tripodi, Mosabal Alì Ibrahim, Salvatore Criscuolo, Niveo Batzella, Roberto Agnello









